Sinistra disunita e litigiosa: “Potere al Popolo!” denuncia l’arrivismo di LeU. D’Alema dice il contrario di Grasso e lo spettacolo dei ‘paracadutati’ è triste

Sinistra disunita e litigiosa: “Potere al Popolo!” denuncia l’arrivismo di LeU. D’Alema dice il contrario di Grasso e lo spettacolo dei ‘paracadutati’ è triste

Pubblico qui di seguito due articoli, uno su LeU, la formazione politica guidata da Pietro Grasso,  ex presidente del Senato, e uno sulla nuova lista di sinistra, “Potere al Popolo”. 

Ps. Piccola considerazione ‘personale’ di chi è appartenuto, lungo tutta la sua gioventù (fine anni Ottanta/metà anni Novanta, in parte anche fino all’inizio degli anni Duemila): LeU non ci sta facendo una gran bella figura, con il caos in corso sulle candidature. Avevano promesso rispetto del principio della “territorialità” e delle “competenze”, oltre che inneggiare, ovviamente, al “rinnovamento” delle liste. Bene, quale è il risultato? Vediamone alcuni. Il medico di Lampedusa, Pietro Bartolo, portato come un’icona all’assemblea fondativa di LeU lo scorso novembre, annuncia che non si candida per “restare vicino ai suoi immigrati a Lampedusa”. In realtà, lo avevano messo in un collegio uninominale impossibile da vincere (Pavia) e non se l’è sentita di rischiare. Un altro bel nome, il direttore generale di Unicef Italia, Andrea Iacomini, ha rinunciato. C’è da capirli: perché rinunciare a lavori faticosi, ma ricchi umanamente e appassionanti, per collegi insicuri e, forse, un oscuro lavoro da deputati semplici? Chi mette, in lista, invece, LeU? Il portavoce del presidente del Senato, Pietro Grasso, Alessio Pasquini. I giornalisti come me, ovviamente, lo conoscono: è una persona seria e perbene, ma è un paracadutato. Poi, altri due portavoce (o, meglio, ‘porta-silenzi’): Piero Martino (ex Pd, storico portavoce del Ppi, della Margherita, di Franco Marini come di Dario Franceschini) che oggi fa il “responsabile comunicazione” di LeU e lo storico uomo ombra di Bersani, Stefano Di Traglia. Li conosco entrambi, li stimo, ci parlo tutti i giorni o quasi, specie con Martino (Di Traglia parla poco…), ma che senso ha? Meglio loro di Bartolo o Iacomini?

Infine, dai territori, dentro LeU, salgono in questi giorni polemiche al fulmicotone contro il Nazionale che, chiuso in una stanza di via Zanardelli, sta componendo le liste elettorali (al tavolo sono in pochissimi: Grasso, Boldrini, Migliavacca e Stumpo per Bersani, Fratoianni per SII): i motivi della polemica sono, in pratica, sempre gli stessi. “Non vogliamo i paracadutati dall’alto”, non accettiamo “i visitors”, “scelte dissennate e non rispettose dei territori”, “se andate avanti così la campagna elettorale ve la fate da soli”. Le missive e le telefonate si ripetono uguali e monotone, in queste ore, da molte regioni: la Sicilia protesta contro l’arrivo Epifani, paracadutato nel listino proporzionale; la Calabria contro Nico Stumpo, capolista in due listini; l’Abruzzo contro una calabrese, Celeste Costantino, e perfino contro un ‘cugino’ molisano, Danilo Leva, perché gli abruzzesi sono stati esclusi; la Sardegna si rifiuta di candidare, sempre nel listino, Claudio Grassi (ex responsabile Organizzazione del Prc, poi transitato con Sel-SI); la Campania ha detto di no a un re delle preferenze e dei voti come Antonio Bassolino, ma ora deve dire di sì a molti altri ‘paracadutati’ che vengono da fuori; il Friuli non vuole Anna Falcone (presunta ‘società civile’, in quota Grasso); la Toscana e l’Emilia sono stufe di doversi sobbarcare i big di Mdp e SI che, fuori da tali regioni, non verrebbero eletti. In pratica solo il Salento non protesta: D’Alema se lo batte da mesi in lungo e in largo. Ora, con tutto l’affetto e la simpatia, se questa è la ‘Nuova Sinistra’, mille volte meglio il Pd… O, come state per leggere qui sotto, quelli di Potere al Popolo genuini, utopisti, ma onesti…


 

  1. “Potere al Popolo”: il 3% è un miraggio irraggiungibile, far male a LeU no…

 

