Pd, congresso tra gli iscritti: Renzi vola, Orlando resta basso, Emiliano fa flop.

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Se abbiamo riportato una vittoria? Veramente è un trionfo”. Al Nazareno si stropicciano gli occhi, quasi non ci credono. Nei congressi di circolo – 6324, per la precisione, le convenzioni locali, dal 20 marzo a ieri, sono state 5 mila, l’affluenza è intorno al 58,1%, i votanti sono 235/255 mila su un totale di iscritti che, alla fine, supererà quota 430 mila – la mozione di Matteo Renzi ha fatto il botto. E, certo, è solo il primo round, saranno solo i gazebo – primarie aperte anche ai non iscritti – del 30 aprile a decretare chi sarà il futuro segretario del Pd, ma i numeri sono impressionanti: il Pd è diventato un lago renziano.

I dati del Nazareno parlano chiaro: “Renzi è al 68,22% (141.245 voti assoluti), Orlando al 25,42% (52.630 voti), Emiliano al 6,36% (13.168 voti)” e l’affluenza è stimata al 58% (235-250 votanti, appunto). Vittoria schiacciante. Eppure, i comitati dei due avversari danno numeri diversi: “Orlando è quasi al 30%, al 29,6%, Renzi al 62,4%, Emiliano all’8%”, per gli orlandiani, con un affluenza assai più bassa (200 mila votanti) stimata al 46%; mentre gli emiliani danno il loro candidato “oltre l’8%, Orlando al 30% e Renzi al 62%”, su una affluenza che è molto più bassa (41% al massimo, vuol dire circa 180 mila votanti). Discrepanze che daranno di certo adito a roventi polemiche, che sono già scoppiate, in vista della proclamazione ufficiale dei risultati da parte della commissione congressuale – dato che arriverà solo oggi, però, al massimo entro domani – ma il succo politico resta: il ministro va assai meno bene del previsto, anche nelle zone dove pensava di sfondare o quantomeno di vincere (Bologna ed Emilia rossa, Roma e Lazio, Liguria) e ben peggio di Cuperlo (che nel 2013 sfiorò il 50%), il governatore pugliese fa un mega flop dappertutto (era a rischio persino la possibilità di superare il 5% nazionale o il 15% in 5 regioni necessari per accedere alla seconda fase, quella delle primarie aperte: Emiliano ce la fa per un pelo e le malelingue dicono che i renziani lo hanno aiutato per non togliere appeal e mordente a una gara sonnacchiosa) mentre Renzi stravince e dappertutto.

Infatti, l’ex premier conquista, nel Pd, 20 regioni italiane  su 20 (Liguria di Orlando e Puglia di Emiliano, dato ancora più clamoroso, comprese), le grandi città (a Roma, dove comandano Zingaretti e Bettini, schieratissimi con Orlando, Renzi ha il 62,3%, a Milano il 68,2%, a Bologna il 49,9%, a Genova il 57,7% , a Firenze ‘la bulgara’ l’82,4%, a Napoli il 78%, a Cosenza il 48% ed è una delle poche città dove Orlando lo sovravanza, di poco) e i piccoli centri, zone ‘rosse’ e ‘bianche’, Nord e Sud. Per dare una dimensione dei numeri, Renzi sfiora il 70% non solo dove i renziani e gli uomini di Martina controllano il partito (Lombardia, Toscana, Veneto, Marche), ma anche nelle regioni rosse (63% in Emilia fino al 76% in Umbria), si attesta attorno al 65% in regioni non ‘sue’ come Piemonte, Lazio e Liguria (terra natale del ministro), è saldamente sopra il 60% in tutto il Sud, con punte del 78%, ed è in testa persino in Puglia, la regione di Emiliano, pur non superando il 50%.

