“Gli irresponsabili”. Perché, in Italia, al Potere si perdona sempre. La recensione al bel libro di Alessandra Sardoni

Alessandra Sardoni

L’anchorman de La 7 Alessandra Sardoni

Ettore Maria Colombo  ROMA

“Finché è forte, al Potere si perdona”. Il problema è quando non lo è più o non lo è ancora. Le parole tratte dalla Introduzione dell’ultimo libro di Alessandra Sardoni (Irresponsabili. Il potere italiano e la pretesa dell’innocenza, Rizzoli, Milano, 285 pagine, 18 Euro) potrebbero anche esserne la sua conclusione o l’epitaffio. L’autrice, infatti, conduce con rigorosa analisi e dovizia di testi, richiami, citazioni, colloqui e testimonianze inedite, un ‘lungo viaggio al termine della notte’ di uno dei mali oscuri del Potere del nostro Paese, l’irresponsabilità. Se, infatti, come spiega la Sardoni, all’estero vale l’adagio del “chi sbaglia, paga”, nell’Italia figlia della Controriforma cattolica, del ‘Franza o Spagna, purché se magna’, persino di lunghe dittature alla cui fine, implacabile, arrivava l’amnistia (concessa dal Nemico, il comunista Togliatti), vale il principio opposto: “Chi sbaglia, non paga” ,appunto. Vale, di conseguenza, anche l’adagio solo da noi valido: “In qualunque altro Paese (Germania, per una tesi di laurea copiata, Gran Bretagna per i contributi non pagati alla colf, Svezia per qualsiasi cosa appena poco commendevole…) si sarebbe dimesso”. In Italia, cioè – è questa la convincente e ben argomentata tesi della Sardoni – “la responsabilità individuale, nelle sue dimensioni politiche ed etiche, è l’oggetto di multiformi tecniche di elusione e di stratificati (e autodifensivi) aggiustamenti che fanno sì che chi sbaglia non paghi”. Sardoni individua anche i suoi ‘idealtipi’, alcuni davvero mefistotelici, altri solo davvero ‘non’ furbi.

Cinque le categorie analizzate e scandite in cinque capitoli. La prima è quella degli Incolpevoli: si parla del capo della Polizia Gianni De Gennaro e della notte della scuola Diaz nelle tremende giornate del G8 di Genova del 2001 (è il capitolo più denso, vibrante e appassionato del libro) in un clima figlio del consociativismo e dell’opacità del Potere. Si passa poi agli Inconsapevoli: qui vengono raccontate le disgrazie (e le vite) ‘parallele’ di due ministri, il centrista Maurizio Lupi (governo Letta), che si dimise da non indagato per un Rolex regalato al figlio e la ministra tecnica Annamaria Cancellieri (governo Monti e Letta) che non si dimise per interessi privati in atti d’ufficio ben più gravi, interessante caso di ‘doppiopesismo’ nello stesso governo. Si arriva ai Prigionieri, dove viene descritto l’eterno conflitto tra politica e giustizia, si attraversano gli Esodati – dove la prospettiva viene invertita e, come in un giallo, si scopre che la ministra Elsa Fornero non solo non fu l’assassino, ma forse la vittima, di certo il capro espiatorio – e si finisce con i Revisionisti. Capitolo che meriterebbe un capitolo a parte perché indaga, con dovizia di particolari, il presunto ‘complotto’ del 2011 ordito ai danni di Berlusconi e del suo governo da ‘centrali’ europee e internazionali.

E qui, al di là della tesi (in buona sostanza: nessun complotto, Berlusconi cadde per le sue incapacità e incompetenze), va detto qualcosa dell’autrice. Sardoni non è solo la elegante, gentile e ferma conduttrice diOmnibus su La 7 e la inviata del tg di Mentana finita a imperitura memoria nella spassosa imitazione di Maurizio Crozza, ma anche una studiosa tenace e rigorosa che legge, analizza, si documenta, ragiona, compara, scrive tesi e analisi originali. Come già nel suo precedente libro (Il fantasma del leader), dove indagava alcune figure chiave del centrosinistra. Qui, però, ilpaso doble di Sardoni conduce a ragionamenti erga omnes escientificamente validi sulla natura del Potere italico. Con la ineluttabile e amara conclusione: “Scartare la responsabilità individuale è funzionale alla conservazione del potere, qualunque esso sia” o che, in positivo, non basta “metterci la faccia”, occorre accettarne le conseguenze.

NB: Questa recensione è stata pubblicata nell’inserto libri (Il piacere della lettura) di Quotidiano Nazionale del 13 maggio 2017.

Italicum e non solo: chi, come e perché vuole superare l’attuale legge elettorale

L'aula di Montecitorio vista dall'internoUfficialmente, non esistono trattative, sulla legge elettorale in vigore, l’Italicum. Esiste solo una mozione parlamentare votata a metà settembre dalle forze della maggioranza di governo (Pd+Ap+Misto+Popolari+Ala) che impegna, in modo molto generico, la Camera dei Deputati ad “avviare una ricognizione tra le forze politiche” sulla revisione della legge elettorale. Eppure, si sussurra in Transatlantico e si scrive sui giornali, Renzi avrebbe dato mandato a suoi emissari (in primis il vicesegretario dem, Lorenzo Guerini) a discutere con le forze politiche di opposizione e predisporre un tavolo di modifiche – molto diverse tra di loro – per avviare una reale modifica alla legge elettorale prima che si tenga il referendum costituzionale del 4 dicembre. Una tappa importante di questa discussione, molto ampia e approfondita non solo tra i diversi partiti ma anche all’interno del partito del premier, il Pd, sarà la Direzione nazionale del Pd che si terrà il prossimo 10 ottobre. La singolarità della discussione è data da diversi fattori. Il primo: potrebbe trattarsi della prima legge elettorale (l’Italicum è in vigore dal I luglio 2016) che viene modificata, o del tutto stravolta, prima ancora della sua effettiva utilizzazione (potrebbe cioè essere ‘nata morta’). Il secondo: tutti i partiti, e le correnti dei vari partiti, fanno i conti senza l’oste, e cioè senza sapere i possibili rilievi di costituzionalità della Corte costituzionale sull’Italicum. La Consulta doveva pronunciarsi il 4 ottobre, ma ha deciso di rinviare la decisione a dopo il referendum e la Corte potrebbe bocciare, in tutto o in parte, l’Italicum o addirittura promuoverlo e così comunque cambiare radicalmente lo stato della discussione tra le forze politiche. Il terzo: sulla legge elettorale – causa il suo presunto ‘combinato disposto’ con la riforma costituzionale – si accapigliano di più le varie correnti e anime del Pd che tutti gli altri dei partiti (Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia) che hanno rinviato ogni discussione e trattativa a dopo il referendum o non intendono trattare tranne sulla loro proposta (M5S)…

In ogni caso, ecco le diverse proposte in campo, sulla legge elettorale, cosa prevedono e a chi potrebbero tornare utili.

