Meglio soli. Renzi da Milano rottama le alleanze: “apriamo ma alla società civile”

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

Ettore Maria Colombo – ROMA

«ASCOLTIAMO tutti, ma non ci ferma nessuno». Quando Matteo Renzi sente «l’odore del sangue» (anche se, stavolta, il sangue è il suo) torna garrulo e combattivo. E così chiude l’assemblea nazionale dei circoli del Pd all’attacco. Ne ha per tutti, e non sono pochi: non li cita per nome e cognome, ma chi deve capire capisce. Sul fronte interno la randellata è per Dario Franceschini, oltre che per Andrea Orlando e la sua minoranza: «Io non rispondo ai caminetti, ai capicorrente, io rispondo ai cittadini». E ancora: «Dopo le primarie i sondaggi sono andati bene, troppo bene, allora è partita la discussione interna ma questa discussione è un attacco contro il Pd. E se attacchi il Pd stai attaccando l’unica diga che c’è in Italia contro i populisti». Infine, la stilettata: «Volete la garanzia di andare in Parlamento? Mettetevi in gioco, lavorate. Contano i voti, non i veti». Con gli avversari interni – quelli della minoranza di Orlando e quelli annidati nella sua maggioranza (Franceschini, ma anche Fioroni, i cattodem) – Renzi intende regolare i conti, una volta per tutte, in Direzione, anticipata per l’occorrenza al 6 luglio.
LÌ IL SEGRETARIO farà la famosa «analisi del voto», proverà a smontare le tesi altrui sulle amministrative, ma soprattutto dirà: d’ora in poi si lavora in vista di una lunga campagna estiva e autunnale che ci porterà alle Politiche del 2018 in primavera. Chi è con me? Renzi pretenderà risposte chiare e chiederà un voto conseguente, in un organismo dove gode di una maggioranza solida e autosufficiente (al netto, cioè, dei franceschiniani). Quest’estate il leader dem promuoverà il suo libro (Avanti!), finalmente in uscita per Feltrinelli, girerà per le feste dell’Unità, fino a chiudere quella nazionale di Imola, il 24 settembre e subito dopo, a ottobre, partirà per un tour in treno in tutte le mille città italiane.

Insomma, Renzi non starà fermo, non si farà bersaglio dei colpi altrui. Onora Pisapia e Bersani di doppia citazione, ma li ritiene ormai «persi alla causa» («di quei due non mi frega più niente» si confida con i suoi). E di loro dal palco dice secco: «Fuori dal Pd non c’è la rivoluzione marxista-leninista, ma la Lega e i 5Stelle. Non c’è la vittoria della sinistra di lotta e di governo. Chi immagina di fare il centrosinistra senza il Pd vince il Nobel della fantasia». Per Renzi il centro-sinistra, con o senza trattino, è morto e sepolto. C’è il Pd, e punto.

IL PD del Lingotto (l’unica citazione in positivo è per Veltroni), aperto alla società civile (e cioè alle candidature di Berruto, Burioni, Annibali, don Ciotti, se ci sta). E d’altronde, sottolineano al Nazareno, «c’era più società civile ieri a Milano che sul palco di Roma». «Hanno fatto una manifestazione contro il Pd, non per l’Italia», è il refrain che arriva dai fedelissimi.
Ma Renzi ne ha anche per Prodi cui rimprovera, senza nominarlo, il caravanserraglio dei governi dell’Unione, la nostalgia di «un passato meraviglioso che non è mai esistito». Non cita mai la legge elettorale, di cui ha parlato Mattarella, ma gira voce che Renzi potrebbe sedersi di nuovo al tavolo con Berlusconi, a settembre: il proporzionale senza premi di coalizione e le liste bloccate convengono a entrambi. Anche perché, senza le liste bloccate (che compilerà Renzi in persona) e con le preferenze, oltre che con il premio alla coalizione, il Pd può solo esplodere.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 2 luglio 2017 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale

Parla Giuliano Pisapia: “Nessun listone con il Pd. Il I luglio nasce una Cosa nuova”

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo  – ROMA

GIULIANO Pisapia, il I luglio a piazza Santi Apostoli c’è la manifestazione di lancio del suo Campo progressista. Da dove venite e dove volete andare?

«L’obiettivo è la costruzione di un nuovo soggetto politico che trovi il suo spirito e le sue idee dai territori che, per un anno, si sono impegnate nella costruzione di un campo aperto, progressista, che non si limiti a criticare, ma dia risposte concrete ai bisogni del Paese: le diseguaglianze, le differenze Nord-Sud, i temi del lavoro. La manifestazione si chiamerà “Insieme. Nessuno escluso”. Partiamo dal lavoro delle Officine delle Idee: sono oltre 300, sparse in tutto il territorio e anche all’estero (Londra, Bruxelles, Svizzera). Specie queste ultime hanno lavorato su come cambiare marcia a questa Europa e alla Ue».

Ed è lei il candidato naturale di quest’area?
«Dal punto di vista politico, raccogliamo sensibilità diverse che vengono dai mondi dell’ambientalismo, del civismo, del cattolicesimo democratico, della laicità, dell’ulivismo come stanno facendo tanti amministratori locali come per esempio Leoluca Orlando che a Palermo ha vinto al primo turno. Per quanto riguarda me, sono un punto di riferimento, ma i leader li scelgono i cittadini alle elezioni».

Il ministro Orlando annuncia che il primo luglio sarà in piazza con voi. Se pezzi della minoranza dem entrassero nel vostro campo come li accogliereste?
«Sono molto lieto di sapere che sarà in piazza con noi il primo luglio. Il nostro è un campo aperto a tutti gli esponenti del centrosinistra, ma non voglio entrare nelle dinamiche interne del Pd».

Mdp, uno dei soggetti fondatori, è gelosa della sua autonomia. Si dovrà sciogliere?
«Sarà un percorso graduale. Alle porte non ci sono elezioni anticipate. Lavoreremo per diluire le singole soggettività in un progetto più ampio e aperto. Mettersi insieme sui territori e creare gruppi parlamentari unici ci aiuterà a trovare la sintesi».

Bersani sostiene il suo progetto. D’Alema è molto più freddo. Una loro candidatura alle prossime Politiche sarebbe un problema?
«Il mio progetto è quello di costruire un campo innovativo e inclusivo. E la sfida è proprio quella di dare voce a nuovi protagonismi, ai giovani che già lavorano sul territori in associazioni e realtà locali, energie che rischiamo di disperdere perché delusi dalla politica degli ultimi anni. Ritengo comunque utili dei garanti che valuteranno le singole candidature e questo varrà per tutti, anche per me».

Montanari e Falcone hanno lanciato l’Alleanza per il cambiamento in totale rottura e distanza dal Pd, considerato di destra. Con loro dialogherà?
«Io dialogo con tutti, ma bisogna uscire dai personalismi e da logiche di pura testimonianza. Fare opposizione è facile, governare è difficile. Un centrosinistra (o una sinistra-centro) radicalmente innovativo possono restituire fiducia a chi non ce l’ha più, ma io dico: niente populismi e niente demagogia. Non basta dire cose di sinistra, bisogna farle. Credo in una sinistra che sappia assumersi la responsabilità di governare. L’avversario non può essere chi è più vicino a te, ma la demagogia, il populismo e le destre».