Supporter del Partito comunista russo inneggiano a Lenin
Marcia dei comunisti russi a Mosca – 2017
LENIN diceva che «lo Stato socialista è una macchina perfetta, anche una cuoca sa governarlo». La nota teoria della «cuoca di Lenin» si applica alla perfezione alla lista «Potere al Popolo!» che, con una stella rossa (seppur assai generica e poco ‘sovietica’) come simbolo, si presenta alle elezioni. La cuoca in questione è la portavoce della lista stessa. Si chiama Viola Carofalo, ha 37 anni («fornita di eleganza e intelligenza ironica, già buca il video» così la descrive il quotidiano comunista il manifesto, dove il richiamo della foresta ancora si sente, evindentemente…) e si definisce «meridionale e precaria». Viola è ricercatrice di Filosofia morale all’Orientale di Napoli, ma soprattutto viene da un’esperienza dal basso assai particolare, quella del centro (ex Opg) Je so’ pazz’ (qui c’entra, però, molto Pino Daniele e molto poco il maxismo-.leninismo…). La cosa curiosa è che la portavoce di «Potere al Popolo!» fa la portavoce, ma non si candida.
Del resto, si sa come sono fatti, nella sinistra-sinistra radicale: «Prima il Popolo», poi le poltrone. E infatti, nella lista, ci sono esperienze di estrema sinistra radicale di ogni tipo e provenienza. C’è il sindacalismo di base: Ubs, Cub, ex sinistra sindacale della Cgil (Giorgio Cremaschi, uno che era troppo ‘di sinistra’ e ‘radicale’ persino nella Fiom e che, alla fine, dalla Cgil se n’è dovuto andare via perché Camusso e Landini così vollero…).
Ci sono – come farne a meno? – le esperienze sociali di base dei No–Tav (Piemonte), No-Triv (Puglia), No-Mose (Veneto). E c’è quel poco che resta di esperienze floride e vivaci, nei decenni passati, ormai essiccate: i centri sociali più «duri e puri»; il movimento «no-global» o, meglio, i suoi scampoli (Haidi Giuliani, madre di Carlo, morto al G8 di Genova); i rimasugli della Lista Tsipras alle Europee. C’è, infine, quel che resta di un partito che fu glorioso, Rifondazione comunista, ma che oggi è ridotto al lumicino: guidato, dopo l’ex ministro Paolo Ferrero, dall’abruzzese iper-movimentista Maurizio Acerbo, ha mantenuto, però, quel poco di struttura e di radicamento che hanno già portato in dote, alla nuova lista, l’agevole superamento del numero di firme necessarie, come prescrive il Rosatellum, per potersi presentare in tutta la Penisola, sia nei collegi che nei listini.
L’OBIETTIVO del 3% ,è ovviamente, una chimera irraggiungibile, ma se M5S e Pd («Renzi e Berlusconi sono la stessa cosa, i 5Stelle sono contro gli immigrati», etc.) non si curano, giustamente, affatto, dal loro punto di vista, di una lista simile, LeU qualcosa da temere ce l’ha. Sia perché qualche figura autorevole (il cantautore Paolo Pietrangeli, quello di «Contessa», l’ex allenatore Renato Ulivieri, la pacifista Lidia Menapace, il mitico trotzkista che “coltiva le rose” e fece cadere il II governo Prodi, Franco Turigliatto, etc.) si è candidata con «Potere al Popolo». Sia perché, su LeU, danno il giudizio più tranchant: «E’ un ‘Pd-2’ ambiguo e poltronista, il loro, D’Alema e Bersani hanno fatto solo disastri». Parola di Viola Carofalo, in arte ‘cuoca’ di Lenin.
NB: L’articolo è pubblicato il 26 gennaio 2018 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale.  
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2. D’Alema punta, dopo il voto, al “governo del Presidente”. A LeU lo fischiano tutti. 
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L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema
Ettore Maria Colombo – ROMA
«Siamo disponibili a confrontarci con tutti i partiti solo per cambiare una pessima legge elettorale». La sconfessione più cocente a ‘Spezzaferro’ D’Alema arriva dal teorico leader di LeU, Pietro Grasso che reagisce in modo glaciale a Massimo D’Alema. Il quale, a sua volta, disistima Grasso: lo ritiene, come dice agli amici più cari, unfit,  «inadeguato» a rappresentare LeU. «Si impappina a parlare – sibilano i suoi pasdaran  – in tv è un disastro, la proposta sulle tasse universitarie è stata un boomerang. E non siamo stati certo noi a volerlo, ma  Bersani…».
In più, il presidente del Senato – il quale sostiene ogni giorno, cosa che fa perdere la trebisonda alla Boldrini e non solo a lei,  «la linea politica di LeU la decido solo io» – non era stato avvertito né da D’Alema (figurarsi) né da altri dell’intervista di questi  al Corsera. Quella in cui D’Alema espone la teoria, tipicamente “dalemiana”, della nascita di un  «governo del Presidente», subito dopo il voto, con tutti dentro, anche FI, ovviamente.
D’Alema ottiene l’effetto voluto: di lui e della sua ‘teoria’ si parla tutto il giorno, ma sostanzialmente per avversarla. I forzisti tacciono, leghisti e grillini se la ridono, i dem respingono sdegnati, anche quelli di sinistra come Orlando, la proposta al mittente e i renziani, da Giachetti a Marcucci, lo sbertucciano.
Il guaio è che D’Alema crea alta tensione e malumori soprattutto dentro il suo, di “partito”. Molti dirigenti di LeU, soprattutto quelli che vengono da SeL  (Fratoianni) e da Possibile (Civati) entrano in una vera e propria crisi di nervi. Fratoianni viene descritto «furibondo»,  Civati è «imbufalito». Solo  pochi, però, parlano in chiaro. Stefano Fassina tuona: «L’ultimo governo del Presidente in Italia, quello Monti, è stato un disastro. La linea di LeU dopo il 4 marzo la decideremo tutti insieme». Giorno in cui, peraltro, D’Alema varrà solo per «uno»:  dentro LeU, infatti, di dalemiani candidati, in pratica, non ce n’è, tranne due (Paolucci, Campania, e Rosati Lombardia, artefice della rottura con Gori). Pippo Civati,  inqiueto per i messaggi «contraddittori» che LeU dà «al nostro popolo», dice secco: «è un’idea  sua, io sono contrario». Chiude il trittico Laura Boldrini, a sua volta in polemica dura proprio con Grasso  sulle alleanze (Grasso guarda ai 5Stelle, lei li detesta): «Parole che disincentivano il voto». Morale: tesi respinta e con perdite.
Non che, dentro il Nazareno, tutto vada liscio. Al di là di ‘godere’ per le reazioni anti-D’Alema, c’è un triplo problema e si chiama «Gentiloni-Minniti-Boschi». Il premier sta vivendo come un’offesa personale la richiesta di Renzi di una candidatura in un collegio uninominale, a rischio sconfitta. Minniti, invece, è proprio furibondo: Renzi aveva garantitoa entrambi l’esatto contrario, cioè la loro candidatura solo in più listini proporzionali per tenerli al riparo dalla brutta figura nei collegi. Boschi, invece, fa caso a sé: Renzi fa girare la voce che correrà nel collegio di Firenze 1 (Camera) ma al Nazareno sono molto scettici: vedono per lei solo il listino bloccato, ovviamente in Toscana.
Infine, i ‘nanetti’. Lorenzo Guerini, plenipotenziario di Renzi, ha dovuto faticare non poco per contenere l’ira funesta di Beatrice Lorenzin, capocordata di «Civica e Popolare»: la ministra alla Salute si vuole candidare nel Lazio, contro Zingaretti, che li ha scaricati. Il Nazareno non considererà la scelta «un atto ostile», anche perché i voti dei ‘civici e popolari’ servono come il pane. Di collegi sicuri, però, ne avranno pochi: sei, forse otto, ma l’accordo c’è. Anche con i Radicali di «+Europa», nonostante il tira e molla sfibrante (storica tecnica radicale), sarà chiuso l’accordo, ma solo l’ultimo giorno utile, sabato 19. Avranno quattro, forse sei, seggi blindati. Insomma, la coalizione c’è, per quanto sia «mini». Solo quando sono arrivati i plenipotenziari della minuscola lista «Insieme» (Psi-Verdi-ulivisti), che di seggi ne hanno chiesti dieci, al Nazareno si sono rilassati: «Valete lo 0,1%», gli è stato risposto ridendo, «ne avrete tre. E ricordatevi pure di ringraziarci…».
NB: L’articolo è stato pubblicato il 19 gennaio 2018 sul Quotidiano Nazionale. 
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Sinistra disunita e litigiosa: “Potere al Popolo!” denuncia l’arrivismo di LeU. D’Alema dice il contrario di Grasso e lo spettacolo dei ‘paracadutati’ è triste

Sinistra disunita e litigiosa: “Potere al Popolo!” denuncia l’arrivismo di LeU. D’Alema dice il contrario di Grasso e lo spettacolo dei ‘paracadutati’ è triste

Pubblico qui di seguito due articoli, uno su LeU, la formazione politica guidata da Pietro Grasso,  ex presidente del Senato, e uno sulla nuova lista di sinistra, “Potere al Popolo”. 

