Pd, congresso tra gli iscritti: Renzi vola, Orlando resta basso, Emiliano fa flop.

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Se abbiamo riportato una vittoria? Veramente è un trionfo”. Al Nazareno si stropicciano gli occhi, quasi non ci credono. Nei congressi di circolo – 6324, per la precisione, le convenzioni locali, dal 20 marzo a ieri, sono state 5 mila, l’affluenza è intorno al 58,1%, i votanti sono 235/255 mila su un totale di iscritti che, alla fine, supererà quota 430 mila – la mozione di Matteo Renzi ha fatto il botto. E, certo, è solo il primo round, saranno solo i gazebo – primarie aperte anche ai non iscritti – del 30 aprile a decretare chi sarà il futuro segretario del Pd, ma i numeri sono impressionanti: il Pd è diventato un lago renziano.

I dati del Nazareno parlano chiaro: “Renzi è al 68,22% (141.245 voti assoluti), Orlando al 25,42% (52.630 voti), Emiliano al 6,36% (13.168 voti)” e l’affluenza è stimata al 58% (235-250 votanti, appunto). Vittoria schiacciante. Eppure, i comitati dei due avversari danno numeri diversi: “Orlando è quasi al 30%, al 29,6%, Renzi al 62,4%, Emiliano all’8%”, per gli orlandiani, con un affluenza assai più bassa (200 mila votanti) stimata al 46%; mentre gli emiliani danno il loro candidato “oltre l’8%, Orlando al 30% e Renzi al 62%”, su una affluenza che è molto più bassa (41% al massimo, vuol dire circa 180 mila votanti). Discrepanze che daranno di certo adito a roventi polemiche, che sono già scoppiate, in vista della proclamazione ufficiale dei risultati da parte della commissione congressuale – dato che arriverà solo oggi, però, al massimo entro domani – ma il succo politico resta: il ministro va assai meno bene del previsto, anche nelle zone dove pensava di sfondare o quantomeno di vincere (Bologna ed Emilia rossa, Roma e Lazio, Liguria) e ben peggio di Cuperlo (che nel 2013 sfiorò il 50%), il governatore pugliese fa un mega flop dappertutto (era a rischio persino la possibilità di superare il 5% nazionale o il 15% in 5 regioni necessari per accedere alla seconda fase, quella delle primarie aperte: Emiliano ce la fa per un pelo e le malelingue dicono che i renziani lo hanno aiutato per non togliere appeal e mordente a una gara sonnacchiosa) mentre Renzi stravince e dappertutto.

Infatti, l’ex premier conquista, nel Pd, 20 regioni italiane  su 20 (Liguria di Orlando e Puglia di Emiliano, dato ancora più clamoroso, comprese), le grandi città (a Roma, dove comandano Zingaretti e Bettini, schieratissimi con Orlando, Renzi ha il 62,3%, a Milano il 68,2%, a Bologna il 49,9%, a Genova il 57,7% , a Firenze ‘la bulgara’ l’82,4%, a Napoli il 78%, a Cosenza il 48% ed è una delle poche città dove Orlando lo sovravanza, di poco) e i piccoli centri, zone ‘rosse’ e ‘bianche’, Nord e Sud. Per dare una dimensione dei numeri, Renzi sfiora il 70% non solo dove i renziani e gli uomini di Martina controllano il partito (Lombardia, Toscana, Veneto, Marche), ma anche nelle regioni rosse (63% in Emilia fino al 76% in Umbria), si attesta attorno al 65% in regioni non ‘sue’ come Piemonte, Lazio e Liguria (terra natale del ministro), è saldamente sopra il 60% in tutto il Sud, con punte del 78%, ed è in testa persino in Puglia, la regione di Emiliano, pur non superando il 50%.

“Sono risultati incredibili, vanno oltre le nostre previsioni”, fa filtrare l’ex premier che si gode il successo a Pontassieve mentre è impegnato a finire il libro di memorie scritto per Feltrinelli (il titolo è ancora top secret,  il libro uscirà dopo le primarie). Renzi non vuole farsi trascinare in polemiche e così evita di rispondere ai suoi avversari. Emiliano e Orlando attaccano duro: ora il tentativo è alzare l’asticella in vista del 30 aprile, quando, anche a causa di una data scelta in modo dissennato in quanto è in mezzo a due ‘ponti’ festivi (25 aprile e Primo Maggio), il rischio di una partecipazione bassa è alto. “Se ai gazebo vanno meno di 2 milioni di persone – dice Orlando – è una sconfitta, colpa di chi finora ha guidato il partito”.  Lorenzo Guerini – il vero artefice del successo che in una nota scandisce la “soddisfazione per un risultato che vede in Renzi il segretario in cui i nostri iscritti ripongono fiducia e speranze” – gli legge i dati e a Matteo torna il sorriso.

“Calma, ragazzi, il partito deve restare unito – ribadisce Renzi ai suoi – io voglio dimostrare che non sono divisivo”. Poi, però, una battuta su Orlando gli scappa: “Era convinto di andare molto meglio, ha preso una bottarella, lo ha capito e ha dato segnali di nervosismo, protestando per il voto, ma io sono convinto che io e lui possiamo lavorare insieme”. Su Emiliano non dice nulla, anche se c’è chi giura di averlo visto ‘gongolare’ per un dato che i pasdaran bollano come “il peggior risultato di un ex giudice in politica dai tempi di… Ingroia” (il quale, con la sua Rivoluzione civile, prese il 3%…).

I renziani sono in brodo di giuggiole. Il senatore Marcucci traccia il solco: “Il consenso di Renzi dentro il partito è passato dal 45% del 2013 al 68% di oggi, oltre 20% in più” (ma, dal 2013 ad oggi, il Pd ha perso ben 135 mila iscritti, specie nelle regioni rosse, non pochi). Dal 2014 in poi, però, il numero degli iscritti è sempre aumentato (+30 mila sul 2015, +50 mila sul 2014) fino ad arrivare ai 430 mila – 30 in più dei previsti 405 mila – del 2016. Un numero di 30 mila unità in più rispetto a quello noto finora che il vicesegretario Guerini si era tenuto in serbo per festeggiare, insieme a Renzi, la vittoria schiacciante.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 3 aprile 2017 a pag 10 del Quotidiano Nazionale. 

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E’ tornato il #Pd “quando era bambino”, quello che si mangia i leader. Partito il lungo assedio dei vecchi big e delle mille correnti al Rottamatore

Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd.

Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd.

