Rosatellum ‘for dummies’. Tutto quello che c’è da sapere, in breve, sulla legge elettorale con cui l’Italia andrà a votare il 4 marzo 2018

Ecco un piccolo glossario, o vademecum, sulla nuova legge elettorale, il Rosatellum. Lo si potrebbe chiamare legge elettorale ‘for dummies’, ma non vorrei offendere i miei 25 lettori che sono, invece, ben lo so, ben più preparati della media nazionale. In ogni caso, con una facile ricerca, si possono trovare su questo blog altri articoli attinenti la preparazione, discussione e l’approvazione del Rosatellum in dettaglio. 

 

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  1. COS’È IL ROSATELLUM

Il «Rosatellum» è il nuovo sistema elettorale in vigore in Italia che è stato varato con la legge n. 165/2017 promossa dal governo Gentiloni e votata da un largo arco di forze politiche (Pd-Ncd-centristi vari-FI-Lega-Misto, contrari M5S-Fd’I-Sel-Mdp-gruppi minori). È un meccanismo elettorale cosiddetto «misto» perché assegna il 64% dei seggi in collegi plurinominali con metodo proporzionale e il restante 36% dei seggi in collegi uninominali con metodo maggioritario.

A) COLLEGI UNINOMINALI MAGGIORITARI

Sono 232 (231 il collegio unico della Valle d’Aosta), su 630 seggi, i collegi uninominali maggioritari assegnati alla Camera dei deputati, tolti i 12 seggi attribuiti alle circoscrizioni Estero. Sono 109, su 315, i collegi uninominali assegnati al Senato, tolti i 6 della circoscrizione Estero. In realtà, i collegi uninominali del Senato sono 116, ma vi vanno sottratti i sei collegi del Trentino Alto-Adige e il collegio unico della Val d’Aosta che vengono attribuiti in qualità di collegi uninominali puri.

B) COLLEGI PLURINOMINALI PROPORZIONALI

Sono 386, su 630, i collegi plurinominali che vengono assegnati alla Camera dei Deputati attribuiti con metodo pienamente proporzionale effettuato su base nazionale.

Sono 193 i collegi plurinominali che vengono assegnati al Senato con metodo proporzionale su base regionale. Le circoscrizioni sono 28 alla Camera e 20 al Senato.

2. LE SCHEDE PER CAMERA E SENATO

A) DUE SCHEDE ELETTORALI. Le schede (rosa per la Camera, gialla per il Senato) elettorali rappresentano un’assoluta novità per l’elettore italiano. La scheda elettorale è fatta di diverse aree corrispondenti a ciascun partito o coalizione con sopra il nome del candidato di collegio, sotto le liste che lo sostengono e in ognuno di essi i nomi de listino.

B) IL CANDIDATO NEL COLLEGIO UNINOMINALE. All’interno di ogni area presenta sulla scheda e divisa per partito e/o coalizione, c’è lo spazio rettangolare con un unico nome: è il candidato scelto da ogni partito o coalizione nel singolo collegio uninominale.

C) I SIMBOLI DEI PARTITI NELLA PARTE PROPORZIONALE. Sotto l’indicazione di ogni candidato di collegio, una serie di caselle indicano un nome e un simbolo di uno o più partiti, se in coalizione, che presentano, al loro interno, da 2 a 4 nomi del cosiddetto «listino bloccato». Le singole liste dei candidati di partito o partiti in coalizione si presentano nel proporzionale a sostegno del corrispondente candidato di collegio.

D) DUE NOVITÀ. La prima sono le «istruzioni per l’uso»: si trovano nel retro della scheda. La seconda è il «tagliando antifrode», rimovibile solo dal presidente di seggio e con un codice progressivo alfanumerico, introdotto per impedire il «voto di scambio».

3. COME SI VOTA

Il «mix» tra collegi uninominali maggioritari e collegi plurinominali proporzionali del «Rosatellum» permette all’elettore tre opzioni di voto molto facili e che spieghiamo qui.

Ma bisogna fare attenzione. Il «voto disgiunto» è vietato: l’elettore non può votare un candidato nel collegio uninominale e una lista a lui non collegata nel proporzionale.

A) L’elettore barra, sulla scheda, solo il nome del candidato del collegio uninominale. In questo caso, il voto si «trasferisce» automaticamente al partito o ai partiti che lo sostengono nella parte proporzionale. Se vi sono più partiti a sostegno di una coalizione, il voto si «spalma», in modo perfettamente proporzionale, a tutte le liste che lo sostengono in quella circoscrizione elettorale di cui fa parte il collegio uninominale.

B) L’elettore traccia un segno solo sul simbolo della lista, cioè del partito, che vuole sostenere. Sia che si tratti di un partito singolo sia che si tratti di un partito in coalizione, il voto dato al partito si «trasferisce» automaticamente anche al candidato nel collegio uninominale sostenuto dalla lista che è stata appena votata nella parte proporzionale, a prescindere che si tratti di una lista singola o facente parte di una coalizione.

C) L’elettore può tracciare un doppio segno sul candidato nel collegio uninominale e su una lista che lo appoggia nella parte proporzionale. Il voto è perfettamente valido.

Ma attenzione: il voto  è «nullo» se l’elettorale traccia due segni, uno sul nome del candidato nel collegio e uno sul simbolo di una lista, singola o in coalizione, a cui quel candidato non è collegato nella parte proporzionale. E’ il voto “disgiunto”.

4. DOVE FINISCE IL VOTO?

A) In ogni collegio uninominale vince, tra i diversi candidati presenti sulla scheda, appoggiati da un partito o una coalizione, quello che arriva primo, anche solo per un voto, su tutti gli altri. Dunque, tutte le sfide nei collegi uninominali (232 alla Camera e 109 al Senato) sono «one-to-one».

La logica è mutuata dal sistema maggioritario anglosassone, basato tutto sui collegi uninominali, e viene detta del «the first past the post» (letteralmente, «il primo oltre il palo», termine preso dall’ippica) o del «the winner takes all» (il primo prende tutto).

B) I collegi plurinominali sono raggruppati in circoscrizioni elettorali (regionali al Senato e regionali e/o sub-regionali alla Camera dei Deputati). Il metodo di elezione è proporzionale (stante lo sbarramento al 3%) e i nomi dei candidati (da 2 a 4) presenti nei listini di ogni lista servono a determinarlo. Ci si può candidare solo in un collegio uninominale ma fino a cinque collegi plurinominali (sono le pluri-candidature).

In caso di elezioni in più collegi, il candidato si ritiene eletto nel collegio uninominale o nel collegio plurinominale dove la sua lista ha preso la percentuale minore di voti.

C) Ogni lista elettorale deve rispettare, nelle candidature, la «norma di genere». Ognuno dei due sessi non può rappresentare più del 60% (e non meno del 40%) dei tutti i candidati nei collegi uninominali. Anche nei collegi plurinominali va rispettata la «norma di genere» (60% di un sesso e 40% dell’altro) per quanto riguarda i capolista mentre la collocazione dei candidati nei listini deve rispettare un ordine alternato di genere (uomo-donna o donna-uomo).

5. CHI ENTRA E CHI ESCE

A) SOGLIE DI SBARRAMENTO “ESTERNE”.

Le soglie di sbarramento presenti nella legge elettorale sono due. La prima riguarda le liste singole che si presentano nella parte proporzionale: ognuna di esse deve superare il 3% a livello nazionale per ottenere seggi.

La seconda riguarda le coalizioni: ogni coalizione, composta da più liste, deve superare il 10% e, al suo interno, vi deve essere almeno una lista che superi il 3%. In Trentino e in Valle d’Aosta la soglia di sbarramento è fissata, come norma a tutela delle minoranze linguistiche, al 20%.

B) SOGLIE DI SBARRAMENTO “INTERNE”.

Esistono anche delle soglie di sbarramento interne alle liste che compongono una coalizione. Sotto l’1% una lista che sta dentro una coalizione non ottiene seggi per sé, ovviamente, né ne porta agli altri partiti coalizzati con essa. Tra l’1% e il 3% dei voti, invece, la lista in coalizione non ottiene seggi per sé, ma contribuisce ad aumentare i seggi dei partiti (o del partito) più grandi che stanno, ovviamente, nella sua stessa coalizione in modo proporzionale. Sopra il 3%, una lista ottiene seggi per sé stessa.

6. DAL VOTO AL SEGGIO

Ma come si traducono i voti in seggi? Bisogna partire dal fatto che Camera e Senato hanno composizione ed elettorato (attivo e passivo) diversi. In ogni caso, in entrambe le Camere saranno presenti ben tre (quattro, in realtà, al Senato) diversi sistemi di elezione che comporranno gli scranni dei 630 deputati e dei 315 senatori eletti il 4 marzo con il Rosatellum.

A) CAMERA DEI DEPUTATI

Alla Camera (630 membri) siederanno 232 deputati eletti in altrettanti collegi uninominali maggioritari: 225 eletti in 18 regioni, uno in Valle d’Aosta, sei in Trentino Alto-Adige. I restanti 386 seggi della Camera saranno assegnati con il sistema proporzionale (il metodo è del «quoziente intero e dei più alti resti») ai diversi partiti a seconda che superino lo sbarramento. 12 seggi vengono assegnati alle Circoscrizioni Estero con metodo perfettamente proporizionale e la possibilità di dare due preferenze.

B) SENATO DELLA REPUBBLICA

Al Senato (315 membri) siederanno 116 senatori eletti in altrettanti collegi uninominali maggioritari: 109 eletti in 18 regioni, uno in Valle d’Aosta, sei in Trentino Alto-Adige. I restanti 193 seggi del Senato saranno assegnati con il sistema proporzionale, ma con un calcolo effettuato, al Senato, su base regionale. In più vanno conteggiati i 6 seggi delle Circoscrizioni Estero e i 5 senatori a vita (Monti, Cattaneo, Piano, Rubbia, Napolitano,), da poco diventati 6 con la nomina di Liliana Segre.

7. SCENARI POST-VOTO

A) C’È LA MAGGIORANZA

Se una coalizione riuscisse ad ottenere il 42% (o oltre) dei voti, grazie alla cosiddetta «disproporzionalità» della legge elettorale – stimata da analisti e sondaggisti tra il 4% e l’8% circa dei voti (il calcolo è frutto della ripartizione in seggi alle liste maggiori dei voti presi dalle liste che non superano il 3% e dalla vittoria in molti collegi uninominali) – potrebbe ottenere o avvicinarsi molto alla possibilità di avere la maggioranza in entrambe le Camere, cioè la metà più uno dei seggi in ognuna (316 su 630 alla Camera, 161 su 315 al Senato, dove però siedono 6 senatori a vita per un totale di 321 seggi). In questo caso, la coalizione vincente potrebbe avere i numeri per governare da sola.

B) LARGHE INTESE

Se nessuna coalizione o nessun partito singolo arrivasse a ottenere più del 40% dei voti, nessuno di essi sarebbe in grado di governare. Sarebbe, quindi, necessario dare vita al cosiddetto governo di «larghe intese», a volte detto anche “governo di unità nazionale”.

A seconda dei risultati dei vari partiti e su precisa scelta del presidente della Repubblica, potrebbe trattarsi o di un governo tra FI, Pd e centristi (di centrodestra come di centrosinistra) oppure di un governo tra M5S e Lega (ipotesi più difficile) o di un’ipotesi ancora altra ma assai più remota (e cioè un governo Pd-M5S-Leu, etc…).

C) RITORNO AL VOTO

Se nessuna coalizione o partito si avvicinasse al 35% dei voti, non ci sarebbero le condizioni per le «larghe intese», a prescindere dalle possibili combinazioni. Il capo dello Stato avrebbe, quindi, davanti a sé solo tre strade: 1) far andare avanti il governo Gentiloni, a quel punto dimissionario, cioè in carica solo per “il disbrigo degli affari correnti”, perché così si dovrà presentare davanti alle nuove Camere, o un Gentiloni bis che godrebbe di una fiducia “tecnica” o di una “non sfiducia” da parte delle Camere fino a nuove elezioni (forse in autunno); 2) dare vita a un governo «tecnico» o «del Presidente» di «emergenza nazionale» appoggiato da tutti i partiti sempre per indire nuove elezioni;  3) far nascere un governo «di minoranza», mandandolo davanti alle Camere in cerca, di volta in volta, di una maggioranza numerica. Gli obiettivi di governi simili sarebbero, nelle intenzioni del Presidente della Repubblica, quelli di garantire l’approvazione della manovra economica (ottobre-dicembre) e, forse, anche di una nuova legge elettorale.


NB: Questo articolo è stato pubblicato, in forma più succinta, sul Quotidiano Nazionale del 19 febbraio 2018. 


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Renzi compone le liste del Pd: promuove i suoi e annichilisce le minoranze. I sommersi e i salvati di una lunga notte

Necessaria premessa “metodologica”. 

Pubblico qui di seguito gli articoli sulla difficilissima composizione delle liste del Pd al Nazareno usciti tra il 25 e il 28 gennaio 2018 mettendoli, nella lettura, in ordine cronologico inverso a quello di pubblicazione (dall’ultimo, il più recente, al più vecchio). 

Segnalo che, in un caso, quello degli articoli del 27 gennaio, sono pubblicate entrambe le versioni dei pezzi usciti sullo stesso tema, ma in edizioni differenti (normale e notturna). 

Nb: per chi volesse consultare l’elenco di tutti i candidati del Pd+centrosinistra alle prossime elezioni Politiche del 4 marzo 2018 può farlo facilmente leggendo l’elenco completo ed esaustivo di tutti i nomi (collegi uninominali e listini proporzionali) uscito e pubblicato sulla rivista on-line del Pd, Democratica ( Rivista Democratica on-line ). 

Buona lettura a tutti/e !