Ps. Piccola considerazione ‘personale’ di chi è appartenuto, lungo tutta la sua gioventù (fine anni Ottanta/metà anni Novanta, in parte anche fino all’inizio degli anni Duemila): LeU non ci sta facendo una gran…

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La Camera vota il dl Irpef, Sel vota si’ ma si spacca. Il capogruppo alla Camera Migliore si dimette e il partito si divide sul rapporto con il Pd

L’ok definitivo arrivato ieri alla Camera dei Deputati al decreto Irpef (contiene i famosi 80 euro in busta paga e pure le nuove norme sulla Tasi), approvato con 322 sì, 149 no e 9 astenuti, produce un terremoto a sinistra. A sorpresa, infatti, arrivano al governo i voti di Sel. imageLa formazione fondata guidata dal governatore pugliese Nichi Vendola dice sì al decreto ma è un sì sofferto, assai precario, e foriero di nuove, ulteriori, divisioni a sinistra. La decisione viene annunciata a sorpresa, in aula, dalla deputata Titti Di Salvo, che motiva il sì di Sel con voce assai tesa e parole taglienti, mentre resta silente, un banco sotto, il capogruppo Gennaro Migliore, capofila del ‘sì’ al dl Irpef (da lui sempre giudicato positivamente) come di una sinistra larga che, partendo da Sel, sappia andare oltre e fare asse col Pd di Renzi.

Il presidente di SEL, Nichi Vendola.
Il presidente di SEL, Nichi Vendola.

Una posizione, quella di Migliore, maggioritaria nel gruppo alla Camera, ma non nel partito: 17 voti a 15 a favore delle sue posizioni dialoganti con il Pd era finita la sofferta e tesa riunione notturna dei deputati vendoliani. Due deputati sono già usciti dal gruppo per iscriversi direttamente al Pd, ma altri due (Airaudo e Marcon) si sono astenuti nel voto sul dl Irpef, segnalando il malcontento dell’ala dura. Quella più vicina alle posizioni vicine alla lista Tsipras e alla fusione con quel i resti della sinistra radicale guidata dal nuovo astro nascente del partito, il pugliese Nicola Fratoianni. Ecco perché, a stretto giro di polemica e subito dopo il voto alla Camera, Migliore formalizza le sue dimissioni. Vendola – che non vedeva l’ora arrivassero – dichiara focoso che “a Renzi lo scouting in Sel non conviene” e che “restiamo all’opposizione”. Sempre più spaccati e ininfluenti, però.

NB. Questo articolo e’ stato pubblicato il 18 giugno 2014 sulle pagine di poltiica di Quotidiano nazionale (http://www.quotidiano.net.)

Il sito ufficiale di Sinistra Ecologia e Libertà’: http://wwww.sinistraecologiaeliberta.it

la pagina Facebook di NichiVendola: http://www.facebook.it/nichivendola

la pagina Facebook di Gennaro Migliore: wwww.facebook.it/gennaromigliore

La Camera vota il dl Irpef, Sel vota si’ ma si spacca. Il capogruppo alla Camera Migliore si dimette e il partito si divide sul rapporto con il Pd

La Camera vota il dl Irpef, Sel vota si’ ma si spacca. Il capogruppo alla Camera Migliore si dimette e il partito si divide sul rapporto con il Pd

L’ok definitivo arrivato ieri alla Camera dei Deputati al decreto Irpef (contiene i famosi 80 euro in busta paga e pure le nuove norme sulla Tasi), approvato con 322 sì, 149 no e 9 astenuti, produce un terremoto a sinistra. A sorpresa, infatti, arrivano al governo i voti di Sel. imageLa formazione fondata guidata dal governatore pugliese Nichi Vendola dice sì al decreto ma è un sì sofferto, assai…

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Un’analisi ragionato del voto italiano alle Europee 2014 sulla base dei dati degli istituti Cattaneo, Swg, Cise.

Un analisi ragionata del voto per tutti i principali partiti politici italiani alle elezioni europee del 25 maggio 2014 effettuata incrociando i dati dell’istituto Cattaneo, dell’istituto di sondaggi Swg e dell’istituto Cise.

un immagine tutta 'positiva' del voto europeo
un immagine tutta ‘positiva’ del voto europeo

Il trionfo del Pd di Renzi. L’M5S di Grillo fermo al palo delle Politiche 2013 e che arretra anche rispetto a quel dato. Forza Italia in chiaro declino. La ‘sorpresa’ Lega Nord. NCD e lista Tsipras che superano lo sbarramento del 4% per un soffio. E’ già tempo di analisi e commento dei risultati delle elezioni europee del 25 maggio, lasciando da parte quelle amministrative. Come sempre, in questi casi, tornano utili i dati subito sfornati dall’istituto Cattaneo di Bologna per analizzare bene il voto. Ma andiamo con ordine.

Votanti, non votanti e astenuti. Il ‘declino’ dell’Italia tra i Paesi Ue.

Su un numero di aventi diritto al voto pari a 49.399.720 di italiani (rispetto ai 60.021.955 di abitanti del nostro Paese), alle Elezioni europee del 2014 hanno votato quasi quattro milioni di elettori in meno rispetto alle Europee 2009 (-7,7%). Alle urne, infatti, si sono recati 28.991.258 elettori aventi diritto, pari a una percentuale di affluenza del 57,22%, vale a dire 3.757.746 votanti in meno rispetto al 2009 (affluenza: 65,8%).

Il numero totale del ‘non voto’ – in questo caso l’analisi dei dati viene dal ‘centralone’ del ministero dell’Interno, il Viminale – è pari a 23.213.554 non votanti, un dato che va così scomposto: da un lato gli astenuti, che sono stati 21.671.202, cui va aggiunto la somma delle schede bianche e nulle degli aventi diritto che sono state, complessivamente, 1.542.352. Dunque, i voti validi sono stati, complessivamente, 27.371.747, il che vuol dire -6.634.008 rispetto ai voti validi registrato alle Politiche del 2013.

I diversi colori dei governi oggi alla guida della UE
I diversi colori dei governi oggi alla guida della UE

Prima novità rispetto a un punto fermo da sempre, l’alta affluenza al voto degli italiani. L’Italia, infatti, è sempre stato uno dei paesi europei con la più alta partecipazione al voto, da quando il Parlamento europeo viene eletto a suffragio universale (1979). Partecipazione al voto che, tuttavia, è ‘crollata’ crollata di 26,9 punti, di cui 13 nelle ultime due tornate elettorali. In Europa, invece, il crollo della partecipazione al voto si è quasi fermata. “Complessivamente, sono andati a votare il 43,1% degli elettori nei 28 paesi membri della Ue – osserva l’Istituto Cattaneo – confermando il dato delle precedenti elezioni del 2009 (43,0%)”. Il trend di diminuzione che, dall’elezione iniziale del 1979, aveva sempre accompagnato le Europee, si è quindi fermato ma, altrettanto paradossalmente, uno dei motivi principali del mancato crollo “è stata, in questa occasione, la presenza e il successo di partiti euroscettici in grado di canalizzare la protesta nell’urna”.