BOLOGNA –  «QUANDO il Pd era bambino», i segretari venivano cotti a fuoco lento e poi costretti alle dimissioni (vedi alla voce: Veltroni). «Quando il Pd era bambino», le correnti impazzavano, i «caminetti» di big e le «notti dei lunghi coltelli» pure (vedi voce: Franceschini). «Quando il Pd era bambino», nei territori comandavano «cacicchi» e ras locali, le primarie erano blindate (vedi prima vittoria di Bersani su Renzi) o finivano a schifìo come a Napoli, Palermo e altri posti. Poi, come d’incanto, tutto finì. Il Pd era diventato «adulto»: infatti, era arrivato Renzi il «Rottamatore», con tutto il portato della sua «narrazione». Tre le tesi del renzismo dominante e imperante almeno fino a ier l’altro: 1) Le correnti sono il retaggio di un passato lontano, della fusione «fredda» tra il Pci-Pds-Ds di D’Alema-Veltroni-Fassino e la Margherita di Rutelli&co. che Renzi ha sconfitto per sempre. 2) Le primarie sono la fede laica di ogni democratico provetto: si fanno sempre e a ogni livello. In più, i ras «locali» sono banditi: il centro irradia la sua luce, la periferia, silente, ne gode. 3) C’è ora, finalmente, «un uomo solo al comando», il segretario-premier, cui si deve fedeltà, lealtà, rispetto, fiducia, amore. Il Pd è un «partito nuovo» o, appunto, «della Nazione». Quello del 40% (già sceso intorno al 32-33%, e potrebbe scendere ancora, si vedrà), che vince ‘tutte’ le elezioni (Europee: vinte; amministrative: vinte; Regionali: non vinte), che si impone come guida del Paese, faro delle riforme, cuore del cambiamento, etc. etc. etc.
Tempo un anno (Renzi è segretario del Pd dal dicembre 2013, premier dal febbraio 2014) e tutto pare tornato esattamente come era prima. Dall’Alpe alla Sicilia, da Torino a Roma.

SULL’ALPE vedi caso Milano: al post-Pisapia si sono già candidati in cinque, forse presto diventan dieci, proprio come i piccoli indiani. Alla Sicilia: il governatore Crocetta resiste, a dispetto di pupi, pupari e renziani siculi (Faraone). E a Roma, dove pure i sampietrini e i gatti sanno che Renzi avrebbe voluto cacciare Marino per andare al voto e dove, invece, Marino ha fatto pure il rimpasto (l’ennesimo) ed è li che governa, a dispetto dei santi. Così, quasi non c’è più città o regione dove Renzi riesca a imporsi. Fino a veri e propri «schiaffi» non di Anagni ma di Sesto Fiorentino (la sindaca, sua pupilla, è stata sfiduciata) o pugnalate alle spalle. Tipo quelle di Ladylike Alessandra Moretti, una che sa fiutare il vento: bersianana di ferro, poi renziana al cubo, ora è già pronta a nuove avventure.
E ahivoglia il povero vicesegretario Guerini (la Serracchiani non parla: se parla, fa danno) a correre, mediare, limare, cercar la quadra. I governatori del Sud remano naturaliter contro il governo (Emiliano ha iniziato, De Luca arriverà), quelli del Centro-Nord sono freddi, distanti (Chiamparino, Rossi), nella «rossa» Bologna la sinistra dem s’è ripresa il partito, in altre città e federazioni «lo faremo presto», garriscono i suoi colonnelli.

E LE PRIMARIE? Le primarie meglio farne poche o farle solo per il segretario-leader, certo non per i segretari locali. E anche per sindaci e governatori meglio sceglieri “dall’alto”. E il partito? Ecco, quello meglio rifarlo un po’ più pesante, rispetto al tanto evocato partito “leggero” veltronian-renziano, dare un’aggiustina allo Statuto, metter giù regole nuove dure, un po’ sovietiche, contro i dissidenti (succederà anche ai gruppi parlamentari), riaprire l’Unità (grafica nuova, contenuti light), riprovarci col finanziamento pubblico, dopo il flop di quello privato, provare a riaprire sedi e luoghi (mica tanto “ideali”, ormai, ahiloro, come invocava e predicava il povero Luciano Barca). Solo che, «nel» partito, è ripartita la sarabanda delle correnti. Come prima, più di prima. Vecchie e nuove. I Giovani Turchi, «leali» a Bersani (e a Letta) quasi quanto a Renzi poi (sic) si son messi in proprio: Orfini puntella Marino, lo incita, ne sceglie lui gli assessori, Raciti fa lo stesso con Crocetta.

CENTO fiori nascono: «Progetto democratico» (ex-lettiani, ex-Ppi, ex-prodiani, direttrice tosco-emiliana), «Campo democratico» (Bettini, Gozi, Zampa), «l’area 29 giugno» (Simoni, Garofani, etc.: la data è quella della rielezione di Napolitano, mah), «Sinistra E’ Cambiamento» (Martina, Mauri, Ginefra, Amendola: la sigla è SEC: ri-mah). Vecchie cordate riemergono dopo lungo sonno (fioroniani, veltroniani, franceschiniani) o si confondono, confondono le acque, si uniscono e s’ingrossano come fiumi in piena: i «cattorenziani» (Delrio, Richetti), i renziani «2.0» (ex lettiani, ex-Ppi) e quelli «3.0»: in arrivo, dopo gli ex-Sel di Migliore, gli ex-Sc di Romano, gli ex-Psi di Di Lello e Di Gioia.
E la tanto temuta «sinistra», quella che tutti i giorni regala il titolo «il Pd si divide» provocando travasi di bile a Renzi e al «giglio magico» (Lotti, Boschi: fine) più ristretto?

La sinistra, per i renziani, «trama» nell’ombra: obiettivo, riprendersi la cara vecchia «Ditta». Ma ormai – come diceva la canzone – <la paura dà il coraggio di arrivare fino al bosco>, ergo tutto o quasi avviene alla luce del sole. Sinistra dem di Gianni Cuperlo (25 parlamentari) e Area Riformista di Roberto Speranza (45 parlamentari, di cui 25 senatori: i «vietcong» che hanno fatto, fanno, o presto faranno, il «Vietnam» su ogni legge) a ottobre si fondono. Bersani, tornato tonico, gira le Feste dell’Unità e attacca Renzi (giù applausi).
Enrico Letta non manca un’intervista, un tweet («chi di spada ferisce», etc.) per attaccare il premier a testa bassa. L’ex rottamata Rosy Bindi sfida il premier, lo sfotte e se la ride: «voi dal Pd non mi caccerete mai!». E D’Alema? Ah, beh, D’Alema è il «solito» D’Alema: «io mi occupo di Europa», dice, «di Medio Oriente», di “Fondazioni” (la mitica Feeps…) e, intanto, cena con la leader della Cgil, Susanna Camusso a Ponza, tesse trame, strategie, sottili come i tanto amati origami. Tanto l’obiettivo è sempre quello: riprendersi il partito.
Riprendersi «la Ditta», appunto, come se ancora fosse quella dei tempi del Pci-Pds-Ds. «Lo spezzo in due, il ragazzino», dice «Baffino». Come reagirà Renzi? Non si sa, forse ricorrendo alle elezioni. Ma quali? Politiche? Arduo, almeno fino al 2016, anche 2017. Certo è che, nel Pd, chi perde troppe elezioni locali, tipo le amministrative di giugno 2015, poi perde pure la poltrona da segretario. E’ un must. Di «quando il Pd era bambino».

