“Gli irresponsabili”. Perché, in Italia, al Potere si perdona sempre. La recensione al bel libro di Alessandra Sardoni

Alessandra Sardoni

L’anchorman de La 7 Alessandra Sardoni

Ettore Maria Colombo  ROMA

“Finché è forte, al Potere si perdona”. Il problema è quando non lo è più o non lo è ancora. Le parole tratte dalla Introduzione dell’ultimo libro di Alessandra Sardoni (Irresponsabili. Il potere italiano e la pretesa dell’innocenza, Rizzoli, Milano, 285 pagine, 18 Euro) potrebbero anche esserne la sua conclusione o l’epitaffio. L’autrice, infatti, conduce con rigorosa analisi e dovizia di testi, richiami, citazioni, colloqui e testimonianze inedite, un ‘lungo viaggio al termine della notte’ di uno dei mali oscuri del Potere del nostro Paese, l’irresponsabilità. Se, infatti, come spiega la Sardoni, all’estero vale l’adagio del “chi sbaglia, paga”, nell’Italia figlia della Controriforma cattolica, del ‘Franza o Spagna, purché se magna’, persino di lunghe dittature alla cui fine, implacabile, arrivava l’amnistia (concessa dal Nemico, il comunista Togliatti), vale il principio opposto: “Chi sbaglia, non paga” ,appunto. Vale, di conseguenza, anche l’adagio solo da noi valido: “In qualunque altro Paese (Germania, per una tesi di laurea copiata, Gran Bretagna per i contributi non pagati alla colf, Svezia per qualsiasi cosa appena poco commendevole…) si sarebbe dimesso”. In Italia, cioè – è questa la convincente e ben argomentata tesi della Sardoni – “la responsabilità individuale, nelle sue dimensioni politiche ed etiche, è l’oggetto di multiformi tecniche di elusione e di stratificati (e autodifensivi) aggiustamenti che fanno sì che chi sbaglia non paghi”. Sardoni individua anche i suoi ‘idealtipi’, alcuni davvero mefistotelici, altri solo davvero ‘non’ furbi.

Cinque le categorie analizzate e scandite in cinque capitoli. La prima è quella degli Incolpevoli: si parla del capo della Polizia Gianni De Gennaro e della notte della scuola Diaz nelle tremende giornate del G8 di Genova del 2001 (è il capitolo più denso, vibrante e appassionato del libro) in un clima figlio del consociativismo e dell’opacità del Potere. Si passa poi agli Inconsapevoli: qui vengono raccontate le disgrazie (e le vite) ‘parallele’ di due ministri, il centrista Maurizio Lupi (governo Letta), che si dimise da non indagato per un Rolex regalato al figlio e la ministra tecnica Annamaria Cancellieri (governo Monti e Letta) che non si dimise per interessi privati in atti d’ufficio ben più gravi, interessante caso di ‘doppiopesismo’ nello stesso governo. Si arriva ai Prigionieri, dove viene descritto l’eterno conflitto tra politica e giustizia, si attraversano gli Esodati – dove la prospettiva viene invertita e, come in un giallo, si scopre che la ministra Elsa Fornero non solo non fu l’assassino, ma forse la vittima, di certo il capro espiatorio – e si finisce con i Revisionisti. Capitolo che meriterebbe un capitolo a parte perché indaga, con dovizia di particolari, il presunto ‘complotto’ del 2011 ordito ai danni di Berlusconi e del suo governo da ‘centrali’ europee e internazionali.

E qui, al di là della tesi (in buona sostanza: nessun complotto, Berlusconi cadde per le sue incapacità e incompetenze), va detto qualcosa dell’autrice. Sardoni non è solo la elegante, gentile e ferma conduttrice diOmnibus su La 7 e la inviata del tg di Mentana finita a imperitura memoria nella spassosa imitazione di Maurizio Crozza, ma anche una studiosa tenace e rigorosa che legge, analizza, si documenta, ragiona, compara, scrive tesi e analisi originali. Come già nel suo precedente libro (Il fantasma del leader), dove indagava alcune figure chiave del centrosinistra. Qui, però, ilpaso doble di Sardoni conduce a ragionamenti erga omnes escientificamente validi sulla natura del Potere italico. Con la ineluttabile e amara conclusione: “Scartare la responsabilità individuale è funzionale alla conservazione del potere, qualunque esso sia” o che, in positivo, non basta “metterci la faccia”, occorre accettarne le conseguenze.

