Due articoli in uno. Renzi controllerà il partito se prende il il 60%. Rilancio sulla legge elettorale: la proposta del Pd è in lavorazione

Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

Ettore Maria Colombo – ROMA

1. Per blindare la sua maggioranza Renzi deve prendere almeno il 60% di voti.

“Voglio una squadra compatta e coesa su cui poter contare perché nei prossimi mesi ci giocheremo molto e su molti tavoli, dalla legge elettorale alla manovra”. Matteo Renzi è stato molto chiaro, con i suoi, nella composizione delle liste (si vota in collegi uninominali ma sulla base di liste bloccate e con metodo proporzionale) che appoggiano la candidatura alle primarie dell’ex segretario il 30 aprile. In effetti, Renzi ha un problema e questo problema si chiama 60%. Infatti, se l’ex premier aspetta, senza particolari patemi, il bagno di popolo che dovrebbe consacrarlo di nuovo segretario del Pd, il 30 aprile, non è indifferente la percentuale con cui riuscirà ad arrivare primo. Per godere di una maggioranza ‘blindata’ in Assemblea nazionale – il luogo deputato a consacrarlo segretario il prossimo 7 maggio – e, di conseguenza, nella nuova Direzione nazionale del Pd, quel numeretto – 60% – è fondamentale. Sopra di esso, Renzi potrà dettare legge, nel partito e fuori, avanzando le proposte che vuole. Sotto quella cifra dovrà, invece, venire a patti non tanto con i suoi due competitor, Orlando ed Emiliano, ma con la sua maggioranza. Una maggioranza composita: ne fanno parte due correnti ‘leali’al leader (quella del suo vice, Martina, e i Giovani Turchi di Orfini) e una di ‘tiepidi’, quella guidata dal ministro Dario Franceschini.

Ecco perché, nel silenzio dei media, i due più fidati colonnelli di Renzi, il ministro Lotti e il vicesegretario dem, Lorenzo Guerini, hanno svolto, nella composizione del listone pro-Renzi, il loro lavoro con precisione chirurgica e pazienza certosina. Sui mille componenti elettivi dell’Assemblea nazionale, il calcolo dei colonnelli renziani è stato, tuttavia, un po’ ottimistico: la stima del 60-63% – cioè la cifra percentuale con cui Renzi dovrebbe vincere le primarie – si tradurrebbe in una maggioranza pro-Renzi di circa 630/640 delegati, ben al di sopra della maggioranza assoluta (501 voti) necessaria per governare l’assemblea. Se la vittoria si attesterà su quei numeri, Renzi è in una botte di ferro: godrebbe, infatti, di 420/430 fedelissimi contro i 55 di Orfini, i 60/62 di Martina e ‘soltanto’ 85/95 riconducibili a Franceschini. Peraltro, la composizione delle liste congressuali ha anche creato non pochi traumi e liti. La compagna di Franceschini, Michela De Biase, capogruppo dem nel consiglio comunale capitolino, per dire, ha perso la battaglia a Roma e nel Lazio: ha dovuto far posto, a scapito dei suoi, ai renziani come pure a popolari e veltroniani. Ma pure ‘martiniani’ e Giovani Turchi sono usciti ridimensionati, specialmente al Sud, dove sono i renziani a farla da padrone. Il numero dei renziani doc resta, in teoria, sotto la maggioranza assoluta (501), ma ai mille componenti elettivi vanno aggiunti i circa 400 membri di diritto, così suddivisi: ministri, membri della commissione di garanzia e commissione congresso, venti segretari regionali e cento parlamentari, tutti ambiti dove i renziani godono di larga maggioranza.

I calcoli, però, sono basati sul 60% e più di vittoria alle primarie. Non è detto che Renzi raggiunga asticella, a prescindere anche dal dato dell’affluenza (alle primarie, ovviamente, non esiste quorum!). Molto dipenderà dalle performances dei suoi due avversari oltre che dall’affluenza. I sondaggisti la stimano ‘intorno’ ai due milioni o, forse, molti meno (un milione e sei/uno e otto). Intanto, la lista che fa capo a Michele Emiliano è stata esclusa, su insindacabile giudizio della commissione congressuale (la decisione finale è stata rinviata a stamane perché assai delicata), dalla possibilità di poter correre in Liguria e Lombardia, tranne che in un solo collegio ligure (su sei) e in cinque (su trenta) collegi lombardi. Un colpo duro, per Emiliano, che peraltro fa vedere  più vicina la ‘soglia 60%’ a Renzi.


 2. Renzi rilancia sulla legge elettorale e apre la strada all’accordo coi 5 Stelle. 

 

Matteo Renzi parla, in modo ossessivo, dei 5 Stelle: loro attacca e a loro fa proposte (in questo caso sfidandoli sulla legge elettorale). Anche perché sa che il principale schieramento anti-establishment (vero o falso che sia) del Paese è l’unico che può sostenerlo nella sua battaglia campale, ancorché sia ancora una drole de guerre, una guerra non dichiarata: ottenere elezioni politiche anticipate. Inoltre, Renzi vorrebbe incrociare le lame, in tv, solo con i leader di penta stellati (Grillo, in particolare, o Casaleggio, ma vanno bene pure Di Maio o Di Battista: è convinto di mandarli tutti ko). I suoi due competitor alle primarie (Orlando ed Emiliano) non li considera degni neppure di fargli da sparring partner. Infatti, il solo confronto con loro resta quello già fissato su Sky il 26 aprile. Non se ne terranno altri, tantomeno in Rai. In merito alle primarie, che Renzi considera già vinte, resta solo l’ombra sulla (scarsina) voglia di partecipazione registrata sinora. I sondaggisti stimano un tetto massimo di due milioni, forse molti meno (1.600 mila/ 1.800 mila al massimo, pare), il che vorrebbe dire un milione secco in meno rispetto alle primarie 2013.

Intanto, fioccano le polemiche tra Renzi, Emiliano e Orlando sui confronti in tv: il solo in agenda è quello su Sky, che si terrà il 26 aprile, ma Orlando ed Emiliano chiedono almeno uno, o più confronti, anche sulla Rai. La mozione Renzi ribatte: “Anche con Bersani ce ne fu uno solo”. Intanto, sabato prossimo Renzi sarà a Bergamo con Martina, il 25 aprile lo festeggerà a Milano, il 28 aprile la mozione Renzi terrà una manifestazione a Bruxelles al grido di “Europa sì, ma non così”.

Nell’attesa, Renzi va avanti nella sua campagna e fa – quasi tutto –  da solo. Ieri è tornato a parlare in tv, dopo la pausa pasquale, stavolta sulle reti Mediaset, nel talk-show Matrix, condotto da quel Nicola Porro che, quando conduceva Virus su Rai 2, ebbe con Renzi non pochi attriti fino al punto da lasciare il programma. In attesa di tornare a giocare a braccia di ferro con le (tante) istituzioni che non vogliono mandare il Paese a elezioni anticipate (il Colle, le Camere e i parlamentari, Confindustria, la Cei, la Ue), Renzi ha bisogno di avere in mano, a mo’ di spada di Damocle, una legge elettorale, se non nuova di zecca, operante.

