Renzi apre, per finta, alla sinistra ma unisce il Pd. La Boldrini ruba la scena a Pisapia. Tre articoli su Pd, Cp e dintorni

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd
Pubblico qui gli ultimi articoli usciti sul Pd e scritti tutti per Quotidiano Nazionale (Giorno- Nazione- Resto del Carlino) negli ultimi quattro giorni (11-14 novembre 2017).
1. Renzi apre a sinistra, ma per finta. Orlando si astiene, ma non rompe. Il Pd, per una volta, ritrova la sua unità. Guerini e Fasssino gli ‘esploratori’. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Bisogna intendersi sulla Direzione del Pd tenuta ieri. C’è, da un lato, la parte per i media: quella del Renzi ‘buono’. Apre a sinistra, vuole dialogare con tutti, pronto a discutere pure con chi, anche ieri, lo insulta. Il Renzi che spergiura “Io non voglio essere e non sarò mai il Macron italiano”. Questo Renzi è quello cui sembra credere persino Enrico Letta (da Parigi arriva una sua dichiarazione conciliante), che fa suo l’appello di Veltroni, che può incassare il sorriso di Prodi. “Serve uno sforzo unitario, a partire da me – dice Renzi – e serve responsabilità. Io non pongo veti verso nessuno: Mdp, SI, Possibile, Pisapia, Verdi e Idv, Psi e Radicali (sigle tutte onorati di relativa certosina citazione ad partitinum, ndr). Dobbiamo costruire un centrosinistra il più largo e aperto possibile. Il Pd lo immagino alleato con un’ala moderata, centrista, robusta, e un’ala sinistra altrettanto forte. La svolta Renzi sembra farla persino sui
programmi: “Ius soli e biotestamento dobbiamo cercare di approvarli –
dice – pur senza intralciare la conclusione ordinata della legislatura
che ci chiede Gentiloni (il quale fa sapere di apprezzare “la spinta di Renzi per l’unità”, ndr.), perché sono dei diritti non modi per stringere patti o alleanze con questo o con quello”. (in realtà lo ius soli serve per parlare al popolo della sinistra, il biotestamento a far contenti i Radicali).

‘Questo’ Renzi, quello pubblico, incassa l’unanimità della Direzione
con un voto ‘bulgaro’ di quelli di moda nei Paesi satelliti dell’Urss. “Udita la relazione del segretario, l’ordine del giorno Martina-Guerini è approvato con 165 voti favorevoli, zero contrari (neanche Emiliano, che anzi si dice “entusiasta” di Renzi…, ndr.), 15 astenuti” (su 180 presenti, ndr.)” recita con tono monocorde Matteo Orfini. Diciassette interventi diciassette eppure la relazione del segretario non riceve una critica: non la prodiana Sandra Zampa, che approva, non Franceschini, che  twitta felice (“condivido la relazione del segretario”, appunto), non Cuperlo, che pure lui – l’eterno dissidente malcontento – vota a favore. La sola eccezione al coro di osanna è data dall’intervento di Andrea Orlando. Il ministro alla Giustizia ci va giù durissimo, contro Renzi: lo accusa di non aver voluto discutere della Sicilia, di aver condotto il Pd “in un vicolo cieco” e molte altre nefandezze come, per dire, quella di voler dare vita, dopo il voto, a un governo con Berlusconi tanto che tira in ballo Domine Iddio per chiedere che “Dio ce ne scampi”, manco si trattasse di un prete che deve fare un esorcismo. Però anche Orlando si riallinea: i suoi colonnelli, all’uscita, rilasciano tutti dichiarazioni concilianti verso la relazione di Renzi, da Andrea Martella a Marco Sarracino. E lo stesso Orlando – anche se il suo staff ne occulta le parole quando manda in giro, via WA, alle agenzie, la relazione – ci va giù pesante contro i nuovi punti di riferimento ideali di Mdp, i presidenti di Camera e Senato: “Con Grasso e Boldrini abbiamo creato dei mostri”.

Poi, però, c’è la realtà dei fatti e le ‘vere’ mosse di Renzi. L’apertura a sinistra, per dire, è‘finta’: appaltata all’ultimo segretario dei Ds, Piero Fassino spetterà a lui l’ingrato compito di dare vita a colloqui ‘informali’ che, non appena se ne dimostrerà la totale inutilità, verranno tosto archiviati, anche se Fassino ‘ci crede’ e fa sapere che ce la metterà tutta. Verrà aperto, invece, e sul serio, il dossier ‘rosa’: sindaci come Zedda, i socialisti di Nencini, i Verdi di Bonelli, l’Idv di Messina, quel che resta dei ‘pisapiani’ che, pur delusi da Pisapia, non vogliono imbarcarsi con Mdp (tipo Massimiliano Smeriglio nel Lazio, Capelli a Milano, etc.).

