Jus soli: la resa di Gentiloni, il gelo di Renzi. “La legge si farà ma dopo l’estate”

Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

Ettore Maria Colombo – ROMA

Matteo Renzi le aveva provate tutte, pur di veder approvare lo ius soli. Aveva mandato ambasciatori persino presso Sinistra italiana: sette senatori che potevano far pendere l’ago della bilancia a favore di “una legge di civiltà – aveva fatto dire a Nicola Fratoianni – che una forza di sinistra come voi non può che votare anche se il governo mettesse la fiducia”. Ma Fratoianni aveva risposto picche: “sono d’accordo sulla legge, ma la fiducia non possiamo votarla, mi si spacca il partito”. Al Nazareno avevano fatto e rifatto i conti: senza Ap (25 senatori), il partito di Alfano, per una volta contrario come un sol uomo, e senza il gruppo delle Autonomie (18 senatori che, per la prima volta da anni, avevano alzato la voce) i numeri della maggioranza di governo tracollavano da 171 (quelli attuali) a 146, forse anche meno. Ben sotto il quorum necessario (161 voti).

Un rischio troppo grande: mandare sotto Gentiloni in un voto dove il governo avrebbe posto la questione di fiducia voleva dire, di fatto, mandare a casa il governo e, con esso, chiudere in via anticipata la legislatura con relative elezioni in autunno. Renzi ne sarebbe stato indicato come il primo e unico responsabile.

Ecco perché ieri, alla fine, il segretario dem ha gettato la spugna, dicendo a Gentiloni che lo aveva chiamato per avvertirlo di una decisione ormai presa: “Io mi giocherei il tutto per tutto, Paolo, ma so che il governo rischia troppo. Ora decidi tu, io mi adeguo”. Detto, fatto. A tarda sera, una nota ufficiale del premier informa che “tenendo conto delle scadenze non rinviabili in calendario al Senato e delle difficoltà emerse in alcuni settori della maggioranza non ritengo ci siano le condizioni per approvare il ddl prima della pausa estiva. Si tratta però di una legge giusta. L’impegno del governo per approvarla in autunno rimane”. A palazzo Chigi si sottolinea di aver lavorato di concerto con Renzi e che “l’estate, così difficile sul tema immigrazione, mentre si cerca di gestire i flussi degli sbarchi in sede europea”, non permetteva errori né inciampi, dato anche che “è pieno di irresponsabili (politici, ndr) che cercano incidenti e tensioni”. Ma se sempre da palazzo Chigi si fa notare che “quella di Gentiloni non è una rinuncia, ma una scelta improntata al realismo e a ridurre le tensioni su una legge di civiltà”, i tempi non ci sono più. Palazzo Madama ha ancora 45 giorni di lavoro effettivi, da qui alla fine della legislatura. Pare assurdo, ma tra ferie estive, invernali, altri provvedimenti e futura sessione di bilancio (che occupa l’intero autunno) è così. Ergo, la legge sullo ius soli, che dovrebbe comunque tornare alla Camera per il voto finale, non vedrà la luce, certo non in questa legislatura.

Il Pd si limita a far buon viso a cattivo gioco con una sola dichiarazione del ministro Martina, mentre il leader di Ap, Alfano, esulta: “Gentiloni ha gestito la vicenda dello ius soli con realismo, buonsenso e rispetto per chi sostiene il suo governo. Apprezziamo molto”. Poi aggiunge un “noi la vogliamo approvare, ma in un clima più sereno” che sa tanto di sberleffo, specie verso il Pd. Esulta, ovviamente, il centrodestra, da Salvini a Meloni a Brunetta, e butta la croce addosso al Pd la sinistra, da SI a Mdp. Ma pure coi loro voti, lo ius soli non sarebbe passato e il governo sarebbe caduto. Ecco perché Renzi ha fatto morire la legge.

NB: L’articolo è stato  pubblicato il 17 luglio 2017 sul Quotidiano Nazionale a pag. 7

“Attacchi violenti e sconcertanti”. Gentiloni (e, ovvio, Renzi) pronti a scaricare Mdp dal governo

Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

Ettore Maria Colombo – ROMA

«GLI ATTACCHI violentissimi a Lotti da parte di un partito di maggioranza (Mdp, che ha pure un viceministro al governo, Filippo Bubbico, ndr.) sono sconcertanti» scuote la testa con i suoi il premier Gentiloni. «Come fai a dire che sei in maggioranza, che sostieni il governo e poi lanci accuse così pesanti, da partito di opposizione?!» sbatte il pugno sul tavolo il leader dem, Renzi. Insomma, «la misura è colma». E lo dicono, all’unisono, sia il premier che il segretario del Pd. A tema ci sono i rapporti con Mdp-Articolo 1, un partito e due gruppi parlamentari che stanno con un piede fuori e l’altro dentro il perimetro della maggioranza di governo. Con il rischio – concreto, per il Nazareno – che una volta che si sarà chiusa l’ultima finestra per le urne anticipate, quella di ottobre, Mdp voti contro la Legge di Stabilità per massimizzare i suoi (possibili) voti alle prossime Politiche lasciando il Pd e i centristi a sobbarcarsi aumenti di tasse e simili oltre al danno politico di dover votare una manovra economica con il supporto esterno di Forza Italia (causa mancanza dei voti di Mdp al Senato) con tutto il codazzo di polemiche che comporterebbe.

MA COSA è successo? È successo che ieri, per attaccare Lotti (oltre che Marroni), sul caso Consip, il senatore Miguel Gotor ha detto di sentire «puzza di massoneria», rievocando – nel suo intervento – figure della Prima Repubblica dal torbido passato come Flavio Carboni, Sindona, il Banco Ambrosiano, la P2… Nel gruppo del Pd al Senato hanno perso le staffe e subito reagito. Il senatore Andrea Marcucci, renzianissimo, ha detto: «Il livore di Gotor contro Renzi e il Pd è impressionante. Credo che il premier si farà carico di una verifica politica e credo ce ne sia bisogno». A fine serata, la richiesta di verifica della maggioranza – linguaggio un po’ criptico da Prima Repubblica e oggetto da cui un esecutivo può uscire solo in due modi: con un rimpasto (più posti) o con una crisi (definitiva) di governo – viene ridimensionato dallo stesso Marcucci, oltre che dal capogruppo dem al Senato, Luigi Zanda Ma il problema del rapporto politico con Mdp resta e pesa come un macigno. «Mdp non può continuare così, devono dirci se stanno al governo o meno» dice a un collega Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria di Renzi, di solito il più diplomatico, tra i dem. E anche quando, nel Transatlantico della Camera, incontra Nico Stumpo, deputato di Mdp e colonnello di Bersani (che intanto assicurava «Noi sosteniamo il governo, ma non ci tappiamo la bocca») lo liquida così: «Parliamo di elezioni amministrative, non di politica, sennò non ci intendiamo…».