La via lunga, sulla strada della nuova legge elettorale, è cercare una (faticosa) mediazione con Berlusconi, che vuole i capolista bloccati, ma anche il premio alla coalizione: il che vorrebbe dire costruire una legge elettorale nuova di zecca, ma anche perdere molto tempo per trovare difficili convergenze in Parlamento (in ogni caso il Pd farà una proposta compiuta, sul tema, ma solo dopo l’8 maggio). La via breve è accordarsi con i 5Stelle sfruttando quello che c’è: l’Italicum alla Camera, con premio alla lista e sbarramento al 3%, e il Consultellum al Senato (nessun premio, se non quelli regionali indotti, e soglie diversificate: 20%, 8%, 4%).

Ieri, Renzi ha imboccato la via breve. A Matrix ha detto – oltre a riempire di contumelie l’M5S per le sue strambe idee sui vaccini – che è pronto a sfidare e ad andare a vedere le carte di Grillo. L’ex segretario ha ribadito la sua disponibilità a sgombrare dal tavolo i capolista bloccati (che tutti i partiti, M5S compresi, vogliono) ed è disponibile a “votare la legge che dice Grillo” (il Legalicum) o “a estendere l’Italicum al Senato” (è, in pratica, la stessa cosa). “A parte il sorteggio, mi va bene tutto – motteggia Renzi – ma chi ha vinto il referendum non può dire solo dei No”. L’obiettivo è duplice: stanare i grillini per dimostrare che, in realtà, “non vogliono alcuna riforma”, nota il costituzionalista Ceccanti, e far scendere Berlusconi a più miti consigli e, insieme, mettergli fretta.

I suoi due competitor fanno fuoco di sbarramento pure su questo. Emiliano – ieri riammesso in un collegio su 6 in Liguria e in soli 5 su 30 in Lombardia – dice no ai capolista bloccati e vagheggia impossibili ritorni al Mattarellum, cui tutti i partiti hanno detto no. Orlando scrive, via Twitter, che sull’ipotesi di estendere l’Italicum al Senato “non ci metto la firma”, un modo elegante per dire di no a Renzi. I suoi 31 senatori (di Orlando) hanno presentato una proposta di legge, a prima firma Vannino Chiti, che ripropone collegi uninominali, ma con riparto proporzionale, soglie di sbarramento basse, premio fissato al 10%. E’ destinata a restare lettera morta. “Le primarie le vince Matteo”, dicono i renziani, “e dall’8 maggio in poi, i giochi li conduciamo noi”, chiosano. In ogni caso, proprio ieri, il Pd ha riproposto – in sede della I commissione Affari costituzionali della Camera con l’on. Fiano – tre punti per una nuova legge elettorale che Quotidiano nazionale aveva anticipato cinque giorni fa (articolo rintracciabile su questo blog lo scorso 18 aprile 2017): premio alla lista da estendere dalla Camera al Senato, per garantire governabilità, reintroduzione dei collegi uninominali in luogo delle preferenze e armonizzazione delle soglie di sbarramento introducendo un’unica soglia al 5%.

NB: I due articoli sono stati pubblicati sul Quotidiano Nazionale il 19 aprile (a pagina 13) e il 20 aprile (a pagina 13). 

Renzi difende Lotti: “basta bugie, ora querelo”. Tensione tra renziani e Zanda

L’ex premier passa al contrattacco «Basta bugie, ora querelo». Tensione con il governo
Ettore Maria Colombo – ROMA
luca lotti
«NON accettiamo lezioni di moralità da un pregiudicato», dice Luca Lotti in Senato, ma sembra che stia parlando Matteo Renzi. Che davanti alla tv sbotta così: «Questo è solo fango e gogna mediatica per colpire il Pd». Renzi annuncia anche, nel ‘Matteo risponde’ che scrive la sera, a risultato del voto su Lotti acquisito, che «depositerò alcune querele molto corpose. Nelle prossime settimane mi divertirò un po’ anche io. Se dici una cosa – aggiunge, riferito al blog di Grillo – che non sta né in cielo né in terra, ti presenti in tribunale e ne rispondi». Poi rincara la dose contro Di Maio e Di Battista: «Faccio loro un appello, rinuncino all’immunità parlamentare, si facciano processare sulle querele ricevute. Hanno insultato delle persone ed è giusto ne rispondano. Come su Stefano Graziano (deputato dem), accusato di cose orribili in modo vergognoso». Poi annuncia che il vicesegretario Lorenzo Guerini coordinerà la mozione Renzi, che il deputato Richetti ne sarà il portavoce (quello, in sostanza, da mandare in video, Guerini farà la politica) e che il deputato Michele Anzaldi – watch dog del renzismo rispetto al mondo dei media – guiderà la comunicazione della mozione stessa mentre Filippo Sensi, suo allievo, resta a Palazzo Chigi con Gentiloni per evitare doppi ruoli che potevano creare imbarazzi a entrambi.

 

RENZI è, ovviamente, soddisfatto del voto ‘bulgaro’ (161 voti contrari, il quorum dell’Aula) con cui il Senato ha respinto la mozione contro l’amico e ministro Luca Lotti. «Su Luca metto la mano sul fuoco», spiega e ripete ai suoi. Pare abbia fornito, Renzi, anche preziosi suggerimenti: l’eco del discorso di Renzi, nelle parole di Lotti, si sente. E pure nel discorso a difesa del senatore Andrea Marcucci. Poi, certo, arriverà la dichiarazione di voto del capogruppo dem, Luigi Zanda, che tiene un perfetto, e nobile, discorso di difesa, ma i rapporti tra Renzi e Zanda sono pessimi. Zanda è sospettato di ‘governismo’ pro Gentiloni e pro Mattarella e, a oggi, non ha firmato la mozione congressuale di Renzi. I renziani arrivano a dire che voterà per Orlando, anche se già all’altro congresso votò Cuperlo. I suoi dicono che Zanda «ha un ruolo delicato e per questo deve restare terzo, senza parteggiare per nessuno: guida un gruppo parlamentare dove i senatori con un piede fuori dall’uscio sono oltre dieci». Ma Rosato, capogruppo alla Camera, si è schierato eccome, per Renzi, e i renziani, sospettosi, dubitano della lealtà di Zanda. Si racconta, al Senato, di uno scontro al calor bianco tra i due: Renzi premeva per mettere in piedi, in funzione anti D’Alema e Mdp, una commissione d’inchiesta sulle banche, Zanda frenava, puntava i piedi. Volarono anche parole forti, ferite mai sanate.

MARCUCCI, intanto, già nel discorso dal banco del gruppo Pd dice che Marroni, l’ad di Consip, è uomo di Enrico Rossi, governatore toscano, leader di Mdp. Poi, in Transatlantico, si sfoga con un collega: gli scissionisti «sono dei vigliacchi, la loro mozione non avranno mai il coraggio di presentarla». La mozione di Mdp sarà dichiarata inammissibile, ma il guaio è – dice Renzi ai suoi – «che quelli giocano a tirare la corda contro il governo». E – si aggiunge ai piani alti del Nazareno – «se vanno avanti così, un giorno sui voucher, l’altro contro Lotti, con gli ultimatum, è la vita e la tenuta del governo che mettono a rischio».