Il punto è il rapporto con il Pd. Renzi propone un listone unico alla Camera, da Calenda a Pisapia, e una coalizione al Senato. È fattibile?
«Il nostro progetto è autonomo da quello del Pd e in netta discontinuità con gli anomali accordi e alleanze con destra e centrodestra che il Pd ha portato avanti. Il Pd di Renzi ha l’idea della sua autosufficienza e ha ribadito più volte che il segretario eletto è il candidato premier. Non condivido la scelta, né si costruisce una coalizione con tali presupposti. Noi stiamo dando vita a un nuovo e diverso soggetto politico dal Pd. Con una legge elettorale proporzionale ci saranno almeno due o tre soggetti politici diversi nel centrosinistra in una competizione leale e aperta. Noi cercheremo di attirare il maggior numeri dei consensi sul nostro progetto che è alternativo a quello del Pd».

Speranza (Mdp) minaccia di non votare la Finanziaria del governo Gentiloni. Lei che farebbe al suo posto?
«E’ fondamentale dare priorità alle misure che generano sviluppo nei settori dell’ambiente, della cultura e della formazione, ridurre la povertà e la diseguaglianza, puntare a più giustizia e coesione sociale. Non ho mai pensato che arroccarsi o alzare la bandiera bianca prima ancora di avere iniziato una battaglia sia positivo».

NB: L’intervista è stata pubblicata il 23 giugno 2017 a pag. 7 del Quotidiano Nazionale

Renzi, il Pd e la legge elettorale. Due giorni di passione e un pugno di mosche. Le posizioni del Quirinale e di Gentiloni

  1. Renzi insiste: subito al voto. Legge elettorale e la legislatura sono ‘game over’. 
Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

“E’ evidente che questo Parlamento non è in grado di fare una legge elettorale e i 5Stelle sono degli irresponsabili”. Sbuffa di malumore, Matteo Renzi, mentre – asserragliato al Nazareno  – osserva il sistema tedesco morire alla Camera. In cuor suo, il piano B è già pronto. Renzi ne aveva parlato anche ai giardini del Quirinale: “Se l’accordo salta, si va a votare con il Consultellum, le due leggi che ci sono, sono immediatamente applicative, noi con le preferenze facciamo il pieno, il problema sarà tutto dei 5Stelle…”. Già, ma il problema è ‘quando’ andare a votare. Con il sistema tedesco, il voto a settembre era un azzardo, ora diventa una chimera. A prescindere dal fatto che, prima del voto, servirebbe comunque un decreto per armonizzare al meglio due sistemi elettorali diversi, il Colle prima di acconsentire a usare tale arma definitiva, le proverà tutte.

Intanto, i commenti nei capannelli democrat criticano apertamente la strategia ‘perdente’ di Renzi. I malumori allignano tra orlandiani, veltroniani, franceschiani, accusati di aver ingrossato le fila dei franchi tiratori, ma pure tra l’ala delle ‘colombe’ renziane vicine a Gentiloni. Invece, i pasdaran scalpitano, vogliono bruciare le tappe, fino al punto di ‘creare’ l’incidente che mandi gambe all’aria il governo Gentiloni e dichiari finita la legislatura. E’ Renzi, per paradosso, a mediare, a frenare i bollenti spiriti dei suoi. Le posizioni del Colle, contrarie al voto anticipato, sono note. Renzi presto andrà da Mattarella. Ieri sera, poi, il segretario del Pd ha visto Paolo Gentiloni. Berlusconi – che ha chiamato Renzi per ‘fare il punto’ sul da farsi – consiglia cautela, propone di sedersi al tavolo, di riprovarci. Certo, 5Stelle e Lega urlano e tifano per il voto anticipato, “con le leggi che ci sono”, cioè la linea di Renzi. Ma servirebbe un incidente: i renziani ortodossi si aspettano che il governo – per colpa di Ap sullo ius soli o di Mdp sulla manovrina – vada sotto per poter dichiarare, lo stesso, ‘game over’ alla maggioranza di governo e alla legislatura. Intanto Renzi pensa anche alle alleanze e torna a guardare all’area di Pisapia: “Al Senato ci sono le coalizioni – spiega – col Consultellum un’alleanza è possibile”. 

Nel frattempo tutto il Pd renziano si mobilita per dimostrare che “i 5Stelle sono inaffidabili come quando parlano di vaccini e di scie chimiche” dà la linea il segretario ai suoi. Rosato, capogruppo dem alla Camera, grida loro “traditori”. Gli altri seguono a ruota. Spetta invece a Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria convocata in via permanente al Nazareno come un gabinetto di guerra, dichiarare il game over: La legge elettorale è morta, i 5Stelle l’hanno ammazzata. Non ci sono le condizioni per andare avanti”. Gli fa eco il presidente del Pd, Matteo Orfini: “Questo Parlamento non è in grado di varare alcuna legge elettorale. Ci sono due leggi elettorali per definizione auto-applicative, quelle uscite dalla Consulta. Andremo al voto con quelle”. “Il Pd deciderà lunedì cosa fare”, annuncia Matteo Richetti, portavoce della segreteria. Di mezzo ci sono le elezioni comunali, dove il Pd si aspetta che l’M5S vada malissimo e inizi a fare il diavolo a quattro per correre al voto. Renzi, a sera, spiega ai suoi: “Se vogliamo andare avanti in queste condizioni fino al 2018 proviamoci, ma bisogna interrogarsi su cosa è meglio per il Paese. Se non troviamo l’intesa sulla legge elettorale come la troveremo sulla legge di bilancio?” – sono le sue domande retoriche. Per Renzi è già game over.

NB: L’articolo è pubblicato il 9 giugno 2017 a pagina 3 del Quotidiano Nazionale 


2. Mattarella: no al decreto legge, solo a fine legislatura. Servono sistemi omogenei. 

Gentiloni tranquillo, Mattarella “preoccupato” per lo stallo che si registra nel dialogo sui partiti sulla legge elettorale, ma dal Colle si sottolinea “la maggioranza di governo c’è”. Questo il sentiment che si respira negli altri due maggiori Palazzi della Politica italiani, palazzo Chigi e il Quirinale. Le ultime parole in chiaro del presidente del Consiglio sulla situazione politica risalgono al 30 maggio. A domanda rispose: “Il governo è nella pienezza dei suoi poteri. Ha in impegni in corso che intende mantenere. E resterà in carica finché avrà la fiducia del Parlamento”. Parole ovvie? No. “Non potrò essere io a spegnere la luce” disse allora ai suoi. In sostanza, il ragionamento di Gentiloni era e resta questo: se le maggiori forze politiche decidono che  il lavoro della legislatura è finito, non sarò io a mettermi di traverso; se il mio partito e il suo leader mi tolgono la fiducia, e allora io non resto un minuto di più. Concetto, quest’ultimo, ribadito anche ieri da chi lavora con lui a palazzo Chigi: “Noi lavoriamo tranquilli e sereni. Ora vedremo come e se il Parlamento ripartirà, sulla legge elettorale. Noi tifiamo per Renzi, siamo suoi amici, e qui siamo tutti renziani. Se il segretario del Pd dice che non si può più andare avanti… Il governo c’è finché il Pd lo sostiene, ma fino ad allora c’’è”.   

Certo, l’incidente parlamentare potrebbe essere alle porte. La prossima settimana, al Senato, si vota la manovrina. Mdp si sfilerà facendo mancare numeri alla maggioranza? Probabile, ma Ap la voterà compatta, Ala potrebbe venire in soccorso, Forza Italia può far abbassare il numero legale. Poi c’è lo ius soli, sempre al Senato, il biotestamento, la riforma del processo penale, alla Camera. Bisognerà vedere se la maggioranza tiene o crolla e si apre una crisi di governo.