NB: Questa recensione è stata pubblicata nell’inserto libri (Il piacere della lettura) di Quotidiano Nazionale del 13 maggio 2017.

#Mattarella o della ‘rivoluzione silenziosa’. Così spopola il presidente ‘mite’

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

MATTARELLA ha ricevuto Mario Draghi. Mattarella ha ricevuto Ignazio Visco. E, a dirla tutta, Mattarella ha ricevuto pure l’ad di Sky, il presidente di Mediaset e di altri grandi gruppi industriali e mediatici. Se n’è accorto qualcuno? Macché. Stringato, striminzito, comunicato del Quirinale e via, sotto un altro. Mattarella vede, in rapida successione, i ministri Alfano, Pinotti, Giannini? Qualche giornalista ha strologato, scritto retroscena et similia? Nothing, nada, rien. Mattarella gira il mondo: Parigi-Berlino-Madrid subito, appena eletto; Serbia-Montenegro-Londra in soli quattro giorni a giugno; Tunisi e Malta a luglio. Viaggi «di Stato», ufficiali, ma che tracciano due direttrici di scavo, studio, analisi, gestione dei rapporti diplomatici: apertura a Balcani ed Est Europa, Paesi che vogliono entrare nella Ue, da un lato, e dialogo “mediterraneo” con il Sud del Mondo, Africa in testa, dall’altro. Riscontri mediatici? Scarsi. Ai tempi di Napolitano, a ogni fiato di «re Giorgio», giù articoli, filmati, reportage. Un genere quasi letterario che aveva pure un nome: «i moniti di re Giorgio». E giù “fiumi di parole” fino ai libri (14/15, di cui sette/otto  scritti ‘su’ Napolitano, sette/otto ‘di’ Napolitano).

E MATTARELLA? Anche qui, libri su Mattarella appena due: uno del suo portavoce (prima di sapere di esserlo, peraltro), Giovanni Grasso, che in realtà parla del fratello ucciso dalla mafia, Piersanti; l’altro di Pio Cerocchi, suo vecchio amico dai tempi della Dc e del Ppi.
Esternazioni di Mattarella? Poche, rare, misurate, centellinate (i rapporti coi media, sul Colle, li tengono Grasso, ex inviato Avvenire, Gianfranco Astori, ex deputato della Dc e, poi, direttore dell’Asca, e ora anche Claudio Sardo, ex direttore dell’Unità: insomma, il fior fiore del cattolicesimo democratico). Eppure, in quest’ultimo mese, le esternazioni del Presidente, da rade e limitate, circoscritte, sono già salite di grado e d’intensità. In meno di una settimana, ha messo i riflettori sui profughi e i migranti, dove «una Ue in affanno fa meno di quanto dovrebbe»; l’Isis e il terrorismo, definite (con genio) «forze del disordine»; i due Marò per cui «l’Italia si batterà»; la lotta a corruzione e mafie, «priorità assoluta»; la coesione sociale da «ritrovare», le riforme istituzionali da «fare al più presto».
E «l’uomo solo al comando» che non va mica bene, dice Mattarella. Quest’ultima stoccata (è a Renzi? Forse. O è a se stesso che, da vero «cattolico penitente», cerca i limiti della sua azione?) Mattarella l’ha tirata ricevendo al Quirinale l’Asp, l’Associazione Stampa Parlamentare, il primo Ventaglio ricevuto da Mattarella (“il primo – nota lui, con una punta di timido umorismo – venne dato, nel 1883, al presidente del Senato Zanardelli, faceva un caldo bollente, ora il caldo è rimasto, ma la temperatura politica è scesa, almeno qui, al Quirinale”, aggiunge, con un sorriso, forse).