Ma nei confronti dell’azione di Gentiloni, non è che i renziani ci vadano molto più teneri. «Il premier attuale deve sapere, e glielo diremo – si sfoga un senatore del Sud, renzianissimo – che non può deflettere dalla linea di Matteo, quella che dice niente tasse e niente nuovi sacrifici, manovrine e manovrone. Pagherà un prezzo? Che lo paghi. Come lo abbiamo pagato noi». Sarà un caso, ma a proposito di scelte di governo, ieri sera Renzi ha ribadito che evitare l’aumento dell’Iva «è la sua battaglia», che lo sia pure di Gentiloni.
NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 3 del Quotidiano Nazionale il 16 marzo 2016. 

Renzi chiude il Lingotto: “il Pd fa da solo” e torna la vocazione maggioritaria. Caso Lotti: “il garantismo vale per tutti”

di ETTORE MARIA COLOMBO – TORINO
>>>ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO

Renzi e Orfini alla Direzione del Pd

1. Renzi chiude il Lingotto: “Gli scissionisti non ci distruggeranno, altri neppure”. 
«OGGETTIVAMENTE c’è stato, nelle scorse settimane, il tentativo di distruggere il Pd, approfittando della debolezza di una leadership, la mia. Ma questa comunità non si rompe». Matteo Renzi inizia così il discorso di chiusura della tre giorni del Lingotto. Parole che riecheggiano quelle, dette giorni fa, dal presidente del Pd Matteo Orfini. Certo, Renzi assicurerà poi, nel backstage, che «ce l’avevo con gli scissionisti, non fatevi venire strani pensieri», ma molti pensano, appunto, all’azione della magistratura, ai Poteri forti già messi all’indice da Orfini, ai ‘giornaloni’ come li chiamava, con disprezzo, Bettino Craxi, ai circoli della ‘buona’ (o ‘cattiva’?) finanza e ai loro salotti. Per non dire dei gufi di Bruxelles.MA LA DENUNCIA del ‘compluttuni’ e pure la polemica sulla giustizia è solo un attimo del discorso finale di Renzi. Il «Maradona del Pd», come lo chiama il suo antico mentore Delrio, è assai soddisfatto. Evoca l’unità del partito, «una comunità solida» e, soprattutto, non si aspettava così tanta gente, almeno cinquemila persone, il calore dei militanti per un leader ‘ammaccato’ persino negli affetti più cari. E gli endorsement – di cui oggi, ha bisogno come il pane – anche ingombranti, di personalità come Fassino e Chiamparino, dei filosofi ex Pci Vacca e De Giovanni, dei molti ministri che ne hanno sposato la linea dal palco. Si va da Minniti alla Madia, dalla Fedeli alla Pinotti fino al sempiterno poco convinto Franceschini. Lo dimostra, ovviamente, la presenza – in teoria silente, in pratica eloquente – di Paolo Gentiloni. Arriva al Lingotto e subito twitta, ascolta Renzi e applaude convinto, alla fine sale pure sul palco, sorride e l’ex inquilino di casa sua (palazzo Chigi) gli dice «Benvenuto a casa tua, Paolo», intendendo per ‘casa’ il Pd.
Insomma, alla fine della tre giorni di un Lingotto ereditato da un Walter Veltroni a lungo bistrattato ma che ora tutti rimpiangono, Renzi riesce a far passare il risultato, nient’affatto scontato che la narrazione del Pd sta per passare dall’Io (il suo, ipertrofico) al Noi (il partito, la comunità, il popolo, etc). Ed è riuscito pure a far vedere che esiste una nuova generazione di dirigenti democrat che s’è messa al suo fianco (Martina, certo, il numero due, poi gli emiliani, i piemontesi, etc.), nella battaglia congressuale all’ultimo sangue che sta per aprirsi. Nel suo discorso Renzi non offre mai spunti eclatanti: attacca, senza mai nominarli, Massimo D’Alema («la Xylella dell’Ulivo che lo ha distrutto») e «l’amarcord da macchietta» degli scissionisti, quelli “pugno chiuso e bandiera rossa” (Bersani), fa la lezione sul che cosa vuol dire essere di sinistra (elogio in simultanea a Marchionne e al prete del Cottolengo, don Andrea) e definisce il Pd «una forza tranquilla» che mira al bene del Paese. La definizione, ripresa da Leon Blum, è di Mitterrand, colui che distrusse la sinistra comunista in Francia facendo vincere il Psf e rendendolo egemone.

RENZI, di alleanze, a sinistra o destra, per ora non si cura, punta a un partito ‘pigliatutto’ e dice che «la nostra prima alleanza è con i cittadini che credono in noi». E così è al vicesegretario, Lorenzo Guerini, comparso al Lingotto solo l’ultimo giorno, che tocca una frase assai tranchant che riporta i piedi di tutti per terra: «Non sappiamo con quale legge elettorale andremo a votare, ci vorrà tempo per farla, parlare di alleanze è prematuro. Noi ci vogliamo alleare con i 13 milioni di italiani che hanno votato sì al referendum». Frase che è una pietra tombale, almeno per ora, sul tema delle alleanze, quelle a sinistra.

2. GARANTISMO PER TUTTI. MA LUCA LOTTI RESTA NEL BACKSTAGE IN DISPARTE

e. m. c. – TORINO
«UN GRANDE abbraccio di solidarietà a…». Matteo Renzi, da attore consumato, sospende la frase a mezz’aria mentre sta infiammando la platea del Lingotto su un tema ormai vitale, per il Pd, la ‘giustizia giusta’ come la definirono i Radicali. Tutti si aspettavano che l’ex premier citasse due drammi interni al Pd vissuti da due campani presenti ieri al Lingotto: il giovane militante dem Tommaso Nugnes, figlio di un ex assessore della giunta Iervolino che si uccise in seguito all’eco mediatica di un’inchiesta che coinvolgeva Alfredo Romeo (poi assolto), e il deputato e dirigente dem Stefano Graziano, uscito pulito da accuse gravissime, di collusione con la camorra. Invece Renzi, tra lo stupore della sala, cita solo il sindaco di Roma, Virginia Raggi: è stata indagata – dice – e noi siamo al suo fianco, il garantismo vale per tutti». Boato. La frase a sorpresa sottende una battaglia campale.
«Il Pd – prosegue Renzi – fa alleanze su legalità e giustizia, ma la giustizia giusta c’è chi la confonde col giustizialismo. Ogni cittadino è innocente fino al terzo grado di giudizio!». Renzi quasi urla, la platea si spella le mani, il leader ripete come un mantra la parola abbraccio e il pensiero di tutti corre al caso che aleggia da settimane, sul capo del leader e di tutto il Pd. Quel caso Consip che ha visto babbo Renzi finire triturato in una bolla più mediatica che giudiziaria e l’amico fraterno, il ministro Luca Lotti, che mercoledì si dovrà difendere nell’Aula del Senato dove i pentastellati ne chiederanno le dimissioni.‘LAMPADINA’ (il soprannome di Lotti, ndr) sul palco del Lingotto non è salito per la foto opportunity finale (a onor del vero, neppure alle Leopolde lo faceva: lui è fatto così, schivo), ma alla fine del discorso di Renzi è nel retropalco, cercato da tutti. La processione di solidarietà sa di ‘bacio della pantofola’ e coinvolge parlamentari (le deputate e senatrici Ascani, Morani, De Giorgis, etc.), big di peso (il ministro Franceschini), amici di una vita, prima ancora che compagni di partito (il tesoriere dem Bonifazi).
ABBIGLIAMENTO casual, il ministro dello Sport si schernisce. Il Lingotto? «Bellissimo». Perché è venuto qui solo oggi? «Seri problemi familiari». Il discorso di autodifesa al Senato? «Lo sto preparando, certo!», frasi secche, tirate. Poi, via Twitter, ringrazia «il popolo del Lingotto» ed esce. In attesa di mercoledì.