NB. Questo articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il I agosto 2015 a pagina 4. 

#DopoleRegionali/1. Renzi: nessuna mediazione con i ribelli. L’obiettivo del premier: fuori dal Pd chi non rispetta le regole

Il 'tetto' del Quirinale, detto 'Torrino', dove riceve i suoi ospiti il Capo dello Stato, oggi Mattarella

Il ‘tetto’ del Quirinale, detto ‘Torrino’, dove riceve i suoi ospiti il Capo dello Stato, oggi Mattarellad

“Avete visto? Matteo s’è messo la mimetica. Gli mancava solo l’elmetto. Se veniva qui e vedeva la Bindi come minimo sparava”. I fedelissimi del premier provano l’arma del sarcasmo per cercare di stemperare il clima mesto e cupo che regna dalla notte del voto. Moltissimi renziani ieri erano al ricevimento per il 2 giugno che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha organizzato ai giardini del Quirinale. Renzi, invece, non c’era. Tocca a loro, dunque, il ruolo del ‘genitore o di chi le fa le veci’.

Le ‘veci’ in questo caso, del premier. Infatti, Matteo Renzi, come si è appreso all’improvviso solo ieri mattina – fatto che ha scatenato nugoli di polemiche e di ’si dice’ (il premier fugge dal voto, è nero, ha fatto uno sgarbo pure a Mattarella, etc.) – era volato ad Herat per salutare il contingente militare italiano. E, da Herat, Renzi, sulle Regionali, dice giusto due parole (“siamo passati dal 6 a 6 del 2010 al 10 a 2 di oggi”), senza discostarsi di una virgola dalla conferenza stampa mattutina tenuta al Nazareno dal presidente del partito, Matteo Orfini, e dai due vicesegretari del Pd, Lorenzo Guerini e Deborah Serracchiani (vicesegretari ancora per poco, pare…). Quella conferenza stampa, cioè, dove musi lunghi e visi tirati indicano che il Pd ribolle a tal punto che è sul punto di esplodere.

Nella fattispecie del ricevimento al Colle, a far le veci del premier s’incontrano un po’ tutti i renziani doc: il vicepresidente della Camera” Roberto Giachetti, il presidente del Pd, Orfini, i sottosegretari Gozi, Scalfarotto, Rughetti e molti ministri renzianissimi: Boschi, Madia, Pinotti (elegantissime), etc. I volti sono distesi, gli abiti eleganti, l’eloquio è cortese, ma la sostanza rimane la stessa: i renziani più vicini e fedeli al premier chiedono, come chiede Renzi, la ‘resa dei conti’ con la minoranza. Rapida, sterminatrice, affatto indolore. Lunedì 10 c’è la Direzione e Giachetti già sta preparando le sue cartuscelle anti-Bersani&co. Gennaro Migliore, altro neo-renziano, chiede “ordine e disclipina” e solo Rughetti si limita a un serafico “analizzeremo bene il voto”.

La verità è che Renzi e i renziani sono davvero furibondi e ‘neri’. Ce l’hanno con la minoranza, che accusano di ogni male e di ogni sconfitta’, dalla Liguria (sconfitta dovuta, per Renzi e i suoi, “al tafazzismo della sinistra”) alle vittorie di Pirro di Campania e Puglia, dai possibili nuovi tradimenti (tipo quello della Bindi) e/o ad altre imboscate (al Senato). E se è pur vero che Renzi, ieri, era assai meno abbattuto dei suoi, il mantra “andremo avanti con le riforme” del premier, oggi, non basta più. Infatti l’aggiunta-spia è “… e a rinnovare il Pd”.

Renzi vuole riprendere, e presto, la strada della rottamazione/rivoluzione interna. Su tre direttrici. Uno. Nessuna mediazione con la sinistra interna, neppure con i ‘lealisti’ (Cuperlo): con loro sarà guerra termonucleare globale. Traduzione: “si sta nel Pd se se ne accettano le regole”, dirà Renzi in Direzione, “altrimenti la porta è quella”. Fine di casi alla Civati: se non voti un provvedimento importante o una fiducia, ‘sei fuori’. Due. Ricambio totale, una vera rivoluzione, tra gruppi e partito. L’attuale vicesegretario, Lorenzo Guerini, diventerà il nuovo capogruppo alla Camera, mentre Ettore Rosato, oggi capogruppo vicario, andrà al partito (Organizzazione), azzerando le figure dei due attuali vicesegretari per una sola e assommando nell’Organizzazione anche l’incarico degli Enti locali, a oggi nelle mani di Valentina Paris. Tre. Nessun spostamento al partito di pedine importanti che devono continuare a far ‘bene’ ciò che fanno (Boschi il ministro, e Lotti il sottosegretario) al governo, ma rimpasto e rilancio del governo sì.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 2 giugno 2015 a pagina 3 del Quotidiano Nazionale

#VersoleRegionali/10 (fine). Astensione record, incubo di palazzo Chigi (e ben prima dell’effetto Bindi..). Il Pd teme una vittoria dimezzata, ma con la minoranza dem i renziani preparano la resa dei conti

NB. articolo scritto una settimana fa, ben prima che esplodesse il caso Bindi con le sue liste dei cd. ‘impresentabili’, Lista dove figura De Luca, candidato governatore del Pd in Campania. 