A quel punto, la palla passerà al Colle. Il ruolo del Capo dello Stato è sempre più forte e centrale. Dal Colle, ieri, nessuno voleva drammatizzare la situazione. Per Mattarella, la priorità resta la riforma elettorale: il Colle attende che martedì la commissione decida come procedere. Insomma, non tutto è perduto, una nuova legge si può ancora varare. In ogni caso, per il Colle non si può andare a votare “con due leggi disomogenee nel meccanismo di distribuzione dei seggi”: serve quantomeno l’armonizzazione dei due sistemi. Un decreto legge del governo per aggirare l’ostacolo non è visto oggi, dal Colle, come fattibile. Solo a fine legislatura, una volta acclarata l’incapacità delle Camere a legiferare, la fattibilità di un decreto legge per ‘armonizzare’ gli aspetti più stridenti di due leggi monche (preferenza di genere, quoziente di calcolo dei seggi, metodo del sorteggio, etc. che riguardano il Porcellum cassato dalla Consulta nel 2014 per il Senato e l’Italicum dimezzato dalla Consulta nel 2017 per la Camera), e comunque solo su aspetti tecnici verrebbe preso in esame. Peraltro, per varare un decreto siffatto, servirebbe “una maggioranza non larga, ma larghissima, ben più ampia di quella di governo”, a causa della delicatezza della materia. Nel frattempo, per il Colle, c’è un’altra urgenza e priorità di pari peso, l’approvazione della legge di bilancio in autunno: va messa in sicurezza per scongiurare l’esercizio provvisorio. E i partiti, Pd su tutti, se dovranno fare carico.

NB: L’articolo è pubblicato il 9 giugno 2017 a pagina 5 del Quotidiano Nazionale 

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3. L’ira di Renzi: i patti vanno rispettati. E pensa al decreto legge per votare subito. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Beppe Grillo e i franchi tiratori nel Pd minano l’accordo a quattro (Pd-M5S-Lega-FI) sulla legge elettorale. Il patto vacilla, scricchiola e il Pd vive una giornata di nervi tesi. E’ Roberto Giachetti, di prima mattina, ad avvertire Matteo Renzi: “Guarda che i 5Stelle presenteranno emendamenti per introdurre le preferenze e il voto disgiunto”. Renzi chiede lumi ai suoi e capisce che bisogna contrattaccare. “La legge elettorale in discussione alla Camera – scrive una prima volta, su Facebook – non è la nostra. Adesso il Parlamento è sovrano. Se passa, bene. Se qualcuno si tira indietro, gli italiani avranno visto la serietà del Pd”. La scena si sposta nel Transatlantico di Montecitorio ma, stavolta, a ballare è il gruppo democrat. Infatti, il primo voto, quello sulle pregiudiziali di costituzionalità presentato dalle opposizioni, viene bocciato con soli 310 voti contrari. Rosato parla, in prima battuta, di cento franchi tiratori e dice che gli ricordano “i 101 contro Prodi”, vecchia ferita mai rimarginata, nel Pd. In realtà sono meno (77), ma di certo trenta vengono proprio dalle fila del suo gruppo.

Il sospetto che il partito del non voto (anticipato), mixato con le sbandate dei 5Stelle, stoppi la legge elettorale c’è. Rosato convoca, seduta stante, un’assemblea di gruppo e gli orlandiani, che sono almeno un centinaio nel gruppo dem (molti dei quali a rischio ricandidatura) ribollono: “Se i 5Stelle confermano i loro emendamenti anche noi faremo altrettanto. Le regole devono valere per tutti”. I renziani sibilano: “Napolitano ha parlato attaccando la legge e loro subito gli vanno dietro. I franchi tiratori sono tutti loro”.

Ma ecco che piomba l’altra notizia. Grillo demanda al blog la decisione finale sul testo di legge che uscirà dalla Camera. I lavori d’aula, magicamente, slittano a martedì. Rosato sospira: “rispetteremo la loro esigenza. Voteremo gli articoli e gli emendamenti, ma il voto finale sarà dopo. Noi abbiamo la Direzione, loro hanno il blog…”. Però dice anche: “O il testo è quello concordato dai quattro partiti oppure non c’è blog che tenga, fuori da quel testo non c’è la possibilità di fare la legge elettorale”. A questo punto, e siamo solo a metà pomeriggio, Renzi riprende la parola: “I grillini cambiano idea sulla legge elettorale che loro stessi hanno voluto e votato. Sono passati due giorni e già hanno cambiato posizione? Due giorni! Ci sarebbe da arrabbiarsi”.

Intanto, nell’Aula della Camera, riprendono i lavori, la maggioranza tiene, anche se sempre con numeri scarsini, ma i voti segreti che possono far saltare la legge arrivano oggi e sono, appunto, quelli sugli emendamenti dei 5Stelle. “Se salta anche solo una virgola dell’accordo salta tutto”, dicono in coro Guerini e Rosato, anche se Guerini sparge ottimismo con i suoi colleghi: “L’accordo terrà, vedrete”. Renzi  si limita a sibilare “Vedremo lunedì”. Il piano B del Pd? Semplice e, insieme, difficilissimo: “Un minuto dopo che l’accordo salta – spiega Guerini a un amico – dirò che si può andare al voto con il Consultellum perché le due sentenze della Consulta sono autoapplicative”. Ma così salta il voto in autunno? Qui è Rosato che dice a un collega: “Il clima nella coalizione di governo, già deteriorato, diventerebbe invivibile e sarebbe impensabile approvare la legge di Bilancio in autunno. A quel punto le elezioni anticipate sarebbero obbligate”. Insomma, per Renzi sempre lì si torna: come riuscire a votare al più presto. 

NB: L’articolo è stato pubblicato l’8 giugno 2017 a pagina 4 di Quotidiano Nazionale

Le mosse di Pisapia e quelle di Alfano. La legge elettorale rimescola i campi del centrosinistra e del centrodestra. Due articoli

  1. L’asse con Berlusconi spacca il Pd. Prodi e Bindi pronti a spostarsi ‘altrove’. Pisapia costruisce il suo Campo Progressista per rifondare un ‘Nuovo Ulivo’.
Prodi 1