NB: I due articoli sono stati pubblicati il 13 marzo 2017 a pagina 6 e 7 del Quotidiano Nazionale.

Boschi difende Lotti e si schiera con Renzi. Renzi prepara il Lingotto

1) Boschi a Porta a Porta: la mozione di sfiducia uno show grillino. Poi attacca i media.
 
Il ministro Boschi

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

Ettore Maria Colombo – ROMA
DIFENDE a spada tratta il governo e Luca Lotti – su cui pende una mozione di sfiducia che verrà discussa dal Senato il 15 marzo, ma rispetto alla quale già si sa che il ministro non rischia nulla – annunciando che Lotti si difenderà «a tono in Parlamento». Attacca i 5 Stelle e la loro mozione di sfiducia bollandola come «il solito show» e conferma la «ferma convinzione» a sostenere Renzi nel Pd.
CI VOLEVA Bruno Vespa e il suo salotto tv per restituire la favella a Maria Elena Boschi da Arezzo. L’ex ministra del governo Renzi, oggi potente sottosegretaria alla presidenza del Consiglio con Gentiloni (stende lei l’ordine del giorno), ne aveva di cose da dire. Troppo lunghi i suoi silenzi: sia dentro il Pd, sia nei confronti di Renzi (mai difeso: neppure una parola, in tanti mesi, davanti a tanti e ripetuti attacchi).
BOSCHI era silente da troppo tempo e, proprio ieri, si erano diffuse voci di pesanti scontri tra lei e l’ex premier sulle scelte di Renzi, sull’atteggiamento da tenere verso il governo e, anche, sul da lui cercato voto anticipato. Oltre alle voci di altrettanti e pesanti scontri tra lei e Luca Lotti, oggi ministro allo Sport e, ieri, sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo Renzi. Uno scambio di ruoli che aveva dato adito a ipotesi di ogni tipo, comprese quelle di epici ‘scontri’ tra i cavalieri di una Tavola Rotonda, quella renziana, ormai semivuota.
LA BOSCHI preferisce togliersi tanti sassolini dalle scarpe, ma sono solo i suoi. Prima sulla vicenda del padre (il suo, non quello di Renzi): «Ricordo che mio padre è fuori da ogni inchiesta, assolto e prosciolto, ma sui media nulla». Sull’inchiesta Consip si limita all’estraneità dell’esecutivo: «Le indagini sul ministro Lotti per presunta rivelazione di segreto d’ufficio non sono fatti che abbiano coinvolto il governo. In qualche redazione si potrebbe verificare se è stato violato il segreto d’ufficio, ma non a Palazzo Chigi».
NON mancano, certo, le punture di spillo per gli scissionisti: «Sarebbe strano che i nostri ex compagni del Pd votassero la sfiducia a Lotti quando noi assieme a Renzi sostenemmo Errani che, da governatore, venne perfino condannato».
A Renzi, certo, conferma fiducia nella gara congressuale: «Lo sosterrò convintamente», dice, ma senza lasciarsi andare a una parola che sia una per gli altri due candidati in lizza. Né concede confidenze personali a Vespa: perde il sorriso, ma è un attimo, solo alla domanda se vuol essere mamma. «Non ho cambiato idea», è la replica di donna Boschi, che – in quanto titolare della delega alle Opportunità – ieri ha festeggiato in tv l’8 marzo.
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2) Renzi ritorna al futuro: al Lingotto la difficile ripartenza verso il congresso del Pd
Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Matteo Renzi a Rimini, all’assemblea degli amministratori locali del Pd

“Matteo si è messo in ‘modalità Gentiloni’”, dicono i suoi. Il nuovo Renzi è tutto un “sopire, troncare, troncare, sopire”. Sarà il momento storico: non è dei migliori, tra inchiesta su babbo Tiziano – “che, per fortuna, si va sgonfiando”, assicurano – mozione di sfiducia all’amico-ministro-fratello Luca Lotti e una gara congressuale che è già senza esclusione di colpi. Sarà che, ieri sera, il premier in carica, Gentiloni, è stato accolto e coccolato, dall’assemblea del gruppo Pd alla Camera come Renzi, forse, non è mai stato.

Il guaio è che l’ex premier si guarda attorno e vede che qualcosa non va. Renzi, si sa, detesta Emiliano che contro di lui brandisce la spada, recluta truppe, specie al Sud e, soprattutto, deve ancora testimoniare sul caso Consip, ma teme Orlando, che invece sembra tirare di fioretto. Eppure, il ministro ieri era in una radio a cantare Zingaradi Iva Zanicchi: la strategia dello staff è di rendere “simpatico” un introverso. Si vedrà se funziona, certo è che Orlando miete consensi trasversali tra le truppe parlamentari dem: stanno con lui 80 deputati e 33 senatori contro i 58 senatori e 190 deputati di Renzi, che sono tanti, ma non tantissimi, e i sette deputati e due senatori di Emiliano, che invece sono pochi, ma fa scalpore l’arrivo del fioroniano pugliese Gero Grassi. Per Orlando c’è l’endorsment della senatrice Cirinnà, neo -eroina del movimento Lgbt per la legge delle unioni civili, sta per arrivare Sandra Zampa, vicepresidente del Pd e, soprattutto, storica portavoce di Romano Prodi (che, per ora, non dice né se né chi voterà alle primarie dem), oltre a quelli delle residue truppe lettiane e, forse, e pure presto, dello stesso Enrico Letta.

