NEW AGGIORNATO! Il Pd ha una legge elettorale: è il Rosatellum o Fianum. Ecco la spiegazione di cos’è e come funziona

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L’aula di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica

Ettore Maria Colombo – ROMA

Questo articolo è stato scritto oggi, 17 maggio 2017, in forma originale per il blog e aggiornato oggi, 18 maggio 2017, sempre per il blog http://www.ettorecolombo.com

Il Pd trova ‘l’uovo di Colombo’ sulla legge elettorale

Un sistema ‘simil-tedesco’ con una sola scheda elettorale (due, in realtà: una per la Camera e una per il Senato), diviso a metà in quanto a distribuzione degli eletti: 50% scelti in collegi uninominali e 50% su liste plurinominali (corte e bloccate, di 4 nomi) con metodo proporzionale. Questo è il ‘Rosatellum’, dal cognome del capogruppo dem alla Camera dei Deputati, o ‘Fianum’, dal cognome del nuovo relatore del nuovo testo base, Emanuele Fiano (Pd), in commissione Affari costituzionali. Con l’appoggio del Pd e di altri gruppi politici (Lega Nord- Ala/Sc – Svp, etc.), questo testo si propone di farsi strada rapidamente alla Camera dei Deputati, dove il Pd e alleati hanno una solida maggioranza parlamentare, e di riuscire a spuntarla anche al Senato, dove i numeri sono più ballerini, ma – assicurano dal Nazareno – “ci saranno”.

L’autore di questo blog è in grado, grazie all’aiuto di alcuni esperti deputati dem, nonché di alcuni tecnici della materia elettorale, di anticiparne le linee guida prima che il nuovo modello di legge elettorale venga depositato – lo sarà solo stasera – dal Pd (relatore Fiano) presso la commissione Affari costituzionali alla Camera. Naturalmente, alcuni dettagli tecnici possono sfuggire, si prega quindi il lettore di tenerne conto nella lettura.

Definizione generale del ‘Rosatellum’ o ‘Fianum’.

Si tratta di un sistema ‘a fossato’, detto in modo tecnico, che separa in modo rigido l’elezione della quota maggioritaria a collegi uninominali (50%) da quella proporzionale (50% in collegi plurinominali).  “Simile non al sistema usato in Germania – dove i voti presi a livello nazionale, superando la soglia del 5%, guida l’assegnazione dei seggi anche nella parte uninominale, è una variante di sistemi conosciuti nell’Est Europa e usata in Giappone e Messico (in tutto una ventina di Paesi) dove l’assegnazione dei seggi tra quota maggioritaria e quota proporzionale è indipendente l’una dall’altra (da cui il ‘fossato’)”, come spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti, vicino al Pd, in una sua nota tecnica.

Di conseguenza, l’elezione del 50% degli eletti nella parte dei collegi uninominali avviene con un sistema maggioritario a turno secco che segue il principio del ‘the first past all’ (il primo prende tutto, cioè tutti i voti di ogni collegio uninominale) mentre l’elezione del 50% degli eletti ripartiti in modo proporzionale, ripartiti sulla base di circoscrizioni plurinominali (grandi quanto l’accorpamento di 2/3 collegi uninominali e corrispondenti a una popolazione di 80/100 mila abitanti) assegna il restante 50% degli eletti su base, appunto, proporzionale, ma con una soglia di sbarramento unica e fissa per tutti (5%).

Tale sistema non ha nulla a che vedere né con l’Italicum (approvato dal governo Renzi: valeva solo per la Camera, prevedeva ballottaggio, poi cassato dalla Consulta, tra le prime due forze politiche e premio di maggioranza al 40%, soglia di sbarramento al 3%) né con il Consultellum, ciò che resta del vecchio Porcellum cassato dalla Consulta (proporzionale puro su base regionale, sbarramenti al 20%, 8% e 3%, preferenza unica). In parte è ripreso da una proposta depositata dai deputati di Ala (il gruppo di Verdini) Abrignani e Parisi, che però  prevedeva l’assegnazione di un premio di maggioranza, qui assente, in parte è ricalcato sul modello di sistema elettorale in vigore, dalla fine della seconda guerra mondiale, in Germania Ovest e poi esteso alla Germania Est dal 1990 ma dove è, appunto, il voto proporzionale a ‘guidare’ il sistema. Il sistema simil tedesco si può definire invece una via di mezzo tra un sistema maggioritario semi-puro, come era il Mattarellum (75% di collegi maggioritari e 25% di quota proporzionale alla Camera, due schede, 75% di collegi al Senato con scorporo del 25% per la quota proporzionale, una scheda) e un sistema maggioritario puro corretto da una quota robusta di proporzionale, ma mai quanto quello in vigore nella Prima Repubblica, dove vigevano le preferenze.

Non vi è premio di maggioranza, come invece indicava il progetto di legge di Ala, né alla Camera né al Senato, è abolito il sistema dello scorporo previsto dal Mattarellum, la scheda elettorale è unica, la soglia di sbarramento anche e fissata al 5%, ma potrebbe scendere nella contrattazione tra i partiti nel corso della sua approvazione nelle Camere (nel Mattarellum era al 4%, nell’Italicum al 3% ma solo per la Camera, nel Consultellum la soglia per i partiti è l’8%, per le coalizioni il 20%, per i partiti dentro coalizione il 3%).

La scheda elettorale è unica (una per la Camera e una per il Senato) ma ripartita in due parti: a sinistra c’è il nome del candidato di collegio (quota maggioritaria secca), a destra il o i partiti che sostengono il candidato (quota proporzionale). La modalità di elezione è triplice (MODIFICA INTERVENUTA NELLA REDAZIONE DEL TESTO TRA IERI, 17 MAGGIO, E OGGI, 18 MAGGIO): 1) si può votare il candidato di collegio: tale voto si trasferisce al partito collegato sulla scheda nella parte proporzionale, MA DATO CHE OGNI CANDIDATO PUO’ ESSERE SOSTENUTO ANCHE DA PIU’ DI UNA LISTA, IL SUO NOME SI RIPETE PIU’ VOLTE ACCANTO A OGNI LISTA CHE LO APPOGGIA; 2) si può votare il partito o i partiti che, nella quota proporzionale, sostengono il nome scelto come candidato nella parte maggioritaria: in tale caso il voto si trasferisce automaticamente nella parte maggioritaria a sostegno del candidato di collegio collegato a tali liste; 3) si può votare, con doppia croce, il candidato di collegio e il o i partiti nella parte proporzionale (opzione, di fatto, ‘rafforzativa’).

L’alternanza di genere nelle liste non è espressamente prevista, vi è solo che ciascuno dei due sessi non possa rappresentare più del 60% in ogni listino: vuol dire che, in un collegio plurinominale con due seggi da assegnare, debbono esserci un uomo e una donna, ma se il collegio assegna tre seggi, due uomini e una donna (o viceversa) e via così. Manca cioè una netta alternanza di genere, come nelle quote rosa (uomini e donne alternati nei listini). Senza tale norma, si potrebbe verificare che tutti i capolista e i secondi posti nel listino siano uomini, relegando le donne in fondo. Un errore cui verrà di certo posto rimedio durante la discussione in Aula. 

E’ vietato, pena annullamento della scheda, votare il candidato di un collegio e il/i partiti di un altro schieramento politico (divieto del cd. ‘voto disgiunto’). Nella parte destra della scheda compaiono, accanto al simbolo del partito, i nomi della lista bloccata (fino a un massimo di quattro nomi) che vengono eletti fino a esaurimento secondo i voti al partito. C’è l’obbligo di omogeneità per i collegamenti tra liste a livello di collegi plurinominali. Vuol dire che non si può fare il voto disgiunto in nessun caso. 

Il metodo di elezione di deputati e senatori.

Nei collegi uninominali vince chi arriva primo. Nel restante 505 assegnato con metodo proporzionale prendono seggi le liste che hanno superato il 5% di voti validi sul territorio  nazionale. Stabiliti i seggi spettanti a livello nazionale, si scende nelle circoscrizioni plurinominali e si segue l’ordine di lista (fino a 4 nomi per ogni lista) al fine di stabilire gli eletti. Se un eletto risulta in più collegi plurinominali (circoscrizioni) risulta eletto automaticamente dove la lista che lo sostiene è andata peggio: eliminate dunque le ‘opzioni’ di scelta dei candidati nei listini (dette anche ‘pluricandidature’), bocciate dalla Consulta nella sentenza sull’Italicum insieme al ballottaggio senza soglia, e il metodo del sorteggio introdotto dalla stessa sentenza della Consulta. eliminate, ovviamente, anche il metodo delle elezioni con le preferenze previste sia dall’Italicum (preferenza multipla) che dal Consultellum (preferenza unica). Niente capolista bloccati.

La Camera dei Deputati (630 deputati) viene divisa in due parti: 303 deputati vengono eletti con metodo maggioritario nei collegi uninominali e 303 nei collegi circoscrizionali, cioè con metodo proporzionale e sbarramento al 5% (forse, se non verrà abbassato…).

Il totale fa ‘solo’ 606 perché ne mancano altri 24, i quali sono: a) i 12 deputati eletti nelle circoscrizioni Estero (con metodo tutto proporzionale) e b) i 12 deputati eletti nelle regioni a Statuto speciale con tutela delle minoranze linguistiche così ripartiti: un eletto in Valle d’Aosta (collegio unico maggioritario) e 12 eletti in Trentino Alto-Adige (8 collegi uninominali maggioritari e 3 collegi proporzionali secondo il Mattarellum del 1994). Di fatto, nei collegi del Trentino e della Valle d’Aosta la soglia di sbarramento è al 20% circa. mentre per il grosso del restante (303 collegi plurinominali) è al 5% su base nazionale.