Lo sanno, e lo dicono – come Alessandro Campi, all’Adnkronos – i politologi. Lo sanno, ma non possono dirlo, perché è in vigore la par condicio, i sondaggisti, e di ogni colore. Pare che una di loro – che poi è quella che ‘ci piglia’ sempre, Alessandra Ghisleri, ieri sondaggista di fiducia del Cav e oggi tutti i martedì di Ballarò, avrebbe in mano numeri bomba: percentuali da brivido o da paura. Il rischio, o la paura, è quello di un astensionismo a livelli record. E il rischio, o la paura, corre sul filo, specie sulla ‘linea rossa’ che collega palazzo Chigi, sede del governo e del suo premier, Renzi, e il Nazareno, quartier generale del Pd, dove ormai la guardia al ‘bidone’ la fa solo il vicesegretario factotum, Lorenzo Guerini.

Perché – per nemesi della storia politica del nostro Paese, dove l’astensionismo colpiva, di solito, sempre il centrodestra (la Dc e i partiti liberali prima, il Pdl e FI poi, nella Seconda Repubblica) – è ormai da un po’ di tempo che il fenomeno dell’astensione ‘dal voto’ (diverso dall’astensione ‘nel voto’ che riguarda le schede bianche e/o nulle) colpisce ‘anche’ a sinistra, non solo a destra. E colpisce, ormai, anche l’M5S: infatti, come nei sondaggi – quelli che non si possono citare, ma che ‘girano’ in tutte le sedi di partito e nei Palazzi – i partiiti del centrodestra vivo no nell’angoscia di uno ‘sprofondo rosso’ (il loro) da fare paura, persino Grillo in varie regioni arranca, lontano dalle percentuali del 2013.

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l'Assemblea del Pd

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti 3.

Il problema, però, a volerlo guardare dal lato del Pd, ‘è’ del Pd. Renzi ha già rinculato, passando dal “vinciamo 6 a 1!” (Veneto escluso, cioè’) fino al “mi andrebbe benissimo vincere 4 a 3, come a calcio”, rievocando la famosa semifinale Italia-Germania 4 a 3 dei Mondiali del 1970 e, soprattutto, mettendo le mani avanti. Senza dire che più’ passano i giorni, più si avvicina il giorno del voto (ormai manca solo una settimana), più i guai aumentano, in casa del Pd.

La minoranza è sul piede di guerra, come dimostra l’intervista di ieri di Alfredo D’Attore a QN, e gia’ si dice pronta a ‘far pagare’ a Renzi di tutto: astensionismo, mancato ‘6 a 1’ e, soprattutto, percentuali del Pd ‘inferiori’ a quelle del tanto vituperato Bersani (25,4% nel 2013).

Ma il vero spettro, o incubo, per il Nazareno, è il cd. “effetto Emilia-Romagna”. In Emilia, infatti, vinse il candidato renziano (ed ex bersaniano di ferro) Bonaccini, ma con numeri che dire striminziti è dir poco. Bonaccini, infatti, governa, dal novembre del 2014, quando vinse le elezioni, a Regione avendo preso il 49,05% dei voti e strapazzato il centrodestra, inchiodato al 39,8%, ma anche registrando una percentuale di votanti bassissima: il 37,7% contro il 68,1% delle Regionali 2010 e il 70% Europee 2014.

Certo, “le Regionali non sono le Comunali, dove si vota di più, da sempre”, mettono le mani avanti i pochi renziani dem avvistati ieri a Montecitorio, ma il rischio che il combinato disposto di poche o non esaltanti vittorie, inaspettate sconfitte, performance assai debole della lista Pd (ben lontana, cioè, dal famoso 41% delle Europee 2014) e vittorie dimezzate causa astensionismo si faccia sentire e deflagri, dentro il partito, è molto alto. Quasi da anticipo di resa dei conti.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il  26 maggio 2015 a pagina 9 del Quotidiano Nazionale

#VersoleRegionali/8. Bindi contro Resto del Mondo. Renzi e il Pd furibondi. Il caso degli impresentabili e le liste De Luca in Campania. Quattro articoli scritti negli ultimi quattro giorni al prezzo’ di uno…

Il portone d'ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

1) Bindi spacca pure la sinistra Pd: Speranza per De Luca. Renziano furiosi: tolga il disturbo. 

“La str. (irriferibile, ndr.) ha orchestrato un agguato scientifico per farci perdere, ma non in Campania, dove vinceremo, ma in Liguria, dove grazie a lei e Pastorino possiamo perdere”. Ormai i renziani parlano della Bindi non come ne parlerebbe Silvio Berlusconi, ma molto peggio, tra parolacce e rabbia. “Quand’è che toglie l’incomodo e se ne va con Civati e con i suoi amichetti, quei ‘minorati’ (sic) di Fassina e D’Attorre?!” è l’unica domanda che – in prospettiva del post-voto, quando se andasse male, si potrebbe un redde rationem, nel Pd – i renziani di prima, seconda e pure di terza fascia si fanno. Il day after la bufera degli ‘impresentabili’, compreso De Luca, nella black list della commissione bicamerale Antimafia, tra i renziani la rabbia contro Rosy la pasionaria non solo non è sbollita, ma (se possibile) è aumentata.

Peraltro, la Bindi non può essere sostituita neppure volendolo fare: per i presidenti di Bicamerali non c’è fturn over di metà legislatura come per gli altri, sono inamovibili, a meno di sue dimissioni. Il sentiment anti-Rosy accomuna tutte le correnti del partito: dai franceschiniani, i più severi censori e avversari dai tempi del Ppi, ai Pop-dem e ai Giovani Turchi. Ieri sono scesi in campo pro-Rosy solo due tra gli ultimi ulivisti prodiani ancora attivi: gli onorevoli Corsini e Monaco. I due attaccano De Luca (“il Pd non doveva candidarlo”) e anche i membri dem dell’Antimafia (“fino a 24 ore prima dalla pubblicazione sono rimasti zitti, ora si stracciano le vesti, come mai?”), il cui capogruppo è, peraltro, il lombardo (e, peraltro, renzianissimo) Franco Mirabelli (e non Beppe Lumia, come scritto ieri: lo e’ stato nella scorsa llegislatura).

E pure nella minoranza si registrare crepe e distinguo. Dopo la difesa a testuggine della Bindi di Cuperlo e Bersani, oltre che dei ‘soliti’ Fassina, D’Attorre e del già fuoriuscito Civati, l’ex capogruppo Pd alla Camera e leader di Area Rifomista Roberto Speranza ha parlato non pro-Bindi ma pro-De Luca, il che ha suscitato l’immediato plauso e sollievo dei renziani che giudicano il solo Speranza un concorrente ‘leale’. “lo conosco bene De Luca – ha detto Speranza in una nota – e vedere il suo nome accostato all’Antimafia è in totale contraddizione con il suo impegno e la sua storia”.

