Due presidenti, due stili. Grasso non si taglia lo stipendio, Mattarella apre il Quirinale a tutti e sloggia i funzionari…

Pubblico qui i due articoli usciti su Quotidiano Nazionale il 2 gennaio 2018 a pagina 5. Il primo si occupa di Pietro Grasso, presidente del Senato, il secondo di Sergio Mattarella. 

Grasso, maxidebito da saldare con il Pd e uno stipendio d’oro mai tagliato. Il presidente del Senato sfora il tetto dei 240 mila euro stabiliti per legge. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Pietro Grasso

Il presidente del Senato, Pietro Grasso.

 

Contributi al suo (ex) partito mai saldati. Tetto del suo stipendio sfondato in barba a una norma di legge. Silenzio assoluto davanti ogni accusa. Pietro Grasso, presidente del Senato e leader della nuova formazione politica della sinistra (LEU in sigla), vive, da settimane, diversi imbarazzi. Il suo primo peccato venuto allo scoperto è, forse, solo “veniale”. Si scopre che, da ex iscritto al gruppo del Pd al Senato, Grasso, che si è dimesso dal gruppo a fine ottobre, non ha versato un euro dei 1500 euro mensili che ogni eletto dem gira al partito per svolgere “attività politica”. Una norma interna, ovviamente, anche se scritta nel codice etico dem, non è sanzionabile, ma il tesoriere dem, Francesco Bonifazi, decide di farne – anche perché la cosa, mediaticamente, al Pd conviene assai – un pubblico conto. Prima Bonifazi scrive a Grasso (lettera privata) che sono ben 83.250 euro i contributi mai versati al Pd da Grasso. Poi prova a riscuotere, inutilmente. Tignoso, Bonifazi torna alla carica: “è cosa spiacevole dovere insistere, ma sono tante le ragioni che dovrebbero spingerti a onorare l’impegno”. Niente, Grasso resta muto. Bonifazi, a quel punto, rende pubblica la richiesta e ricorre all’arma del ricatto morale: “Quei soldi ci servono per pagare i dipendenti del partito che abbiamo dovuto mettere in cassa integrazione” (sono 183, ndr.)”. Grasso niente, zitto. I suoi avranno  pensato: qualche giorno e la notizia passa in cavalleria. Il guaio è che le cose non sono andate così.

Si scopre, infatti, che Grasso, dichiara un “reddito da lavoro dipendente” di tutto rispetto: nel modello 730 del 2014 erano ben 340 mila euro, saliti a 340.790 nel 2015, e scesi, ma di poco, a 320.530 euro, nel 2016. Fatti suoi, si dirà: fare il presidente del Senato è come vincere al Lotto e un giudice in pensione (Grasso andò in prepensionamento nel 2013, appena candidato) guadagna bene. Potendo cumulare lo stipendio e la pensione (i parlamentari e le alte cariche dello Stato possono farlo, volendo, essendo esentati dal divieto di cumulo che riguarda tutti i ‘normali’ cittadini, ma Mattarella vi ha rinunciato), et voilà, ecco fatto. Già, peccato che il super-stipendio di Grasso (340 mila euro) supera e vìola, abbondantemente, il tetto dei 240 mila euro. Un “tetto” che è stato stabilito, nel 2014, dal governo Renzi. Una norma che aveva un solo difetto: era una tantum, o meglio di durata triennale, ed è scaduta il I gennaio 2018. Infatti, i grand commis e i funzionari di Camera e Senato, dal I gennaio, festeggiano e brindano a suon di champagne: i tetti ai loro stipendi sono saltati e di certo non li potranno ripristinare le Camere ormai sciolte. Peraltro, le spese del Senato, in questi ultimi cinque anni, sono lievitate in via esponenziale, mentre invece quelle della Camera sono diminuite, anche se di poco.

Il tetto stabilito dal governo Renzi, inoltre, era facoltativo per le alte cariche dello Stato, che godono della “autodichia” (vuol dire, in sostanza, che ogni organismo decide per sé). Eppure, da tre anni, tutte le (altre) alte cariche dello Stato la rispettano: il presidente della Repubblica non guadagna un euro in più dei 240 mila, il presidente della Camera molti di meno (140 mila nel 2016), il presidente del Consiglio assai meno (i premier guadagnano poco, 6700 euro mensili lordi, un parlamentare ne guadagna 14 mila!).

Dopo giorni, anzi: settimane, di “no comment”, fonti di LEU fanno finalmente sapere che trattasi di polemica “a scoppio ritardato” perché “il presidente del Senato ha una pensione per i suoi oltre 40 anni passati in magistratura e un’indennità da senatore che, per legge, è incedibile”. Il Diavolo, però, ci mette la coda. Libero e Il Giornale rispolverano le dichiarazioni del senatore Grasso in cui egli sosteneva che “Non solo mi sono dimezzato lo stipendio, ma ho anche deciso di rinunciare all’appartamento del Senato”. Lo stipendio è rimasto tale, con il ‘tetto’ sfondato, e l’appartamento del Senato usato per ospiti e ricevimenti. “Ragioni di sicurezza”, si capisce: Grasso è “minacciato” dalla mafia. Prosit.


2. La “rivoluzione gentile” di Mattarella: tagli agli stipendi, funzionari sfrattati, Palazzi aperti a tutti.

Ettore Maria Colombo – Roma

tetto del Quirinale

Il ‘tetto’ del Quirinale, detto ‘Torrino’, dove riceve i suoi ospiti il Capo dello Stato

Via i “mandarini” dal Palazzo. Porte aperte. Stipendi ridotti. Uno stile e un approccio diverso da tutti i suoi predecessori (da Gronchi fino a Napolitano compreso, con una sola eccezione: quel galantuomo di Luigi Einaudi, liberale parsimonioso, cui non a caso il cattolico Mattarella prende spesso a riferimento, dalla durata brevissima dei suoi discorsi di fine anno fino al comportamento integerrimo, quasi ai confini del moralismo). E’ una rivoluzione ‘gentile’, ma integrale, quella di Sergio Mattarella al Quirinale. A giugno 2015, appena sei mesi dopo la nomina al più alto scranno della Repubblica, due decisioni mettono a terremoto il Colle e i suoi abitanti. La prima, ormai, è nota: il palazzo del Quirinale viene aperto al pubblico cinque giorni su sette. La seconda non lo è, ma è stata vissuta come una carica (interna) di cavalleria dei Corazzieri contro privilegi antichi e consolidati. L’intero piano terra del palazzo del Quirinale, dove hanno abitato decine di papi e diversi re, viene ‘sgomberato’: gli uffici del Cerimoniale e le stanze di Rappresentanza devono sloggiare, relegati in ben più modesti uffici, tutti collocati al secondo piano e tutti molto angusti. Ai funzionari viene uno stranguglione, ma tant’è.

Il regista del terremoto, su input di Mattarella, è Ugo Zampetti: classe 1949, romano, potentissimo segretario generale della Camera, dove ha servito cinque presidenti, stava tagliando già lì gli stipendi a funzionari e commessi quando deve interrompersi perché Mattarella se lo porta al Colle come suo segretario generale. Il suo predecessore, Donato Marra, aveva uffici degni un re, lui si presenta dicendo “non voglio stipendio né alloggio”. Zampetti sloggia, ricolloca e il Quirinale schiude i suoi tesori a tutti con le visite guidate. Come già le vicine Scuderie, dove ogni mesi si succedono mostre su mostre.

Ma a Mattarella, che ha rinunciato al doppio stipendio da presidente e da giudice della Consulta cui pure aveva, volendo, diritto, e che, ovviamente, non ha mai sforato il tetto dei 240 mila euro stabilito per legge dal governo Renzi nel 2015 (norma scaduta nel 2018, peraltro), ancora non basta. Il presidente della Repubblica ha un’idea precisa, un fil rouge che vuole mantenere per l’intero mandato e così la spiega ai suoi collaboratori: “Dobbiamo saper coniugare sobrietà e trasparenza in ogni atto che facciamo qui dentro”.