L’Italia, tra i 28 paesi Ue, si posiziona al quarto posto dell’affluenza con il 58,7%, dato simile alla Grecia (58,2%) e, pur rimanendo ai primi posti della Ue, mostra un’evoluzione negativa: per la prima volta l’affluenza scende sotto il 60%. Nel confronto con il 2009 il calo è di 7,7 punti, più significativo di quello che si era registrato nel 2009 (-5,4 punti sul 2004). Rispetto alle Politiche dell’anno scorso, invece, quando hanno votato 35.348.709 italiani (75%), sono rimasti a casa 6,5 milioni di elettori.

“Un andamento preoccupante”, commenta sempre l’Istituto Cattaneo, perché “nell’arco di dieci anni la partecipazione alle europee è scesa in Italia di 13 punti percentuali”. Morale: se si assume come riferimento l’elezione del 1979 il crollo della partecipazione in Italia risulta di 26,9 punti percentuali. Insomma, l’Itali perde terreno sia guardando al dato dell’affluenza sul lungo periodo sia, anche, nel breve periodo, ma mentre nel primo caso l’arretramento dell’affluenza può dipendere dal valore di eccezionale livello di partecipazione dei decenni passati, la perfomance negativa rispetto al 2009 (-7,7%) segnala la persistenza di una grave crisi di legittimità del voto anche in elezioni dall’offerta politica assai ampia. “Con ogni probabilità – chiosa l’Istituto Cattaneo – ha pesato sul dato del calo dell’affluenza la crisi del centrodestra e dell’elettorato moderato che non è riuscito a trovare spazio in una gara tutta polarizzata tra Pd e M5S”.

i simboli dei principali partiti politici presenti alle elezioni europee del 2014
i simboli dei principali partiti politici presenti alle elezioni europee del 2014

Ed eccoci, dunque, al risultato dei principali partiti e attori politici italiani.

Il ‘trionfo’ del Pd simile alla Dc degli anni ’50. Un partito ‘pigliatutto’.

Per quanto riguarda il Pd, è ormai evidente a tutti il cd. “effetto Renzi”, o meglio un effetto leadership: insieme a (ipotizzabili ma non ancora valutabili appieno) conseguenze sul comportamento di voto connesse a singole politiche condotte/annunciate dal Governo (i famosi ’80 euro’), la presenza del nuovo segretario e premier sulla scena politica italiana e quella – da lui voluta – di una nuova classe dirigente, giovane, dinamica, ha contenuto e battuto gli effetti della sfida avanzata dall’M5S di Grillo, vero competitor del Pd in assenza dello storico avversario Berlusconi. Sempre in base alle rilevazioni dell’istituto bolognese Cattaneo, il risultato del Pd è particolarmente “positivo” (in termini statistici) se si considera che si è registrata una contrazione della partecipazione e, ciononostante, il Pd ha raccolto un numero maggiori di consensi (in valore assoluto, e non solo in percentuale) rispetto alle Politiche del 2013 e alle Europee del 2009 e ne prende meno solo rispetto alle Politiche del 2008 (- 800 mila voti).

Il Pd (11.172.861 voti, pari al 40,8%, e 31 europarlamentari eletti, il gruppo più consistente all’interno della famiglia europea del PSE inviato a Strasburgo, gruppo che potrà contare su 189 eurodeputati, la seconda ‘famiglia’ politica europea seconda sola al PPE, superando anche l’SPD) cresce rispetto alle elezioni europee del 2009 e alle politiche del 2013, dunque, mostrando una crescita sostenuta in tutto il territorio nazionale. Le elezioni con cui è più corretto, dal punto di vista metodologico, fare una comparazione sono le Europee del 2009 (+3.183.262 i voti per il Pd), quando il Pd ebbe 8.007.854 di voti pari al 26,1% ottenendo 21 seggi.

Tuttavia, il Partito democratico ha significativamente incrementato i voti anche rispetto alle Politiche del 2013: +2.526.827 rispetto agli 8 milioni e 646.037 voti presi, il 25 febbraio 2013, dal Pd allora guidato da Bersani, Pd che, allora, aveva perso quasi 3,5 milioni di voti rispetto al Pd del 2008. in un anno, cioè, il Pd è passato al 25,4% al 40,8% doppiando i voti ottenuti da M5S (21,2%) e triplicando quelli presi da Forza Italia (16,8%). Commenta sul Sole 24 ore del 27 maggio il professor Roberto D’Alimonte (politologo affermato e ‘padre’ dell’Italicum); “Il 40,8% al Pd è frutto di due fenomeni concomitanti. L’aumento dei voti al Pd in valore assoluto (+2,5 milioni rispetto alle Politiche 2013) e la diminuzione dell’affluenza alle urne che è calata di quasi 17 punti percentuali (dal 75% al 58%)”.

I dati del 2014, per il Cattaneo, vanno inoltre anche considerati in virtù del tipo di elezione e del connesso livello di partecipazione. Al netto di queste variabili il dato del Pd è, dal punto di vista elettorale/statistico, assai positivo. Il Pd, inoltre, è avanzato rispetto al 2013, in tutte le regioni (tranne in Sardegna: -6,1% sul voto precedente). Il partito guidato da Renzi, è diventato, infatti, il primo partito italiano in tutte le regioni e in tutte le 120 province italiane, tranne tre (Bolzano, Isernia e Sondrio). In termini percentuali tale spostamento in valori assoluti si traduce in un +29% rispetto alle politiche del 2013 e in un +40% rispetto al 2009. Dal punto di vista territoriale, l’avanzata del Pd è stata significativa in tutto il territorio nazionale, ma concentrata soprattutto nelle regioni settentrionali (Nord Ovest: + 35%), nel Sud (+28%) e meno sostenuta ‘solo’ nelle Isole (+13%). Del resto, 13 delle 15 province che hanno registrato il maggiore incremento di voti sono nel Nord (tranne Cosenza e Macerata) mentre le quindici “peggiori” prestazioni del Pd sono concentrate al Centro-Sud (tranne Bolzano e Trieste per ragioni ‘locali’) e in particolare in Sardegna.