Ecco perché Renzi si è messo, testa bassa e pedalare, a organizzare al meglio la tre giorni del Lingotto, il lancio della sua candidatura a un congresso dove si gioca tutto. L’ex premier sostiene che “non sarà una Leopolda, non vi aspettate lo stesso stile scanzonato e gioioso”, assicurando che comunque la kermesse fiorentina tornerà “in autunno”. Eppure, ci rassomiglia molto. Ci si accredita, per dire, non sul sito ufficiale del Pd, ma sul sito www.matteorenzi.it , ci saranno gli ospiti eccellenti (Padoan, Bonino e altri). Ci saranno i tavoli tematici, spalmati su tre giorni: da venerdì, quando Renzi aprirà i lavori nel tardo pomeriggio, fino a domenica, quando sempre Renzi – che lancerà il ticket con il ministro all’Agricoltura, Maurizio Martina – li chiuderà. “E’ un momento di riflessione, approfondimento, dialogo”, spiega, dove “ce le diremo tutte: cosa abbiamo fatto, cosa dovevamo fare meglio, cosa potremo fare. Non dico che vi annoieremo” – dice – “dal primo all’ultimo minuto, ma è giusto sottolinearne il carattere programmatico”. “Renzi che ‘minaccia’ di annoiare? Non è più lui”, dicono i suoi avversari, sempre più maligni.

NB: I due articoli sono usciti l’8 marzo 2017 a pagina 12 e 13 del Quotidiano nazionale.

‘Archivi’. Gli articoli usciti sul Pd negli ultimi tre giorni prima della Direzione

NB: Pubblico qui di seguito, ad uso e consumo dei miei affezionati 25 lettori, gli articoli usciti su “Quotidiano Nazionale” negli ultimi tre giorni prima della Direzione del Pd (10/11/12 febbraio). 
Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

RIMINI Citta’ Italia – Assemblea Nazionale Amministratori Locali 28/01/2017 nella foto: MATTEO RENZI ©Claudio Zamagni/Ag. Aldo Liverani s.a.

1) Il dato è tratto. Renzi non si dimetterà oggi in Direzione, ma aprirà la strada al congresso ‘lampo’. Guerini, intanto, perde le staffe con la minoranza. 
13 febbraio 2017 – Ettore Maria Colombo – ROMA 
MATTEO Renzi ha deciso: oggi, davanti alla Direzione del Pd (un parlamentino già monstre, 200 membri con diritto di voto, che, per l’occasione, è stato allargato ai 416 parlamentari e ai 120 segretari locali), annuncerà la volontà di portare «al più presto» il suo Pd al congresso anticipato. Eppure Renzi non annuncerà, contestualmente, le dimissioni dalla carica di segretario. Invierà, invece, una lettera aperta a tutti gli iscritti del Pd, subito dopo la Direzione, che conterrà una vera chiamata alle armi contro «polemiche, accuse, divisioni interne, caminetti da Prima Repubblica» cui «non ci dobbiamo rassegnare», anzi, «dobbiamo rilanciare il Pd, rimetterci in cammino con una leadership legittimata dal voto popolare, rispettando la regola che chi perde dà una mano a chi vince». Morale: Renzi annuncerà le sue dimissioni formali nei prossimi giorni con una lettera a Orfini, presidente del partito, o direttamente nella sede dell’Assemblea nazionale. il 18 febbraio.  E sta proprio qui il punto che farà diventare la Direzione odierna del Pd un evento epocale. Un timing congressuale che definire da brividi è dir poco, visto che inizierà ora per concludersi entro aprile. Insomma, per fine aprile – e in tempo per andare a votare a giugno o, al massimo, a ottobre – il Pd avrà un nuovo segretario eletto che, almeno ai nastri di partenza, si chiamerà sempre Matteo Renzi.
IERI, al Nazareno, Orfini, il vicesegretario Guerini e pochissimi altri uomini del Pd di cui l’ex premier si fida ciecamente hanno stabilito il percorso congressuale a tappe forzate, anche se «nel pieno rispetto dello Statuto», precisano causa le bordate della minoranza che chiede «la segreteria di garanzia». Parole di fronte cui pure uno «mite e calmo» come Guerini perde le staffe e ribatte che «così si supera il livello di guardia, ora basta. Se anticipiamo il congresso lo faremo seguendo le regole, senza formule fantasiose». E cioè, come dice Orfini, senza «segreterie di garanzia» o «altri orpelli con cui credono di logorarci pensando che siamo così scemi da farci logorare da loro», spiega un pasdaran renziano, assai voglioso di indurre «i vari Bersani e D’Alema, a farla, sta’ scissione».
Renzi e i suoi metteranno ai voti il seguente timing congressuale: il 18 febbraio convocazione dell’Assemblea nazionale che indice il congresso (qui s’annida l’unico vero rischio, per Renzi: l’Assemblea può votare un altro segretario, se si trova una maggioranza alternativa).  Poi, ‘Convenzioni dei circoli’ (dove si presentano le candidature e in cui possono votare solo gli iscritti dem in regola con le quote 2016, termine prorogato al 28 febbraio), nel giro di un mese al massimo.
A FINE marzo, ‘Convenzione nazionale’ che screma le candidature fino a un massimo di tre (purché abbiano preso almeno il 5% dei voti). Infine, ai primi di aprile (il 9, il 16 o il 23 aprile), celebrazione delle primarie per il segretario, carica che nel Pd coincide con il candidato premier: i famosi gazebo cui votano iscritti ed elettori.
Dal Nazareno giurano che «la data del congresso non è collegata alla data del voto alle Politiche, che invece dipende dalla legge elettorale e dalle scelte del governo» (oggi, in Direzione, ci saranno il premier Gentiloni e il ministro Padoan), ma è facile pensare che, una volta legittimato dalla mega-gazebata (obiettivo, 4 milioni di elettori), il nuovo segretario del Pd, appena potrà andare al voto anticipato, ci andrà. A costo di far cadere «l’amico Paolo» che, in ogni caso, non potrà che «prendere atto» del fatto.
Resta in piedi una domanda: cosa faranno i pezzi di maggioranza «diversamente renziana» che sostiene Renzi ma non lo ama? Si tratta di metà dei Giovani Turchi, Area dem e Sinistra&cambiamento, tre aree che fanno riferimento a tre ministri: Martina, Franceschini, Orlando, il quale nutre forti perplessità sul percorso e lo dirà forte. «Staranno con noi», dicono sicuri dal Nazareno, «ma anche se volessero ripensarci, abbiamo i numeri sia in Direzione che in Assemblea nazionale per decidere da soli».

2) Il Pd, un partito sempre più sull’orlo della scissione: la sinistra si ritrova a Firenze, Renzi prepara il congresso per farla uscire allo scoperto. 

12 febbraio 2017 – Ettore Maria Colombo – ROMA

IL PD è sempre più sull’orlo della scissione. Oggi, a Firenze, nell’ambito dell’iniziativa unitaria di tutta la sinistra dem (tranne Cuperlo), «Può nascere un fiore», si vedranno i tre candidati antagonisti di Renzi (Speranza, Emiliano, Rossi. Gli anti-renziani di sinistra hanno già deciso di usare «ogni strumento», dallo Statuto alla «carte bollate», per fermare Renzi se il segretario chiederà, come è molto probabile, un congresso straordinario del Pd ma da consumarsi last minute, a partire da marzo ed entro maggio. Roberto Speranza chiede «un congresso vero». «Altrimenti – spiegano gli anti-Renzi – «reagiremo: nel partito usando lo Statuto e fuori, organizzandoci per la scissione». Davide Zoggia parla apertamente di «clima pessimo, con Renzi siamo vicini alla rottura».
E dato che i guai, nel Pd, non vengono mai soli, ora è il turno di una nuova linea divisoria: corre tra i renzianissimi e i gentiloniani. Ieri, sui cellulari di molti pasdaran dell’ex premier girava un fotomontaggio in cui si si vede Trump col telefono in mano che dice «Vorrei parlare con il premier» e Gentiloni che risponde «Può dire a me»…
L’ironia corre su Facebook, filone battute di Osho, ma indica che il livello di guardia, tra i pretoriani di Renzi e gli «amici di Paolo», è stato raggiunto e quasi superato.