 ITALICUM

Che cos’è. E’ la legge elettorale in vigore in Italia dal I luglio 2016 e vale solo per la Camera dei Deputati. E’, di base, un sistema proporzionale con sbarramento nazionale al 3%, premio di maggioranza e ballottaggio.

Come funziona. Attribuisce 340 seggi su 630 (25 in più dei 316 necessari per avere la maggioranza assoluta, fissata a 315) alla lista che supera il 40% al primo turno o, se nessuna lista raggiunge tale soglia, alla lista vincente il ballottaggio (o secondo turno) tra le prime due meglio piazzate. Gli altri 290 seggi vengono distribuiti alle altre liste con metodo proporzionale e sbarramento unico nazionale fissato al 3%. Si basa su 100 collegi, capolista bloccati, poi preferenze. Ammesse le multi-candidature.

A chi conviene. Banalmente, conviene a qualsiasi partito vinca il ballottaggio cui garantisce la maggioranza assoluta di seggi alla Camera. Produce maggioranze di governo stabili, premia le liste o listoni singoli (Pd e M5S soprattutto) e punisce le forze piccole che si presentano da sole in quanto le priva della possibilità di partecipare al governo con la forza politica più grande e, teoricamente, alleata della più piccola (esempio: Ncd versus Pd) ma non le priva affatto della rappresentanza (soglia al 3%). Non conviene al centrodestra, plausibilmente presente sempre come coalizione.

MATTARELLUM 2.0

Che cos’è. E’ la proposta avanzata dalla minoranza bersaniana del Pd e depositata al Senato sotto forma di proposta di legge da 21 senatori dem.

Come funziona. Prevede l’elezione di 475 deputati (su 630) in collegi uninominali a turno unico e i candidati dei partiti scelti con primarie per legge. Gli altri 143 seggi, al netto dei 12 seggi da eleggere nelle circoscrizioni Estero con il proporzionale, vengono così ripartiti: 90 seggi assegnati come premio di governabilità alla prima lista o coalizione, ma con un limite di 350 deputati, 30 seggi alla seconda lista o coalizione, 23 seggi divisi tra le liste che superano il 2% dei voti e con meno di 20 eletti.

A chi conviene. Secondo i suoi proponenti garantisce comunque la governabilità alla lista o coalizione vincente. Secondo i suoi detrattori, in una situazione come quella attuale di tripolarismo non garantisce mai un vincitore perché tra collegi e premio non si supererebbero mai i 290 seggi. La lista o coalizione vincente potrebbero dover fare accordi in Parlamento. Garantisce una buona rappresentanza a tutte le forze politiche oggi presenti e anche a forze politiche piccole ma nuove (es: un partito di D’Alema che nascesse a sinistra del Pd) dato lo sbarramento al 2%. Conviene a chi – nel centrodestra come nel centrosinistra – vuole mantenere intatte le proprie forze e trattare poi, in Parlamento, la nascita di un governo di coalizione (es: Pd partito maggiore + partiti minori) o di grande coalizione (Pd+FI).

PROVINCELLUM

 Che cos’è. E’ l’idea del deputato toscano del Pd Dario Parrini, renziano.

Come funziona. E’ un sistema di base proporzionale che mantiene il premio di maggioranza e il doppio turno ma elimina capolista bloccati, multi-candidature e preferenze. L’Italia verrebbe divisa in 630 collegi di base provinciale, simili ai collegi uninominali: 618 collegi nel territorio più i 12 seggi all’Estero, ma con ogni collegio non superiore ai 100 mila abitanti di grandezza contro i 600 mila abitanti dei collegi dell’Italicum. I collegi, però, non sono maggioritari: i partiti presentano ciascuno un nome di candidato per ogni collegio ma passa il candidato che, nell’ambito provinciale della circoscrizione, ha ottenuto il miglior risultato nei collegi. Dato che ogni partito ha un solo candidato per collegio, il ballottaggio viene effettuato qui: se nessuno candidato raggiunge la soglia indicata al primo turno (40%) si va al ballottaggio. La lista più votata otterrebbe 345 seggi, il 55% del totale (premio di maggioranza del 15% al primo turno).

A chi conviene. Mantiene ferme le basi dell’Italicum (ballottaggio e premio di maggioranza) e ne cancella il metodo di selezione dei candidati (collegi provinciali invece del mix capolista bloccati/preferenze). Assicura comunque una maggioranza solida alla lista o coalizione vincente. Aiuta i candidati forti nei diversi collegi più che i partiti. Potrebbe penalizzare FI e, in parte, anche M5S, mentre potrebbe aiutare soprattutto il Pd e la Lega.

PREMIO ALLA COALIZIONE

Che cos’è. I piccoli partiti, Ncd su tutti, ma anche Ala di Denis Verdini e l’area che fa capo a Dario Franceschini nel Pd, propone di tenere fermi i principi fondanti dell’Italicum (premio di maggioranza, ballottaggio, preferenze, capolista bloccati) con una sola modifica ma fondamentale: assegnare il premio di maggioranza non alla prima lista, ma a una coalizione di più partiti, incentivando il potere coalizionale delle liste. L’alternativa, in subordine, è prevedere la possibilità dell’apparentamento tra diverse liste tra il primo turno in cui ogni partito si presenta da solo e il secondo turno dove si corre e si vince insieme (il premio sarebbe dato qui).

A chi conviene. Conviene ai partiti che riescono ad aggregare le coalizioni quindi in primis al centrodestra, meno al centrosinistra, per nulla all’M5S.

ALTRE PROPOSTE MINORI

Matteo Orfini, capofila dei Giovani Turchi del Pd, propone un sistema proporzionale sul modello greco: turno unico e premio di maggioranza al primo partito fissato al 15% (50 deputati su 350). Se nessuno lo raggiunge, i seggi vengono ripartiti tutti proporzionalmente.  Sbarramento al 3%. Il deputato del Pd Giuseppe Lauricella vuole cancellare il ballottaggio dall’Italicum: solo se un partito o una coalizione supera da solo il 40% dei voti ottiene il premio di maggioranza, altrimenti c’è un proporzionale puro. Il presidente del gruppo Misto, Pino Pisicchio, propone di assegnare il premio di maggioranza alla coalizione e che il ballottaggio sia valido solo se va a votare il 50% degli aventi diritto (in caso contrario i seggi vengono ripartiti proporzionalmente secondo i risultati ottenuti al primo turno). Il capogruppo di Ap alla Camera, Maurizio Lupi, ha avanzato la proposta di sistema proporzionale a turno unico ma senza ballottaggio e con premio di maggioranza alla coalizione (e non alla lista) di 90 seggi, tenendo ferme preferenze e capilista bloccati.