Matteo Renzi vota al suo seggio di Pontassieve (Firenze)
Matteo Renzi vota al suo seggio di Pontassieve (Firenze)

L’analisi dei flussi di voto tra Politiche 2013 ed Europee 2014 realizzata dall’istituto Swg di Trieste per SkyTg24 chiarisce, invece, i movimenti di voto alla base della vittoria democratica. La strategia dell’estensione del parco elettorale fa sì che Renzi possa permettersi il lusso di perdere una manciata di voti in uscita verso l’estrema sinistra (circa 230 mila i voti ‘donati’ alla neonata lista Tsipras. I flussi, infatti, dicono che – rispetto alle politiche del febbraio 2013 – il Pd avrebbe confermato 6,6 milioni di voti cedendone poco più di due milioni, ma il saldo è comunque positivo per i democratici, che incassano 4.570.000 ‘nuovi’ voti. Se da una parte il Pd, infatti, riesce a drenare l’astensione, una valanga di nuovi consensi arriva da Scelta Civica che in un colpo solo si prosciuga ‘regalando’ al Pd 1.270.000 voti. Alla voce incassi pure 750 mila preferenze che arrivano dai delusi dell’M5S mentre sono 430 mila i voti dall’ex Pdl. E le grandi città diventano gli avamposti della marcia trionfale democratica: a Milano il Pd tocca quota 45%, Torino è una sorta di Stalingrado (45%) e a Roma il Pd supera il 43%. Tiene anche Napoli, dove il Pd intasca il 40,8%, mentre a Palermo i numeri sono più contenuti ma netti con il Pd al 34,2%.

Peraltro, l’exploit del Pd di Renzi non ha paragoni neppure con la storia della sinistra storica italiana: mai, nella storia del centrosinistra italiano, una forza politica si era spinto oltre il 40% (il massimo fu il 33,2% delle Politiche 2008 con il Pd a guida Veltroni). Persino il Pci di Berlinguer si fermò (e fu il suo massimo storico) al 34,4% dei voti (superato dalla Dc), record imbattuto ancora oggi per quanto riguarda le elezioni politiche. In tempi più recenti, la coalizione dell’Ulivo arrivò al 38% nel 1996 (ma sommando anche i voti di Rifondazione comunisti) mentre la coalizione ‘Uniti nell’Ulivo’ (Ds+Dl) prese, alle Europee del 2004, il 31,3%. In termini assoluti il Pd ha preso, alle Europee 2014, quasi un milione di voti in meno del Pd di Veltroni nel 2008 e poco meno del Pci ’84 di Berlinguer. Morale: solo la Dc, ma negli anni Cinquanta, riuscì a superare il 40%…

il twitt sfottò della Rete #vinciampoi ....
il twitt sfottò della Rete #vinciampoi ….

Il ‘tonfo’ dell’M5S. La strategia del ‘vaffa’ non paga, anzi: fa paura.

Il Movimento 5 stelle (M5S, 5.792.865 voti assoluti pari al 21,15% e 17 eurodeputati a Bruxelles), rileva ancora il Cattaneo, ha perso un terzo dei propri consensi (-33,4%) rispetto all’exploit delle politiche del 2013 (prima non era presente). La contrazione di consensi è significativa, quasi 3 milioni (-2.898.541 rispetto agli 8.691.406 di voti del 2013, il 25,5%). La ‘stanchezza’ elettorale dell’M5S, il cui risultato lo vede comunque ancora una forza politica rilevante (è il secondo partito in 84 province su 120) appare evidente se si considerano i dati relative alle sue maggiori perdite. Perdite che vengono registrate nelle Isole, dove il partito di Grillo aveva registrato percentuali elevate sia alle Politiche che alle regionali (Sicilia). Dal punto di vista geografico, infatti, la maggiore contrazione si registra nella circoscrizione Isole (-44,4%, con la Sicilia a un eclatante -46,8%) e nel Nord-Est (-37%) mentre è più contenuta nelle regioni del Sud (-23,8%) ma – sempre tornando alla Sicilia – nel 2013 il Movimento viaggiava al 33% contro il Pd al 18% mentre oggi i democratici ribaltano i rapporti di forza: 41,6% contro il 26% dei grillini. A livello nazionale, però, l’M5S resta il secondo partito in 84 province e il terzo in 14 casi. I pentastellati limitano i danni in Campania, lottano fino all’ultimo in Abruzzo sfiorando il 30% (29,7%) contro un Pd vittorioso col 32,4%. Il Movimento tiene anche in Molise dove raccoglie un 27,3% a fronte del 31,2% del Pd mentre in Sardegna riesce a superare quota 30% (30,5%). “Come spesso accade ai movimenti “estremi/radicali” – scrive l’Istituto Cattaneo – a potenti fasi di avanzata spesso segue una fase di assestamento o contrazione dovuta a elementi congiunturali ma anche dalle ‘mancate promesse’ che l’assenza dal governo inevitabilmente genera”. Secondo, invece, l’analisi dei flussi elaborati dall’istituto Swg per SkyTg24 l’M5S registra un saldo nettamente negativo: tre milioni di voti persi dall’anno scorso, 750 mila dei quali vanno ad ingrossare i voti del Pd, 190 mila sono invece gli elettori che avrebbero abbandonato Grillo per la Lega Nord e 13 0mila quelli fuggiti verso i Fratelli d’Italia. Ma la vera emorragia è rappresentata dai 2.150.000 voti finiti nel cestino dell’astensione. Commenta, però, sempre il professor D’Alimonte: “Il partito di Grillo ha preso più voti in valore assoluto del Fronte Nazionale di Marie Le Pen in Francia e dell’Ukip in Gran Bretagna. Ha perso voti, ma non è crollato”.

Il nuovo simbolo di FI
Il nuovo simbolo di FI

Un centrodestra ‘diviso’ che perde (FI) o non riesce a sfondare (NCD).

Il risultato di Forza Italia alle elezioni europee del 2014 (4.614.364 voti, pari al 16,8% dei voti e 13 europarlamentari contro il 35,3% del Pdl e 29 seggi alle europee del 2009) è, invece, comparabile solo con quello del Pdl per le elezioni politiche del 2013 e con quello delle Europee del 2009. Per rendere la comparazione plausibile e ragionevole politicamente, trattandosi di partiti non presenti in tutte le elezioni considerate (FI; NCD, Fratelli d’Italia oggi rispetto al Pdl+Udc-+La destra di ieri), l’istituto Cattaneo ha proceduto con il confronto tra la somma dei voti a Forza Italia e NCD-UDC per il 2014 e ai voti ricevuti da Pdl e Udc nel passato. Dall’analisi emerge che le forze di centro-destra, guidate da Silvio Berlusconi fino a pochi mesi fa, hanno complessivamente perso il 27% rispetto alle politiche (-2.366.348 rispetto ai 8.171.382 voti validi al centrodestra, 21,6%, del 2013 quando la coalizione era composta da Forza Italia-Udc-altri) e oltre la metà dei consensi avuti alle europee del 2009 (-54,5%). In termini assoluti sono valori eccezionali in negativo. l’area di centro-destra ha perso oltre 2 milioni di voti sul 2013 (-2.366.348) e quasi 7 milioni rispetto al 2009 (-6.966.109), Forza Italia resta però secondo partito in 19 province italiane e terza forza in 84 casi e (altra magra consolazione) sommando tutto il centrodestra arriva al 31%.