La seconda rivoluzione travolge la residenza estiva, la splendida tenuta di Castelporziano, a sua volta residenza di papi e di re da tempo immemore. Per la prima volta da secoli, diventa un luogo accessibile a tutti. Da giugno a settembre, comitive di scolari, ma soprattutto disabili e anziani, entrano gratis, sciamano nel parco, si godono il mare, prendono il sole. Tutto gratis, ovviamente e con tanto di ‘festa’ con il Presidente, a fine giugno.  Potrebbe finire qua, la rivoluzione gentile di Mattarella, e invece no. L’ultima rivoluzione, al Colle, è appena iniziata: d’intesa con il Mibact, cioè con il ministero della Cultura, Mattarella apre e ristruttura anche palazzo San Felice, 8800 mq su cinque piani collocati a via della Datarìa: fanno parte della riserva immobiliare del Quirinale da secoli. Una specie di piazza d’armi che contava 40 appartamenti usati come ‘casa’ dai funzionari del Colle, tutti sfrattati. Entro il 2020 palazzo San Felice diventerà la sede della Biblioteca Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte, oggi a palazzo Venezia, più bella, ricca e aperta a tutti, ovviamente. Com’è tutta l’idea del Quirinale di Mattarella.


Gli articoli sono pubblicati il 2 gennaio 2018 a pagina 5 su Quotidiano Nazionale 

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Elezioni regionali in Sicilia: pronti? Via! Aspettative, progetti e timori del Pd di Renzi ma anche degli altri competitor

Pubblico qui di seguito un articolo quadro sulle elezioni in Sicilia, uscito qualche giorno fa, e uno sul Pd di Renzi in relazione alle elezioni regionali siciliane e al quadro politico. 

NB: I due articoli sono stati pubblicati il primo il I novembre a pagina 10 e il secondo il 4 novembre a pagina 4 sempre, ovviamente, su Quotidiano Nazionale 

Berlusconi/2

Silvio Berlusconi, leader e fondatore di Forza Italia

 

  1. La ‘corda pazza’. Le elezioni regionali in Sicilia e le aspettative dei vari big (l’articolo è stato pubblicato il I novembre 2017 a pagina 10 del QN)

Ettore Maria Colombo  – ROMA

Il centrodestra, se vincerà, diventerà un blocco granitico, unito fino alle prossime Politiche nello schema del tridente FI-Lega-FdI più liste centriste (Udc di Lorenzo Cesa in testa) d’appoggio oppure il ‘patto dell’arancino’ siglato, a uso e consumo dei giornalisti, nella ‘trattoria del Cavaliere’ di Catania tra Berlusconi, Meloni e Salvini (testimoni inconsapevoli e pittoreschi il candidato Musumeci e soprattutto il funambolico Sgarbi) sarà presto solo un ricordo il centrodestra tornerà a dividersi anche alle Politiche? I 5Stelle, se riusciranno nel colpaccio in terra normanna e saracena, espugnandola, troveranno l’abbrivio e per scalare il Potere romano, magari chiedendo l’appoggio della Lega e, chissà, anche della Sinistra di Bersani e Fratoianni con cui ormai ‘flirtano’? Il Pd, se perderà in modo rovinoso, riaprirà la tiritera sulle alleanze, cercando di recuperare con gli scissionisti di Mdp e sulla spinta dei big che assedieranno Renzi imponendosi a suo scapito e magari scalzandolo dalla posizione di candidato premier del centrosinistra oppure Renzi continuerà a imporre se stesso e la sua strategia in vista delle Politiche?

Le elezioni regionali siciliane del 5 novembre sono un test nazionale, ma presentano anche una lunga serie di varianti locali possibili solo in terra di pupi e di pupari. Quella “corda pazza”, per dirla con Leonardo Sciascia, che è sempre stata, appunto, la Sicilia. Prendiamo la legge elettorale isolana. Si vota l’elezione diretta del governatore e, insieme, di 62 componenti dell’Ars, l’Assemblea regionale siciliana. I seggi, assegnati con metodo proporzionale e soglia di sbarramento al 5%, sono ripartiti su base provinciali. Un meccanismo infernale che prevede, per il candidato vincente, solo 7 seggi di ‘listino’ in appoggio (uno va, di diritto, al secondo candidato governatore meglio piazzato). Morale: governare è quasi impossibile, bisognerà fare accordi trasversali (centrodestra con pezzi di centrosinistra, lo scenario più probabile, o 5Stelle che chiederanno appoggio alla sinistra di Fava, scenario non irrealistico). E così i 4,6 milioni di siciliani chiamati alle urne(ma l’affluenza è prevista molto bassa, a circa 2,3-2,5 milioni di votanti) non lo sapranno neanche lunedì mattina, quando si aprirà lo spoglio reale dei voti, chi ha vinto. Dovranno aspettare, rassegnati, che i partiti facciano i loro giochi una volta dentro l’Ars (dove, non dimentichiamolo mai, un consigliere regionale gode dello status di ‘deputato’ nazionale come neppure succede alle regioni con minoranze speciali e guadagna di più).

E i candidati? Quello del centrodestra, Nello Musumeci, è in testa in tutti i sondaggi, riservati e ufficiali, ma ora è in ambascie perché ‘mascariato’ dalle polemiche sulle liste, dove indagati, rinviati a giudizio e condannati abbondano ‘a sua insaputa’. Inoltre, paga il gioco a rimpiattino di Berlusconi e Salvini che, in Sicilia, nell’arco di soli due giorni, prima decidono di farsi lo sgambetto con comizi concorrenti e poi, solo in corner, si ravvedono, pensando che è meglio farsi vedere insieme (a Catania, appunto). Il candidato dei 5Stelle, Giancarlo Cancelleri, si è portato in giro i poveri Di Maio e Di Battista e, sabato, concluderà una campagna elettorale con i fuochi d’artificio a Palermo, alla presenza del leader-non leader dell’M5S, Beppe Grillo.  Cancelleri iniziava a crederci, nella vittoria al fotofinish, ma anche lui sta subendo polemiche sulle liste ‘inquinate’. Il candidato della sinistra-sinistra, Claudio Fava, spera in un sorpasso clamoroso sul candidato del Pd, rivendica di avere le ‘mani pulite’, ed è pronto a fare accordi, dopo il voto, con l’M5S per aiutarli a governare. Scenari anche nazionali. Infine, c’è il candidato di Pd-Ap, il rettore dell’Università di Palermo Fabrizio Micari. Vittima designata di una sconfitta annunciata, è l’uomo sbagliato al posto sbagliato. Il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, lo ha imposto a Renzi e al Pd locale e nazionale, che non lo voleva, ma ora se ne disinteressa della sua sorte e si limita a fare uno sguardo grave e mesto, tipico orlandiano. Il governatore uscente, Rosario Crocetta, disarcionato dal Pd, ha ‘finto’ di non riuscire a presentare la sua lista. Accanto a Micari non si fa più vedere nessuno. Insomma, un vero disastro. Disastrose anche le possibili ripercussioni nazionali nel Pd. Renzi ha deciso di disinteressarsi da tempo del caso Sicilia. Ha demandato la pratica ai suoi luogotenenti locali (Fausto Raciti, segretario regionale, e Davide Faraone, ras renziano) e amen. Consapevole degli effetti di una debacle in Sicilia, Renzi è il solo leader nazionale che ha fatto un solo comizio con Micari e stop. Ora gira con in tasca un foglietto con segnata sopra la percentuale presa dal Pd di Bersani in Sicilia nel 2013 (quando Crocetta vinse grazie alle divisioni nel campo del centrodestra, tra Musumeci e Micciché, oggi nuovo ras incontrastato di Forza Italia e non solo nell’isola, e grazie, soprattutto, ai voti che gli arrivarono in dote dall’Udc, allora molto forte, di D’Alia e Casini, oggi ancora alleati con il Pd mentre l’Udc Cesa l’ha portata armi e bagagli con FI). In realtà, il Pd un alleato ce l’ha. L’esangue Ap di Alfano, i cui sotto-panza locali, quelli con i voti, sono però già quasi tutti saliti sul treno di Musumeci. Poi ci sono dei veri geni della Politica come Totò Cardinale che, come una spia della Guerra Fredda, fa il triplo gioco: renziano a Roma (anzi, per la precisione intimo amico e sodale del ministro allo Sport Lotti), ha fatto una lista pro Micari, ma promette voti sottobanco a Musumeci e strizza l’occhio pure a Cancelleri. Del resto, qualcuno dovrà pur governarla, la Sicilia.