I 303 collegi maggioritari sono uninominali (grandi circa 70 mila abitanti l’uno) mentre le circoscrizioni saranno tra 80 e 100 (o, forse, meno), raccogliendo due o tre collegi uninominali dalla grandezza di circa 700 mila abitanti a circoscrizione.

Il Senato della Repubblica (315 senatori eletti, essendo oggi altri 4 senatori eletti a vita) è diviso in due parti di eletti: 150 collegi maggioritari a turno unico e 151 eletti nelle 50 circoscrizioni per la parte proporzionale (la divisione non esatta dipende dal fatto che alcune regioni hanno diritto a un tot di senatori e non possono scendere al di sotto).

Il totale fa ‘solo’ 301 e non 315 perché, anche in questo caso, ne mancano 14: i 6 senatori eletti nelle circoscrizioni Estero con metodo rigidamente proporzionale e gli 8 senatori eletti nelle due regioni a statuto speciale Trentino Alto-Adige (che sono 7: 5 eletti nei collegi maggioritari e 2 con quota proporzionale, sempre seguendo il Mattarellum 1994) e uno in Valle d’Aosta (collegio maggioritario unico). La soglia di sbarramento è sempre al 5% ma calcolata su base regionale, quindi indipendente dal totale nazionale al Senato, ma la ripartizione dei seggi, ove si superi il 5% dei voti, è fatta sempre su base nazionale.

Per disegnare i collegi come le circoscrizioni verrà affidata una delega al governo con tempi certi per la loro definizione. Il governo può, in tempi celeri, ‘costruire’ i collegi (quello nazionale unico per superare la soglia del 5% non ha bisogno di altre definizioni, quello delle circoscrizioni regionali esiste già, mancano le circoscrizioni plurinominali e i collegi uninominali), diciamo entro 45 giorni. Se la legge fosse approvata a fine luglio, la delega al governo scatterebbe subito e i collegi sarebbero pronti da metà settembre 2017 il che vuol dire che, entro novembre 2017, in teoria, si potrebbe ancora andare a elezioni anticipate. 

Pregi e difetti del sistema descritto.

Il sistema è, tecnicamente chiaro ma complicato. Assomiglia molto al metodo di elezione dei sindaci nelle grandi città (sopra i 15 mila abitanti, legge elettorale risalente al 1993): quella presentava, però, il doppio turno, che qui non c’è, e la possibilità del voto disgiunto (possibilità di votare un candidato sindaco di una coalizione e un partito di un’altra), regola che qui è espressamente vietata. La scheda sarà unica, anche se forse un po’ difficile da leggere perché ‘zeppa’ di nomi (candidato nei collegi, simboli partiti, liste di nomi a sostegno dei partiti). Non vi è alcun premio di maggioranza da attribuire né a una lista né a una coalizione. I capolista bloccati vengono eliminati, le preferenze anche, mentre sono ammesse – come dice la Consulta nella sua sentenza sul Porcellum 1/2014 – le liste corte bloccate perché permettono la conoscibilità dei candidati (si parla qui della parte proporzionale). I collegi sono il metodo più chiaro e semplice per eleggere parlamentari e non escludono la possibilità di indire primarie di collegio e/o di coalizione per scegliere il leader della medesima, figura che, però, non è espressamente prevista nella legge. Eliminato l’infernale meccanismo dello scorporo, che permetteva, nel vecchio Mattarellum, il proliferare delle cd. ‘liste civetta’. Le due parti – maggioritario e proporzionale – sono separate e distinte, lo sbarramento al 5% (ma potrà scendere al 4% nella contrattazione) aiuta a combattere la frammentazione del sistema politico e il metodo scelto incentiva – anche se non obbliga – a creare delle coalizioni.

Da notare che le coalizioni possono anche limitarsi a essere di collegio o in più collegi, non devono cioè essere per forza di ambito nazionale o pluri-regionale. 

Sulla funzionalità e possibile governabilità del sistema, invece, non si può dire nulla, o poco: nei colleghi è eletto chi arriva primo e nella parte proporzionale si ha diritto a seggi solo se si supera la soglia del 5%, ma solo la prova delle elezioni e la maggiore o minore consistenza delle coalizioni o della forza dei singoli partiti potrà dire se questo sistema elettorale aiuterà la governabilità o meno del sistema politico. Di certo, però, non la peggiora come, invece, faceva un sistema totalmente o quasi del tutto proporzionale. Un sistema, quello indicato dallo schieramento iniziale (FI-M5S-Ncd-altri centristi) che portava il testo dell’ex relatore, il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Mazziotti di Celso, che corrispondeva a un proporzionale puro con sbarramento unico al 3%, capolista bloccati, preferenze plurime e un inarrivabile per chiunque premio di maggioranza fissato al 40% e peraltro diverso tra Camera e Senato.

Possibili tempi tecnici e politici di approvazione

Il nuovo relatore, Fiano, assicura che “il Pd non perderà tempo”. Forse slitterà di qualche giorno il termine per gli emendamenti (fissato al 19 maggio) e l’approdo definitivo in Aula (29 maggio) ma l’obiettivo del Pd è approvare, alla Camera, la nuova legge elettorale entro giugno per portarla in Senato per la sua approvazione definitiva entro luglio. Ovviamente, al Senato, dove Pd e alleati hanno numeri assai più ballerini, il percorso della legge elettorale sarà molto più arduo, ma il Pd non dispera di avere i numeri per approvare in via definitiva il suo testo prima che le Camere, a fine luglio, entrino nella pausa estiva. E avere una legge elettorale nuova in vigore vuol dire, poi, appunto, poter andare a votare, politicamente, prima possibile perché, se il governo cadesse, Mattarella non potrebbe opporre alle forze politiche l’assenza di una nuova normativa in materia.

NB: L’articolo è stato scritto in forma originale per il blog il 17/18 maggio 2017. 

 

Legge elettorale, Renzi ha fretta, ma tutti gli altri partiti no, e pure molti dem La maggioranza per il voto subito non c’è

>>>ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO

«MATTARELLA – ragiona un renziano di prima fascia – sembra dire che si può andare a votare subito, non appena vengono ‘armonizzate’ le leggi elettorali delle due Camere, e invece vuole portare la legislatura alla fine. Matteo (Renzi, ndr) dice ‘bravo e grazie’ al Capo dello Stato, ma sa che sono tanti, dal Capo dello Stato stesso a Berlusconi, da Alfano a Verdini, da Franceschini a Orlando, quelli che di andare a votare non ci pensano neppure, vogliono solo fare melina, logorarlo e sfibrarlo. È come un minuetto ballato in un salone degli specchi: nessuno dice ciò che pensa, tutti fingono il contrario e sorridono tra loro». Nonostante l’immediato e caloroso plauso espresso, lo stesso 31 dicembre, da parte di Matteo Renzi, al discorso del Capo dello Stato («Piena condivisione delle sue parole» hanno battuto le agenzie di stampa alle 22), il renziano di alto lignaggio è assai scorato.

L’ANNO nuovo, infatti, si apre sotto i peggiori auspici. Attentati internazionali sanguinosi, Mps da salvare, la mannaia della manovrina supplementare che la Ue potrebbe imporre all’Italia, gli appuntamenti internazionali che attendono il Paese (trattati di Roma a fine marzo, G7 a Taormina a fine maggio). Eventi che Mattarella non cita nel discorso «del caminetto», quello del 31 dicembre, ma che aveva enumerato con puntiglio in quello davanti le Alte cariche dello Stato appena prima di Natale. E, appunto, una legge elettorale che tutti, a partire dal Capo dello Stato, vogliono ‘nuova’ di zecca (maggioritaria o proporzionale che sia), oltre che, ovviamente, ‘armonizzata’ tra Camera e Senato.
Traduzione: caro Renzi, che tu riesca a imporre il Mattarellum o che tu voglia adattare al nostro sistema elettorale il Consultellum che uscirà dalla sentenza della Consulta sull’Italicum, devi trovare una maggioranza «piena», «la più larga possibile».

Il che vuol dire non limitata ai partiti che sorreggono il governo Gentiloni (Pd+centristi), ma assai più ampia (allargata a FI), e poi devi pure riuscire a farla approvare in Parlamento. Senza dire che, appunto, le due leggi, ora diverse, di Camera e Senato «vanno armonizzate e rese omogenee, pena l’ingovernabilità», come ha detto il Capo dello Stato, in modo solenne, e per ben tre volte. «Se Matteo riesce nell’impresa di farci votare a giugno, a prescindere che poi vinca o perda, assumerà la statura di un generale De Gaulle – conclude il renziano – perché tutto complotta contro di lui e tutti vogliono ‘tirarla in lungo’».
Tutto complotta contro Renzi, dunque, a partire, ovviamente, dal fattore tempo. Il segretario dem ‘finge’ di andare sugli sci della Val Gardena, anche se ha annullato il previsto e desiderato viaggio negli Usa. In realtà compulsa nervoso, oltre che il calendario, le dichiarazioni degli esponenti degli altri partiti, compresi i piccoli, come oracoli.
Persino il vicesegretario dem, Lorenzo Guerini, di solito conciliante, usa toni ultimativi: «Basta perdere tempo, serve subito l’accordo su una nuova legge elettorale – ha dettato all’Unità prima ancora che Mattarella parlasse –. Noi abbiamo proposto un tavolo, ma c’è chi non si assume le proprie responsabilità». Guerini conosce i suoi polli: parla a suocera (FI) affinché nuora (Ncd e altri) intendano perché sa che anche Alfano, oltre che pezzi della maggioranza del Pd, non ne vogliono proprio sapere di andare al voto entro giugno.
Ecco perché, il 9 gennaio, quando le Camere riapriranno, il Pd – quello a trazione renziana, ovviamente, «perché la minoranza ci odia e lavora per il re di Prussia, cioè Berlusconi», masticano amaro i renziani – butterà, sul tavolo della legge elettorale, la sua proposta, chiedendo immediati appuntamenti e ‘giri di tavolo’ a tutte le forze politiche presenti in Parlamento ‘prima’ e non ‘dopo’ che si esprima la Consulta, e cioè dal 24 gennaio in poi.