Domanda: il nostro presidente della Repubblica è forse «trasparente»? «Debole»? «Freddo»? No, affatto. E non solo perché, nei sondaggi di popolarità, Mattarella spopola (62% la fiducia degli italiani, per Ixé, Renzi è al 31%, per capirsi), ma perché lui, è così: schivo, riservato, compassato («In confronto a Mattarella, Forlani è un movimentista» disse, con formidabile battuta, Ciriaco De Mita), ma è pure un «mite» che, se la storia ti ci costringe, reagisce come un leone.
Mattarella che si dimette da ministro contro il VII governo Andreotti che approva il decreto salva-Biscione (1990). Mattarella che s’inventa il Mattarellum (1994), unica legge elettorale funzionante in tutta la II Repubblica. Mattarella che, insieme, rivendica l’eredità di de Gasperi contro Berlusconi (1994) e aiuta Prodi a far nascere il «centro-trattino-sinistra» (1996). Mattarella che vive lutti e tragedie durissime: la morte del fratello, ucciso dalla mafia, e lui che si ritrova addosso il suo sangue; la morte dell’amata moglie Marisa e, da poco, la morte della sorella Caterina.
«Mattarella il mite ci stupirà», si inizia a dire, nei Palazzi, ma lui ha già iniziato a stupire, opinione pubblica, media e Palazzi: la tenuta di Castelporziano aperta alle carrozzine dei disabili (mai successo); tagli su tagli al parco auto, al faraonico personale e cerimoniale, ai lauti stipendi e pensioni del Colle (mai successo); i viaggi istituzionali ‘semplici’, fatti in treno o su aerei di linea. E, soprattutto, il palazzo del Quirinale, aperto al pubblico, 5 giorni su 7, finalmente. Non solo “mai successo” ma copiato persino da Buckingham Palace, dalla regina d’Inghilterra. I corridoi, le mille stanze, quadri, arazzi e segrete del Colle visibili a tutti e – si sparge la voce – «tutti gli alti funzionari giù nei sottoscala a masticare amaro, del resto il Presidente ha detto: via, largo alla ente».

INSOMMA, già sta vincendo, «Serghei», come lo chiamavano da ragazzo: vince, agli occhi degli italiani, il cattolico frugale, ma fermo. Vince il Presidente che abbraccia d’impeto Manfredi Borsellino, dà un buffetto ad «Astrosamanta», fa mettere la cravatta a Salvini.
Renzi vuole fare parecchi decreti? A Mattarella la cosa non sta bene. Glielo dice, così Renzi lo sa. Con quella voce un po’ nasale, bassa, quel timbro timido, pacato, gentile. «E’ un po’ sordo», dicono gli amici. «Sì, ma quando vuole parlare chiaro, i suoi interlocutori lo sentono benissimo». Mattarella si sta già facendo sentire e le sorprese del suo settennato sono appena iniziate.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 31 luglio 2015 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale. 

L’Italia e la sovranita’ nazionale perduta. Dal Trattato di Pace di Parigi (1947) al Fiscal Compact (2011). Il libro di Andrea Cangini

Il premier italoa o che firmo' il trattato di pace di Parigi, Alcide de Gasperi.

Il premier italoa o che firmo’ il trattato di pace di Parigi, Alcide de Gasperi.

ROMA. IL FISCAL Compact del 2012 come il Trattato di Pace del ’47? Due momenti, cioè, in cui l’Italia abdica alla propria sovranità nazionale e si fa imporre durissime condizioni (il pareggio di bilancio nel primo caso, la rinunzia ai propri confini nel secondo) da autorità straniere?