Eppure mentre De Luca chiede la “mobilitazione straordinaria” dei campani per andare a votare, temendone l’astensionismo, la convinzione che, dal Nazareno, si cerca di trasmettere ai media è che il voto di oggi nelle sette regioni andrà bene e che “la vendetta contro Rosy ce la prenderemo nelle urne”. Renzi stesso ha invitato tutti i suoi a tenere i nervi saldi e a lavorare pancia a terra anche oggi per far votare per il Pd. Specie in Liguria e nel centro-nord, dove gli impresentabili rischiano di influenzare le scelte degli elettori molto più che in Campania e indebolire il Pd a vantaggio dell’astensione. Eventuali rese dei conti si faranno solo dopo le elezioni, soprattutto se non andranno come previsto (6 a 1 o 5 a 2). Ritorna la voce di una Boschi catapultata al partito nel ruolo di vicesegretario e di un Guerini che andrebbe a fare il capogruppo alla Camera. Soluzioni che saprebbero di estremi rimedi a mali estremi.

2) Rosy contro tutti, la Pasionaria in trincea. Il socialista Buemi denuncia: “ha consultato solo i grillini”. Socialisti polemici: “la Commissione Antimafia ha esorbitato dalle sue competenze”. 

Il senatore socialista Enrico Buemi

Il senatore socialista Enrico Buemie

“Le liste dei 4 mila comuni al voto non sono mai state vagliate. Reati gravi come l’omicidio sono stati esclusi come se non lo fossero, gravi, perché sono stati inclusi solo i cosiddetti ‘reati spia’, ma in
questi non sono stati inseriti l’abuso d’ufficio né il peculato. Le competenze della commissione sono state almeno esorbitate. Ritardi di Prefetti e Corti d’appello hanno fatto il resto”. La denuncia, fredda
e circostanziata, dei metodi (sbagliati) seguiti dalla commissione bicamerale Antimafia, la consegna, a QN; un suo membro, il senatore Enrico Buemi, socialista e garantista doc.

Cosi sono state composte, secondo Buemi e altri commissari, le“liste di proscrizione” del “novello Silla” (duce e ‘Cesare’ della Roma repubblicana che mandava in esilio i suoi oppositori), come il segretario di Buemi e leader del Psi, Riccardo Nencini, definisce il lavoro di Rosy Bindi, presidente dell’Antimafia che ha stilato la black list dei cd. 16 ‘impresentabili’ e, da ieri, novelli ‘proscritti’. Eppure, la Bindi sostiene che “nessuna iniziativa è stata presa in modo autonomo” (cioè solo da lei) e che “l’Ufficio di Presidenza, allargato ai capigruppo di tutti i partiti, ha condiviso tutte le procedure nelle diverse fasi del percorso di verifica, dando pieno mandato alla presidente (sempre lei, la Bindi, ndr.) di concludere il lavoro”.

Marco Di Lello (Psi), che dell’Antimafia è segretario, ribatte duro: “Dire le bugie è peccato, ricordo alla cattolica fervente Bindi”. Chi ha ragione? Silla-Bindi o Di Lello-Mario, che proprio Silla proscrisse? La domanda non è peregrina perché, nel Pd, da ieri, è scoppiato un’iradiddio dal titolo ‘Bindi contro Resto del Mondo’. Attaccano a testa bassa la Bindi Renziani di prima fascia come Carbone e renziani di complemento. Si va dal presidente del partito, Matteo Orfini al capogruppo dem al Senato, Luigi Zanda fino, in serata, alla nota congiunta dei massimi vertici del partito. Nota che, non potendo esprimere disgusto, mette agli atti la totale disapprovazione dei due vicesegretari nazionali Pd, Guerini e Serracchiani.

Del resto, Renzi è davvero furibondo. Tanto vale sintonizzarsi sulla sua lunghezza d’onda. Tra i pochi renziani che, pero’, avevano parlato prima che i buoi fossero scappati e la Bindi chiudesse le stalle, solo due: il vicepresidente della Camera, Roberto Giachetti, renziano di prima fascia, e Stefano Esposito, senatore e membro proprio dell’Antimafia (Giovani Turchi): parlano di “progetto politico dell’Antimafia” e di “infiltrati che lavorano contro il Pd”. Concludendo, di fatto, entrambi col laconico “è tempo di divorzio”.

A proposito di ‘infiltrati’ e ‘divorzi’ la Bindi viene difesa solo dalla minoranza. E, cioè, da Bersani come pure da Fassina e D’Attorre, i quali due, però, hanno già il piede fuori dal Pd e presto andranno con Civati. Pure la Bindi stessa,del resto, presto se andrà, si dice, dal Pd, ma resta il mistero sul suo lavoro.

La Bindi ha stilato la black list da sola o l’ha condivise con altri? ha condiviso o meno le sue decisioni?  Vediamo. L’Antimafia è composta da 49 membri (24 deputati e 25 senatori), ha due vicepresidenti – Claudio Fava (ex SeL, ora nel Misto) e Luigi  Gaetti (M5S) – e due segretari: Attaguile (Lega) e Di Lello. Il quale ha denunciato: “il lavoro della commissione è sfociato nell’arbitrio”. Si dice che la Bindi abbia operato di concerto ‘solo’ con Fava e i pentastellati, bypassando il resto dei commissari, dagli azzurri (il
capogruppo Ciro Falanga) all’Ncd, con il solo plauso dei Popolari e, ovviamente, di SeL (Peppe De Cristofaro), unico partito che, insieme ai Popolari per l’Italia (Tito Maggio) la difende a spada tratta. Presto, però, nel Pd, sul banco degli imputati potrebbe finire pure il capogruppo in Antimafia, Peppe Lumia: è accusato, dai renziani, di ‘omissione di soccorso’. A Renzi e a De Luca, naturalmente.

3) Boschi blinda De Luca: è eleggibile. Oggi i nomi degli ‘impresentabili’ bollinati dalla Bindi. 