2. Si vota in Sicilia, ma si pensa a Roma. Renzi si eclissa: prepara la guerra del dopo (articolo pubblicato il 4 novembre 2017 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale) 

Ettore Maria Colombo – Roma
 
Il segretario del Pd, Matteo Renzi, non passerà un piacevole fine settimana. Reduce dai fasti della conferenza a Chicago – dove Obama lo ha non solo voluto, ma lodato e coccolato – domenica si vota in Sicilia e, per il candidato premier del centrosinistra (ma sarà lui, alla fine?) possono arrivare solo brutte notizie, e pure tante. Il candidato del Pd, Micari, arriverà terzo, se gli va bene, e il risultato della lista del Pd rischia di essere disastroso, anche se il leader ha già in tasca un foglietto con i voti presi dal Pd di Bersani in Sicilia nel 2013 (13%). In ogni caso, Renzi,alla chiusura della campagna di Micari, unico tra i leader di partito nazionali, non c’è. Sa che i risultati in Sicilia gli verranno rinfacciati.
Infatti, mentre il ministro Dario Franceschini, in teoria in maggioranza con Renzi, tace e aspetta lunedì per dire la sua (“e non farà sconti a Renzi”, sibilano i suoi), il ministro alla Giustizia, Andrea Orlando, leader della minoranza interna (Dems) parla a ogni pié sospinto. Solo ieri Orlando ha dato due interviste, una a mane (Repubblica tv) e una a sera (Otto e mezzo). Nella prima ha asserito, minaccioso, che “dopo il voto siciliano bisognerà ragionare sul perimetro della coalizione” e, soprattutto, sul candidato premier del centrosinistra”. Sottotesto: per me non può e non deve essere Renzi. A sera, fintamente più conciliante, Orlando dice che “se perde Micari si porrà il tema di evitare lo stesso destino sul piano nazionale. E’ quindi necessario individuare il miglior candidato premier. Il Pd andrà a quel tavolo con Renzi”. Sottotesto: fingo di appoggiare lui come candidato, ma meglio se è un altro.
 
 
Il segretario dem, in realtà, parla d’altro. Ieri, nella Enews – dove ha confermato che accetta il confronto in tv con Di Maio (si terrà martedì su La 7) e che la Leopolda si terrà dal 24 al 26 novembre a Firenze – ha ribadito per intero la dura  posizione presa dal Pd sulle banche: “Troppe cose non hanno funzionato: i manager e i banchieri che hanno sbagliato devono pagare, sacrosanto. Ma se vogliamo che qualcosa cambi davvero le alte burocrazie del Paese devono smettere di buttare la croce addosso ai politici e assumersi le loro responsabilità”. Ma al di là del caso banche, gira che ti rigira, sempre là si torna: chi sarà il candidato premier del centrosinistra? Renzi o altri (Gentiloni)? Il segretario si dice “pronto” a fare le primarie, ma in realtà aspetta solo di vedere il primo che, in Direzione (già convocata per il prossimo 13 novembre) “si alzerà per chiedere di ‘rivedere’ le alleanze: lui mi tradirà”, dice ai suoi con aria grave  neanche si trattasse di Gesù Cristo che indaga ai commensali il novello e perfido Giuda.
 
Intanto, sempre ieri e alla buon’ora, persino l’indeciso Giuliano Pisapia ha deciso che è arrivata l’ora di ‘scendere in campo’. Però, come ha più volte ripetuto, lui non si candiderà. E’ chiaro solo lo schieramento: unitario, alleato al Pd e composto da tanti ‘nanetti’, la nascente Lista Civica Nazionale (il nome), sarà composto dai Radicali di Riccardo Magi, Forza Europa di Benedetto Della Vedova, il Psi di Riccardo Nencini, forse anche i Verdi di Angelo Bonelli e l’Idv di Ignazio Messina (incredibile, esiste ancora l’Idv, ma non la guida più Tonino di Pietro, passato con Mdp come del resto Bobo Craxi, ma tale Carneade Messina…). Non è chiaro, invece, il front-runner, di una tale Lista e area politica, ma potrebbe essere una front-women, cioè una donna. Emma Bonino, se vorrà, o la presidente della Camera, Laura Boldrini, assai sponsorizzata da Pisapia e dal suo Campo progressista, a meno che non vada col Pd. Sarà lei, per conto del nascente Ulivo bis a chiedere, con la benedizione di Romano Prodi, al Pd di fare le primarie. Una richiesta che, forse, Renzi non potrà più rifiutare. 
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NB: Gli articoli sono entrambi pubblicati sulle pagine del Quotidiano Nazionale 
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Sindaci e guai: da Brescello in giù anche il Pd piange. L’ombra dei boss nel paese di Peppone e don Camillo

Il sindaco di Brescello, Marcello Coffrini (Pd)

Il sindaco di Brescello, Marcello Coffrini (Pd), accanto alla statua del ‘sindaco’ Peppone…

NB. Dopo la pubblicazione di questo articolo (uscito sul Quotidiano Nazionale il 14 gennaio 2016, a pagina 14), le denunce del blog di Grillo e dei consiglieri regionali dell’M5S (“Il Pd fa la lotta alle mafie per finta, sul caso Brescello non ha mosso un dito”, ha detto, tra i tanti, il consigliere regionale Gianluca Sassi) e, ovviamente, dopo la notizia che il prefetto di Reggio starebbe per chiedere il commissariamento del comune di Brescello per infiltrazioni della ‘ndrangheta, in seguito al lavoro (durato sei mesi) di una commissione prefettizia che doveva verificare eventuali infiltrazioni e radicamenti della mafia a Brescello come a Finale Emilia, finalmente, lo scorso 17 gennaio, il Pd di Reggio Emilia ha diffuso una nota ufficiale di sconfessione del sindaco Coffrini (qui, nella foto, accanto alla statua del Peppone di don Camillo di Guareschi, i cui film furono ambientati a Brescello, ndr.). E, sul caso Brescello (RE), per la prima volta da un anno e mezzo, cioè da quando è emerso il caso, il Pd chiede formalmente le dimissioni del sindaco Marcello Coffrini. Invece, a onor del vero, il Pd nazionale – per la precisione i deputati membri della commissione Antimafia, Stefano Vaccari e Franco Mirabelli come pure il presidente (Bindi) e il vicepresidente (Fava) della commissione Antimafia – avevano chiesto da tempo, diversi mesi, le dimissioni del sindaco Coffrini per le sue parole sulle mafie. Ma il sindaco Coffrini (non iscritto al Pd, ma sostenuto anche dal Pd), sempre al Resto del Carlino, rifiuta di dimettersi da sindaco, afferma di voler fare ricorso in caso di commissariamento del Comune e soprattutto non ritratta le dichiarazioni – definite, ora e finalmente, “inaccettabili” anche dal Pd di Reggio e di Brescello – in cui aveva definito il fratello del boss della ‘ndrangheta, Grande Aracri (entrambi i fratelli sono stati condannati con sentenza definitiva per associazione a delinquere di stampo mafioso) “una persona gentile, tranquilla ed educata” e negato la presenza della mafia a Brescello. La nota del Pd di Reggio invita i consiglieri comunali a sfiduciare il sindaco (che però ha la maggioranza dei consiglieri comunali, 7 su 9, del Pd dalla sua parte) e si conclude così: “L’impegno del Pd è di riconsegnare Brescello a una fase nuova, scevra da dubbi e incertezze. Serve coraggio. Da una ritrovata condizione di serenità e chiarezza potrà partire una più incisiva lotta alla ‘ndrangheta”. In alternativa al commissariamento del comune di Brescello da parte del prefetto, potrebbe arrivare – direttamente dal ministero degli Interni, cioè da Alfano – lo scioglimento del consiglio comunale e del sindaco medesimo. Sempre per la stessa accusa: infiltrazioni mafiose. 

Grillo e Casaleggio. il leader dell'M5S e il suo Richelieu sempre nell'ombra...