ECCO, appunto, i ballottaggi. Il Pd rischia di perdere città importanti, Genova in testa, e di subire un’importante battuta d’arresto in altre. Passata domenica, Renzi rivolgerà tutte le sue attenzioni al rilancio del partito (il I luglio c’è l’assemblea dei circoli a Milano) e al rapporto con il governo. Bisognerà decidere se mettere la fiducia su ius soli (Ap di Alfano frena) e ddl concorrenza (Calenda la chiede, Ap lo sostiene), poi iniziare a preparare la legge di Stabilità in nome del mantra renziano «meno tasse, più sviluppo». Possibilmente con Mdp andata in via definitiva all’opposizione per poterne decidere le misure a mani libere. E le alleanze? Renzi e i suoi sono convinti – o forse si limitano a sperare – che Pisapia «rompa in modo definitivo con il partito dell’avventura, dell’estremismo e del livore», cioè con Mdp. Altrimenti, se Pisapia non lo farà, anche allearsi con lui diventerà impossibile, per il Pd.

Nb: L’articolo è stato pubblicato il 21 giugno 2017 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale

“Il caso Torrisi è il nostro sparo di Sarajevo”. Renzi prepara la guerra e, forse, le urne. Crisi con Ap già aperta

  1. Il soldato Torrisi rischia di creare l’incidente di Sarajevo, le urne anticipate. 
Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ettore Maria Colombo – ROMA

“L’incidente di Sarajevo” – come lo chiamano, con malcelata soddisfazione, i pasdaran renziani – si materializza al Senato alle cinco de la tarde di un pomeriggio qualsiasi. Si deve votare il nuovo presidente della prima commissione Affari costituzionali di palazzo Madama, dato che la presidente uscente, Anna Finocchiaro (Pd), è diventata, e ormai già da quattro mesi, ministro del governo Gentiloni. Il Pd, sulla carta, ha i numeri per eleggere un successore, ma solo dentro il perimetro della traballante maggioranza di governo (Pd+Ap+Psi+Autonomie+Mdp, gli scissionisti). Nei mesi passati si erano fatti vari nomi, tutti renzianissimi (Conciancich, Mirabelli, Marcucci), ma, alla fine, il Pd punta su Giorgio Pagliari, capogruppo nella medesima commissione. Il presidente della ‘Prima’ ha un ruolo strategico: istruisce l’ordine dei lavori, in Commissione e in Aula, sulla materia più incandescente che c’è, la riforma della legge elettorale. Il Pd vuole un fan del sistema maggiortario, che – una volta che alla Camera sia passato il Mattarellum o, meglio ancora, l’estensione dell’Italicum della Camera anche al Senato, dove ora vige il Consultellum – dia il ‘visto si stampi’ per forzare sui tempi. Quasi tutti gli altri gruppi vogliono, invece, un alfiere del proporzionalismo puro. Perfetto per il ruolo è il vicepresidente che ha svolto il ruolo di presidente supplente, finora, Salvatore Torrisi (avvocato catanese, Ncd, ma “già passato con Berlusconi”, sussurrano tra i dem). Il capogruppo del Pd, Luigi Zanda, consapevole di quanto i numeri, in Senato, siano ballerini e sfavorevoli, per il Pd, prova in extremis a convincere i suoi senatori a votare Torrisi, ma i renziani sono irremovibili: “Andiamo avanti con Pagliari, l’ordine arriva da Firenze, non accettiamo nessuna subordinata”. “Una forzatura e una drammatizzazione eccessiva”, dicono dalle parti di Zanda, ormai in rotta di aperta collisione con Renzi su quasi tutto (commissione banche, rapporti col governo, legge elettorale, posizionamento congressuale). Ma Renzi e i renziani – ringalluzziti dai dati registrati tra gli iscritti nella prima fase del congresso – erano irremovibili e c’è chi sostiene che volevano l’incidente.

Il patatrac si consuma subito, alla prima votazione. Su Torrisi convergono tutte le opposizioni (4 FI + 3 M5S + uno Lega + uno di SI + un fittiano) che, però, sulla carta, disponevano solo di 10 voti. A loro si aggiungono almeno altri sei voti: vengono da partiti che, in teoria, stanno in maggioranza. Sarebbero quelli di un senatore di Gal (l’ex cossighiano Paolo Naccarato), uno di Autonomie (Palermo), dei due senatori di Mdp (Migliavacca e Lo Moro), di una del Misto (la Bisinella, tosiana) e, ovvio, di Torrisi. Il tabellino è impietoso: finisce 16 a 11 per Torrisi, e cioè proprio il quorum richiesto. I componenti sono 30, ma i votanti 28 perché i due senatori di Ala si astengono. Pagliari, dunque, incassa solo 11 voti: gli otto del Pd (ma non è sicuro, almeno un franco tiratore nel Pd ci sarebbe, forse addirittura due e c’è chi dice che siano renziani…), uno di Ap, uno del Misto (Repetti) e uno del gruppo Autonomie (Romano). Pochini davvero, dato che sulla carta Pagliari ne aveva almeno 14. ‘Ballano’, dunque, almeno tre/quattro voti. Mdp dichiara di fatto il suo, il Pd accusa gli scissionisti di “inciucio proporzionalista” con Fi. Zanda parla di “manovre politiche volgari e ipocrite” a cui si sono aggiunti “pezzi della maggioranza, ma non del Pd”. Invece Quagliariello (Idea) esulta: “L’accozzaglia vince”.