La proposta dem non è un mistero per nessuno: si tratta del Mattarellum, ma non nella sua versione originaria, quella «1.0», scritta dal (ai tempi) deputato del Ppi Sergio Mattarella, ma un Mattarellum «2.0». Calibrato al punto giusto per togliere ogni possibile alibi a Berlusconi: 50% di collegi uninominali maggioritari e 50% (o 35% o 30%) di proporzionale, con le liste bloccate (cioè senza le tanto vituperate preferenze), da cui desumere anche un piccolo premio di maggioranza del 10% circa. La proposta, però, verrà subito rigettata con un fermo «no, grazie» da Forza Italia, che punta a un proporzionale semipuro, e dall’M5S, verrà fintamente vagliata positivamente dalla Lega e verrà bocciata sonoramente da tutti gli alleati «minori» del Pd (Ncd, Popolari per l’Italia, Psi) che vogliono il proporzionale, al massimo corretto da un premio alla coalizione e, comunque, soglie di sbarramento basse.

NON RESTERÀ, dunque, che attendere il vaticinio della Consulta: udienza il 24 gennaio, sentenza e motivazioni, però, non prima dei primi di febbraio. Boccerà l’Italicum, certo, la Corte costituzionale, ma come? Casserà, insieme, premio di maggioranza (55% dei seggi) e ballottaggio proponendo un proporzionale semi-puro da armonizzare solo nelle soglie di sbarramento diverse tra Camera e Senato? Manterrà il premio a chi ottiene il 40% dei voti? Salverà – come si dice, e questo sarebbe clamoroso – anche il ballottaggio, ritagliando un «nuovo» Italicum? Non si sa, ma subito dopo il Pd dovrà trovare, in Parlamento, una maggioranza «qualsiasi» per scrivere in fretta la nuova legge elettorale, se l’obiettivo resta quello del voto a giugno. E sarà allora che, appunto, inizieranno i dolori, per Renzi.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 2 gennaio 2017 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

 

Italicum e non solo: chi, come e perché vuole superare l’attuale legge elettorale

L'aula di Montecitorio vista dall'internoUfficialmente, non esistono trattative, sulla legge elettorale in vigore, l’Italicum. Esiste solo una mozione parlamentare votata a metà settembre dalle forze della maggioranza di governo (Pd+Ap+Misto+Popolari+Ala) che impegna, in modo molto generico, la Camera dei Deputati ad “avviare una ricognizione tra le forze politiche” sulla revisione della legge elettorale. Eppure, si sussurra in Transatlantico e si scrive sui giornali, Renzi avrebbe dato mandato a suoi emissari (in primis il vicesegretario dem, Lorenzo Guerini) a discutere con le forze politiche di opposizione e predisporre un tavolo di modifiche – molto diverse tra di loro – per avviare una reale modifica alla legge elettorale prima che si tenga il referendum costituzionale del 4 dicembre. Una tappa importante di questa discussione, molto ampia e approfondita non solo tra i diversi partiti ma anche all’interno del partito del premier, il Pd, sarà la Direzione nazionale del Pd che si terrà il prossimo 10 ottobre. La singolarità della discussione è data da diversi fattori. Il primo: potrebbe trattarsi della prima legge elettorale (l’Italicum è in vigore dal I luglio 2016) che viene modificata, o del tutto stravolta, prima ancora della sua effettiva utilizzazione (potrebbe cioè essere ‘nata morta’). Il secondo: tutti i partiti, e le correnti dei vari partiti, fanno i conti senza l’oste, e cioè senza sapere i possibili rilievi di costituzionalità della Corte costituzionale sull’Italicum. La Consulta doveva pronunciarsi il 4 ottobre, ma ha deciso di rinviare la decisione a dopo il referendum e la Corte potrebbe bocciare, in tutto o in parte, l’Italicum o addirittura promuoverlo e così comunque cambiare radicalmente lo stato della discussione tra le forze politiche. Il terzo: sulla legge elettorale – causa il suo presunto ‘combinato disposto’ con la riforma costituzionale – si accapigliano di più le varie correnti e anime del Pd che tutti gli altri dei partiti (Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia) che hanno rinviato ogni discussione e trattativa a dopo il referendum o non intendono trattare tranne sulla loro proposta (M5S)…

In ogni caso, ecco le diverse proposte in campo, sulla legge elettorale, cosa prevedono e a chi potrebbero tornare utili.

 ITALICUM

Che cos’è. E’ la legge elettorale in vigore in Italia dal I luglio 2016 e vale solo per la Camera dei Deputati. E’, di base, un sistema proporzionale con sbarramento nazionale al 3%, premio di maggioranza e ballottaggio.

Come funziona. Attribuisce 340 seggi su 630 (25 in più dei 316 necessari per avere la maggioranza assoluta, fissata a 315) alla lista che supera il 40% al primo turno o, se nessuna lista raggiunge tale soglia, alla lista vincente il ballottaggio (o secondo turno) tra le prime due meglio piazzate. Gli altri 290 seggi vengono distribuiti alle altre liste con metodo proporzionale e sbarramento unico nazionale fissato al 3%. Si basa su 100 collegi, capolista bloccati, poi preferenze. Ammesse le multi-candidature.

A chi conviene. Banalmente, conviene a qualsiasi partito vinca il ballottaggio cui garantisce la maggioranza assoluta di seggi alla Camera. Produce maggioranze di governo stabili, premia le liste o listoni singoli (Pd e M5S soprattutto) e punisce le forze piccole che si presentano da sole in quanto le priva della possibilità di partecipare al governo con la forza politica più grande e, teoricamente, alleata della più piccola (esempio: Ncd versus Pd) ma non le priva affatto della rappresentanza (soglia al 3%). Non conviene al centrodestra, plausibilmente presente sempre come coalizione.

MATTARELLUM 2.0

Che cos’è. E’ la proposta avanzata dalla minoranza bersaniana del Pd e depositata al Senato sotto forma di proposta di legge da 21 senatori dem.

Come funziona. Prevede l’elezione di 475 deputati (su 630) in collegi uninominali a turno unico e i candidati dei partiti scelti con primarie per legge. Gli altri 143 seggi, al netto dei 12 seggi da eleggere nelle circoscrizioni Estero con il proporzionale, vengono così ripartiti: 90 seggi assegnati come premio di governabilità alla prima lista o coalizione, ma con un limite di 350 deputati, 30 seggi alla seconda lista o coalizione, 23 seggi divisi tra le liste che superano il 2% dei voti e con meno di 20 eletti.

A chi conviene. Secondo i suoi proponenti garantisce comunque la governabilità alla lista o coalizione vincente. Secondo i suoi detrattori, in una situazione come quella attuale di tripolarismo non garantisce mai un vincitore perché tra collegi e premio non si supererebbero mai i 290 seggi. La lista o coalizione vincente potrebbero dover fare accordi in Parlamento. Garantisce una buona rappresentanza a tutte le forze politiche oggi presenti e anche a forze politiche piccole ma nuove (es: un partito di D’Alema che nascesse a sinistra del Pd) dato lo sbarramento al 2%. Conviene a chi – nel centrodestra come nel centrosinistra – vuole mantenere intatte le proprie forze e trattare poi, in Parlamento, la nascita di un governo di coalizione (es: Pd partito maggiore + partiti minori) o di grande coalizione (Pd+FI).

PROVINCELLUM

 Che cos’è. E’ l’idea del deputato toscano del Pd Dario Parrini, renziano.

Come funziona. E’ un sistema di base proporzionale che mantiene il premio di maggioranza e il doppio turno ma elimina capolista bloccati, multi-candidature e preferenze. L’Italia verrebbe divisa in 630 collegi di base provinciale, simili ai collegi uninominali: 618 collegi nel territorio più i 12 seggi all’Estero, ma con ogni collegio non superiore ai 100 mila abitanti di grandezza contro i 600 mila abitanti dei collegi dell’Italicum. I collegi, però, non sono maggioritari: i partiti presentano ciascuno un nome di candidato per ogni collegio ma passa il candidato che, nell’ambito provinciale della circoscrizione, ha ottenuto il miglior risultato nei collegi. Dato che ogni partito ha un solo candidato per collegio, il ballottaggio viene effettuato qui: se nessuno candidato raggiunge la soglia indicata al primo turno (40%) si va al ballottaggio. La lista più votata otterrebbe 345 seggi, il 55% del totale (premio di maggioranza del 15% al primo turno).

A chi conviene. Mantiene ferme le basi dell’Italicum (ballottaggio e premio di maggioranza) e ne cancella il metodo di selezione dei candidati (collegi provinciali invece del mix capolista bloccati/preferenze). Assicura comunque una maggioranza solida alla lista o coalizione vincente. Aiuta i candidati forti nei diversi collegi più che i partiti. Potrebbe penalizzare FI e, in parte, anche M5S, mentre potrebbe aiutare soprattutto il Pd e la Lega.

PREMIO ALLA COALIZIONE

Che cos’è. I piccoli partiti, Ncd su tutti, ma anche Ala di Denis Verdini e l’area che fa capo a Dario Franceschini nel Pd, propone di tenere fermi i principi fondanti dell’Italicum (premio di maggioranza, ballottaggio, preferenze, capolista bloccati) con una sola modifica ma fondamentale: assegnare il premio di maggioranza non alla prima lista, ma a una coalizione di più partiti, incentivando il potere coalizionale delle liste. L’alternativa, in subordine, è prevedere la possibilità dell’apparentamento tra diverse liste tra il primo turno in cui ogni partito si presenta da solo e il secondo turno dove si corre e si vince insieme (il premio sarebbe dato qui).

A chi conviene. Conviene ai partiti che riescono ad aggregare le coalizioni quindi in primis al centrodestra, meno al centrosinistra, per nulla all’M5S.