Certo, resta ancora da decidere se, a sinistra, vicino al Pd, ci sarà un listone unico o, appunto, tante micro-liste, i nanetti. L’apertura ‘vera’, quella al centro, è stata invece appaltata al coordinatore della segreteria, l’ex dc Lorenzo Guerini: parlerà fitto fitto, e con successo, invece, già prevedibile, con i vari Casini, Dellai, Alfano (“anche se di Ap resta ben poco”, sospirano ormai i dem, anche quelli più affini e vicini ad Ap) per dar vita a un’alleanza che, almeno al centro, sia più dignitosa e spessa di quella sinistra. In più ci sarà la lista dei Radicali Italiani di Magi e Bonino sotto il nome di ‘Forza Europa’ di Benedetto della Vedova.

E così, alle otto della sera di una fredda giornata romana, Renzi  accoglie il solito Guerini nel suo ufficio al terzo piano del Nazareno e gli sorride: “Hai visto che capolavoro abbiamo fatto?”. Renzi è soddisfatto. Il Pd, per una volta, “non” si spacca. Ma le occasioni non mancheranno. “A dicembre”, calma gli animi Guerini, “affronteremo i nodi candidature e deroghe”, ma Renzi è già alla ricerca di nomi della società civile: il fratello di Giancarlo Siani, giornalista ucciso dalla camorra, e il professor Roberto Burioni, immunologo di fama, noto per le sue battaglie anti-vax.

________________________________________________________
La presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini
2. Pisapia si semi-ritira e di fatto cede il passo a Laura Boldrini. 
A sinistra è “una poltrona per due”: lei, Laura, o Pietro Grasso?

Ettore Maria Colombo – ROMA

E’ Laura Boldrini la neofrontwomen della Sinistra-Sinistra. Giuliano Pisapia, invece, compie l’ennesimo passo di lato. Alcuni dei suoi militanti sbottano: “Giuliano è tornato sulle posizioni di mesi fa, basta! Laura, invece, è tosta, chiara”. Ingenerosi. I ‘pisapiani’ hanno organizzato la liturgia degli interventi per dare a lei il proscenio migliore in una semi ideale staffetta, o passaggio di consegne, Pisapia-Boldrini.

Siamo in un Auditorium romano freddo e asettico, quello di via Manzoni, dove per oltre cinque ore (sic), si susseguono, senza soluzione di continuità, tanti – troppi – interventi di “Diversa. Proposta per l’Italia”, la conventiondi Cp. E così Campo progressista, sogno di una notte di mezz’estate di Pisapia che voleva dar vita a un ‘nuovo’ centrosinistra, muore in una piovosa giornata romana di mezzo inverno. Pisapia introduce, ma poi non tiene neppure le conclusioni. Le lascia al suo colonnello romano, Ciccio Ferrara, che peraltro dirà quasi il suo contrario: “Il Pd non ci ha dato mai ascolto ma noi saremo comunque alle elezioni, si vedrà con chi”, lasciando aperta la (velleitaria) ipotesi di una lista autonoma, cioè di un ‘Campo’ che va al voto da solo. Pisapia fa un discorso bello, raffinato, ma ambivalente: “L’autosufficienza è un delitto politico (ce l’ha col Pd, ndr). Servono unità e discontinuità (ce l’ha con Mdp, ndr)”. Poi prova a diradare la nebbia: “Siamo tutti ultimi giapponesi. Ora la palla va a Pd e Mdp, decidano, decidetevi”. Insomma, siamo ‘di capo a dodici’, come si dice a Roma. Però, chiede “discontinuità” sulla manovra economica e la “rapida approvazione” di ius soli e biotestamento e sembra che aspetti solo il segnale giusto per fare l’accordo col Pd. Pone una sola condizione: niente alleanze con Alfano&co. Lo fa più per i suoi, in spasmodica ricerca di ricollocazione (a volersi ricandidare ci sono 20 deputati e alcuni senatori) che per sé. Lui, ribadisce alla fine il suo staff milanese, “non si candiderà alle Politiche. Lo ha già detto e così farà”.

La platea è piena,ma è fredda, stanca di tante indecisioni. Si scalda solo quando arrivano gli interventi ‘di rottura’. Persino l’ex diccì Bruno Tabacci, attacca Renzi e non Mdp, a testa bassa. Quando parla la presidente della Camera, Laura Boldrini, scatta la standing ovation: la nuova vestale di Cp è lei. Propone un programma in sei punti che è un concentrato di super-sinistra alla Corbyn e alla Sanders, ma almeno scalda. Il marchio di fabbrica è il ‘laburismo’, la parola d’ordine è“I presupposti per stare col Pd non ci sono. Non siamo la loro ruota di scorta, niente accordicchi!”. Poi Arriva Roberto Speranza, segretario di Mpd, attesissimo: “Accordi col Pd? Un’alchimia elettorale”. Punto. Fine dei giochi. Speranza parla e sorride fitto fitto con la Boldrini. Intese che dicono più delle parole:con lei o con Grasso o tutti e due alla guida, la Sinistra farà una guerra totale al Pd, altro che accordi Renzi-Bersani, che – come dice Bersani tutti i giorni, ormai – “non esistono”. In serata, viene fatto filtrare una telefonata tra Grasso e Boldrini il cui senso è: ‘non c’è nessuna competizione o rivalità tra di noi’. Non è vero, ma va bene… Con Speranza, invece, all’auditorium dove Campo progressista, di fatto, muore in modo triste e melanconico, c’è pure chi fa le liste per Mdp, Nico Stumpo. Sorride a tutti e il suo sorriso sembra dire: ‘Noi vi imbarchiamo, ma è tardi, è rimasta solo la terza classe, arrangiatevi..’. Pochi posti, cioè, nella nascente lista unitaria della Sinistra-Sinistra. Gianni Cuperlo rappresenta, in teoria, il Pd, ma passa il tempo solo, assorto: deve decidere la data del suo personale addio al Pd. Un’altra micro-scissione è alle porte, ma nel Pd. La Sinistra-Sinistra pare unita.