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

Ettore Maria Colombo – ROMA

Le doppie interviste rilasciate ieri da Romano Prodi (“La mia tenda è vicino al Pd ma se il Pd si allea con Berlusconi la tenda sposto altrove”) e di Rosy Bindi (“Il Pd si fermi su questa legge elettorale o non è più il mio partito”) hanno smosso le sinora già agitate acque del centrosinistra. Anche perché fanno il paio con le dichiarazioni di Giuliano Pisapia di domenica scorsa. L’avvocato milanese, leader di Campo progressista, ora mostra un piglio bellicoso (“Un patto di governo con il Pd è molto complicato, quasi impossibile”). Nel Pd lato coalizionale non si nasconde una certa preoccupazione. Prima è il vicesegretario, Maurizio Martina, a mostrarsi stupito (“Non capisco perché Pisapia chiude le porte al dialogo col Pd”). Ieri, il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato, si dice persino disponibile a dialogare con tutti (“Con Pisapia farei qualsiasi governo, con D’Alema pure, nell’interesse del Paese”) e assicura:“come vertici del Pd faremo di tutto” per evitare che qualcuno se ne vada perché “il Pd è la casa di tutti”. E, naturalmente, il ministro Andrea Orlando coglie la palla al balzo: “Ogni alleanza con Berlusconi è innaturale, Bisogna costruire il centrosinistra”. Nettare, per le orecchie di Pisapia. Ma in serata, Matteo Renzi, con la sua consueta E-news chiude i giochi: “Per evitare di fare le larghe intese il giorno dopo, bisogna prendere tanti voti. Ogni voto dato al Pd andrà in questa direzione – prosegue Renzi – ogni voto ai piccoli partitini aiuterà lo schema delle larghe intese. Il Pd farà liste molto larghe, pescherà al centro e a sinistra, nell’associazionismo e nella società civile, non si chiuderà nei propri confini stretti, ma parlerà agli italiani”. L’annuncio è di quello che, un tempo, si diceva ‘voto utile’ e indica quanto sarà dura la guerra a sinistra. Insomma, a Renzi interessa poco l’idea di coalizione (anche perché sa che Mdp e soci mai gli concederebbero i voti per far nascere un nuovo governo, dopo il voto, anche se i loro voti dovessero risultare indispensabili) e preferisce cercare di uccidere il neonato – la cosa ulivista di Pisapia – nella culla per evitare che rosicchi seggi alle elezioni visto che, superasse il 5%, sarebbe ai danni del Pd.

Intanto, però, il lavorìo di Pisapia procede spedito. Ieri a Roma, l’ex sindaco di Milano ha visto i suoi di ‘Campo progressista’ per organizzare al meglio l’appuntamento nazionale del primo luglio a Roma che dovrà gettare le basi del nuovo rassemblement di centrosinistra. Oggi vedrà i dirigenti di Mdp, dove i suoi colonnelli sono Ciccio Ferrara e Massimiliano Smeriglio, vicepresidente del Lazio in buoni rapporti con Zingaretti. Dentro Mdp, però, c’è maretta: Bersani tifa apertamente per Pisapia ed è pronto a ogni ‘cessione di sovranità’, altri (vedi alla voce: D’Alema) lo sono molto meno. Speranza è dato in bilico, il governatore toscano Rossi contrario, l’ex colonnello di Sel Scotto dubbioso. Il problema vero sono i confini del nuovo soggetto che, per ora, si chiama ‘Coalizione per il cambiamento’, ma potrebbe diventare “Insieme – Per un nuovo centrosinistra’. I confini a ‘a destra’ sono chiari. C’è il Centro democratico di Bruno Tabacci, ex assessore di Pisapia a Milano, che assicura buoni rapporti (ma li coltiva anche Pisapia) con i salotti buoni della finanza meneghina (i banchieri Guzzetti e Bazoli) e i Popolari-Demos del trentino Lorenzo Dellai. Esponenti ulivisti oggi dispersi come Franco Monaco e altri del ‘giro’ prodiano bolognese sono pronti, ma il colpo grosso, ovviamente, sarebbe Prodi. Pisapia fa sapere che “il Professore ha mandato segnali di apprezzamento al nostro progetto” e l’intervista di ieri, in cui Prodi boccia il sistema proporzionale voluto dal Pd (“non darà governi stabili”), si pronuncia contro elezioni anticipate (“una cosa ridicola”) e pronto l’alleanza “innaturale” con Berlusconi, pronto a spostare la sua “tenda”, ove si realizzasse, ha fatto il resto. Oltre a personalità come Rosy Bindi ed Enrico Letta e alla presidente della Camera, Laura Boldrini, che sarà della partita, già a partire dal primo luglio, il ‘nuovo’ Ulivo deve blindarsi alla sua sinistra. E qui, invece, il magma è incandescente. C’è Sinistra italiana, guidata da Nicola Fratoianni, che vuole essere della partita, c’è Possibile di Pippo Civati, persino quel che resta del Prc, e c’è anche il movimento ‘Dema’ del sindaco De Magistris. Pisapia sa che, per superare l’asticella del 5%, servono i voti di tutti, ma porrà due precise condizioni: “il federatore sono io, tutti i partiti dovranno cedere sovranità e deve essere un Nuovo Ulivo, la Cosa Rossa non m’interessa”. Ma nel frattempo si sono mossi anche Tommaso Montanari e Anna Falcone, frontrunner del No da sinistra al referendum costituzionale e membri di Libertà e Giustizia: hanno pubblicato proprio oggi un appello molto netto e tranchant che rispolvera le ‘belle bandiere’ della sinistra comunista e post-comunista e hanno dato appuntamenti a tutti quelli ‘che ci stanno’ il 18 giugno a Roma. La data vuole bruciare i tempi, rispetto alla costruzione del percorso di Pisapia, ha già ricevuto il favore di Fratoianni (SI) e Civati (Possibile) e l’apertura di credito di Scotto (Mdp), di certo piacerà a D’Alema. Però una formazione politica radicaleggiante, alla Melanchon e alla Corby, dichiarati punti di riferimento di quest’area, è in rotta di collisione con le idee di Pisapia. Bisognerà vedere chi avrà più tela da tessere, ma se i due tronconi si dividessero sarebbero guai per entrambi: rischierebbero di non superare, nessuno dei due, il 5%.

NB: L’articolo è pubblicato il 6 giugno 2017 a pagina 9 del Quotidiano Nazionale. 


alfano alla camera

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano

2. Alfano invoca Mattarella: ferma Renzi ma il Colle vuole la nuova legge elettorale. 

“Non può esistere automatismo per cui l’approvazione della legge elettorale corrisponda allo scioglimento delle Camere. E la Costituzione?!”. Il deputato centrista che sbotta così al telefono indica che il partito guidato dal ministro Angelino Alfano – l’altro ieri si chiamava Ncd, fino a ieri Ap, domani chissà – ha deciso di giocare la “carta Mattarella”. Ovvero chiedere, tirandolo per la giacchetta, l’intervento del Capo dello Stato per capire se è costituzionale andare al voto anticipato, subito dopo l’approvazione della legge elettorale, come paventato da Pd, Forza Italia, Lega e 5 Stelle che stanno per chiudere l’accordo sul sistema ‘ital-tedesco’.

E così, mentre Alfano continua a prendere di petto Renzi via Twitter (“Consiglio lettura intervista Renzi. Un fiume di parole nasconde un solo con concetto: #paolostaisereno”), la ministra alla Salute, Beatrice Lorenzin twitta e rilancia: “No al voto anticipato. Irresponsabile far cadere il terzo governo in quattro anni, vanificando sforzi del Paese. Confidiamo nell’intervento del Colle”. Poi rincara la dose: “Sono convinta che le elezioni avverranno alla scadenza naturale, nel 2018. E Mattarella, persona saggia, saprà intervenire al momento giusto per evitare conseguenze serie al Paese causate da una corsa contro il tempo inspiegabile”.

Anche la senatrice Laura Bianconi, presidente dei senatori di Ap, cavalca il concetto: “Avvertimento al Pd: attenzione al controllo di costituzionalità del presidente Mattarella a legge ultimata. Rischia figuraccia del rinvio alle Camere”. Tutte dichiarazioni che indicano chiaramente la volontà del partito di Alfano di andare al voto il più tardi possibile così da poter creare e organizzare quel nuovo partito di centro che superi la soglia del 5% per rientrare in Parlamento. Magari dietro le insegne di Stefano Parisi, di certo con l’Udc di Cesa, ma senza Casini e neppure Verdini e Zanetti, i due co-leader di Ala e Scelta civica, che vogliono partecipare a una ‘Cosa’ di centro ma Alfano non li vuole, loro non vogliono lui, Stefano Parisi non vuole – dall’alto del suo zero virgola – nessuno, e via declinando lungo i numeri infinitesimali di partitini e gruppi di centro ormai disperati. “Se vogliono andare al voto, il Pd deve prendersi la responsabilità di far cadere il governo, noi non voteremo la sfiducia a Gentiloni” dice ancora un deputato di Alfano.