ALTRE PROPOSTE MINORI

Matteo Orfini, capofila dei Giovani Turchi del Pd, propone un sistema proporzionale sul modello greco: turno unico e premio di maggioranza al primo partito fissato al 15% (50 deputati su 350). Se nessuno lo raggiunge, i seggi vengono ripartiti tutti proporzionalmente.  Sbarramento al 3%. Il deputato del Pd Giuseppe Lauricella vuole cancellare il ballottaggio dall’Italicum: solo se un partito o una coalizione supera da solo il 40% dei voti ottiene il premio di maggioranza, altrimenti c’è un proporzionale puro. Il presidente del gruppo Misto, Pino Pisicchio, propone di assegnare il premio di maggioranza alla coalizione e che il ballottaggio sia valido solo se va a votare il 50% degli aventi diritto (in caso contrario i seggi vengono ripartiti proporzionalmente secondo i risultati ottenuti al primo turno). Il capogruppo di Ap alla Camera, Maurizio Lupi, ha avanzato la proposta di sistema proporzionale a turno unico ma senza ballottaggio e con premio di maggioranza alla coalizione (e non alla lista) di 90 seggi, tenendo ferme preferenze e capilista bloccati.

A chi conviene. Come nel caso del premio assegnato alla coalizione vincente e non alla lista, tutte queste proposte ‘minori’ tendono a non far ottenere mai nessuna maggioranza larga a una coalizione o partito vincente e a obbligare i partiti a formare grandi coalizioni o accordi dopo il voto.

DEMOCRATELLUM

Che cos’è. E’ la proposta di legge elettorale avanzata dal Movimento Cinque Stelle e scritta dal deputato Danilo Toninelli.

Come funziona. E’ un sistema proporzionale basato su collegi intermedi, soglie di sbarramento e preferenze, sia positive che negative. Preferenze negative vuol dire che, al momento del voto, si hanno a disposizione due schede elettorali, una per il voto di lista e una per il voto di preferenza. Il voto di preferenza può essere anche negativo, e quindi il cittadino può decidere di penalizzare un candidato cancellando il nome dalla lista votata. La preferenza, singola o doppia, può essere diretta anche al candidato di una lista diversa da quella votata (si chiama sistema del voto disgiunto). Le circoscrizioni elettorali sono 42, dalle più piccole alle più grandi, divise al loro interno in collegi plurinominali che assegnano da 9 a 13 seggi. Vuol dire che 33 circoscrizioni assegnano il 60% dei seggi e le restanti 10 ne assegnano il restante 40%. Per il senatori le circoscrizioni sono regionali. La soglia di sbarramento non è fissata a livello nazionale, ma esiste di fatto a livello di circoscrizioni e si può calcolare attorno al 5%. In questo modo, i partiti minori, sotto il 5%, verrebbero esclusi dal Parlamento, tranne quelli più forti a livello regionale. Non è previsto premio di maggioranza.

A chi conviene. In un sistema come quello attuale, che è tripolare, il ‘Democratellum’ dei Cinque Stelle si limiterebbe a registrare i rapporti di forza tra le principali forze politiche e costringerebbe a governi di coalizione tra almeno due di esse (esempio: Pd-centrodestra o Pd-M5S). Tranne che per la Lega Nord, forte a livello territoriale, sancirebbe l’esclusione dal Parlamento di tutti i piccoli partiti attuali, da Ncd in giù.

NB. Queste schede sono state pubblicate, in estrema sintesi, sul Quotidiano Nazionale di sabato I ottobre 2016 e vengono presentate qui, invece, in forma estesa e argomentata.

Legge elettorale, il cantiere resta aperto. Italicum, Provincellum, Mattarellum 2.0: le diverse proposte e leggi a confronto

Il 'logo' dell'Italicum

Di nuovo si discute, tra le forze politiche italiane, di cambiare il sistema elettorale con cui si vota. Persino il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che ha imposto l’approvazione dell’Italicum con un doppio voto di fiducia in entrambi i rami del Parlamento (la legge elettorale è una legge ordinaria ma di solito, in quanto assai delicata, non vi si pone sopra la questione di fiducia) si dichiara disponibile ad ampi e consistenti cambiamenti. Tra le correnti, di minoranza e non, del Pd, come degli altri partiti presenti in Parlamento, fioccano diverse e complesse proposte di modifica. Eppure, dal I luglio scorso una nuova legge elettorale è in vigore: si chiama, appunto, Italicum. Nonostante questo, molti partiti o correnti interne ai partiti – Pd in testa – lo vogliono già cambiare. Decisiva, da questo punto di vista, la sentenza che la Corte costituzionale emetterà sul nuovo sistema elettorale il prossimo 4 ottobre, sulla base di alcuni ricorsi presentati da diversi oppositori all’Italicum nei tribunali di Messina e Torino. La Consulta potrebbe cassarlo in parte o in toto, l’Italicum, che a quel punto avrebbe la sua sorte segnata: per forza di cose dovrebbe iniziare, al più presto, l’esame di una sua revisione in Parlamento. Da sfatare, invece, il mito che al referendum costituzionale di fine novembre (o inizi dicembre) si voti ‘anche’ sulla legge elettorale. Non c’è alcun, concreto, ‘combinato disposto’ tra referendum e legge elettorale ma solo un ‘combinato supposto’. Gli oppositori di entrambi i sistemi (referendum e Italicum) sostengono che, approvandole entrambi, si crea una sorta di ‘dittatura della maggioranza’, cioè del partito vincente alle elezioni, anche rispetto all’elezione dei principali organi di garanzia costituzionale (presidente della Repubblica, giudici della Corte costituzionale e di altre alte Corti). Invece, i sostenitori di entrambi i sistemi ritengono, con qualche argomento, che anche la vittoria di un partito con l’Italicum, non pregiudicherebbe l’elezione dei giudici di garanzia e del Capo dello Stato perché, nella riforma che andrà al voto, i quorum sono stati tutti rivisti e tutti verso l’alto.

Ma vediamo, nel dettaglio, le diverse proposte di legge elettorale in campo, vigenti e supposte.

ITALICUM

E’ la legge elettorale in vigore in Italia dal I luglio 2016: vale solo per la Camera dei Deputati, così è espressamente formulata, in quanto chi l’ha proposta (il Pd di Renzi) l’ha legata in modo diretto alla riforma costituzionale la quale prevede che il Senato venga eletto in un’elezione di secondo grado e divenga una Camera delle Regioni, con i consiglieri regionali e i sindaci eletti come senatori. L’Italicum è, di base, un sistema proporzionale con sbarramento nazionale al 3%, premio di maggioranza che attribuisce 340 seggi su 630 (24 in più dei 316 necessari per avere la maggioranza alla Canera) alla lista che supera il 40% al primo turno e, se nessuna lista raggiunge tale soglia, alla vista vincente un ballottaggio tra le prime due liste da tenersi 15 giorni dopo il primo turno. Il punto dolente dell’Italicum è che non è prevista alcuna soglia di ingresso per accedere al secondo turno: una soglia di fatto troppo bassa per il ballottaggio più multicandidature e capolista bloccati sono i tre punti nel possibile mirino della sentenza della Corte costituzionale. Nei 100 collegi in cui si vota il capolista è bloccato, cioè vengono eletti automaticamente in caso di conquista di seggi, mentre gli altri candidati a seguire di ogni lista vengono eletti con le preferenze. Ammesse le multicandidature: un candidato può presentarsi fino a 10 collegi in contemporanea. Non sono consentiti apparentamenti e il premio di maggioranza è dato alla lista, non alla coalizione.

PROVINCELLUM

Per i renziani che l’hanno rispolverato, come il segretario toscano Dario Parrini, il sistema in vigore per l’elezione delle Province garantisce i vantaggi dell’Italicum e ne cancella le parti meno riuscite. E’ un sistema elettorale di base proporzionale che mantiene il premio di maggioranza e il doppio turno ma elimina capolista bloccati, multicandidature e preferenze. L’Italia verrebbe divisa in 630 collegi di base provinciale, simili ai collegi uninominali. I singoli eletti per vincere gareggiano non solo con gli altri partiti ma anche dentro ogni partito: viene eletto solo il più votato in ogni collegio. Dato che ogni partito ha un solo candidato in ogni collegio, il ballottaggio viene effettuato qui: se nessuno candidato raggiunge la soglia indicata al primo turno (40% o 50% a seconda delle proposte) il vincitore di ogni collegio si decide al ballottaggio tra i primi due candidati. Ma l’assegnazione dei seggi avviene a livello nazionale: la lista più votata, i cui risultati vengono ottenuti sommando collegio per collegio i candidati vincenti, otterrebbe 345 seggi, il 55% del totale.

MATTARELLUM 2.0

E’ la proposta avanzata pubblicamente, ma non ancora formalizzata in una proposta di legge, dalla minoranza bersaniana del Pd. In parte è una riedizione del Mattarellum (il sistema maggioritario a turno unico con recupero proporzionale con cui si è votato in Italia dal 1994 al 2001 compreso), in parte è un sistema del tutto nuovo e alquanto arzigogolato. Prevede l’elezione di 475 deputati (su 630) in collegi uninominali a turno unico (vince il seggio chi prende un voto in più degli altri). Gli altri 143 seggi, al netto dei 12 seggi da eleggere nelle circoscrizioni Estero, verrebbero così ripartiti: 90 seggi assegnati come premio di governabilità alla prima lista, ma con un limite di 350 deputati, 30 seggi alla seconda lista o coalizione, 23 seggi verrebbero divisi tra le liste che superano il 2% dei voti e hanno meno di 20 eletti.

SISTEMA GRECO

L’area dei Giovani Turchi del Pd, guidata da Matteo Orfini, ha proposto un sistema proporzionale sul modello greco: turno unico e premio di maggioranza al primo partito. Il premio è fissato al 15% (50 deputati su 350). Se nessuno lo raggiunge, i seggi vengono ripartiti tutti proporzionalmente.