 

________________________________________________________

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

3. La Verità lancia un finto scoop: la madre di Renzi è indagata a Firenze. Intanto, però, i problemi di “casa Pd” non finiscono mai…

Ettore Maria Colombo – ROMA

 

Non solo babbo Tiziano Renzi. Anche la madre, Laura Bovioli-Renzi, secondo un giornale (“La Verità”…, sic) sarebbe “indagata”. Per l’avvocato di famiglia, però, non lo è: ha ricevuto solo “richiesta di informazioni e documenti” da parte della Procura di Firenze, Ma l’eco del cognome Renzi può molto. Alcuni siti ‘sparano’ subito la notizia. L’avvocato di famiglia, Federico Bagattini, diffonde un comunicato che specifica quanto avariata sia la ‘ciccia’. E Renzi? La voglia di reagire tanta, ma la risposta migliore, in questo caso, è il silenzio. E non, cioè, la frase che Renzi ripete da mesi ai suoi: “Vogliono colpire me, non i miei, ma io non mollo di un centimetro. Combatterò a viso aperto”.

Ma cosa è successo davvero? Laura Bovoli, mamma di Renzi, è iscritta nel registro degli indagati della procura di Firenze? Per La Verità di Maurizio Belpietro, direttore e testata non certo ‘amica’ del leader, sì: “I due nomi Renzi – scrive – compaiono in contestazioni legate al crack della cooperativa Delivery service Italia, fallita nel 2015. L’ipotesi investigativa – continuaLa Verità – è che a tirare le fila dell’azienda dissestata, come di altre, ci fosse la Eventi 6: ha come presidente e rappresentante, con la figlia Matilde, Bovoli, ed è proprietà delle donne di casa Renzi (Laura all’8%, le figlie Matilde 56% e Benedetta, al 36%)”. La replica del legale di casa Renzi è puntuta e affilata come una lama: “Il presunto scoop de La Veritàrichiama una notizia già uscita oltre un mese fa. Non abbiamo ricevuto avvisi di garanzia, ma la richiesta d’informazioni e documenti in merito al fallimento di una terza società, già presentati. E il procedimento in questione, aperto dai pm di Genova tre anni fa, è stato definitivamente archiviato”.Eppure, il silenzio contagia l’interoinner circle di Renzi: nessun renziano ne vuole parlare, neppure in via informale. Solo il coordinatore della segreteria, Lorenzo Guerini, di solito sempre diplomatico e cauto, sbotta con un collega deputato: “Si tratta solo di un altro tentativo, l’ennesimo, di colpire, attraverso notizie false sulla sua famiglia, Matteo”.

Guerini, peraltro, è indaffarato in altro: tessere la rete dei ‘papabili’, cioè i possibili alleati in coalizione con il Pd. Oggi Giuliano Pisapia, a Roma, scioglierà il nodo su dove andrà il suo Campo progressista (verso Mdp e al 99,9%). Quindi, sul lato sinistra, il Pd non ‘pescherà’ un bel nulla. Lunedì mattina Renzi vedrà la Bonino e i Radicali italiani che però gli pongono molte pregiudiziali e tutte ostative. Alfano spiega che la sua Ap, a costo di subire l’ennesima scissione verso il centrodestra, c’è e che nascerà un polo moderato di centro con Casini, Dellai, De Mita, etc. etc., ma il suo peso specifico resta quello che è: lo zero virgola. Ed ecco che il ministro Graziano Delrio prova a correre ai ripari. Ieri Delrio, intervenendo alla presentazione del libro di Piero Fassino a Reggio-Emilia, sua città natale, ha fatto un’apertura assai importante a Mdp, con parole molto diversa dal mood tipico di Renzi: “Dobbiamo metterci tutti attorno a un tavolo e fare tutti un passo indietro. Per tutti – spiega e insiste Delrio – intendo tutti: noi, Pisapia, la Bonino, ma anche Bersani ed Errani. Partiamo dai contenuti, ma in modo non ideologico”. Parole, quelle di Delrio, per nulla ‘in linea’ con Renzi. Lunedì, in Direzione, il Pd ne avrà di cose da discutere…

 

_________________________________________________________

NB: Tutti questi articoli sono stati pubblicati rispettivamente sabato 11, domenica 12, lunedì 13 e martedì 14 dicembre 2017 su Quotidiano Nazionale 
Annunci

NEW! Def, deficit e legge di Stabilità: i 161 voti al Senato e “i saldi” che mancano al governo. Mdp minaccia e la maggioranza balla

Palazzo Madama
Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

 

  1. Un bell’inghippo per la legge di Stabilità in sé e per la stabilità del governo. I 161 voti che, per ora, non ci sono sulla richiesta di scostamento dal deficit e i saldi che mancano nella Nota di variazione al Def. La nota del senatore Tonini. 