Grillo e Casaleggio. il leader dell’M5S e il suo Richelieu sempre nell’ombra…

BOLOGNA –
PER OGNI vittoria che ottieni a Quarto, vieni sconfitto sul Brenta, o a Brescello. No, non sono i nomi delle battaglie sabaude e garibaldine del nostro glorioso Risorgimento: è il gioco a rimpiattino che va avanti tra Pd e M5S sui Comuni sciolti per mafia, i sindaci e i consiglieri comunali indagati dell’uno e dell’altro partito. All’insegna di un concetto filosofico primordiale («il più pulito c’ha la rogna»), il blog di Beppe Grillo, da settimane, pubblica e invita a rilanciare, dietro l’hashtag «#PiddiniCostituitevi!», l’elenco con foto di tutti i casi di indagati, rinviati a giudizio e condannati nelle fila democrat: «Sono 83 solo nel 2015 e, da gennaio, sono già 85!».

L’OBIETTIVO è semplice quanto efficace: dimostrare che se i pentastellati non riescono a togliersi la pagliuzza dall’occhio di Quarto, politicamente e mediaticamente, il Pd è marcio. «Numeri da organizzazione criminale» tuona, sempre dal suo blog, Beppe Grillo.
Il Pd, ovvio, contrattacca: «Dovete venire da noi per prendere lezioni di legalità» E i casi citati? Isolate mele marce, si capisce. «Mariuoli» casuali. È così? Vediamone alcuni.

PROPRIO ieri (il 13 gennaio scorso, ndr.) è esploso il caso Brenta, in provincia di Varese. Il sindaco della cittadina, Gianpietro Ballardin, iscritto al Pd ma eletto con una lista civica, è stato arrestato e ora si trova ai domiciliari. L’accusa è falso commesso da pubblico ufficiale, reato che avrebbe compiuto nelle vesti di presidente del consorzio del Medio Verbano. Grillo urla, ebbro di gioia: «Un arrestato al giorno toglie il Pd di torno! Domani a chi tocca?!». I guai, si sa, non vengono mai soli. Per il Pd sono tempi difficili, dopo il caso Marino (dimesso) a Roma, il caso De Luca (indagato e incompatibile per la Severino) in Campania, i vari casi dei sottosegretari indagati e dimessisi (ultima la Barracciu), il caso banche che sfiora la Boschi.
Poi, appunto, ci sono i casi piccoli. Fanno meno rumore, ma pesano. A Ercolano sono indagati, per appalti, sindaco, vicesindaco, assessore: tutti dem; a San Giorgio a Cremano associazione a delinquere al sindaco attuale e pure al precedente. A Vado Ligure altra doppietta: sindaco attuale e predecessore accusati di disastro colposo aggravato.
A Vercelli la sindaca, sempre dem, è stata già rinviata a giudizio per falso ideologico in atto pubblico. A Rimini (Gnassi) e Pescara (Alessandrini), capoluoghi importanti, i sindaci dem sono entrambi indagati. A Como il sindaco è fresco fresco di avviso di garanzia (#Lucinidimettiti! grida, ovvio, il blog M5S) mentre il sindaco di Siena, Valentini, è indagato da tempo per falso in atto pubblico, abuso d’ufficio e truffa aggravata, ma il Pd locale tace.

IN EMILIA, nella provincia di Bologna, c’è Crevalcore, dove sindaco e vice sono indagati (il reato ipotizzato NON è “truffa”, come scritto in un primo momento, ma “omissione di denuncia di reato” per un’inchiesta legata a case inagibili a seguito del terremoto del 2013, lo ha precisato poi, con una nota a QN, lo stesso sindaco di Crevalcore Claudio Broglia, ndr.), e Castenaso dove il sindaco, Sermenghi, è accusato di minacce contro la collega Isabella Conti (dem pure lei) di San Lazzaro di Savena, altro caso su cui i grillini e il blog di Grillo hanno con gioia inzuppato il pane visto che, nella giunta di Sermenghi, a fargli da assessore, c’è pure la sorella del premier, Benedetta Renzi.

Il sindaco di Brescello, Marcello Coffrini, davanti a una sede del Pd

Il sindaco di Brescello, Marcello Coffrini, davanti a una sede del Pd

Ma la vera e più brutta storia è un’altra ancora. Il film, genere gangster movie si svolge a Brescello, provincia di Reggio Emilia. Nel paese di 4 mila anime cui i film di don Camillo e Peppone hanno assicurato un posto imperituro nella storia del costume italico, ha messo radici una pericolosa e violentissima cosca della ’ndrangheta, la ’ndrina Grande Aracri, originaria di Cutro, paesino che sta in provincia di Crotone, ma dal quale l’emigrazione verso l’Emilia è stata poderosa, nei decenni. Il presunto capo, Nicolino Grande Aracri, detto «Mano di Gomma», è finito in carcere per associazione mafiosa, e lì sta, con il 41 bis, il carcere duro, dopo una montagna di condanne. Ma il fratello, Francesco, a cui sono stati sequestrati beni per tre milioni di euro e condannato per mafia e che a sua volta è stato condannato per mafia con sentenza definitiva, e da anni, gode appieno della stima del sindaco democrat, Marcello Coffrini. Figlio d’arte (il padre fu sindaco del Pci), avvocato, «la mafia a Brescello non esiste», disse a una tv di ragazzi creando un putiferio. E, ieri, rincarava la dose proprio al Resto del Carlino: «Io non mi dimetto, sì qui c’è la ’ndrangheta, ma come da altre parti, la giunta non c’entra, io neppure, ma non mi stupirei se il comune venisse sciolto per mafia»… Sempre con la stessa sicumera e ugual amore dei calembours, per Coffrini il Giovane, il Grande Aracri (Francesco) è «un uomo gentile, tranquillo, composto». Peccato che la Dda di Bologna lo definisca, invece, «elemento di spicco della cosca». Peccato che, da sei mesi, va avanti il lavoro della Commissione prefettizia incarica di verificare l”attività del comune di Brescello in questi anni ed eventuali illeciti e collusioni con la ‘ndrina dei Grandi Aracri. Peccato che – si dice-  il prefetto di Reggio avrebbe il decreto di scioglimento del comune di Brescello per mafia sul tavolo. Leghisti e grillini, nel frattempo, guidano un’opposizione serrata a Coffrini e ne chiedono, da anni, le dimissioni. Domenica prossima, 31 gennaio, in quel di Brescello, si terrà una manifestazione della Lega Nord guidata dalla segretaria cittadina e, dal 2014, consigliera comunale Catia Silvia, che da anni effettua segnalazioni e denunce contro la presenza e le infiltrazioni della ‘ndrangheta nel territorio, e che ha subito diverse intimidazioni e minacce.  Ma il sindaco Coffrini nega tutto, per lui “la mafia non esiste”, e dopo essersi auto-promosso una marcia a suo sostegno, con strani personaggi al seguito (alcuni originari di Cutro e dintorni) è sicuro: “la maggioranza dei consiglieri comunali sono con me e anche la comunità del paese lo è”.

LA presidente (Bindi) e il vicepresidente (Fava) della commissione Antimafia hanno chiesto apertamente le dimissioni di Coffrini, arrivando ad appellarsi a Mattarella. E il Pd? I pentastellati accusano: maggioranza consiliare, direzione provinciale di Reggio e sindaci vicini (tranne il coraggioso Enrico Bini, sindaco di Castelnuovo Monti, che ha chiesto le dimissioni del collega) «lo hanno salvato più volte». Pure i deputati dem in Antimafia, in realtà, ne hanno chiesto le dimissioni, come ricordano Stefano Vaccari e Franco Mirabelli. Ma il Pd locale ha fatto orecchie da mercante, trincerandosi dietro il leit-motiv «se non si dimette di sua sponte o non c’è una mozione di sfiducia, non possiamo farci nulla».
E pur rivendicando «protocolli antimafia» e «cultura della legalità», la (debole) linea di difesa dei dem reggiani (e nazionali) resta la stessa: «Aspettiamo che la commissione prefettizia faccia chiarezza, a Brescello» (ma la commissione ha terminato i lavori). Paese che, poveri don Camillo e Peppone, schietti e fieri, non merita tali ipocrisie o pavidità.