Per quanto riguarda i flussi, sempre restando in area berlusconiana il saldo è decisamente negativo. A fronte di 3.640.000 voti confermati, ne vengono ceduti 3.690.000 mentre i nuovi si attestano a 960 mila. Se a febbraio 2013 i cittadini ad aver scelto Berlusconi erano 7.330.000 oggi sono 4.600.000. Seguendo i calcoli di Swg per SkyTg24 nel campo delle “cessioni” la fetta più grossa degli elettori in uscita da Forza Italia è rappresentata dagli astensionisti (1.750.000), seguono 470 mila elettori sedotti dai “cugini” del Nuovo Centrodestra mentre 430 mila fanno il salto dello steccato e passano al Pd. Ma Forza Italia perde anche 410 mila elettori in uscita verso il Movimento 5 Stelle e 340 mila approdati alla Lega, mentre le crocette ex azzurre passate a votare i cugini di Fratelli d’Italia si fermano a 220mila.

Le diverse soglie di sbarramento nei paesi UE
Le diverse soglie di sbarramento nei paesi UE

Per quel che riguarda l’NCD-UDC-Popolari per l’Italia (in parte presenti), suonano davvero ‘pochini’ quei 1.202.350 voti raccolti pari al 4,4% e tre eurodeputati che, una volta ribaditi i numeri del Pdl (35,3%) del 2009, possono essere comparabili (in negativo) con il 6,5% e 5 seggi dell’Udc. Certo, il Nuovo Centrodestra di Alfano riesce – parlando in termini di flussi elettorali – a inglobare una fetta di elettori berlusconiani e le briciole seminate per strada da Scelta Civica, oltre ai 200 mila voti portati in dote dall’alleato Udc e ai circa 100 mila elettori in uscita dai Cinque Stelle. Un bottino che, però, resta decisamente magro date le premesse della vigilia e che, senza . il contributo dei voti dell’Udc (stimabile nel 1,5-18% almeno), avrebbe impedito a NCD di superare anche solo lo sbarramento del 4%.

L’ottimo risultato della Lega Nord, il vero partito ‘anti-europeista’.

Se è prematuro stabilire se ci sia stato – come pure appare evidente – un ‘effetto Salvini’ sulla Lega Nord (1.390.534 voti pari al 6,2% e sei eurodeputati), in ogni caso il Carroccio ha temporaneamente bloccato l’emorragia di consensi che ne ha messo in discussione la sopravvivenza dal 2011 in poi. Rispetto alle Europee del 2009 (10,2% e nove seggi), il partito guidato da Matteo Salvini manifesta ancora potenti difficoltà, rileva l’istituto bolognese Cattaneo, dato che la contrazione è stata pari a un rilevante -46% dei consensi (- 1.437.825 in voti assoluti). Si tratta, però, del periodo in cui la formazione di Umberto Bossi, sottolinea ancora il Cattaneo, mieteva consensi raggiungendo in alcuni casi dei massimi storici. Viceversa, se si confronta il dato del 2014 con quello più recente del 2013 si evince una crescita in valori assoluti di oltre un quinto (+21,1%) pari a quasi trecentomila unità (+296.022). Nel 2013, infatti, la Lega Nord aveva preso 1.686.556 voti pari al 4,1% (Camera). Trattandosi di un partito a forte connotazione geo-territoriale, spiega il Cattaneo, le maggiori prestazioni della Lega si sono registrate nelle roccaforti dove maggiore era del resto stata l’emorragia di consensi nel 2013, in larga misura appannaggio dell’M5S. Nel Nord Est la progressione è stata pari al 24,8% ma decisamente più contenuta nel Nord Ovest (+5%). Per quanto riguarda i flussi, è il segno più che accompagna, invece, la performance della Lega Nord: rispetto alle scorse politiche conferma 890mila voti del 2013, ne incassa 800mila nuovi cedendone 500mila. Il travaso in favore di via Bellerio arriva per lo più da M5S e Forza Italia. Commenta il professor D’Alimonte: “la Lega ha aumentato voti sia in termini percentuali (+ 2,1%) che in valori assoluti (+300 mila voti)”.

Il leader di Sel Vendola mentre vota alle Europee
Il leader di Sel Vendola mentre vota alle Europee

Il piccolo ‘miracolo’ della lista Tsipras, oltre la ex sinistra radicale.

La lista Tsipras (1.108.457 voti pari al 4,0% e tre europarlamentari inviati a Bruxelles), al pari della Lega Nord, ha registrato un andamento disomogeneo rispetto alle politiche del 2013 e alle europee del 2009. La comparazione, per ragioni metodologiche e ‘politiche’ è stata effettuata dal Cattaneo confrontando L’altra Europa con Tsipras con i voti presi da Sinistra ecologia e libertà di Nichi Vendola (3,1% e zero seggi) e il partito di Rifondazione comunista (peraltro allora unito con il Pdci, 3,4% e zero seggi) alle precedenti consultazioni europee del 2009.

Rispetto al 2013 (1.089.409 voti a Sel e 37 seggi alla Camera dei Deputati pari al 3,2% mentre Rivoluzione civile di Ingroia prese il 2,2% e 0 seggi) viene registrata una lieve inversione di tendenza (+1,3%), non sufficiente però a invertire le dinamiche di contrazione elettorali iniziate già nel 2008 per l’area della cd. ‘sinistra radicale’ (Prc-Pdci-Sel-altri erano sotto il 4%). Rispetto al 2009 la perdita di voti è pari a quasi la metà (-48,8%), ossia a – 1.050.348 di voti. All’interno della dinamica elettorale tra le due consultazioni, nel caso di Tsipras emerge chiaramente – sottolinea il Cattaneo – anche una tendenza di tipo geografico: la lista, infatti, registra incrementi di consensi significativi specialmente nelle regioni del Nord (+26% nel Nord Ovest; +21,6% nel Nord Est), mentre perde quasi il 30% al Sud (-28,8%) e rimane sostanzialmente stabile al Centro e nelle Isole.

Per quanto riguarda i flussi elettorali, L’Altra Europa per Tsipras, oltre ai voti conquistati dal Pd, può contare sugli oltre 400 mila voti del portafoglio di Sinistra Ecologia e Libertà, i 200 mila di Rivoluzione Civile (guidata, alle Politiche del 2013, dall’ex magistrato Antonio Ingroia) ma anche un tesoretto di 120 mila elettori che hanno abbandonato l’M5S. Infine, se si confrontano i risultati della lista Tsipras con quelli ottenuti alle europee del 2009 da Sel e Rifondazione Comunista la perdita di voti è pari a quasi la metà (-48%,8%), che – tradotto in numeri – fa – 1.050.348. In ogni caso, un piccolo ‘miracolo’ quello della lista Tsipras che in campagna elettorale si è fatta sentire poco e male, ma che ora, invece, c’è.