Oggi, quasi nell’indifferenza generale, una nota stampa del presidente della commissione Bilancio del Senato, Giorgio Tonini (Pd), sta creando non pochi malumori e grattacapi al governo Gentiloni, al ministro Padoan e allo stesso Pd. Prima di leggere (e commentare) la nota stampa, però, vanno chiarite un paio di cose non facili per i non addetti ai lavori.

La prima. Ogni anno, per quanto riguarda la politica economica, il governo presenta quattro documenti e non tre, come siamo abituati a leggere (e scrivere). I tre documenti noti sono: il primo è il Def, a giugno, che delinea le linee di politica economica per il triennio a venire, il secondo è la Nota di variazione (o aggiornamento) al Def, che si presenta a settembre e che prevede i saldi della manovra economica e gli aggiornamenti tendenziali aggiornati rispetto al Def di giugno (il rapporto deficit/Pil, previsto all’1.6%, è stato rivisto in meglio, all’1,2%, il che vuol dire più margini in termini di spesa dello 0,4%), e il terzo è la Legge di Stabilità (detta, volgarmente, manovra economica, la ex Finanziaria), che, varata dal cdm, va presentata alla commissione europea di Bruxelles entro il 15 ottobre e, contestualmente, anche alle Camere. Ed è solo quella, in verità, la Stabilità che inaugura formalmente la sessione di bilancio di entrambe le Camere e che si chiude, tra voti, navette parlamentari ed eventuali modifiche, solitamente prima delle festività natalizie. Anche perché se si sforasse la data ultima del 31 dicembre il governo dovrebbe dichiarare l’esercizio provvisorio dei conti dello Stato, iattura tremenda per ogni governo di ogni colore, che ci esporrebbe a una procedura di infrazione (proprio come lo sforamento del rapporto deficit/Pil) da parte della Ue, alle tempeste dei mercati finanziari e alla speculazione. Per tutti e tre questi documenti programmatici e di bilancio NON serve la maggioranza assoluta dei voti in entrambe le Camere (161 voti al Senato, 316 alla Camera), basta cioè la maggioranza semplice dei presenti, come succede, peraltro, per ogni legge dello Stato –  venga o meno messa la questione di fiducia da parte del governo non importa – che non riguarda una modifica del dettato costituzionale.

Ma appunto vi è quarto atto, di solito assai poco noto, o ignoto, ai più rispetto al quale serve la maggioranza assoluta dei componenti di ognuna delle due Camere (cioè la maggioranza degli aventi diritto, altra cosa ancora sarebbe la maggioranza qualificata): si tratta della Relazione programmatica con cui il governo chiede al Parlamento l’autorizzazione allo scostamento di bilancio dei saldi della bilancia pubblica. In pratica, il Parlamento, con questo atto, autorizza il governo a ‘derogare’ agli impegni presi (e scritti in Costituzione, all’articolo 81, modifica votata da tutto il Parlamento nel 2013 e che, da allora, obbliga il nostro Paese a rispettare il vincolo del pareggio di bilancio) in sede europea e che sono contenuti nel Fiscal Compact. In pratica, il governo ottiene più flessibilità, negoziandola in sede di commissione Ue, per sforare il rapporto deficit/Pil (stabilito al 3%), ma per farlo ha bisogno di un’autorizzazione formale del Parlamento. Ecco perché, in questo caso, la maggioranza assoluta dei voti di entrambe le Camere è necessaria e obbligata: i 161 voti al Senato e 316 alla Camera servono per ‘violare’ (si dice ‘derogare’ si fa ogni anno) un vincolo che, piaccia o no, è stato inserito in Costituzione.