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

Uno, il ‘caso’ De Luca. Che è “candidabile ed eleggibile” secondo quanto dice il ministro alle Riforme, Maria Elena Boschi, ieri volata a Napoli a fare le veci del premier Renzi, che sotto il Vesuvio non è più tornato, e per partecipare a un’iniziativa elettorale a sostegno del ‘suo’ candidato governatore. De Luca, appunto, che è, invece, “ineleggibile e invotabile” per lo sfidante, il governatore uscente Stefano Caldoro e tutte le altre opposizioni, causa spada di Damocle della legge Severino pendente sul capo. “Legge che” – assicura la Boschi, dopo le indiscrezioni uscite da palazzo Chigi (“Non cambio la Severino”, assicura Renzi) – “noi rispetteremo, come facciamo sempre”, anche se – specifica poi – “la sentenza della Cassazione (che ha rimesso la decisione al giudice ordinario e non più al Tar, ndr.) non cambia nulla” (sic).
Due, il ‘caso’ Bindi o, in teoria, il caso ‘impresentabili’, ma che, appunto, è già diventato il caso “Bindi contro Resto del Mondo”. Infatti, se l’ormai famosa black list di cui non si conoscono ancora i nomi (10? 12? 15?!), ma che sarebbero tutti concentrati nella sola Campania e nelle liste provinciali di Caserta, Napoli e Salerno, verrà resa nota oggi, dopo la riunione dell’ufficio di presidenza della commissione bicamerale Antimafia (presidente lei, la Bindi), le polemiche, dentro e fuori il Pd, infuriano contro lei, ‘la Rosy’.
Lo gnommero, come lo avrebbe definito Carlo Emilio Gadda, che attorciglia le budella del Nazareno, di palazzo Chigi e di un’intera classe politica (quella campana, soprattutto, ma anche nazionale), ha ben due facce: il caso De Luca e il caso Bindi-impresentabili. Per quanto riguarda De Luca, la questione è un vero ginepraio. Sintesi: se De Luca vince, il tribunale di Salerno che lo ha condannato in primo grado (abuso d’ufficio) fa partire la richiesta di sospensione (anche da semplice consigliere regionale!) in base all’art. 8 della legge Severino, poi la pratica passa a palazzo Chigi.

Nel frattempo, De Luca, che però non potrà più ricorrere al Tar, prende tempo per insediare la Giunta e nominare un suo vice (“Chi? Vogliamo il nome prima!” dicono Scotto di SeL e Civati), il governo prende tempo per decidere e i salmi finiscono in gloria. In attesa che la Consulta, non prima di ottobre 2015, si pronunzii.

Il caso Bindi, invece, in attesa della lista che verrà resa nota oggi, sta scatenando un iradiddio. Per Giarrusso (M5S) la lista “è una boiata pazzesca”, stile corazzata Potemkin, per Lupi “vergonosa”, per Gasparri (FI) “è una pagliacciata”. Nel Pd non parlano, ma sono egualmente furibondi, solo che ora iniziano a leccarsi i baffi: “La Bindi pensava di farci male, ma la brutta figura ora è solo la sua”. Solo il senatore Enrico Buemi (Psi) ha il coraggio di denunciare gli errori dell’Antimafia di cui fa parte (è vicepresidente), ma cui oggi non parteciperà ai lavori proprio per protestare con i metodi seguiti: reati gravi come l’omicidio esclusi, per non dire di abuso d’ufficio e peculato, i comuni non censiti, competenze esorbitate e dubbie, ritardi, omissioni, garantismo violato. Morale: un disastro.

4) Campania, sono almeno 12 gli impresentabili. Renzi: “siamo noi il partito della legalità'”. Domani la lista dell’Antimafia. Palazzo Chigi infuriato con la Bindi. 

L'ex capogruppo alla Camera di Sel, Gennaro Migliore (Pd) parla in aula.

L’ex capogruppo alla Camera di Sel, Gennaro Migliore (Pd) parla in aula.

Quanti sono gli ‘impresentabili’, in quali liste sono concentrati e in quante Regioni? A ieri, si sa solo che sono tutti in Campania. Vuol dire che i candidati delle altre 5 regioni al voto sono ‘impresantabil-esenti’. Insomma, oltre ai ‘Fantastici Quattro’ della Puglia, peraltro equamente ripartiti tra tutti gli schieramenti (uno di FI; due nella lista Schittulli-Fitto; uno nei Popolari per Emiliano, ma in quota Ncd-Ap, con Emiliano che già ha chiesto che si ritiri dalla gara), gli ‘impresentabili’, secondo i boatos raccolti in quell’Antimafia che ha operato lo screeming di concerto con Dda, prefetti e corti d’Appello (che hanno mandato dati in ritardo, specie in Campania) sono tutti concentrati solo lì, sotto il Vesuvio.

In quella terra di Campania, del resto, che, del tormentone ‘impresentabili’ (tra candidati e liste zeppe di suddetti), ha quasi fatto un punto d’onore, ma  al rovescio. Tanto che lo scrittore Roberto Saviano denuncia, inascoltato,vda settimane, che “nelle liste campane c’è Gomorra!”. In particolare, sarebbero concentrati in provincia di Caserta, gli impresentabili della segretissima black lista dell’Antimafia.

Si fanno i nomi di Tommaso Barbato, ex Udeur, ora con De Luca, che sarebbe indagato per voto di scambio; di Antonio Amente, ex sindaco di FI, ora nella lista “Campania in rete”, per De Luca; e di Enrico Maria Natale (“Campania in Rete”, sempre per De Luca). Di Natale, sempre Saviano ne citò e denuncio’ le vicende giudiziarie del padre, presunto prestanome del clan Schiavone, ma non risulta indagato. Rimane il mistero: quanti sono? Il numero varia a seconda di chi sa: “Di sicuro dodici, forse quindici, forse sedici…”, è la sconfortante risposta. Numeri e nomi ‘veri’ li custodisce, come in forziere svizzero (si fa per dire: la fuga di notizie sulla Puglia proprio da lì è uscita, grazie al grillino Francesco D’Uva, capogruppo dell’M5S in Antimafia) solo lei, Rosy Bindi.

E, nel Pd, sono assai furibondi proprio è solo con lei, la Bindi. “Il suo è un colpo basso, dato sotto la cintura e a gong scaduto dell’ultima ripresa …” sbotta un renziano doc e che ama la boxe. Del resto, pure la Bindi è furibonda. Ce l’ha con tutti: Pd, giornali, membri della sua commissione. Rimane che la black list degli ‘impresentabili’ l’Antimafia la pubblicherà solo venerdì mattina. E cioè l’ultimo giorno, quello di chiusura, della campagna elettorale.

Nell’attesa, non resta che registrare le polemiche di giornata. Il Pd, pubblicamente, si limita a dire “rispettiamo il lavoro della Bindi”, ma Renzi quasi si sgola nel dire “Il Pd è il partito della legalità!” e si capisce che, a palazzo Chigi, la mossa della Bindi l’hanno presa malissimo. Grillo urla dal suo blog l’hastag “#Bindi, fuori i nomi e subito!”. E SeL, con Arturo Scotto, dice che in Campania gli impresentabili potrebbero fare “la differenza tra vittoria e sconfitta”. Appunto.