A chi conviene. Come nel caso del premio assegnato alla coalizione vincente e non alla lista, tutte queste proposte ‘minori’ tendono a non far ottenere mai nessuna maggioranza larga a una coalizione o partito vincente e a obbligare i partiti a formare grandi coalizioni o accordi dopo il voto.

DEMOCRATELLUM

Che cos’è. E’ la proposta di legge elettorale avanzata dal Movimento Cinque Stelle e scritta dal deputato Danilo Toninelli.

Come funziona. E’ un sistema proporzionale basato su collegi intermedi, soglie di sbarramento e preferenze, sia positive che negative. Preferenze negative vuol dire che, al momento del voto, si hanno a disposizione due schede elettorali, una per il voto di lista e una per il voto di preferenza. Il voto di preferenza può essere anche negativo, e quindi il cittadino può decidere di penalizzare un candidato cancellando il nome dalla lista votata. La preferenza, singola o doppia, può essere diretta anche al candidato di una lista diversa da quella votata (si chiama sistema del voto disgiunto). Le circoscrizioni elettorali sono 42, dalle più piccole alle più grandi, divise al loro interno in collegi plurinominali che assegnano da 9 a 13 seggi. Vuol dire che 33 circoscrizioni assegnano il 60% dei seggi e le restanti 10 ne assegnano il restante 40%. Per il senatori le circoscrizioni sono regionali. La soglia di sbarramento non è fissata a livello nazionale, ma esiste di fatto a livello di circoscrizioni e si può calcolare attorno al 5%. In questo modo, i partiti minori, sotto il 5%, verrebbero esclusi dal Parlamento, tranne quelli più forti a livello regionale. Non è previsto premio di maggioranza.

A chi conviene. In un sistema come quello attuale, che è tripolare, il ‘Democratellum’ dei Cinque Stelle si limiterebbe a registrare i rapporti di forza tra le principali forze politiche e costringerebbe a governi di coalizione tra almeno due di esse (esempio: Pd-centrodestra o Pd-M5S). Tranne che per la Lega Nord, forte a livello territoriale, sancirebbe l’esclusione dal Parlamento di tutti i piccoli partiti attuali, da Ncd in giù.

NB. Queste schede sono state pubblicate, in estrema sintesi, sul Quotidiano Nazionale di sabato I ottobre 2016 e vengono presentate qui, invece, in forma estesa e argomentata.

Ncd in rivolta, i dissidenti del Senato vogliono la crisi di governo entro luglio. Ma Alfano resiste

alfano alla camera

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano

C’È UN gruppo di almeno otto senatori di Ncd che – capitanati dal capogruppo al Senato, Renato Schifani – chiede di uscire dal governo, aprendone di fatto la crisi al più presto, forse già entro luglio, in combutta con un paio di senatori di Ala (Falanga e Auricchio), inquieti da altrettanti giorni, se non settimane, e altri di Gal (Grandi Autonomie e Libertà).
Il momento (e la scusa) dell’incidente per mandare sotto Renzi è già stato individuato: è il ddl sulla riforma del bilancio degli enti locali. Pare uno dei tanti voti di routine che il governo dovrà affrontare la prossima settimana, in verità è una votazione particolare: occorre la maggioranza assoluta dei componenti dell’assemblea, ovvero 161 voti. All’inizio della prossima settimana, dunque, si capirà se il governo, al Senato, tiene oppure no.
«Senza neppure aspettare il referendum», come vorrebbe fare invece il capogruppo alla Camera, Maurizio Lupi, che ha lanciato il «modello Milano» e, per aprire la crisi di governo, vorrebbe aspettare il referendum. Forse garantendo un appoggio esterno, al governo Renzi, forse manco quello. In ogni caso decretando «la fine di un governo per noi istituzionale come quello Letta», come ricorda Lupi ai suoi, che poi aggiunge: «arrivati fin lì, alla celebrazione del referendum, il nostro compito è finito».

MA, appunto, molto di più di questo e, soprattutto, molto prima chiedono gli otto senatori ‘schifaniani’: una rottura immediata con il governo, e subito, al massimo entro luglio. E se la riunione del gruppo al Senato si fosse tenuta l’altra sera (si terrà, invece, a inizio della prossima settimana: è stata spostata causa, in teoria, rispetto per le salme di Dacca) l’avrebbero già chiesta, Schifani in testa. «Lasciare il governo e ricostruire l’area moderata»: la mette giù così il senatore, assai vicino a Schifani, Stefano Esposito. E dato che i guai non vengono mai soli, ben tre (Azzollini, Formigoni, Esposito) degli otto senatori citati ha partecipato a una riunione di tutti i senatori di centrodestra che ieri hanno organizzato il comitato del No al referendum costituzionale.
NCD, o meglio ciò che ne resta a livello di gruppi parlamentari (31 deputati e 31 senatori), è un partito sull’orlo di una crisi di nervi. Il caso «famiglia Alfano» (fratello, padre e il suo principale collaboratore al ministero e in Ncd, di cui detiene pure il marchio, Davide Tedesco, finiti nel tritacarne mediatico-giudiziario) non solo non ha fermato la frana, ma rischia di renderla definitiva. Naturalmente, la solidarietà al ministro dell’Interno arriva da tutti, governativi-ministeriali, anti-governativi e anti-ministeriali. E lui, Alfano, in una riunione lampo convocata ieri, a Montecitorio, dopo il question time, è stato drastico: «Non ci sarà alcun caso ‘Lupi 2’ (l’ex ministro si dimise dopo un inchiesta della Procura di Firenze di cui, dopo tre anni, non si sa nulla e in cui non era neppure indagato, ndr), io non mi dimetto», ha detto a un manipolo dei suoi deputati che gli si sono stretti intorno.

EPPURE, anche solo il ‘come’ viene offerta la solidarietà ad Alfano fa storcere la bocca a molti. Per dire, gli anti-governativi o ‘schifaniani’ hanno vissuto con malcelato disprezzo quello che definiscono «l’ossessivo attaccamento alle poltrone» degli alfaniani ministeriali (Lorenzin, Costa, Vicari, etc) i quali  – sibilano i senatori dissidenti – «si sono affrettati a dire che il governo Renzi va avanti e va sostenuto, fino e oltre al referendum».
D’altra parte, i ‘ministeriali’ o ‘governativi’ chiedono, da un lato, a Renzi e al Pd «di difendere Alfano a spada tratta perché – dice Sergio Pizzolante, vicino a Cicchitto – Angelino non è dimissionabile. Se viene giù lui, viene giù tutto il governo. E dopo, con l’aiuto di poteri che si stanno riposizionando, non arriva il ‘nuovo’ centrodestra ma il populismo a Cinque Stelle e il nostro Paese finisce come nel’92-’93, quando la sinistra pensava che fosse giunto il suo turno e invece arrivò Berlusconi» (nella parabola al contrario di Pizzolante oggi la sinistra sarebbe il centrodestra e i grillini Berlusconi…).
E PROPRIO il suo riferimento politico, l’ex socialista e oggi filo-renziano Fabrizio Cicchitto chiede che la ‘conta’ interna non avvenga solo al gruppo al Senato, ma «insieme, deputati e senatori» sperando sul dato di fatto che, alla Camera, i ‘ministeriali’ sono più forti.
Resta il punto e cioè che è al Senato che i voti valgono tanto oro quanto pesano. Ed è lì che gli anti-governativi sono pronti a «mettere insieme pezzi di GaL, Ala, Forza Italia per dare vita» – spiegano gli ‘schifaniani’ – a una nuova area politica moderata» che, ovviamente, inizierebbe, e presto, a votare contro il governo, non certo per. Facendolo, di fatto, cadere.

