“Saldi invernali” in Archivio. Tre articoli recenti: retroscena su Renzi e le candidature nel Pd, Gentiloni e il governo, le Camere sciolte e Mattarella

Pubblico qui di seguito tre articoli usciti su Quotidiano Nazionale tra il 27 e il 30 dicembre 2017. Parlano dello scioglimento delle Camere, delle scelte di Renzi, Gentiloni, Mattarella Li leggerete in ordine inverso alla data di pubblicazione, cioè dal più recente al meno recente. 
1. Parte il toto-candidature nel Pd. Renzi epura le correnti e lascia alle aree interne solo le briciole, con Gentiloni aumentano gli attriti: premier restio ad andare in tv. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
renzi sul treno

Il segretario dem Matteo Renzi sul treno Destinazione Italia

Il Pd ha, come si sa, molti problemi da affrontare nella corsa verso il voto che si è aperta ufficialmente con lo scioglimento delle Camere decretato da Mattarella il 27 dicembre scorso. Ci sono i sondaggi, in calo vertiginoso: oggi il Pd è quotato al 23% (-7 punti in 7 mesi), anche se Renzi è convinto: «arriveremo almeno al 25%, saremo il primo partito e la seconda coalizione». Anzi, secondo il leader dem, che lo spiega ai suoi, “prenderemo almeno il 25% dei voti, il che vuol dire ottenere almeno 250 parlamentari: 150 eletti nei listini proporzionali e 100 nei collegi uninominali”.
Poi c’è il problema degli alleati minori che vengono chiamati, con dispetto, «nanetti», al Nazareno. Hanno zero peso politico, raccatteranno pochi voti, ma reclamano collegi sicuri (5 cadauno per ognuno delle tre liste alleate: centristi ‘per l’Europa’, Insieme, cioè la pattuglia di ulivisti, socialisti e verdi, e i Radicali di Bonino-Magi-Della Vedova).
Poi, ancora, c’è il problema della corrosione della leadership di Renzi: sarà costretto, volente o nolente, a giocare «di squadra» con ministri che, in parte, non ama  proprio (tipo quello all’Interno, Marco Minniti, che sta facendo fuoco e fiamme perché non vuole subire l’ignominia di essere candidato nella sua Reggio Calabria e perdere il suo collegio) e ministri che a stento tollera dentro il partito, figurarsi al governo (Franceschini, Finocchiaro, Orlando, etc.), Ma, soprattutto, con Gentiloni nell’oramai noto «schema a due punte». Gli screzi, gli attriti e le incomprensioni, tra premier ed ex premier, sono  in crescita esponenziale. In ogni caso, Renzi dovrà, giocoforza, farsi «un vanto» dell’azione di un governo che non ha mai amato né voluto. Invece, Gentiloni dovrà «farsi vedere» in campagna elettorale: sarà candidato nel collegio di Roma 1 e in più listini proporzionali (Puglia e Piemonte, pare). Il premier, però, vorrebbe solo fare «il governo che governa», come recita una delle sue ormai note tautologie, con imparzialità  e seguendo alla lettera i dettami di Mattarella che non vuole esporlo per conservarlo, «freddo», per il dopo voto.

 

Infine, dramma nel dramma, c’è il busillis Maria Elena Boschi. In  realtà, la pratica è già stata risolta: «Non l’ho sentita, in questi giorni», dice Renzi ai suoi, «ma so che si vuole ricandidare e io non abbandono gli amici in difficoltà. L’ho fatto persino con Lupi…». Morale, ‘Meb’ sarà candidata: o nel suo collegio naturale, quello di Arezzo, in una sorta di ordalìa personale contro tutto e tutti («ma ad Arezzo la serie storica dice che vinciamo sempre», ricorda Renzi), o solo nel listino proporzionale in Toscana oppure in entrambi.
Il solo problema che, paradossalmente, il Pd non ha è come ripartire le quote interne in vista delle candidature alle Politiche. Al Nazareno  si dice, senza troppe diplomazie, che verrà messa in atto una vera «pulizia etnica» delle tante (troppe, per Renzi) «anime» interne che scarseggiano in lealtà. Il segretario, che si candiderà nel collegio senatoriale di Firenze 1 («Attendo Salvini», la sfida da lui lanciata al leader leghista), vuole avere, in Parlamento, una pattuglia di “fedelissimi” pronti a tutto: appoggiare un governo di «larghe intese», ovviamente, ma anche, forse, a dare il via libera a un governo tutto targato centrodestra. «Le federazioni toscane ed emiliane faranno fuoco e fiamme», preconizzano i renziani, «perciò ci servono parlamentari fedelissimi, solidi e saldi». Alle altre aree interne  ‘a-renziane’ andranno le briciole. «Area dem» di Dario Franceschini, che si candiderà a Ferrara, contava 90 parlamentari. Quanti ne torneranno? Al Nazareno la questione brutalizzano così: «Area dem non esiste più perché al congresso stavano tutti con noi, nella mozione a sostegno di Matteo». Ergo, a loro non andrà nulla o quasi. Ma anche se a Franceschini venisse riconosciuta una piccola quota, dentro «ci vanno pure Fiano, Rosato, Giacomelli», è la furbata renziana, visto che sono già tutti renziani.
In compenso, all’area Orlando, «Dems», andrà molto peggio. Oggi gli orlandiani sono una quadrata legione romana: ben 120 parlamentari. «Orlando ha preso il 18% al congresso e quello avrà, ma dentro dovrà fare posto pure ai cuperliani e agli ulivisti, a Rete dem, etc», sibilano al Nazareno. Morale, se Orlando, che si candiderà nella sua Liguria, avrà 15 parlamentari o poco meno, potrà dire di aver portato a casa la pelle. Michele Emiliano, infine, di posti ne avrà solo cinque, ma non farà storie: saranno tutti suoi pugliesi doc.
Infine, la famosa «società civile». Tra i nomi che Renzi vuole in lista c’è l’immunologo Burioni, l’ex ct di volley Berruto e «AstroSamanta» Cristoforetti, oltre al fratello del giornalista Siani e alla giornalista, leader del movimento ‘Fino a prova contraria’, la Chirico. Voleva pure l’olimpica Bebe Vivo. La quale, però, per sua fortuna, “non ha l’età”.
NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 30/12/2017.
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2. Gentiloni farà campagna elettorale per il Pd ma ‘cum juicio’ e si smarca da Renzi 
Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