 

Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

 

  1. Renzi presenta le liste elettorali del Pd: “Esperienza devastante”. Ecco perché. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
Quando ieri sera, alle 20.30 circa, Matteo Renzi scende al secondo piano del Nazareno, per presentare le liste del Pd – quelle faticosamente e drammaticamente chiuse l’altra notte con la Direzione che slittava di ora in ora fino alle 4.30 – si presenta in maniche di camicia (bianca) e sfodera anche un (finto) buonumore. Il ricordo della “più brutta e devastante esperienza che abbia mai vissuto” come aveva definito la notte trascorsa, in un impeto di sincerità, se lo è, cioè già buttato alle spalle e, durante la conferenza stampa, prova a suonare la carica. “Siamo convinti di aver messo in campo la miglior squadra per andare a vincere le elezioni”, esordisce il segretario del Pd, “i più preparati, i più competenti, i più capaci di portare avanti la fiaccola della speranza” (sic). Renzi, in effetti, può vantare alcune candidature che, specie al Sud, bilanciano quelle dei soliti potenti e ras locali come Franco Alfieri, capo-staff di De Luca e re delle “fritture di pesce”, nel Cilento, lo stesso figlio di De Luca a Salerno, Daniela Cardinale, figlia dell’ex ministro Totò, a Caltanissetta, etc. A metterci una pezza servono, allora, le figure del medico Paolo Siani, fratello del giornalista ucciso dalla camorra Giancarlo, e il maestro di strada dei bassi di Napoli, Marco Rossi Doria (entrambi in Campania), ma pochi altri. Renzi cita pure la giornalista Francesca Barra, che corre a Matera, e un altro giornalista, Tommaso Cerno, candidato a Milano.
Ma in questo caso siamo, come per Annalisa Chirico, leader del movimento iper-garantista “Fino a prova contraria”, in un campo di gioco un po’ diverso. Quello che sta metà tra la testimonianza civile, colta, impegnata e il new kurs del democrat neo-renziano: una sorta di stato d’animo che mischia l’ex posa da radical chic con personaggi glamour, forti sui social,onnipresenti nei talk-show e nello show-biz. Insomma, dei nomi che fanno pensare più al sito Dagospia che agli indipendenti di sinistra che furono (chissà come si troverà, con loro, quell’arzillo gramsciano di Beppe Vacca).
E qui, dagli ‘inclusi’, il discorso cade facile sugli ‘esclusi’. Infatti, già dal mattino presto, con un tweet assai acido, il ministro Carlo Calenda – che, peraltro, non si ricandida e annuncia il suo voto per la lista Bonino – attacca Renzi: “Che senso ha non candidare gente seria e preparata come De Vincenti, Rughetti, Nesi, Tinagli, Manconi”. Il leader dem, pur punto sul vivo, attende fino a sera per replicare, ma parla solo di De Vincenti. L’esclusione dalle liste del ministro (ex dalemiano, poi lettiano, poi renziano tiepido) ha del clamoroso, Renzi sostiene che “ha detto un secco no” (De Vincenti, non lui), ma ora spera “in un recupero”: pare che potrebbe essere nominato all’Authority dell’Energia. Solo in piena nottata si scoprirà che a De Vincenti è stato affibbiato, sia pure in extremis, il collegio rifiutato da Cuperlo: Sassuolo, in Emilia, rielezione assicurata per il ministro.
Sul resto, Renzi filosofeggia con frasi tipo “il ricambio è fisiologico, l’amarezza comprensibile”, ma difende le liste, gli dispiace un po’, forse, solo l’autoesclusione di Cuperlo. Poi incita Padoan (a Siena) e la Boschi (a Bolzano) ed è sicuro che “il collegio di D’Alema” diventerà “quello della Bellanova”, la viceministra che gli ha schierato a Lecce, nel collegio senatoriale del Salento (Lecce-Otranto-Nardò). La verità è che il segretario si è costruito, con queste liste, un Pd a sua immagine e somiglianza. Persino quando, nel cuore della notte, anche il premier, Paolo Gentiloni, è salito da lui per convincerlo a tenere dentro qualche nome escluso (tipo Luigi Manconi, paladino delle battaglie sui diritti civili) Renzi non ha voluto sentire ragioni. Fine. 
NB: L’articolo è stato pubblicato il 28 gennaio 2018 a pagina 2 del Quotidiano Nazionale. 
 
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2. Mutazione genetica del Pd: da partito delle “mille correnti” a “Partito di Renzi”. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
Matteo Renzi, l’altra notte, compilando le liste elettorali del Pd, ha compiuto, più che un repulisti interno, una novella strage di San Bartolomeo. Nella parte degli ugonotti, sterminati in una notte dai cattolici del re di Francia, però, non sono finite solo le due minoranze interne, l’area di Orlando e l’area di Emiliano, ma anche molte altre aree. E così, almeno nei gruppi parlamentari (ma nel partito, dat i risultati congressuali che recitano 73% a Renzi, 19% a Orlando, 9% a Emiliano, le cose non sono poi mai andate troppo diversamente), d’ora in poi esiste ed esisterà soltanto il partito di Renzi, renziani, affini&co.
Vediamo come, area per area. Le minoranze congressuali sono state, come è emerso chiaro dalla notte, annichilite. Quella che fa capo al ministro Andrea Orlando contava ben 113 (centotredici) parlamentari uscenti che tifavano per lui, al recente congresso (20% il modesto risultato preso allora). Orlando aveva chiesto a Renzi 40 posti, ma dopo la notte dei lunghi coltelli e dopo tanto strepitare, ne ha avuti 17, non uno in più. Due hanno già rinunciato e siamo già a 15. Uno è sconosciuto (Peppe Provenzano, vicedirettore dello Svimez, doveva correre nella sua Sicilia, a Caltanissetta, ma indignato per la presenza, come capolista, della figlia dell’ex ministro Totò Cardinale, Daniela, ha rinunciato), l’altro, molto più famoso: è Gianni Cuperlo. Alle tre di notte ha scoperto di essere essere stato paracadutato (lui, raffinato intellettuale triestino) nella ‘popular’ cittadina di Sassuolo e ha risposto niet. Certo, nella sporca dozzina di ‘salvati’, tra gli orlandiani, c’è Cesare Damiano (in Umbria, a Terni, dopo trattativa ‘personale’ condotta con Fassino, suo vecchio amico), ma mancano pezzi grossi: il coordinatore della mozione, Andrea Martella, veneziano, il portavoce Marco Sarracino, napoletano, e anche Marco Di Lello, ex del Psi. Orlando ha denunciato l’epurazione, ma alla fine ha chinato la testa e firmato il foglio che Renzi gli ha messo davanti. Comprensivo della sua candidatura, da lui scoperta di notte, nel listino bloccato dell’Emilia-Romagna e di un collegio a Parma, ovviamente blindati. Il governatore pugliese, Michele Emiliano, per sua fortuna, doveva proteggere solo dieci uscenti (9% al congresso), ma è riuscito a garantirne solo tre (Boccia, Capone e una donna), non uno solo in più, e ha dovuto sacrificare alcuni dei suoi pezzi migliori (Dario Ginefra).
Ma alle altre aree interne, in teoria alleate di Renzi, le cose non sono andate molto meglio. Area dem, fondata da Dario Franceschini, all’inizio della legislatura contava la bellezza di 90 parlamentari: bene, semplicemente non esiste più. Sono rimasti Losacco e Giacomelli, in lista e in quota Lotti, mentre Rosato e Fiano sono, ormai, renziani a 36 denti. L’area che fa capo al ministro Martina è stata ridotta a dieci unità (erano 40), i Giovani Turchi sono dimagriti da 30 fino a 12, più altri sei forse. Insomma, se il Pd, col 24%, eleggerà 250 parlamentari, ben più della metà (150) saranno renziani doc o affini alla stirpe.
Tra le correnti che esistevano dalla nascita del Pd (2007) e, di fatto, non esistono più, vanno contati i bindiani, i lettiani (ne era rimasto uno, Marco Meloni, non ricandidato), i popolari (tranne il povero Fioroni, che si butta in una corsa solitaria nel collegio di Viterbo) e, soprattutto, i liberal di Libertà Eguale (Morando e Tonini) mentre il professor Stefano Ceccanti, che pure ne fa parte, è stato candidato, a Pisa, ma ormai è considerato un renziano di complemento. Defunti anche gli ex miglioristi, vicini all’ex Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Andato via, per sua scelta, Ugo Sposetti, che comunque aveva superato il tetto dei tre mandati, è stato tolto dalle liste il toscano Manciulli e messo in Campania 3, in posizione di fatto perdente, il campano Enzo Amendola, sottosegretario agli Esteri, mentre la giovane Lia Quartapelle ha rinunciato al seggio (insicuro) in Lombardia e Nicola Latorre è stato escluso senza un perché in un amen. Minniti anche l’ha presa male. La ridotta ex-Pci non esiste più.
NB: L’articolo è uscito  il 28 gennaio 2018 a pagina 2 del Quotidiano Nazionale
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3 a. Renzi rottama mezzo partito: Orlando ed Emiliano umiliati, posti al lumicino.  
(versione dell’articolo nell’edizione notturna e straordinaria chiusa alle 24.00 del 27/01)
Ettore Maria Colombo – ROMA
 
MATTEO RENZI ha deciso di tornare a fare quello che sa fare meglio, «il Rottamatore». Il guaio è che lo fa troppi anni dopo il successo dell’epoca e con un Pd ridotto a un campo di Agramante.
Vuole tutti volti “nuovi”, “giovani”, “freschi”, “aperti”, “diversi”. Già la Direzione dem che deve convalidare le scelte del segretario è stata, da sola, una commedia degli equivoci, a partire dall’orario: convocata alle 10.30, slitta alle 16, poi alle 20, dopo alle 22.30, infine alle 23.30, non inizia che dopo la mezzanotte, quando i suoi stanchi e provati membri, al bivacco, non ne possono più. Come dice Gianni Cuperlo, entrando in un Nazareno buio, “la trattativa sulle liste? Peggio della scissione del Pci nel 1921”.
 
ALLA FINE, dopo trattative e colloqui tra Renzi e Orlando che, negati da entrambi, sono andati avanti ore e ore, la faticosissima ‘quadra’ interna “non’ viene trovata. Fonti di entrambe le parti, all’ora dei corvi e dei gufi, le 24.00, dicono “Sì, abbiamo un accordo”, ma gli orlandiani sono sul piede di guerra, traditi persino dal loro Capo. Alla minoranza di Andrea Orlando viene concesso qualche posto in più, ma sono davvero pochi: 17/18 (forse 20, ma si tratta ancora a notte fonda), ma non tutti in posizione eleggibile rispetto ai 15 offerti da Renzi. Ma quella di Orlando è una vittoria di Pirro: di parlamentari ne aveva 111, aveva chiesto 38/40 posti per i suoi e ne avrà 17/20, di cui molti incerti. E anche se resterà, forse, tra i ‘salvati’ qualcuno dei ‘reietti’ (Cesare Damiano è di sicuro dentro le liste, Andrea Martella, invece, è sicuramente fuori, etc.) di cui il leader dem voleva imporre la cancellazione, la realtà è che non solo la minoranza dem (Area Dems di Orlando, Fronte dem di Michele Emiliano, cui vanno 5 posti massimo), ma anche le altre aree interne ‘non’ renziane o ‘a’ renziane sono state normalizzate, se non del tutto cancellate per sempre.
 
Area Dem, l’area storicamente forte di ex-Ppi ed ex-Margherita, guidata da Dario Franceschini – che però, a differenza di Orlando, ha preferito usare con Renzi non i toni dello scontro ma del sorriso – non esiste più, tranne pochi fedelissimi. Il viceministro al Mef Pier Paolo Baretta, per dire, resterà a casa. Gianclaudio Bressa si salva solo perché si fa eleggere in Trentino, terra dove, da ieri, anche la ex ministra Boschi, che lì doveva aprire la campagna, fa fatica a trovare consensi e amicizie (l’ex leader della Svp, Brugger, l’ha attaccata), nonostante i molti favori fatti dal governo Renzi agli ‘amici’ della Svp (Boschi costretta a rinviare a lunedì il suo arrivo ufficiale a Bolzano).
E anche le aree del ministro, filo-renzianissimo, Martina Martina, si deve asciugare (da trenta a non più di cinque), i Giovani Turchi pure (da quaranta a dieci). Tutte le aree composte da non renziani doc non possono superare, per il leader Pd, le 50 unità al massimo. Il calcolo, però, è furbescamente fatto sul 23% (totale: 150) e non sui duecento e rotti parlamentari che, già solo risalendo al 24%, il Pd otterrà di certo. Renzi, del resto, vuole così avere il totale controllo dei suoi parlamentari, con una maggioranza di 150 fedelissimi sul totale.     
A proposito di new entry, oltre a molti acchiappa-voti dai territori (Gianni Pittella in Lucania, Riccardo Illy in Friuli, D’Alfonso in Abruzzo), alcuni anche assai chiacchierati (il figlio di De Luca a Salerno), a notte i bei nomi della società civile devono restringersi un po’ per fare posto a qualche “orlandiano” in più. Inoltre, ogni nome di grido comporta il sacrificio di qualche soldato rimasto nella giungla. Tommaso Cerno, condirettore di Repubblica, gay dichiarato, arriva, ma Sergio Lo Giudice, ex presidente di Arcigay, bolognese, esce. L’avvocata milanese Lisa Noja, disabile, entra, Ileana Argentin, disabile ex-radicale, no. L’inventore degli 80 euro, Yoram Gutgled, torna a casa, l’economista Tommaso Nannicini, e il filosofo Giuliano da Empoli avranno seggi sicuri. Un seggio anche a Filippo Sensi, lo storico e noto (su Twitter come Nomfup) portavoce di Renzi e Gentiloni a palazzo Chigi. Alla fine, per i ‘nanetti’ alleati, restano le briciole: alla Lorenzin vanno 5 collegi sicuri (Casini, Toccafondi, Pizzolante e Dellai), ai super-nani di Insieme tre (Nencini, Bonelli e Santagata), 5 a ‘+Europa’ (Bonino, Magi, Della Vedova, Tabacci). 
NB: Questo è il testo dell’articolo pubblicato in II edizione notturna (chiusura h 24.30) per Quotidiano Nazionale il 27 gennaio 2018 a pagina 8.
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4 b. Renzi rottama mezzo partito: Orlando ed Emiliano umiliati, posti al lumicino.  