La novità di quest’anno è che il voto, di solito dato in modi, forme e tempi diversi, sulla scostamento di bilancio e quello sulla variazione al Def è stato, con fallace mossa tattica, unito dal governo Gentiloni: entrambi i due voti sono previsti, al Senato, per il 4 ottobre. Anzi, è stato fatto di peggio: il Mef (cioè il ministero di Padoan) ha ‘fascicolato’ insieme i due documenti (scostamento di bilancio e Nota di variazione al Def di giugno) come se si trattasse di un voto solo, un pacchetto prendere o lasciare. Il che però in una situazione di maggioranza ‘ballerina’ come quella che si registra, ormai da anni, al Senato, dà luogo al tiro alla fune che Mdp (e, invero, anche altre forze politiche) stanno dando vita in questi giorni e ore. In sostanza il ragionamento è: “Se non mi dai questo o quel provvedimento, non ti voto né la Nota di variazione al Def né l’autorizzazione allo scostamento del deficit”. Il guaio è che sul primo voto, poco male, basta la maggioranza semplice dei senatori, ma sul secondo serve la maggioranza assoluta e il governo attuale, senza i 16 senatori di Mdp, quella maggioranza banalmente non ce l’ha, come si è visto, per altro verso (cioè causa lo sfilarsi dei 32 senatori di Ap) su un altra legge, lo ius soli. Certo, il governo è intenzionato ad aprire una trattativa con Mdp, che presto si terrà, ma i giorni scorrono veloci, Mdp alza le sue richieste e pretese, la quadra per ora non c’è. Morale: il governo rischia di andare ‘sotto’, la maggioranza finire a scatafascio e aprirsi una crisi di governo di non facile soluzione, anche perché avverebbe a pochi mesi dalla fine naturale della legislatura. Certo, la trattativa è in corso e tutto può finire bene, ma qiuen sabe?

Infine, e qui arriviamo alla nota di Tonini, c’è un altro problema. Sempre il governo NON ha presentato, nella Nota di variazione del Def, i saldi di finanza pubblica che pure, invece, è tenuto a indicare per legge. Il motivo politico è presto detto: indicare i saldi, scritti nel Def, non si può ancora perché, appunto, la trattativa politica è ancora in corso. Ma quei saldi vanno indicati e, se il governo non lo farà, le commissioni Bilancio riunite non potranno fare altro che rispedire al mittente la Nota di variazione al Def, bloccando l’intero iter di nascita e percorso della Legge di Stabilità che, senza, non può procedere. Un doppio problema, dunque, politico e procedurale, da non sottovalutare affatto e che, se non verrà risolto da Padoan e Gentiloni nei prossimi giorni, farà nascere grossi guai. Di inceppamento del percorso della manovra economica come di stabilità del governo. Vedremo. Per ora, ecco di seguito la nota stampa del senatore Tonini:

“La nota di aggiornamento del Def, nel testo approvato dal Consiglio dei ministri, appare priva di un importante elemento previsto, in modo tassativo, dalle legge di contabilità e finanza pubblica, come da ultimo modificata nel 2016, ai fini dell’attuazione della riforma dell’articolo 81 della Costituzione”. Lo afferma Giorgio Tonini, presidente della commissione Bilancio del Senato. “In particolare – continua Tonini – il vigente articolo 10-bis della legge di contabilità prevede che la nota di aggiornamento del Def debba contenere, tra l’altro, l’indicazione dei principali ambiti di intervento della manovra di finanza pubblica per il triennio successivo, con una sintetica illustrazione degli effetti finanziari attesi dalla manovra stessa in termini di entrata e di spesa, ai fini del raggiungimento degli obiettivi programmatici”. “E’ necessario quindi – conclude – che il governo colmi questa lacuna del testo della nota di aggiornamento del Def, presentando una nota aggiuntiva. Tale richiesta è stata trasmessa al governo per il tramite del viceministro dell’Economia, Enrico Morando, presente durante la seduta di quinta commissione appena conclusasi, anche in vista dell’audizione del ministro, prevista nella mattinata di martedì prossimo”.

NB: Queste considerazioni sono state scritte in forma originale per questo blog. 


2. I voti contrari di Mdp mettono a rischio la tenuta della maggioranza al Senato. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

La maggioranza di governo va sotto al Senato, in commissione Difesa, per colpa di Mdp, che vota insieme ai Cinque Stelle e Lega e i sudori freddi iniziano a sentirli anche a palazzo Chigi. Perché presto si terrà, al Senato, un doppio voto cruciale per le sorti del governo e della manovra economica con il rischio che il primo cada e che la seconda vada verso l’infausto esercizio provvisorio. Il 4 ottobre, infatti, il Senato si pronuncerà – prima ancora che sulla Legge di Stabilità, il cui iter partirà solo dal 15 ottobre – su due atti: la Nota di variazione al Def e, prima, sulla richiesta del governo al Parlamento di autorizzare lo scostamento del deficit che serve a cambiare i saldi della finanza pubblica di 8 miliardi. Per paradosso, mentre sul primo, il Def, preludio alla Finanziaria, basta la maggioranza semplice, sul secondo serve il plenum dell’Aula, la maggioranza assoluta del Senato (161 voti su 320), quorum che, senza i voti dei 16 senatori di Mdp, non c’è. Ma prima di arrivare al possibile Giorno del Giudizio del 4 ottobre, è già arrivato, ieri, l’incidente: va in scena in commissione Difesa.

Si vota su un caposaldo del Libro Bianco della Difesa (targato ministro Pinotti): le deleghe al governo per la revisione del modello professionale delle Forze Armate e del suo personale. Mdp, tramite il senatore Federico Fornaro, vero regista di tutta l’operazione, non ritira l’emendamento soppressivo dell’art. 9: riguarda la trasformazione di una parte dei contratti collettivi della Difesa da tempo indeterminato a tempo indeterminato. Figurarsi se Mdp può dirsi favorevole. Fornaro tiene botta, M5S e Lega si accodano, felici di mandare sotto il governo, e il patatrac è fatto.