Il problema è che mentre i presidenti delle due Camere, Grasso e Boldrini, nutrono seri dubbi sulla necessità di correre verso le urne (“Le elezioni anticipate non sono un destino già scritto” ha detto ieri la Boldrini e Grasso la pensa in identico modo), Mattarella non ci pensa neppure a intromettersi. Sia perché – come ripete un noto adagio del Colle – “quando il Parlamento lavora, il Capo dello Stato tace” sia perché Mattarella non vede affatto di cattivo occhio una legge elettorale scritta insieme dai partiti grandi. Inoltre,c’è chi è sicuro che a Mattarella non dispiaccia affatto, anzi, la soglia di sbarramento al 5% che Ap tanto avversa, e la ritiene ‘in linea’ coi grandi Paesi della Ue.

Ben altro paio di maniche è la fretta che, soprattutto il Pd, ha di andare alle urne, una volta varata la legge elettorale. La potestà  di sciogliere le Camere  è prerogativa specifica del Colle,il quale, prima di mandare il Parlamento a casa, verificherà se Gentiloni vuole davvero dimettersi, se è il caso di rimandarlo davanti le Camere per verificare se ha ancora la fiducia del Parlamento o di esperire altri tentativi. Insomma, una partita ancora tutta da giocare, al Quirinale, quella su eventuali elezioni anticipate e per nulla scontata.

NB: Articolo pubblicato domenica 4 giugno a pagina 4 del Quotidiano Nazionale. 

Ultima ora. Le novità del ‘Tedeschellum’. Meno collegi, ma dalla vittoria sicura. Via i capolista bloccati, no al voto disgiunto

 

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L’aula di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica

La legge elettorale in via di approvazione nella I commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati è un vero work in progress e il sistema indicato – una sorta di ‘ital-tedesco’ o ‘Tedeschellum’ . cambia volto di ora in ora. Per un inquadramento generale della legge proposta (emendamento Fiano), dei paragoni con il ‘vero’ sistema tedesco e dei tempi verso un possibile voto anticipato rimandiamo a articoli precedenti  (NEW! Cos’è il ‘Tedeschellum’ e come funziona, le modifiche in discussione. Ma anche cos’è il ‘vero’ sistema tedesco e la corsa verso il voto anticipato. Un dossier sulla nuova legge elettorale sempre reperibile sul mio blog http://www.ettorecolombo.com ).

No alle preferenze, no al voto disgiunto in unica scheda, no a schede distinte per votare i candidati nei collegi e nella quota proporzionale, via i capolista bloccati, meno collegi uninominali ma dall’attribuzione sicura e che non saranno secondi a nessuno, tantomeno ai capolista bloccati e la cui vittoria sancirà in ogni caso l’elezione. L’accordo Pd-M5s-Fi-Lega regge alla prova di voti in commissione Affari costituzionali della Camera e blinda i contenuti del nuovo “Germanichellum”. In commissione sono stati respinti uno via l’altro tutti gli emendamenti più qualificanti presentati da centristi, Mdp, Si, Fdi per correggere l’intesa raggiunta fra le quattro principali forze parlamentari. “M5s – ha messo in particolare agli atti prima del voto contrario sul voto disgiunto Danilo Toninelli- è a favore del voto disgiunto. Ma tiene conto e rispetta gli equilibri politici necessari per realizzare la riforma elettorale”.

Il nuovo numero dei collegi: saranno meno, ma dalla sicura elezione.

Sempre con i voti di Pd-M5s-Fi-Lega la commissione Affari Costituzionali della Camera ha approvato l’emendamento Pd a prima firma Alan Ferrari (FI) che fissa il rapporto fra proporzionale e maggioritario in 60%-40% a favore della quota proporzionale. L’emendamento riduce infatti, per la Camera, da 303 a 225 (-78) i collegi uninominali (a cui vanno aggiunti quello della Val d’Aosta e gli otto del Trentino Alto Adige già previsti nella prima versione per un totale di 234) che saranno assegnati con il maggioritario, facendoli coincidere con quelli stabiliti dalla legge Mattarella per il Senato, mentre i collegi assegnati coi listini bloccati diventano 381 (+78(. D’altra parte, i collegi uninominali del Senato passano da 151 a 112 (-38), quindi i collegi assegnati con i listini bloccati passano da 150 a 188 (+38). L’emendamento fissa anche in 28 il numero delle circoscrizioni elettorali proporzionali: inizialmente erano 26, poi diventate 29 (vuol dire che la Lombardia ne ha 4, Piemonte, Veneto, Lazio e Sicilia 2). Contro hanno votato Ap, Mdp, Fdi, Civici e Innovatori. I candidati dei listini proporzionali potranno essere dai 2 ai 6 per ogni circoscrizione e non ci si potrà presentare in più di un collegio unimoninale e un listino.

Il motivo della diminuzione dei collegi deriva dalla necessità di superare il problema dei collegi sovranumerari (un vincitore di un collegio potrebbe non essere eletto). A favore dell’emendamento hanno votato Pd, Fi, M5s e Lega mentre contro si sono espressi Mdp, Ap, Des-Cd, Ci, Direzione Italia e Alternativa Libera. Questi ultimi si sono in particolare scagliati sul fatto che l’emendamento definisce i collegi uninominali. L’emendamento Ferrari, infatti, da una delega al governo di ben 12 mesi per disegnare i collegi (la delega in genere è di 30-45 giorni), ma come norma di chiusura prescrive che se si va a votare prima della definizione dei nuovi collegi, si adottano quelli usati per il Senato con il Mattarellum tra il 1994 e il 2001. I piccoli partiti sottolineano che questi collegi furono disegnati nel 1993, sulla base del censimento del 1991, con dati demografici diversi dagli attuali. L’emendamento Ferrari non tocca invece i collegi uninominali maggioritari di Valle d’Aosta (1) e Trentino Alto Adige (8 più tre seggi di recupero proporzionale).

In pratica, se un partito – il Pd, mettiamo – ha diritto, in una circoscrizione, a 20 seggi, nella versione iniziale scattava per primo il capolista bloccato, dopo i vincitori dei collegi, dopo si pescava nel listino, infine tra i migliori perdenti dei collegi  causando il rischio che un vincente in un collegio perdesse il posto a scapito del primo del listino. Ora, invece, scattano prima tutti i vincitori dei collegi e solo una volta esauriti questi si pesca nei listini bloccati collegati, rispetto ai quali di segue l’ordine di presentazione (da due a sei nomi massimo per circoscrizione). 

La legge elettorale fa dunque un deciso balzo in avanti verso l’approvazione di un testo largamente condiviso, ma rimane aperto il fronte polemico. “Sulla definizione dei collegi uninominali si rischia l’imbroglio”, ha tuonato il deputato e capogruppo di Ap in commissione Affari costituzionali, Dore Misuraca, “la proposta del relatore prende come modello, infatti, quanto previsto dal Mattarellum del 1993, i cui collegi furono definiti sulla base del censimento del 1991. Ovvero ventisei anni fa. Nel frattempo si sono svolti due nuovi censimenti, nel 2001 e nel 2011, che hanno determinato forti cambiamenti demografici, specie in alcuni territori. Rischia di essere falsata tutta la competizione”.