Ettore Maria Colombo – ROMA
Nun ce se crede…”. E’ proprio nel bel mezzo della conferenza stampa di fine anno, mentre sta parlando dell’Italia leader nell’export, che Paolo Gentiloni si lascia scappare una battuta in romanesco – romanesco alto, però, curiale e nobiliare, stile sonetto del Belli – come, forse, a tradire un’emozione, quella di “Paolo il Freddo”. Uno che, di solito, parla per tautologie (“il governo governa”, “apriremo il dossier quando il dossier sarà aperto”…), ma che, proprio ieri, nella conferenza di fine anno, che per incidens è coincisa con quella di fine legislatura, si è tolto diversi sassolini dalle scarpe. Il premier attuale – e che resterà in carica con pieni poteri, altro che “disbrigo degli affari correnti”: del resto ‘vuolsi così colà dove si puote’, cioè al Quirinale –  rivendica di “aver preso delle decisioni, non fatto annunci” (stoccata a Renzi n. 1). Poi sospira che “non vedevo l’ora che finissero le audizioni della commissione Banche” (stoccata a Renzi n. 2, lo scontro tra Gentiloni e Renzi è stato quasi pari a quello su Visco). Infine, ricorda i risultati “miei e dei miei predecessori”. E qui cita non solo l’ex premier, ma anche Enrico Letta, uno che, solo a nominarlo, nel Pd renziano mettono mano alla pistola (Renzi, infatti, non lo nominava mai, stoccata n. 3). Gentiloni si produce, invece, in un difesa a spada tratta della Boschi (“L’ho voluta io” rivendica) e anche della necessità – in sottile ma evidente polemica con gli scissionisti andati via dal Pd e finiti in Leu – che “la sinistra non può che essere di governo”. Con tanto di citazione mitterandiana del Pd che dovrebbe porsi come “la forza tranquilla” (ieri Renzi ha fatto identica citazione).
C’è, naturalmente, in Gentiloni, la personale soddisfazione per tutto quello che ha compiuto in questo faticoso anno di lavoro (“Per il Pd più che farmi venire l’infarto non potevo fare…” rivendicò mesi fa) in cui, appunto, “non abbiamo tirato a campare”, ma prodotto risultati sul fronte dell’economia, dei migranti, dei diritti, anche se su quest’ultimo punto ammette: il bicchiere è mezzo pieno (unioni civili e biotestamento approvati) ma anche mezzo vuoto (ius soli saltato). Certo, tutti questi impegni il premier li ha potuti onorare grazie al pieno sostegno di Mattarella, con cui ormai il sodalizio è di ferro, l’appoggio, a corrente alternata, del Pd di Renzi e il sostegno freddo, ma leale, degli altri partiti di maggioranza. Ma “la Sfinge” – così lo chiamano i suoi colleghi di governo – non solo è riuscito a sfangare un anno partito malissimo, ma anche a imporre uno stile, il suo, quello dell’understatement, che da Renzi, come si sa, è lontano anni luce. Inoltre, il segretario non ha più in mano le leve del potere, Gentiloni sì. Il premier ha fatto (Polizia, Aise, Consob, BankItalia) e farà nomine assai importanti (Guardia di Finanza, Carabinieri, Esercito), affronterà – e, forse, risolverà – i caldi dossier aperti di Alitalia e Ilva in vendita, porterà le truppe italiane in Niger (sul punto arriva l’unica stoccata alle opposizioni e alle loro “illazioni spettacolari” su una missione che per Gentiloni come per Mattarella, oltre che per la Pinotti, “è strategica” per mantenere l’Italia coi piedi saldi in Africa) e rappresenterà l’Italia in cruciali vertici Onu, Ue e Nato, senza dire che, nei prossimi sei mesi, l’Italia avrà la presidenza semestrale dell’Ocse.
Renzi, però, ovviamente, fa e farà di tutto per farsi trovare pronto: dice ai suoi che “Per me Paolo non è un potenziale rivale domani, ma un alleato forte oggi”. Anzi, la linea del Nazareno sarebbe questa: Renzi starà sui social “a bombardare Berlusconi e Grillo” mentre Gentiloni dovrebbe andare in tv (della qual cosa ha zero voglia e pare non farà) e i ministri, poveretti, andranno “sui territori”, a cercar voti.
Anche Gentiloni non si pone in contraddizione con Renzi: è disponibile a fare campagna elettorale “con le modalità che il Pd sceglierà”. E il Pd ha già scelto: lo candiderà a Roma 1, nel collegio uninominale, e in più listini proporzionali. Il terzo incomodo, però si chiama Mattarella: ha fatto di tutto, pur di tenere in vita il governo Gentiloni fino a dopo il voto. E ora il Colle fa trapelare che “Gentiloni va preservato dalle possibili polemiche della campagna elettorale”. Che è come dire al Pd: usatelo sì, ma il meno possibile, cum juicio.
NB: L’articolo è pubblicato il 29 dicembre 2017 a pagina 3 del Quotidiano Nazionale
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3. Mattarella. Gentiloni, fino alle nuove Camere, ha “pieni poteri” ma intanto il Capo dello Stato già pensa a mettere in pista un Gentiloni bis, dimissionario o no. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

L'aula di Montecitorio vista dall'interno

Oggi, 27 dicembre, al termine della conferenza di fine anno di Paolo Gentiloni, il premier salirà al Colle e dopo terrà un consiglio dei ministri. Il Colle firmerà l’atto di scioglimento delle Camere (un Dpr, Decreto del Presidente della Repubblica), ma sarà il cdm, con un Dpcm, a stabilirà la data del voto: entrambi gli atti saranno controfirmati dai due Presidenti. Il governo si prenderà un tempo mediano tra la data minima stabilita dalla legge (45 giorni, in base al TU del 1957) e la data massima fissata per Costituzione (70 giorni) per fissare elezioni e tutti gli indizi dicono che il Paese andrà al voto il 4 marzo. Il 31 dicembre, nel discorso di Capodanno, il Capo dello Stato spiegherà le ragioni dello scioglimento delle Camere, inviterà gli italiani al diritto di voto e i partiti a una campagna elettorale civile.

Fin qua, si può dire, l’ufficialità. Dietro, però, c’è molto altro. “Il corretto funzionamento delle Istituzioni, non ammette vuoti”. Tagliano corto così, al Qurinale, in merito alle petizioni on-line di cittadini e parlamentari di sinistra (Manconi, Cuperlo, etc.) che si stanno appellando a Sergio Mattarella affinché differisca “di qualche settimana” lo scioglimento delle Camere per approvare, al Senato, lo ius soli. Il presidente della Repubblica non ha nulla, naturalmente, contro lo ius soli (anzi, ritiene la “nuova cittadinanza” un tema cruciale e da affrontare), ma il suo primo obiettivo è assicurare la chiusura “ordinata” della legislatura in corso e l’altrettanto ordinata apertura della prossima, di legislatura. Il tempo per approvare lo ius soli è, dunque, del tutto scaduto. Con il voto che verrà fissato al 4 marzo, la prima seduta delle nuove Camere (XVIII legislatura) si terrà il 24 marzo quando i nuovi parlamentari dovranno eleggere, come loro primo atto, i nuovi presidenti di Camera e Senato e costituire i gruppi parlamentari.

Fino ad allora chi governerà? “Il governo Gentiloni” – è la risposta, netta e priva di dubbi, che arriva dal Colle, “governo che è nel pieno dei suoi poteri”. Nessun governo “dimissionario”, dunque, né in carica soltanto per “il disbrigo degli affari correnti”, come si legge in questi giorni, riguardo al futuro prossimo dell’esecutivo guidato da Gentiloni. Perché? Per una precisa scelta del Capo dello Stato: Mattarella vuole evitare di trovarsi con un governo “dimissionario” e ‘dimezzato’ e non vuole correre il rischio che venga sfiduciato come sarebbe potuto accadere, appunto, se la maggioranza, ormai evaporata, avesse dovuto affrontare, nell’Aula del Senato, un voto ad alto rischio, quello sullo ius soli. Il governo Gentiloni resterà, perciò, fino a insediamento delle nuove Camere. Allora sì che, da quel giorno (il 23 marzo), diventerà un governo “dimissionario” e in carica solo “per il disbrigo degli affari correnti”. Ma, pur se da ‘dimissionario’, Gentiloni potrà fare decreti, anche se in quel caso saranno le nuove Camere a decidere se convertirli o meno. Stefano Ceccanti, professore di Diritto costituzionale, spiega così la scelta del Colle: “Con la Ue abbiamo ceduto sovranità. L’Italia dovrà prendere decisioni importanti nei vertici Ue, Nato, etc. Non possiamo accettare vuoti di potere. Ecco perché resta Gentiloni”.

Tra gli impegni europei e internazionali cui Mattarella tiene molto c’è il decreto con cui il governo porterà truppe italiane in Niger (questo andrà convertito, anche a Camere sciolte), ma soprattutto l’Italia è attesa a importanti vertici Ue e Nato. A marzo un vertice del Consiglio europeo discuterà la proposta Merkel-Macron di modifica della zona Euro, tra febbraio e marzo si discuterà del tema migranti, per non parlare del capitolo Brexit.