Il molto sfortunato simbolo di Scelta Europea presente alle Europee
Il molto sfortunato simbolo di Scelta Europea presente alle Europee

La debacle di Scelta Europea (ex lista Monti), destinata a scomparire. Hanno, infine, davvero del clamoroso i dati – un vero abisso e picco in negativo difficilmente paragonabile a precedenti tonfi illustri nella storia degli andamenti elettorali dei partiti italiani – della lista Scelta Europea, composta da Scelta civica (ex lista Monti alle elezioni Politiche del 2013), Centro democratico, la piccola formazione guidata da Tabacci e Pisicchio, e la lista (presente alle Politiche come Cd) di ‘Fare per fermare il declino’. Appena 196.157 voti racimolati alle Europee (0,7% e zero seggi, ovvio), meno della lista dei Verdi-Green Europa (0,9%)e pari al risultato dell’Idv, un saldo negativo, rispetto alle Politiche del 2013, di ben -3.335.380 voti, quando la lista Monti da sola (a prescindere dalla coalizione con Udc e Fli) prese (dati Camera) 2.824.065 voti pari all’8,3%. Una debacle clamorosa.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 27 maggio 2014 sul sito della Fondazione Europa Popolare ( il sito della Fondazione Europa Popolare) e delll’MCL.

Il sito dell’istituto di ricerca politica ‘Cattaneo’ di Bologna

il sito dell’istituto di sondaggi e flussi elettorali Swg di Trieste

Il sito del Centro Italiano Studi Eelettorali (CISE) dell’univ. Luiss di Roma

Le elezioni europee del 25 maggio. Un test cruciale per i diversi attori politici e gli equilibri interni (italiani)

Le diverse posizioni dei partiti politici italiani davanti alle elezioni europee del 25 maggio 2014.

La sede del Parlamento europeo di Bruxelles
La sede del Parlamento europeo di Bruxelles vista dall’esterno.

Il 25 maggio 2014 si terranno, anche in Italia, le elezioni europee, che riguarderanno nel complesso i 28 stati membri dell’Unione Europea. Sono le ottave elezioni per il Parlamento Europeo a cui hanno partecipato i cittadini italiani a partire dal 1979 e sono le prime elezioni che, in base al Trattato di Lisbona, porteranno alla elezione da parte del Parlamento Europeo (PE) del presidente della Commissione Europea, capo dell’Esecutivo europeo, sulla base di una proposta fatta dal Consiglio europeo, ma per la prima volta prendendo in considerazione il risultato delle elezioni (articolo 17, paragrafo 7 del Trattato europeo).

Il sistema elettorale in vigore in Italia per la scelta dei rappresentanti da mandare al PE è un sistema proporzionale di lista con la possibilità di esprimere da una a tre preferenze per i singoli candidati, con un di più’ le ‘quote rosa’, introdotte di recente per legge (su tre preferenze possibili espresse e’ obbligatoria l’alternanza di genere uomo-donna-uomo, donna-uomo-donna, donna-donna-uomo, ove manchi una donna il voto e’ invalido).

In totale, all’Italia sono assegnati 73 seggi. Il territorio è diviso in cinque circoscrizioni elettorali: Nord-ovest (20 seggi), Nord-est (14 seggi), Centro (14 seggi), Sud (17 seggi), Isole (8 seggi). Inoltre. A ciascuna circoscrizione spetta un numero di seggi proporzionale al numero di abitanti risultante dall’ultimo censimento della popolazione. Per presentare una lista alle elezioni europee era necessario raccogliere le firme, per ogni singola circoscrizione, di almeno 30.000 e non più di 35.000 elettori, tranne nel caso in cui la lista abbia partecipato alla precedenti elezioni al Parlamento italiano o europeo con un proprio simbolo e ottenendo almeno un seggio.

Per ottenere seggi nel PE ciascuna lista deve superare un soglia elettorale stabilita a livello nazionale, pari al 4% dei voti validi. Per le liste delle minoranze linguistiche è prevista la possibilità di collegamento con una lista nazionale: in tal caso i voti della lista linguistica andranno ad incrementare quelli della lista nazionale, ottenendo uno dei suoi seggi qualora un candidato linguistico ottenga almeno 50.000 suffragi.

Nel campo degli studi elettorali, le elezioni europee sono sempre state considerate come second order elections, ossia elezioni in cui le questioni europee sono in secondo piano. I partiti fanno cioè’ campagna elettorale su temi e questioni prevalentemente nazionali su cui poi gli elettori basano le loro scelte di voto. Inoltre, le elezioni di secondo ordine sono elezioni in cui la posta in gioco è minore (o è percepita come tale) rispetto alle elezioni politiche (quando invece in palio c’è il governo del proprio paese) e di conseguenza la partecipazione al voto è minore e gli elettori si sentono più liberi nelle loro scelte elettorali, punendo nelle urne i partiti di riferimento quando si ritiene che non stiano svolgendo un’azione politica efficace e consona alle proprie aspettative.

Secondo questa prospettiva, quindi, le elezioni per il PE costituiscono un laboratorio per i partiti per sperimentare nuove offerte elettorali e sono un arena elettorale particolarmente favorevole per i partiti all’opposizione e per quelli di protesta, mentre i partiti al governo di solito sono svantaggiati in base alla teoria del ciclo elettorale. In particolare, i partiti di governo tendono a subire perdite quando le elezioni europee non si svolgono subito dopo le elezioni nazionali (quando solitamente i governi sono in “luna di miele” con gli elettorati), ma quando avvengono circa a metà legislatura.

In base a quanto scritto fino ad ora, si capisce come le prossime elezioni europee in Italia rappresentino un interessante test elettorale per diversi attori politici. In primo luogo sono un importante test per il principale partito al governo, il PD. Infatti, tali elezioni cadono dopo poco più di un anno rispetto alle precedenti elezioni politiche, quando il Pd prese il 25,4% e risulto’ il primo partito per un soffio e prima coalizione alla Camera solo grazie al premio di maggioranza previsto dalla legge in vigore, il Porcellum, che venne conquistato dalla coalizione Italia Bene Comune (Pd-Sel-PSI) con il 29,5 % dei consensi che permise al centrosinistra di ottenere la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera (55%) ma non al Senato, dove la situazione e’ ancora più’ frastagliata e controversa a causa di premi che li’ sono regionali. Piu’ difficile bissare il risultato del Pd di Veltroni alle Politiche del 2008 (33%), molto più’ facile superare il risultato del Pd alle Europee del 2009 (26,1%). Le europee, inoltre. in realtà avvengono in un contesto politico del tutto nuovo determinato dalla nascita del governo Renzi nel febbraio 2014. Per Renzi e per la popolarità del suo governo da poco insediato, quindi, tali elezioni costituiscono un importante banco di prova.