A sera, la tragedia si trasforma in pochade: il presidente del Senato, Pietro Grasso, non fa in tempo a congratularsi con Torrisi, “democraticamente eletto”, che il leader di Ap, Alfano, va in crisi e, timoroso di possibili contraccolpi da parte di Renzi sul governo, dice:: “Noi siamo leali agli accordi, quindi tu, caro Salvatore (Torrisi), ti devi dimettere”.  Solo che Torrisi non ci pensa neppure e annuncia il suo passaggio nel gruppo Misto, ma non è che quelli di Ap lo scarichino più di tanto (la capogruppo Bianconi lo difende a spada tratta). Invece, nel Pd di marca renziana scoppia il pandemonio. Il sempre cauto Lorenzo Guerini, vicesegretario dem, parla di “episodio molto grave” e una nota anonima del Nazareno chiede “un incontro, al più presto, al premier Gentiloni” e, addirittura, “al capo dello Stato”. In serata, Guerini e Matteo Orfini, che definisce l’episodio “una grave ferita alla maggioranza”, salgono da Gentiloni, a palazzo Chigi. La miccia è innescata e, come lo sparo di Sarajevo, i tamburi di guerra già si sentono.


2. Renzi: Frattura insanabile. Parte pressing su Gentiloni: alle urne. Altolà del Colle

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

Ettore Maria Colombo – ROMA

“E’ un fatto politico enorme” dice, senza giri di parole, Matteo Renzi ai suoi in merito al ‘caso Torrisi’. “Un fatto che apre un problema molto serio dentro la maggioranza”. L’ex premier era già furibondo di suo, e dal mattino presto. Il settimanale Panorama anticipa un’intervista che doveva servire da appeasement con il mondo del centrodestra a trazione berlusconiana (“Io sono il solo che può battere Grillo”, il titolone in copertina) ma le agenzie titolano “Se perdo, me ne vado sul serio”. Renzi smentisce (“Ho detto che senza i voti non farei più politica”) e Andrea Marcenaro, autore dell’intervista, conferma.

Poi scoppia, come una mina in mezzo al campo, il caso Torrisi. I vertici dem chiedono che a pagarne il conto sia Alfano e pure Mdp. Guerini e Orfini salgono da Paolo Gentiloni. Ma Gentiloni, “né sminuendo né drammatizzando”, dicono i suoi, si è già attivato sentendo Alfano (che ha chiesto, peraltro inutilmente, a Torrisi di dimettersi) e vedendo Mpd. Però, preso atto della gravità dell’episodio, Gentiloni non pensa certo che il Paese stia precipitando, a causa del soldato Torrisi, verso le sue dimissioni e elezioni anticipate.

A Renzi e ai suoi tutto ciò non basta. “Quanto è accaduto è gravissimo  – scandisce Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd, di solito sempre prudente e misurato. Poi aggiunge: “C’è stato un tradimento delle corrette modalità di stare in maggioranza”. Gli fa eco Matteo Orfini: “Ci è stato inferto un vulnus molto grave, vedremo se e come è possibile rimarginarlo”. I due vanno a palazzo Chigi per investire del casus belli Gentiloni, ma una nota di fonti anonime del Pd – che si dice sia stata ispirata direttamente “da Firenze” (cioè da Renzi) – chiede che della vicenda, addirittura, si occupi anche “il Capo dello Stato”. Dal Colle si fa sapere che a Mattarella “non è arrivata alcuna richiesta” (il Pd ribatte che la formalizzerà oggi), ma che (ci mancherebbe) “la moral suasion del Presidente è sempre in campo” e che “le tensioni politiche non vanno scaricate sulle istituzioni”. Intanto il Pd, alla Camera e al Senato, entra in fibrillazione.

I colonnelli di Renzi sono convinto che, nel voto di ieri, si sia saldato un largo fronte proporzionalista: “Alla Camera non hanno i voti, hanno studiato questa mossa per bloccare tutto al Senato e prt dimostrare che la legge elettorale non si farà mai”. D’altro canto, non è che i renziani siano rimasti con le mani in mano, o legate dietro la schiena. Lo schema di gioco era di eleggere un loro uomo alla I commissione del Senato e, dopo aver esteso ‘quel che resta dell’Italicum’ al Senato, arrivare a palazzo Madama, blindare la riforma in commissione e mandarla in Aula per approvarla costi quello che costi. Pur consci dello scarto di voti minimo al Senato, la tattica renziana vietcong era: o passiamo noi, con una forzatura, sennò era facile addossare la colpa alla ‘palude’ proporzionalista.

Eppure, come sempre, non tutti i mali vengono per nuocere. Non a caso un esponente di alto rango del Nazareno già definisce il caso Torrisi “il nostro incidente di Sarajevo”. “Può portarci – spiega – a ottenere le elezioni anticipate”. E anche se renziani doc come Roberto Giachetti ritengono impossibile le urne a settembre, e anche a novembre, la trincea dei pasdaran renziani ci spera ancora: “il nostro Gavrilo Princip oggi è Torrisi”.

NB: I due articoli sono stati pubblicati a pagina 6 e 7 del Quotidiano Nazionale il 6 aprile 2017. 

Lo Statuto-garbuglio del Pd, le primarie il 9 aprile e le Politiche all’orizzonte. Intanto, scende in campo Orlando