Serve, in buona sostanza, “un governo che governi” e Mattarella ha individuato in Gentiloni l’ecce homo. Con buona pace di Renzi e dei possibili mal di pancia del Pd. Il leader del Pd potrebbe anche trovarsi nella (imbarazzante?) situazione di dover rivotare il suo Gentiloni se, Dio non voglia, le consultazioni andranno troppo per le lunghe. Mattarella è già pronto a rimandare lo stesso Gentiloni davanti alle Camere per ottenere una nuova fiducia da quelli che ha già individuato come i partiti più ‘responsabili’ (Pd, FI, etc). In attesa che la matassa si sbrogli o di convocare nuove-nuove elezioni. In ogni caso, potrebbe non essere troppo un caso ‘di scuola’ pensare che sarà un Gentiloni bis, dimissionario o meno, a preparare e presentare il Def del 2018 alle Camere e in Europa.

NB: L’articolo è pubblicato a pagina 2 del Quotidiano Nazionale il 28 dicembre 2017
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ESCLUSIVO. Ora c’è “la mappa”. I collegi del Rosatellum e tutte le loro insidie. Un articolo solo per cultori della materia…

Pubblico qui e sul sito di @Quotidiano.net Quotidiano Nazionale   la ‘mappa’ dei collegi del Rosatellum che il cdm ha mandato alle Camere (rendendolo quindi pubblico) per il loro parere consultivo. L’articolo è di natura eminentemente ‘tecnica’ , non è un ‘retroscena’. 

IN ALLEGATO TROVATE LA MAPPA DETTAGLIATA DEI COLLEGI DEL ROSATELLUM 

Collegi del Rosatellum in dcpm   (E’ un file molto lungo e che richiede tempo per aprirsi). 

TUTTO QUELLO CHE C’E’ DA SAPERE SUL ROSATELLUM 

(QUI TROVATE IL LINK AL MIO ARTICOLO SU COME FUNZIONA IL ROSATELLUM)

ettore rosato

Il capogruppo del gruppo del Pd alla Camera dei Deputati, Ettore Rosato

 

Ettore Maria Colombo  – ROMA

1) Sono “quasi pronti”…  La mappa dei collegi del Rosatellum.

Come si sa, il Rosatellum (dal cognome del capogruppo alla Camera del Pd, Ettore Rosato) è diventata legge dello Stato. Votato, con la questione di fiducia apposta dal governo Gentiloni, dalle due Camere nello scorso mese di ottobre, il Rosatellum è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 11 novembre 2017.

Dal quel giorno il governo ha avuto un tempo massimo di trenta giorni per disegnare i collegi della nuova legge elettorale, la terza con cui voteremo nella Seconda Repubblica. Cioè a far data dal 1994, dopo il Mattarellum, con cui si è votato dal 1994 al 2001, e il Porcellum con cui si è votato dal 2006 al 2013. L’Italicum, invece, pur approvato dalle Camere nel 2015, legge dello Stato fino al 2017 e in parte cassato dalla Corte costituzionale con sentenza n. 1/2017 come lo fu anche il Porcellum con sentenza n.1/2016), non è stato applicato in nessuna elezione: un caso più unico che raro.

Il governo ha esercitato la sua delega, che per legge ha un tempo di trenta giorni ed à affidata per tradizione al ministero dell’Interno, in soli 15 giorni: quindi, ha fatto in fretta. Ma numerosi sono stati i problemi affrontati e solo in parte risolti. Infatti, il Rosatellum è un sistema a impianto proporzionale (per il 64% dei seggi), ma con una forte correzione maggioritaria (36%). Inoltre, dal 1994 – quando il Mattarellum, sistema maggioritario per il 75% dei seggi e proporzionale per il restante 25% – sono già passati ben due nuovi censimenti della popolazione italiana (2001 e 2011 mentre il censimento su cui si basava il Mattarellum era del 1991).

Dopo – così pare – un diverbio, in sede di cdm, tra il ministro dell’Interno Minniti e la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio Boschi, avvenuto nel pre-consiglio di giovedì su alcuni particolari (la distribuzione dei collegi nella patria natia della Boschi, la Toscana), il 24 novembre il consiglio dei Ministri ha dato la ‘luce verde’ alla mappa dei collegi, un dlgs, e lo ha trasmesso alle Camere per il parere (consultivo) competente.

Fino a giovedì notte scorsa una commissione, con a capo il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, ha lavorato, pur se con molto poco tempo a disposizione, cioè solo dal 15 al 21 novembre, per incrociare i cambiamenti di popolazione con il ridisegno di collegi. Questi, pur prendendo come base di partenza quelli del Mattarellum, non potevano per forza essere identici. Sia a causa delle variazione di unità della popolazione (il Sud si è spopolato per causa dell’emigrazione mentre il Centro Nord ha acquistato molti più residenti) sia a causa delle differenze ‘sistemiche’ tra una legge di impianto quasi del tutto maggioritario (Mattarellum) e una di forte impianto proporzionale (Rosatellum). Per dire, alla Camera, la Lombardia ha guadagnato due collegi, il Veneto 2, l’Emilia-Romagna 2 mentre la Sicilia ne ha perso uno, la Basilicata ben tre e l’Umbria due (al Senato sarà quasi uguale). Ma il problema è anche un altro. I collegi, nel Rosatellum, sono di due tipi: maggioritari (vince il primo che prende un voto in più) e plurinominali (si votano le liste di partito con metodo rigidamente proporzionale e soglia di sbarramento al 3%, 10% le coalizioni). Quelli plurinonominali sono a loro volta racchiusi in circoscrizioni ancor più grandi dei collegi plurinominali (65 in media a circoscrizione): 28 alla Camera e 20, pari cioè alla grandezza delle Regioni, per il Senato. Quindi, la popolazione che esse comprendono è ancora più vasta e più difficile sarà farsi eleggere.

In ogni caso, il risultato del lavoro prodotto dalla commissione e dal ministero è passato ora al vaglio delle Camere che, entro 15 giorni, dovranno fornire un parere consultivo sul ridisegno dei collegi mentre entro 20 giorni al massimo (cioè entro l’11 dicembre, quando la delega al governo) la mappa dei nuovi collegi del Rosatellum andrà sul tavolo del Capo dello Stato per la firma definitiva di quello che, tecnicamente, si chiama dlgs (decreto della presidenza del Consiglio dei ministri) nel senso che non abbisogna di ‘conversione’ (e voto) da parte delle Camere e che, a quel punto, diventerà legge statale.

Quando Mattarella firmerà il dlgs, cioè da quel giorno in poi potrà anche sciogliere le Camere e portare il Paese alle elezioni politiche (le date di cui si parla sono comprese tra il 4 e il 18 marzo 2018) perché, appunto, il Rosatellum sarà legge perfettamente operante.

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2) Le insidie nascoste nella mappa dei collegi e quelle della nuova legge elettorale…

Vediamone alcune, di ‘insidie’. Il Rosatellum è un sistema maggioritario? Mica tanto. Alla Camera i collegi uninominali sono ‘solo’ 232 e quelli plurinominali ben 386 mentre, al Senato, sono 109 i collegi uninominali (in realtà sarebbero 116, ma solo se si aggiungono i 7 del Trentino e quello in Val d’Aosta) e 200 quelli plurinominali. In totale, dunque, il Rosatellum assegna 593 collegi nella quota proporzionale (386 Camera e 207 Senato) e i collegi uninominali sono in tutto 341. Tutto questo al netto, ovviamente – per arrivare ai 630 seggi totali da assegnare alla Camera e dei 315 da assegnare al Senato – dei 12 collegi della circoscrizione Estero Camera e dei 6 all’Estero del Senato, eletti col proporzionale.