NB. Questi quattro articoli sono stati pubblicati su Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net) nei giorni 28, 29, 30 e 31 maggio 2015, nelle pagine di Politica.

#VersoleRegionali/7 NEW! Un pezzo difficile e una follia elettorale: sette sistemi elettorali diversi per sette Regioni diverse!

L'aula di Montecitorio vista dall'interno

L’aula di Montecitorio vista dall’interno

Perché Raffaella Paita non potrà comunque vincere, e governare, la Liguria? Per colpa dell’anti-Paita Luca Pastorino che le toglie voti? Anche, ma soprattutto per colpa di una legge regionale, quella ligure, mai modificata, che impedisce a chiunque vinca di governare, a meno che non prenda il 51% (o il 61%….) dei voti o, per la precisione, 16 consiglieri, più il Presidente, su 30. Perché in Campania proliferano le liste, sporche o pulite che siano? Perché la soglia di sbarramento e’ assai bassa (il 3% per chiunque). Perché, invece, in Puglia conviene allearsi? Perché lo sbarramento e’ assai alto (8% per le coalizioni, 4% in ogni coalizione). Perché il Toscanellum, e cioè il sistema elettorale in vigore in Toscana, e’ considerato, con buone ragioni, il vero antesignano dell’Italicum, ma quello ‘1.0’ iniziale, non quello attuale? Perché’ così è’, se vi pare… E, infine (infine si fa per dire), perche’ il centrosinistra, che di certo vincera’, in Umbria, godrà di un premio di maggioranza  (60%) che definire ‘bulgaro’ e’ dire poco?

Regione che vai, sistema elettorale che trovi. Nelle sette regioni al voto il prossimo 31 maggio vigono, infatti, sette sistemi elettorali diversi l’uno dall’altro e, a loro volta, diversi dai sistemi elettorali in vigore nelle restanti 13 regioni italiane. Per non parlare di quelle a statuto speciale (cinque, considerando che le due province trentine hanno rango di regione…) dove l’eccezione regionale è’ garantita per Costituzione.

Per le regioni a statuto ordinario, in realtà, un testo base ci sarebbe: il caro, vecchio, ‘Tatarellum’ (1995), dal nome dell’ex ministro di Berlusconi ed ex esponente di An, il cui spirito era quello di dotare di un sistema tendenzialmente maggioritario e presidenzialista (e’ da allora che i presidenti di Regione si fregiano del pomposo titolo di Governatori) i diversi governi regionali, ma le revisioni costituzionali del 1999 e 2001 hanno dato a tutte le regioni la facoltà di modificare le norme elettorali a loro insindacabile e molte volte assurdo piacimento. Vediamo, allora, una per una, le pazze leggi elettorali di 7 regioni al voto.

Il 'logo' dell'Italicum

Il ‘logo’ dell’Italicum

TOSCANA – Il caso più eclatante è la Toscana, che si fregia del suo ‘Toscanellum’, figlio dell’accordo tra il Pd, in maggioranza, del governatore Rossi e la FI di Denis Verdini, all’opposizione, entrato in vigore alla fine del 2014. Con 40 consiglieri regionali da votare, prevede il doppio turno (24 seggi a chi prende il 45% dei voti: premio del 60%; 23 seggi tra il 40% e il 45%) nel caso in cui nessuno ottenga il 40%, il ballottaggio tra i primi due meglio piazzati. Sono state reintrodotte le preferenze (una o due), ma nel listino. C’è la parità di genere. Infine, gli sbarramenti: 10% per le coalizioni, 5% per i non coalizzati e 3% per le liste in coalizioni. Un vero pre-Italicum!

VENETO – La legge elettorale veneta, nata nel 2010, ha un consiglio forte di 50 membri: ma ha eliminato il ballottaggio: vince il candidato che prende più voti, ma c’è un premio di maggioranza: chi raggiunge il 50% dei voti ha il 60% dei seggi (29); tra il 50% e il 40%, il 57,5% (28 seggi); se prendi meno del 40%, il 55% (27 seggi). Ci sono le preferenze, l’alternanza di genere e una soglia di sbarramento unica (3%).

CAMPANIA – La legge elettorale campana, varata nel 2009, ha 50 consiglieri, prevede il turno unico, senza ballottaggio, e un premio di maggioranza che consente al vincitore di raggiungere il 60% dei seggi (30 seggi) nel Consiglio Regionale. Ci sono le preferenze, la parità’ di genere e la soglia di sbarramento è al 3% per tutte le liste, ma il candidato governatore collegato alla sua lista entra solo con il 10% dei voti.

PUGLIA – La legge elettorale pugliese, varata tra mille polemiche a inizio del 2015, prevede 50 consiglieri ed ha un premio di maggioranza ‘variabile’: se la coalizione vincente supera il 40% dei voti, ottiene 29 seggi (premio del 58%); se sta tra il 35% e il 40% dei voti, gode di un premio del 56% (28 seggi); se ottiene meno del 35% dei voti, ha un premio del 35% (27 seggi). L’elezione è a turno unico, manca la doppia preferenza di genere, il che ha causato forti polemiche, a partire da quelle dell’ex governatore Vendola. La soglia di sbarramento è all’8%, ma la soglia per le liste che si presentano coalizzate è al 4%.

LIGURIA – Il sistema elettorale è vecchio e bislacco (i partiti hanno cercato di cambiarlo per mesi, ma poi si sono dovuti arrendere): non c’è premio di maggioranza, ballottaggio e, chi vince, vince assai male. Infatti, solo se una coalizione supera il 50% o più’ dei voti (ma a livello provinciale) ottiene tre consiglieri in più (pari al 10% in seggi) dal listino dentro un consiglio composto da 31 consiglieri, premio che equivale a 15 consiglieri più’ il governatore vincente o a 19 seggi su 30 se il vincente ottiene il 60% dei voti… Invece, se il candidato vincente ottiene il 40% dei voti gode di un premio di 17 seggi (16 consiglieri e il candidato) mentre se resta sotto il 35% dei voti, di fatto, non può governare. Infatti, se con il 36% dei voti, il vincente ottiene 16 seggi (15 più il candidato governatore), sotto il 35% (con il 32-34%, per dire) ha solo 15 seggi (14 consiglieri più il candidato governatore). E, com almeno quattro Poli in gara (Pd-centrosinistra, M5S, FI-Lega, Pastorino-sinistra) e’ quasi matematicamente impossibile raggiungere oltre il 36% dei voti…

La legge elettorale ligure, inoltre, è complicata dal fatto che esistono due liste (e due voti): una lista regionale (a listini bloccati, per il 20%, che assegna 6 seggi) e una lista provinciale (con le preferenze, per l’80%, che assegna 24 seggi). Ne consegue che se una lista e un candidato presidente, vince a livello dei collegi regionali, deve superare per forza il 51%; se invece riesce a farlo nei collegi provinciali può governare se raggiunge almeno il 35% dei voti. Il che, pero’, dato il proliferare di candidati forti e un sistema di fatto quadri polare (Pd e altri – M5S – Centrodestra – sinistra-sinistra) è di fatto impossibile. La soglia di sbarramento è al 3%, ma per le liste collegate a candidati presidenti è fissata al 5%. Morale: chiunque vinca, ma resti sotto il 51% (o il 35%) deve fare per forza, una volta vinto, le larghe intese….