È la tesi del libro di Andrea Cangini, L’onore e la sconfitta. Politica italiana e guerre perse dal Trattato di pace del ’47 al Fiscal compact del 2012 (Minerva Edizioni) presentato ieri alla Camera proprio mentre in aula il premier Renzi illustrava le linee programmatiche del semestre di guida italiana della Ue.

ll libro di Andrea Cangini, L'Onore e la Sconfitta (Minerva editore)

ll libro di Andrea Cangini, L’Onore e la Sconfitta (Minerva editore)

A PRESENTARE il volume, l’ex deputato e scrittore Gennaro Malgieri, l’ex ministro socialista Rino Formica, l’esponente della sinistra Pd ed economista Stefano Fassina. Proprio Fassina ha definito «molto stimolante» il paragone tra i due eventi, «ma, purtroppo, con notevole minore consapevolezza, nel dibattito del 2012, rispetto a quello del 1947». Formica ha ricordato il dibattito del ’47 e le speranze vanificate di chi, come il socialista Colorni, credeva nella (mai attuata) «Europa dei popoli». Malgieri ha parlato delle «due nostre grandi sconfitte», definendo il libro di Cangini «bello e accattivante».
Sono stati i ragionamenti di Fassina e di Malgieri — simili, curiosamente, a quelli che il capogruppo di FI, Renato Brunetta, ha svolto in Aula — a far entrare nel vivo il dibattito.

Il premier italiano che folle il Fiscal Compact (2011), Mario Monti.

Il premier italiano che folle il Fiscal Compact (2011), Mario Monti.

«ANCHE la mia parte politica ha accettato e liquidato il Fiscal compact in modo troppo sbrigativo», ha detto Fassina. Mentre per Formica le conseguenze della guerra persa in questi anni e chiamata «crisi economica» sono state ancor più gravi di quelle seguite alla sconfitta del 1945: «A differenza delle condizioni imposte dagli alleati per la pace nel ’47, gli effetti della ‘crisi economica’ hanno minato la sovranità nazionale e l’hanno fatto violando la Costituzione, che all’articolo 11 condiziona eventuali ‘limitazioni di sovranità’ a ‘condizioni di parità con gli altri Stati’». Parità che con la Germania della signora Merkel non c’è stata.

NB. Questo articolo e’ stato pubblicato il 25 giugno 2014 sulle pagine di @quotidiano.net .

 

Nada, una voce e una scrittura ‘malanima’ e la sua passione per il Toscano

Nada, la sensualità in musica

Nada, la sensualità in musica

UN PICCOLO RITRATTO DI NADA.

Nada Malanima (Gabbro, Toscana, classe 1953), nota al mondo semplicemente come ‘Nada’, si chiama proprio così, ‘Malanima’. Un cognome, un destino. Nada è molto di più di una cantante, una che a quindici anni era già famosa in tutto il mondo a partire dalla ribalta di Sanremo con ‘Ma che freddo fa’ (provate ad ascoltarla: ancora mette i brividi), che nel 1973 Sanremo lo vince con ‘Il mio cuore è uno zingaro’ (una filosofia d’intenti, più che una canzone). Nada, già allora, abbandona la strada di un successo facile e futile, falso e stereotipato, per lavorare con un gigante misconosciuto come Piero Ciampi (poeta-cantautore) e: il titolo dell’lp, Ho scoperto che esisto anch’io, dice tutto. Nada è, certo, anche Amore disperato, come recita il titolo della canzone che la riporta alla ribalta di un successo internazionale negli anni Ottanta (e chi non ricorda quell’ ‘ah ah’ sensuale e profondo?) ma è anche e soprattutto collaborazioni artistiche raffinate, come con l’Orchestra Avion Travel, Mauro Pagani e Massimo Zamboni, che segnano la sua carriera artistica fino agli anni Novanta. Nada è, nel 2007, di nuovo Sanremo, ma con una canzone e poi un album interamente scritto da lei (Luna in piena) fino all’ultimo album, Vamp, uscito nel 2011. Nada è non solo musica e parole, ma anche molto altro ancora: teatro e letteratura, per dire in un crossover culturale e artistico continuo. A teatro Nada, dal 2008 in poi, vuol dire Musicaromanzo, spettacolo in cui l’artista racconta se stessa attraverso monologhi e canzoni all’interno di un’intima atmosfera onirica. In libreria, Nada è già un’autrice di spessore, anche se la sua ritrosia tende a vivere il suo talento come il suo successo, con semplicità e rigore. Sempre nel 2008 esce il romanzo autobiografico Il mio cuore umano (Fazi), da cui verrà tratto anche un film tv, e nel 2012, per Bompiani, il romanzo La grande casa, storia dell’amicizia di tre donne speciali (Elke, Gemma ed Emilia) e del destino che le ha fatte incontrare. Sempre donne, al centro dei suoi racconti, come nell’esordio letterario (Le mie madri, Fazi, 2003) perché – dice Nada – “La pazzia mi sfiora o ce l’ho dentro, mi accompagna, non sono una scrittrice, ma è una vita che scrivo per me stessa”. Perché Nada è sempre una donna vera, che canti o scriva.