Nel Pd, a dirla tutta, renziani e non ritengono che “Mdp non si prenderà mai la responsabilità di mandare a gambe all’aria il governo portando il Paese all’esercizio provvisorio, non sono matti o almeno lo speriamo. In ogni caso – dice più di un senatore – finirà che sul voto clou, quello dei 161, voteranno con noi anche perché permette allo Stato di spendere meglio e di più i suoi soldi, poi magari sulla manovra di bilancio, o forse già sul Def, punteranno i piedi e giocheranno al ‘più uno’ ma in quel caso basterà la maggioranza semplice, i loro voti non ci serviranno”. Insomma, per il Pd Mdp è tutta ‘chiacchiere e distintivo’, per non dire delle “forti divisioni al suo interno, tra la linea dura di D’Alema e quella morbida di Pisapia, con Bersani nel mezzo” e il senatore Andrea Marcucci, renziano doc, per ora si limita ad accusarli di “incoerenza” per aver votato “con tutte le destre”.

Ma è proprio Fornaro a spiegare che  “o il governo ci riceve, e accoglie le nostre richieste, sulla manovra, oppure nulla è scontato, compreso un voto massicciamente contrario il 4 ottobre. Renzi ci insulta dal palco di Imola, il Pd prepara una legge elettorale contro noi e 5Stelle, Gentiloni non ci riceve. Batta un colpo, almeno lui, se Renzi glielo permette, o saremo coerenti”. E solo su una cosa sono concordi tutti, al Senato, tra Pd e Mdp: senza i 16 senatori di Mdp il governo 161 voti necessari non li ha.

NB: Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano nazionale il 27 settembre 2017


3. I macigni sulla strada della nuova legge elettorale sono… Def e legge di Stabilità 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Gravano due sassi pesanti come macigni sulla strada del tentativo di scrivere la nuova legge elettorale, il cosiddetto Rosatellum bis. Non a caso, il Pd ha molta fretta di approvare la legge elettorale: la prossima settimana discussione in commissione, dal 4 ottobre in Aula per riuscire ad approvarla alla Camera entro il 15 ottobre. Il primo macigno sta, però, non nei numeri della Camera, causa possibili franchi tiratori, ma in quelli del Senato e su tutt’altro. Infatti, il 15 ottobre inizia, al Senato, la sessione di bilancio e il 4 ottobre – lo stesso giorno in cui inizierà la discussione sulla legge elettorale – si voterà la Nota di variazione al Def. Per farla passare servono 161 voti, la maggioranza assoluta, e il governo rischia. Mdp chiede “discontinuità” rispetto alle politiche economiche del governo su “giovani, Sud, donne e lavoro” (il capogruppo Guerra) e dice che il voto dei suoi decisivi 16 senatori “non è scontato” (Fornaro). Ma sotto c’è altro, e cioè la determinazione di Mdp a far saltare una legge elettorale che la penalizza fortemente. Infatti, con il Rosatellum bis, Mdp sarebbe costretto a fare la lista unica con tutti gli altri spezzoni della sinistra (SI, Prc, Verdi e Pisapia, se ci sta) perché fare una coalizione, dato lo sbarramento al 10%, sarebbe troppo rischioso. E perdendo le sfide in tutti i collegi, dovrebbe dividere tra tutti quei partiti i (pochi) eletti nei listini. D’Alema ha dichiarato guerra da giorni: “Se si pensa a fare una porcheria ai nostri danni siamo pronti a non votare la fiducia”.

A palazzo Chigi minimizzano (“troveremo la quadra con Mdp”) e un incontro si dovrebbe tenere presto, entro la settimana, ma se Mdp, come minaccia in queste ore, farà mancare i suoi voti sul Def salterebbe la sessione di bilancio e cadrebbe il governo. Si aprirebbe perciò lo spettro dell’esercizio provvisorio e di elezioni anticipate, forse a dicembre, ma di certo con il Consultellum. Non si farebbe cioè nessuna nuova legge elettorale anche perchè serve un governo nel pieno delle funzioni cui dare la delega di disegnare i collegi.

Il secondo macigno, si sa, sono i franchi tiratori: allignano non solo dentro il Pd, ma anche dentro Forza Italia in primis, specie al Sud. Infatti, alla Camera sulla legge elettorale sono ammessi i voti segreti (al Senato, invece, no): M5S e Mdp li presenteranno a raffica su temi sensibili a molti parlamentari come le preferenze, ma anche sulla reintroduzione, negata nel testo, del voto disgiunto. Sulla carta, i numeri dei partiti che appoggiano la riforma è alto (circa 440 voti, la maggioranza è fissata a 315), ma – spiegavano ieri diversi parlamentari dem del Sud e del Nord che temono di non essere ricandidati o di avere in dote solo collegi perdenti – “almeno un centinaio di noi sa che non ha nulla da perdere. Gli emendamenti sulle preferenze, se vengono presentati, li votiamo”. Al Nazareno si guarda con sospetto non tanto ai big (Orlando, Franceschini, Fioroni) ma alle loro truppe: chi mai li ricandiderà? “Tra candidati da mettere nei collegi sicuri – si sfoga un dem – e listini bloccati Renzi avrà in mano il 100% delle liste del partito”.

Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale del 23 settembre 2017.

NEW! Def, deficit e legge di Stabilità: i 161 voti al Senato e “i saldi” che mancano al governo. Mdp minaccia e la maggioranza balla

NEW! Def, deficit e legge di Stabilità: i 161 voti al Senato e “i saldi” che mancano al governo. Mdp minaccia e la maggioranza balla

Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

  1. Un bell’inghippo per la legge di Stabilità in sé e per la stabilità del governo. I 161 voti che, per ora, non ci sono sulla richiesta di scostamento dal deficit e i saldi che mancano nella Nota di variazione al Def. La nota del senatore Tonini. 

Oggi, quasi nell’indifferenza generale, una nota stampa del presidente della…

View On WordPress

La manovra affossa lo ius soli. Il Pd si arrende: “Rischiamo troppo”

Palazzo Madama
Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.
Ettore Maria Colombo  – ROMA
“Non abbiamo i numeri per farlo passare al Senato e ci fa perdere circa due punti percentuali al mese, nei sondaggi”. Muore così, nei ragionamenti che si fanno al Nazareno, una legge che il Pd ha tenuto, per anni, come una bandiera: lo ius soli. Approvato dalla Camera nell’ormai lontano ottobre 2015 la legge che vuole dare la cittadinanza ai figli degli immigrati italiani residenti nel nostro Paese si è arenata al Senato. Forse per sempre, di certo in questa legislatura. Ieri la conferenza dei capigruppo di palazzo Madama ha certificato il rinvio sine die del ddl. E’ stata la stessa maggioranza, e dunque il Pd, a non riproporre la richiesta di calendarizzazione del provvedimento. Il capogruppo dem, Luigi Zanda, che pure ha cercato in tutti i modi di trovare la quadra in questi mesi, ha dovuto gettare la spugna: “Non ci sono i numeri”. E a poco serve l’auspicio di poter modificare la situazione “con il lavoro politico” o il ribadire che “per il Pd la legge è una priorità”. Anche le parole del ministro Finocchiaro suonano vane: “L’attenzione del governo resta massima e lavoreremo per calendarizzarlo alla prima occasione utile, ma si devono creare le condizioni politiche per la sua approvazione”. Il governo, Gentiloni in testa, ha in realtà altre priorità: si chiamano, nell’ordine, Nota di aggiornamento al Def, sulla quale servono, al Senato, 161 voti, e che va approvata entro settembre, e legge di Bilancio, su cui basta la maggioranza semplice, ma che occuperà i lavori delle Camere per l’intero autunno. Il premier deve, da un lato, assicurarsi i voti di Ap, da tempo scettica sul provvedimento, specie al Senato, e che non vuole che venga messa sopra la fiducia, e quelli delle Autonomie-Svp, che pure non amano la legge; dall’altro dovrà intavolare un lungo braccio di ferro con i senatori di Mdp per ottenere il loro via libera alla manovra. “Non indispettire Alfano e non creare tensioni con Bersani” è il mantra di palazzo Chigi, dove ci si limita al rimpallo: “Se ci saranno le condizioni politiche faremo lo ius soli”. Ma – è il sottinteso –senza mettere la fiducia neanche se, dopo l’esame della legge di Stabilità, si potrebbe riaprire l’ultima finestra temporale utile per approvare la legge, il che però vuol dire farlo con le vacanze di Natale alle porte.
 
Poi c’è il Pd. Renzi, che già a inizio agosto si era detto “molto scettico sulle possibilità di approvare lo ius soli”, l’altro giorno si è limitato a dire che “noi abbiamo lanciato il cuore oltre l’ostacolo sui diritti, e non solo dei migranti, ma sulla fiducia decide Gentiloni”. Insomma, come il Pd non porrà ultimatum e aut aut al governo sulla Finanziaria così farà sullo ius soli e su altre leggi (vedi il caso vitalizi) perché “la stabilità dell’esecutivo viene prima di tutto”. Naturalmente, le opposizioni esultano, Lega in testa (e proprio per superare i suoi 50 mila emendamenti la fiducia sarebbe obbligati), ma anche Fi e M5S, contrari dall’inizio. Dall’altro lato, Mdp e Sinistra italiana che hanno offerto i loro voti per una “fiducia di scopo” (non sarebbero bastati), ora attaccano duri sostenendo che “il Pd affossa la norma”. Ap parla, invece, di “realismo e pragmatismo che vincono”: del resto, se mai arriverà in Aula, sono pronti a cambiare lo Ius soli per rimandarlo alla Camera e farlo morire lo stesso. 
NB: Questo articolo è stato pubblicato il 13 settembre 2017 a pagina 6 di Quotidiano Nazionale

La manovra affossa lo ius soli. Il Pd si arrende: “Rischiamo troppo”