COMUNICAZIONI DEL PREMIER RENZI ALLA CAMERA IN VISTA DEL CONSIGLIO UE

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera dei Deputati

Ettore Maria Colombo
ROMA
LE PRIMARIE aperte a iscritti ed elettori del Pd, la ‘gazebata’, si terranno domenica 9 aprile. Lorenzo Guerini, presidente della commissione congressuale – vi siede un delegato per ogni corrente e presto sarà integrata dai rappresentanti di Orlando, che scenderà in campo oggi, e di Emiliano – ha spiegato agli altri suoi colleghi che «è meglio far presto». E dato che Guerini, sempre più centrale nel Pd renziano, parla per bocca dell’ex segretario – assente per il viaggio in Usa – la commissione ha detto subito ‘visto, si stampi’, pur se tra le rimostranze di Gianni Cuperlo (che voleva posticipare il congresso a luglio) e dei supporter di Emiliano (ieri notte, a Linea Notte, Tg3, Boccia ha detto che “se le primarie finale vengono indette il 9 aprile salta l’accordo”, cioè Emiliano si ri-ritira? Chissà). In ogni caso, il percorso di guerra studiato dai renziani è il seguente:venerdì fine dei lavori della commissione congressuale (una cosa da Speedy Gonzales: neppure tre giorni…), nuova Direzione nazionale venerdì pomeriggio per validarli, poi parte il missile a tre stadi : Convenzioni nei circoli, in cui votano solo gli iscritti; Convenzione nazionale, in cui si presentano i primi tre candidati che illustrano i loro programmi (con appendice di Convenzione programmatica); primarie aperte in cui possono votare pure gli elettori.
Ma c’è un ma. La commissione studia un caso di scuola che potrebbe diventare (per Renzi) amara realtà: se i contendenti saranno solo tre (Renzi, Emiliano e Orlando), la Convenzione nazionale verrebbe eliminata perché era stata studiata per selezionare proprio e solo le prime tre candidature che superavano il 5% dei voti nel primo giro tra gli iscritti (esempio: Pittella prese il 3%, al congresso del 2013, e si dovette ritirare dalla corsa). Senza la Convenzione, le primarie dovrebbero diventare, di fatto e subito, aperte ai primi tre candidati, dopo la scrematura da parte degli iscritti. Ma, per Statuto, se nessuno raggiunge il 50,1% alle primarie aperte, diventa obbligatorio un ballottaggio in Assemblea nazionale dove votano solo i delegati. L’esito potrebbe essere clamoroso: i delegati di due candidati (Emiliano+Orlando o Renzi+Orlando, dipende dai casi e dalle alleanza) si possono unire contro il terzo e farlo perdere in Assemblea anche se avesse vinto le primarie aperte! (esempio: Renzi 46%, Emiliano 35%, Orlando 25%: Emiliano e Orlando avrebbero il 51%).

IL MOTIVO politico dell’accelerazione sulla data delle primarie finale (9 aprile), però, è un altro. Il governo, in Parlamento, inizia a dare  preoccupanti segnali di cedimento. Ieri, la fiducia sul Mille-proroghe è passata, alla Camera, con appena 337 sì (quorum 315), al Senato i numeri ballano, dato che Ala è passata all’opposizione, e i renziani ormai super doc come Orfini rilanciano temi urticanti come lo jus soli e il fine vita, oltre ad aver posto l’aut aut «sull’eccesso delle privatizzazioni e dei voucher» nel nuovo programma di governo. Parole e intenzioni che hanno fatto venire uno sbotto d’ira ai moderati di Ncd. Morale: i renziani sono tornati a cannoneggiare il governo ‘amico’ e dicono apertamente che «la finestra elettorale di giugno è aperta, apertissima, se le primarie sono il 9 aprile». Certo, si tratterebbe di andare al voto sul filo del calendario: per sciogliere le Camere servono dai 45 ai 70 giorni, la data ultima per indire i comizi elettorali è tra il 18 e il 25 aprile, e il governo dovrebbe dimettersi una settimana prima, almeno, ma la mossa, pur con un cantiere – quello della legge elettorale – ancora in alto mare, c’è. I renziani pasdaran ne parlano apertamente nei corridoi, oltre a godersi lo spettacolo di una scissione che – indicano felici – «perde pezzi ogni giorno» (Lattuca, giovane deputato di Cesena, che si arrovella tra dubbi amletici, il raffinato costituzionalista De Giorgis e altri ancora, alla Camera, mentre al Senato teste d’uovo come Manconi, Tronti e Tocci non vanno via).

E non è un caso che molti parlamentari della ex sinistra dem (40 ex Giovani Turchi, 20 di Damiano, 15 di Cuperlo) stiano cercando riparo e protezione sotto l’ombrello di Orlando. Il ministro lancerà la sua candidatura oggi, al battagliero circolo dem ‘Marconi’ di Roma Ostiense, periferia ma di moda. L’obiettivo è chiaro: unire la sinistra e non solo quella.
E Renzi? L’ex premier è volato negli Usa, in California, con l’amico di sempre, Marco Carrai, e non rientrerà prima di domenica, dando buca ai lavori della nuova Direzione. Da lì, però, si gode lo spettacolo. Tra una visita a Tesla e al resto della Silicon Valley e un giro da turista, scrive che «mentre la politica italiana post-referendaria litiga su tutto o quasi, noi proviamo a imparare da chi sta costruendo il domani prima degli altri». Un futuro e un domani che, almeno ai suoi occhi, assumono sempre più sapore delle elezioni anticipate.
NB: Questo articolo è stato pubblicato il 23 febbraio 2017 a pagina 8 di Quotidiano Nazionale 

Renzi vuole andare al voto subito da segretario del Pd in carica, al massimo con primarie ‘volanti’, niente congresso. Domani la resa dei conti in Direzione

Renzi

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla all’Assemblea del Pd

DIMETTERSI dal governo per ottenere un reincarico lampo e, pur dimissionario, restare in carica per portare il Paese a voto a febbraio, sciogliendo le Camere a dicembre (il precedente c’è, quello del governo Monti rimasto in carica, dimissionario, fino alle Politiche del 2013). Oppure restare segretario del Pd per convocare primarie anticipate (senza fare né anticipare un vero congresso con la trafila consueta: circoli di base – federazioni provinciali e regionali – assise nazionale con elezione dei delegati) ma indire solo primarie «aperte», come fece Pier Luigi Bersani nel 2012 quando le vinse proprio contro Renzi (e peraltro anche Prodi quando si candidò e vinse le primarie nel 2005), entro gennaio-febbraio, restare segretario e candidarsi per il voto anticipato da tenersi sempre entro febbraio, al massimo a marzo (già aprile sarebbe tardi). Nel frattempo, sostenere un governo «di scopo» che solo abbia la funzione di scrivere una nuova legge elettorale e votare a marzo-aprile 2017 con lui candidato premier. Questa la nuova road map di Renzi.