Ma, in realtà, dentro i collegi uninominali esistono dei collegi ‘di fatto’ già ‘appaltati’ ad alcune forze politiche specifiche: alla Camera, il singolo collegio uninominale della Valle d’Aosta (così stabilito in Costituzione) va sempre all’Unione Valdotaine (e idem al Senato), mentre sugli 11 collegi Camera del Trentino ben 7 sono sempre –  per Costituzione – uninominali (4 quelli plurinominali) e finiscono sempre in mano all’Svp, senza dire del fatto che la soglia di sbarramento, in Trentino, è regionale ed è fissata al proibitivo 20%. Anche al Senato i collegi uninominali del Trentino sono sempre 7, mentre sono quattro quelli plurinominali, poi c’è quello della Val d’Aosta ( a sua volta sempre uninominale). Quindi, in realtà, la competizione tra le forze politiche nei collegi uninominali si giocherà, effettivamente, ‘solo’ su 225 collegi Camera e su 109 collegi al Senato.

Infine, va detto qualcosa sulle ‘nuove’ circoscrizioni elettorali che determineranno non il ‘quantum’ delle percentuali dei diversi partiti, che è calcolato a livello nazionale (la soglia di sbarramento, ricordiamolo è il 3% per le liste singole e il 10% per le coalizioni), ma il ‘dove’ e il ‘chi’ verrà eletto. Sono 28 alla Camera e 20 al Senato le circoscrizioni e racchiudono porzioni di territorio e di abitanti molto grandi, quasi enormi. Al Senato ci sono, di fatto, circoscrizioni da uno a due milioni di abitanti che varranno per nove regioni (Liguria, Friuli, Umbria, Marche, Abruzzo, Molise, Basilicata, Calabria, Sardegna, perché ognuna di esse elegge pochi senatori a testa) e, per il resto, i collegi della Camera avranno per abitanti una densità media di 500 mila (nel Mattarellum era di 125 mila).

Infine, le liste bloccate, per quanto ‘corte’ – composte da 4 a 8 nomi alla Camera e da 5 a 8 al Senato, con alternanza di genere – comportano che, a meno di essere candidati nei primi tre grandi partiti presenti sulla base dei sondaggi (Pd, FI, Lega, M5S), i candidati – anche se, sulla carta, sono nomi forti e di grido (esempio: Meloni, per Fratelli d’Italia, o i vari D’Alema, Bersani e Grasso per Mdp) – subiranno il cd. ‘effetto flipper’: non sapendo dove verranno eletti e realisticamente perdendo i confronti nei collegi maggioritari, dovranno ‘pluricandidarsi’ (sono ammesse fino a 5 candidature nella proporzionale, più quella in un solo collegio maggioritario), senza però sapere dove, effettivamente, da eleggibili saranno eletti. Sempre che, ovviamente, la lista abbia superato il 3% di voti.

NB: L’articolo è stato pubblicato in forma originale per il sito di @Quotidiano.net

Tutto il potere a una Camera sola. Analisi dettagliata della riforma del Senato

Palazzo Montecitorio. Portone d'ingresso della Camera dei Deputati.

Palazzo Montecitorio. Portone d’ingresso della Camera dei Deputati.

Da ieri in poi, anche se concretamente solo dopo ultime due, definitive, letture (questo secondo passaggio al Senato è ancora dentro il primo ‘giro’ della riforma: finché il testo non viene votato identico in tutte le sue parti non si passa al ‘secondo’ giro: terza e quarta lettura), si può iniziare a dire addio al vecchio Senato. Il nome resterà quello di sempre, ma si tratterà di una nuova Camera delle Autonomie territoriali: scrive il nuovo testo “il Senato della Repubblica rappresenta le autonomie territoriali”.

Ecco una rassegna, il più possibile rapida e ragionata, delle principali modifiche.

TITOLO V. Corpose le modifiche al Titolo V della Costituzione: vengono ampliate le competente esclusivamente statali (energia, trasporti, infrastrutture) in senso inverso alla riforma del 2001 (Bassanini) voluta dall’allora centrosinistra e dalla forte impronta federalista. Lo Stato potrà esercitare una “clausola di supremazia” verso le Regioni per tutelare l’unità della Repubblica e l’interesse nazionale, ma alle Regioni potranno essere attribuite forme di autonomia su temi come formazione professionale, territorio, etc.

FINE DEL BICAMERALISMO PERFETTO. Finirà il bicameralismo perfetto e quelle famose ‘navette’ tra le due Camere che duravano mesi, se non anni, e che vent’anni di Seconda Repubblica hanno cercato, vanamente, di cambiare con molte Bicamerali finite tutte con un buco nell’acqua. Qui, invece, il cambiamento passa per una legge di ordinaria revisione costituzionale, anche se attraverso la fatica regolamentare di quattro letture. La vera, grande, novità (e ‘rivoluzione’) di questa riforma sta, però, nell’articolo 55 della nuova Costituzione: da quando entrerà in vigore, sarà solo la Camera dei Deputati a votare le leggi e a svolgere funzioni di controllo e indirizzo politico sul governo, a partire dall’atto fondamentale per eccellenza: la questione di fiducia. Il Senato, che mantiene in pieno la funzione legislativa sui rapporti tra Stato, Unione europea ed enti territoriali, conserverà la funzione legislativa anche su alcune materie prettamente statali: riforma della Costituzione, leggi di revisione della Costituzione e altre leggi costituzionali, leggi sui referendum, leggi elettorali e di funzione degli enti locali, ratifiche di trattati internazionali. Per il resto, la funzione legislativa spetterà solo alla Camera. Certo, resterà un piccolo potere di intervento sulle materie di competenza della Camera: il Senato potrà esprimere proposte di modifica alle leggi della Camera, ma molto limitate e, in ogni caso, il Senato deve votare le modifiche entro 15 giorni altrimenti le leggi entrano in vigore, la Camera può comunque ignorare le modifiche del Senato, votando le leggi nella versione precedenza, o – su leggi che riguardano competenze delle Regioni o leggi di bilancio – superare le modifiche volute dal Senato a maggioranza assoluta dei suoi componenti. Molto importante la novità per i disegni di legge ritenuti “essenziali” dal governo: la Camera,  sola a esaminarli, dovrà pronunciarsi entro 70 giorni e alla scadenza il ddl va comunque votato.

ELEZIONE DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA. Di certo, grazie al combinato disposto con l’Italicum, diventerà più facile eleggere il nuovo Presidente della Repubblica per la futura maggioranza di governo. Continuerà ad eleggerlo il Parlamento in seduta comune (630 deputati e 100 senatori), ma scompaiono i delegati regionali (58) e cambiano i quorum, tutti livellati verso il basso: nei primi tre scrutini serviranno i due terzi dei componenti dell’assemblea (pari a 487 voti), dal quarto scrutinio si passa ai tre quinti sempre dei componenti (pari a 438 voti), dal settimo basteranno i tre quinti dei votanti. Cambiano, in parte, anche i poteri del presidente della Repubblica: potrà sciogliere solo la Camera, e non più anche il Senato; sarà il presidente della Camera la seconda carica dello Stato; solo la Camera proclamerà lo stato di guerra a maggioranza assoluta e solo la Camera approverà le leggi di amnistia e indulto (i due atti vanno firmati dal Capo di Stato).

CORTE COSTITUZIONALE. Saranno deputati e senatori, come oggi, a scegliere i cinque membri della Consulta di nomina parlamentare, ma non più in seduta comune:  su 15 membri della Consulta, restano i 9 nominati dal Capo dello Stato, i 5 eletti dalle supreme magistrature, mentre la Camera ne eleggerà tre e il Senato, in seduta separata, altri due.

REFERENDUM.  Molte le novità nel campo dei referendum (abrogativo, più il propositivo). Il quorum varierà in base alle firem raccolte: con 500 mila firme resta in piedi il vecchio quorum (metà più uno degli aventi diritto al voto); con 800 mila firme basterà la metà più uno degli elettori votanti all’ultime tornata di elezioni politiche; infine viene introdotto un referendum propositivo di indirizzo i cui dettagli sono stati però rinviati a una legge a hoc. Salgono da 50 mila a 150 mila, invece, le firme necessarie per una proposta di legge di iniziativa popolare.