ALTRE PROPOSTE

I piccoli partiti, Ncd su tutti, ma anche l’area Franceschini nel Pd, propone di tenere fermi i principi fondanti dell’Italicum (premio di maggioranza, ballottaggio, preferenze, capolista bloccati, ndr.) con una sola, ma sostanziale, modifica: assegnare il premio di maggioranza dell’Italicum non alla prima lista meglio piazzata, ma a una coalizione di più partiti, incentivando il potere coalizione delle liste principali. L’M5S, propone un sistema proporzionale puro senza soglie di sbarramento, con collegi intermedi tra piccoli e grandi, soglie di sbarramento diversificate preferenze, positive e ‘negative’. La verità è che ai Cinque Stelle va benissimo la legge attuale che c’è, l’Italicum. Tra i renziani del Pd c’è chi vorrebbe il ritorno sic et simpliciter al Mattarellum, con qualche minima correzione (assegnazione del 75% dei seggi con maggioritario a turno unico, proporzionale per il restante 25%) come ad esempio Giachetti mentre altri deputati del Pd o di altri partiti hanno depositato diverse proposte di legge: il deputato dem Lauricella vuole cancellare il ballottaggio dall’Italicum in modo che solo se un partito supera da solo il 40% dei voti otterrebbe il premio di maggioranza, altrimenti resta un proporzionale pure; il presidente del gruppo Misto Pisicchio propone di assegnare il premio di maggioranza solo alla coalizione e il ballottaggio valido solo se va a votare il 50% degli elettori.

NB. Questa scheda tecnica è stata pubblicata, in estrema sintesi, in un grafico apparso su Quotidiano Nazionale del 12 settembre 2016. 

#ildiavolovesteItalicum (3c). Porcellum e Consultellum: i sistemi elettorali italiani tra storia e politica, norme e criticità

Proseguiamo l’analisi dei sistemi elettorali italiani anteriori all’Italicum. Dopo il sistema proporzionale puro o semi-puro della Prima Repubblica (1948) e il tentativo di introdurre la ‘legge truffa’ (1953) e dopo il passaggio alla Seconda Repubblica con il Mattarellum (1993), passiamo ad analizzare il Porcellum o Calderolum (2005) e la sentenza della Consulta che lo ha, in parte, abrogato (2014).

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

L’introduzione del noto e assai controverso Porcellum (2005).

Nel 2005, sempre per ragioni politiche che non possono, qui, essere analizzate nella sostanza (si trattò, in ogni caso, del tentativo, messo in campo dall’allora Casa della Libertà e dal governo Berlusconi di cercare di ‘limitare i danni’, o meglio di ‘perdere meno’, le elezioni politiche previste a scadenza nel 2006) venne introdotta una nuova legge elettorale, il Porcellum. Prima inizialmente nota solo con il cognome proprio (Calderolum) del suo autore ed estensore, l’allora ministro per le Riforme, il leghista Roberto Calderoli, la legge venne presto chiamata e divenne famosa con il nome di Porcellum: responsabile del nomignolo lo stesso Calderoli che, nel corso di una puntata di Matrix, Canale 5, la definì “una vera porcata”, e del solito politologo Sartori che coniò, a sua volta, il nuovo epiteto…. Si tratta della legge n. 270 del 21 dicembre 2005 ed è l’ultima – allo stato attuale e fino alla pur prossima adozione dell’Italicum – legge che ha modificato il sistema elettorale italiano, delineando la disciplina attualmente in vigore, sempre modificando il TU del 1957. Quella con cui, cioè, si potrebbe e dovrebbe andare a votare se le Camere venissero sciolte ‘prima’ dell’approvazione definitiva del nuovo Italicum (cosa, di fatto, ormai impossibile) o, comunque, con cui si andrebbe a votare per il ‘solo’ Senato se l’Italicum fosse approvato, ma si andasse comunque a scioglimento anticipato della legislatura prima che entri in vigore la riforma del Senato e del Titolo V. riforma che punta a rendere il Senato non elettivo e che, in ogni caso, non entrerà in vigore, per i noti tempi tecnici, prima del luglio 2016.
Fatte salve, s’intende, in merito alla possibile adozione del Porcellum, le modifiche al Calderolum apportate dalla sentenza n. 1/2014 della Corte costituzionale (pubblicata in GU il 15 gennaio 2014, con effetti decorrenti dal giorno successivo) che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di alcune norme del Porcellum, dando luogo a quello che, sempre in gergo tecnico, oggi viene chiamato Consultellum, e cioè un ‘ircocervo’ di legge elettorale frutto a metà del Calderolum e a metà della sentenza della Corte.

Il balzano proporzionale Porcellum dalle complicate soglie e dall’abnorme premio di maggioranza privo di soglia…
Dunque, la legge n. 270 del 2005, detta Calderolum o Porcellum, ha sostituito le precedenti leggi numero 276 e 277 del 1993 (il Mattarellum), introducendo un sistema radicalmente differente dal primo (per 3/4 maggioritario, per il restante quarto proporzionale), in favore di un sistema solo in linea di principio proporzionale, basato cioè sulla formula elettorale proporzionale del “quoziente intero e dei più alti resti” (metodo Hare), ma in realtà con uno spirito e una distorsione sostanzialmente maggioritaria, spirito dovuto alle numerose e diverse clausole di sbarramento e al forte premio di maggioranza concesso alla prima lista/liste piazzata, con collegi estesi e senza peraltro la possibilità di indicare preferenze.

Con il Porcellum, legge in vigore dal 31 dicembre 2005, si è votato per le tre legislature successive della storia politica italiana: la XV (2006), con la vittoria dell’Unione di Prodi, la XVI (2008), con la vittoria del Pdl di Berlusconi e la XVII (2012), con la ‘non vittoria’ della coalizione di centrosinistra guidata da Bersani, il ‘quasi pareggio’ dell’M5S di Grillo e la conseguente nascita di governi di prima di grande coalizione (Letta) e poi di centrosinistra (Renzi) nati, come quello precedente Monti, in Parlamento e non più dalle urne.

La legge Calderolum o Porcellum presenta molti, complessi, aspetti. Per sommi capi si può dire che il passaggio dal Mattarellum al Porcellum non avrebbe potuto essere più traumatico e radicale: dai collegi uninominali a un sistema di liste bloccate senza preferenza, da un sistema iper-maggioritario a un falso sistema proporzionale.

Caratteristiche salienti della legge sono i seguenti:
Il premio di maggioranza per la coalizione vincente alla Camera (caratteristica che si riscontra, oltre che in Italia, solo in Grecia e a San Marino), che pure era apparso in due leggi elettorali italiane del passato dalla cattiva nomea (la legge Acerbo del 1923 e la “legge truffa” del 1953, ma in entrambe erano presenti delle soglie di sbarramento per raggiungerlo), è privo di soglia per accedervi. La legge, inoltre, prevede ambiti territoriali diversi per l’attribuzione del premio di maggioranza: l’intero territorio nazionale (esclusa la Valle d’Aosta) per la Camera dei deputati, la singola circoscrizione, coincidente con il territorio di una Regione, per il Senato (escluse Val d’Aosta, Molise e Trentino-Alto Adige).

Seggi. Per la Camera dei deputati, la legge prevede che la lista o coalizione di liste che ottiene la maggioranza dei voti ma che non consegue i 340 seggi, sia assegnataria di una quota ulteriore di seggi oltre quelli già ottenuti, in modo da raggiungere tale numero. I 12 seggi assegnati dalla Circoscrizione Estero e il seggio assegnato dalla Valle d’Aosta sono però attribuiti secondo regole diverse: i relativi voti non sono calcolati per la determinazione della lista o coalizione di liste di maggioranza relativa. Per il Senato, la legge prevede che la lista o coalizione di liste che ottiene la maggioranza dei voti nella Regione ma non consegue il 55% dei seggi da questa assegnati sia assegnataria di una quota ulteriore di seggi in modo da raggiungere tale numero. I 6 seggi assegnati dalla Circoscrizione Estero, il seggio assegnato dalla Valle d’Aosta, i 2 seggi assegnati dal Molise e i 7 seggi assegnati dal Trentino Alto-Adige sono attribuiti secondo regole diverse.
Con il territorio nazionale italiano suddiviso in 27 circoscrizioni plurinominali assegnatarie di un numero di seggi variabili a seconda della popolazione residente in base ai dati dell’ultimo censimento disponibile, alla Camera, dunque, ai 617 seggi assegnati come descritto, si unisce quello uninominale attribuito alla Valle d’Aosta, e i 12 seggi appannaggio dei cittadini italiani all’estero, suddivisi col metodo proporzionale e possibilità di voto di preferenza, per determinare il numero di 630 deputati in totale. Al Senato, il totale di senatori eletti in parlamento è 315: per avere la maggioranza assoluta, senza dover contare sui senatori a vita, il partito o la coalizione vincente deve avere almeno 158 senatori.