TRE le mosse, tattiche e politiche, nella faretra del premier dimissionario, tutte assai spericolate. La prima. Dimissioni «irrevocabili» da premier ma «politiche», quelle «tecniche» arriveranno solo venerdì con il via libera alla manovra economica in Senato. Oggi la conferenza dei capigruppo calendarizzerà il voto alla  Legge di Stabilità per l’aula, verranno buttati via tutti gli emendamenti e la maggioranza voterà una versione fotocopia della legge di Stabilità già passata alla Camera senza cambiarla neppure di una virgola, grazie alla questione di fiducia, autorizzata nel cdm di lunedì (l’ultimo del governo Renzi), e via maxiemendamento che eviterà la possibilità di incursioni da parte delle opposizioni.
Da venerdì in poi, quando Renzi tornerà ad avere le «mani libere» per davvero, potrà salire al Colle per le consultazioni, che partiranno da quel giorno, il 9 dicembre (ma è notizia di oggi che inizieranno già giovedì 8 dicembre, ndr.) in qualità di ‘semplice’ segretario del Pd. E qui c’è la seconda mossa, il rapporto con Mattarella, un rapporto che nei tre colloqui avuti con il Capo dello Stato nelle ultime 48 ore (uno telefonici, due de visu) è stato molto più che “franco e diretto”, come si usa dire in questi casi, ma teso e nervoso. Mattarella voleva, a tutti i costi, non solo che Renzi accettasse di restare fino all’approvazione della legge di Stabilità, come poi ha ottenuto (Renzi voleva dimettersi subito e in modo irrevocabile, anche dal punto di vista ‘tecnico’), ma che la legge di Stabilità fosse approvata con calma, entro Natale, facendola tornare alla Camera, accogliendo parte delle richieste delle opposizioni, e approvando pure il dl terremoto. Renzi ha risposto picche su tutti i fronti, accettando solo il rinvio ‘tecnico’ di dimissioni che giudica, appunto, ‘irrevocabili’. Mattarella ha sì accettato che Renzi goda di un’diritto di successione’ o di ‘prima scelta’ sul nome che dovrà succedergli, ma non vuole cedere all’idea di un governo ‘a tempo’ che faccia la legge elettorale e porti subito a elezioni. D’altro canto, il Capo dello Stato è consapevole che il Pd ha la maggioranza dei parlamentari e che, fino a quando Renzi lo guiderà, senza il Pd non si può fare alcun governo. Le parole del ministro Alfano, leader di Ncd (“La maggioranza ha esaurito il suo compito politico, si può votare a febbraio”) rafforzano l’impressione che la maggioranza di governo non solo non esista più ma sia indisponibile a sostenere qualsiasi altro governo che non sia un governo elettorale (e, da questo punto di vista, la micro-scissione dell’Udc dal gruppo Ap sottrae pochi parlamentari all’Ncd di Alfano) che ci conduca presto al voto. Dunque, è molto difficile, per Mattarella, trovare un governo sostitutivo e di medio periodo che, oltre alla legge elettorale, metta in cantiere altri provvedimenti importanti per il Paese e duri, se non un anno e due mesi, il tempo per arrivare alla scadenza naturale della legislatura (febbraio 2018), almeno buona parte del 2017. Il Pd come pure l’Ncd, non ci sta. Non foss’altro perchè non vogliono farsi cucinare a fuoco lento mentre le opposizioni (Grillo-M5S, Lega-Salvini, Meloni-Fratelli d’Italia) chiedono a gran voce le elezioni (da questo punto di vista l’appoggio di FI a un governissimo viene visto nel Pd come la peste).

Renzi, periò, ha detto chiaro – e anche in modo brusco – a Mattarella che accetterà di sostenere un nuovo governo non guidato da lui, ma da uno dei suoi (Padoan? Gentiloni? Delrio? Questi i nomi più graditi, nell’ordine), solo se il Capo dello Stato accetterà l’idea del «governo di scopo» per fare la legge elettorale e andare al voto subito. E un governo «istituzionale», a guida Grasso? «Dovrà trovarsi i voti in Parlamento», dicono duri i suoi, “noi lo valuteremmo provvedimento dopo provvedimento, rendendogli la vita difficile” e, probabilmente, è il sottotesto, ‘staccandogli la spina’ se non porta il Paese subito al voto.

INFINE, c’è, per Renzi, il terzo corno del dilemma, quello del partito. L’altra notte, il premier ha avuto la forte tentazione di «mollare tutto», compresa la carica di segretario, e tornarsene a casa, a Rignano sull’Arno o a Pontassieve, moderno Cincinnato che lascia la politica (avrebbe anche prospettato, ai suoi e anche a Mattarella, “un anno sabattico all’estero, negli Usa, con la famiglia, per studiare, viaggiare e riflettere…”). In questo scenario, «Solo davanti a un Paese allo sfascio e in deriva – racconta un senatore renziano – accetterebbe di tornare, chiamato». Poi, però, smaltita la rabbia e la delusione, Renzi ci ha ripensato. La cerchia dei fedelissimi (Lotti, Guerini), ma anche le tre anime della maggioranza che regge, con lui, il Pd – quella di Franceschini (Area dem), quella dei Giovani Turchi (Orfini) e quella di «Sinistra è cambiamento» (Martina e altri) – sono saliti uno dietro all’altro a palazzo Chigi, in pellegrinaggio, e lo hanno convinto a restare «almeno» segretario del Pd e a rilanciare la sua azione nel partito in vista del voto. Renzi ha accettato, ma a due condizioni capestro per tutti, a partire da alleati “non renziani” nelle cui fila (franceschiniani e Giovani Turchi in testa) serpeggiano già i malumori di chi vorrebbe sostenere un «governissimo» che arrivi a fine naturale legislatura non foss’altro perché solo a settembre del 2016 scatta il diritto a maturare il vitalizio (la pensione).
La prima condizione è sul governo: «Appoggerò un nuovo governo – ha detto ai suoi – solo se avrà lo scopo di fare la legge elettorale e portarci a votare in pochi mesi». Alle brutte, se il Parlamento non ci dovesse riuscire, cosa peraltro probabile, «sarebbe la Consulta» – ragiona un renziano – «a scrivere la nuova legge elettorale con la sentenza sull’Italicum, che verrà senza alcun dubbio modificato, e l’adattamento del Consultellum al Senato».
Ieri, Luca Lotti, ha scritto su Twitter: «Dopo il 40% del 2012 e del 2014, ripartiamo dal 40% di ieri». Il senatore Andrea Marcucci a QN dice: «Auspico che Renzi resti segretario, dia il via libero a un governo per il disbrigo degli affari correnti, il Parlamento o la Consulta facciano la legge elettorale e si vada a votare entro marzo-aprile 2017 dopo un congresso ‘volante’, veloce». Un congresso, appunto, per fare solo le primarie ‘aperte’ per la premiership senza elezione degli organi congressuali, come in un congresso regolare, che avrebbe bisogno di molto più tempo per potersi sviluppare e completare (circa 3 mesi). Di questo si discuterà domani in Direzione, sempre che non venga rinviata (lo era già stata in un primo momento: doveva essere martedì, data poi slittata a mercoledì) e di certo lì se ne vedranno delle belle. La sinistra dem, ringalluzzita dalla vittoria del No, non ne vuole neppure sentir parlare di voto anticipato nell’arco di due mesi e di congresso ‘volante’ . Ieri sera D’Alema ha detto: «Le dichiarazioni sul 40% sono folli, il congresso si deve fare a scadenza naturale (novembre 2017, ndr), servono nuovo governo e nuova legge elettorale, ma soprattutto serve tempo per rimettere in sesto il Paese». Roberto Speranza e tutti i bersaniani assicurano: «Non chiederemo le dimissioni di Renzi da segretario», «la discussione non può partire dal congresso» (Zoggia), ma «dalla sconfitta subita» (Stumpo).”il resto sono pagliacciate” (sempre Stumpo) mentre anche per Bersani “serve tempo”. Per ora, sono parole ‘di minoranza’. Solo se Franceschini – i cui colonnelli già chiedono a Renzi, come pure i Giovani Turchi, «una gestione collegiale del partito» – e altri pezzi di maggioranza lo abbandonassero al suo destino, gli equilibri nel Pd salterebbero. Sotto punto di vista, il silenzio del ministro Andrea Orlando è eloquente.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 4 dicembre 2014 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale (http://ww.quotidiano.net). 