“Sono risultati incredibili, vanno oltre le nostre previsioni”, fa filtrare l’ex premier che si gode il successo a Pontassieve mentre è impegnato a finire il libro di memorie scritto per Feltrinelli (il titolo è ancora top secret,  il libro uscirà dopo le primarie). Renzi non vuole farsi trascinare in polemiche e così evita di rispondere ai suoi avversari. Emiliano e Orlando attaccano duro: ora il tentativo è alzare l’asticella in vista del 30 aprile, quando, anche a causa di una data scelta in modo dissennato in quanto è in mezzo a due ‘ponti’ festivi (25 aprile e Primo Maggio), il rischio di una partecipazione bassa è alto. “Se ai gazebo vanno meno di 2 milioni di persone – dice Orlando – è una sconfitta, colpa di chi finora ha guidato il partito”.  Lorenzo Guerini – il vero artefice del successo che in una nota scandisce la “soddisfazione per un risultato che vede in Renzi il segretario in cui i nostri iscritti ripongono fiducia e speranze” – gli legge i dati e a Matteo torna il sorriso.

“Calma, ragazzi, il partito deve restare unito – ribadisce Renzi ai suoi – io voglio dimostrare che non sono divisivo”. Poi, però, una battuta su Orlando gli scappa: “Era convinto di andare molto meglio, ha preso una bottarella, lo ha capito e ha dato segnali di nervosismo, protestando per il voto, ma io sono convinto che io e lui possiamo lavorare insieme”. Su Emiliano non dice nulla, anche se c’è chi giura di averlo visto ‘gongolare’ per un dato che i pasdaran bollano come “il peggior risultato di un ex giudice in politica dai tempi di… Ingroia” (il quale, con la sua Rivoluzione civile, prese il 3%…).

I renziani sono in brodo di giuggiole. Il senatore Marcucci traccia il solco: “Il consenso di Renzi dentro il partito è passato dal 45% del 2013 al 68% di oggi, oltre 20% in più” (ma, dal 2013 ad oggi, il Pd ha perso ben 135 mila iscritti, specie nelle regioni rosse, non pochi). Dal 2014 in poi, però, il numero degli iscritti è sempre aumentato (+30 mila sul 2015, +50 mila sul 2014) fino ad arrivare ai 430 mila – 30 in più dei previsti 405 mila – del 2016. Un numero di 30 mila unità in più rispetto a quello noto finora che il vicesegretario Guerini si era tenuto in serbo per festeggiare, insieme a Renzi, la vittoria schiacciante.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 3 aprile 2017 a pag 10 del Quotidiano Nazionale. 

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Pd, congresso tra gli iscritti: Renzi vola, Orlando resta basso, Emiliano fa flop.

Pd, congresso tra gli iscritti: Renzi vola, Orlando resta basso, Emiliano fa flop.

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Se abbiamo riportato una vittoria? Veramente è un trionfo”. Al Nazareno si stropicciano gli occhi, quasi non ci credono. Nei congressi di circolo – 6324, per la precisione, le convenzioni locali, dal 20 marzo a ieri, sono state 5 mila, l’affluenza è intorno al 58,1%, i votanti sono 235/255 mila su un totale di iscritti che,…

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E’ tornato il #Pd “quando era bambino”, quello che si mangia i leader. Partito il lungo assedio dei vecchi big e delle mille correnti al Rottamatore

Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd.

Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd.

BOLOGNA –  «QUANDO il Pd era bambino», i segretari venivano cotti a fuoco lento e poi costretti alle dimissioni (vedi alla voce: Veltroni). «Quando il Pd era bambino», le correnti impazzavano, i «caminetti» di big e le «notti dei lunghi coltelli» pure (vedi voce: Franceschini). «Quando il Pd era bambino», nei territori comandavano «cacicchi» e ras locali, le primarie erano blindate (vedi prima vittoria di Bersani su Renzi) o finivano a schifìo come a Napoli, Palermo e altri posti. Poi, come d’incanto, tutto finì. Il Pd era diventato «adulto»: infatti, era arrivato Renzi il «Rottamatore», con tutto il portato della sua «narrazione». Tre le tesi del renzismo dominante e imperante almeno fino a ier l’altro: 1) Le correnti sono il retaggio di un passato lontano, della fusione «fredda» tra il Pci-Pds-Ds di D’Alema-Veltroni-Fassino e la Margherita di Rutelli&co. che Renzi ha sconfitto per sempre. 2) Le primarie sono la fede laica di ogni democratico provetto: si fanno sempre e a ogni livello. In più, i ras «locali» sono banditi: il centro irradia la sua luce, la periferia, silente, ne gode. 3) C’è ora, finalmente, «un uomo solo al comando», il segretario-premier, cui si deve fedeltà, lealtà, rispetto, fiducia, amore. Il Pd è un «partito nuovo» o, appunto, «della Nazione». Quello del 40% (già sceso intorno al 32-33%, e potrebbe scendere ancora, si vedrà), che vince ‘tutte’ le elezioni (Europee: vinte; amministrative: vinte; Regionali: non vinte), che si impone come guida del Paese, faro delle riforme, cuore del cambiamento, etc. etc. etc.
Tempo un anno (Renzi è segretario del Pd dal dicembre 2013, premier dal febbraio 2014) e tutto pare tornato esattamente come era prima. Dall’Alpe alla Sicilia, da Torino a Roma.