CNEL E PROVINCE. Due enti storici, quanto inutili, della Repubblica, verranno aboliti.

LEGGE ELETTORALE. Per la prima volta nella storia d’Italia, viene introdotto il controllo di costituzionalità preventivo sulla legge elettorale (che era e resta una legge ordinaria). A chiederlo dovrà essere un quarto dei deputati. Ammesso, grazie a una norma transitoria, anche il controllo di costituzionalità sulla legge elettorale da poco approvata, l’Italicum.

COMPOSIZIONE DEL FUTURO SENATO ED ELETTIVITA’ DEI FUTURI SENATORI.
Il vero inghippo della riforma, e il vero rischio di confusione, sta invece nella tanto discussa, specie dentro il Pd, questione dell’elettività diretta o indiretta dei futuri senatori. I senatori, che – va detto – non riceveranno alcuna indennità ma manterranno in pieno l’attuale immunità parlamentare, saranno degli strani ‘ibridi’: per metà indicati dai cittadini e per metà eletti dai consigli regionali. In totale saranno cento: 5 di nomina presidenziale (in carica 7 anni, ma non più a vita) e 95 eletti dalle Regioni (74 consiglieri regionali e 21 sindaci). Scompare la differenziazione di elettorato passivo e attivo con la Camera e scompaiono pure i senatori eletti all’Estero. Eletti dentro i consigli regionali, dunque, ma “in conformità alle scelte espresse dagli elettori”, come recita il compromesso all’articolo 2.

I cittadini votano e i consigli ratificano? Non sarà così semplice. I cittadini scelgono, o meglio ‘indicano’ i futuri senatori nelle liste dei partiti presenti alle elezioni regionali, ma come? Molto probabilmente ci sarà un listino in cui attingere i nomi dei futuri senatori, il che limiterà il potere di scelta dei cittadini. Inoltre, il potere dei consigli regionali non sarà di mera ratifica: ad esempio, la loro consistenza ne determinerà il numero perché i consigli eleggono “con metodo proporzionale i senatori tra i propri componenti”. Altro esempio:  i 21 sindaci (uno per regione) saranno tutti indicati indirettamente, non certo dagli elettori, né è stabilito espressamente che si tratti dei sindaci dei maggiori capoluoghi: lo decideranno i consigli regionali e, dentro di essi, le loro maggioranze politiche. Inoltre, considerando che molte regioni esprimeranno solo due senatori ciascuna (Abruzzo, Molise, Basilicata, Liguria, Umbria, Marche, Friuli, Val d’Aosta) o tre (Calabria e Sardegna), che le Province Autonome di Trento e Bolzano ne avranno quattro mentre solo le regioni più popolose ne avranno un numero alto (7 il Piemonte, la Sicilia, il Venento, 5 la Toscana, 6 la Campania, la Puglia e l’Emilia, 8 il Lazio, ben 14 la Lombardia) e che le forze politiche vanno rappresentate in modo proporzionale, sarà molto difficile scogliere alcuni busillis. Ad esempio, le maggioranze di governo delle regioni piccole saranno tentate di mandare al Senato un sindaco di loro appartenenza e il governatore, registrando così dei monocolori mentre solo nelle regioni più grandi i consigli regionali potranno dare voce alle opposizioni. Una legge elettorale quadro dovrà sciogliere molti di questi enigmi, ma in attesa che tutte le Regioni rinnovino i consigli regionali con le nuove norme, saranno gli attuali consigli regionali a scegliere sindaci e consiglieri regionali da mandare al Senato (via indiretta). Perché la riforma arrivi a regime e vengano ovunque rispettate le scelte dei cittadini, bisognerà attendere almeno il 2020, a causa dei tempi differenti in cui le regioni voteranno.

IMMUNITA’ E INDENNITA’. I futuri senatori non percepiranno alcuna indennità (resta che percepiranno lo stipendio da consiglieri o sindaci), ma manteranno il diritto all’immunità.

NB. Una forma breve di questo articolo è stato pubblicato a pagina 5 del Quotidiano Nazionale del 14 ottobre 2015.

AGGIORNAMENTO! #Morireperl’articolo2? Vademecum in attesa della battaglia sulla riforma del #Senato

L'attuale composizione del Senato (agosto 2015)

L’attuale composizione del Senato (agosto 2015)

PREMESSA
Il prossimo 8 settembre riprenderà, in I commissione Affari costituzionali (presidente Anna Finocchiaro, Pd) del Senato, l’esame del ddl Boschi (riforma del Senato e Titolo V).
La questione ‘politica’ – scontro interno al Pd tra maggioranza e minoranza sul Senato elettivo; scontro tra il Pd e le opposizioni sulla riforma in sé; problemi di tenuta interna alla maggioranza tra Pd-Ncd-etc. – nasconde una serie di questioni ‘tecniche’, comunque rilevanti. Per una volta, evitiamo di affrontare la questione ‘politica’ per affrontare solo quelle ‘tecniche’, sperando di fare servizio utile ai ’25 lettori’ di questo blog.

1) IL TESTO DEL DDL BOSCHI E LE SUE MODIFICHE

Il ddl Boschi (n. 1429) a prime firme Renzi-Boschi (nome intero: “Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di finanziamento delle istituzione, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della II parte della Costituzione”) è stato approvato, in prima deliberazione, dal Senato l’8 agosto 2014 (183 i sì, compreso il gruppo di FI, quattro gli astenuti e tutte le altre forze di opposizione uscite dall’Aula), e, con modifiche, sempre in prima deliberazione, dalla Camera l’11 marzo 2015 (357 sì, 125 no, 7 astenuti). Ergo, siamo ancora ‘dentro’ la I lettura (finché il testo non è identico).

L’ARTICOLO 1: FUNZIONI DEL FUTURO SENATO
All’art. 1 (Modifiche al Titolo I della II Parte Cost) il ddl modifica l’art 55 Cost (poteri e funzioni del futuro Senato).
Qui sono, e di certo ci saranno, diverse possibili modifiche, come ammettono anche gli esponenti della maggioranza Pd. Infatti, nel primo passaggio parlamentare (Senato-Camera) competenze e funzioni, modalità di elezione degli organi di garanzia (CSM, Consulta, Capo dello Stato, etc.), ma anche politiche pubbliche locali, rapporti Ue-regioni-enti locali, etc., sono state di molto ridotte o elencate come mera funzione ‘concorrente’ alla Camera. Poche le funzioni del solo Senato, esercitate in “via esclusiva” che resterebbero tali: evaporate i rapporti con la commissione Ue, il controllo sulle authority, le competenze sui temi di bioetica, famiglia, diritti, etc. In più, tolte dalla Camera al Senato materie su cui la Camera alta sperava di poter avere diritto di parola anche in futuro: protezione civile, immigrazione, ordine pubblico, sicurezza, tutela del paesaggio. Inoltre, verrebbero ridotti i tempi per le osservazioni possibili nel procedimento legislativo. Problematico e assai discusso dai costituzionalisti anche la futura deliberazione dello stato di guerra che, nel ddl Boschi, è affidato a una sola Camera, il che avviene in pochissimi paesi (Irlanda, Polonia, Slovenia, peraltro tutti eletti con il sistema proporzionale) e che così, ‘grazie’ all’Italicum, finirebbe in mano al partito di maggioranza relativa.
Altra delicata questione è quella dei quorum per eleggere i diversi organi di garanzia costituzionale (art. 21 ddl Boschi che riforma l’art. 83 Costituzione): elimina gli attuali ‘grandi elettori’ (delegati regionali) per eleggere il Capo dello Stato e prevede un nuovo sistema di quorum, ben più alto rispetto quello originario (due/terzi della maggioranza del Parlamento in seduta comune, dal IV scrutinio basterà la maggioranza dei tre/quinti assemblea e, dal settimo scrutinio in poi, dei tre/quinti degli aventi diritto).