 (versione dell’articolo nell’edizione normale, non straordinaria, chiusa alle 23.30 del 27/01)
Ettore Maria Colombo  – ROMA
ANTICHI, anche se non scritti patti interni, tutti saltati. Minoranze azzerate nei numeri e insolentite persino nell’onore. Società civile dall’elezione garantita ma con sacrifici (tanti) per altri. Ricambio ben più che fisiologico della classe parlamentare. Robusto innesto di volti locali, i famosi «notabili», alcuni portentosi «acchiappa-preferenze» (Gianni Pittella in Lucania, Riccardo Illy in Friuli, D’Alfonso in Abruzzo) e altri, però, assai chiacchierati (il figlio di De Luca a Salerno). Ministri e big tutti in campo nelle sfide nei collegi, pure quelli che non avrebbero voluto rischiare l’onta della sconfitta, nell’uninominale, neppure sotto tortura. Ed ex-ministri come la Boschi che, dovendo soggiacere a tale calvario, devono subire l’onta, come le è successo ieri, di dover rinviare la sua prima visita in Alto Adige (il collegio prescelto è Bolzano) perché non è tanto gradita neppure lì, nonostante i tanti favori fatti alla Svp.
Matteo Renzi ha deciso di tornare a fare quello che sa fare meglio, «il Rottamatore». Il guaio è che lo fa troppi anni dopo e con un Pd ridotto a un campo di battaglia.
La Direzione dem che doveva convalidare le scelte del segretario e della sua piccola équipe di Angeli Sterminatori (Lotti, Guerini, Rosato, Martina, Fassino) ieri ha rappresentato una commedia degli equivoci anche solo nell’orario di convocazione. Doveva iniziare alle 10.30, slitta alle 16, poi alle 20, infine alle 22.30, poi più tardi.
Renzi e i suoi – Lorenzo Guerini su tutti, ormai specializzato in «faccia di bronzo» con cui fingere davanti ai giornalisti – negano tutto, anche l’evidenza. Prima di aver visto, in un faccia a faccia teso e drammatico, il ministro Orlando e per circa tre ore. Orlando è furibondo e spossato, ma i suoi di più: ieri molti orlandiani parlavano apertamente di boicottare le liste elettorali, di non fare campagna elettorale e incitavano Orlando stesso a non candidarsi, il preludio di una nuova scissione.
Poi Guerini nega che Renzi e i suoi vogliano «mettere il becco» nei nomi proposti dalle minoranze». Invece, Renzi lo fa eccome: oltre a dire a Orlando, che chiedeva 38 posti sicuri, «te ne devi far bastare 15, prendere o lasciare» (a Emiliano è andata peggio: otto), quando il ministro gli allunga la lista dei nomi, Renzi ne depenna, con cattiveria, ben quattro: Martella (portavoce della mozione Orlando, Renzi lo detesta), Damiano (troppe imboscate tese al suo governo), Sarracino e Di Lello.  Infine, i renziani hanno negato che il loro leader volesse aprire e chiudere la discussione in Direzione dicendo: «Datemi il mandato a chiudere le liste, poi ci penso io» (questa si è limitata solo a pensarla, pare).
E così, in questa lunga giornata, Renzi riesce a litigare con tutti.  Di Orlando ed Emiliano si è detto, ma pure con Franceschini volano parole grosse, persino Martina e Orfini si vedono asciugare le truppe, habitué del Parlamento (Fioroni, Pollastrini) vengono sbattuti fuori dalle liste, Cuperlo si salva, ma per un pelo. Infine, ogni new entry di grido comporta il sacrificio di qualche soldato rimasto solo nella giungla. Tommaso Cerno, condirettore di Repubblica, gay dichiarato, arriva, ma Sergio Lo Giudice, ex presidente di Arcigay, bolognese, esce. L’avvocata milanese Lisa Noja, disabile, entra, Ileana Argentin, disabile ex-radicale, no. L’inventore degli 80 euro, Yoram Gutgled, viene rispedito a casa, l’economista di Harvard, Tommaso Nannicini, e il filosofo Giuliano da Empoli hanno seggi sicuri.
Resterebbe da dire dei poveri tre «nanetti» alleati che protestano: la Lorenzin («Civica e Popolare») minaccia di rompere l’alleanza (volevano otto collegi, ne hanno avuti quattro), i super-nani di «Insieme» pure, ma nessuno li ascolta. Solo i Radicali di +Europa, che di posti ne avranno cinque, sanno, come dice Emma Bonino, esperta del ramo, che «fino a lunedì è tutto aperto, faremo le notti».
NB: Questo articolo è stato pubblicato in prima edizione (chiusura h 22.30) sul Quotidiano Nazionale a pagina 8 del 27 gennaio 2018. 
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5. I nanetti del Pd strappano qualche posto al sole, le minoranze dem ancora no. 
Ettore Maria Colombo  – ROMA
Le due minoranze presenti nel Pd – quella che fa capo al ministro Orlando (111 parlamentari uscenti, una quadrata legione, 20% al congresso) e quella che fa capo al governatore pugliese Emiliano (solo otto gli uscenti, 9% al congresso) – sono scese sul piede di guerra. Minacciano, gli orlandiani – come ha detto, furibondo e scuro in volto, lo stesso Orlando a un collega di corrente – di «disertare la campagna elettorale. Se Renzi continua a comportarsi così, le liste se le fa con chi vuole ma non con noi. Noi non ci candidiamo e non facciamo campagna elettorale. Voteremo per il Pd, certo, ma faremo da spettatori», ecco il warning di Orlando a Renzi. La sua area, del resto, è in rivolta, chiede almeno 60 parlamentari, di cui 38 in collegi sicuri: 30 nei listini e otto nei collegi. Le truppe di Emiliano, non meno agguerrite, fanno sapere che «noi, sotto i 20 posti, non scenderemo mai».
Al Nazareno derubricano la pratica “minoranze” al «solito tentativo di alzare la posta all’ultimo minuto come fanno in tanti» e replicano con l’offerta di 15/20 posti. Orlando ha già perso le staffe e i suoi oggi minacciano di disertare la Direzione o di votare contro.
In ogni caso, in base alle cifre prese dalle due minoranze al congresso, una fonte altolocata del Nazareno spiega, in tono gelido: «Possono dire e fare quello che vogliono, ma avranno 15/20 posti sicuri Orlando e 5/6 Emiliano. Stop».
In ogni caso, oggi Renzi avrà prima con Orlando e poi con Emiliano due incontri «chiarificatori».  E così, anche ieri è stata una giornata di passione, al Nazareno, dove Renzi è asserragliato da giorni con i suoi «Angeli Sterminatori» che hanno potere di vita e di morte sui nomi da inserire in lista, anche se l’ultima e definitiva parola spetta, ovviamente, al Segretario.  Si tratta del ministro Lotti, del «Forlani» di Renzi Guerini, del capogruppo dem Rosato, di Piero Fassino e del ministro Martina.
La giornata passa tra riunioni fiume, telefoni bollenti, Renzi che intima ai suoi di «non parlare con i giornalisti» e scene tragicomiche.  Tipo quando i tre leader della minuscola lista «Insieme» (Nencini, Bonelli e Santagata) si presentano al Nazareno per una riunione che credevano decisiva, ma vengono fermati sull’uscio: «Abbiamo altro da fare. Ripassate domani».  Del resto, nel Pd ogni giorno ha la sua pena. Le voraci pretese dei «nanetti» alleati sono state, appunto, rimbalzate a oggi. Hanno chiesto, tutti e tre, un numero siderale di collegi blindati, ma finirà con 6/8 seggi a «+Europa» (Bonino), 6/8 ai centristi di «Civica e Popolare» (Lorenzin) e tre seggi, non di più, ai piccolissimi di «Insieme».
Da giorni, inoltre, vanno avanti le «vivaci»proteste dei territori, Emilia-Romagna e Toscana su tutte, contro i «paracadutati». Ministri anche del Pd, come Fedeli a Piombino, o la Lorenzin a Prato, i dem locali non li vogliono. I radicali Magi e Della Vedova “ballano” da giorni, Nencini e Bonelli pure. Renzi ci ha messo una pezza solo su Casini, confermato a Bologna. Le Marche, gestite in modo prussiano da Matteo Ricci, dopo aver preso in carico Minniti a Pesaro, si «accolleranno» pure Lorenzin. Ma è la Toscana – dove, sostengono il senatore Marcucci e il segretario Parrini, negando anche l’evidenza, «non c’è nessuna rivolta» – che dovrà portare il cilicio più stretto di tutti, tra renziani del «giglio magico» e «nanetti» alleati. L’Emilia-Romagna, almeno, è stata ricompensata con due candidature ex-Ds doc: Fassino capolista nel proporzionale Camera contro Bersani, e Carla Cantone, ex segretaria dello Spi-Cgil, capolista nel listino proporzionale del Senato.
Ma anche al Sud sono dolori. Il segretario siciliano, Fausto Raciti, ha scritto a Renzi dicendogli che «qui la situazione è esplosiva». E in regioni come Sardegna, Campania e Calabria, liste e candidature sono ancora tutte in alto mare.
NB: Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 25 gennaio 2018.
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Renzi presenta il suo programma economico, si compone il mosaico delle candidature: Gentiloni a Roma, Minniti a Pesaro, Boschi a Firenze, Padoan a Siena

 

Pubblico di seguito diversi articoli usciti nei giorni scorsi sul Quotidiano Nazionale e riguardanti il Pd: programma economico, obiettivi, candidature, liste, problemi annessi. NB: Gli articoli sono pubblicati in ordine temporale decrescente dall’ultimo all’indietro.

 

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

  1. Il programma economico del Pd lo ha scritto Tommaso Nannicini: “poche tasse, molto spendi”.

 

Ettore Maria Colombo – ROMA
Le principali misure contenute nei “dieci punti” che sta per lanciare Matteo Renzi, il suo programma economico, sono racchiuse in testo la cui presentazione ufficiale è stata rinviata alla Direzione dem che si terrà giovedì o venerdì. Lì, però, l’attenzione di tutti sarà solo su liste e candidature: collocati i big (Padoan a Siena, per dire), rinunciato a correre l’immunologo Burioni, resta l’incertezza del collegio in cui si candiderà la Boschi, oltre ad almeno un paio di listini proporzionali (sicuro il Trentino più Calabria o Campania): Firenze città (sempre alla Camera, dovrebbe essere Firenze 3, quello del Mugello) o Grosseto (escluse Pisa, Livorno, Siena e, ovvio, Arezzo)? Renzi, peraltro, assai preoccupato dalle voci e lamentazioni che salgono dal Pd bolognese ed emiliano avrebbe deciso di ritornare sui suoi passi per contrastare al meglio le mosse di LeU: a Bologna 1 Senato non correrebbe più Casini, che i dem locali non vogliono al punto da aver messo in moto una vera rivolta di base, che verrebbe dirottato alla Camera, ma la segretaria uscente dello Spi-Cgil Carla Cantone, new entry (insieme a Paolo Siani in Campania e Lucia Annibali in Lombardia) in quota ‘società civile’ del Pd renziano. Anche perché LeU, a Bologna centro, al Senato schiera l’ex governatore dell’Emilia, Vasco Errani, ancora amato e popolare. Inoltre, sempre in funzione anti-LeU, Renzi ha deciso di dirottare Piero Fassino dal Piemonte all’Emila per sfidare, nella quota proporzionale, Pier Luigi Bersani in una sfida dal sapore rusticano, cioè di due ex segretari dei Ds.   
Il programma, invece, è un lavoro, sotto la supervisione politica del vicesegretario Martina, coordinato e redatto da Tommaso Nannicini: professore di economia alla Bocconi, al governo da sottosegretario di Renzi, oggi membro della segreteria dem, si considera solo ‘prestato’ alla Politica e a QN dice: “L’Università e mia moglie sono contrari alla mia candidatura. Deciderò nelle prossime 48 ore” (pare proprio accetterà: sarà capolista nel proporzionale in Lombardia 2).
I ‘dieci punti’ di Nannicini (e di Renzi) non prevedono nessun annuncio eclatante, ma molte novità strutturali. Si parte con il salario minimo “legale” per i lavoratori fuori dai contratti collettivi (sono il 15-20%): avranno otto euro l’ora, ma la cifra la stabilirà una commissione indipendente. Sarà “stabile” (un punto l’anno, dal 33% al 29%) il taglio del cuneo contributivo sul lavoro a tempo indeterminato. La legge Fornero resta, ma si punta a rendere “strutturale” l’Ape sociale e la novità del Pd è la pensione “di garanzia” per i giovani: chi lavora con diverse forme contrattuali e, dalla riforma Dini (1995) in poi, ha il regime contributivo, avrà diritto a un assegno “minimo” di 750 euro mensili. Per i figli – questa la novità cui Renzi tiene e su cui punta  – ci sarà un assegno “universale”. Uno strumento unico di aiuto graduato in base al reddito, all’età e al numero dei figli che funzionerà così: 240 euro mensili per ogni bimbo da 0 a 3 anni, 170 euro ai figli nella fascia 3-18 anni e 80 euro per quelli tra i 18 e i 25 anni. Il contributo è “universale”, dice Nannicini, ma solo per i redditi fino a 100 mila euro l’anno. Una vera rivoluzione che cambierebbe l’intero sistema: tutti gli attuali bonus finirebbero in una “Carta universale dei diritti” a scalare che, come in Francia, li assorbe e agevola. Una famiglia da 35 mila lordi annui di reddito con due figli sotto i tre anni potrebbe risparmiare fino a 3700 euro annui.
Inoltre, Renzi ha chiesto, e Nannicini approntato, un piano straordinario di reclutamento di 10 mila giovani ricercatori, lo sblocco del turn over per 500 mila giovani dentro la PA, un piano straordinario per il tempo pieno nelle elementari. Non manca l’allargamento del reddito di inclusione, il Rei, per renderlo strutturale, un piano per la non autosufficienza (da finanziare con un contributo straordinario delle imprese) e, infine un nuovo sistema fiscale che valorizzi il “contrasto d’interesse” con lo slogan “scaricare tutti, scaricare tutto” che potrebbe anche tradursi in “pagare meno, pagare tutti”.
Come pagare, appunto, il tutto? Nannicini non ha dubbi: “Salario minimo e minori tasse non costano nulla, i 9 miliardi di bonus ai figli con la riduzione delle spese di bene e servizi”. In ogni caso, il piano “meno tasse e più spendi” del Pd costerebbe circa 30 miliardi all’anno, tutto compreso. Tanti. E qui si entra nel tema delle regole imposte dalla Ue: “indichiamo un piano di riduzione del debito pubblico sul Pil al valore del 100%, ma facendo più deficit di quello programmato. Senza sforare il rapporto deficit/Pil al 3%, come chiede Bruxelles, ma facendolo salire lentamente”. Riduzione dei vincoli slow, cioè, se Bruxelles si convince.
NB: L’articolo è stato pubblicato il 23 gennaio 2018 su QN. 
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Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

2. Gentiloni nel collegio “poco sicuro” di Roma 1, l’accordo con i tre nanetti (che vogliono i seggi “blindati”) è fatto, Renzi lancia gli “Stati Uniti d’Europa”.