I SEGNALI di insofferenza dell’inner circle renziano per Gentiloni non si contano più. Fanucci, giovane deputato renziano, ha raccolto 37 firme («il 10% dei nostri deputati» sfotte Boccia) per dire no all’aumento delle accise su tabacchi e benzina nella prossima manovrina che Padoan dovrà fare per rispettare i vincoli imposti dalla Ue. La raccolta firme ha suscitato una vera e propria «gelata» nei rapporti tra i pretoriani del renzismo e i «gentiloniani» (Giachetti, Realacci, Bonaccorsi). Poi c’è stata la lite al fulmicotone tra Renzi e Padoan con il primo che lo attacca duro, sulla manovrina, e poi lo invita in Direzione per rimediare, e il secondo che si presenterà sì, ma per impartire una lezione di economia. Infine, le tensioni dentro il consiglio dei ministri: quando i titolari dei dicasteri affastellano idee e progetti, solo Luca Lotti ricorda «bisogna prepararsi al voto».

Ecco, è in questo clima di crimini (minacciati) e sospetti (reali), che il Pd si avvicina alla Direzione show down, quella di lunedì 13. Renzi ha davanti a sé tre strade e, con la consueta abilità da manipolatore dei media e giocatore di poker, fa diffondere tre versioni tutte e tre possibili (e verosimili) delle sue prossime, decisive, mosse.

LA PRIMA la sanno anche i sassi: puntare dritti al voto anticipato a giugno, con qualsiasi legge elettorale possibile, risparmiando ai suoi avversari interni (Franceschini e Orlando) e ‘interni/esterni’ (Bersani, etc.) l’onere di una rottura storica e, di certo, drammatica. Quella scissione che D’Alema e alcuni bersaniani (Zoggia, Leva) stanno però già organizzando nei territori costruendo ‘Consenso’, la rete di D’Alema. La seconda – se Franceschini e Orlando non riusciranno a farlo ragionare («Renzi ha l’ossessione di rileggittimarsi, ma proveremo a fermarlo» assicurano gli uomini dei due ministri) – è il congresso anticipato con indizione del percorso a marzo e voto finale (primarie interne) a maggio. Un redde rationem sanguinoso.

La terza corre sul filo del telefono di alcuni renziani di alto lignaggio: dice che Renzi metterà entrambe le pistole sul tavolo: chiederà il congresso anticipato «e anche» le elezioni anticipate, da tenersi l’11 giugno o il 24 settembre. Spaccando per sempre il Pd.

 


3) Non ci sto a fare il bersaglio. Renzi prepara la Direzione del Pd e il congresso dem.

11 febbraio 2017 – Ettore Maria Colombo – ROMA  

«Non ci sto a fare ancora il bersaglio per mesi» è l’unica frase che il segretario del Pd, Matteo Renzi, fa filtrare ieri, peraltro a Unità tv. La frase si presta a due assai diverse interpretazioni, anche se entrambe consistono nel tipico azzardo da giocatore di poker. Lunedì, davanti alla Direzione, Renzi si presenterà al parlamentino del Pd mettendo sul tavolo due scelte entrambe drammatiche per chi lo sostiene come per chi lo osteggia, anzi: vuole «cuocerlo a fuoco lento». Renzi metterà tutti davanti a un bivio: «congresso anticipato, entro maggio, con le mie dimissioni», o «voto a giugno, con una legge elettorale nuova». Renzi, pur di ottenere il voto, è pronto ad aprire, «se gli altri ci stanno», al premio alla coalizione che Franceschini e Alfano chiedono o a votare «con le leggi uscite dalle decisioni della Consulta su Porcellum e Italicum, armonizzandole il più possibile». «Naturalmente – dirà il segretario – con l’accordo di tutti noi». E pazienza se la minoranza dirà di no e farà la scissione, andando al voto dietro le insegne del neo partito di D’Alema unito a quello di Vendola. E pazienza anche «se Gentiloni ci resta male»: l’irritazione di palazzo Chigi per le intemerate dei renziani che raccolgono firme
contro la manovrina è stata già messa nel conto. Tanto che, lunedì, Padoan è stato invitato sì in Direzione, ma a spiegare perché «l’Italia non può permettersi manovre recessive».

L’alternativa a questo percorso di guerra – che vuol dire scontrarsi in modo duro con la Ue, il Colle, gli altri partiti in Parlamento, i poteri forti che vogliono stabilità, etc. – è ancora più drammatica. Renzi, infatti, «se dovesse prendere atto che il suo partito dice ‘no’ al voto a giugno – spiega un fedelissimo – annuncerà le sue dimissioni da segretario per avviare l’iter di un ongresso straordinario». Un congresso non ‘ordinario’, come quello che gli chiede la minoranza dem ma anche Orlando, da tenersi, cioè, tra giugno e ottobre. Vuol dire congresso ‘lampo’, a tappe forzate, come l’ex premier voleva fare già a dicembre, subito dopo la sconfitta al referendum.
Dimissioni immediate, reggenza affidata al presidente del partito (Orfini), convocazione dell’Assemblea nazionale, via al percorso congressuale. Con una postilla tecnica non da poco: tranne i congressi di circolo, quelli provinciali e regionali verrebbero rinviati a una
seconda fase. E’ il solo modo per bruciare le tappe: convenzione nazionale ad aprile, primarie tra i vari contendenti a maggio per chiudere la pratica ben prima che, l’11 giugno, si tengano elezioni amministrative in cui il Pd può perdere città chiave. L’obiettivo di
Renzi è duplice: «mettere paura» ai pezzi della sua maggioranza, i big Franceschini, Martina e Orlando, fingendo di forzare su un congresso anticipato che nessuno dei tre ministri vuole, e pure a una minoranza non ancora pronta a una sfida congressuale perché divisa in partes tres (Speranza, Rossi, Emiliano, e nessuno che intenda rinunciare alla
corsa). Quale sarà l’azzardo finale di Renzi? Non è ancora detto, non si sa. La sola cosa certa è che lunedì, per il Pd, sarà un giorno decisivo.

NB: I tre articoli sono stati pubblicati tra l’11 e il 13 febbraio sul Quotidiano Nazionale. 

Renzi ha scelto: il ‘compagno Andrea’ all’Organizzazione. Chi è Andrea Rossi: reggiano, ex bersaniano, braccio destro di Bonaccini in Regione.