NB. Questo articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il 14/01/2016 (http://www.quotidiano.net). 

#Mattarella o della ‘rivoluzione silenziosa’. Così spopola il presidente ‘mite’

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

MATTARELLA ha ricevuto Mario Draghi. Mattarella ha ricevuto Ignazio Visco. E, a dirla tutta, Mattarella ha ricevuto pure l’ad di Sky, il presidente di Mediaset e di altri grandi gruppi industriali e mediatici. Se n’è accorto qualcuno? Macché. Stringato, striminzito, comunicato del Quirinale e via, sotto un altro. Mattarella vede, in rapida successione, i ministri Alfano, Pinotti, Giannini? Qualche giornalista ha strologato, scritto retroscena et similia? Nothing, nada, rien. Mattarella gira il mondo: Parigi-Berlino-Madrid subito, appena eletto; Serbia-Montenegro-Londra in soli quattro giorni a giugno; Tunisi e Malta a luglio. Viaggi «di Stato», ufficiali, ma che tracciano due direttrici di scavo, studio, analisi, gestione dei rapporti diplomatici: apertura a Balcani ed Est Europa, Paesi che vogliono entrare nella Ue, da un lato, e dialogo “mediterraneo” con il Sud del Mondo, Africa in testa, dall’altro. Riscontri mediatici? Scarsi. Ai tempi di Napolitano, a ogni fiato di «re Giorgio», giù articoli, filmati, reportage. Un genere quasi letterario che aveva pure un nome: «i moniti di re Giorgio». E giù “fiumi di parole” fino ai libri (14/15, di cui sette/otto  scritti ‘su’ Napolitano, sette/otto ‘di’ Napolitano).

E MATTARELLA? Anche qui, libri su Mattarella appena due: uno del suo portavoce (prima di sapere di esserlo, peraltro), Giovanni Grasso, che in realtà parla del fratello ucciso dalla mafia, Piersanti; l’altro di Pio Cerocchi, suo vecchio amico dai tempi della Dc e del Ppi.
Esternazioni di Mattarella? Poche, rare, misurate, centellinate (i rapporti coi media, sul Colle, li tengono Grasso, ex inviato Avvenire, Gianfranco Astori, ex deputato della Dc e, poi, direttore dell’Asca, e ora anche Claudio Sardo, ex direttore dell’Unità: insomma, il fior fiore del cattolicesimo democratico). Eppure, in quest’ultimo mese, le esternazioni del Presidente, da rade e limitate, circoscritte, sono già salite di grado e d’intensità. In meno di una settimana, ha messo i riflettori sui profughi e i migranti, dove «una Ue in affanno fa meno di quanto dovrebbe»; l’Isis e il terrorismo, definite (con genio) «forze del disordine»; i due Marò per cui «l’Italia si batterà»; la lotta a corruzione e mafie, «priorità assoluta»; la coesione sociale da «ritrovare», le riforme istituzionali da «fare al più presto».
E «l’uomo solo al comando» che non va mica bene, dice Mattarella. Quest’ultima stoccata (è a Renzi? Forse. O è a se stesso che, da vero «cattolico penitente», cerca i limiti della sua azione?) Mattarella l’ha tirata ricevendo al Quirinale l’Asp, l’Associazione Stampa Parlamentare, il primo Ventaglio ricevuto da Mattarella (“il primo – nota lui, con una punta di timido umorismo – venne dato, nel 1883, al presidente del Senato Zanardelli, faceva un caldo bollente, ora il caldo è rimasto, ma la temperatura politica è scesa, almeno qui, al Quirinale”, aggiunge, con un sorriso, forse).

Domanda: il nostro presidente della Repubblica è forse «trasparente»? «Debole»? «Freddo»? No, affatto. E non solo perché, nei sondaggi di popolarità, Mattarella spopola (62% la fiducia degli italiani, per Ixé, Renzi è al 31%, per capirsi), ma perché lui, è così: schivo, riservato, compassato («In confronto a Mattarella, Forlani è un movimentista» disse, con formidabile battuta, Ciriaco De Mita), ma è pure un «mite» che, se la storia ti ci costringe, reagisce come un leone.
Mattarella che si dimette da ministro contro il VII governo Andreotti che approva il decreto salva-Biscione (1990). Mattarella che s’inventa il Mattarellum (1994), unica legge elettorale funzionante in tutta la II Repubblica. Mattarella che, insieme, rivendica l’eredità di de Gasperi contro Berlusconi (1994) e aiuta Prodi a far nascere il «centro-trattino-sinistra» (1996). Mattarella che vive lutti e tragedie durissime: la morte del fratello, ucciso dalla mafia, e lui che si ritrova addosso il suo sangue; la morte dell’amata moglie Marisa e, da poco, la morte della sorella Caterina.
«Mattarella il mite ci stupirà», si inizia a dire, nei Palazzi, ma lui ha già iniziato a stupire, opinione pubblica, media e Palazzi: la tenuta di Castelporziano aperta alle carrozzine dei disabili (mai successo); tagli su tagli al parco auto, al faraonico personale e cerimoniale, ai lauti stipendi e pensioni del Colle (mai successo); i viaggi istituzionali ‘semplici’, fatti in treno o su aerei di linea. E, soprattutto, il palazzo del Quirinale, aperto al pubblico, 5 giorni su 7, finalmente. Non solo “mai successo” ma copiato persino da Buckingham Palace, dalla regina d’Inghilterra. I corridoi, le mille stanze, quadri, arazzi e segrete del Colle visibili a tutti e – si sparge la voce – «tutti gli alti funzionari giù nei sottoscala a masticare amaro, del resto il Presidente ha detto: via, largo alla ente».

INSOMMA, già sta vincendo, «Serghei», come lo chiamavano da ragazzo: vince, agli occhi degli italiani, il cattolico frugale, ma fermo. Vince il Presidente che abbraccia d’impeto Manfredi Borsellino, dà un buffetto ad «Astrosamanta», fa mettere la cravatta a Salvini.
Renzi vuole fare parecchi decreti? A Mattarella la cosa non sta bene. Glielo dice, così Renzi lo sa. Con quella voce un po’ nasale, bassa, quel timbro timido, pacato, gentile. «E’ un po’ sordo», dicono gli amici. «Sì, ma quando vuole parlare chiaro, i suoi interlocutori lo sentono benissimo». Mattarella si sta già facendo sentire e le sorprese del suo settennato sono appena iniziate.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 31 luglio 2015 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale. 

Elezioni presidenziali/9. Scalfaro o dell’anno in cui venne giù tutto (1992)

Eccoci, dopo le carrellate sulle presidenze De Nicola (1946), Einaudi (1948), Gronchi (1955), Segni (1962), Saragat (1964), Leone (1971), Pertini (1978) e Cossiga (1985), con si conclude la fase dei presidenti da I Repubblica, alle vicende del drammatico 1992 e all’elezione di Oscar Luigi Scalfaro. Causa la complessità della storia e relative votazioni rimandiamo ad altra sede un’analisi compiuta della presidenza Scalfaro (1992-1999).