 

Ettore Maria Colombo – ROMA
Ieri mattina, a Milano, Matteo Renzi ha chiuso la convention del Pd lanciando l’idea – non nuova – degli “Stati Uniti d’Europa”. Di tutto il discorso di Renzi, dai forti accenti e dallo stile macroniano, ha colpito il paragone (peraltro, già avanzato da Berlusconi, in questa campagna elettorale) tra le elezioni politiche del 2018 e quelle del 1948 (si votò il 18 aprile, tra poco fanno 70 anni e il Cavaliere vuole festeggiarli in grande stile…). “Il 4 marzo”, dice Renzi, che cita la tesi di tal politologo Sergio Fabbrini, allievo del ben più famoso Giovanni Sartori, “sarà cruciali nel processo di riforma europeo come il 1948, quando si decise la collocazione dell’Italia nel fronte occidentale e europeo”.
Eppure, anche ieri è stata, nel campo del centrosinistra, la giornata non del leader dem, ma dell’attuale presidente del Consiglio. Paolo Gentiloni, detto ‘er Moviola’, si sveglia rinfrancato. Un sondaggio Ipsos lo indica come il politica italiano più gradito (44% dei consensi), tallonato solo da Emma Bonino (41%), con tutti gli altri leader di partito a distanze siderali. A chiudere la classifica, manco a dirlo, è Renzi (23%) battuto pure dalla Meloni. L’ex premier, però, ha deciso di fare di necessità virtù, anche perché, come spiega ai suoi, “Paolo da solo vale due milioni di voti”. Morale, quando Renzi, dopo la convention milanese, va negli studi di Sky per farsi intervistare, nega ogni “gelosia o invidia” con Gentiloni, ammette che “abbiamo caratteri e stili di lavoro diversi”e, saggiamente, spiega: se io cercassi di ‘gentilonizzarmi’ o lui cercasse di ‘renzizzarsi’ faremmo una frittata entrambi, ma abbiamo un grande legame”.
Ma ecco che si materializza la notizia, quella della candidatura di Gentiloni nel collegio di Roma 1, alla Camera, ufficializzata non da Renzi, ma proprio dall’attuale premier con un bel post su Facebook. Certo, Gentiloni mette le mani avanti per tutelare, almeno un po’, il suo ruolo istituzionale: “La mia sarà una campagna elettorale particolare. Sarò impegnato per far vincere il mio partito, ma lo farò senza sottrarre nulla ai fondamentali impegni di governo”. Il collegio in cui si presenterà Gentiloni è quello del centro storico della Capitale che comprende anche quartieri popolari (Testaccio, Trastevere, San Lorenzo) e della Roma bene (Prati, Trionfale). Gentiloni sa che è un collegio non “sicuro”, per il Pd, ma ricorda che “è la parte di città in cui abito e lavoro da una vita”. Ovviamente, e a scanso di equivoci, Gentiloni sarà blindato, cioè inserito in più collegi plurinominali: di sicuro nelle Marche, dove i dem locali lo vogliono per rilanciare l’emergenza terremoto e ricostruzione, più Lazio, Lombardia, Puglia. Forse non pago, però, Gentiloni rende ufficiale – lui – che l’accordo tra il Pd e la lista ‘+Europa’ capeggiata dalla Bonino è cosa fatta. Dovrebbe dirlo, in realtà, chi ci ha lavorato e faticato tanto: il povero Fassino (sarà candidato a Torino 1 collegio e nel listino proporzionale del Piemonte: per lui non vale nessun tetto ai tre mandati, la super-deroga già c’è, bella pronta), e il buon Guerini (collegio di Lodi e listino in Lombardia), invece lo fa Gentiloni.
E così il centrosinistra 3.0 avrà ben quattro gambe. I Radicali europeisti di Bonino, Magi e Della Vedova (tre collegi sicuri per loro più altri due per Tabacci e Sanza, due ex dc), che appoggeranno Gori in Lombardia e Zingaretti in Lazio, portando in dote i loro voti. I “Civici e Popolari” della Lorenzin (collegio blindato in Toscana) e di Casini (collegio uninominale blindato a Bologna) e Dellai (candidato nel suo Trentino, dove il Pd è alleato ancehe con la Svp-Patt che garantisce la vittoria in tutti i collegi uninominali), più un altro paio che i ‘popolari’ dovrebbero riuscire a strappare, nonostante la Lorenzin voglia correre, da sola, in Lazio contro quel Zingaretti che non l’ha voluta nell’alleanza di centrosinistra, ma che correrà, come lista ‘Popolari’, al fianco di Gori in Lombardia.  E, infine, la lista ‘Insieme’ (Psi-Verdi-ulivisti): è la più piccola delle tre, quindi avrà solo tre collegi uninominali sicuri: uno per Nencini, ma non in Toscana (forse nelle Marche), uno per Bonelli (idem) e uno in quota “ulivista”. Non per Giulio Santagata, prodiano e portavoce della lista Insieme: proprio lui ha chiesto un seggio per Serse Soverini, storico amico di Prodi e organizzatore instancabile del primo Ulivo e del suo pullmann. E ora, al Nazareno, sperano che, sul centrosinistra, arrivi pure la benedizione del Prof.
NB: L’articolo è stato pubblicato il 21 gennaio 2018 sul Quotidiano Nazionale 
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Lotti e Boschi

Lotti e Boschi alla cerimonia del giuramento del governo Gentiloni

3. Minniti correrà in un collegio delle Marche, Boschi in Toscana, Gentiloni a Roma
Ettore Maria Colombo – ROMA
Si vanno configurando, come in puzzle, le candidature delle “teste di serie” del Pd in giro per l’Italia. Il leader dem ieri si è chiuso tutto il giorno al Nazareno con i suoi ‘facilitatori’: Lorenzo Guerini (che correrà nella sua Lodi e in Lombardia), il vicesegretario Martina (Lombardia 2 al proporzionale e Bergamo città), il ministro allo Sport Lotti (si candiderà nel suo collegio storico, quello di Empoli-Valdarno) e Piero Fassino, che tornerà a gareggiare nella sua Torino e nel suo Piemonte (tutti e cinque alla Camera, peraltro, i citati). Il rebus dei dem assomiglia in parte a un gioco da tavolo e, in parte, a un dramma shakespeariano: “Collegi sicuri? Non ne abbiamo più, sono tutti insicuri, ormai” sospira, infatti, un alto big del Nazareno. Eppure, urge trovare la quadra sulle candidature e stringere i bulloni con gli alleati. Sono quattro: la Svp-Patt (che almeno garantisce la vittoria nel Trentino Alto-Adige) e tre piccoli ‘nanetti’. I Radicali di ‘+Europa’ della Bonino, i ‘Civici e Popolari’ della Lorenzin e le tre sigle pulviscolari (Psi-Verdi-Ulivisti) di – sic – ‘Insieme’ (li guida Santagata). Il programma, invece, è a buon punto: domenica a Milano Renzi ne dirà, oggi, in una convention dedicata agli Stati Uniti d’Europa, i principali dieci punti su “cento punti”.   
E veniamo alle teste di serie del Pd, ministri in testa: Renzi li utilizzerà, in campagna elettorale, in modo massiccio. Il premier, Gentiloni, correrà nel collegio Camera di Roma 1. Certo, si tratta di un collegio ad alto rischio sconfitta, il che creerebbe non pochi imbarazzi a lui (e a Mattarella, il quale però fa sapere di non interessarsi in alcun modo su dove correrà il premier o altri esponenti di primo piano del governo), ma Renzi non ha voluto sentire ragioni: “Paolo vale, da solo, un milione di voti, lo dicono i sondaggi. Deve spendersi anche in un collegio”. Gentiloni, pur scettico, ha acconsentito (“Roma è casa sua”, sospirano i suoi), ma ha ottenuto anche di scegliere, nella parte proporzionale, le regioni dove correre: saranno Lazio, Puglia e Marche.
La scelta delle Marche deriva dal fatto che il sindaco di Pesaro nonché responsabile Enti Locali del Pd, Matteo Ricci, è un renzianissimo, ma anche un politico ben consapevole dei tanti problemi legati alla ricostruzione del post-terremoto nelle sue terre. Ricci ha perciò chiesto “un segno tangibile” dell’impegno del governo. E, nella stessa logica di ‘tutela’ del territorio –sarà candidato nelle Marche anche il ministro dell’Interno, Marco Minniti. Rifiutatosi di correre nella sua città natale, Reggio Calabria (da lui perso più volte, in passato, nelle sfide col centrodestra), Minniti avrà dunque un collegio blindato. Infatti, per sua fortuna, i dem marchigiani (sia quelli del collegio di Fano-Senigallia che di quelli di Pesaro-Urbino) ne hanno chiesto a gran voce la presenza dati “i suoi risultati sull’ordine pubblico”. Minniti probabilmente correrà nel collegio uninominale di Pesaro e Urbino, sempre alla Camera, e in più listini proporzionali (certi la Lombardia e la ‘sua’ Calabria).
Sempre parlando di collegi uninominali e non di listini, per quanto riguarda la squadra di governo, il ministro all’Economia, Padoan, correrà a Siena per cercare di fronteggiare al meglio gli scandali bancari, Franceschini a Ferrara, Delrio a Reggio, Orlando a La Spezia, la Pinotti a Genova, la Fedeli in Toscana, etc. (solo Finocchiaro e Poletti hanno tolto l’incomodo da soli decidendo di non ricandidarsi). L’ex ministra Boschi, infine, rischierà l’ordalìa nella sua Toscana: o in una città minore o a Firenze. In questo caso in teorico tandem con Renzi, che si candiderà nel collegio senatoriale di Firenze 1, mentre per il proporzionale verrà schierata in Trentino e Calabria.
 
NB: L’articolo è stato pubblicato il 20 gennaio 2018 sul Quotidiano Nazionale
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“Saldi invernali” in Archivio. Tre articoli recenti: retroscena su Renzi e le candidature nel Pd, Gentiloni e il governo, le Camere sciolte e Mattarella

Pubblico qui di seguito tre articoli usciti su Quotidiano Nazionale tra il 27 e il 30 dicembre 2017. Parlano dello scioglimento delle Camere, delle scelte di Renzi, Gentiloni, Mattarella Li leggerete in ordine inverso alla data di pubblicazione, cioè dal più recente al meno recente. 
1. Parte il toto-candidature nel Pd. Renzi epura le correnti e lascia alle aree interne solo le briciole, con Gentiloni aumentano gli attriti: premier restio ad andare in tv. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
renzi sul treno

Il segretario dem Matteo Renzi sul treno Destinazione Italia

Il Pd ha, come si sa, molti problemi da affrontare nella corsa verso il voto che si è aperta ufficialmente con lo scioglimento delle Camere decretato da Mattarella il 27 dicembre scorso. Ci sono i sondaggi, in calo vertiginoso: oggi il Pd è quotato al 23% (-7 punti in 7 mesi), anche se Renzi è convinto: «arriveremo almeno al 25%, saremo il primo partito e la seconda coalizione». Anzi, secondo il leader dem, che lo spiega ai suoi, “prenderemo almeno il 25% dei voti, il che vuol dire ottenere almeno 250 parlamentari: 150 eletti nei listini proporzionali e 100 nei collegi uninominali”.
Poi c’è il problema degli alleati minori che vengono chiamati, con dispetto, «nanetti», al Nazareno. Hanno zero peso politico, raccatteranno pochi voti, ma reclamano collegi sicuri (5 cadauno per ognuno delle tre liste alleate: centristi ‘per l’Europa’, Insieme, cioè la pattuglia di ulivisti, socialisti e verdi, e i Radicali di Bonino-Magi-Della Vedova).
Poi, ancora, c’è il problema della corrosione della leadership di Renzi: sarà costretto, volente o nolente, a giocare «di squadra» con ministri che, in parte, non ama  proprio (tipo quello all’Interno, Marco Minniti, che sta facendo fuoco e fiamme perché non vuole subire l’ignominia di essere candidato nella sua Reggio Calabria e perdere il suo collegio) e ministri che a stento tollera dentro il partito, figurarsi al governo (Franceschini, Finocchiaro, Orlando, etc.), Ma, soprattutto, con Gentiloni nell’oramai noto «schema a due punte». Gli screzi, gli attriti e le incomprensioni, tra premier ed ex premier, sono  in crescita esponenziale. In ogni caso, Renzi dovrà, giocoforza, farsi «un vanto» dell’azione di un governo che non ha mai amato né voluto. Invece, Gentiloni dovrà «farsi vedere» in campagna elettorale: sarà candidato nel collegio di Roma 1 e in più listini proporzionali (Puglia e Piemonte, pare). Il premier, però, vorrebbe solo fare «il governo che governa», come recita una delle sue ormai note tautologie, con imparzialità  e seguendo alla lettera i dettami di Mattarella che non vuole esporlo per conservarlo, «freddo», per il dopo voto.