La minoranza rompe, ma non spacca. Bersani dice no alla scissione, Cuperlo va in commissione, ma intanto i colonnelli organizzano i comitati per il No…

Bersani

L’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

1) Bersani e Speranza dicono no alla scissione, ma i loro colonnelli danno vita ai Comitati per il No. 

La minoranza dem ha deciso di seguire “la strategia dell’anguilla”. Da un lato arriva a dire persino di voler collaborare alla campagna del Sì (“Se cambia l’Italicum siamo pronti a dare una mano” dice Roberto Speranza a Porta a Porta), garantisce di non voler fare alcuna scissione (“Da casa mia, dal Pd, nessuno mi butterà fuori”, dice Pier Luigi Bersani, “tranne la Pinotti con l’esercito…”) e si dice pronta a entrare nella commissione del Pd che dovrebbe formulare la proposta unitaria del partito per cambiare l’Italicum. Commissione cui, però, l’altro leader della minoranza dem, Gianni Cuperlo, chiede di “produrre risultati entro 15 giorni al massimo sennò è inutile”. Dall’altro la minoranza dem sta lavorando alacremente a lanciare iniziative, se non veri e propri comitati, come quello già nato nel Lazio, per il No al referendum. Ne parlano, lontani dai taccuini, due colonnelli di peso dell’area bersaniana: il veneto Davide Zoggia e il molisano Danilo Leva. “Io il 27 ottobre organizzo un’iniziativa del comitato del No di D’Alema, ci saranno Guido Calvi e il senatore Casson. Non sarò sul palco, ma in prima fila”, dice Zoggia. “Io venerdì sono a Potenza, mi hanno invitato gli avvocati per il No, poi preparo altre iniziative nel mio Molise”, gli fa eco Leva. Insomma, l’agenda della minoranza dem è già fitta di appuntamenti, ma sono per il No, non certo per il Sì. E la manifestazione del 29 ottobre che Renzi ha lanciato sull’Europa? La minoranza ci andrà? “Dipende – replica Zoggia – se diventa un’iniziativa per il Sì, non ci saremo”. E Bersani scandisce: “Non esiste un vincolo di partito sulle riforme costituzionali”. Speranza ribadisce il punto aggiunge: l’iniziativa presa da Renzi è “insufficiente e tardiva”. Bersani – che fa sapere “intendiamo dire la nostra anche sulla manovra economica, vogliamo investimenti, non bonus…” – aggiunge che alla commissione per cambiare l’Italicum la sua area parteciperà “solo per rispetto di Guerini”.

Che è come dire: a te possiamo credere, a Renzi no. Ma per i colonnelli bersaniani, sempre lontano dai taccuini, “quel comitato è solo una pagliacciata e sì, certo, qualcuno manderemo, ma tanto sappiamo come va a finire…”. Persino Guerini, scrutandoli da lontano, perde la proverbiale pazienza e sbotta: “Vediamo chi ci mettono, dal nome capiremo, ma leggere di scissioni non aiuta”. Sulle intenzioni future della minoranza Pd si interrogano, nel Transatlantico, anche Pippo Civati, uscito dal Pd con ‘Possibile’, e il capogruppo di Sel, Arturo Scotto. Civati si augura “decisioni chiare e nette, se si muovessero al Sud sarebbe utile: c’è da recuperare molti voti per il No, io il congresso l’ho perso lì, spero che Speranza si muova”. Scotto si augura “un fatto politico per il dopo” e, cioè, la scissione: alla minoranza Pd propone, di fatto, la Federazione delle Sinistre. Speranza e Bersani, per ora, rassicurano: nessuna scissione, aggiungendo che la scelta di Cuperlo (dimettersi il giorno dopo aver votato no) “è nobile, ma non è una linea politica, bisogna restare nel Pd per il congresso”, anche perché alcuni esponenti della minoranza (Bossio, Lattuca, Chiti) hanno deciso di rompere con la minoranza stessa e di votare Sì al referendum . Ma poi lo stesso Bersani ammette: “Se vince il Sì, sarà considerato un sì anche all’Italicum, per questo va cambiato prima perché dal 5 dicembre tutti penseranno solo alle elezioni…”. E se Bersani non farà “il frontman del No”, come assicura, molti dei suoi saranno in prima fila contro Renzi. Intanto, nella mattina di oggi, la minoranza fa il nome del prescelto per partecipare alla commissione del Pd sulla revisione dell’Italicum: sarà Gianni Cuperlo. Un nome di peso, dunque, ma anche un limite temporale ben preciso. Proprio Cuperlo aveva detto, infatti, come riportato prima: “La commissione deve produrre risultati in tempi  brevi, 15 giorni al massimo, sennò è una perdita di tempo”.