Ripetita iuvant. Come funziona il sistema tedesco “all’italiana”. 

Il sistema studiato dal relatore Fiano (FI) per dar seguito all’intesa politica sul modello tedesco tra Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Forza Italia e Lega Nord è un sistema elettorale che ha molte differenze con il sistema elettorale usato in Germania.

È un sistema elettorale proporzionale con soglia di sbarramento al 5%. La ripartizione dei seggi tra le forze politiche avviene su base nazionale per la Camera e su base regionale al Senato, come richiesto dalla Costituzione. Ma sia per Montecitorio che per Palazzo Madama l’esclusione delle liste dal riparto dei seggi è fatta a livello nazionale.

E fino a qui il ‘germanichellum’ è un semplice sistema proporzionale simile a quello della  Germania. Le differenze con il sistema tedesco arrivano quando si tratta di scegliere i singoli deputati o senatori eletti.

In ogni collegio ci saranno i candidati uninominali e in ogni circoscrizione (che raccoglie decine di collegi, in proporzione alla popolazione) i listini bloccati ma corti (2-6 nomi).

Nel sistema tedesco, i candidati dell’uninominale hanno il posto garantito in Parlamento, a prescindere dal voto della parte proporzionale. Per garantirlo, il Bundestag non ha un numero fisso di deputati, ma può variare di qualche unità (cd. seggi ‘sovranumerari’).

In Italia invece il numero di parlamentari è fissato dalla Costituzione, quindi si è dovuto trovare un meccanismo per contemperare le due esigenze.

Prima dell’accordo raggiunto oggi, i candidati ‘vincenti’ nei collegi uninominali entravano in competizione tra di loro per formare una lista – dal più votato al meno votato – da cui erano scelti il numero di parlamentari a cui quel partito aveva diritto. L’effetto di questo sistema è che i vincitori di alcuni collegi uninominalo potevano essere esclusi dal Parlamento, di fatto togliendo senso al sistema dei collegi uninominali, perché su tutti loro aveva garantita la priorità di elezione il capolista del listino bloccato.

Secondo l’intesa raggiunta oggi questo problema viene risolto riducendo il numero di collegi uninominali per evitare questo effetto distorsivo sull’uninominale e al tempo stesso togliendo al capolista del listino la priorità di elezione. Per fare questo, però, il numero dei collegi uninominali diminuisce e il numero degli eletti nei listini cresce…

L’altra grande differenza con il sistema tedesco è il divieto di voto disgiunto, ovvero la possibilità di scegliere un candidato nel collegio uninominale diverso dal partito scelto per la parte proporzionale. In Germania è consentito ed è un elemento che dà valore maggioritario ai collegi uninominali, mentre in Italia sarà escluso, depotenziando le possibilità di scelta dell’elettore. Secondo i critici, in questo modo si rafforza il potere dei partiti e in particolare di quelli più grandi, che possono contare sull’effetto ‘voto utile’.

NB: L’articolo è stato scritto in forma originale per questo blog il 4 giugno 2017. 

 

Il Pd stringe i bulloni sul sistema tedesco. L’accordo con FI e M5S c’è, con Alfano (“Sei un serial killer”) è rottura totale

alfano alla camera

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano

1. Rottura tra Renzi e Alfano. I colloqui del Pd con i partiti sulla legge elettorale. Si stringono i bulloni sul sistema tedesco. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Si voterà ad ottobre, ma prima della presentazione alla Ue della legge di Stabilità” (e, dunque, non il 24 settembre) ha detto Renzi ieri agli interlocutori che sono andati a trovarlo al Nazareno. “Il sistema elettorale è il ‘tedesco’ – aggiunge – e dalla soglia di sbarramento al 5% non ci muoviamo. Alfano? – reagisce Renzi dopo una telefonata con Berlusconi, cordialissima, e un incontro con il leader di Ap, invece tesissimo – Da oggi non è più un problema mio. Magari se ne torna da Berlusconi… Io voglio ricostruire il centrosinistra”. Questo, in sintesi, il ‘Renzi-pensiero’, alla fine di una lunga giornata che proseguirà oggi con incontri con altri partiti (FI, Lega, Fd’I) e con la Direzione dem dove il segretario si farà approvare il mandato a trattare sul sistema tedesco. E anche se la minoranza che fa capo al ministro Orlando dovesse mettersi di traverso, poco male: Renzi, nel partito, i voti li ha lo stesso mentre, nei gruppi parlamentari, la situazione è più magmatica, ma difficilmente gli orlandiani arriveranno a negare il loro voto finale.

Una giornata, quella di Renzi e del Pd, double face. Da un lato gli incontri ufficiali della delegazione dem, nell’ufficio del capogruppo alla Camera Rosato, presenti il capogruppo al Senato, Zanda, il relatore del testo di riforma elettorale, Fiano, e il coordinatore politico del Pd, Lorenzo Guerini. A loro è toccato l’onere di incontrare la delegazione di Mdp – formata dai capigruppo, Laforgia e Guerra, più Lo Moro e D’Attorre – e quella dei 5Stelle (Crimi, Fico e Toninelli). Per paradosso, l’accordo con i 5Stelle è pressoché totale mentre Mdp, che pure non fa questioni sulla soglia al 5%, vuole sia il Pd a sobbarcarsi la colpa di far finire anzitempo la legislatura per scagliarsi contro le ‘larghe intese’.

La giornata di Renzi, invece, inizia vedendo, al Nazareno, Riccardo Nencini, segretario del Psi. “Incontro lungo, amichevole, proficuo” lo definiscono i socialisti, con Renzi che rilancia la prospettiva di un “nuovo centrosinistra”. Poi, nel pomeriggio, tocca a Fratoianni: Sinistra italiana non pone pregiudiziali sullo sbarramento al 5%, vuole però che il sistema sia “un proporzionale puro, senza trucchetti”. Renzi li rassicura, fa tanti auguri per la nuova ‘Cosa’ della sinistra in cantiere, ma li sfida:  “la vera sinistra è il Pd”.

Nel mezzo, c’è la lunga telefonata con Berlusconi. Il Cavaliere invita Renzi a palazzo Grazioli, ma lui declina l’offerta. “Non conviene a nessuno dei due farci vedere insieme”, concordano. Date rispettive e salde rassicurazioni sull’iter parlamentare della legge elettorale (“Entro il 10 luglio la chiudiamo anche al Senato”), il Cav avrebbe anche ‘perorato’, con Renzi, la causa di Alfano rispetto alla soglia di sbarramento, ma senza insistere troppo. Ed è proprio con Alfano che i rapporti si sono guastati. L’incontro segreto tra Renzi eAlfano è andato malissimo: sarebbero volate parole grosse e Alfano definirà Renzi un “serial killer” di partiti e leader, iniziando ovviamente dal suo. A margine di Porta a Porta, il capogruppo di Ap, Maurizio Lupi, riassume: “Le posizioni con il Pd restano distanti sulla questione dello sbarramento al 5% e anche sulla durata della legislatura. Votare in autunno, a manovra economica non ancora approvata, sarebbe un rischio”. Alfano un arma ce l’avrebbe: far saltare il governo impedendo l’adozione del nuovo sistema elettorale e le urne in autunno, e costringendo Pd e FI a varare, sin da subito, un ‘governissimo’. Il classico muoia Sansone con tutti i Filistei. Intanto, dalle parti di Gentiloni, si fa sapere che il governo potrebbe dimettersi di sua sponte, una volta che anche il Senato abbia approvato la riforma elettorale agevolando un “percorso ordinato” verso le urne anticipate in autunno. Insomma, come dicono al Nazareno, “non sarà di certo Gentiloni a mettersi di traverso contro Renzi verso il voto”.