 

Infine, dramma nel dramma, c’è il busillis Maria Elena Boschi. In  realtà, la pratica è già stata risolta: «Non l’ho sentita, in questi giorni», dice Renzi ai suoi, «ma so che si vuole ricandidare e io non abbandono gli amici in difficoltà. L’ho fatto persino con Lupi…». Morale, ‘Meb’ sarà candidata: o nel suo collegio naturale, quello di Arezzo, in una sorta di ordalìa personale contro tutto e tutti («ma ad Arezzo la serie storica dice che vinciamo sempre», ricorda Renzi), o solo nel listino proporzionale in Toscana oppure in entrambi.
Il solo problema che, paradossalmente, il Pd non ha è come ripartire le quote interne in vista delle candidature alle Politiche. Al Nazareno  si dice, senza troppe diplomazie, che verrà messa in atto una vera «pulizia etnica» delle tante (troppe, per Renzi) «anime» interne che scarseggiano in lealtà. Il segretario, che si candiderà nel collegio senatoriale di Firenze 1 («Attendo Salvini», la sfida da lui lanciata al leader leghista), vuole avere, in Parlamento, una pattuglia di “fedelissimi” pronti a tutto: appoggiare un governo di «larghe intese», ovviamente, ma anche, forse, a dare il via libera a un governo tutto targato centrodestra. «Le federazioni toscane ed emiliane faranno fuoco e fiamme», preconizzano i renziani, «perciò ci servono parlamentari fedelissimi, solidi e saldi». Alle altre aree interne  ‘a-renziane’ andranno le briciole. «Area dem» di Dario Franceschini, che si candiderà a Ferrara, contava 90 parlamentari. Quanti ne torneranno? Al Nazareno la questione brutalizzano così: «Area dem non esiste più perché al congresso stavano tutti con noi, nella mozione a sostegno di Matteo». Ergo, a loro non andrà nulla o quasi. Ma anche se a Franceschini venisse riconosciuta una piccola quota, dentro «ci vanno pure Fiano, Rosato, Giacomelli», è la furbata renziana, visto che sono già tutti renziani.
In compenso, all’area Orlando, «Dems», andrà molto peggio. Oggi gli orlandiani sono una quadrata legione romana: ben 120 parlamentari. «Orlando ha preso il 18% al congresso e quello avrà, ma dentro dovrà fare posto pure ai cuperliani e agli ulivisti, a Rete dem, etc», sibilano al Nazareno. Morale, se Orlando, che si candiderà nella sua Liguria, avrà 15 parlamentari o poco meno, potrà dire di aver portato a casa la pelle. Michele Emiliano, infine, di posti ne avrà solo cinque, ma non farà storie: saranno tutti suoi pugliesi doc.
Infine, la famosa «società civile». Tra i nomi che Renzi vuole in lista c’è l’immunologo Burioni, l’ex ct di volley Berruto e «AstroSamanta» Cristoforetti, oltre al fratello del giornalista Siani e alla giornalista, leader del movimento ‘Fino a prova contraria’, la Chirico. Voleva pure l’olimpica Bebe Vivo. La quale, però, per sua fortuna, “non ha l’età”.
NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 30/12/2017.
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2. Gentiloni farà campagna elettorale per il Pd ma ‘cum juicio’ e si smarca da Renzi 
Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

Ettore Maria Colombo – ROMA
Nun ce se crede…”. E’ proprio nel bel mezzo della conferenza stampa di fine anno, mentre sta parlando dell’Italia leader nell’export, che Paolo Gentiloni si lascia scappare una battuta in romanesco – romanesco alto, però, curiale e nobiliare, stile sonetto del Belli – come, forse, a tradire un’emozione, quella di “Paolo il Freddo”. Uno che, di solito, parla per tautologie (“il governo governa”, “apriremo il dossier quando il dossier sarà aperto”…), ma che, proprio ieri, nella conferenza di fine anno, che per incidens è coincisa con quella di fine legislatura, si è tolto diversi sassolini dalle scarpe. Il premier attuale – e che resterà in carica con pieni poteri, altro che “disbrigo degli affari correnti”: del resto ‘vuolsi così colà dove si puote’, cioè al Quirinale –  rivendica di “aver preso delle decisioni, non fatto annunci” (stoccata a Renzi n. 1). Poi sospira che “non vedevo l’ora che finissero le audizioni della commissione Banche” (stoccata a Renzi n. 2, lo scontro tra Gentiloni e Renzi è stato quasi pari a quello su Visco). Infine, ricorda i risultati “miei e dei miei predecessori”. E qui cita non solo l’ex premier, ma anche Enrico Letta, uno che, solo a nominarlo, nel Pd renziano mettono mano alla pistola (Renzi, infatti, non lo nominava mai, stoccata n. 3). Gentiloni si produce, invece, in un difesa a spada tratta della Boschi (“L’ho voluta io” rivendica) e anche della necessità – in sottile ma evidente polemica con gli scissionisti andati via dal Pd e finiti in Leu – che “la sinistra non può che essere di governo”. Con tanto di citazione mitterandiana del Pd che dovrebbe porsi come “la forza tranquilla” (ieri Renzi ha fatto identica citazione).
C’è, naturalmente, in Gentiloni, la personale soddisfazione per tutto quello che ha compiuto in questo faticoso anno di lavoro (“Per il Pd più che farmi venire l’infarto non potevo fare…” rivendicò mesi fa) in cui, appunto, “non abbiamo tirato a campare”, ma prodotto risultati sul fronte dell’economia, dei migranti, dei diritti, anche se su quest’ultimo punto ammette: il bicchiere è mezzo pieno (unioni civili e biotestamento approvati) ma anche mezzo vuoto (ius soli saltato). Certo, tutti questi impegni il premier li ha potuti onorare grazie al pieno sostegno di Mattarella, con cui ormai il sodalizio è di ferro, l’appoggio, a corrente alternata, del Pd di Renzi e il sostegno freddo, ma leale, degli altri partiti di maggioranza. Ma “la Sfinge” – così lo chiamano i suoi colleghi di governo – non solo è riuscito a sfangare un anno partito malissimo, ma anche a imporre uno stile, il suo, quello dell’understatement, che da Renzi, come si sa, è lontano anni luce. Inoltre, il segretario non ha più in mano le leve del potere, Gentiloni sì. Il premier ha fatto (Polizia, Aise, Consob, BankItalia) e farà nomine assai importanti (Guardia di Finanza, Carabinieri, Esercito), affronterà – e, forse, risolverà – i caldi dossier aperti di Alitalia e Ilva in vendita, porterà le truppe italiane in Niger (sul punto arriva l’unica stoccata alle opposizioni e alle loro “illazioni spettacolari” su una missione che per Gentiloni come per Mattarella, oltre che per la Pinotti, “è strategica” per mantenere l’Italia coi piedi saldi in Africa) e rappresenterà l’Italia in cruciali vertici Onu, Ue e Nato, senza dire che, nei prossimi sei mesi, l’Italia avrà la presidenza semestrale dell’Ocse.
Renzi, però, ovviamente, fa e farà di tutto per farsi trovare pronto: dice ai suoi che “Per me Paolo non è un potenziale rivale domani, ma un alleato forte oggi”. Anzi, la linea del Nazareno sarebbe questa: Renzi starà sui social “a bombardare Berlusconi e Grillo” mentre Gentiloni dovrebbe andare in tv (della qual cosa ha zero voglia e pare non farà) e i ministri, poveretti, andranno “sui territori”, a cercar voti.
Anche Gentiloni non si pone in contraddizione con Renzi: è disponibile a fare campagna elettorale “con le modalità che il Pd sceglierà”. E il Pd ha già scelto: lo candiderà a Roma 1, nel collegio uninominale, e in più listini proporzionali. Il terzo incomodo, però si chiama Mattarella: ha fatto di tutto, pur di tenere in vita il governo Gentiloni fino a dopo il voto. E ora il Colle fa trapelare che “Gentiloni va preservato dalle possibili polemiche della campagna elettorale”. Che è come dire al Pd: usatelo sì, ma il meno possibile, cum juicio.
NB: L’articolo è pubblicato il 29 dicembre 2017 a pagina 3 del Quotidiano Nazionale
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3. Mattarella. Gentiloni, fino alle nuove Camere, ha “pieni poteri” ma intanto il Capo dello Stato già pensa a mettere in pista un Gentiloni bis, dimissionario o no. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

L'aula di Montecitorio vista dall'interno

Oggi, 27 dicembre, al termine della conferenza di fine anno di Paolo Gentiloni, il premier salirà al Colle e dopo terrà un consiglio dei ministri. Il Colle firmerà l’atto di scioglimento delle Camere (un Dpr, Decreto del Presidente della Repubblica), ma sarà il cdm, con un Dpcm, a stabilirà la data del voto: entrambi gli atti saranno controfirmati dai due Presidenti. Il governo si prenderà un tempo mediano tra la data minima stabilita dalla legge (45 giorni, in base al TU del 1957) e la data massima fissata per Costituzione (70 giorni) per fissare elezioni e tutti gli indizi dicono che il Paese andrà al voto il 4 marzo. Il 31 dicembre, nel discorso di Capodanno, il Capo dello Stato spiegherà le ragioni dello scioglimento delle Camere, inviterà gli italiani al diritto di voto e i partiti a una campagna elettorale civile.

Fin qua, si può dire, l’ufficialità. Dietro, però, c’è molto altro. “Il corretto funzionamento delle Istituzioni, non ammette vuoti”. Tagliano corto così, al Qurinale, in merito alle petizioni on-line di cittadini e parlamentari di sinistra (Manconi, Cuperlo, etc.) che si stanno appellando a Sergio Mattarella affinché differisca “di qualche settimana” lo scioglimento delle Camere per approvare, al Senato, lo ius soli. Il presidente della Repubblica non ha nulla, naturalmente, contro lo ius soli (anzi, ritiene la “nuova cittadinanza” un tema cruciale e da affrontare), ma il suo primo obiettivo è assicurare la chiusura “ordinata” della legislatura in corso e l’altrettanto ordinata apertura della prossima, di legislatura. Il tempo per approvare lo ius soli è, dunque, del tutto scaduto. Con il voto che verrà fissato al 4 marzo, la prima seduta delle nuove Camere (XVIII legislatura) si terrà il 24 marzo quando i nuovi parlamentari dovranno eleggere, come loro primo atto, i nuovi presidenti di Camera e Senato e costituire i gruppi parlamentari.

Fino ad allora chi governerà? “Il governo Gentiloni” – è la risposta, netta e priva di dubbi, che arriva dal Colle, “governo che è nel pieno dei suoi poteri”. Nessun governo “dimissionario”, dunque, né in carica soltanto per “il disbrigo degli affari correnti”, come si legge in questi giorni, riguardo al futuro prossimo dell’esecutivo guidato da Gentiloni. Perché? Per una precisa scelta del Capo dello Stato: Mattarella vuole evitare di trovarsi con un governo “dimissionario” e ‘dimezzato’ e non vuole correre il rischio che venga sfiduciato come sarebbe potuto accadere, appunto, se la maggioranza, ormai evaporata, avesse dovuto affrontare, nell’Aula del Senato, un voto ad alto rischio, quello sullo ius soli. Il governo Gentiloni resterà, perciò, fino a insediamento delle nuove Camere. Allora sì che, da quel giorno (il 23 marzo), diventerà un governo “dimissionario” e in carica solo “per il disbrigo degli affari correnti”. Ma, pur se da ‘dimissionario’, Gentiloni potrà fare decreti, anche se in quel caso saranno le nuove Camere a decidere se convertirli o meno. Stefano Ceccanti, professore di Diritto costituzionale, spiega così la scelta del Colle: “Con la Ue abbiamo ceduto sovranità. L’Italia dovrà prendere decisioni importanti nei vertici Ue, Nato, etc. Non possiamo accettare vuoti di potere. Ecco perché resta Gentiloni”.

Tra gli impegni europei e internazionali cui Mattarella tiene molto c’è il decreto con cui il governo porterà truppe italiane in Niger (questo andrà convertito, anche a Camere sciolte), ma soprattutto l’Italia è attesa a importanti vertici Ue e Nato. A marzo un vertice del Consiglio europeo discuterà la proposta Merkel-Macron di modifica della zona Euro, tra febbraio e marzo si discuterà del tema migranti, per non parlare del capitolo Brexit.

Serve, in buona sostanza, “un governo che governi” e Mattarella ha individuato in Gentiloni l’ecce homo. Con buona pace di Renzi e dei possibili mal di pancia del Pd. Il leader del Pd potrebbe anche trovarsi nella (imbarazzante?) situazione di dover rivotare il suo Gentiloni se, Dio non voglia, le consultazioni andranno troppo per le lunghe. Mattarella è già pronto a rimandare lo stesso Gentiloni davanti alle Camere per ottenere una nuova fiducia da quelli che ha già individuato come i partiti più ‘responsabili’ (Pd, FI, etc). In attesa che la matassa si sbrogli o di convocare nuove-nuove elezioni. In ogni caso, potrebbe non essere troppo un caso ‘di scuola’ pensare che sarà un Gentiloni bis, dimissionario o meno, a preparare e presentare il Def del 2018 alle Camere e in Europa.

NB: L’articolo è pubblicato a pagina 2 del Quotidiano Nazionale il 28 dicembre 2017
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ESCLUSIVO. Ora c’è “la mappa”. I collegi del Rosatellum e tutte le loro insidie. Un articolo solo per cultori della materia…

Pubblico qui e sul sito di @Quotidiano.net Quotidiano Nazionale   la ‘mappa’ dei collegi del Rosatellum che il cdm ha mandato alle Camere (rendendolo quindi pubblico) per il loro parere consultivo. L’articolo è di natura eminentemente ‘tecnica’ , non è un ‘retroscena’. 

IN ALLEGATO TROVATE LA MAPPA DETTAGLIATA DEI COLLEGI DEL ROSATELLUM 

Collegi del Rosatellum in dcpm   (E’ un file molto lungo e che richiede tempo per aprirsi). 

TUTTO QUELLO CHE C’E’ DA SAPERE SUL ROSATELLUM 

(QUI TROVATE IL LINK AL MIO ARTICOLO SU COME FUNZIONA IL ROSATELLUM)

ettore rosato

Il capogruppo del gruppo del Pd alla Camera dei Deputati, Ettore Rosato

 

Ettore Maria Colombo  – ROMA

1) Sono “quasi pronti”…  La mappa dei collegi del Rosatellum.

Come si sa, il Rosatellum (dal cognome del capogruppo alla Camera del Pd, Ettore Rosato) è diventata legge dello Stato. Votato, con la questione di fiducia apposta dal governo Gentiloni, dalle due Camere nello scorso mese di ottobre, il Rosatellum è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 11 novembre 2017.

Dal quel giorno il governo ha avuto un tempo massimo di trenta giorni per disegnare i collegi della nuova legge elettorale, la terza con cui voteremo nella Seconda Repubblica. Cioè a far data dal 1994, dopo il Mattarellum, con cui si è votato dal 1994 al 2001, e il Porcellum con cui si è votato dal 2006 al 2013. L’Italicum, invece, pur approvato dalle Camere nel 2015, legge dello Stato fino al 2017 e in parte cassato dalla Corte costituzionale con sentenza n. 1/2017 come lo fu anche il Porcellum con sentenza n.1/2016), non è stato applicato in nessuna elezione: un caso più unico che raro.

Il governo ha esercitato la sua delega, che per legge ha un tempo di trenta giorni ed à affidata per tradizione al ministero dell’Interno, in soli 15 giorni: quindi, ha fatto in fretta. Ma numerosi sono stati i problemi affrontati e solo in parte risolti. Infatti, il Rosatellum è un sistema a impianto proporzionale (per il 64% dei seggi), ma con una forte correzione maggioritaria (36%). Inoltre, dal 1994 – quando il Mattarellum, sistema maggioritario per il 75% dei seggi e proporzionale per il restante 25% – sono già passati ben due nuovi censimenti della popolazione italiana (2001 e 2011 mentre il censimento su cui si basava il Mattarellum era del 1991).