Nb. Questo articolo è stato pubblicato a pagina 2 del Quotidiano Nazionale. 

Tre pezzi ‘difficili’. Renzi, il caso Guidi, il caso Boschi e gli equilibri dentro il governo e dentro il Pd nella ‘tempesta’.

Montecitorio

L’emiciclo di Montecitorio

Tre pezzi ‘difficili’. Renzi, il caso Guidi, il caso Boschi e gli equilibri dentro il governo e dentro il Pd nella ‘tempesta’.

1) Renzi si prende tutte le responsabilità. E sfida le toghe: “Sfidate me”. Ma il premier teme il complotto: “Vogliono far ottenere il quorum al referendum”.

SILURO numero 1, modalità ‘pubblica’: «L’emendamento Tempa Rossa – spiega Matteo Renzi a In mezz’ora – è roba mia, rivendico con forza quella norma. Non è quello il problema, ma chi commette atti illeciti: non vanno bloccate le opere, va bloccato il ladro». E ancora: «Dell’inchiesta non sapevo nulla ed è giusto così: in un Paese civile c’è distinzione tra potere esecutivo e giudiziario, ma se i pm vogliono, sono pronto a essere interrogato». Siluro numero 1, modalità ‘privata’: «Non mi sentirai mai – sbotta il premier con un amico senatore – attaccare le toghe, ma non capisco perché i magistrati di Potenza non chiamino pure me, come persona informata sui fatti, insieme a Maria Elena. Abbiano il coraggio di farlo! E comunque oggi, in Direzione, tornerò sul caso Margiotta, scagionato del tutto, sì, ma dopo anni di calvario e accuse pesantissime».

E QUI va ricordato che il senatore lucano Salvatore Margiotta si era subito autosospeso dal Pd dopo una condanna per corruzione proprio verso Total: assolto in primo grado, condannato in secondo, sentenza cancellata in Cassazione, Margiotta ne è uscito immacolato (stessa Procura, pm Woodcook).

Siluro numero 2, modalità ‘pubblica’: «Non credo ai complotti dai tempi del Processo del Lunedì, Grillo e Berlusconi non sono poteri forti, ma pensieri deboli, dire a noi che siamo quelli delle lobby mi fa schiattare dalle risate». Siluro numero 2, modalità ‘privata’: «Meb (Boschi, ndr) ha sbagliato a tirare in mezzo l’ombra del complotto ‘inglese’, ma un complotto c’è: opposizioni, poteri forti e giudici vogliono far raggiungere al referendum anti-trivelle un quorum che i sondaggi dicono che non c’è ma che vogliono usare per farmi fuori. Io spero che il referendum fallisca, poi chi nel Pd vuole andare a votare lo faccia. Non voglio perdere tempo a litigare con la minoranza. Se vogliono la tregua bene, abbiamo problemi più gravi che le liti di corrente. Ma se vogliono mettersi con il Gan (l’acronimo sta per «Grande Alleanza Nazionale», ndr.) e formare la ‘Santa Alleanza’ per farmi fuori non farò sconti. La minoranza decida se vuol stare con ‘noi’ o con ‘loro’. Io so – conclude – che l’osso del collo me lo gioco sulle riforme».

Terzo siluro, modalità unica, pubblica e privata: «Marco Carrai lavorerà con me nel mio team a palazzo Chigi, non ci vedo nulla di male, ma non esiste che io metta un mio amico alla guida del Dis o dei Servizi!».
Morale: Matteo Renzi «è tonico». Così lo descrivono i suoi, così si sente lui. All’offensiva giudiziaria e politica, ha già risposto con la controffensiva che gli riesce meglio, quella mediatica: sabato, intervento a sorpresa alla scuola di formazione politica del Pd; domenica, one man show da Lucia Annunziata; oggi, lunedì, Direzione del Pd, dove il premier cercherà la «tregua» con la sinistra interna; martedì riesumazione di «Matteo risponde» su tutti i social network.

E il nome del successore della Guidi allo Sviluppo economico? Non arriverà entro oggi. «Non ho ancora incontrato Mattarella, la prima persona con cui ne parlerò è lui», sottolinea Renzi per galateo istituzionale e pure per non inimicarsi il Colle. È plausibile che la nomina del nuovo titolare del Mise arrivi a breve, tra martedì e giovedì, oppure che dovrà attendere un assai più lungo interim (tra l’8 e il 10 aprile il Capo dello Stato sarà via).

Il toto-nomi, ovviamente, impazza ma, a oggi, resta il testa a testa: scartata la soluzione del «nome a effetto», impraticabile per mille motivi, restano in campo solo due cavalli di razza: il viceministro Teresa Bellanova (57 anni, pugliese, ex operaia, ex Cgil), la scelta che più convince Renzi, e il sottosegretario a palazzo Chigi, Claudio De Vincenti (gran commis già di Monti e Letta) che proprio dal Mise viene e che poi ha preso il posto che fu di Delrio. «Tutto», però, dice che Renzi sceglierà la Bellanova: lui la stima molto, si è anche esposta per l’astensione sul referendum e lo copre molto di più «a sinistra». Perché le prossimi elezioni «non le vinco mica con Verdini», sospira, ormai, Matteo Renzi.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 4 aprile a pagina 2 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

_________________________________________________________________

2) La sfida di Renzi: vinco ancora io. “E sul petrolio lucano rifarei tutto”. Poi sbotta: “Dalla Guidi telefonata inopportuna”. La Bellanova in pole per sostituirla al Mise.