NB: Articolo pubblicato il 30 maggio 2017 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale


Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

2. Il Pd prepara il sistema elettorale simil-tedesco. FI e M5S d’accordo. Restano i dubbi sulla data del voto anticipato

Ettore Maria Colombo – ROMA

La tavola è apparecchiata, i commensali stanno per sedersi al desco, la pietanza è in cucina, succosa e fumante. Fuor di metafora, manca davvero un amen alla conclusione delle trattative per scrivere una nuova legge elettorale. L’accordo tra i tre grandi partiti presenti in Parlamento (Pd, FI, M5S) è certo,la convergenza di altri probabile. Lega, Fd’I e Mdp ci stanno, Ap di Alfano e altri no perché contrarissimi alla soglia di sbarramento al 5%, che considerano troppo alta. Dario Parrini, che segue il dossier legge elettorale, per il Pd, è netto: “Per noi la soglia al 5% è intangibile. E’ la leva che ci consente di interpretare in maniera maggioritario un sistema proporzionale, la sola garanzia anti frammentazione e contro il potere di veto dei partiti-cespuglio”. Il tipo di riforma elettorale è, tecnicamente, un sistema ‘simil-tedesco’. Rispetto al Rosatellum, il testo base depositato dal Pd in commissione (50% collegi uninominali, 50% collegi plurinominali proporzionali), se ne discosta solo nel metodo di elezione. Nel Rosatellum, i due canali – collegi e listini – “non si parlano” e possono produrre risultati numerici diversi, privilegiando gli eletti nei collegi. Nel ‘tedeschellum’ i seggi spettanti devono rispettare la cifra, pur se ripartita tra collegi e listini, raggiunta da ogni partito che sta oltre il 5%. Restano dei problemi tecnici (i peggiori tra i vincenti nei collegi, specie nei partiti grandi, rischiano di non essere eletti), ma gli esperti di sistemi elettorali dei due partiti (Parrini per il Pd e Sisto per FI) ci stanno lavorando con emendamenti simili in commissione.

Dal punto di vista politico, i prossimi giorni saranno decisivi. La riforma elettorale è attesa al voto in Aula, alla Camera, a partire dal 5 giugno e non può scavallare, al Senato, la metà di luglio. Renzi, infatti, vuole andare a votare “il 24 settembre, niente subordinate (cioè votare a ottobre, anche se l’8 ottobre resta una data plausibile, ndr)”, come dice ai suoi. Berlusconi preferirebbe votare a ottobre (magari allungando al 22) mentre Di Maio (M5S) vorrebbe, addirittura, “votare il 15 settembre, prima che i parlamentari maturino i vitalizi”, ma è demagogia: causa i tempi tecnici, è impossibile.

Lunedì il Pd darà il via a una girandola d’incontri con tutte le forze politiche, ma non al Nazareno, bensì in Parlamento. Si inizia coi piccoli (Psi, SI, etc.) e si arriva, al pomeriggio, ai grandi (FI, M5S): al capo del tavolo del Pd ci saranno i due capogruppo, Rosato e Zanda, e il plenipotenziario di Renzi, Lorenzo Guerini. Contatti informali tra i massimi vertici del Pd e di FI (Lotti-Letta, Lotti-Confalonieri) ce ne sono stati, come pure diverse telefonate Renzi-Berlusconi, ma mentre Renzi vedrà i segretari di altri partiti (Nencini di Psi, Fratoianni di SI) i due leader non si vedranno di persona. “Non è un Nazareno bis”, spiegano dal Nazareno Uno, “anche perché “mediaticamente non giova a nessuno, né a noi né al Cav.”.

Anche le dichiarazioni dei protagonisti della trattativa sono improntate al cauto ottimismo. Berlusconi dice: “Manca poco al momento in cui gli italiani potranno scegliere da chi vogliono essere governati, se finalmente potremo avere una legge elettorale condivisa”. E se il ministro Lotti parla di “settimana decisiva”, confermando che Renzi e il Cav non si vedranno di persona, Guerini esplicita una tautologia politica: “E’ evidente che nel momento in cui una legge elettorale viene approvata, è tecnicamente possibile andare al voto”. Dopo aver scritto la legge elettorale, servirà l’ok non scontato del Colle.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 28 maggio 2017 su Quotidiano Nazionale 

Le richieste del Colle sulla legge di Stabilità, le possibili date del voto anticipato. Due articoli per fare chiarezza, calendario alla mano

mattarella

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Dalla nuova legge elettorale alla nuova legge di Stabilità. “La preoccupazione del Capo dello Stato monta, anche se silenziosamente: ha solo cambiato oggetto” dice chi scruta ogni giorno gli umori del primo inquilino del Quirinale. Per metà, infatti, Sergio Mattarella è soddisfatto: l’adozione di una nuova legge elettorale è a un passo da essere approvata, e con largo consenso. I tre grandi partiti (Pd, FI, M5S) si stanno accordando su un sistema elettorale ‘similtedesco’. Renzi – e, ormai, anche Berlusconi – danno però per scontato anche che si voterà presto, “entro l’autunno”. Il leader del Pd fa persino sapere che “per me la data del voto è il 24 settembre, senza subordinate” mentre Berlusconi aspetterebbe ancora un po’ al fine di votare entro ottobre. Ma, come un grosso iceberg in mezzo al mare c’è una data, il 15 ottobre, a frapporsi ai desiderata dei leader: è quella in cui la legge di Stabilità va presentata alla commissione Ue. E il Colle, di fronte ai rischi di speculazione internazionale sull’Italia, alle fibrillazioni dei mercati, ai rischi che si rialzi lo spread (ieri ne parlava un osservatore acuto, Tremonti), vuole che la legge di Stabilità venga “messa in sicurezza”. Proporrà, cioè, ai tre grandi partiti che vogliono il voto anticipato, una volta chiusa la pratica della legge elettorale, un ‘patto’ di garanzia per mettere in sicurezza la prossima Legge di Stabilità.

Del resto, Mattarella ha in mano un’arma non di poco peso: le Camere le scioglie lui, secondo Costituzione, non altri. Tocca ai partiti che più pressano per il voto anticipato – Pd in testa, ovvio – proporre soluzioni fattibili, si dice al Colle. Le soluzioni che il Pd propone sono tre e sono state prese in esame in un recente seminario riservato organizzato da Astrid, presidente Franco Bassanini, con esperti e politici di area dem.

La prima ipotesi è anche la più azzardata. Consiste in un anticipo della manovra economica d’autunno già a luglio con dentro alcune norme chiave per rassicurare la Ue e i mercati. Il precedente c’è: il ministro dell’Economia Tremonti, nel 2008, fece anticipare a Berlusconi l’80% della manovra in un consiglio dei ministri di metà agosto. La controindicazione è che, date le fibrillazioni dell’attuale maggioranza, che va dal Pd ad Ap, da Mdp a centristi minori, il voto di fiducia che necessita una manovra è a rischio.