Dopo – così pare – un diverbio, in sede di cdm, tra il ministro dell’Interno Minniti e la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio Boschi, avvenuto nel pre-consiglio di giovedì su alcuni particolari (la distribuzione dei collegi nella patria natia della Boschi, la Toscana), il 24 novembre il consiglio dei Ministri ha dato la ‘luce verde’ alla mappa dei collegi, un dlgs, e lo ha trasmesso alle Camere per il parere (consultivo) competente.

Fino a giovedì notte scorsa una commissione, con a capo il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, ha lavorato, pur se con molto poco tempo a disposizione, cioè solo dal 15 al 21 novembre, per incrociare i cambiamenti di popolazione con il ridisegno di collegi. Questi, pur prendendo come base di partenza quelli del Mattarellum, non potevano per forza essere identici. Sia a causa delle variazione di unità della popolazione (il Sud si è spopolato per causa dell’emigrazione mentre il Centro Nord ha acquistato molti più residenti) sia a causa delle differenze ‘sistemiche’ tra una legge di impianto quasi del tutto maggioritario (Mattarellum) e una di forte impianto proporzionale (Rosatellum). Per dire, alla Camera, la Lombardia ha guadagnato due collegi, il Veneto 2, l’Emilia-Romagna 2 mentre la Sicilia ne ha perso uno, la Basilicata ben tre e l’Umbria due (al Senato sarà quasi uguale). Ma il problema è anche un altro. I collegi, nel Rosatellum, sono di due tipi: maggioritari (vince il primo che prende un voto in più) e plurinominali (si votano le liste di partito con metodo rigidamente proporzionale e soglia di sbarramento al 3%, 10% le coalizioni). Quelli plurinonominali sono a loro volta racchiusi in circoscrizioni ancor più grandi dei collegi plurinominali (65 in media a circoscrizione): 28 alla Camera e 20, pari cioè alla grandezza delle Regioni, per il Senato. Quindi, la popolazione che esse comprendono è ancora più vasta e più difficile sarà farsi eleggere.

In ogni caso, il risultato del lavoro prodotto dalla commissione e dal ministero è passato ora al vaglio delle Camere che, entro 15 giorni, dovranno fornire un parere consultivo sul ridisegno dei collegi mentre entro 20 giorni al massimo (cioè entro l’11 dicembre, quando la delega al governo) la mappa dei nuovi collegi del Rosatellum andrà sul tavolo del Capo dello Stato per la firma definitiva di quello che, tecnicamente, si chiama dlgs (decreto della presidenza del Consiglio dei ministri) nel senso che non abbisogna di ‘conversione’ (e voto) da parte delle Camere e che, a quel punto, diventerà legge statale.

Quando Mattarella firmerà il dlgs, cioè da quel giorno in poi potrà anche sciogliere le Camere e portare il Paese alle elezioni politiche (le date di cui si parla sono comprese tra il 4 e il 18 marzo 2018) perché, appunto, il Rosatellum sarà legge perfettamente operante.

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2) Le insidie nascoste nella mappa dei collegi e quelle della nuova legge elettorale…

Vediamone alcune, di ‘insidie’. Il Rosatellum è un sistema maggioritario? Mica tanto. Alla Camera i collegi uninominali sono ‘solo’ 232 e quelli plurinominali ben 386 mentre, al Senato, sono 109 i collegi uninominali (in realtà sarebbero 116, ma solo se si aggiungono i 7 del Trentino e quello in Val d’Aosta) e 200 quelli plurinominali. In totale, dunque, il Rosatellum assegna 593 collegi nella quota proporzionale (386 Camera e 207 Senato) e i collegi uninominali sono in tutto 341. Tutto questo al netto, ovviamente – per arrivare ai 630 seggi totali da assegnare alla Camera e dei 315 da assegnare al Senato – dei 12 collegi della circoscrizione Estero Camera e dei 6 all’Estero del Senato, eletti col proporzionale.

Ma, in realtà, dentro i collegi uninominali esistono dei collegi ‘di fatto’ già ‘appaltati’ ad alcune forze politiche specifiche: alla Camera, il singolo collegio uninominale della Valle d’Aosta (così stabilito in Costituzione) va sempre all’Unione Valdotaine (e idem al Senato), mentre sugli 11 collegi Camera del Trentino ben 7 sono sempre –  per Costituzione – uninominali (4 quelli plurinominali) e finiscono sempre in mano all’Svp, senza dire del fatto che la soglia di sbarramento, in Trentino, è regionale ed è fissata al proibitivo 20%. Anche al Senato i collegi uninominali del Trentino sono sempre 7, mentre sono quattro quelli plurinominali, poi c’è quello della Val d’Aosta ( a sua volta sempre uninominale). Quindi, in realtà, la competizione tra le forze politiche nei collegi uninominali si giocherà, effettivamente, ‘solo’ su 225 collegi Camera e su 109 collegi al Senato.

Infine, va detto qualcosa sulle ‘nuove’ circoscrizioni elettorali che determineranno non il ‘quantum’ delle percentuali dei diversi partiti, che è calcolato a livello nazionale (la soglia di sbarramento, ricordiamolo è il 3% per le liste singole e il 10% per le coalizioni), ma il ‘dove’ e il ‘chi’ verrà eletto. Sono 28 alla Camera e 20 al Senato le circoscrizioni e racchiudono porzioni di territorio e di abitanti molto grandi, quasi enormi. Al Senato ci sono, di fatto, circoscrizioni da uno a due milioni di abitanti che varranno per nove regioni (Liguria, Friuli, Umbria, Marche, Abruzzo, Molise, Basilicata, Calabria, Sardegna, perché ognuna di esse elegge pochi senatori a testa) e, per il resto, i collegi della Camera avranno per abitanti una densità media di 500 mila (nel Mattarellum era di 125 mila).

Infine, le liste bloccate, per quanto ‘corte’ – composte da 4 a 8 nomi alla Camera e da 5 a 8 al Senato, con alternanza di genere – comportano che, a meno di essere candidati nei primi tre grandi partiti presenti sulla base dei sondaggi (Pd, FI, Lega, M5S), i candidati – anche se, sulla carta, sono nomi forti e di grido (esempio: Meloni, per Fratelli d’Italia, o i vari D’Alema, Bersani e Grasso per Mdp) – subiranno il cd. ‘effetto flipper’: non sapendo dove verranno eletti e realisticamente perdendo i confronti nei collegi maggioritari, dovranno ‘pluricandidarsi’ (sono ammesse fino a 5 candidature nella proporzionale, più quella in un solo collegio maggioritario), senza però sapere dove, effettivamente, da eleggibili saranno eletti. Sempre che, ovviamente, la lista abbia superato il 3% di voti.

NB: L’articolo è stato pubblicato in forma originale per il sito di @Quotidiano.net

Tutto il potere a una Camera sola. Analisi dettagliata della riforma del Senato

Palazzo Montecitorio. Portone d'ingresso della Camera dei Deputati.

Palazzo Montecitorio. Portone d’ingresso della Camera dei Deputati.

Da ieri in poi, anche se concretamente solo dopo ultime due, definitive, letture (questo secondo passaggio al Senato è ancora dentro il primo ‘giro’ della riforma: finché il testo non viene votato identico in tutte le sue parti non si passa al ‘secondo’ giro: terza e quarta lettura), si può iniziare a dire addio al vecchio Senato. Il nome resterà quello di sempre, ma si tratterà di una nuova Camera delle Autonomie territoriali: scrive il nuovo testo “il Senato della Repubblica rappresenta le autonomie territoriali”.

Ecco una rassegna, il più possibile rapida e ragionata, delle principali modifiche.

TITOLO V. Corpose le modifiche al Titolo V della Costituzione: vengono ampliate le competente esclusivamente statali (energia, trasporti, infrastrutture) in senso inverso alla riforma del 2001 (Bassanini) voluta dall’allora centrosinistra e dalla forte impronta federalista. Lo Stato potrà esercitare una “clausola di supremazia” verso le Regioni per tutelare l’unità della Repubblica e l’interesse nazionale, ma alle Regioni potranno essere attribuite forme di autonomia su temi come formazione professionale, territorio, etc.

FINE DEL BICAMERALISMO PERFETTO. Finirà il bicameralismo perfetto e quelle famose ‘navette’ tra le due Camere che duravano mesi, se non anni, e che vent’anni di Seconda Repubblica hanno cercato, vanamente, di cambiare con molte Bicamerali finite tutte con un buco nell’acqua. Qui, invece, il cambiamento passa per una legge di ordinaria revisione costituzionale, anche se attraverso la fatica regolamentare di quattro letture. La vera, grande, novità (e ‘rivoluzione’) di questa riforma sta, però, nell’articolo 55 della nuova Costituzione: da quando entrerà in vigore, sarà solo la Camera dei Deputati a votare le leggi e a svolgere funzioni di controllo e indirizzo politico sul governo, a partire dall’atto fondamentale per eccellenza: la questione di fiducia. Il Senato, che mantiene in pieno la funzione legislativa sui rapporti tra Stato, Unione europea ed enti territoriali, conserverà la funzione legislativa anche su alcune materie prettamente statali: riforma della Costituzione, leggi di revisione della Costituzione e altre leggi costituzionali, leggi sui referendum, leggi elettorali e di funzione degli enti locali, ratifiche di trattati internazionali. Per il resto, la funzione legislativa spetterà solo alla Camera. Certo, resterà un piccolo potere di intervento sulle materie di competenza della Camera: il Senato potrà esprimere proposte di modifica alle leggi della Camera, ma molto limitate e, in ogni caso, il Senato deve votare le modifiche entro 15 giorni altrimenti le leggi entrano in vigore, la Camera può comunque ignorare le modifiche del Senato, votando le leggi nella versione precedenza, o – su leggi che riguardano competenze delle Regioni o leggi di bilancio – superare le modifiche volute dal Senato a maggioranza assoluta dei suoi componenti. Molto importante la novità per i disegni di legge ritenuti “essenziali” dal governo: la Camera,  sola a esaminarli, dovrà pronunciarsi entro 70 giorni e alla scadenza il ddl va comunque votato.

ELEZIONE DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA. Di certo, grazie al combinato disposto con l’Italicum, diventerà più facile eleggere il nuovo Presidente della Repubblica per la futura maggioranza di governo. Continuerà ad eleggerlo il Parlamento in seduta comune (630 deputati e 100 senatori), ma scompaiono i delegati regionali (58) e cambiano i quorum, tutti livellati verso il basso: nei primi tre scrutini serviranno i due terzi dei componenti dell’assemblea (pari a 487 voti), dal quarto scrutinio si passa ai tre quinti sempre dei componenti (pari a 438 voti), dal settimo basteranno i tre quinti dei votanti. Cambiano, in parte, anche i poteri del presidente della Repubblica: potrà sciogliere solo la Camera, e non più anche il Senato; sarà il presidente della Camera la seconda carica dello Stato; solo la Camera proclamerà lo stato di guerra a maggioranza assoluta e solo la Camera approverà le leggi di amnistia e indulto (i due atti vanno firmati dal Capo di Stato).

CORTE COSTITUZIONALE. Saranno deputati e senatori, come oggi, a scegliere i cinque membri della Consulta di nomina parlamentare, ma non più in seduta comune:  su 15 membri della Consulta, restano i 9 nominati dal Capo dello Stato, i 5 eletti dalle supreme magistrature, mentre la Camera ne eleggerà tre e il Senato, in seduta separata, altri due.

REFERENDUM.  Molte le novità nel campo dei referendum (abrogativo, più il propositivo). Il quorum varierà in base alle firem raccolte: con 500 mila firme resta in piedi il vecchio quorum (metà più uno degli aventi diritto al voto); con 800 mila firme basterà la metà più uno degli elettori votanti all’ultime tornata di elezioni politiche; infine viene introdotto un referendum propositivo di indirizzo i cui dettagli sono stati però rinviati a una legge a hoc. Salgono da 50 mila a 150 mila, invece, le firme necessarie per una proposta di legge di iniziativa popolare.

CNEL E PROVINCE. Due enti storici, quanto inutili, della Repubblica, verranno aboliti.

LEGGE ELETTORALE. Per la prima volta nella storia d’Italia, viene introdotto il controllo di costituzionalità preventivo sulla legge elettorale (che era e resta una legge ordinaria). A chiederlo dovrà essere un quarto dei deputati. Ammesso, grazie a una norma transitoria, anche il controllo di costituzionalità sulla legge elettorale da poco approvata, l’Italicum.

COMPOSIZIONE DEL FUTURO SENATO ED ELETTIVITA’ DEI FUTURI SENATORI.
Il vero inghippo della riforma, e il vero rischio di confusione, sta invece nella tanto discussa, specie dentro il Pd, questione dell’elettività diretta o indiretta dei futuri senatori. I senatori, che – va detto – non riceveranno alcuna indennità ma manterranno in pieno l’attuale immunità parlamentare, saranno degli strani ‘ibridi’: per metà indicati dai cittadini e per metà eletti dai consigli regionali. In totale saranno cento: 5 di nomina presidenziale (in carica 7 anni, ma non più a vita) e 95 eletti dalle Regioni (74 consiglieri regionali e 21 sindaci). Scompare la differenziazione di elettorato passivo e attivo con la Camera e scompaiono pure i senatori eletti all’Estero. Eletti dentro i consigli regionali, dunque, ma “in conformità alle scelte espresse dagli elettori”, come recita il compromesso all’articolo 2.