Nada canta a Sanremo (1969)

Nada canta a Sanremo (1969)

INTERVISTA: ‘UN AMORE DISPERATO’. LA PASSIONE DI NADA PER IL TOSCANO.

Nada fuma il sigaro con un’eleganza dandy, ma anche con passione. Nada (Malanima) e il sigaro sono, oramai, un binomio inscindibile. Nada ‘è’ il sigaro. Al femminile, si capisce, ma un femmineo roco, pastoso, scontroso e sensuale. ‘Alla Nada’. Nada fuma il sigaro con passione e determinazione e non se ne separa mai, quasi come con Gerry Manzoli, suo compagno di vita e di arte, il suo amore. Perché Nada, quando ama, ama intensamente, profondamente, voluttuosamente. Amore disperato? No, amore incatenato sì, però. Questa è la prima intervista che Nada concede sulla sua passione non segreta e nascosta, ma vissuta ed esibita, quella del sigaro, passione che però non ha mai raccontato. E, possiamo assicurarvelo, quando Nada ‘racconta’ è come sentirla cantare. Senti il miracolo che è.

Nada, quando hai iniziato a fumare il sigaro? E perché?

Oh, è nata molto tempo fa, ma lo ricordo con precisione. Era il 1983, ero in barca, a fare un viaggio per il Mediterraneo, e c’era un mio amico che fumava il sigaro, un Toscano. Io avevo smesso da un po’ di fumare sigarette, mi facevano male. Eravamo in un luogo bello, incantato. Ho assaporato il Toscano e, da allora, non ho più smesso. E’ diventato il mio modo di fumare. Da allora in poi, devo avercelo sempre dietro, il ‘mio’ Toscano.

Che tipo di Toscano fumi e quando lo fumi?

Antico Toscano. Sempre e solo quello. Ho provato un po’ di tutto e anche se so che vi sono delle qualità più pregiate non riesco a ‘tradire’ l’Antico. Non c’è un momento particolare, per fumare. Fumo spesso, quando e dove posso. Dopo pranzo, fumo sempre. In ogni caso, ho sempre in mano un Toscano, per tutta la giornata. E il momento in cui me lo assaporo di più è quando sono da sola, in relax, mentre leggo o penso.

Prendi precauzioni, rispetto all’ambiente esterno, quando fumi?

Sì, cerco di non dare fastidio agli altri. Ma vedi, succede che le persone che ho intorno se all’inizio mi guardano storto, appena tiro fuori il sigaro e sto per accenderlo, poi si ricredono. Perché un Toscano puzza molto meno di quanto si dica! A me, in ogni caso, piace anche il suo odore, lo assaporo. E ricordo a tutti che le sigarette puzzano molto di più…

Hai un modo tuo di fumare il Toscano?

Sì, ma è del tutto inconsapevole. Molti intenditori mi dicono che lo fumo molto bene, che faccio in modo che non puzzi e che il mio ‘tiraggio’ è molto buono, ma io lo faccio senza rendermene conto.

Usi gli assessori classici che accompagnano un buon sigaro?