Nb. Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 12 ottobre 2016, a pagina 3 (http://www.quotidiano.net). 

2) La minoranza rompe, ma non spacca. Il confronto in Direzione con Renzi.
Tanto tuonò che piovve. Alla fine della Direzione del Pd, il  presidente Orfini annuncia che “ci sono solo voti favorevoli, nessun contrario e nessun astenuto”. Insomma, la minoranza dem –nelle sue due anime, quella che fa capo a Roberto Speranza, Sinistra riformista, e quella, più piccola, legata a Gianni Cuperlo, Sinistra dem – ha deciso
di non dare battaglia. Almeno non ieri. La scelta è di ‘non partecipare al voto’. Un modo per non dividersi e per marcare il dissenso, certo, ma in un modo ben più sfumato. Le aperture di Renzi sono state minime, pur se ben impacchettate. Il premier propone una
‘commissione’, per di più ‘paritetica’, e cioè con dentro anche “uno o due, decidete voi, esponenti della minoranza”, oltre ai due capigruppo e al sempieterno vicesegretario Guerini, che “istruisca in Parlamento e metta all’ordine del giorno la revisione della legge elettorale”. Il guaio sta tutto nella tempistica: per Renzi, “dovremo iniziare a farlo
nelle settimane successive al referendum” mentre la minoranza vorrebbe che il ‘lavoro’ iniziasse subito, nelle prossime settimane. A fine serata, e nonostante la mancata partecipazione al voto, la reazione della minoranza è di chiusura: una relazione “totalmente insoddisfacente” viene giudicata dai bersaniani quella di Renzi, i quali confermano che “si resta sul No al referendum e se poi la commissione sulla legge elettorale fa il miracolo, valuteremo…”. Neppure la replica del premier (“Cerchiamo un punto di caduta”) smuove la minoranza dem. “Avevamo chiesto un impegno del Pd e del governo  sulla legge elettorale e la risposta è una commissioncina che sposta ogni  decisione concreta dopo il referendum.  Ma andiamo…”, sbotta il bersaniano Nico Stumpo.

Eppure, negli interventi in Direzione, i toni non si alzano, tranne che nell’intervento di Cuperlo. Il quale intravede “un percorso, un passaggio, per quanto stretto”, nella proposta di Renzi, il che equivale a una piccola apertura, ma poi drammatizza: “Se perdi e anche
se vinci il referendum camminerai sulle macerie del centrosinistra e andrai alla testa di un Paese diviso”. Le conseguenze sarebbero pesanti e drammatiche anche sul piano personale: “Senza accordo sulla legge elettorale prima del voto, mi spingerai a votare no al
referendum e il giorno dopo io presenterò le dimissioni da deputato”, chiude il suo intervento Cuperlo che evoca pure la scissione (“Dopo ci divideremo, se necessario…”). Speranza, invece, sgombra il campo da ogni ipotesi di scissione, invoca anzi l’unità del partito, ma parla di “proposta insufficiente” rispetto all’iniziativa avanzata da Renzi
sull’Italicum, chiede un gesto “altrettanto forte” rispetto allo strappo della fiducia messa da Renzi sulla legge elettorale, vuole “una vera iniziativa politica del Pd”, non vuol sentir parlare di “alibi per votare No al referendum” (un No che, per ora, non annuncia,
almeno non formalmente), ma assicura che “il giorno dopo il referendum, che ci sarà, voglio un Pd più unito”. Insomma, per paradosso, a stare a ieri, Cuperlo è a un passo dalla scissione, Speranza e Bersani no, però questi ultimi ribadiscono – nei fuorionda
– che “rebus sic stantibus al referendum votiamo No” mentre Cuperlo drammatizza la scelta fino al punto da dimettersi da deputato se costretto a votare No. La verità è che la minoranza dem è come il Pd: una babele di lingue.

 
NB. Questo articolo è stato pubblicato martedì 11 ottobre su Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net

Referendum, sinistra Pd pronta a dire No Ma Guerini avverte: “Tutti per il Sì”. In gioco ci sono le modifiche all’Italicum

Il Senato italiano

Interno dell’aula di palazzo Montecitorio.

Referendum, sinistra Pd pronta al No. Si accende lo scontro con i renziani.

Aut Aut dei colonnelli di Bersani: “All’Italicum modifiche immediate”. 

ROMA
OCCUPAZIONE «militare» della Rai, con relative dimissioni di Gotor e Fornaro, i due senatori pasdaran. Lettera di dieci parlamentari per il No che, assicura la sinistra dem, «presto cresceranno fino a diventare una slavina». Disappunto, per usare un eufemismo, di fronte alla lettera di Delrio e Rughetti (ex vertici Anci) ai sindaci italiani per far dire loro «Sì» al referendum. Persino la semplice notizia della presentazione dei risultati della commissione sulla forma partito. La minoranza dem – più quella che fa capo a Roberto Speranza, Area riformista, e dietro di lui a Bersani, che quella di Gianni Cuperlo, Sinistra dem – sta per dissotterrare, definitivamente, l’ascia di guerra. Lo scontro frontale con Renzi e i renziani non è attutito dal solleone e «a settembre farà molto caldo», profetizza uno dei suoi colonnelli.
Il turning point su cui ruota tutto è la legge elettorale, l’Italicum. «Tanti, da Franceschini a Orfini, da Napolitano a Veltroni, hanno chiesto a Renzi di cambiarlo, ma il premier non vuole farlo, almeno non prima del referendum», ragiona un esponente della sinistra. «Ebbene – continua – se questo è il quadro, noi non ci accontentiamo certo di qualche intervista. Vogliamo documenti, atti pubblici, impegni in Direzione che indichino la volonta di cambiare l’Italicum. Non ci saranno? Bene. Allora credo che il numero dei parlamentari e dei dirigenti della mia parte che si schiereranno per il No crescerà in modo consistente. E quando dici che voti No, poi ti chiamano a discuterne, nei circoli o altrove. Comitato formale o no, ci si schiera. E con convinzione». Una dichiarazione di guerra vera e propria che Davide Zoggia, ex responsabile Enti locali di Bersani, attenua solo di poco: «Senza una manifesta e chiara volontà di modificare la legge elettorale il mio voto al referendum ne sarà conseguenza diretta. Non dispero ancora, ma il tempo è poco. E il tentativo di militarizzare le Feste dell’Unità, la Rai, persino i sindaci, lo trovo molto triste».
Nico Stumpo, che di Bersani era il responsabile Organizzazione, è stizzito. Orfini ha annunciato la presentazione (fatta ieri, a Pistoia, con Guerini) di un documento che «rivoluzionerà il Pd, un partito più aperto, meno burocratico, che torni a radicarsi sui territori». Stumpo gli manda il suo warning: «La commissione non si riunisce da quattro mesi, aspettavamo Renzi. Barca, che non condivideva il documento, si è appena dimesso».