Ma data la riduzione dei senatori a 100 e l’entrata in vigore dell’Italicum (340 seggi al primo partito) per la Camera, anche questa formulazione è considerata poco di garanzia: un partito potrebbe eleggersi, solo con qualche senatore di soccorso, il Capo di Stato. Problemi simili si riscontrano per l’elezione dei cinque giudici costituzionali (Consulta) che la Camera ha riportato nelle competenze delle Camere riuniti con i senatori che hanno poche chances di pesare nell’elezione dei giudici rispetto alla gran massa dei 630 deputati (nella versione originaria il Senato ne eleggeva due su cinque).
La Finocchiaro, strenuo difensore della riforma, a partire dalla non elettività dei futuri senatori, ha detto – nella sua relazione in I commissione, a fine luglio – che delle funzioni del nuovo Senato bisogna parlarne (e, quindi, modificarle) perché “se la Camera è il perno della forma di governo, il Senato deve essere il perno della forma di Stato”.
Peraltro, è possibile e abbastanza agevoli apportare modifiche all’art. 1 come ad altri articoli del ddl, perché già modificati dalla Camera, dove tornerebbero solo nelle parti modificate e non dovendo ricominciare da capo. Morale: l’iter del nuovo esame sarebbe assai velocizzato e non supererebbe i tempi tecnici richiesti dalla sua approvazione.

L’ARTICOLO 2: ELETTIVITA’ DEI FUTURI SENATORI
All’art 2 (composizione ed elezione del Senato, che modifica l’art. 57 della Costituzione), l’articolo più “incandescente” e al centro del braccio di ferro tra la maggioranza e la minoranza Pd, in quanto riguarda l’elettività indiretta, come propone il testo del governo, o diretta, come chiede la minoranza, dei futuri senatori, la situazione è la seguente:
Il I comma resta identico: “il Senato è composto da 95 senatori “rappresentativi delle istituzioni territoriali e da cinque senatori nominati dal Presidente della Repubblica”.
Il II comma resta identico. “I consigli regionali e delle province autonome di Trento e Bolzano eleggono i senatori con metodo proporzionale e, uno per ciascuno, tra i loro sindaci.

Il III comma resta identico: “Nessuna regione può avere meno di due senatori, ciascuna delle Province aut di Trento e Bolzano ne ha due” (in totale: 4, ndr.).
Il IV comma resta identico. “La ripartizione dei seggi tra le Regioni si effettua in proporzione alla loro popolazione, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti”.
Il V comma è stato invece MODIFICATO dalla Camera. “La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali ‘NEI’ quali sono stati eletti”, come era scritto nel TESTO ORIGINARIO, è DIVENTATO ‘DAI’ QUALI (modifica apportata dalla Camera) “sono stati eletti”.
Il VI comma resta  identico: “con legge approvata da entrambe le Camere sono regolate le modalità di attribuzione dei seggi e di elezione dei membri del Senato tra i consiglieri regionali e i sindaci, nonché quelle per la loro sostituzione in caso di cessazione dalla carica elettiva regionale o locale. i seggi sono attribuiti in ragione dei voti espressi e della composizione di ciascun Consiglio”.

2) IL BUSILLIS: UNA PREPOSIZIONE VA RIVOTATA?

Il problema che sta nel cambiamento della preposizione citata riguarda, in realtà, non l’elezione di ‘tutti’ i futuri senatori (100 in totale, di cui: 74 consiglieri regionali, 21 sindaci, cinque ex Capi di Stato o senatori a vita, ma eletti per 7 anni e non rinnovabili, a differenza degli altri 95, eletti invece per 5 anni), ma solo dei 21 sindaci: secondo il testo modificato dalla Camera i 21 sindaci resterebbero in carica al Senato anche dopo la cessazione del loro mandato in Comune! Ergo, il numero dei senatori potrebbe crescere o decrescere, a ‘fisarrmonica’….
“Una evidente contraddizione che va risolta” ha detto più volte anche il presidente del Senato, Pietro Grasso (la prima volta alla cerimonia del Ventaglio a fine luglio, poi ora, a fine agosto), parlando di “possibile contraddizione che riguarda il mandato dei senatori sindaci che potrebbero mantenere il ruolo di senatori senza più esercitare le funzioni di governo locale, per tutto il tempo della consiliatura che li ha eletti” (questo il ‘baco’).
La posizione originaria del governo e della maggioranza era che l’art. 2 era intoccabile a causa di un “doppio voto conforme” (di questa opinione la presidente della I commissione, Finocchiaro) e che la modifica intervenuta (da ‘dei’ a ‘nei’) era solo lessicale, dunque non inficiava l’immodificabilità dell’art. 2.
Ma a causa della voglia di Grasso di riaprire la partita, ora la nuova posizione (il capogruppo Zanda, ma anche Tonini a QN) è di aprire alla modifica solo del IV comma, senza toccare tutto il resto dell’art. 2, dunque senza ulteriore ‘navetta’ parlamentare.
La possibilità di emendare (o non emendare) l’art. 2 sta in capo all’art. 104 del regolamento del Senato, che dice che “nuovi emendamenti possono essere presi in considerazione solo se si trovino in diretta correlazione con gli emendamenti introdotti dalla Camera”. Secondo il Regolamento, dunque, non si potrebbe, ma il precedente c’è e lo ha tirato fuori Michele Ainis. La riforma della Devolution, poi bocciata dal referendum confermativa, fu rivotata nel passaggio in cui il Senato diceva “in ogni caso in cui” e quello della Camera “in ogni caso che”: il Senato lo rivotò da capo, in nuova dizione, il 15 marzo 2005.
L’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha scritto che non si può tornare indietro sull’elettività (o, meglio, la non elettività) perché a quel punto sarebbe “insostenibile” sottrarre al Senato il potere di dare la fiducia al governo e si ricadrebbe nel bicameralismo paritario. Peraltro, i senatori eletti direttamente lo sarebbero eletti, negli emendamenti della minoranza dem, con il proporzionale puro mentre la Camera è prevista eletta con un sistema, l’Italicum, che è di fatto un sistema maggioritario: così si tornerebbe a una totale discrepanza tra i due sistemi elettorali. I costituzionalisti sono divisi sul punto, chi a favore e chi contro.
La Finocchiaro ha comunque detto, nella sua relazione a fine luglio, che, se c’è da correggere e riaprire la discussione sull’art. 2 si può farlo solo su quel comma (il passaggio da ‘dei’ a ‘nei’, altrimenti “si finisce con il mettere in discussione tutto il disegno riformatore, assumendosi la responsabilità di riavviare l’intero procedimento e così ponendo nel nulla il lavoro fin qui compiuto”. Inoltre, la Finocchiaro ha sottolineato che l’ultima parola, pur dovendo tenere in conto la sua opinione, spetta però al presidente Grasso (“è ineludibile che ogni decisione sull’ammissibilità degli emendamenti debba trovare di concorde avviso presidente della commissione e presidente del Senato”).
In ogni caso, la questione va risolta: quando decadono i senatori-sindaci se vengono sfiduciati prima della fine del loro mandato o se si dimettono in via anticipata? Nella versione originaria (organi ‘nei’ quali sono stati eletti, cioè i consigli regionali) dovevano dimettersi subito anche da senatori, nella versione votata alla Camera (organi ‘dai’ quali sono stati eletti) l’ambiguità potrebbe far restare senatori anche degli ex sindaci!
Infine, non essendo mai esplicitata la dicitura ‘governatori’ delle regioni, questi potrebbero risultare non eletti, se non votati dal consiglio regionale e/o dagli elettori, nel futuro Senato. Questo uno dei tanti ‘bachi’ (tra gli altri, lo stato di guerra, che dichiara solo la Camera, i poteri del Senato, molto ridimensionati, i quorum per eleggere gli organi costituzionali di garanzia, troppo alti, etc.) che il Servizio Studi del Senato (la ‘trimurti’ composta da Grasso-Serafini-Toniato più i funzionari del centro studi diretto dal dott Luca Borsi, come raccontato su QN ad agosto) hanno trovato al ddl Boschi ed evidenziato, con buona perfidia, nel dossier del Senato pubblicato ad agosto e disponibile online.