UMBRIA – La legge elettorale umbra, modificata a pochi mesi dal voto tra le proteste delle opposizioni (2015), ha ridotto i consiglieri a 20, prevede un turno unico secco, un premio di maggioranza abnorme (il 60% dei seggi alla lista vincente senza soglia minima di accesso! Incostituzionale di fatto stile Porcellum). Vuol dire che la lista che prende un solo voto in più delle altre (a prescindere dalla percentuale di voti raggiunta: per dire, anche il 20%…) avrà il 60% dei seggi e la maggioranza assoluta in Consiglio! Infine, non è ammesso voto disgiunto, ma ci sono le preferenze, e la soglia di sbarramento è bassa (2,5%).

MARCHE – Il sistema elettorale, che prevede 30 consiglieri, è a turno unico: vince chi ha più voti e non ci sono ballottaggi. Il sistema è proporzionale puro, ma con un premio di maggioranza. Dei 31 seggi del Consiglio Regionale, uno va al presidente e uno al candidato sconfitto con più voti. I restanti 29 seggi sono spartiti con un riparto proporzionale a scalare: 18 seggi a chi prende il 40% dei voti (premio del 60%); 17 seggi a chi prende tra il 37% e il 40% dei voti (premio del 56%); 16 seggi a chi prende tra il 34% e il 37% dei voti (premio del 53%). La soglia di sbarramento è unica ed è fissata al 5%. Ci sono le preferenze e in ogni lista i candidati dello stesso sesso non possono superare i 2/3 del totale come pure in Campania mentre in Umbria nessun sesso può avere più del 60% in ogni lista, in Toscana e Veneto c’è l’alternanza di genere e in Toscana, Campania e Umbria, su due preferenze, una deve essere di genere. E’ tutto…

NB. Questo articolo è stato pubblicato, nella sua prima versione, poi allungata/aggiornata per Internet, il 24 maggio 2015 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

#VersoleRegionali/6. Ora Renzi mette le mani avanti: “Un successo vincere 4 a 3″. Boschi non è un voto sul governo”. Nel PD la paura inizia a fare ’31’ (maggio)…

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l'Assemblea del Pd

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l’Assemblea del Pd

“Alle Regionali – spiega Matteo Renzi – anche un 4 a 3 sarebbe una vittoria. La sinistra – e cioè Luca Pastorino, vera bestia nera di Renzi in questa campagna elettorale, tanto che lo definisce “un Bertinotti 2.0’” e “la sola speranza di Forza Italia per vincere” – tifa Silvio Berlusconi”. Così il premier, ieri mattina, nell’intervista al Secolo XIX, principale quotidiano ligure. La ‘notizia’ c’è tutta.

“Per noi amanti del calcio- continua infatti il premier – il 4 a 3 evoca ricordi fantastici, con il ‘piattone’ (tiro di piatto e goal, ndr.) di Gianni Rivera e la Germania eliminata. Da quando sono segretario abbiamo tolto quattro regioni alla destra, superato il 40% alle Europee, vinto molte città. Un 4 a 3 sarebbe una vittoria, per il Pd, ma credo che andrà meglio”. Ora, al di là del fatto che il 2010 era, politicamente, un’era geologica fa, che il centrodestra oggi versa in uno stato comatoso e che il Pd ha già un incubo ricorrente da mesi, quello di finire sotto le percentuali di Bersani (25% alle Politiche del 2013), che fine ha fatto il ‘vinciamo 6 a 1’, punteggio, più che calcistico, tennistico, pronunciato fino a ieri? Ad aumentare i dubbi ci pensa la Boschi, ministro alle Riforme: “Il 4 a 3? In ogni caso l’esito del voto non influenzerà il futuro del governo”. E qui scatta il panico, dato che sia D’Alema, nel 1998, che Veltroni, nel 2009, si dimisero dopo aver perso le Regionali… Insomma, il Pd ha paura? Renzi e i suoi temono l’esito delle urne? Pare di sì. Del resto, pur senza averlo mai detto in pubblico, a Montecitorio anche i sassi sanno che i renziani avevano sparso ottimismo per mesi: “Vinciamo 6 a 1!”, il refrain, assai guascone. Certo, il premier si sta spendendo e sgolando ovunque, andando in giro come una trottola per le sette regioni, al fianco dei candidati del Pd. Oggi Renzi sarà ancora in Liguria, a la Spezia, al fianco di ‘Lella’, che descrive “brava, preparata e competente”. Anche se poi aggiunge: “Non l’ho scelta io, ma gli elettori con le primarie”, mettendo un po’ le mani avanti, come già aveva fatto avanti ieri con De Luca (“De Luca ha vinto le primarie”…). Burlandiana di ferro assai detestata in Regione, in particolare a Genova (dove le elezioni si vincono, in Liguria, come in Campania si vincono a Napoli, mica a Salerno, città di De Luca), la Paita ha vinto, però, primarie assai contestate (contro Cofferati), come assessore alla Protezione civile nella giunta Burlando è stata molto criticata, durante l’alluvione, e oggi sente il fiato sul collo degli inseguitori. Più che di Giovanni Toti, però, voce ufficiale di FI e candidato governatore di un centrodestra debole, dell’M5S e di Pastorino.

Ecco, una sconfitta della Paita – complice la legge elettorale ligure complicatissima e che quasi sicuramente le impedirà di governare, a meno di ‘larghe intese’ al pesto con Ncd e FI – in Liguria, sommata a quella di De Luca in Campania e di Moretti in Veneto, potrebbe comportare quel ‘4 a 3’ finale che oggi Renzi rivendica ma che, fino a ieri, i renziani nemmeno si sognavano come incubo.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 25 maggio 2015 a pagina 8 del Quotidiano nazionale (http://www.quotidiano.net)