Soglie di sbarramento. Per ottenere seggi alla Camera, ogni partito o lista deve ottenere almeno il 4% dei voti nazionali mentre le coalizioni devono ottenere almeno il 10%. Le liste collegate a una coalizione che abbia superato la soglia prescritta partecipano alla ripartizione dei seggi se superano il 2% dei voti; partecipa inoltre alla ripartizione il primo partito al di sotto di questa soglia all’interno della stessa coalizione (miglior perdente). Questo vuol dire che se una coalizione che superi lo sbarramento del 10% fosse formata da 3 partiti di cui solo 2 superano il 2%, il terzo entrerebbe sicuramente alla Camera con qualsiasi percentuale; se una coalizione fosse formata da 4 partiti di cui solo 2 superano il 2%, entrerebbe alla Camera solo il più votato degli altri due che non hanno superato la soglia. Se una coalizione non dovesse superare il 10%, ogni singolo partito che la compone deve superare il 4%. Per ottenere seggi al Senato, ogni partito o lista deve ottenere almeno l’8% dei voti mentre le coalizioni devono ottenere almeno il 20%. Le liste collegate a una coalizione che abbia superato la soglia prescritta, partecipano alla ripartizione dei seggi se superano il 3% dei voti. La differenza sostanziale con la Camera è data dal fatto che le soglie e il premio di maggioranza non sono calcolati sui voti nazionali, ma su base regionale: per questo motivo alcune regioni risultano più importanti di altre perché i seggi assegnati dipendono dalla popolazione regionale. A tutela delle minoranze linguistiche riconosciute è previsto che le liste che le rappresentano, coalizzate o no, possano comunque accedere al riparto dei seggi per la Camera dei Deputati ottenendo almeno il 20% dei voti nella circoscrizione in cui concorrono. Per il Senato della Repubblica è stato previsto che 6 dei 7 seggi spettanti al Trentino-Alto Adige siano assegnati tramite collegi uninominali, mantenendo solo qui il meccanismo del Mattarellum mentre il settimo seggio è attribuito sommando a livello regionale i voti dei candidati perdenti che abbiano dichiarato di collegarsi in una lista, individuando la lista più votata e attribuendo il seggio al candidato miglior perdente all’interno di tale lista Infine, l’unico seggio della Valle d’Aosta venga attribuito in un collegio unico.

Le circoscrizioni Estero. Il Calderolum ha inoltre introdotto, per la prima volta in Italia, la novità della Circoscrizione estero. Suddivise in quattro macro-ripartizioni, esse permettono di eleggere 12 seggi alla Camera dei deputati (5 per l’Europa, 4 per l’America Meridionale, 2 per America Settentrionale e Centrale, e 1 per il Resto del Mondo) e 6 seggi al Senato della Repubblica (2 in Europa, 2 in America Meridionale, 1 in America Settentrionale e Centrale e 1 in Africa, Asia, Oceania e Antartide).
Le liste bloccate obbligano l’elettore a votare per liste di candidati precostituite, senza possibilità di indicare preferenze singole o plurime come avviene in tutti gli altri sistemi di elezione vigenti (europee, regionali, comunali) e con ordine d’elezione prestabilito.

La legge prevede poi l’obbligo, contestualmente alla presentazione dei simboli elettorali, per ciascuna forza politica di depositare il proprio programma e di indicare il proprio capo di coalizione. Prevede inoltre la possibilità di apparentamento reciproco fra più liste, raggruppate così in coalizioni. Il programma e il capo della forza politica, in caso di coalizione, devono essere unici: in questo caso viene assunta la denominazione di Capo della coalizione, anche se questi, tecnicamente, non è candidato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, poiché tale scelta spetta comunque, per Costituzione, al Presidente della Repubblica, la formale nomina a quell’incarico.

L'aula di Montecitorio vista dall'interno

L’aula di Montecitorio vista dall’interno

La sentenza della Corte che ha bocciato il Porcellum (2014)

Dopo che, nel 2009, si tennero tre referendum abrogativi tesi a modificare il Porcellum in più punti (inizialmente fissati per il 18 maggio 2008, poi rimandati al 21 giugno 2009 a causa dello scioglimento anticipato delle Camere, avvenuto il 6 febbraio 2008, nessuno dei tre raggiunse il quorum degli aventi diritto), negli anni successivi, fino alle elezioni politiche del 2013 e oltre, la radicale modifica di tale legge è stato uno degli argomenti centrali della campagna elettorale delle forze politiche e di molti opinionisti. Il 17 maggio 2013, infine, la Corte di cassazione ha criticato aspramente la legge Calderoli, rilevando importanti questioni di legittimità costituzionale e affidando alla Corte costituzionale un eventuale giudizio di incostituzionalità. Infine, il 3 dicembre 2013 la Corte Costituzionale si è riunita in udienza pubblica per affrontare la questione.

Il 4 dicembre 2013 la Corte Costituzionale ha dichiarato l’incostituzionalità di alcune parti del Porcellum, formalmente annullate il 16 gennaio 2014. Le parti annullate riguardano l’assegnazione dei premi di maggioranza, poiché indipendenti dal raggiungimento di una soglia minima di voti alle liste (o coalizioni), e l’impossibilità per l’elettore di dare una preferenza. Nello specifico della sentenza, “la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme della legge n. 270/2005 che prevedono l’assegnazione di un premio di maggioranza (sia per la Camera dei Deputati che per il Senato della Repubblica) alla lista o alla coalizione di liste che abbiano ottenuto il maggior numero di voti e che non abbiano conseguito, almeno, alla Camera, 340 seggi e, al Senato, il 55% dei seggi assegnati a ciascuna Regione. La Corte ha altresì dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme che stabiliscono la presentazione di liste elettorali ‘bloccate’, nella parte in cui non consentono all’elettore di esprimere una preferenza”.

Il Consultellum cos’è, ovvero ciò che rimane del Porcellum…

Ne risulta, appunto, quello che oggi, sottraendo al Porcellum le parti cassate, viene definito, nella pubblicistica attuale, il Consultellum e cioè un sistema proporzionale semi-puro, paradossalmente molto simile a quello della I Repubblica, dato che – una volta cassato il premio (davvero abnorme) di maggioranza che il Porcellum attribuiva alla prima lista o liste sia alla Camera che al Senato, su base regionale, e una volta introdotta una o più (dovrebbe deciderlo il legislatore) preferenze, anche se l’indicazione di massima della Consulta pare optare per la preferenza unica – rimane in piedi un sistema che, sia pure all’interno del ginepraio di diverse e complesse soglie di sbarramento presenti nel Porcellum (e non toccate dalla Consulta) che resterebbero tali, per la Camera come per il Senato, è un proporzionale semi-puro, sia pure, appunto, con soglie di sbarramento molto più alte di quelle previste nel sistema proporzionale della Prima Repubblica. Un eterno gioco dell’Oca, dunque, quello che appena visto e che, attraverso ben quattro leggi elettorali diverse approvate e modificate in pochi anni, ci riporterebbe, con il Consultellum, ove l’Italicum non trovasse una sua definitiva e finale approvazione, ai tempi della I Repubblica in cui si votava, appunto, con il proporzionale…

NB. Questo articolo è stato pubblicato sul sito della Fondazione Europa Popolare (http://www.eupop.it) e del blog Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

#ildiavolovesteItalicum (2b). Sistemi elettorali tra tecnicismi, storia e politica: il Mattarellum

Dopo aver analizzato, nella scorsa e prima puntata dedicata ai sistemi elettorali italiani, il proporzionale puro o semi-puro della Prima Repubblica (1948) e il tentativo, fallito di introdurre un sistema maggioritario con la cd. ‘legge truffa’ (1953), passiamo ad analizzare il primo e di fatto ultimo sistema elettorale di impianto e di base maggioritario, e non proporzionale, introdotto nella storia politica della Repubblica italiana, il cd. Mattarellum (1993). Nella prossima e ultima puntata parleremo di Porcellum (2005) e Consultellum. 

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

Perche’ si chiama Mattarellum…

Il sistema proporzionale puro (o semi-puro) della I Repubblica venne sostituito, nel 1993, dopo il crollo di questa Repubblica (1992-‘93) da un sistema maggioritario a turno unico (75%), basato sui collegi uninominali, senza ballottaggio ma con recupero proporzionale a vantaggio delle liste per il restante 25%. Si trattava del Mattarellum: inizialmente la legge veniva chiamata, tra gli addetti ai lavori, ‘la Mattarella’; la declinazione in latino, peraltro dall’intento denigratorio, è figlia di un articolo pubblicato all’epoca sul Corriere della Sera dal famoso politologo italiano Giovanni Sartori. Il nome deriva, dunque, dal nome del suo ideatore e primo firmatario, l’allora deputato del PPI e oggi presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il Mattarellum regolò le elezioni politiche italiane per sole tre legislature: la XII (1994), con vittoria del Polo del Buon Governo/Polo della Libertà di Berlusconi, la XIII (1996), con vittoria dell’Ulivo/desistenza con il Prc di Prodi e la XIV (2001), con vittoria della Casa delle Libertà.

Il clima politico dell’epoca: le due tornate referendarie del 1991-’93.

Essendo qui impossibile ripercorrere le vicende e il clima politico che, in quegli anni (‘92-’93), portarono alla scelta del legislatore di abbandonare il sistema proporzionale per quello maggioritario (scelta politologica ‘di sistema’ in quanto profondamente diversi e ispirati a criteri del tutto asimmetrici se non del tutto opposti), basti dire che la legge detta Mattarellum venne attuata in seguito a due ondata referendarie: quella del 1991 che abolì il sistema delle pluri-preferenze dal sistema proporzionale in uso fino a quel momento a favore della preferenza unica (prima tornata dei cd. ‘referendum Segni’) e quella del 18 aprile 1993 che abrogò la quota di riparto proporzionale per favorirne un effetto iper-maggioritario. Vennero di conseguenza ideate, discusse e varate, all’interno di un Parlamento scosso e falcidiato dalle vicende di Tangentopoli – quello eletto ancora con il proporzionale nel 1992 (XI legislatura) e dove, dunque, erano ancora presenti le principali forze politiche della Prima Repubblica (Dc, Psi, Psdi, Pri, Pli), più alcune nuove (Pds, Verdi, Lega Nord, Rete) e alcune vecchie e nuove (Msi) – le leggi del 4 agosto 1993 n. 276 e n. 277 che introdussero il nuovo sistema elettorale. Esse furono votate da quasi tutti i partiti presenti in Parlamento (con l’eccezione di Prc, Rete da una parte e Msi dall’altra, che si erano anche opposte, per ragioni diverse, alla tornata referendaria maggioritaria del 1993).