Il terribile 1992, l’anno in cui viene giù tutto.
Il 1992 è davvero l’anno in cui, in Italia, è venuto giù tutto. Il 17 febbraio, a Milano, viene arrestato un socialista fino ad allora sconosciuto, Mario Chiesa, e inizia l’operazione ‘Mani Pulite’. Il 13 marzo, a Palermo, Cosa Nostra uccide l’eurodeputato Salvo Lima, luogotenente di Giulio Andreotti. Il quadripartito (DC-PSI-PSDI-PLI) che, in quel momento, sostiene il VII governo Andreotti (1991-1992) – e, negli anni ancora precedenti, il pentapartito (con l’aggiunta del PRI) che sostiene, da anni, l’onere del governo con gli esecutivi Craxi, De Mita – è una formula logora, stantia, superata. I tre principali protagonisti politici del momento sono Bettino Craxi (segretario del Psi), Giulio Andreotti (presidente del Consiglio) e Arnaldo Forlani (segretario della DC) sono accomunati da un acronimo (CAF) che regge le sorti politiche della Repubblica dall’ormai lontano 1989. Da allora, in Italia non e’ cambiato nulla, mentre in Europa (crollo del Muro di Berlino, riunificazione delle due Germanie), nel Mondo (dissoluzione dell’Urss, 1991, e I guerra del Golfo, 1990-’91) sta cambiando tutto. E anche in Italia. L’opinione pubblica chiede a gran voce un rinnovamento nella moralità della cosa pubblica, disgustata dagli scandali, nella lotta alla mafia, sempre piu’ minacciosa, e nel rinnovamento delle istituzioni che da anni promuove commissioni bicamerali che non producono nulla se non quintali di carta. Una via che un pezzo di società civile e politica sperimenta, per mettersi sulla strada del cambiamento, passa per la legge elettorale attraverso i referendum elettorali. Come il I referendum Segni che ha già abolito le multipreferenze (1991) e che è in attesa di promuovere un altro giro referendario che dovrebbe tenersi nel 1992 ma che viene stoppato proprio dalle elezioni politiche (il II referendum Segni sul maggioritario si terrà nel 1993). Proprio per questo promuove un patto referendario tra i partiti che si presenteranno alle elezioni: si vota solo per chi ci sta. Poi c’e’ il Pds. Occhetto, insediato a sinistra da Ingrao e dal Prc, vorrebbe far saltare il Caf e vendicarsi di Craxi, che lo ha gabbato. L’ultima facendo eleggere Scalfaro presidente della Camera al posto del leader dell’ala migliorista cui Occhetto, per essere riuscito a fare la Bolognina, deve molto: Giorgio Napolitano.

Il 5-6 aprile si tengono le elezioni politiche. Alla vigilia, vengono arrestati due ex sindaci di Milano, i socialisti craxiani Tognoli e Pillitteri e poco dopo durante gli verrà arrestato il segretario amministrativo della Dc Citaristi. La Dc ne esce a pezzi, sotto la fatidica soglia del 30% (29,6%), esce con le ossa rotte, il Psi regge (13,6%), i partiti laici annaspano, ma il partito nato dalle ceneri del Pci, il Pds di Achille Occhetto, non ne trae giovamento (16,1%), indebolito dalla scissione dei neo comunisti di Rifondazione (PRC). Invece, i partiti anti-sistema iniziano a suonare l’avanzata, dall’Msi (5,3%) alla Lega di Bossi che vola al 8,6% (sopra il 20 in tutto il Nord) al Prc (5,6%) e, in parte, a Verdi e Rete. Il 25 aprile il presidente della Repubblica uscente, Francesco Cossiga, dopo due anni di picconate ed esternazioni che hanno scosso e messo a dura prova il sistema dei partiti, si dimette con due mesi di anticipo, lasciando i suoi poteri al supplente: il neopresidente del Senato, Giovanni Spadolini. Presidente della Camera è, invece, dal 24 aprile, Oscar Luigi Scalfaro, volto vecchio e, insieme, nuovo della Dc, eletto deputato con una messe di preferenze nella sua Novara. Cossiga, furibondo, telefona a Forlani che vorrebbe vedere come suo successore: “Pazzi, non avete eletto il nuovo presidente della Camera, ma il nuovo capo dello Stato”. Parole profetiche, quelle di Cossiga, che detesta Scalfaro (il quale lo ritiene a sua volta “uno che ha fatto danni enormi”) come pure queste altre: “saranno giorni terribili fino all’elezione del mio successore”. Mai previsione si rivelerà più azzeccata. Dal 28 aprile tutto, compresa la nascita del nuovo governo, si ferma, in attesa di eleggere il nuovo Capo dello Stato.

Arnaldo Forlani e Giulio Andreotti: il gatto e la volpe della Dc che fu.

Arnaldo Forlani e Giulio Andreotti: il gatto e la volpe della Dc che fu.

Ai nastri di partenza due ‘cavalli di razza’, Andreotti e Forlani. Scalfaro bacchetta gli onorevoli come un preside.
Le ambizioni dei ‘quirinabili’ più famosi sono note, in quei giorni, anche ai sassi. Forlani e Andreotti per la DC, Craxi nel Psi ma più come minaccia altrui: il suo obiettivo e’ ritornare a palazzo Chigi. Andreotti sembra, sulle prime, molto quotato. Persino Bossi gli fa credere che lo voterà e Fini teme che i suoi cedano ad Andreotti. Un giovane DC di belle speranze, Pierferdinando Casini, va in giro a chiedere voti per Forlani, come pure fa Antonio Gava, mentre un esperto di mille pratiche e affari, Paolo Cirino Pomicino, rastrella voti per Andreotti fino a organizzare veri tour gastronomici nei migliori ristoranti della Capitale. Il 13 maggio il Parlamento si riunisce in seduta comune per la prima votazione, e, sotto la guida proprio di Scalfaro, si comincia a votare. I sospetti incrociati fra i partiti sono tali e tanti che Pannella chiede a Scalfaro di garantire meglio la segretezza del voto. Scalfaro, a tempo di record, fa allestire dai falegnami di palazzo Montecitorio due cabine di legno foderate con un drappo rosso che vengono subito ribattezzate “catafalchi” dal verde Francesco Rutelli. Tali resteranno sia nel nome che nella prassi: si usano ancora oggi. La prima seduta neppure si è aperta e già leghisti e missini, fiutata l’aria di anti-politica nel Paese, danno il peggio di sé. Carlo Tassi, missino sempre in camicia nera, urla “ladri!” contro i banchi della maggioranza, agitando anche un paio di manette. Scalfaro prova a zittirlo, lui replica (“quale articolo del regolamento mi obbliga?”), Scalfaro ribatte: “Non c’è nessuna norma che la obblighi a ragionare ma complimenti, lei deve avere un polmone di riserva”. Un’altra bacchettata arriva per Teodoro Buontempo che durante una pausa aveva tirato una moneta da 500 lire in testa al dc Serri: “La invito a distinguere tra un’aula e una piazza di periferia”. Terza bacchettata, a un gruppo di deputati che si erano messi a gridare “imbecille” a un collega in mezzo della seduta: “Onorevoli colleghi, non è il caso di urlare a voce alta il proprio cognome…”.

I candidati ‘di bandiera’ dei primi tre scrutini. Nei primi tre scrutini, quelli in cui serva la maggioranza dei due terzi, ciascun partito vota il suo candidato di bandiera. Alcuni sono dei veri ‘Carneadi’ della politica, altri sono nomi illustri: Giorgio De Giuseppe (Dc), Nilde Iotti (Pds), Giuliano Vassalli (Psi), Gianfranco Miglio (Lega), Alfredo Pazzaglia (Msi), Paolo Volponi (Rifondazione), Norberto Bobbio (Verdi), Antonio Cariglia (Psdi), Tina Anselmi (Rete), Salvatore Valitutti (Pli). I giornali titolano “Buio completo sul Quirinale”. Scalfaro commenta: “La mia candidatura? Un’ipotesi inesistente”.

Giulio Andreotti, il Divo.

Giulio Andreotti, il Divo.

Il gioco si fa duro. Il ‘Divo’ e Forlani: entrambi più realisti del re…
Dalla quarta votazione, il 15 maggio, il gioco si fa duro. I partiti di maggioranza si astengono ma e’ l’ultima volta. L’accordo del Caf Craxi-Andreotti-Forlani sembra reggere. Craxi a Chigi, d’accordo, ma chi al Colle? Forlani, che lascerebbe la guida della DC a Martinazzoli, o Andreotti? Forlani va a trovare Andreotti a palazzo Chigi. La scena è surreale e sarà immortalata dal film Il Divo di Paolo Sorrentino che tratteggia il personaggio Andreotti. Cirino Pomicino, presente al colloquio, l’ha ri-raccontata al Fatto: “Giulio e Arnaldo, uno di voi due deve essere il prossimo presidente”, faccio io, ridendo e scherzando. Forlani, gelido: ‘Se Giulio è candidato, io non lo sono’. Andreotti, in un sussurro: ‘Se Arnaldo è candidato, io non lo sono”. Scena e immagine surreale, ma vera. Alla fine, sembra che sia Forlani ad acconsentire alla candidatura ufficiale del suo avversario: gli andreottiani, almeno, lo pensano e si attaccano al telefono per convincere gli altri. L’illusione dura poco. Enzo Scotti, non a caso detto ‘Tarzan’ per come passava da una corrente all’altra e grande annunciatore di tradimenti dc, telefona a Pomicino, Mastella e Marini: mi dispiace, ma noi votiamo Forlani. De Mita s’era messo in mezzo per ottenere in cambio la segreteria. Si parte con Forlani, dunque, e la decisione formale la prende una tumultuosa assemblea DC che però registra subito la contrarietà dei pattisti di Segni, che vedono in Forlani un anti-referendario e che faranno massa critica con la sinistra socialista per affondarlo.