Lo stesso si può dire per i due principali partiti all’opposizione, in particolare per il M5S e per Forza Italia. Per Grillo e il suo movimento si tratta della ‘scommessa’, molto azzardata, di qualificarsi come primo partito italiano, togliendo al Pd un primato che, per un soffio (grazie al voto degli italiani all’estero) l’allora partito guidato da Pier Luigi Bersani ha conseguito alla Camera dei Deputati alle ultime elezioni politiche. In caso di vittoria dell’M5S, peraltro il suo leader, Beppe Grillo, ha già’ annunciato che chiederà’ le dimissioni del governo Renzi, quelle del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, l’elezione di un nuovo Capo dello Stato e l’indizione di nuove elezioni politiche anticipate. Obiettivo molto ambizioso dell’M5S (25,5% alle ultime elezioni politiche, dati Camera) e’, dunque, quello di superare almeno il 30% dei voti. Infatti, il Pd e’ accreditato almeno di tale cifra nelle peggiori delle previsioni e negli ultimi sondaggi (sondaggi che, nelle ultime settimane di campagna elettorale, non si possono divulgare).

Nel caso di Forza Italia, poi, la verifica elettorale avverrà in un momento delicato per la vita di questo partito, con il leader Silvio Berlusconi non solo interdetto dai pubblici uffici e quindi incandidabile, ma anche limitato (se non impossibilitato) nel fare campagna elettorale dal momento che ad aprile si saprà se Berlusconi dovrà espiare la pena ai servizi sociali o agli arresti domiciliari. Obiettivo primario di FI e’ non scendere sotto la soglia del 20% dei voti, considerando che alle Europee del 2008 l’allora Pdl prese il 35,3% mentre alle ultime elezioni politiche sempre il Pdl prese il 21,5%.

Ma c’è un ulteriore motivo che rende tale tornata elettorale estremamente interessante: il fatto che quelle del maggio 2014 potrebbero essere le prime elezioni europee caratterizzate dalla rilevanza e dalla centralità delle questioni legate all’Unione Europea e al suo funzionamento, perdendo così il carattere di elezioni di secondo ordine. Infatti, l’attuale crisi dell’Eurozona (come effetto della crisi economica globale dovuta al crollo di Wall Street nel 2008) è iniziata alcuni mesi dopo le ultime elezioni del PE nel giugno 2009. Anche se ha interessato la maggior parte degli Stati membri dell’UE, le economie più colpite sono state quelle del sud Europa, tra cui appunto l’Italia. Con le dure misure di austerità imposte a questi paesi, il consenso delle istituzioni dell’UE presso l’opinione pubblica è significativamente diminuito. A tal proposito, sarà importante capire quale sarà la performance elettorale dei partiti euro-scettici (in primis il M5S, ma per certi aspetti anche Forza Italia), di quei partiti che chiedono apertamente l’uscita dell’Italia dalla zona Euro (Lega Nord e Fratelli d’Italia) e infine di quelli che chiaramente focalizzeranno la propria campagna elettorale sulla critica radicale alle misure di austerità imposte dall’Unione Europea (Lista Tsipras).
Per quanto riguarda i partiti cd. ‘Minori’ obiettivo di tutti costoro e’ superare la soglia di sbarramento, fissata in Italia, come in altri Paesi della Ue, al 4%, anche se tale soglia e’ stata di recente dichiarata incostituzionale dalla Corte costituzionale tedesca e un ricorso pende, da poco, anche presso la Consulta italiana. Per l’NCD guidato dal ministro Angelino Alfano (ex segretario del Pdl che ha rotto con Berlusconi e fondato il nuovo partito), alleato con l’UDC di Pierferdinando Casini si tratta di questione di vita o di morte politica e di dimostrare di essere l’ago della bilancia dentro il governo. Per la Lega Nord guidata da Matteo Salvini pure e’ lotta di sopravvivenza, ma mentre NCD e Lega venivano dati, negli ultimi sondaggi diffuso prima del blocco, sopra tale soglia, per Scelta Civica (il partito fondato da Mario Monti e oggi guidato dal ministro Stefania Giannini), Fratelli d’Italia (che si è’ fusa con diversi pezzi che vengono dalla storia dell’Msi e di An) di Giorgia Meloni e per la lista Tsipras (formata da personalità’ e professori ‘indipendenti’ della sinistra radicale più’ il Prc di Paolo Ferrero, Azione civile di Antonio Ingroia, e altri movimenti minori) raggiungere la soglia del 4% appare un miraggio. Come pure lo è’ per i Verdi – lista Green Italia degli ecologisti Bonelli e altri.

Gli scranni dove siedono i parlamentari europei a Bruxelles
Gli scranni dove siedono i parlamentari europei a Bruxelles.

I principali attori politici italiani, inoltre, fanno parte di ben determinate famiglie politiche europee, alcune delle quali hanno deciso che i partiti di riferimento in ogni paese si presenteranno alle elezioni dichiarando quale sarà il candidato alla presidenza della Commissione europea (che come si è visto in precedenza sarà poi eletto dal PE). In Italia, ad esempio, il PD (che da poco fa parte organicamente del PSE) sosterrà la candidatura del tedesco Martin Schulz (attuale presidente del PE e membro della SPD), mentre i partiti della sinistra radicale, assieme a esponenti della società civile e a SEL, hanno deciso di dar vita a una lista comune che già nel nome richiama il candidato del partito della Sinistra Europea, ossia il greco Alexis Tsipras, leader del partito di sinistra radicale greco Syriza. Del Partito Popolare Europeo (il cui candidato alla presidenza è il lussemburghese Jean-Claude Juncker) fanno invece parte Forza Italia, l’UDC e il NCD di Alfano (questi ultimi due alleati tra loro). Scelta Civica invece appoggia il candidato del gruppo liberal-democratico (ALDE), ossia il belga Guy Verhofstadt.

Invece, il M5S non aderisce a nessuna famiglia politica in seno al PE, mentre la Lega Nord e FdI faranno parte dello stesso gruppo del Front National di Marine Le Pen, ossia lo European Freedom and Democracy, che ha deciso di non indicare nessun candidato alla presidenza ritenendo una presa in giro la nuova normativa. Alle precedenti elezioni del 2009, in un contesto in cui l’affluenza era stata del 65,1%, ricordiamolo ancora, il partito nettamente più votato era stato il PDL (membro del PPE), con il 35,3% dei voti (ottenendo 29 seggi), mentre il PD era arrivato secondo con il 26,1% (e 21 seggi).

Ma il 2009 era un’altra era politica: c’era ancora il governo Berlusconi, la sua popolarità era ancora molto elevata e il suo partito era unito. In seguito, la crisi economica si è manifestata in tutta la sua gravità, numerosi scandali politici e giudiziari hanno riguardato i principali partiti e soprattutto Berlusconi, il governo di centrodestra è caduto ed è nato il governo tecnico di Monti, si è affermato sulla scena nazionale un nuovo attore politico come il M5S di Grillo, fino ad arrivare al “pareggio” e all’instabile risultato delle elezioni del febbraio 2013. Sicuramente oggi il quadro è completamente cambiato e non resta che attendere il 25 maggio per capire quali saranno i vincitori e i vinti delle prossime elezioni europee.

NB. Questo articolo e’ stato scritto e pubblicato per il sito della Fondazione Europa Popolare ( http://www.eupop.it) e per il sito Internet dell’MCL (http://www.mcl.it).

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