SULL’ALPE vedi caso Milano: al post-Pisapia si sono già candidati in cinque, forse presto diventan dieci, proprio come i piccoli indiani. Alla Sicilia: il governatore Crocetta resiste, a dispetto di pupi, pupari e renziani siculi (Faraone). E a Roma, dove pure i sampietrini e i gatti sanno che Renzi avrebbe voluto cacciare Marino per andare al voto e dove, invece, Marino ha fatto pure il rimpasto (l’ennesimo) ed è li che governa, a dispetto dei santi. Così, quasi non c’è più città o regione dove Renzi riesca a imporsi. Fino a veri e propri «schiaffi» non di Anagni ma di Sesto Fiorentino (la sindaca, sua pupilla, è stata sfiduciata) o pugnalate alle spalle. Tipo quelle di Ladylike Alessandra Moretti, una che sa fiutare il vento: bersianana di ferro, poi renziana al cubo, ora è già pronta a nuove avventure.
E ahivoglia il povero vicesegretario Guerini (la Serracchiani non parla: se parla, fa danno) a correre, mediare, limare, cercar la quadra. I governatori del Sud remano naturaliter contro il governo (Emiliano ha iniziato, De Luca arriverà), quelli del Centro-Nord sono freddi, distanti (Chiamparino, Rossi), nella «rossa» Bologna la sinistra dem s’è ripresa il partito, in altre città e federazioni «lo faremo presto», garriscono i suoi colonnelli.

E LE PRIMARIE? Le primarie meglio farne poche o farle solo per il segretario-leader, certo non per i segretari locali. E anche per sindaci e governatori meglio sceglieri “dall’alto”. E il partito? Ecco, quello meglio rifarlo un po’ più pesante, rispetto al tanto evocato partito “leggero” veltronian-renziano, dare un’aggiustina allo Statuto, metter giù regole nuove dure, un po’ sovietiche, contro i dissidenti (succederà anche ai gruppi parlamentari), riaprire l’Unità (grafica nuova, contenuti light), riprovarci col finanziamento pubblico, dopo il flop di quello privato, provare a riaprire sedi e luoghi (mica tanto “ideali”, ormai, ahiloro, come invocava e predicava il povero Luciano Barca). Solo che, «nel» partito, è ripartita la sarabanda delle correnti. Come prima, più di prima. Vecchie e nuove. I Giovani Turchi, «leali» a Bersani (e a Letta) quasi quanto a Renzi poi (sic) si son messi in proprio: Orfini puntella Marino, lo incita, ne sceglie lui gli assessori, Raciti fa lo stesso con Crocetta.

CENTO fiori nascono: «Progetto democratico» (ex-lettiani, ex-Ppi, ex-prodiani, direttrice tosco-emiliana), «Campo democratico» (Bettini, Gozi, Zampa), «l’area 29 giugno» (Simoni, Garofani, etc.: la data è quella della rielezione di Napolitano, mah), «Sinistra E’ Cambiamento» (Martina, Mauri, Ginefra, Amendola: la sigla è SEC: ri-mah). Vecchie cordate riemergono dopo lungo sonno (fioroniani, veltroniani, franceschiniani) o si confondono, confondono le acque, si uniscono e s’ingrossano come fiumi in piena: i «cattorenziani» (Delrio, Richetti), i renziani «2.0» (ex lettiani, ex-Ppi) e quelli «3.0»: in arrivo, dopo gli ex-Sel di Migliore, gli ex-Sc di Romano, gli ex-Psi di Di Lello e Di Gioia.
E la tanto temuta «sinistra», quella che tutti i giorni regala il titolo «il Pd si divide» provocando travasi di bile a Renzi e al «giglio magico» (Lotti, Boschi: fine) più ristretto?