RENZI ha due, impellenti, necessità, davanti a sé, e sta provando a sbrigarle nel miglior tempo utile. La prima è, ovviamente, quella di trovare, e subito, un sostituto al Mise, l’ex ministero della Guidi. Un posto cruciale, per le politiche ecnomiche del governo, crisi industriali in testa, ma dove regna il “deserto” causa le recenti uscite (De Vincenti, Calenda). Il profilo, al di là del solito toto-nomi (il dg di Confindustria Marcella Panucci, la vicepresidente di Squinzi Antonella Mansi, Guerra, Moretti), Renzi ce l’ha già in testa, e da ore. Non si tratta certo dell’ex governatore dell’Emilia, Vasco Errani: «Vorrebbe dire venire a patti con noi – ribatte secca la minoranza – e Renzi non ha alcuna intenzione di farlo, preferisce “fagocitare” pezzi di sinistra presunta dialogante». Il nome, infatti, è quello dell’ex sottosegretario al Lavoro, da due mesi al Mise, Teresa Bellanova: sindacalista, pugliese (utile, cioè, anche in funzione «anti-Emiliano»), di sinistra ma riformista (nidiata Epifani), seria, solida e senza fronzoli, Renzi l’ha lodata, a mo’ di esempio, anche all’ultima Leopolda. Inoltre, ha il pregio di essere donna in un governo dove la parità di genere, dalle nomine di Gentiloni e Costa in poi, è ‘sotto’ 10 a 5.

MORALE: sarà lei, non appena il premier sarà tornato dagli Usa e si sarà consultato con Mattarella e chiuso il suo breve interim al Mise. Di certo prima del referendum del 17 aprile e del voto di chiusura alla Camera sul ddl Boschi (12 aprile). Stante, ovvio, gli impegni istituzionali del Capo dello Stato che dal 7 al 10 aprile è in Sicilia e a Verona. Il secondo obiettivo di Renzi è quello di proteggere il ministro Boschi dal pesante tiro al bersaglio.
«Attaccando e screditando Maria Elena vogliono farci cadere e sostituirci con un governo istituzionale» sbotta Renzi ai suoi al telefono.

Da qui le parole in modalità ‘on’ di Renzi: «Con noi la musica è cambiata, chi sbaglia va a casa. Guidi non ha commesso un reato, ma ha fatto una telefonata inopportuna, s’è dimessa. In passato», aggiunge Renzi in aperta polemica con Enrico Letta, «il ministro Cancellieri, cui io avevo chiesto quel gesto, non l’ha fatto».

Infine, la difesa, a spada tratta, dell’emendamento Tempa Rossa. Renzi da Washington e la Boschi da Bologna lo definiscono «sacrosanto»: «porta posti di lavoro». Boschi aggiunge: «quell’emendamento lo rifirmerei domani e ancora». Morale: Renzi, stavolta, non è «furibondo», com’è facile dipingerlo. «Quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare» ama invece dire lui con la calma fredda del giocatore di poker pronto a dire «piatto». La manovra degli avversari, interni/esterni al Pd, è chiara, per i renziani: «incidente al Senato, riforme che saltano, governo istituzionale che Mattarella avallerebbe, elezioni confermate al 2018 e, nel frattempo, riscossa dei “minorati” del Pd per riprendersi il partito». Non manca lo spruzzo di fantapolitica: «certe ‘centrali’ internazionali (cancellerie, mercati, futuri presidenti Usa) vogliono farci fuori e ritrovarsi l’Italia debole e docile».
Per i renziani, «dietro», non c’è l’asse Speranza-Cuperlo, «ma Bersani, D’Alema, Enrico Letta» e le «centrali occulte», forse Draghi. La prova? Nel mirino è entrato, «suggerito ai grillini dai nostri della minoranza, Speranza in testa», il governatore lucano, Marcello Pittella, fratello di Gianni Pittella che «attacca ogni giorno Juncker».

Il premier non teme le mozioni di sfiducia delle opposizioni («andremo in Parlamento e ne discuteremo»), ma il referendum «No-Triv» del 17 aprile, ora, un po’ sì. Ecco perché il 4 aprile, in Direzione, lascerà una libertà di voto, al Pd, più lasca di quella pensata fino a ieri. E pur se Renzi è convinto dai sondaggi in mano che andrà a votare meno del 30% degli italiani, meglio non rischiare. «Il Pd non si può impiccare alle ragioni del No» è la conclusione dei suoi pasdaran, fino a ieri grandi oppositori del Sì.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 2 aprile a pagina 3 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

_________________________________________________________________

3) Dal caso Lupi al papà della Boschi, tegola per il governo. I 4 ministri che, per ragioni diverse, se ne sono andati. 

«UN AVVISO di garanzia non giustifica le dimissioni». Così parlava il premier il 22 marzo 2015. In quel caso Renzi si riferiva ai diversi, già allora, sottosegretari indagati del suo governo (a oggi sono ancora 5: 4 del Pd, 1 di Ncd) cui non chiese le dimissioni per un ‘semplice’ avviso di garanzia. Posizione garantista e, certo, impeccabile. Resta, però, il vecchio adagio «due pesi, due misure» nel governo e nel Pd. Per dire, Renzi non ha chiesto le dimissioni del governatore campano De Luca, ma ha imposto al Pd di votare l’autorizzazione all’arresto del deputato Pd Fracantonio Genovese. Poi, quando Renzi vuol dimissionare qualcuno ci riesce bene come con Guidi.
Vero è che, il governo Renzi, in carica dal 22 febbraio 2014, quando subentrò al governo Letta – che subì le dimissioni di un solo ministro, Josefa Idem, mentre la ministra Cancellieri si guardò bene, pur richiesta dallo stesso Renzi, a farlo – un pochino sfortunello lo è.

FINORA, infatti, nel governo Renzi, ci sono state le dimissioni di ben 4 ministri, compresa la Guidi.
Il primo caso fa storia a sé ed è ancora avvolto in un alone di, modesto, mistero. La ministra agli Affari regionali, Maria Carmela Lanzetta, Renzi l’aveva voluta con sé: era la «sindaca coraggio» di Monasterace. Lei mollò la baracca un anno dopo, il 30 gennaio 2015. La scelta, formalmente, fu motivata dalla decisione di voler entrare nella giunta regionale calabra a guida Oliverio (Pd), ma Lanzetta rinunciò pure a quell’incarico. Il suo posto è stato preso, sì, da Enrico Costa (Ncd), che ha ampliato le deleghe del dicastero, oggi della Famiglia, ma solo col recente rimpasto.

Il secondo caso, le dimissioni del ministro degli Esteri, Federica Mogherini, è tutto diverso: il 31 ottobre 2014 Mogherini lascia il dicastero per diventare «Lady Pesc». Al suo posto, arriva Paolo Gentiloni. Solo che mal gliene incolse, al premier: ha messo un suo amico al governo, ma non immaginava di ritrovarsi una spina conficcata fin dentro l’Ue com’è, oggi, lady Pesc.