Devo ammettere che li uso molto poco. Eppure, da quando si è diffusa la notizia che fumo il sigaro, mi hanno riempito casa, specialmente a Natale, di tutti i regali possibili e immaginabili legati al Toscano: portasigari, tagliasigari, umidificatori, etc. Io, però, sono molto discola e anarchica anche in questo. Me li dimentico e spesso, quando sono in giro, faccio come posso. Taglio i sigari con il coltello, con le forbici o con quello che capita! Lo so che non è da puristi, ma me la cavo lo stesso. Vale lo stesso per i portasigari. Me li dimentico e dunque i sigari li porto sciolti nella borsa, o in tasca, ma sempre ben arrotolati o avvolti in fazzoletti o tovaglioli. Mi piace sentirmi addosso l’odore del Toscano, sempre.

Quando scrivi o componi fumi?

No, mai. Fumo quando sono in relax, quando leggo o bevo o dove capita.

Donne e sigaro, un abbinamento che ancora oggi molto giudicano ‘sconveniente’…

Oh, sì, ogni tanto mi guardano strano e capisco che pensano con una certa sorpresa o scandalo: ‘guarda, una donna che fuma il sigaro!’. Le donne fumano poco il sigaro, è vero, che è ancora associato a una cosa maschile, ma io non ci penso. Fumo il sigaro perché mi piace e basta! Comunque, non penso affatto che il sigaro uccida la femminilità, sono solo convenzioni. E se qualcuno pensa che sono ‘un maschiaccio’ solo perché fumo il sigaro, beh si sbaglia di grosso…

A proposito di donne. Sono sempre al centro dei tuoi romanzi, anche dell’ultimo, La grande casa.

Forse perché sono una donna e conosco meglio l’argomento… Non credo che le donne siano migliori o peggiori degli uomini, ma sono diverse da raccontare: mi permettono di descrivere personalità complesse e tormentate, grazie alla loro femminilità, mentre gli uomini sono figure più distaccate e razionali.

In cosa, il tuo ultimo libro, è diverso dagli altri due precedenti?

Negli altri c’era molto più autobiografia, c’era molto più me stessa, in questo no, sono storie diverse (anche se c’è la storia di una cantante). Quando scrivi c’è sempre molto di te, della tua sensibilità, ma questa è una storia inventata, anche se ispirata a fatti che ho vissuto. Ci si può calare dentro pensando di trovarci qualcosa di me, ma i romanzi inventano sempre, pur partendo dalla realtà…

E’ più difficile scrivere libri o canzoni?

Non è faticoso nulla, se ci credi. Sono sempre cose che mi nascono da dentro. Scrivo le canzoni che amo ed a un certo punto ho sentito l’esigenza di andare oltre, di raccontare storie. Scrivere mi viene facile, come cantare. Poi sono gli altri, quelli che ti stanno intorno e che ti aiutano, ti danno fiducia, a farti credere nelle tue capacità e in quello che stai facendo, che ti dicono che hai delle possibilità.

Già, perché – in fondo – scrivere o cantare è come fumare: devi piacere anche a chi ti sta intorno (et. co.).

 NB. Questo articolo è stato pubblicato sul numero 2/2012 della rivista ufficiale del sigaro toscano, ‘Il Toscano”.

il sito ufficiale della cantante Nada

Una indimenticabile canzone di Nada, ‘Ma che freddo fa’:

http://www.youtube.com/watch?v=T1jdyA8Cikw (“Ma che freddo fa“)

 

“Se la natura condanna a morte l’uomo, almeno l’uomo non lo faccia”. Sul presunto ‘omicidio’ di Albert Camus

ImmagineSe la natura condanna a morte l’uomo, almeno l’uomo non lo faccia”, diceva Albert Camus. A cent’anni dalla sua nascita (Algeria, 1913) si torna a parlare del grande scrittore francese, esistenzialista e ‘comunista’, sia pur a modo suo. Si torna a parlare, però, anche della sua morte a causa di un (banale?) incidente stradale in cui Camus perse la vita in Francia, nel 1960. Ed è qui che, tanto per cambiare, i conti non tornano. Il ‘guaio’, al solito, è tutto scritto, interpretato e gettato in pasta all’opinione pubblica dai ‘giallisti’ della domenica di casa nostra, più che da rigorosi storici francesi.