INOLTRE, Carlo Pegorer, altro senatore della minoranza, si scaglia contro «lo scarso bon ton istituzionale» del sottosegretario renziano, Angelo Rughetti, che invita i sindaci italiani a votare Sì. E così al referendum si torna. La minoranza sta per schierarsi sul No. «È in gioco la democrazia e le forzature del fronte del Sì, senza un reale impegno a cambiare l’Italicum, sono inaccettabili», è la sintesi. Del resto, lo stesso Bersani, quasi come D’Alema, sono giorni che parla e attacca – sulle nomine Rai, sul combinato disposto Italicum-referendum, sulle scelte sociali – un Pd che «non riconosco più». I renziani chiosano: «Ogni occasione è buona per cercare di indebolirci in vista del referendum, ma siamo tranquilli: lo vinceremo noi».

Ettore Maria Colombo

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Lorenzo Guerini

Il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, detto anche ‘il Forlani’ di Renzi.

Guerini striglia i dem: “Tutti per il Sì”. E la legge elettorale non si cambia.

Il vicesegretario Pd: “Escludo la nascita di comitati del No anti-riforma”. 

ROMA
VICESEGRETARIO Lorenzo Guerini, su referendum e Rai torna il solito refrain: «Il Pd si divide»…
«La rappresentazione di un Pd perennemente diviso è una forzatura. Sulla riforma costituzionale alcuni colleghi hanno annunciato il loro No. Scelta che non condivido, ma che rispetto, difficile da spiegare: alcuni di loro avevano votato sì in Aula. Nel Pd il diritto al dissenso è garantito, ma non si può chiederci di avere un atteggiamento neutrale sul referendum. Il Pd è schierato per il Sì a una riforma voluta, costruita, votata per cambiare in meglio l’architettura istituzionale del Paese».

I parlamentari del No aumenteranno, pare. Li caccerete?
«Sono certo che non accadrà. Alcune modifiche sono state proposte proprio dalla minoranza dem. Nel Pd c’è dialettica interna e nessuno caccia nessuno, ma la stragrande maggioranza del partito, dei suoi dirigenti e militanti, è a favore di questa riforma».

E se altri, come D’Alema, dessero vita a comitati per il No?
«Escludo la nascita di comitati per il No da parte di parlamentari o dirigenti del Pd. D’Alema è una figura significativa del nostro partito, ma gli ricordo che l’asse portante della riforma è coerente con la visione costituzionale che caratterizza il Pd fin dalla sua fondazione».

Alle Feste dell’Unità i comitati del No avranno cittadinanza?
«Le Feste dell’Unità indicano che il Pd è vivo e presente sui territori. Offriamo continui spazi di confronto e discussione. Le Feste, come il Pd, sono impegnate a spiegare le ragioni del Sì».

Capitolo Rai. Bersani parla di un Pd «partecipe di vecchi vizi». Gotor e Fornaro si sono dimessi e la Berlinguer è stata rimossa.
«Il Pd non si è occupato delle nomine Rai, una scelta che spetta ai vertice di quell’azienda. Si è sviluppato, però, un dibattito forzato ed esasperato: parlare di epurazioni è una ridicola forzatura. La Berlinguer è un’apprezzata giornalista che continuerà a svolgerela sua professione con nuovi, importanti, ruoli a Rai3. Governo e Parlamento valuteranno le scelte della Rai in base ai loro risultati».

L’Italicum va cambiato? Ormai lo chiedono tutti, anche dentro il Pd…
«Il tentativo di mischiare la campagna referendaria con la legge elettorale è sbagliato: crea confusione nei cittadini. Molti pensano che si voti sulla legge elettorale! Così non è: si vota sulle riforma costituzionale. Dobbiamo impegnare tempo ed energie nello spiegare la riforma costituzionale e a cosa serve. L’Italicum è ormai legge ed è stato votato dal Parlamento: è una buona sintesi tra l’esigenza di rappresentanza e quella di governabilità. Nella sua versione iniziale fu approvata anche dal centrodestra, cioè dal 70% del Parlamento. Non vedo alcuna urgenza di cambiarlo, ma non ci sottraiamo al confronto. Ci si presentino proposte congrue, dotate di numeri sufficienti, e il Pd farà la sua parte. Inviterei però tutti, a partire dalla sinistra del Pd, a lavorare per cambiare quello che c’è da cambiare davvero: la legge elettorale, questa sì ancora da fare, per la composizione del nuovo Senato e l’elettività dei senatori».

Nel Pd ogni giorno nascono nuove correnti, ora quella catto-dem. Orfini, invece, vuole scioglierle…
«Sciocchezze. Il Pd è un partito dalle molte sensibilità e culture che, se cercano unità, sono una ricchezza, se invece diventano correnti nominalistiche utili solo a cercare spazi negli assetti interni sono dannose. Su questo sono d’accoro con Orfini. Un po’ controcorrente difendo un partito fatto da militanti, valori, passione. Certo, dobbiamo migliorarci, al centro come sui territori, e il lavoro da fare è tanto, ma non mi piace chi, al nostro interno, ogni giorno contribuisce a dare una rappresentazione solo negativa del Pd magari solo per alimentare polemiche».

Se vince il No al referendum, Renzi si dimette da premier. Ma pure da segretario del Pd?
«Noi siamo impegnati a far vincere il Sì. Ci è stato rivolto l’invito a non personalizzare la campagna referendaria e io lo raccolgo. Mi limito a dire un’ovvietà: Renzi è il segretario del Pd eletto al congresso del 2013 e che resterà in carica fino al prossimo, quando decideranno i nostri iscritti ed elettori».

NB. Entrambi gli articoli sono stati pubblicati il 6 agosto 2016 a pagina 4  e a pagina 5 su Quotidiano Nazionale.