La manovra affossa lo ius soli. Il Pd si arrende: “Rischiamo troppo”

Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ettore Maria Colombo  – ROMA
“Non abbiamo i numeri per farlo passare al Senato e ci fa perdere circa due punti percentuali al mese, nei sondaggi”. Muore così, nei ragionamenti che si fanno al Nazareno, una legge che il Pd ha tenuto, per anni, come una bandiera: lo ius soli. Approvato dalla Camera nell’ormai lontano…

View On WordPress

Jus soli: la resa di Gentiloni, il gelo di Renzi. “La legge si farà ma dopo l’estate”

Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato
Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

Ettore Maria Colombo – ROMA

Matteo Renzi le aveva provate tutte, pur di veder approvare lo ius soli. Aveva mandato ambasciatori persino presso Sinistra italiana: sette senatori che potevano far pendere l’ago della bilancia a favore di “una legge di civiltà – aveva fatto dire a Nicola Fratoianni – che una forza di sinistra come voi non può che votare anche se il governo mettesse la fiducia”. Ma Fratoianni aveva risposto picche: “sono d’accordo sulla legge, ma la fiducia non possiamo votarla, mi si spacca il partito”. Al Nazareno avevano fatto e rifatto i conti: senza Ap (25 senatori), il partito di Alfano, per una volta contrario come un sol uomo, e senza il gruppo delle Autonomie (18 senatori che, per la prima volta da anni, avevano alzato la voce) i numeri della maggioranza di governo tracollavano da 171 (quelli attuali) a 146, forse anche meno. Ben sotto il quorum necessario (161 voti).

Un rischio troppo grande: mandare sotto Gentiloni in un voto dove il governo avrebbe posto la questione di fiducia voleva dire, di fatto, mandare a casa il governo e, con esso, chiudere in via anticipata la legislatura con relative elezioni in autunno. Renzi ne sarebbe stato indicato come il primo e unico responsabile.

Ecco perché ieri, alla fine, il segretario dem ha gettato la spugna, dicendo a Gentiloni che lo aveva chiamato per avvertirlo di una decisione ormai presa: “Io mi giocherei il tutto per tutto, Paolo, ma so che il governo rischia troppo. Ora decidi tu, io mi adeguo”. Detto, fatto. A tarda sera, una nota ufficiale del premier informa che “tenendo conto delle scadenze non rinviabili in calendario al Senato e delle difficoltà emerse in alcuni settori della maggioranza non ritengo ci siano le condizioni per approvare il ddl prima della pausa estiva. Si tratta però di una legge giusta. L’impegno del governo per approvarla in autunno rimane”. A palazzo Chigi si sottolinea di aver lavorato di concerto con Renzi e che “l’estate, così difficile sul tema immigrazione, mentre si cerca di gestire i flussi degli sbarchi in sede europea”, non permetteva errori né inciampi, dato anche che “è pieno di irresponsabili (politici, ndr) che cercano incidenti e tensioni”. Ma se sempre da palazzo Chigi si fa notare che “quella di Gentiloni non è una rinuncia, ma una scelta improntata al realismo e a ridurre le tensioni su una legge di civiltà”, i tempi non ci sono più. Palazzo Madama ha ancora 45 giorni di lavoro effettivi, da qui alla fine della legislatura. Pare assurdo, ma tra ferie estive, invernali, altri provvedimenti e futura sessione di bilancio (che occupa l’intero autunno) è così. Ergo, la legge sullo ius soli, che dovrebbe comunque tornare alla Camera per il voto finale, non vedrà la luce, certo non in questa legislatura.

Il Pd si limita a far buon viso a cattivo gioco con una sola dichiarazione del ministro Martina, mentre il leader di Ap, Alfano, esulta: “Gentiloni ha gestito la vicenda dello ius soli con realismo, buonsenso e rispetto per chi sostiene il suo governo. Apprezziamo molto”. Poi aggiunge un “noi la vogliamo approvare, ma in un clima più sereno” che sa tanto di sberleffo, specie verso il Pd. Esulta, ovviamente, il centrodestra, da Salvini a Meloni a Brunetta, e butta la croce addosso al Pd la sinistra, da SI a Mdp. Ma pure coi loro voti, lo ius soli non sarebbe passato e il governo sarebbe caduto. Ecco perché Renzi ha fatto morire la legge.

NB: L’articolo è stato  pubblicato il 17 luglio 2017 sul Quotidiano Nazionale a pag. 7

Jus soli: la resa di Gentiloni, il gelo di Renzi. “La legge si farà ma dopo l’estate”

Jus soli: la resa di Gentiloni, il gelo di Renzi. “La legge si farà ma dopo l’estate”

Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

Ettore Maria Colombo – ROMA

Matteo Renzi le aveva provate tutte, pur di veder approvare lo ius soli. Aveva mandato ambasciatori persino presso Sinistra italiana: sette senatori che potevano far pendere l’ago della bilancia a favore di “una legge di civiltà – aveva fatto dire a Nicola Fratoianni – che una forza di sinistra come voi non può che votare…

View On WordPress