Il terzo caso è, ovviamente, quello che ha fatto più male, fino a ieri, almeno mediaticamente, al premier. Il ministro alle Infrastrutture, Maurizio Lupi, si è dimesso dal governo il 20 gennaio 2015 a seguito dello scandalo ‘Grandi opere’. Lupi si è difeso come un leone, nell’Aula della Camera («non si può cancellare in 3 giorni il lavoro di 22 mesi»), ma Renzi non volle sentire ragioni, e non solo per i lazzi e sfottò di grillini e leghisti sui «Rolex» regalati al figlio di Lupi. Dopo un interim, neppure breve, gestito dallo stesso premier, Renzi decise di togliersi un’altra spina, dal seno: il 2 aprile 2015 arriva la nomina di Graziano Delrio (Pd) che, da sottosegretario a palazzo Chigi, faceva assai ombra a Renzi, il quale, si sa, gli preferisce il sole. Il suo. Alfano, per dire, è un ministro che Renzi non ama, ma, pur lambito dal caso «Shalabayeva», non ne ha mai chiesto la testa: perché, appunto, non gli fa ombra.
L’ultimo caso, quello che riguarda la ministra alle Riforme, Maria Elena Boschi, già scossa e provata dallo scandalo di Banca Etruria che vede suo padre ora pure indagato, potrebbe essere il caso esiziale. Ove mai Boschi si dimettesse, infatti, Renzi ne sarebbe travolto. Come recita l’antico brocardo latino: simul stabunt, simul cadent.

NB. Questo articolo è stato pubblicato venerdì  I aprile a p. 4 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

#Senato, la nuova grana di Renzi si chiama #Ncd. I centristi, senza soldi né sede, ora si spaccano in tre

Il ministro dell'Interno Angelino Alfano

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano

MENTRE tutti gli occhi sono puntati sulla minoranza dem e sulla sua voglia di “Vietnam”  al Senato, Renzi rischia pure sul lato Ncd. Partito malmesso e in stato confusionale, per quanto piccolo, ma essenziale a tenere in piedi la maggioranza, a palazzo Madama. Dove sono almeno una quindicina i senatori (lombardi, emiliani, calabresi e siciliani, per lo più) che non rispondono più alle «chiame» del governo su molte leggi, da diverso tempo, facendosi trovare assenti, o astenendosi o addirittura votando contro, e che potrebbero venire a mancare, «assenti per caso», su due ddl cruciali della ripresa settembrina: il ddl Boschi (riforma istituzionale) e quello Cirinnà (diritti civili), la cui discussione riprenderà a partire dall’8 settembre. Votazioni e ddl, anche a causa loro, e non solo della minoranza dem, assai a rischio. Area popolare si chiama il gruppo parlamentare che raccoglie, allo stato, due partiti (Ncd e Udc) fusi a livello parlamentare, dopo molte, lunghe, discussioni, mai uniti politicamente: 35 senatori e 34 deputati in totale, al netto di varie perdite (le ultime Barbara Saltamartini e Nunzia De Girolamo alla Camera).

IL PARTITO guidato dal ministro Angelino Alfano – che ne è il fondatore e il segretario – è, ormai da mesi, in gran sofferenza, spaccato com’è in tre tronconi che a stento si parlano tra di loro. Il primo è quello dei «lealisti» a Renzi e al governo di cui fanno parte. Sono al lavoro per federarsi con altri pezzi di centristi sparsi (i Popolari-Demos-Cd di Dellai e Tabacci, alcune liste civiche come quelle di Schittulli in Puglia e Spacca nelle Marche, forse la stessa Scelta civica oggi guidata da Zanetti) e dare vita a una sorta di «Margherita 2.0» alleata stabile con il Pd, alle prossime amministrative e, quando sarà, pure alle Politiche, in ogni caso dando vita a un mega-gruppo parlamentare di ottanta unità circa. A spingere su tale linea, anche più di Alfano, sono il ministro Beatrice Lorenzin (ormai una renziana di fatto), il viceministro Simona Vicari (in rotta col suo padre politico, Schifani), alcune deputate che Renzi stima molto (Dorina Bianchi, Rosaria Scopelliti) e l’ala laica e socialista di Ncd guidata da Fabrizio Cicchitto e Sergio Pizzolante, oltre che l’Udc del presidente della commissione Esteri al Senato Casini e del ministro Gianluca Galletti.

LE MALELINGUE dicono che Renzi avrebbe già garantito loro 15 posti alle prossime Politiche. Ne ha scritto il Fatto quotidiano, che i “posti sicuri” per gli alfaniani li ha pure contati: sarebbero, nella fattispecie, per Alfano, Casini, Galletti, Cesa, Gioacchino Alfano, Dorina Bianchi, Corrado Castiglione, Rosaria Scoppelliti, Cicchitto, Pizzolante, Lorenzin. A loro latere, pensoso e dubbioso, sta Gaetano Quagliariello: ambiva a tornar ministro, forse sarà sottosegretario di una fantomatica «attuazione delle Riforme», ma sotto la Boschi. Renzi di più non gli darà: non lo ama a tal punto che, ad Alfano, ha detto: «Piuttosto faccio ministra la vostra portavoce (quella alla Camera, ndr.), che almeno è donna e carina…».

In mezzo – tra i lealisti e gli antagonisti (per quanto si possa esserlo, dentro l’Ncd…) sta l’Ncd ciellina e teocon: il capogruppo alla Camera Maurizio Lupi (vuole candidarsi sindaco a Milano a tutti i costi, con chi ci sta ci sta…), il sottosegretario alla Scuola, Gabriele Toccafondi, in ottimi rapporti con Renzi, una pattuglia di deputati italiani ed europei di Cl lombardi e il laico piemontese, viceministro alla Giustizia, Enrico Costa. Qui, invece, a latere, sta il capogruppo al Senato, Renato Schifani: ha smentito di essere andato a trovare Berlusconi in Costa Smeralda, ma è in rapido riavvicinamento a FI e voglioso di rientrare nell’alveo del centrodestra. Come gli altri, per ora guardano e attendono, ma – tranne Enrico Costa – sanno già che Renzi, a loro, non se li piglierà mai, come alleati.

La terza ala è la più rognosa (per il premier). Vogliosi di essere riaccolti, e subito, nelle braccia del Cav, che però per ora nicchia, in attesa di capire cosa accadrà al Senato e soprattutto per nulla voglioso di andare ad urne anticipate (“Non siamo pronti” continua a ripetere Berlusconi a suoi), sono sia quei senatori teocon e ciellini, di fondo ratzigeriani, guidano la battaglia anti unioni civili (Formigoni, Giovanardi, Sacconi, Binetti), ma anche quelli che vengono da An (Domenico Piso e Andrea Augello) e governano pezzi di territori.