I ‘101’ (39 in realtà) che, nel 1992, tradirono Forlani.
Andreotti, in ogni caso, prova ad allontanare i sospetti. Chiede la parola e dice: “Visto che c’è la candidatura del segretario, la mia non esiste più. E chi lavora a sfavore pecca contro lo Spirito Santo”. Forlani ottiene un plebiscito, ma è una pia illusione. Nel dubbio Mattarella distrugge lo stesso le schede con un tritacarte.
Craxi acconsente riluttante, convinto che Forlani non passerà e telefona a Scalfaro: “Se Arnaldo non ce la fa, per noi ci sei tu”. Forlani, davanti al quinto scrutinio, quello decisivo del 16 maggio, prende 469 voti:gliene mancano solo 39 voti per potercela fare, ma sono quelli decisivi. Andreottiani, mastelliani, pattisti, qualche socialista e qualche laico, anche: eccoli i ‘101’ dell’anno 1992.
Forlani, al sesto scrutinio, sale di dieci voti, a 479: manca poco (29 voti), al quorum (508), ma la verità è che è in caduta libera. L’area della maggioranza di governo ha, sulla carta, ben 546 voti: e invece all’appello, per Forlani, ne mancano quasi 80, di cui almeno 50 democristiani. Sono della corrente di Andreotti, abilmente pilotati dal suo braccio destro, Pomicino, ma anche pattisti di Segni che danno indicazione di voto solo per candidati che hanno sottoscritto il ‘patto’ referendario, pezzi di sinistra di Base (demitiani), socialisti di sinistra guidati da Formica. Infatti, anche i socialisti avevano imparato l’arte dai democristiani: “Almeno un terzo del gruppo negò il suo appoggio al leader della Dc, con Craxi aveva stretto un patto di ferro, da Martelli a Formica, con l’obiettivo di colpire Forlani per ferire Bettino”, ricorderà poi Gennaro Acquaviva. Anche il segretario del Pds, Achille Occhetto, si siede sulla riva del fiume per colpire al cuore l’odiato CAF e, in particolare, Craxi e Forlani.
Il 17 maggio Forlani annuncia il ritiro della sua candidatura, anche se la DC la definisce solo “sospesa”. Sarebbe l’ora di Andreotti, ma la sua candidatura non decolla mai davvero, resta come sospesa tra il non detto dei suoi, micidiali nel distruggere le candidature altrui ma incapaci di creare massa critica sul loro, e gli altri partiti che, chi per un motivo chi per un altro, lo temono o lo odiano. La candidatura di Andreotti, formalmente, non esiste.

Oscar Luigi Scalfaro, IX presidente della Repubblica italiana (1992-1999)

Oscar Luigi Scalfaro, IX presidente della Repubblica italiana (1992-1999)

Si vota senza sosta e i candidati si bruciano uno dopo l’altro.
Al VII scrutinio, la Dc inizia a votare scheda bianca, il Pds la Jotti. Giorgio La Malfa scalpita e chiede di isolare la DC, promuovendo il nome di Spadolini, che ci terrebbe molto di suo, a salire al Colle. Il Pds di Achille Occhetto propone Giovanni Conso, giurista cattolico, presidente emerito della Consulta. I socialisti avanzano il nome di un loro giurista, Giuliano Vassalli, e i repubblicani ci riprovano con Leo Valiani. Gli scrutini si susseguono senza sosta: vanno a buca le tre del 17 maggio, le due del 19 maggio, quella del 20 e quella del 21, e cioè dall’VIII al XIII scrutinio. Vengono bruciate in poche ore le candidature di Norberto Bobbio, Francesco De Martino e Mino Martinazzoli, ma anche quelle di Tina Anselmi, Ettore Gallo e persino di Ciampi (sponsor Goria). Il 22 maggio, al XIV scrutinio riaffiora la candidatura Vassalli (Psi) con l’appoggio di un pezzo di Dc e dei partiti laici, ma un’altro pezzo di DC lo affonda: i voti per lui sono 351 e i franchi tiratori questa volta, quasi 200, per la precisione 180, un record. I capigruppo socialisti diramarono una nota dolce-amara: “Siamo particolarmente grati alla Dc per aver sostenuto con esemplare lealtà e coerenza la candidatura Vassalli assicurandogli al metà dei suoi voti” e il socialista Marianetti ricorre all’ironia: “Diciamo che qualche dissidente democristiano ha votato per Vassalli”. Al XV scrutinio, che si tiene la mattina del 23 maggio, le schede bianche della Dc e degli alleati arrivano a essere 397. Nel frattempo, Pds, patto Segni, Rete, Verdi hanno votato per Conso, che arriva a 235 voti, segnalando l’ennesima frattura a sinistra, quella tra Pds e Psi. Del resto, l’ipotesi di un’unita’ delle sinistre (Pds, PSI, Psdi) che pure avrebbe buoni numeri, naufraga proprio per l’ostilità coriacea è personale tra Occhetto e Craxi. Forlani, esausto, getta la spugna la sera stessa, dimettendosi non più da candidato, ma direttamente da segretario della Dc. Non resta che una soluzione istituzionale: uno dei presidenti delle Camere, o Spadolini o Scalfaro. Lo dice Forlani e lo dicono tutti. Per Scalfaro si spende molto Marco Pannella, in nome di un ritorno alla Costituzione, ed è d’accordo anche Craxi, convinto che Scalfaro gli darà l’incarico per tornare a palazzo Chigi, Spadolini no. De Mita e altri tifano per Spadolini, ma gli sono fatali il proverbiale, stucchevole, ecumenismo, l’avversione di Craxi, che non vuole un laico al Quirinale per non rinunciare a palazzo Chigi, e quella sotterranea di Occhetto. Eppure Spadolini ci crede e fino a poco prima dell’elezione di Scalfaro. Dirà a Enzo Scotti: “non ho dormito, ho lavorato al discorso tutta la notte”.

In un’atmosfera irreale arriva la notizia della strage di Capaci.
E così mentre nel Parlamento regna un’atmosfera irreale con gli andreottiani che cercano (ancora!) di convincere gli altri che il vero candidato istituzionale è il loro, il divo Giulio, il 23 maggio, a metà pomeriggio, piomba la notizia della strage di Capaci.  Il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i cinque agenti della sua scorta sono rimasti vittime di un attentato mafioso sull’autostrada Punta Raisi-Palermo. Andreotti capisce tutto e si ritira dalla corsa. La sera stessa un suo fedelissimo, Nino Cristofori, chiamerà concitato il braccio destro di Occhetto, Claudio Petruccioli: “La strage è stata un attacco a Giulio”. Sia come sia, di fronte a un paese impietrito e in collera come gli USA davanti all’omicidio Kennedy, non resta che Spadolini o Scalfaro. A sbloccare l’impasse provvede il Pds, disposto a votare Scalfaro fin da subito: è antifascista, si è opposto a Cossiga in modo strenuo, è difensore del Parlamento e della magistratura. Inoltre, libererebbe per Giorgio Napolitano la presidenza della Camera.
A quel punto, la DC sa che deve proporre Scalfaro lei per prima, per non farsi bruciare dal Pds. Forlani corre al Rapahel da Craxi e si trovano d’accordo subito nel lanciare Scalfaro. Il 25 maggio, arrivati al XVI scrutinio, la fumata diventa bianca e senza storia. Solo all’ultimo momento Scalfaro prega il vicepresidente di turno, Stefano Rodotà, di prendere il suo posto, per non dover annunciare da solo… la propria elezione.