I cittadini votano e i consigli ratificano? Non sarà così semplice. I cittadini scelgono, o meglio ‘indicano’ i futuri senatori nelle liste dei partiti presenti alle elezioni regionali, ma come? Molto probabilmente ci sarà un listino in cui attingere i nomi dei futuri senatori, il che limiterà il potere di scelta dei cittadini. Inoltre, il potere dei consigli regionali non sarà di mera ratifica: ad esempio, la loro consistenza ne determinerà il numero perché i consigli eleggono “con metodo proporzionale i senatori tra i propri componenti”. Altro esempio:  i 21 sindaci (uno per regione) saranno tutti indicati indirettamente, non certo dagli elettori, né è stabilito espressamente che si tratti dei sindaci dei maggiori capoluoghi: lo decideranno i consigli regionali e, dentro di essi, le loro maggioranze politiche. Inoltre, considerando che molte regioni esprimeranno solo due senatori ciascuna (Abruzzo, Molise, Basilicata, Liguria, Umbria, Marche, Friuli, Val d’Aosta) o tre (Calabria e Sardegna), che le Province Autonome di Trento e Bolzano ne avranno quattro mentre solo le regioni più popolose ne avranno un numero alto (7 il Piemonte, la Sicilia, il Venento, 5 la Toscana, 6 la Campania, la Puglia e l’Emilia, 8 il Lazio, ben 14 la Lombardia) e che le forze politiche vanno rappresentate in modo proporzionale, sarà molto difficile scogliere alcuni busillis. Ad esempio, le maggioranze di governo delle regioni piccole saranno tentate di mandare al Senato un sindaco di loro appartenenza e il governatore, registrando così dei monocolori mentre solo nelle regioni più grandi i consigli regionali potranno dare voce alle opposizioni. Una legge elettorale quadro dovrà sciogliere molti di questi enigmi, ma in attesa che tutte le Regioni rinnovino i consigli regionali con le nuove norme, saranno gli attuali consigli regionali a scegliere sindaci e consiglieri regionali da mandare al Senato (via indiretta). Perché la riforma arrivi a regime e vengano ovunque rispettate le scelte dei cittadini, bisognerà attendere almeno il 2020, a causa dei tempi differenti in cui le regioni voteranno.

IMMUNITA’ E INDENNITA’. I futuri senatori non percepiranno alcuna indennità (resta che percepiranno lo stipendio da consiglieri o sindaci), ma manteranno il diritto all’immunità.

NB. Una forma breve di questo articolo è stato pubblicato a pagina 5 del Quotidiano Nazionale del 14 ottobre 2015.

AGGIORNAMENTO! Morire per l’articolo 2? Vademecum in attesa della battaglia sulla riforma del Senato

L'attuale composizione del Senato (agosto 2015)

L’attuale composizione del Senato (agosto 2015)

PREMESSA
Il prossimo 8 settembre riprenderà, in I commissione Affari costituzionali (presidente Anna Finocchiaro, Pd) del Senato, l’esame del ddl Boschi (riforma del Senato e Titolo V).
La questione ‘politica’ – scontro interno al Pd tra maggioranza e minoranza sul Senato elettivo; scontro tra il Pd e le opposizioni sulla riforma in sé; problemi di tenuta interna alla maggioranza tra Pd-Ncd-etc. – nasconde una serie di questioni ‘tecniche’, comunque rilevanti. Per una volta, evitiamo di affrontare la questione ‘politica’ per affrontare solo quelle ‘tecniche’, sperando di fare servizio utile ai ’25 lettori’ di questo blog.

1) IL TESTO DEL DDL BOSCHI E LE SUE MODIFICHE

Il ddl Boschi (n. 1429) a prime firme Renzi-Boschi (nome intero: “Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di finanziamento delle istituzione, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della II parte della Costituzione”) è stato approvato, in prima deliberazione, dal Senato l’8 agosto 2014 (183 i sì, compreso il gruppo di FI, quattro gli astenuti e tutte le altre forze di opposizione uscite dall’Aula), e, con modifiche, sempre in prima deliberazione, dalla Camera l’11 marzo 2015 (357 sì, 125 no, 7 astenuti). Ergo, siamo ancora ‘dentro’ la I lettura (finché il testo non è identico).

L’ARTICOLO 1: FUNZIONI DEL FUTURO SENATO
All’art. 1 (Modifiche al Titolo I della II Parte Cost) il ddl modifica l’art 55 Cost (poteri e funzioni del futuro Senato).
Qui sono, e di certo ci saranno, diverse possibili modifiche, come ammettono anche gli esponenti della maggioranza Pd. Infatti, nel primo passaggio parlamentare (Senato-Camera) competenze e funzioni, modalità di elezione degli organi di garanzia (CSM, Consulta, Capo dello Stato, etc.), ma anche politiche pubbliche locali, rapporti Ue-regioni-enti locali, etc., sono state di molto ridotte o elencate come mera funzione ‘concorrente’ alla Camera. Poche le funzioni del solo Senato, esercitate in “via esclusiva” che resterebbero tali: evaporate i rapporti con la commissione Ue, il controllo sulle authority, le competenze sui temi di bioetica, famiglia, diritti, etc. In più, tolte dalla Camera al Senato materie su cui la Camera alta sperava di poter avere diritto di parola anche in futuro: protezione civile, immigrazione, ordine pubblico, sicurezza, tutela del paesaggio. Inoltre, verrebbero ridotti i tempi per le osservazioni possibili nel procedimento legislativo. Problematico e assai discusso dai costituzionalisti anche la futura deliberazione dello stato di guerra che, nel ddl Boschi, è affidato a una sola Camera, il che avviene in pochissimi paesi (Irlanda, Polonia, Slovenia, peraltro tutti eletti con il sistema proporzionale) e che così, ‘grazie’ all’Italicum, finirebbe in mano al partito di maggioranza relativa.
Altra delicata questione è quella dei quorum per eleggere i diversi organi di garanzia costituzionale (art. 21 ddl Boschi che riforma l’art. 83 Costituzione): elimina gli attuali ‘grandi elettori’ (delegati regionali) per eleggere il Capo dello Stato e prevede un nuovo sistema di quorum, ben più alto rispetto quello originario (due/terzi della maggioranza del Parlamento in seduta comune, dal IV scrutinio basterà la maggioranza dei tre/quinti assemblea e, dal settimo scrutinio in poi, dei tre/quinti degli aventi diritto).

Ma data la riduzione dei senatori a 100 e l’entrata in vigore dell’Italicum (340 seggi al primo partito) per la Camera, anche questa formulazione è considerata poco di garanzia: un partito potrebbe eleggersi, solo con qualche senatore di soccorso, il Capo di Stato. Problemi simili si riscontrano per l’elezione dei cinque giudici costituzionali (Consulta) che la Camera ha riportato nelle competenze delle Camere riuniti con i senatori che hanno poche chances di pesare nell’elezione dei giudici rispetto alla gran massa dei 630 deputati (nella versione originaria il Senato ne eleggeva due su cinque).
La Finocchiaro, strenuo difensore della riforma, a partire dalla non elettività dei futuri senatori, ha detto – nella sua relazione in I commissione, a fine luglio – che delle funzioni del nuovo Senato bisogna parlarne (e, quindi, modificarle) perché “se la Camera è il perno della forma di governo, il Senato deve essere il perno della forma di Stato”.
Peraltro, è possibile e abbastanza agevoli apportare modifiche all’art. 1 come ad altri articoli del ddl, perché già modificati dalla Camera, dove tornerebbero solo nelle parti modificate e non dovendo ricominciare da capo. Morale: l’iter del nuovo esame sarebbe assai velocizzato e non supererebbe i tempi tecnici richiesti dalla sua approvazione.

L’ARTICOLO 2: ELETTIVITA’ DEI FUTURI SENATORI
All’art 2 (composizione ed elezione del Senato, che modifica l’art. 57 della Costituzione), l’articolo più “incandescente” e al centro del braccio di ferro tra la maggioranza e la minoranza Pd, in quanto riguarda l’elettività indiretta, come propone il testo del governo, o diretta, come chiede la minoranza, dei futuri senatori, la situazione è la seguente:
Il I comma resta identico: “il Senato è composto da 95 senatori “rappresentativi delle istituzioni territoriali e da cinque senatori nominati dal Presidente della Repubblica”.
Il II comma resta identico. “I consigli regionali e delle province autonome di Trento e Bolzano eleggono i senatori con metodo proporzionale e, uno per ciascuno, tra i loro sindaci.

Il III comma resta identico: “Nessuna regione può avere meno di due senatori, ciascuna delle Province aut di Trento e Bolzano ne ha due” (in totale: 4, ndr.).
Il IV comma resta identico. “La ripartizione dei seggi tra le Regioni si effettua in proporzione alla loro popolazione, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti”.
Il V comma è stato invece MODIFICATO dalla Camera. “La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali ‘NEI’ quali sono stati eletti”, come era scritto nel TESTO ORIGINARIO, è DIVENTATO ‘DAI’ QUALI (modifica apportata dalla Camera) “sono stati eletti”.
Il VI comma resta  identico: “con legge approvata da entrambe le Camere sono regolate le modalità di attribuzione dei seggi e di elezione dei membri del Senato tra i consiglieri regionali e i sindaci, nonché quelle per la loro sostituzione in caso di cessazione dalla carica elettiva regionale o locale. i seggi sono attribuiti in ragione dei voti espressi e della composizione di ciascun Consiglio”.

2) IL BUSILLIS: UNA PREPOSIZIONE VA RIVOTATA?

Il problema che sta nel cambiamento della preposizione citata riguarda, in realtà, non l’elezione di ‘tutti’ i futuri senatori (100 in totale, di cui: 74 consiglieri regionali, 21 sindaci, cinque ex Capi di Stato o senatori a vita, ma eletti per 7 anni e non rinnovabili, a differenza degli altri 95, eletti invece per 5 anni), ma solo dei 21 sindaci: secondo il testo modificato dalla Camera i 21 sindaci resterebbero in carica al Senato anche dopo la cessazione del loro mandato in Comune! Ergo, il numero dei senatori potrebbe crescere o decrescere, a ‘fisarrmonica’….
“Una evidente contraddizione che va risolta” ha detto più volte anche il presidente del Senato, Pietro Grasso (la prima volta alla cerimonia del Ventaglio a fine luglio, poi ora, a fine agosto), parlando di “possibile contraddizione che riguarda il mandato dei senatori sindaci che potrebbero mantenere il ruolo di senatori senza più esercitare le funzioni di governo locale, per tutto il tempo della consiliatura che li ha eletti” (questo il ‘baco’).
La posizione originaria del governo e della maggioranza era che l’art. 2 era intoccabile a causa di un “doppio voto conforme” (di questa opinione la presidente della I commissione, Finocchiaro) e che la modifica intervenuta (da ‘dei’ a ‘nei’) era solo lessicale, dunque non inficiava l’immodificabilità dell’art. 2.
Ma a causa della voglia di Grasso di riaprire la partita, ora la nuova posizione (il capogruppo Zanda, ma anche Tonini a QN) è di aprire alla modifica solo del IV comma, senza toccare tutto il resto dell’art. 2, dunque senza ulteriore ‘navetta’ parlamentare.
La possibilità di emendare (o non emendare) l’art. 2 sta in capo all’art. 104 del regolamento del Senato, che dice che “nuovi emendamenti possono essere presi in considerazione solo se si trovino in diretta correlazione con gli emendamenti introdotti dalla Camera”. Secondo il Regolamento, dunque, non si potrebbe, ma il precedente c’è e lo ha tirato fuori Michele Ainis. La riforma della Devolution, poi bocciata dal referendum confermativa, fu rivotata nel passaggio in cui il Senato diceva “in ogni caso in cui” e quello della Camera “in ogni caso che”: il Senato lo rivotò da capo, in nuova dizione, il 15 marzo 2005.
L’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha scritto che non si può tornare indietro sull’elettività (o, meglio, la non elettività) perché a quel punto sarebbe “insostenibile” sottrarre al Senato il potere di dare la fiducia al governo e si ricadrebbe nel bicameralismo paritario. Peraltro, i senatori eletti direttamente lo sarebbero eletti, negli emendamenti della minoranza dem, con il proporzionale puro mentre la Camera è prevista eletta con un sistema, l’Italicum, che è di fatto un sistema maggioritario: così si tornerebbe a una totale discrepanza tra i due sistemi elettorali. I costituzionalisti sono divisi sul punto, chi a favore e chi contro.
La Finocchiaro ha comunque detto, nella sua relazione a fine luglio, che, se c’è da correggere e riaprire la discussione sull’art. 2 si può farlo solo su quel comma (il passaggio da ‘dei’ a ‘nei’, altrimenti “si finisce con il mettere in discussione tutto il disegno riformatore, assumendosi la responsabilità di riavviare l’intero procedimento e così ponendo nel nulla il lavoro fin qui compiuto”. Inoltre, la Finocchiaro ha sottolineato che l’ultima parola, pur dovendo tenere in conto la sua opinione, spetta però al presidente Grasso (“è ineludibile che ogni decisione sull’ammissibilità degli emendamenti debba trovare di concorde avviso presidente della commissione e presidente del Senato”).
In ogni caso, la questione va risolta: quando decadono i senatori-sindaci se vengono sfiduciati prima della fine del loro mandato o se si dimettono in via anticipata? Nella versione originaria (organi ‘nei’ quali sono stati eletti, cioè i consigli regionali) dovevano dimettersi subito anche da senatori, nella versione votata alla Camera (organi ‘dai’ quali sono stati eletti) l’ambiguità potrebbe far restare senatori anche degli ex sindaci!
Infine, non essendo mai esplicitata la dicitura ‘governatori’ delle regioni, questi potrebbero risultare non eletti, se non votati dal consiglio regionale e/o dagli elettori, nel futuro Senato. Questo uno dei tanti ‘bachi’ (tra gli altri, lo stato di guerra, che dichiara solo la Camera, i poteri del Senato, molto ridimensionati, i quorum per eleggere gli organi costituzionali di garanzia, troppo alti, etc.) che il Servizio Studi del Senato (la ‘trimurti’ composta da Grasso-Serafini-altri più i funzionari del centro studi diretto dal dott Luca Borsi, come raccontato su QN ad agosto) hanno trovato al ddl Boschi ed evidenziato, con buona perfidia, nel dossier del Senato pubblicato ad agosto e disponibile online.