La sinistra, per i renziani, «trama» nell’ombra: obiettivo, riprendersi la cara vecchia «Ditta». Ma ormai – come diceva la canzone – <la paura dà il coraggio di arrivare fino al bosco>, ergo tutto o quasi avviene alla luce del sole. Sinistra dem di Gianni Cuperlo (25 parlamentari) e Area Riformista di Roberto Speranza (45 parlamentari, di cui 25 senatori: i «vietcong» che hanno fatto, fanno, o presto faranno, il «Vietnam» su ogni legge) a ottobre si fondono. Bersani, tornato tonico, gira le Feste dell’Unità e attacca Renzi (giù applausi).
Enrico Letta non manca un’intervista, un tweet («chi di spada ferisce», etc.) per attaccare il premier a testa bassa. L’ex rottamata Rosy Bindi sfida il premier, lo sfotte e se la ride: «voi dal Pd non mi caccerete mai!». E D’Alema? Ah, beh, D’Alema è il «solito» D’Alema: «io mi occupo di Europa», dice, «di Medio Oriente», di “Fondazioni” (la mitica Feeps…) e, intanto, cena con la leader della Cgil, Susanna Camusso a Ponza, tesse trame, strategie, sottili come i tanto amati origami. Tanto l’obiettivo è sempre quello: riprendersi il partito.
Riprendersi «la Ditta», appunto, come se ancora fosse quella dei tempi del Pci-Pds-Ds. «Lo spezzo in due, il ragazzino», dice «Baffino». Come reagirà Renzi? Non si sa, forse ricorrendo alle elezioni. Ma quali? Politiche? Arduo, almeno fino al 2016, anche 2017. Certo è che, nel Pd, chi perde troppe elezioni locali, tipo le amministrative di giugno 2015, poi perde pure la poltrona da segretario. E’ un must. Di «quando il Pd era bambino».

NB. Questo articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il I agosto 2015 a pagina 4. 

E’ tornato il #Pd “quando era bambino”, quello che si mangia i leader. Partito il lungo assedio dei vecchi big e delle mille correnti al Rottamatore

E’ tornato il #Pd “quando era bambino”, quello che si mangia i leader. Partito il lungo assedio dei vecchi big e delle mille correnti al Rottamatore

Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd.

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BOLOGNA –  «QUANDO il Pd era bambino», i segretari venivano cotti a fuoco lento e poi costretti alle dimissioni (vedi alla voce: Veltroni). «Quando il Pd era bambino», le correnti impazzavano, i «caminetti» di big e le «notti dei lunghi coltelli» pure (vedi voce: Franceschini). «Quando il Pd era bambino», nei territori comandavano «cacicchi» e ras locali,…

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#DopoleRegionali/1. Renzi: nessuna mediazione con i ribelli. L’obiettivo del premier: fuori dal Pd chi non rispetta le regole

Il 'tetto' del Quirinale, detto 'Torrino', dove riceve i suoi ospiti il Capo dello Stato, oggi Mattarella

Il ‘tetto’ del Quirinale, detto ‘Torrino’, dove riceve i suoi ospiti il Capo dello Stato, oggi Mattarellad

“Avete visto? Matteo s’è messo la mimetica. Gli mancava solo l’elmetto. Se veniva qui e vedeva la Bindi come minimo sparava”. I fedelissimi del premier provano l’arma del sarcasmo per cercare di stemperare il clima mesto e cupo che regna dalla notte del voto. Moltissimi renziani ieri erano al ricevimento per il 2 giugno che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha organizzato ai giardini del Quirinale. Renzi, invece, non c’era. Tocca a loro, dunque, il ruolo del ‘genitore o di chi le fa le veci’.

Le ‘veci’ in questo caso, del premier. Infatti, Matteo Renzi, come si è appreso all’improvviso solo ieri mattina – fatto che ha scatenato nugoli di polemiche e di ’si dice’ (il premier fugge dal voto, è nero, ha fatto uno sgarbo pure a Mattarella, etc.) – era volato ad Herat per salutare il contingente militare italiano. E, da Herat, Renzi, sulle Regionali, dice giusto due parole (“siamo passati dal 6 a 6 del 2010 al 10 a 2 di oggi”), senza discostarsi di una virgola dalla conferenza stampa mattutina tenuta al Nazareno dal presidente del partito, Matteo Orfini, e dai due vicesegretari del Pd, Lorenzo Guerini e Deborah Serracchiani (vicesegretari ancora per poco, pare…). Quella conferenza stampa, cioè, dove musi lunghi e visi tirati indicano che il Pd ribolle a tal punto che è sul punto di esplodere.