Modalità dell’elezione di Scalfaro (25 maggio 1992, 672 voti, XVI scrutinio).
Scalfaro ottiene 672 voti su 1002 votanti e 1008 Grandi elettori, ma se è vero che è supportato da un’amplissima maggioranza politica di centrosinistra (Dc, Psi, Psdi, Pli, Pds, Verdi, Radicali, Rete) tra schede bianche, nulle, disperse e altri candidati si contano in ben 324 i voti dispersi. Il Pri insiste su Valiani (36), la Lega su Miglio (75), Rifondazione su Volponi (50), il Msi vota, a mo’ di sfregio, Cossiga (63). “Io quel prete di Scalfaro non l’ho votato!” si vanterà Formica citando il noto bigottismo di Scalfaro.

Montanelli: il presidente “per disgrazia ricevuta”…
Indro Montanelli, che non ha mai risparmiato a Scalfaro sfottò, scriverà il giorno dopo su Il Giornale: “Sappiamo di non scoprire la polvere dicendo che a issare Scalfaro al Quirinale non sono stati i mille grandi (si fa per dire) elettori di Montecitorio, ma i mille chili di tritolo che hanno massacrato Falcone, la moglie e il suo seguito. Sono stati gli eventi, non i partiti a portarvelo. Per la prima volta abbiamo un presidente che non è figlio della politica – come la si intende e miserevolmente si pratica in Italia – ma di qualcosa di più serio: la ragion di Stato. Se non l’uomo della provvidenza, certo l’uomo dell’emergenza: un presidente per disgrazia ricevuta”.

Nb. Questo articolo è stato pubblicato nella sezione blogger ‘I giardinetti di Montecitorio’ che curo sulle pagine Internet di Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net)

‘Complotto!’. Da Berlusconi a Grillo la mania italica per il genere è dura a morire… Recensione (inedita) del libro di Teodori e Bordin

la mano dell'ex premier saluta, rancorosa, una folla festante per il suo gesto...

Berlusconi, dimissioni 2011. La mano dell’ex premier saluta, rancorosa, una folla festante.

Le teorie sulla ‘perfida mano’ americana arrivata per consolidare il potere della mafia dopo lo sbarco alleato in Sicilia. La teoria del “doppio Stato” da Gladio al caso Moro. Il processo ideologico sulla trattativa Stato-Mafia. La ‘bufala’ di una P2 e di un Piano di Rinascita democratica a firma del ‘grande pataccaro’ Licio Gelli buona per giustificare ogni mistero italiano. Ma anche, arrivando all’oggi, il ‘complotto delle sinistre’ che, attraverso la ‘dittatura dei magistrati’ impedisce a Silvio Berlusconi di ‘fare le riforme; la ‘cospirazione economico-finanziaria’ che avrebbe ordito la fine del IV governo Berlusconi grazie alla ‘complicità’ di Napolitano e al ‘cavallo di Troia’ Mario Monti (summa individuale di tutti i ‘poteri forti’ mondiali); e, infine, la maniacale ossessione ‘complottarda’ del duo Grillo-Casaleggio. Massimo Teodori (ex deputato radicale, membro di numerose commissioni parlamentari d’inchiesta su tutti i principali misteri d’Italia, dalla P2 a Moro, dal caso Sindona alle stragi e al terrorismo) e Massimo Bordin (già direttore di Radio radicale e conduttore della sua ‘mitica’ rassegna stampa) hanno scritto un libro utilissimo, di quelli da tenere sempre sul comodino, oltre che di lettura godibile, piana e ricco di dati e date, riferimenti e cifre, con dentro tutto quello che c’è da sapere ‘in carrellata’ sulla storia d’Italia.

Si tratta di Complotto! Come i politici ci ingannano(Marsilio, pp.224, euro 14,50) e questo articolo non basterà certo a illuminarne le tante e ricche voci. Ci limiteremo, dunque, a indicarne i tre capitoli (peraltro i primi tre), quelli di attualità, invitando alla lettura del libro per quelli di taglio più storico. Sul fatto che Silvio Berlusconi sia convinto che, negli ultimi vent’anni, non sia riuscito nelle riforme annunciate (la famosa ‘rivoluzione liberale’) non per una squadra non all’altezza e per troppe promesse senza seguito, ma per un ‘complotto delle sinistre’ tramite strapotere delle ‘toghe rosse’, il libro è severo ma chiaro. Sul presunto ‘complotto’ con cui Napolitano (in combutta con la coppia Merkel-Sarkozy e la massoneria internazionale) avrebbe ‘manipolato’ prima Fini nel 2010 e poi Monti nel 2011 per disarcionare il Cavaliere e sostituirlo con il governo ‘tecnico’ (riuscendovi, nel caso di Monti), invece, pur apprezzando la serietà delle premesse e dei ragionamenti di Teodori e Bordin ci permettiamo di eccepire. Non sarà stato uno dei “quattro colpi di Stato orditi ai miei danni” di cui parla il Cav o un “complotto euro-massonico” solo per il ruolo attivo del prof. Monti (cui è dedicato un intero capitolo del libro, in quanto figura catalizzatrice di tutte le ‘sedi’ complottarde mondiali: Trilateral, Bilderberg, Aspen, etc.) ma certo è che – pur senza voler cedere alle fumose teorie di Alan Friedman (Ammazziamo il Gattopardo, Rizzoli) qualche ‘manina’, se non ‘manona’ economico-finanziaria – in sede di Ue, Bce e consessi internazionali euro-atlantici si è pur mossa, quando l’Italia, nell’estate-autunno 2011, è stata sotto attacco degli spread e della finanza speculativa internazionale come, peraltro, dicono molte rivelazioni recenti.

il leader dell'M5S e il suo Richelieu sempre nell'ombra...

Beppe Grillo e Rob Casaleggio. Il leader dell’M5S e il suo Richelieu sempre nell’ombra…

Puntuale e dissacrante, nel libro, invece, il capitolo su Grillo&Casaleggio. I due ‘cybervisionari’ della Rete, infatti, sono “carnefici e vittime” della teoria dei ‘complotti’. Da un lato ne vedono ovunque (‘colpi di stato’ sarebbero stati, nell’ordine, la nuova legge elettorale, il decreto sull’Imu, etc.), dall’altro danno spazio, sui loro siti, a deputati (Bernini), ideologhi (Becchi) e semplici militanti che hanno riempito il web di deliri ossessivi degni di un Philip Dick, se non fossero poi trasformati in teorie politiche: l’Aids ‘peste inventate’, le Torri Gemelle buttate giù dal ‘clan dei Bush’, ‘l’aristocrazia finanziaria’ (novelli ‘Illuminati’ alla Dan Brown) che attraverso consessi esclusivi (i soliti di sempre) “controlla il mondo”, etc. Ma se la paranoia malata dei guru del grillismo è molto vicina all’estrema sinistra (e all’estrema destra…) che, lungo tutta la I Repubblica, vedeva, dietro il “complotto demo-pluto-giudaico-massonico”, la longa manus ora della Cia e degli Usa, ora del Mossad e di Israele, ora dell’Europa unita, tutti elementi fusi in una ‘Spectre’ utile a spiegare ogni mistero italiano, ‘chi di complotto ferisce di complotto perisce’. Infatti, Grillo e Casaleggio sono accusati, in Rete, e nemmeno velatamente, di ‘avere dietro’ gli Usa, addirittura…

Unica vera pecca riscontrata nel libro: il giudizio troppo severo sul ‘Grande Digiunatore’, Marco Pannella, accusato di “vittimismo e visioni ossessive” (accusa stonata provenendo da due radicali). Per il resto, il libro è perfetto e puntuale: farà discutere, ma qualsiasi addetto ai lavori dovrebbe leggerlo.’ gli Usa…

NB. Questo articolo non è stato pubblicato da alcun giornale, ma è qui in versione originale per la prima volta.

il leader radicale appena dimesso dall'ospedale

il sito della casa editrice Marsilio

Il sito di Radio Radicale

Il sito del giornalista Alan Firedman, autore di ‘Operazione Gattopardo’