(ER) PD. ROSSI: IO IN NUOVA SEGRETERIA RENZI? NO COMMENT/FT (FOTO 1 di 1)

Andrea Rossi e Stefano Bonaccini, governatore dell’Emilia-Romagna, di cui è sottosegretario

Ettore Maria Colombo
ROMA
«NO COMMENT». Risponde così, Andrea Rossi (classe 1976, sposato, ‘casalgrandese’ da sempre, come si definisce nella sua stringata bio, cioè uomo radicato e orgoglioso della sua Casalgrande, paese del reggiano di cui è stato sindaco dieci anni, dal 2004 al 2014), il nuovo responsabile Organizzazione del Pd. Lo ha voluto direttamente e cocciutamente lo stesso Matteo Renzi contro le pressioni del ministro Martina (che voleva quella poltrona per sé) e le resistenze dell'”Apparato” (quello ex Dc-Ppi, però, in questo caso, che pure nel Pd c’è).
Chi conosce «il compagno Andrea» sa che la nomina è ben più di un gossip, ma sa anche che il ragazzo è fatto così: quadrato e riservato. Ergo, fino all’ufficializzazione della notizia (anche qui Renzi ha deciso che la nuova Segreteria, con relativo ‘rimpasto’ di cui si parla da settimane, diventerà ufficiale sabato 21 gennaio quando il Pd mobiliterà tutti i suoi circoli), da Rossi non uscirà una ‘ah’. Nato, politicamente, nei Ds (anche perché nel 1991, quando venne sciolto il Pci, aveva 15 anni…), partito dove si è fatto le ossa, poi entrato nel Pd (oggi è membro della Direzione Nazionale e della Direzione provinciale di Reggio-Emilia), Rossi è quello che, una volta, ai tempi del Pci, veniva definito il perfetto «uomo macchina».
Infatti, sia da bersaniano prima («di ferro») che da renziano poi (altrettanto «di ferro»), Rossi quello fa e sa fare: organizza. Il suo paese natìo, la sua provincia (Reggio), la sua regione. E non è un caso che l’attuale governatore, Bonaccini – a sua volta ex bersaniano diventato renziano – una volta che lo scoprì, tanti anni fa, poi se l’è portato dietro ovunque fino alla presidenza della Regione Emilia-Romagna, di cui Rossi è oggi sottosegretario.

MA LA SCINTILLA tra il Rottamatore fiorentino e il casalgrandese come e dove è nata? Rossi appoggia Bersani contro Renzi alle primarie 2012, poi arrivano le Politiche 2013, Bersani ‘non vince’, Rossi ci pensa su e scrive una lettera aperta: «Forse è il caso di ripartire da zero>, il che però vuol dire, per Rossi, <<da Renzi». E così quando Renzi si candida alle primarie del 2013 contro Cuperlo parte da due Feste dell’Unità che sono due topos dell’iconografia post-Pci: Bosco Albergati (Modena) e Villalunga-Casalgrande (Reggio). E a ‘organizzare’ il trionfo di Matteo nell’Emilia-Romagna ancora «rossa» è lui, il «compagno Andrea». Renzi, folgorato dalle sue capacità, lo chiama nel comitato nazionale a Firenze e Rossi entra in rapporto con Luca Lotti, che se lo porta pure a Roma.
Poi la candidatura in Regione, l’elezione, il lavoro con un Bonaccini che oggi può giustamente rivendicare di averlo ‘scoperto’ lui, al Rossi. E un rapporto con ‘Matteo’ che passa anche per gli sfottò e sul calcio: Rossi è tifosissimo della Juve, Renzi della ‘Viola’, i due si scambiano sms ‘anche’ sul campionato, oltre che, ovviamente, sulla politica…
Certo, la nomina di Rossi non è ancora ufficiale. Dal suo entourage, per sdrammatizzare, rispondono con un battuta: «stiamo costruendo la Segreteria, che per Statuto ha 15 membri, mica la Direzione, che ne conta duecento…». Come a dire: “Chi entra Papa, in un conclave, esce cardinale…”. Ergo, qualcuno resterà fuori per forza, dalla Segreteria.

In effetti, qualche problema è sorto, lungo la strada. Renzi doveva formalizzare la nuova Segreteria nazionale oggi, ma è slittato tutto al 21. I motivi? Una rinuncia eccellente (lo scrittore Carofiglio), le perplessità di alcuni sindaci (Bonajuto), i soliti appetiti delle correnti che stanno col segretario, ma urlano «vogliamo di più» (Area dem, l’area Martina, i Giovani Turchi). E la preoccupazione di Guerini – che cederà volentieri l’Organizzazione a Rossi perché impegnatissimo sul fronte politico nazionale e perché la riteneva, da tempo, «troppo gravosa» – e Serracchiani di riuscire a «compensarle» tutte.

Infatti, la nuova segreteria del Pd – composta per Statuto da 15 membri più Renzi e due vice, Guerini e Serracchiani – vede varie new entry, molte uscite, poche conferme.
Entrano di sicuro Nannicini (Economia), Fassino (Esteri) e l’emiliano Andrea Rossi (all’Organizzazione). In forse, nelle ultime ore, alcuni innesti che parevano sicuri dello scrittore Gianrico Carofiglio e di uno dei due sindaci del Sud cui Renzi aveva chiesto una mano (Falcomatà di Reggio Calabria e Ciro Bonajuto di Ercolano) mentre è sicuro l’arrivo di Mattia Palazzi, sindaco di Mantova. Escono ben quattro donne (Paris, Capozzolo, Covello, Braga), giudicate «inesistenti» da Renzi, e una, Campana, coinvolta in Mafia Capitale, Amendola e Tonini, invece, per altri impegni istituzionali sopraggiunti. Resistono in sei: Ermini (Giustizia), Fiano (riforme), De Maria (Formazione, area Cuperlo), Ricci (Enti locali), Puglisi (Scuola), Taddei (lavoro). I renziani Carbone e Bonaccorsi pure in forse.

MORALE: Renzi – che, in realtà, ha in testa molto altro (la data del voto, la legge elettorale, etc.), ma che ha anche capito, stavolta, che senza un vero e pieno rilancio del partito non va da nessuna parte – si è preso un paio di giorni in più per riflettere. La Segreteria sarà varata solo venerdì. Oggi, mercoledì, al Nazareno, si vedranno i segretari regionali e provinciali, convocati dai due vicesegretari, Guerini e Serracchiani, per fare il punto e coordinare le tante iniziative incombenti: il 21 gennaio mobilitazione dei circoli dem; il 27-28 gennaio, a Rimini, conferenza di tutti gli amministratori locali e rentreé pubblica del leader, il 4 febbraio iniziativa sull’Europa. Tutti appuntamenti, tranne quello del 27-28 gennaio, quando parlerà dal palco, in cui Renzi ha deciso di adottare, d’ora in poi, il «modello Young Pope»: farsi vedere poco e far crescere l’attesa è l’idea (chissà se piacerà).
Una cosa è certa: spetterà al «compagno Andrea» raccogliere, intorno al ‘giovane leader’, nuove e fresche folle plaudenti. Non sarà facile, ma il compagno Andrea ha spalle larghe.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 18 gennaio 2017 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Meb e Luca, simul stabunt simul cadent. I destini incrociati di Lotti e Boschi, gemelli diversi del ‘giglio magico’ di Renzi oggi nel governo Gentiloni