PROPRIO in vista delle comunali del 2016 il caos, dentro Ap, regna sovrano. A Napoli, il coordinatore regionale, Alfano (Gioacchino, omonimo e sottosegretario), spinge per allearsi con il Pd e chiama a raccolta tutti i moderati e centristi per scegliere il candidato insieme ai democrat mentre Giuseppe Esposito mostra insofferenza vero il Pd e chiede di allearsi con il centrodestra. In Sicilia pure c’è confusione: Giuseppe Castiglione (sottosegretario all’Agricoltura, indagato) e Vicari hanno fatto terra bruciata dietro Schifani. In Emilia, il laicosocialista Sergio Pizzolante chiede «alleanze organiche» con il Pd in tutta la regione, a partire da Bologna, e apre all’alleanza con l’attuale sindaco, Virginio Merola, ma la portavoce nazionale, la bolognese Castaldini, a Bologna guarda al centrodestra e FI. Infine, a Torino l’Ncd occhieggia alla ricandidatura di Piero Fassino mentre a Roma apre alla lista civica guidata da Alfio Marchini e alla ricomposizione del centrodestra con FI. Infine, appunto, c’è Milano: Lupi vorrebbe candidarsi, ma non sa con chi e, ove andasse male, i centristi appoggerebbero la lista di Corrado Passera, che si candida a sindaco, o sarebbero pronti ad allearsi con FI e la Lega, ma quella di Maroni, non quella di Salvini…

L’ultima nota dolente riguarda la sede e i soldi. A livello ‘abitativo’, l’Udc ha dismesso la storica sede di via dei Due Macelli, l’Ncd ha lasciato la (costosa) sede di via Arcione per una più dimessa, anche se comunque sta nella centralissima via Poli (dietro Trinità dei Monti). Il guaio è che porta sfiga: in via Poli, nacquero e morirono FLI di Fini e Sc di Monti. Infine, i soldi: l’Udc ha chiuso il 2014 con un passivo di quasi due milioni. L’Ncd ha 993 mila euro di disavanzo, ma un tesoretto di 2 milioni e 726 mila di entrate. Merito «dei nostri 190 mila iscritti» che, però, come la linea politica di Ap, restano, allo stato, impalpabili.

Questo articolo è stato pubblicato il 30 agosto 2015 a pagina 9 del Quotidiano Nazionale

#Renzi e #CL. I ciellini si adeguano al leader del #Pd. Il premier al Meeting tra selfie, applausi e Cl che si auto-ricolloca sulla scena politica

Dal nostro inviato Ettore Maria Colombo – 

Renzi, Grillo e Berlusconi.

Renzi, Grillo e Berlusconi.

RIMINI – L’INSEGNANTE di religione al Liceo (don Paolo Bargigia, presente in sala, oggi in sedia a rotelle a causa di una brutta malattia), prete e ciellino. Le vacanze da scout e, poi, quelle cielline, cui il premier all’inizio non voleva andare, lo stesso don Bargigia, a parlare di Dio e del ‘senso religioso’, titolo del libro fondamentale scritto da don Giussani (Renzi, però, il padre fondatore di Cl non lo cita mai, davanti ai ciellini, anzi ricorda loro ed elogia un suo storico alter ego, il sindaco-santo di Firenze Giorgio la Pira, come a dire: «Veniamo dalla stessa Chiesa, ma abbiamo frequentato parrocchie diverse»). I pregiudizi verso Cl «che avevo anch’io, ma che poi ho superato» . Le citazioni, da Claudel a Chesterton, passando per Guccini, autori qui, al Meeting, molto amati (Guccini lo ha citato anche don Carron, guida spirituale di Cl, il giorno prima: “Quando non ci sei, io resto solo coi pensieri miei”…).

LE STESSE parole usate nel suo intervento («stupore», «meraviglia», «incontro», «amicizia»), classiche e abituali nel lessico del mondo ciellino.
Il premier è venuto al Meeting «lieto e grato», dice, usando la perifrasi di Graziano Grazini, capogruppo di FI alla Provincia di Firenze, ciellino di ferro, oggi deceduto, avversario che Renzi ha imparato ad apprezzare e rispettare, pur da “sponde politiche opposte”(peraltro, Grazini è stato il padre politico di Verdini e, come in un’Eterno Ritorno, tutto torna, in Cl).
Il premier ha conquistato Cl a modo suo: interloquendo con la sua storia e i suoi valori, le sue parole d’ordine, ma senza cercare facili applausi, che peraltro non ha avuto. L’accoglienza della platea è stata gentile e attenta, ma senza applausi scroscianti. È andata meglio nel giro degli stand dove, pur travolti dall’occhiuto servizio d’ordine, ossessivo e fastidioso come neppure quello di Obama, tanti ragazzi volevano un selfie.
Renzi ha saputo accattivarsi il popolo e soprattutto la dirigenza di Cl, che i voti ancora li controlla, e il popolo ciellino è un discreto bacino di voti. Giorgio Vittadini, poco dopo, dirà in un’intervista tv che “Cl non è diventata di centrosinistra, ma non è più di centrodestra” e che, soprattutto, “il Pd ora è votabile” mentre la presidente del Meeting, Emilia Guarnieri, chiuderà con le enfatiche parole “noi ci siamo” con chi “cerca di tirare il Paese fuori dalla crisi” proprio l’intervento dal palco del premier. Delusi solo quelli dello zoccolo duro di Cl dentro il centrodestra, che fanno capo al settimanale Tempi diretto da Luigi Amicone (Renzi glissa sulla richiesta di firmare la proposta di legge sulle scuole paritaria, come Amicone lo invitava a fare, ma neppure dal palco toccherà mai lo spinoso tema diritti civili) Cl si è rimessa al centro dell’agone politico, come ogni estate, non grazie a Berlusconi, al centrodestra o ai politici ciellini d’un tempo, spazzati via pure dai convegni e dal parterre, ma grazie all’arrivo di Renzi, oltre che di ben quattro ministri del suo governo e mezzo Pd.
Per non dire della presenza della first lady del premier, Agnese Renzi, venuta al Meeting una settimana fa in visita solitaria per ascoltare la principessa Rania di Giordania, della mostra centrale del Meeting, che Renzi visita, casualmente dedicata al Duomo di Firenze, della massiccia presenza di imprenditori vicini al premier, come Roberto Snaidero, di Federlegno, che Renzi citerà anche dal palco, oltre che le le principali aziende pubbliche (FS, Enel, Intesa San Paolo, etc.), o della assai assidua presenza del braccio destro del premier, quel Marco Carrai, che il giorno prima ha partecipato a un affollato dibattito, la sera ha cenato con il padre spirituale di Cl, don Carron (si dice che Carrai sia ciellino) e, ieri, ha ovviamente presenziato a tutti gli incontri di Renzi al Meeting, sia quelli pubblici (giro degli stand e delle mostre, poi discorso dal palco, davanti ad almeno 8 mila persone) sia a quelli privati, dentro il salottino vip di Cl, dove è andata pure la presidente della Rai, Monica Maggioni, altra assidua frequentatrice del Meeting e renziana di ferro a sua volta.