La seconda strada è quella che, di fatto, propone Renzi in un vortice di date e tempi che ricordano il Blitzkieg tedesco nelle guerre mondiali. La ‘guerra lampo’ di Renzi prevede: legge elettorale approvata entro metà luglio, Camere sciolte per fine luglio, il ministero dell’Interno che si prende solo 55 giorni per indire i comizi elettorali, elezioni politiche il 24 settembre, convocazione delle nuove Camere e suoi adempimenti (elezione dei presidenti, costituzione dei gruppi, etc.) in dieci giorni, consultazioni brevi e nuovo governo – di larghe intese, difficile immaginarne altri – che entra in carica e presenta la nuova Finanziaria il 15 ottobre. Un percorso di guerra irto di troppi ostacoli e imprevisti per riuscire ad essere approvato e praticabile senza intoppi.

Ecco perché la terza ipotesi è la più gettonata. Il governo in carica “per il disbrigo degli affari correnti”, cioè Gentiloni, spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti, “presenta lui la legge di Stabilità alla Ue. Del resto quel governo può fare tutto, anche emanare decreti, tranne mettere la fiducia”. Dopo questa legge di Stabilità ‘quadro’ o ‘cornice’ al nuovo governo l’onore di ‘accompagnare’ la Finanziaria nell’iter parlamentare per approvarla entro il 31 dicembre, evitando lo spauracchio di tutti, l’esercizio provvisorio dello Stato. Quale delle tre strade verrà scelta non si sa, ma una cosa è certa: senza garanzie sulla messa in sicurezza della Legge di Stabilità, il Colle non cederà sulla fine della legislatura.


Montecitorio

L’emiciclo di Montecitorio

 

2. Date e tempi del possibile voto anticipato. Un percorso di guerra, ma fattibile. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Dal punto di vista politico, l’accordo tra Pd e FI sul sistema elettorale ‘alla tedesca’ sembra cosa fatta. Ma aprirà davvero la strada a elezioni politiche anticipate a settembre (il 24, quando si vota in Germania) o a ottobre (il 22)? La risposta è “dipende”, i possibili ‘stai fermo un giro’ o ‘ripassa dal via’, come nel Monopoli o nel Gioco dell’Oca, sono tanti. Calendari alla mano, vediamo i principali step.

Pronti, via! Con un accordo ‘blindato’ tra Pd e FI (oltre alla Lega e altri gruppi minori), il testo sulla nuova legge elettorale – anche se il termine per limare gli ultimi emendamenti in commissione è slittato al 31 maggio – può passare all’esame dell’Aula dal 5 giugno: entro una settimana, al massimo 15 giorni, può essere approvata, cioè entro il 24 giugno, ma dal Pd filtra che si potrebbe anche riuscire prima, entro la data del primo turno alle elezioni comunali (11 giugno) perché un accordo blindato tra i tre grandi partiti (Pd, FI, M5S) rende fattibile tale scenario. Infatti, i colloqui in corso in questi giorni dicono che il varo della riforma elettorale (in Aula Camera dal 5 giugno) è possibile in una settimana. A quel punto la palla passa al Senato: dovrebbe/potrebbe approvare la riforma a tempo di record, al massimo a metà luglio. Qui scatterebbe il primo trucco per accelerare la corsa verso il voto. Infatti, non si possono indire elezioni senza il disegno dei collegi, previsti dalla nuova legge. Di solito, per designare i collegi si da una delega al governo, cioè al ministero dell’Interno, che ha a disposizione 45 giorni di tempo. “Ma – spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti – gli uffici tecnici della Camera sono perfettamente in grado di disegnare i nuovi collegi e inserirli già nella nuova legge senza alcuna delega”. Ergo via allo scioglimento anticipato delle Camere entro il 30 luglio. Da quel giorno scatta la corsa per il voto.

 Sole alto, Camere sciolte. Una volta preso atto della fine della legislatura, con relative dimissioni del governo, il Capo dello Stato, potere solo suo, indice le nuove elezioni. Il decreto di scioglimento che partirebbe da metà (o fine) luglio contiene, per prassi, un minimo di 45 giorni e un massimo di 70 giorni per indire, da parte del ministero dell’Interno, i comizi elettorali, ma di solito se ne usano 55, cioè il ministero usa i 55 giorni ‘di media’ come termine cautelativo. Anche nella ipotesi migliore, dunque, quella delle Camere sciolte entro il 15 luglio, o al massimo entro il 30 luglio, la data del 24 settembre sarebbe – considerando i 55 giorni necessari – la prima data utile per indire nuove elezioni. Una data molto a rischio, date le molte incognite che pesano ancora sull’iter dello scioglimento delle Camere, ma è anche quella che il leader dem vuole per mettere in linea l’Italia con il voto delle elezioni politiche in Germania.

Restano comunque a disposizione molte altre date, per il voto anticipato: quelle dell’8, del 15 e del 22 ottobre. In ogni caso, le liste elettorali vanno presentate un mese prima della data del voto: per votare in ottobre i partiti dovrebbero depositarle a fine agosto, per votare il 24 settembre a… Ferragosto.

Nuove Camere, vecchi problemi. Tra la data delle elezioni e la convocazione delle nuove Camere passano, di solito, venti giorni che si possono, al massimo, ridurre a dieci. Tra i primi adempimenti (elezione dei due presidenti e dei vari organi, formazione dei gruppi parlamentari, etc.) e le prime consultazioni per la formazione di un nuovo governo, passano altri venti giorni, riducibili a dieci, forse meno. Da notare che l’idea di Grillo – voto anticipato il 10 settembre per impedire che scattino, per i parlamentari, i vitalizi (15 settembre) – non solo è bislacca ma indica un partito, i 5Stelle, digiuni di conoscenza di diritto costituzionale. Le Camere, infatti, restano in carica da insediamento (quello della legislatura incorso è iniziato a marzo 2013) a insediamento (con elezioni il 10 settembre ci vorrebbero almeno altri dieci/giorni, scavallando la data del 15 settembre, quindi anche in questo caso i vitalizi scatterebbero comunque…). Inoltre, votare il 10 settembre vorrebbe dire aver sciolto le Camere non oltre il 10 luglio.

Uno scoglio ineludibile, la legge di Stabilità. La manovra economica va presentata a Bruxelles entro il 15 ottobre. Chi – cioè quale governo – l’approverebbe? Un seminario riservato svolto dalla fondazione Astrid ha individuato tre strade. La prima è l’anticipo della manovra, almeno nelle sue linee generali, a fine luglio, come fu fatto dal governo Berlusconi (ministro dell’Economia Tremonti) nel 2008. La seconda strada, in caso elezioni anticipate il 24 settembre, prevede che la manovra economica la vari il nuovo governo ma presentarla a Bruxelles il 15 ottobre vede tempi stretti. La terza strada rappresenterebbe un unicuum, ma – assicura Ceccanti – “si può fare”: il governo Gentiloni, che in ogni caso sarebbe ancora in carica “per il disbrigo degli affari correnti” può “presentare la legge di Stabilità come può emanare decreti legge, la sola cosa che non può fare è mettere e chiedere la fiducia su alcun provvedimento”. Fiducia necessaria, invece, ad esempio, per variare la Nota di aggiornamento al Def che va votata entro il 30 settembre. Dopo la presentazione a Bruxelles di una legge di Stabilità ‘quadro’ o ‘cornice’, spetterebbe al nuovo governo in carica – e legittimato dal voto popolare – ‘accompagnare’ la legge di Stabilità nell’iter parlamentare e approvarla entro il 31 dicembre per evitare che scatti l’esercizio provvisorio.

NB: I due articoli sono stati pubblicati il 27 e 29 maggio su Quotidiano Nazionale