3) UNA BATTAGLIA A COLPI DI EMENDAMENTI

La I commissione Affari costituzionali è stata convocata per l’8 settembre. davanti a sé ha una mole mostruosa di emendamenti: 513 mila di cui 510 mila ‘solo’ a prima firma Roberto Calderoli. Dopo qualche giorno di dibattito che di certo ci sarà, quasi sicuramente la Finocchiaro chiederà di passare Direttamente all’Aula, anche se facendo così il testo vi finirebbe senza relatore.
C’è anche un problema legato alle presenze e alle sostituzioni in I commissione: allo stato, se i senatori ribelli vengono computati nelle opposizioni e NON nella maggioranza, il governo è sotto (14 a 13 per le opposizioni, sulla carta sarebbe 15 a 12 per il governo, computando però anche la presidente Finocchiaro, che di solito per prassi non vota, e i tre senatori della minoranza dem Gotor, Lo Moro e Migliavacca), ma Mario Mauro (Gal-Popolari per l’Italia, anti-ddl Boschi e anti-governo Renzi) sarà sostituito a breve per un riequilibrio dentro Gal che dovrebbe favorire la maggioranza. Problemi per la maggioranza ve ne sono anche dentro la Giunta per il Regolamento a cui Grasso potrebbe decidere di demandare e dirimere la questione sull’emendabilità dell’art. 2. Anche qui, Grasso ritarda le sostituzioni che vedono sotto, numericamente, il governo.

A) 170 EMENDAMENTI PRO SENATO ELETTIVO
Sono 170 i senatori (compresi i 28 della minoranza dem) e sei i gruppi parlamentari (FI-Lega-Gal-Autonomie-M5S-Misto con Sel) che hanno firmato emendamenti a favore dell’elettività diretta dei senatori. In ogni caso, se le firme sugli emendamenti della minoranza Pd sono 28, la minoranza (dai dati loro forniti) è fissata a 25 unità (i firmatari degli emendamenti contrari all’Italicum) e i loro emendamenti contro il ddl Boschi sono 17. Gli emendamenti all’art. 2 sono comunque ‘solo’ 2800, in totale, ma poi ci sono i circa 3 mila gli emendamenti degli altri gruppi (1.075 di Forza Italia, 1.043 quelli di Sel, 259 di ‘Fare’, i tosiani, 215 delle Autonomie, 194 dell’M5S), 63 quelli del Pd (31 dei renziani, 17 della minoranza dem) a tutti gli altri articoli del ddl. In definitiva, il numero degli emendamenti in totale presentati, ‘solo’ in commissione Affari costituzionali, è arrivato alla cifra record di 513.450 mila, di cui il 99,3% (510.293) solo da parte della Lega Nord, ma Roberto Calderoli, padre del Porcellum e ideatore dello slogan “li seppelliremo sotto una montagna di carta”, già ne promette circa 6,5 milioni (dic) anche per l’Aula.

B) L’ENNESIMA ‘CALDEROLATA’ (513 MILA)
Infatti, in base a un articolo del Regolamento del Senato del 1971 che impone di stampare e distribuire una copia integrale di tutti gli emendamenti a una legge a ogni senatore, ha fatto andare in tilt la macchina del Senato. Facendo i conti, 321 copie, con una copia che consta di 100 tomi da mille pagine, per un peso di 2,5 tonnellate, solo per stamparle costerebbe 2.900 euro a fascicolo. I tomi da stampare diventerebbe 32.100, le pagine impiegate 32 milioni e 100 mila per un perso complessivo di 80.290 chili e un costo stratosferico di 930.900 euro. Una task force messa in piedi dal segretario generale del Senato, Elisabetta Serafin, ha lavorato tutta l’estate per affrontare l’emergenza: con un budget annuale per la stampa degli atti di 681 mila euro, già corrosi dai 50 mila emendamenti presentati da Calderoli e altri gruppi all’Italicum, 150 funzionari del Senato hanno lavorato per fornire un supporto informatico (una chiavetta Usb) a ogni senatore con tutti gli emendamenti e alla presidente Finocchiaro sarà riservata l’unica copia cartacea.
In ogni caso, il sottosegretario alle Riforme, Luciano Pizzetti (Pd), già fa sapere che, “quando la commissione dovrà formulare i pareri di conformità degli emendamenti, dovrà stabilire se così come sono espressi rendono il testo uscito dalla Camera sostanzialmente o formalmente ‘conforme’ a quello uscito dal Senato. Se c’è una conformità sostanziale, una serie di articoli non potranno essere emendati perché i testi sono sostanzialmente identici, mentre se la conformità è solo formale, allora l’emendamento si allarga ed estende assai”. Il che vuol dire che il testo diventa emendabile. Un modo per sfrondare un po’ la ‘mole’ degli emendamenti, molti dei quali, specie quelli leghisti, scritti con la carta carbone, o modifiche e correzioni solo formali (virgole, avverbi, etc.), ma di certo – come annunciava lo stesso Pizzetti a Repubblica – “se restano così tanti la soluzione sarà di andare subito in Aula”, bypassando la commissione, con il consenso della Finocchiaro, cui invece il governo vorrebbe affidare il compito di relatore per l’Aula del ddl Boschi. Trattative con Calderoli e la Lega per il ritiro degli emendamenti sono ancora in corso.

C) QUANTI VOTI SERVONO PER ‘PASSARE’ IN AULA?
Da notare il fatto che, in questo passaggio, non trattandosi del voto finale del procedimento di revisione costituzionale, quando – alla III e IV lettura – sono necessari i voti della maggioranza assoluta dell’assemblea (il cd. ‘quorum’ del ‘plenum’: 161 voti al Senato, 316 voti alla Camera), un provvedimento, ancorché se di rango costituzionale, può passare a maggioranza semplice dei voti (basta, cioè, un voto in più delle opposizioni, anche se bisogna sempre ricordare che, al Senato, l’astensione ‘in’ Aula vale come voto contrario, a differenza del regolamento Camera). Quindi, per la maggioranza, di fatto, un problema in meno… Invece, in terza e quarta lettura, servono 161 voti al Senato e 316 voti alla Camera, cioè la maggioranza assoluta dell’Aula e, per evitare il referendum, sarebbero necessari i 2/3 dei voti.
Per quanto riguarda la tanto discussa questione dei numeri, riassumendo movimenti e sommovimenti tra i partiti, che sono continui e spesso carsici, specie a palazzo Madama, è questa.
I senatori sono 321 (315 eletti e sei senatori a vita: due presidenti ‘emeriti’, Napolitano e Ciampi, e quattro senatori nominati per meriti: Piano, Rubbia, Cattaneo, Monti), la maggioranza assoluta dell’assemblea è fissata a 161 voti (tecnicamente si dice quorum del plenum). La maggioranza, che di solito, da quando c’è il governo Renzi, veleggia sui 170 voti (voti minimi presi: 163 – voti massimi presi: 175), ha sulla carta 183/185 voti. Infatti, vanno conteggiati i 112 senatori del Pd (113 con il presidente Grasso che, però, per prassi, non vota mai), 35 senatori di Ap (Ncd-Udc), 19 del gruppo Psi-Autonomie (dove siedono tutti 5 senatori a vita, tranne Monti, che sta nel Misto), 10 del neonato gruppo Ala (i verdiniani), cinque senatori su 30 del gruppo Misto che votano con il governo (oltre Monti, Della Vedova, Margiotta, ex Pd, Bondi e Repetti, ex FI), tre senatori su 11 del gruppo Gal che pure votano con il governo (Naccarato, Davico, D’Onghia): il totale è di 183 voti, così suddivisi: 173 i voti ‘certi’ (Pd+Ap+Autonomie+Misto+Gal) più 10 (Ala) incerti. Ma dalla maggioranza vanno scomputati, a stare alle dichiarazioni dell’estate, i 28 firmatari degli emendamenti sul Senato elettivo della minoranza del Pd, così suddivisi: tre in certi e 25 voti che la minoranza considera ‘sicuri’, mentre i renziani pensano di ridurli a dieci/quindici e puntano a recuperarne a loro favore o tra gli incerti tra gli otto e i dieci. Nelle opposizioni la situazione è: 44 senatori di FI, 10 Conservatori e Riformisti (fittiani), 12 Lega Nord, 36 M5S, 25 senatori su 30 del gruppo Misto (7 Sel, tre ‘tosiani’ di Fare, 14 ex grillini, un senatore ex Scelta civica), otto senatori su 11 di Gal (Ferrara, Ruvolo e Caridi, Grande Sud, Mauro G. e Mauro M., Popolari per l’Italia, De Pin e Pepe, ex M5S, Tremonti, ex Lega) ma dove la situazione è assai fluida (i due ex M5S stanno per far rinascere, al Senato, l’Idv ed entrare in maggioranza): in ogni caso, le opposizioni sono a quota 135.
Diverse le ipotesi, per ora tutte di scuola: 183-28 (ribelli dem) fa 158, 183-25 (ribelli dem quasi tutti) fa 168, 183-15 (ribelli assai asciugati) fa 168, 183-20 (15 ribelli e 5 tra centristi vari) fa 163, 183-25 (15/20 ribelli e 5/10 centristi vari) fa 158, 183-30 (25 ribelli e 5 centristi vari) fa 153 e via a scendere, a seconde delle possibili perdite della maggioranza.

La somma delle opposizioni, che parte da una base di 135 voti, arriva invece a 160 voti (161 il quorum) solo sommandosi a ben 25 ribelli dem e li supera, fino a quota 163-165 voti, solo con 25 ribelli Pd e 5 centristi o una ventina di ribelli dem e una decina di centristi. Dunque, molto difficile cadere, per il governo e la maggioranza, nonostante le fosche previsioni della vigilia, ma solo perché va ricordato che in questo passaggio parlamentare non servono i 161 voti!!! (ma nella III e IV lettura saranno obbligatori, per la riforma).

4) LA PROPOSTA DI MEDIAZIONE PD: “IL LISTINO”

L’idea di base è stata partorita dall’ex ministro Quagliariello (Ncd), recepita dalla presidente della I commissione Finocchiaro e adottata dai tecnici del ministro alle Riforme Boschi e di palazzo Chigi. Si tratta di un’elezione “semidiretta” dei senatori e cioè di “contaminare” il nuovo Senato con il voto popolare. L’idea appoggiata anche dalla Conferenza delle Regioni, il cui presidente Sergio Chiamparino, sarebbe – con i governatori Rossi e altri – fautore di un’altra proposta di mediazione ancora: ogni Regione sceglie il modo di elezione dei suoi senatori. Proposta rilanciata dal sottosegretario Pizzetti sul Corriere della Sera, con un’aggiunta, non di poco conto: “lasciare alle regioni la possibilità di far diventare senatore chi ha preso più preferenze” (quindi fuori dal ‘listino’).

Invece, l’ipotesi del ‘listino’ prevede un elenco di consiglieri regionali ‘speciali’ (scelti, dunque, dai partiti) che, una volta eletti e ‘se’ eletti, sempre all’interno dell’elezione che si tiene per rinnovare il consiglio regionale (elezione diretta, anche se ogni regione ha la sua legge elettorale), vanno a comporre, di diritto, il nuovo Senato, che resterebbe ancorato a una forma di elettività di secondo grado. I partiti, ovviamente, sceglierebbero i nomi del listino e cioè dei senatori che ogni partito manderebbe a Roma, sempre ‘se’ eletti. Per la minoranza la soluzione va bene se, però, nell’articolo 2, viene scritto, nero su bianco, che l’elezione dei futuri senatori è “diretta” e non “indiretta”, modificando dunque la ratio dell’art, mentre per il governo e la maggioranza l’art. 2 resta scritto così e poi, nell’art. 10 (che disciplina il procedimento legislativo) o nell’art. 35 (che disciplina i limiti agli emolumenti dei consiglieri regionali, e qui va ricordato che i futuri senatori non percepiranno alcuna indennità, come Renzi ha più volte detto) del ddl viene inserita la norma che introduce il ‘listino’ direttamente nel testo del ddl o rimandandone l’attuazione alla legge ordinaria.

Il ministro alle Riforme, Maria Elena Boschi

Il ministro alle Riforme, Maria Elena Boschi

5) I TEMPI TECNICI DELLA RIFORMA (IN TEORIA…)

Una revisione costituzionale comporta quattro letture (art. 138). Ma ogni lettura deve essere identica nelle due Camere, altrimenti il testo continua a fare la cd. ‘navetta’ in entrambe e la lettura resta sempre quella: in sostanza, ‘non’ avanzano le letture. Inoltre, dal 15 ottobre le Camere saranno impegnate a discutere la Legge di Stabilità (sessione di bilancio). Ecco perché Renzi vuole che il ddl Boschi venga licenziato entro e non oltre quella data.
Perché, nonostante l’attuale ‘navetta’ e il sicuro ritorno del testo dal Senato alla Camera siamo dentro la I lettura (!!!). L’ipotesi è: prima lettura definitiva entro dicembre 2015 con la Camera che accetta le modifiche del Senato (quelle del passaggio in corso). Poi, fatti i due passaggi delle prime due letture compiute dalle due Camere finalmente in copia conforme, devono passare i tre mesi di intervallo (o di ‘riflessione’) previsti dalla Cost (art. 138). Le ultime due letture, di solito, per una sorta di prassi costituzionale, quando si tratta di revisione della Costituzioni, sono veloci e identiche, una sorta di ‘prendere o lasciare’ che non modifica, precludendo le modifiche del testo approvato tra la I e la II lettura delle Camere (così dicono i regolamenti parlamentari delle Camere sui procedimenti di revisione costituzionale).
A quel punto, presumibilmente a marzo 2016, si chiude il processo di revisione costituzionale dentro il Parlamento, ma per indire il referendum – sicuro che si farà perché chiesto da Renzi, ma comunque anche perché non ci saranno mai i 2/3 dei voti in Parlamento – servono sei-sette mesi di tempi ‘tecnici’ per indirlo. Ergo, il referendum non si terrebbe prima di settembre-ottobre (naturalmente del 2016), ma più probabile in ottobre, anche se Renzi aveva più volte parlato di referendum entro giugno 2016.
A quel punto, spetterà al popolo italiano dire sì o no al ddl Boschi e al suo ambizioso tentativo di riformare la Costituzione, con due precedenti: nel 2001 la revisione costituzionale del Titolo V proposta dall’allora centrosinistra al governo venne approvata dai cittadini mentre, nel 2005, la Devolution proposta dal centrodestra allora al governo, venne bocciata. Nel primo caso la riforma costituzionale entrò in vigore, nel secondo no.

FONTI:

1) ddl Boschi (rubricato come Atto Senato 1429-B)
http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Ddliter/45358.htm

2) dossier dell’ufficio servizio studi del Senato della Repubblica
http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00930268.pdf

3) diversi articoli di stampa usciti nel mese di agosto su vari quotidiani (Repubblica, Corsera, QN, etc.) e, in particolare, quelli di Andrea Fabozzi su il manifesto del 29 luglio/19 agosto.

NB. Questo articolo è stato scritto in forma originale per il blog di QN (http://www.quotidiano.net)