Italy Politics

Lotti e Boschi alla cerimonia del giuramento del governo Gentiloni

MARIA Elena e Luca, ‘la’ Boschi e ‘il’ Lotti, ‘Meb’ e ‘Lampadina’, l’aretina e l’empolese, il giovane avvocato di Laterina che scopre la politica sul lato dalemiano (parteggiava per Michele Ventura che perse male le primarie a candidato sindaco di Firenze contro Renzi) e, solo dopo, su quello renziano, e il “carrarmato” di Matteo Renzi da quelle primarie in poi, cioè da sempre. I loro destini sono legati da anni, da quando il loro ‘Re Sole’, Renzi, decise il grande salto: da presidente di Provincia a sindaco di Firenze, dal locale al globale, candidato alle primarie contro Bersani (perse) e poi contro Cuperlo, (vinte) segretario del Pd e poi successore di Enrico Letta a palazzo Chigi. L’ascesa, il trionfo, dietro «Cesare» e, ora, da poco, la caduta, ben più repentina e drammatica del trionfo, e per entrambi, causa quel maledetto referendum costituzionale del 4 dicembre per cui si erano impegnati, entrambi, anima e corpo (tanta ‘anima’ e pure tanto ‘corpo’). Insomma, come dicevano i latini, ‘simul stabunt, simul cadent’: cade l’uno, cade l’altro, se restano, lo fanno insieme. Ma sarà poi così vero o, invece, anche i loro due destini stanno per separarsi per sempre?

TANTO che la caduta della Boschi, esposta per forza di cose al pubblico ludibrio in quanto «madre regina» della riforma costituzionale da lei voluta – con Renzi – seguita, partorita, nata, promossa (in Parlamento) e bocciata (nelle urne referendarie), è stata più eclatante e pesante di quella di Lotti, sempre spettinato e sempre vestito un po’ male, finto casual, parco di dichiarazioni, interviste, comizi. Ieri era lei a sorridere, felice e soddisfatta, nel salone delle Feste di palazzo Chigi mentre lui sorrideva timido nel Salone delle Cerimonie del Quirinale. Tailleur nero formale, assai lontano dal completo blu elettrico indossato 2 anni fa quando giurò da ministra nelle mani di Napolitano, Maria Elena è tornata radiosa.
Eppure, dicono i renziani ‘cattivi’, «la sua è una evidente diminutio. Esce da ministro di Renzi ed entra sottosegretario nel governo Gentiloni. Seguirà le sedute del consiglio dei ministri, ma è una pura funzione notarile: scriverà l’ordine del giorno, terrà l’agenda delle riunioni, punto». Le cose, in realtà, sono sempre meglio di come appaiono: quel ruolo, che fu di Gianni Letta è «un ruolo importante, un ruolo chiave» dicono i suoi, senza dire che terrà, pare, due deleghe ereditate dal ministero precedente (Pari Opportunità e Adozioni). Eppure, alle Riforme, Lei non poteva restare. Per dialogare con gli altri partiti, sulla legge elettorale, serviva una persona meno divisiva. Ed ecco, infatti, che alle Riforme va la paziente, e glaciale, oltre che esperta, Anna Finocchiaro, che pure di Meb è stata – al Senato e, più in generale, al partito e con gli altri partiti – una vera ‘madrina’ (“Mi è scattato il maternage”, disse di lei, dopo aver detto, invece, di Renzi, che era “un miserabile” perché voleva escluderla dalle liste alle Politiche) su riforme e legge elettorale.
Inoltre, Renzi non si fa vedere in pubblico con lei da troppo tempo: Leopolda 2015, per la precisione, quando il crac di Banca Etruria piombò tutto e solo sul capo di suo padre.
Infine, i suoi sms continui, quasi insistenti, di certo pieni di pathos, per convincere il neo premier, Gentiloni, quasi stupito – così si dice – da tanta gentile insistenza, che di certo non l’hanno aiutata a fare una bella figura, ieri nel partito, oggi nell’opinione pubblica.
Renzi, di certo, non l’ha mollata («Farai quello che vorrai, decidi tu», le ha detto), anzi, l’ha aiutata quello che basta, ma per vincere il congresso e le elezioni serve Lui, Luca Lotti. Promosso ministro allo Sport, che a una prima occhiata sembra una delega assai «leggera», mantiene le deleghe (pesanti, pesantissime) all’Editoria e al Cipe, cioè i soldi che – più o meno a pioggia – arriveranno al governo e verranno distribuiti, specie al Sud, per non dire del fatto che il capitolo ‘nomine’ degli enti e cda di Stato sempre a lui resterà.
CERTO, non arriva la delega ai Servizi segreti, delega che Gentiloni si tiene ben stretta e a cui Lotti mirava perché era suo vecchio pallino, anche se i suoi dicono che “non è vero” e che “non ci ha mai pensato a volere quel posto” e che, casomai, puntava a un altro bersaglio grosso, il ministero degli Interni, che invece è andato a un suo vecchio rivale, Marco Minniti (già dalemiano, poi veltroniano, ora renziano di complemento) che aveva in mano proprio i servizi. Ma il vero «bingo» Lotti lo fa nel solo essere diventato ministro e, di conseguenza, nel partecipare alle riunioni del cdm. Pochi sanno che pur avendo il ruolo di sottosegretario, Lotti, fino a ieri, non ci entrava nemmeno, nel consiglio dei ministri: a verbalizzare le sedute – atto che, da oggi, sarà compito della Boschi – era De Vincenti.
Ma è lì dentro che si decide «la Politica», scelte di governo e non solo. «Nel cdm sono entrati, o rientrati, tutti i capi corrente del Pd (Franceschini, Orlando, Martina, ndr) – spiega un ‘lottiano’ – ma mancava proprio un… renziano e Luca è il capocorrente di Renzi. Prima non serviva, perché al governo c’era Matteo, e Luca gli stava subito dietro, sempre, ora serve, eccome se serve». Eccola, dunque, la spiegazione: Lotti agirà da «dante causa» di Renzi, senza dire che «darà una mano a Renzi per preparare il congresso, vincerlo e andare al voto».Certo, Lotti – ombroso e silenzioso di suo – dovrà diventare più loquace, forse persino «simpatico», agli occhi di un opinione pubblica che lo conosce assai poco.
Ma tant’è, à la guerre comme à la guerre. E Maria Elena? Sorriderà, guardando il cdm dentro e il governo da vicino, da palazzo Chigi, ammaliante, come sa fare solo lei.
Alla faccia delle polemiche e dei tormentoni contro il suo volto, e il suo ruolo, che sono già partite. Alla faccia anche di quei renziani che, ieri, perfidi, più che cattivi, dicevano: «Mantenere Maria Elena al governo è peggio di un delitto, è un grave errore politico».

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 13 dicembre 2016 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)