Nella fattispecie del ricevimento al Colle, a far le veci del premier s’incontrano un po’ tutti i renziani doc: il vicepresidente della Camera” Roberto Giachetti, il presidente del Pd, Orfini, i sottosegretari Gozi, Scalfarotto, Rughetti e molti ministri renzianissimi: Boschi, Madia, Pinotti (elegantissime), etc. I volti sono distesi, gli abiti eleganti, l’eloquio è cortese, ma la sostanza rimane la stessa: i renziani più vicini e fedeli al premier chiedono, come chiede Renzi, la ‘resa dei conti’ con la minoranza. Rapida, sterminatrice, affatto indolore. Lunedì 10 c’è la Direzione e Giachetti già sta preparando le sue cartuscelle anti-Bersani&co. Gennaro Migliore, altro neo-renziano, chiede “ordine e disclipina” e solo Rughetti si limita a un serafico “analizzeremo bene il voto”.

La verità è che Renzi e i renziani sono davvero furibondi e ‘neri’. Ce l’hanno con la minoranza, che accusano di ogni male e di ogni sconfitta’, dalla Liguria (sconfitta dovuta, per Renzi e i suoi, “al tafazzismo della sinistra”) alle vittorie di Pirro di Campania e Puglia, dai possibili nuovi tradimenti (tipo quello della Bindi) e/o ad altre imboscate (al Senato). E se è pur vero che Renzi, ieri, era assai meno abbattuto dei suoi, il mantra “andremo avanti con le riforme” del premier, oggi, non basta più. Infatti l’aggiunta-spia è “… e a rinnovare il Pd”.

Renzi vuole riprendere, e presto, la strada della rottamazione/rivoluzione interna. Su tre direttrici. Uno. Nessuna mediazione con la sinistra interna, neppure con i ‘lealisti’ (Cuperlo): con loro sarà guerra termonucleare globale. Traduzione: “si sta nel Pd se se ne accettano le regole”, dirà Renzi in Direzione, “altrimenti la porta è quella”. Fine di casi alla Civati: se non voti un provvedimento importante o una fiducia, ‘sei fuori’. Due. Ricambio totale, una vera rivoluzione, tra gruppi e partito. L’attuale vicesegretario, Lorenzo Guerini, diventerà il nuovo capogruppo alla Camera, mentre Ettore Rosato, oggi capogruppo vicario, andrà al partito (Organizzazione), azzerando le figure dei due attuali vicesegretari per una sola e assommando nell’Organizzazione anche l’incarico degli Enti locali, a oggi nelle mani di Valentina Paris. Tre. Nessun spostamento al partito di pedine importanti che devono continuare a far ‘bene’ ciò che fanno (Boschi il ministro, e Lotti il sottosegretario) al governo, ma rimpasto e rilancio del governo sì.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 2 giugno 2015 a pagina 3 del Quotidiano Nazionale

#DopoleRegionali/1. Renzi: nessuna mediazione con i ribelli. L’obiettivo del premier: fuori dal Pd chi non rispetta le regol

#DopoleRegionali/1. Renzi: nessuna mediazione con i ribelli. L’obiettivo del premier: fuori dal Pd chi non rispetta le regol

Il 'tetto' del Quirinale, detto 'Torrino', dove riceve i suoi ospiti il Capo dello Stato, oggi Mattarella

Il ‘tetto’ del Quirinale, detto ‘Torrino’, dove riceve i suoi ospiti il Capo dello Stato, oggi Mattarellad

“Avete visto? Matteo s’è messo la mimetica. Gli mancava solo l’elmetto. Se veniva qui e vedeva la Bindi come minimo sparava”. I fedelissimi del premier provano l’arma del sarcasmo per cercare di stemperare il clima mesto e cupo che regna dalla notte del voto. Moltissimi renziani ieri erano…

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#VersoleRegionali/10 (fine). Astensione record, incubo di palazzo Chigi (e ben prima dell’effetto Bindi..). Il Pd teme una vittoria dimezzata, ma con la minoranza dem i renziani preparano la resa dei conti

NB. articolo scritto una settimana fa, ben prima che esplodesse il caso Bindi con le sue liste dei cd. ‘impresentabili’, Lista dove figura De Luca, candidato governatore del Pd in Campania. 