3) UNA BATTAGLIA A COLPI DI EMENDAMENTI

La I commissione Affari costituzionali è stata convocata per l’8 settembre. davanti a sé ha una mole mostruosa di emendamenti: 513 mila di cui 510 mila ‘solo’ a prima firma Roberto Calderoli. Dopo qualche giorno di dibattito che di certo ci sarà, quasi sicuramente la Finocchiaro chiederà di passare Direttamente all’Aula, anche se facendo così il testo vi finirebbe senza relatore.
C’è anche un problema legato alle presenze e alle sostituzioni in I commissione: allo stato, se i senatori ribelli vengono computati nelle opposizioni e NON nella maggioranza, il governo è sotto (14 a 13 per le opposizioni, sulla carta sarebbe 15 a 12 per il governo, computando però anche la presidente Finocchiaro, che di solito per prassi non vota, e i tre senatori della minoranza dem Gotor, Lo Moro e Migliavacca), ma Mario Mauro (Gal-Popolari per l’Italia, anti-ddl Boschi e anti-governo Renzi) sarà sostituito a breve per un riequilibrio dentro Gal che dovrebbe favorire la maggioranza. Problemi per la maggioranza ve ne sono anche dentro la Giunta per il Regolamento a cui Grasso potrebbe decidere di demandare e dirimere la questione sull’emendabilità dell’art. 2. Anche qui, Grasso ritarda le sostituzioni che vedono sotto, numericamente, il governo.

A) 170 EMENDAMENTI PRO SENATO ELETTIVO
Sono 170 i senatori (compresi i 28 della minoranza dem) e sei i gruppi parlamentari (FI-Lega-Gal-Autonomie-M5S-Misto con Sel) che hanno firmato emendamenti a favore dell’elettività diretta dei senatori. In ogni caso, se le firme sugli emendamenti della minoranza Pd sono 28, la minoranza (dai dati loro forniti) è fissata a 25 unità (i firmatari degli emendamenti contrari all’Italicum) e i loro emendamenti contro il ddl Boschi sono 17. Gli emendamenti all’art. 2 sono comunque ‘solo’ 2800, in totale, ma poi ci sono i circa 3 mila gli emendamenti degli altri gruppi (1.075 di Forza Italia, 1.043 quelli di Sel, 259 di ‘Fare’, i tosiani, 215 delle Autonomie, 194 dell’M5S), 63 quelli del Pd (31 dei renziani, 17 della minoranza dem) a tutti gli altri articoli del ddl. In definitiva, il numero degli emendamenti in totale presentati, ‘solo’ in commissione Affari costituzionali, è arrivato alla cifra record di 513.450 mila, di cui il 99,3% (510.293) solo da parte della Lega Nord, ma Roberto Calderoli, padre del Porcellum e ideatore dello slogan “li seppelliremo sotto una montagna di carta”, già ne promette circa 6,5 milioni (dic) anche per l’Aula.

B) L’ENNESIMA ‘CALDEROLATA’ (513 MILA)
Infatti, in base a un articolo del Regolamento del Senato del 1971 che impone di stampare e distribuire una copia integrale di tutti gli emendamenti a una legge a ogni senatore, ha fatto andare in tilt la macchina del Senato. Facendo i conti, 321 copie, con una copia che consta di 100 tomi da mille pagine, per un peso di 2,5 tonnellate, solo per stamparle costerebbe 2.900 euro a fascicolo. I tomi da stampare diventerebbe 32.100, le pagine impiegate 32 milioni e 100 mila per un perso complessivo di 80.290 chili e un costo stratosferico di 930.900 euro. Una task force messa in piedi dal segretario generale del Senato, Elisabetta Serafin, ha lavorato tutta l’estate per affrontare l’emergenza: con un budget annuale per la stampa degli atti di 681 mila euro, già corrosi dai 50 mila emendamenti presentati da Calderoli e altri gruppi all’Italicum, 150 funzionari del Senato hanno lavorato per fornire un supporto informatico (una chiavetta Usb) a ogni senatore con tutti gli emendamenti e alla presidente Finocchiaro sarà riservata l’unica copia cartacea.
In ogni caso, il sottosegretario alle Riforme, Luciano Pizzetti (Pd), già fa sapere che, “quando la commissione dovrà formulare i pareri di conformità degli emendamenti, dovrà stabilire se così come sono espressi rendono il testo uscito dalla Camera sostanzialmente o formalmente ‘conforme’ a quello uscito dal Senato. Se c’è una conformità sostanziale, una serie di articoli non potranno essere emendati perché i testi sono sostanzialmente identici, mentre se la conformità è solo formale, allora l’emendamento si allarga ed estende assai”. Il che vuol dire che il testo diventa emendabile. Un modo per sfrondare un po’ la ‘mole’ degli emendamenti, molti dei quali, specie quelli leghisti, scritti con la carta carbone, o modifiche e correzioni solo formali (virgole, avverbi, etc.), ma di certo – come annunciava lo stesso Pizzetti a Repubblica – “se restano così tanti la soluzione sarà di andare subito in Aula”, bypassando la commissione, con il consenso della Finocchiaro, cui invece il governo vorrebbe affidare il compito di relatore per l’Aula del ddl Boschi. Trattative con Calderoli e la Lega per il ritiro degli emendamenti sono ancora in corso.

C) QUANTI VOTI SERVONO PER ‘PASSARE’ IN AULA?
Da notare il fatto che, in questo passaggio, non trattandosi del voto finale del procedimento di revisione costituzionale, quando – alla III e IV lettura – sono necessari i voti della maggioranza assoluta dell’assemblea (il cd. ‘quorum’ del ‘plenum’: 161 voti al Senato, 316 voti alla Camera), un provvedimento, ancorché se di rango costituzionale, può passare a maggioranza semplice dei voti (basta, cioè, un voto in più delle opposizioni, anche se bisogna sempre ricordare che, al Senato, l’astensione ‘in’ Aula vale come voto contrario, a differenza del regolamento Camera). Quindi, per la maggioranza, di fatto, un problema in meno… Invece, in terza e quarta lettura, servono 161 voti al Senato e 316 voti alla Camera, cioè la maggioranza assoluta dell’Aula e, per evitare il referendum, sarebbero necessari i 2/3 dei voti.
Per quanto riguarda la tanto discussa questione dei numeri, riassumendo movimenti e sommovimenti tra i partiti, che sono continui e spesso carsici, specie a palazzo Madama, è questa.
I senatori sono 321 (315 eletti e sei senatori a vita: due presidenti ‘emeriti’, Napolitano e Ciampi, e quattro senatori nominati per meriti: Piano, Rubbia, Cattaneo, Monti), la maggioranza assoluta dell’assemblea è fissata a 161 voti (tecnicamente si dice quorum del plenum). La maggioranza, che di solito, da quando c’è il governo Renzi, veleggia sui 170 voti (voti minimi presi: 163 – voti massimi presi: 175), ha sulla carta 183/185 voti. Infatti, vanno conteggiati i 112 senatori del Pd (113 con il presidente Grasso che, però, per prassi, non vota mai), 35 senatori di Ap (Ncd-Udc), 19 del gruppo Psi-Autonomie (dove siedono tutti 5 senatori a vita, tranne Monti, che sta nel Misto), 10 del neonato gruppo Ala (i verdiniani), cinque senatori su 30 del gruppo Misto che votano con il governo (oltre Monti, Della Vedova, Margiotta, ex Pd, Bondi e Repetti, ex FI), tre senatori su 11 del gruppo Gal che pure votano con il governo (Naccarato, Davico, D’Onghia): il totale è di 183 voti, così suddivisi: 173 i voti ‘certi’ (Pd+Ap+Autonomie+Misto+Gal) più 10 (Ala) incerti. Ma dalla maggioranza vanno scomputati, a stare alle dichiarazioni dell’estate, i 28 firmatari degli emendamenti sul Senato elettivo della minoranza del Pd, così suddivisi: tre in certi e 25 voti che la minoranza considera ‘sicuri’, mentre i renziani pensano di ridurli a dieci/quindici e puntano a recuperarne a loro favore o tra gli incerti tra gli otto e i dieci. Nelle opposizioni la situazione è: 44 senatori di FI, 10 Conservatori e Riformisti (fittiani), 12 Lega Nord, 36 M5S, 25 senatori su 30 del gruppo Misto (7 Sel, tre ‘tosiani’ di Fare, 14 ex grillini, un senatore ex Scelta civica), otto senatori su 11 di Gal (Ferrara, Ruvolo e Caridi, Grande Sud, Mauro G. e Mauro M., Popolari per l’Italia, De Pin e Pepe, ex M5S, Tremonti, ex Lega) ma dove la situazione è assai fluida (i due ex M5S stanno per far rinascere, al Senato, l’Idv ed entrare in maggioranza): in ogni caso, le opposizioni sono a quota 135.
Diverse le ipotesi, per ora tutte di scuola: 183-28 (ribelli dem) fa 158, 183-25 (ribelli dem quasi tutti) fa 168, 183-15 (ribelli assai asciugati) fa 168, 183-20 (15 ribelli e 5 tra centristi vari) fa 163, 183-25 (15/20 ribelli e 5/10 centristi vari) fa 158, 183-30 (25 ribelli e 5 centristi vari) fa 153 e via a scendere, a seconde delle possibili perdite della maggioranza.