Come accettare, infatti, la triste e ordinaria idea che un premio Nobel della Letteratura, ma soprattutto l’indimenticabile autore di libri fondamentali come Lo straniero (1942) e La Peste (1947), ma anche di altrettanti piccoli capolavori come Caligola, L’uomo in rivolta, Questa lotta vi riguarda, etc, possa essere ‘davvero’ morto ‘per caso’, causa incidente stradale, in uno sperduto paesino francese, Villeneuve-la-Guyard, il 4 gennaio del 1960? Impossibile, appunto. ‘Gatta’ ci deve, per forza, ‘covare’. Ed ecco che, alla bisogna, risponde uno (sino ad oggi) semi-sconosciuto autore italienne, Giovanni Catelli, che ha pubblicato – giustamente in occasione della ricorrenza dei cent’anni dalla morte, ‘non sia mai’ che qualcuno ci caschi – un libricino che, già dal titolo, promette sfracelli. Camus deve morire (Nutrimenti, 192 pp, 15 euro) s’intitola la fatica dello ‘slavista’ Catelli.

Quale la tesi, a dir poco clamorosa e rivoluzionaria del libro in questione? Semplice. Ad ammazzare Camus è stato niente popo’ di meno che il Kgb. Insomma, la lunga mano di Stalin e Beria, il terrore dei controrivoluzionari e antisovietici russi come della Cia, dell’M-5, dell’Oass e di tutti i servizi segreti ‘atlantici’ e occidentali (il Kgb, appunto, erede di Ceka e Nkd) avrebbe avuto l’ordine (lo provano, è ovvio, “nuovi clamorosi documenti”) di sopprimere la vita al povero Camus. Disperato e triste di suo, ma più per i suoi diverbi con gli esistenzialisti (e comunisti…) ‘ortodossi’ alla Sartre che per le sorti ‘magnifiche e progressive’ del socialismo reale sovietico.

A voler essere onesti, la tesi del ‘gomblotto’ è adombrata anche nella monumentale – e a sua volta fresca di stampa – biografia (potremmo dire ‘definitiva’) di Camus. Parliamo di A. Camus. Una vita per la verità di Virgil Tanase (Castelvecchi, pp. 284, 22 euro), ma poco più di un accenno.

La ‘tesi’, da feuiletton fumettistico più che da ricostruzione storica e quasi del tutto priva di solidi argomenti, di Catelli è, invece, presto detta: il Kgb avrebbe ucciso Camus perché egli avrebbe ‘alzato la voce’ contro l’invasione dei carri armati russi in quel di Budapest (rivolta d’Ungheria). Ora, al di là del fatto che la soppressione della ‘controrivoluzione’ data 1956 e Camus è morto nel 1960 (vendetta a scoppio ritardato? Suvvia…), se il Kgb avesse dovuto ‘uccidere’ tutti gli intellettuali comunisti o ex tali che abiurarono, abbandonarono il movimento comunista internazionale e la fedeltà al Pcus negli anni’50-’60, avrebbe dovuto commettere, più che alcuni omicidi ‘politici’ mirati, una vera e propria ‘strage’ di massa…

Conviene, dunque, lasciare Camus alla sua storia, alla sua vita, ai suoi libri e rileggere, se proprio si vuole approfondire il Camus più ‘politico’ volumi poco (o meno) noti dei suoi romanzi-capolavoro ma altrettanto belli come, appunto, Questa lotta vi riguarda (Bompiani, semi-inedito che riporta le corrispondenze scritte da Camus per il quotidiano clandestino Le Combat nel 1944-’47, durante la lotta di resistenza francese al nazifascismo) o come L’uomo in rivolta (Bompiani 2002 o Einaudi 2011), libro decisivo.

NB: Questo articolo è stato pubblicato nelle pagine culturali del quotidiano Libero il 7 novembre 2013

la voce ‘Camus’ su Wikipedia (in mancanza di meglio, in italiano…)

L'homme qui pense

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