Lo sanno, e lo dicono – come Alessandro Campi, all’Adnkronos – i politologi. Lo sanno, ma non possono dirlo, perché è in vigore la par condicio, i sondaggisti, e di ogni colore. Pare che una di loro – che poi è quella che ‘ci piglia’ sempre, Alessandra Ghisleri, ieri sondaggista di fiducia del Cav e oggi tutti i martedì di Ballarò, avrebbe in mano numeri bomba: percentuali da brivido o da paura. Il rischio, o la paura, è quello di un astensionismo a livelli record. E il rischio, o la paura, corre sul filo, specie sulla ‘linea rossa’ che collega palazzo Chigi, sede del governo e del suo premier, Renzi, e il Nazareno, quartier generale del Pd, dove ormai la guardia al ‘bidone’ la fa solo il vicesegretario factotum, Lorenzo Guerini.

Perché – per nemesi della storia politica del nostro Paese, dove l’astensionismo colpiva, di solito, sempre il centrodestra (la Dc e i partiti liberali prima, il Pdl e FI poi, nella Seconda Repubblica) – è ormai da un po’ di tempo che il fenomeno dell’astensione ‘dal voto’ (diverso dall’astensione ‘nel voto’ che riguarda le schede bianche e/o nulle) colpisce ‘anche’ a sinistra, non solo a destra. E colpisce, ormai, anche l’M5S: infatti, come nei sondaggi – quelli che non si possono citare, ma che ‘girano’ in tutte le sedi di partito e nei Palazzi – i partiiti del centrodestra vivo no nell’angoscia di uno ‘sprofondo rosso’ (il loro) da fare paura, persino Grillo in varie regioni arranca, lontano dalle percentuali del 2013.

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l'Assemblea del Pd

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti 3.

Il problema, però, a volerlo guardare dal lato del Pd, ‘è’ del Pd. Renzi ha già rinculato, passando dal “vinciamo 6 a 1!” (Veneto escluso, cioè’) fino al “mi andrebbe benissimo vincere 4 a 3, come a calcio”, rievocando la famosa semifinale Italia-Germania 4 a 3 dei Mondiali del 1970 e, soprattutto, mettendo le mani avanti. Senza dire che più’ passano i giorni, più si avvicina il giorno del voto (ormai manca solo una settimana), più i guai aumentano, in casa del Pd.

La minoranza è sul piede di guerra, come dimostra l’intervista di ieri di Alfredo D’Attore a QN, e gia’ si dice pronta a ‘far pagare’ a Renzi di tutto: astensionismo, mancato ‘6 a 1’ e, soprattutto, percentuali del Pd ‘inferiori’ a quelle del tanto vituperato Bersani (25,4% nel 2013).

Ma il vero spettro, o incubo, per il Nazareno, è il cd. “effetto Emilia-Romagna”. In Emilia, infatti, vinse il candidato renziano (ed ex bersaniano di ferro) Bonaccini, ma con numeri che dire striminziti è dir poco. Bonaccini, infatti, governa, dal novembre del 2014, quando vinse le elezioni, a Regione avendo preso il 49,05% dei voti e strapazzato il centrodestra, inchiodato al 39,8%, ma anche registrando una percentuale di votanti bassissima: il 37,7% contro il 68,1% delle Regionali 2010 e il 70% Europee 2014.

Certo, “le Regionali non sono le Comunali, dove si vota di più, da sempre”, mettono le mani avanti i pochi renziani dem avvistati ieri a Montecitorio, ma il rischio che il combinato disposto di poche o non esaltanti vittorie, inaspettate sconfitte, performance assai debole della lista Pd (ben lontana, cioè, dal famoso 41% delle Europee 2014) e vittorie dimezzate causa astensionismo si faccia sentire e deflagri, dentro il partito, è molto alto. Quasi da anticipo di resa dei conti.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il  26 maggio 2015 a pagina 9 del Quotidiano Nazionale