Cosa prevedeva il Mattarellum, maggioritario con recupero proporzionale. 

Le succitate introdussero in Italia, per l’elezione del Senato e della Camera, un sistema elettorale misto così composto: 1) maggioritario a turno unico per la ripartizione del 75% dei seggi parlamentari per Camera e Senato; 2) recupero proporzionale dei più votati non eletti per il Senato – attraverso un meccanismo di calcolo denominato “scorporo” – per il rimanente 25% dei seggi assegnati al Senato; 3) proporzionale, con liste bloccate, per il rimanente 25% dei seggi assegnati alla Camera; 4) sbarramento del 4% solo per la Camera. Il sistema risultante riuniva però ben tre e tutte diverse modalità di ripartizione dei seggi: una quota maggioritaria, 75%, di sistema uninominale maggioritario in Camera e Senato, una quota minoritaria, 25%, di recupero proporzionale al Senato, una quota proporzionale, 25%, minoritaria ma più significativa di quella del Senato, alla Camera. Per tale ragione venne definito, sempre da Sartori, come un ‘Minotauro’ in reminiscenza del nome del mostruoso essere parte uomo/parte toro della mitologia greca. La legge Mattarella configurava, dunque, un sistema elettorale maggioritario, ma corretto da una sensibile quota proporzionale pari ad un quarto dei seggi di ciascuna assemblea legislativa. In prima istanza, il territorio nazionale era suddiviso in 475 collegi uninominali per la Camera e in 232 per il Senato.

Il portone d'ingresso di palazzo Madama.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama.ds

La seconda scheda, quella del riparto proporzionale. 

L’attribuzione di questo primo gruppo di seggi avveniva in base ad un sistema maggioritario a turno unico detto plurality e molto semplice: veniva eletto parlamentare il candidato che avesse riportato la maggioranza relativa dei suffragi nel collegio. Nessun candidato poteva presentarsi in più di un collegio. I rimanenti seggi erano invece assegnati con un metodo proporzionale, funzionante però con meccanismi differenziati tra le due Camere. Per la Camera, infatti, l’elettore godeva di una scheda elettorale separata per l’attribuzione dei 155 seggi residui, cui accedevano solo i partiti che avessero superato la soglia di sbarramento nazionale del 4%. Il calcolo dei seggi spettanti a ciascuna lista veniva effettuata sempre in un collegio unico nazionale ma mediante il metodo Hare (calcolo dei quozienti naturali e dei più alti resti). Tali seggi venivano poi ripartiti, in ragione delle percentuali delle singole liste a livello locale, fra le 26 circoscrizioni plurinominali in cui era suddiviso il territorio nazionale e all’interno di cui i singoli candidati, che potevano anche corrispondere a quelli presentatisi nei collegi uninominali, venivano proposti in un sistema di liste bloccate senza possibilità di dare preferenze.

L’arzigogolato e dai controversi risultato meccanismo dello ‘scorporo’

Il meccanismo era però integrato dal metodo dello “scorporo”, in teoria volto a dar compensazione ai partiti minori fortemente danneggiati dall’uninominale: successivamente alla determinazione della soglia di sbarramento, ma antecedentemente al riparto dei seggi, alle singole liste venivano decurtati tanti voti quanti ne erano serviti a far eleggere i vincitori nella parte uninominale — e cioè i voti di scarto tra il primo classificato e il secondo — i quali erano tuttavia obbligati a collegarsi ad una lista circoscrizionale. Per il Senato, gli 83 seggi proporzionali rimanenti venivano assegnati, secondo il dettato costituzionale, su base regionale. In ogni Regione venivano assommati i voti di tutti i candidati uninominali perdenti che si fossero collegati in un gruppo regionale ed i seggi venivano assegnati utilizzando il metodo d’Hondt (calcolo delle migliori medie): i seggi così ottenuti da ciascun gruppo venivano assegnati, all’interno di ogni regione, ai candidati perdenti che avessero ottenuto le migliori percentuali elettorali. Ancor più che alla Camera, dove lo scorporo era solo parziale, lo scorporo totale previsto per il Senato faceva funzionare la quota proporzionale di fatto come una stramba e particolarissima quota minoritaria, in aperto contrasto con l’impianto generale della legge elettorale, di cui veniva dunque distorto il principale impianto maggioritario. Il già descritto aspetto iper-compensativo della quota proporzionale poteva tuttavia venire eluso dall’uso delle cosiddette liste civetta, per scaricare su queste, anziché sul reale partito di riferimento di un candidato uninominale, i voti da scomputarsi per ogni collegio in cui si era risultati vincenti. Bastava che il candidato dichiarasse di essere legato a una lista che veniva appositamente creata per questo scopo. Il trucco, congegnato per la prima volta durante le elezioni del 2001, fu attuato sia dalle forze di centrosinistra sia da quelle di centrodestra, creando le prime una lista chiamata Paese Nuovo e collegandosi le seconde alla lista Abolizione Scorporo. Infine, nonostante molti commentatori sostenessero che questo tipo di sistema elettorale incoraggiasse i partiti ad apparentarsi e presentarsi in coalizioni per superare gli avversari in numero di voti e vincere il collegio uninominale, il che effettivamente accadeva, bisogna tenere presente che, una volta eletti, i candidati d’una coalizione o di un partito potevano dar vita a nuove formazioni politiche, come di fatto numerose volte avvenne.

E pur se il dato numerico e storico mostra una riduzione dei gruppi parlamentari (dai 14 dell’XI Legislatura, l’ultima prima dell’approvazione del Mattarellum, ai 10 della XII fino agli 8 della XIV Legislatura, per poi tornare a 14 nella XV Legislatura, con la riforma Calderoli), dimostrando, quindi, l’efficacia del Mattarellum dal punto di vista della riduzione e della semplificazioi ne del numero degli attori politici, restava in campo spesso il rischio che l’assegnazione di un seggio dipendesse da poche manciate di voti. Ne scaturiva la possibilità che un partito anche di piccole dimensioni, potesse far leva sulla sua importanza, reale o presunta, per vedersi maggiormente riconoscere le richieste di candidature sicure nei seggi uninominali.

La vera arma segreta del Mattarellum: la ‘desistenza’. 

Altra questione è’ il meccanismo indotto dal Mattarellum, quello della ‘desistenza’, meccanismo tutto politico che consentiva a candidati di una forza minore (il Prc rispetto al centrosinistra dell’Ulivo) di riuscire a eleggere candidati anche nella parte uninominale, quella dei collegi, dove non vi sarebbe mai riuscito se non fosse stato per la desistenza, appunto, della forza politica principale (naturalmente valeva anche il principio inverso). Con tale meccanismo, il centrosinistra vinse le elezioni del 1996 pur avendo conseguito un numero minore di voti, in termini assoluti, del Polo delle Libertà’, cui la Lega Nord aveva peraltro negato il suo appoggio nei collegi, mentre le elezioni del 2001 vennero vinte dal centrodestra in termini sia di voti assoluti che di collegi, anche se il Prc e l’Idv in quel caso non stipularono accordi di desistenza con l’Ulivo di Rutelli (la Lega invece rientro’ nella Cdl). Caso ancora diverso le prime elezioni svoltesi con il Mattarellum quelle del 1994, che videro la sostanziale cancellazione dalla scena politica del Polo di centro (Ppi-Patto Segni) che pure aveva ottenuto un consistente numero di voti assoluti (14,5) a causa della massimizzazione del profitto dei due Poli di centrosinistra (Progressisti) e centrodestra (Polo delle Libertà’ e Buongoverno) che avevano riunito sotto le loro insegne tutti i partiti delle loro coalizioni.

Questo articolo è stato pubblicato sul sito della Fondazione Europa popolare (http://www.eupop.it) e sul blog che tengo per Quotidiano nazionale (http://quotidiano.net)

#ildiavolovesteItalicum (1a). Sistemi elettorali, un po’ di storia: la Prima Repubblica, tra proporzionale (1948) e ‘legge truffa’ (1953) 


Iniziamo un piccolo exccursus sui sistemi elettorali antecedenti l’Italicum e, anche, il Porcellum. La Prima Repubblica (1946 – 1992): il proporzionale puro o ‘semipuro’ (1948) e la ‘legge truffa’ (1953).

Il portone d'ingresso di palazzo Madama.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama.

En attendant l’Italicum….

Con grande probabilità, entro la prima settimana di maggio – nei giorni dal 5 all’8 maggio, presumibilmente, causa una serie di ‘ponti’ festivi, a partire da quello del I maggio, e del contingentamento dei tempi deciso dal governo che preferirà scavallare il mese di aprile per dare, a maggio,  alle opposizioni, meno ‘tempo di parola’) ee dopo la discussione generale sul provvedimento, che inizierà alla Camera il 28 aprile, dopo due passaggi già effettuati (il primo alla Camera,il 12 marzo 2014, il secondo, con modifiche, al Senato, il 27 gennaio 2015), l’Italicum diventerà legge dello Stato. C’è da dire subito che esso se presenta due particolarità importanti e prive di precedenti nella storia costituzionale italiana a partire dalla sua stessa, prossima, promulgazione.   Oltre a una, ad ogggi non ancora sicura, ma molto probabile: l’apposizione della questione di fiducia sulla legge elettorale, procedura che ddi solito  ‘non si fa’: infatti,  tutte le leggi elettorali della Prima come della Seconda Repubblica (proporzionale puro, 1948, Mattarellum, 1993, Porcellum, 2005) sono state approvate senza questione di fiducia, mentre solo la legge Acerbo (1923), di epoca fascista, e la legge truffa ((1953) sono state votate con la fiducia. 

….e le sue ‘particolarità”, “mai viste prima”….