La somma delle opposizioni, che parte da una base di 135 voti, arriva invece a 160 voti (161 il quorum) solo sommandosi a ben 25 ribelli dem e li supera, fino a quota 163-165 voti, solo con 25 ribelli Pd e 5 centristi o una ventina di ribelli dem e una decina di centristi. Dunque, molto difficile cadere, per il governo e la maggioranza, nonostante le fosche previsioni della vigilia, ma solo perché va ricordato che in questo passaggio parlamentare non servono i 161 voti!!! (ma nella III e IV lettura saranno obbligatori, per la riforma).

4) LA PROPOSTA DI MEDIAZIONE PD: “IL LISTINO”

L’idea di base è stata partorita dall’ex ministro Quagliariello (Ncd), recepita dalla presidente della I commissione Finocchiaro e adottata dai tecnici del ministro alle Riforme Boschi e di palazzo Chigi. Si tratta di un’elezione “semidiretta” dei senatori e cioè di “contaminare” il nuovo Senato con il voto popolare. L’idea appoggiata anche dalla Conferenza delle Regioni, il cui presidente Sergio Chiamparino, sarebbe – con i governatori Rossi e altri – fautore di un’altra proposta di mediazione ancora: ogni Regione sceglie il modo di elezione dei suoi senatori. Proposta rilanciata dal sottosegretario Pizzetti sul Corriere della Sera, con un’aggiunta, non di poco conto: “lasciare alle regioni la possibilità di far diventare senatore chi ha preso più preferenze” (quindi fuori dal ‘listino’).

Invece, l’ipotesi del ‘listino’ prevede un elenco di consiglieri regionali ‘speciali’ (scelti, dunque, dai partiti) che, una volta eletti e ‘se’ eletti, sempre all’interno dell’elezione che si tiene per rinnovare il consiglio regionale (elezione diretta, anche se ogni regione ha la sua legge elettorale), vanno a comporre, di diritto, il nuovo Senato, che resterebbe ancorato a una forma di elettività di secondo grado. I partiti, ovviamente, sceglierebbero i nomi del listino e cioè dei senatori che ogni partito manderebbe a Roma, sempre ‘se’ eletti. Per la minoranza la soluzione va bene se, però, nell’articolo 2, viene scritto, nero su bianco, che l’elezione dei futuri senatori è “diretta” e non “indiretta”, modificando dunque la ratio dell’art, mentre per il governo e la maggioranza l’art. 2 resta scritto così e poi, nell’art. 10 (che disciplina il procedimento legislativo) o nell’art. 35 (che disciplina i limiti agli emolumenti dei consiglieri regionali, e qui va ricordato che i futuri senatori non percepiranno alcuna indennità, come Renzi ha più volte detto) del ddl viene inserita la norma che introduce il ‘listino’ direttamente nel testo del ddl o rimandandone l’attuazione alla legge ordinaria.

Il ministro alle Riforme, Maria Elena Boschi

Il ministro alle Riforme, Maria Elena Boschi

5) I TEMPI TECNICI DELLA RIFORMA (IN TEORIA…)

Una revisione costituzionale comporta quattro letture (art. 138). Ma ogni lettura deve essere identica nelle due Camere, altrimenti il testo continua a fare la cd. ‘navetta’ in entrambe e la lettura resta sempre quella: in sostanza, ‘non’ avanzano le letture. Inoltre, dal 15 ottobre le Camere saranno impegnate a discutere la Legge di Stabilità (sessione di bilancio). Ecco perché Renzi vuole che il ddl Boschi venga licenziato entro e non oltre quella data.
Perché, nonostante l’attuale ‘navetta’ e il sicuro ritorno del testo dal Senato alla Camera siamo dentro la I lettura (!!!). L’ipotesi è: prima lettura definitiva entro dicembre 2015 con la Camera che accetta le modifiche del Senato (quelle del passaggio in corso). Poi, fatti i due passaggi delle prime due letture compiute dalle due Camere finalmente in copia conforme, devono passare i tre mesi di intervallo (o di ‘riflessione’) previsti dalla Cost (art. 138). Le ultime due letture, di solito, per una sorta di prassi costituzionale, quando si tratta di revisione della Costituzioni, sono veloci e identiche, una sorta di ‘prendere o lasciare’ che non modifica, precludendo le modifiche del testo approvato tra la I e la II lettura delle Camere (così dicono i regolamenti parlamentari delle Camere sui procedimenti di revisione costituzionale).
A quel punto, presumibilmente a marzo 2016, si chiude il processo di revisione costituzionale dentro il Parlamento, ma per indire il referendum – sicuro che si farà perché chiesto da Renzi, ma comunque anche perché non ci saranno mai i 2/3 dei voti in Parlamento – servono sei-sette mesi di tempi ‘tecnici’ per indirlo. Ergo, il referendum non si terrebbe prima di settembre-ottobre (naturalmente del 2016), ma più probabile in ottobre, anche se Renzi aveva più volte parlato di referendum entro giugno 2016.
A quel punto, spetterà al popolo italiano dire sì o no al ddl Boschi e al suo ambizioso tentativo di riformare la Costituzione, con due precedenti: nel 2001 la revisione costituzionale del Titolo V proposta dall’allora centrosinistra al governo venne approvata dai cittadini mentre, nel 2005, la Devolution proposta dal centrodestra allora al governo, venne bocciata. Nel primo caso la riforma costituzionale entrò in vigore, nel secondo no.

FONTI:

1) ddl Boschi (rubricato come Atto Senato 1429-B)
http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Ddliter/45358.htm

2) dossier dell’ufficio servizio studi del Senato della Repubblica
http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00930268.pdf

3) diversi articoli di stampa usciti nel mese di agosto su vari quotidiani (Repubblica, Corsera, QN, etc.) e, in particolare, quelli di Andrea Fabozzi su il manifesto del 29 luglio/19 agosto.

NB. Questo articolo è stato scritto in forma originale per il blog di QN (http://www.quotidiano.net)