Del resto, i voti, come i soldi (le ‘Opere’, direbbe Cl), non puzzano e a Renzi i voti servono. Si vota, per esempio, a Milano, nella primavera del 2016, il premier sa di avere lì un tallone d’Achille e i suoi crucci si appuntano su primarie che non vuole proprio fare nella (finora vana) ricerca di un uomo forte da lanciare (il commissario all’Expò, Sala, ha detto no). L’ex ministro e oggi capogruppo di Ncd alla Camera, Maurizio Lupi, pur finito nella polvere e tirato giù persino dagli inviti sul palco del Meeting, già s’è offerto, al premier, alla bisogna (correre come candidato sindaco a Milano in un’inedita alleanza Pd-Ncd-centristi) e ieri lo ha accompagnato e marcato in modo militare come a dire: «Questa è ancora casa mia, qui comando ancora io…». Ma se persino un luogo assai frequentato e amato dai politici di tutti gli schieramenti, secondo una logica classicamente bipartisan, come l’Intergruppo per la Sussidiarietà (creatura fondata proprio da Giorgio Vittadini e a lungo diretta e gestita da Maurizio Lupi), dove sfilavano politici di sinistra (Bersani, Letta, etc.) e di destra (Gasparri, Alfano), è sfiorito e appassito, tanto che quest’anno la polemica verte solo sulla presenza dell’unico, spelato, grillino che vi ha aderito, poi tutte figure minori, Cl aveva ed ha un disperato bisogno di ricollocarsi al centro dell’agenda politica e sociale.

E così, nonostante la ‘decadenza’ da un lato e la ‘lontananza’ dall’altro di Cl e della Compagnia delle opere, suo braccio tecnico-operativo, dalla politica attuale, il gotha ciellino, ieri era presente (e trepidante) in massa nell’accogliere il premier. Tutti a vedere in lui, in Matteo, il nuovo che avanza, altro che Berlusconi o (Dio li scampi e liberi) Salvini, anche perché papa Francesco così vuole. In verità, dentro Cl, il vero papa amato era (ed è) Ratzinger e il politico (era) Berlusconi, ma Cl è una salamandra: sa adeguarsi ai tempi. E Renzi pure.

Questo articolo è stato pubblicato il 26 agosto 2016 a pagina 2 e 3 del Quotidiano Nazionale

#Renzi va, a sorpresa, alla festa del #Pd. Nel frattempo, verdiniani ed ex socialisti ‘pensano’ di affratellarsi con il ‘Partito della Nazione’

Il ministro dell'Interno Angelino Alfano

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano

ARRIVA a sorpresa il premier Matteo Renzi alla festa dell’Unità di Roma (del Pd, cioè) per rassicurare i militanti che Verdini non entrerà mai nel partito, per sondare le opinioni sul sindaco Marino e parlare di flessibilità in uscita per le pensioni. Gioca a biliardino in squadra con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Luca Lotti, e ‘contro’ la coppia Matteo Orfini, commissario del Pd a Roma e presidente del partito, e Luciano Nobile, giovane renziano romano che lavora all’Organizzazione centrale del partito. Parla con qualche militante, ma non con i giornalisti, scambia battute e sorrisi, sotto i flash dei fotografi, e poco più. In questo modo, evita di dover presenziare, stasera, al dibattito preannunciato che doveva avere lui stesso, il premier, come protagonista unico, dribblando, di fatto, anche eventuali domande scomode sul caso Marino e su molto altro. Verdini e verdiniani in testa, anche se il premier assicura: “Verdini non entrerà nel Pd”.

Ecco, Verdini e i verdiniani, ma anche gli altri pezzi – sparsi – del centrodestra che ‘guarda’ al Pd di Renzi e, soprattutto, al Partito della Nazione sono in pieno, attivo, fermento.  Domani, mercoledì 30 luglio, sarà infatti un giorno importante per il futuro di un pezzo minoritario, ma non ‘minore’, almeno sul piano dell’elaborazione politica e culturale, di un centrodestra tutto particolare. Quello che, appunto, rovesciando l’ordine degli addendi rispetto al famoso adagio degasperiano sulla Dc («Partito di centro che guarda a sinistra»), non vuole ‘cambiare il prodotto finale’: far parte integrante e autorevole di un centrosinistra che – sperano loro – ‘guardi’ a destra e non più a sinistra. Una galassia, quella di cui parliamo, formata da partiti, movimenti, aree che, dal centrodestra, dove ora si trovano, guardano al Pd. O, meglio ancora, al «partito della Nazione» dell’attuale premier.

Infatti, mentre al Senato Denis Verdini presenta il suo progetto politico («Azione liberal-popolare», sede in quella vecchia del Psdi di Saragat, ma pure di Nicolazzi e Longo…), al teatro Capranichetta  di piazza Montecitorio l’associazione ReL («Riformismo è Libertà»), fondata dall’ex socialista, oltre che ex Pdl ed ex FI (come Verdini), oltre che (attuale) presidente della commissione Esteri della Camera, Fabrizio Cicchitto, organizza un convegno dal titolo assai esplicito: «Il governo Renzi. Perché sostenerlo, cosa deve cambiare». Interverranno diversi esponenti politici centristi: l’Udc Ferdnando Adornato, il ministro Beatrice Lorenzin, l’ex ministro Maurizio Lupi, il (forse) prossimo ministro Gaetano Quagliariello, il presidente dell’Ncd al Senato, Renato Schifani, e deputati Ncd «pro-Renzi» ma anche, fieramente, ex Psi, come Sergio Pizzolante. Che cosa lega i due eventi? Un sottile fil rouge (rosso garofano acceso, in questo caso): la convinzione che, fuori o dentro l’Ncd di Alfano, l’Udc di Casini, l’Azione liberal-popolare di Verdini e altri pezzi sparsi (e impazziti) del centrodestra, oggi l’unica speranza riformatrice – quella che già ne infiammò gli animi quando, un po’ più giovani e meno canuti, militavano nel Psi di Craxi o nella Dc del «Preambolo» nel bel mezzo degli anni Ottanta – è riconoscersi in Renzi e tifare per lui.

NEL suo progetto di governo e schieramento politico con il Pd al centro e (pochi) partiti «satelliti» intorno, cioè. Proprio come faceva la Dc d’antan (non il Psi, però, che tale schema – quadripartito o pentapartito che fosse – subiva). Mollando ‘definitivamente’, iniziano a dire ormai apertis verbis questi «ex» socialisti e diccì, il centrodestra attuale, che abbia il volto truce di Matteo Salvini o il fascino decadente del Cavaliere. Stabilito che uno come Casini ha già deciso dove stare (con Renzi), resta solo da capire cosa voglia fare, da grande, il presunto leader di quel che resta dell’Ncd, il ministro Angelino Alfano. Per il resto, come già diceva Antonello Venditti in una nota canzone, gli amori – come quelli dei socialisti ieri per Craxi e oggi per Renzi – “fanno dei grandi giri, ma poi ritornano”. ve

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 28 luglio 2015 a pagina 5 del Quotidiano Nazionale