L’Italicum, infatti, entrerà in vigore, come prevede il testo stesso della legge, composto di quattro articoli, ‘solo’ a partire dal luglio del 2016 (data in cui il governo pensa, sulla base di stime temporali effettuate, che entrerà in vigore la riforma costituzionale del Titolo V e la trasformazione del Senato in organo non più elettivo, riforma a sua volta in itinere a  partire dal marzo 2014, ma che abbisogna, però, di ben quattro letture in copia conform) e inoltre, varrà solo per la Camera dei Deputati, non per il Senato. E così, entro breve, l’Italia sta per avere un nuovo sistema elettorale. Si tratterà, cioè, del quarto sistema elettorale italiano in meno di 70 anni di storia patria. Tanti, decisamente troppi, se si considera che la Francia ha cambiato tre sistemi elettorali, sì, ma in più di duecento anni di storia (tra III, IV e V Repubblica), la Germania mantiene lo stesso sistema, allargato all’Est dal 1989, varato nel 1955, in Gran Bretagna è identico da oltre cento anni, per non dire degli Usa, che votano allo stesso modo da tre secoli… Ecco perché, prima ancora di entrare nel dettaglio e scoprire come è fatto l’Italicum, quali aspetti, rischi, possibilità tecniche presenta è utile affrontare, prima, una ‘carrellata’ sui quattro sistemi elettorali (più un quinto, la ‘legge truffa’, mai entrato in vigore) che hanno caratterizzato la storia politica ed elettorale dell’Italia.

Il proporzionale ‘puro’ o ‘semi-puro’ della I Repubblica (1948).

Il primo sistema elettorale della Repubblica italiana – non considerando, cioè, né i sistemi elettorali dell’Italia risorgimentale, umbertina e giolittiana (uninominali maggioritari a turno unico, all’inizio rigidamente censitari e solo per i maschi adulti istruiti, a suffragio universale maschile dal 1919) né quelli di età fascista (a partire dalla famosa legge Acerbo del 1923: un maggioritario secco a un turno basato su collegi uninominali che attribuiva un abnorme premio di maggioranza del 65% alla prima lista che avesse raggiunto il 25% dei voti, votata con la fiducia e che garantì la maggioranza dei seggi a un ‘listone’ composto dal ‘blocco’ di fascisti, nazionalisti, popolari, etc.) – fu varato nel 1946 per le elezioni dell’Assemblea costituente (2 giugno 1946) e adottato definitivamente nel 1948 per le prime elezioni della legislatura repubblicana con due leggi (l. n. 6 del 20 gennaio 1948 per la Camera e l. n. 29 del 6 febbraio 1948 per il Senato), leggi entrambe confluite nel Testo unico n. 361 del 30 marzo 1957. TU (‘testo unico’) ancora oggi, si badi bene, ‘fonte’ di ogni legge elettorale e cui ogni modifica sopravvenuta si rifà, fino al Porcellum compreso ogni volta ritoccandolo perché è sul TU che vengono disegnati circoscrizioni e collegi. 

Caratteristiche del sistema elettorale proporzionale  della Prima Repubblica (1948-1992). 

In base alla legge in questione, legge che non ha mai assunto o avuto un ‘nome’ proprio di battesimo e resta nota come, appunto, ‘proporzionale puro’ (o ‘semi-puro’) della Prima Repubblica, i partiti presentavano in ogni circoscrizione una lista di candidati. L’assegnazione di seggi alle liste circoscrizionali avveniva con un sistema rigidamente proporzionale utilizzando il metodo dei divisori con quoziente Imperiali: determinato il numero di seggi guadagnati da ciascuna lista, venivano proclamati eletti i candidati che, all’interno della stessa, avessero ottenuto il maggior numero di preferenze da parte degli elettori, i quali potevano esprimere il loro gradimento per un massimo di quattro candidati (preferenze).I voti di questa prima fase venivano poi raggruppati in un cd. collegio unico nazionale al cui interno i seggi venivano assegnati sempre col metodo dei divisori, ma utilizzando il quoziente Hare naturale ed esaurendo il calcolo tramite il metodo dei più alti resti. In buona sostanza, si trattava di un sistema proporzionale puro privo di sbarramento (in realtà implicito: all’1% circa) come di ballottaggio, premi di maggioranza alla lista o alla coalizione, etc. Con questo sistema si votò in tutte le legislature repubblicane, a partire dalla I (1948) fino alla XI (1992), della Prima repubblica, con conseguenze politiche e di ”sistema” (prevalenza dei due grandi partiti, Dc e Pcci, presenza forte e assicurata sia a partiti medi, come il Psi, che ai partiti piccoli, come Pli, Pri, Psdi, ma anche alle cd. ‘forze antisistema’, il Msi da una parte e le formazioni dell’ultrasinistra negli anni Settanta, come Pdup, Dp, Psiup, etc., dall’altra) che però non è qui il caso di trattare. 

I padri costituenti e il ‘problema’ del Senato (all’origine, un maggioritario).

In realtà, dal 1948 al 1957, vennero introdotte alcune modifiche per il Senato, i cui criteri di elezione vennero stabiliti definitivamente sempre con il TU del 1957: piccoli correttivi in senso maggioritario, pur in un quadro largamente proporzionale. Infatti, mentre la Camera era divisa in XXXII circoscrizioni, corrispondenti più o meno ai venti confini regionali (‘spaccati’ in più circoscrizioni nel caso delle regioni più popolose), nel caso del Senato la legge elettorale doveva per forza rispettare la base regionale e seguire il dettato costituzionale (art. 57 Cost.), come del resto è accaduto per ogni legge elettorale successiva, fino ad oggi, ma ad eccezione – come si diceva prima – dell’Italicum che varrà solo per la Camera  dei Deputati. Ogni Regione, dunque, nel caso del Senato, veniva suddivisa in tanti collegi uninominali quanti erano i seggi ad essa assegnati. All’interno di ciascun collegio doveva risultare eletto, in teoria e all’origine del pensiero della formula costituente, il candidato che avesse raggiunto il quorum del 65% delle preferenze, ma tale soglia, oggettivamente di difficilissimo conseguimento, tradiva l’impianto proporzionale su cui era stata concepito non solo l’impianto della Camera, ma anche lo stesso sistema elettorale del Senato. Qualora, come normalmente avveniva a ogni elezione, nessun candidato avesse conseguito l’elezione superando il 65% dei voti, i voti di tutti i candidati venivano raggruppati in liste di partito a livello regionale e i seggi erano distribuiti con il metodo d’Hondt (calcolo delle maggiori medie statistiche) e, all’interno di ogni lista, eletti i candidati con le migliori percentuali di preferenza. Morale: il Senato ha seguito, dal 1948 in poi, le stesse modalità di elezioni della Camera, diventando un sistema proprzionale di fatto e,  così, tradendo in tutto o parte lo spirito dell’Asemblea Costituente che aveva ideato un sistema di fatto maggioritario, come si è appena visto. Ipotesi rafforzata dal fatto che, nella formula originaria del dettato costituzionale, il Senato durava di più della Camera, anche se non si tennero mai due tornate elettorali differenti, per Senato e Camera, e che, a partire dal 1953, la durata delle due legislature venne parificata con legge costituzionale (1957). 

Il premier italiano che firmo' il trattato di pace di Parigi, Alcide de Gasperi.

Il premier italiano che firmo’ il trattato di pace di Parigi, Alcide de Gasperi.

Il tentativo, peraltro non riuscito, di far scattare la cd. ‘legge truffa’ (1953). 

Solo nel 1953, con la legge n. 148 – votata peraltro apponendo, da parte dell’allora governo De Gasperi, la ‘questione di fiducia’ (De Gasperi pronunciò, nell’aula del Senato, un memorabile discorso rivendicando la scelta di apporre la fiducia) e scatenando per questo mille polemiche e veri e propri tumulti, da parte delle opposizioni di sinistra come di destra, dentro il Parlamento – si cercò di stravolgere la formula base del proporzionale puro. La legge, un maggioritario a turno secco, proposta dal governo quadripartito (Dc-Pli-Psdi-Pri) guidato da Alcide De Gasperi e che passò alla storia con tale, infelice, nome perché così ribattezzata dall’opposizione (del Pci), la ‘legge truffa’, appunto, introduceva un premio di maggioranza del 65% di seggi alla lista o insieme di liste che avesse conseguito il 50,1% dei voti. A guardarla con occhi di oggi, un maggioritario non particolarmeno distorsivo della trasformazione di voti in seggi, dato che , appunto, si limitava ad attribure un sia pur consistente premio di maggioranza solo nel caso la lista o le liste che l’avessero conseguito avessero raggiunto il 50,1% dei voti validi. La legge, che pure venne discussa e votata tra mille polemiche,fu alla fine approvata dal Parlamento (divenne, in GU, la n. 148/1953) ed entrò regolarmente in vigore per le successive elezioni politiche del 3 giugno 1953. La ‘legge turffa’, però,  non scattò, anche se per una manciata di voti (54 mila), fermando le forze di maggioranza che cercavano di centrare l’obiettivo del premio (Dc-Psdi-Pli-Pri-liste regionali minori) al 49,8% dei voti mentre le forze di opposizione, di destra e sinistra, aumentarono voti e seggi e a loro si unirono anche alcuni gruppi scissionisti dai partiti minori della maggioranza (cd. Unità Popolare) che, dda soli con il loro 1%, risultarono determinanti per la non assegnazione del premio. La ‘legge truffa’ venne poi abrogata con la l. 615 del 31 luglio 1953 e, come già detto, l’intera materia elettorale della I Repubblica venne sistematizzata definitivamente con il TU n. 361 del 1957, tornando al proporzionale puro. Per cambiare la legge elettorale bisognerà aspettare il 1993 e il Mattarellum, come vedremo in una delle prossime puntate… Sempre su questo blog!

Nb. Questo articolo è stato pubblicato sia sul sito della Fondazione Europa Popolare (htttp://www.eupop.it) che sul mio blog, che tengo regolarmente, su Quotidiano Nazionale (http://quotidiano.net)