Sinistra disunita e litigiosa: “Potere al Popolo!” denuncia l’arrivismo di LeU. D’Alema dice il contrario di Grasso e lo spettacolo dei ‘paracadutati’ è triste

Sinistra disunita e litigiosa: “Potere al Popolo!” denuncia l’arrivismo di LeU. D’Alema dice il contrario di Grasso e lo spettacolo dei ‘paracadutati’ è triste

Pubblico qui di seguito due articoli, uno su LeU, la formazione politica guidata da Pietro Grasso,  ex presidente del Senato, e uno sulla nuova lista di sinistra, “Potere al Popolo”. 

Ps. Piccola considerazione ‘personale’ di chi è appartenuto, lungo tutta la sua gioventù (fine anni Ottanta/metà anni Novanta, in parte anche fino all’inizio degli anni Duemila): LeU non ci sta facendo una gran bella figura, con il caos in corso sulle candidature. Avevano promesso rispetto del principio della “territorialità” e delle “competenze”, oltre che inneggiare, ovviamente, al “rinnovamento” delle liste. Bene, quale è il risultato? Vediamone alcuni. Il medico di Lampedusa, Pietro Bartolo, portato come un’icona all’assemblea fondativa di LeU lo scorso novembre, annuncia che non si candida per “restare vicino ai suoi immigrati a Lampedusa”. In realtà, lo avevano messo in un collegio uninominale impossibile da vincere (Pavia) e non se l’è sentita di rischiare. Un altro bel nome, il direttore generale di Unicef Italia, Andrea Iacomini, ha rinunciato. C’è da capirli: perché rinunciare a lavori faticosi, ma ricchi umanamente e appassionanti, per collegi insicuri e, forse, un oscuro lavoro da deputati semplici? Chi mette, in lista, invece, LeU? Il portavoce del presidente del Senato, Pietro Grasso, Alessio Pasquini. I giornalisti come me, ovviamente, lo conoscono: è una persona seria e perbene, ma è un paracadutato. Poi, altri due portavoce (o, meglio, ‘porta-silenzi’): Piero Martino (ex Pd, storico portavoce del Ppi, della Margherita, di Franco Marini come di Dario Franceschini) che oggi fa il “responsabile comunicazione” di LeU e lo storico uomo ombra di Bersani, Stefano Di Traglia. Li conosco entrambi, li stimo, ci parlo tutti i giorni o quasi, specie con Martino (Di Traglia parla poco…), ma che senso ha? Meglio loro di Bartolo o Iacomini?

Infine, dai territori, dentro LeU, salgono in questi giorni polemiche al fulmicotone contro il Nazionale che, chiuso in una stanza di via Zanardelli, sta componendo le liste elettorali (al tavolo sono in pochissimi: Grasso, Boldrini, Migliavacca e Stumpo per Bersani, Fratoianni per SII): i motivi della polemica sono, in pratica, sempre gli stessi. “Non vogliamo i paracadutati dall’alto”, non accettiamo “i visitors”, “scelte dissennate e non rispettose dei territori”, “se andate avanti così la campagna elettorale ve la fate da soli”. Le missive e le telefonate si ripetono uguali e monotone, in queste ore, da molte regioni: la Sicilia protesta contro l’arrivo Epifani, paracadutato nel listino proporzionale; la Calabria contro Nico Stumpo, capolista in due listini; l’Abruzzo contro una calabrese, Celeste Costantino, e perfino contro un ‘cugino’ molisano, Danilo Leva, perché gli abruzzesi sono stati esclusi; la Sardegna si rifiuta di candidare, sempre nel listino, Claudio Grassi (ex responsabile Organizzazione del Prc, poi transitato con Sel-SI); la Campania ha detto di no a un re delle preferenze e dei voti come Antonio Bassolino, ma ora deve dire di sì a molti altri ‘paracadutati’ che vengono da fuori; il Friuli non vuole Anna Falcone (presunta ‘società civile’, in quota Grasso); la Toscana e l’Emilia sono stufe di doversi sobbarcare i big di Mdp e SI che, fuori da tali regioni, non verrebbero eletti. In pratica solo il Salento non protesta: D’Alema se lo batte da mesi in lungo e in largo. Ora, con tutto l’affetto e la simpatia, se questa è la ‘Nuova Sinistra’, mille volte meglio il Pd… O, come state per leggere qui sotto, quelli di Potere al Popolo genuini, utopisti, ma onesti…


 

  1. “Potere al Popolo”: il 3% è un miraggio irraggiungibile, far male a LeU no…

 

Supporter del Partito comunista russo inneggiano a Lenin
Marcia dei comunisti russi a Mosca – 2017
LENIN diceva che «lo Stato socialista è una macchina perfetta, anche una cuoca sa governarlo». La nota teoria della «cuoca di Lenin» si applica alla perfezione alla lista «Potere al Popolo!» che, con una stella rossa (seppur assai generica e poco ‘sovietica’) come simbolo, si presenta alle elezioni. La cuoca in questione è la portavoce della lista stessa. Si chiama Viola Carofalo, ha 37 anni («fornita di eleganza e intelligenza ironica, già buca il video» così la descrive il quotidiano comunista il manifesto, dove il richiamo della foresta ancora si sente, evindentemente…) e si definisce «meridionale e precaria». Viola è ricercatrice di Filosofia morale all’Orientale di Napoli, ma soprattutto viene da un’esperienza dal basso assai particolare, quella del centro (ex Opg) Je so’ pazz’ (qui c’entra, però, molto Pino Daniele e molto poco il maxismo-.leninismo…). La cosa curiosa è che la portavoce di «Potere al Popolo!» fa la portavoce, ma non si candida.
Del resto, si sa come sono fatti, nella sinistra-sinistra radicale: «Prima il Popolo», poi le poltrone. E infatti, nella lista, ci sono esperienze di estrema sinistra radicale di ogni tipo e provenienza. C’è il sindacalismo di base: Ubs, Cub, ex sinistra sindacale della Cgil (Giorgio Cremaschi, uno che era troppo ‘di sinistra’ e ‘radicale’ persino nella Fiom e che, alla fine, dalla Cgil se n’è dovuto andare via perché Camusso e Landini così vollero…).
Ci sono – come farne a meno? – le esperienze sociali di base dei No–Tav (Piemonte), No-Triv (Puglia), No-Mose (Veneto). E c’è quel poco che resta di esperienze floride e vivaci, nei decenni passati, ormai essiccate: i centri sociali più «duri e puri»; il movimento «no-global» o, meglio, i suoi scampoli (Haidi Giuliani, madre di Carlo, morto al G8 di Genova); i rimasugli della Lista Tsipras alle Europee. C’è, infine, quel che resta di un partito che fu glorioso, Rifondazione comunista, ma che oggi è ridotto al lumicino: guidato, dopo l’ex ministro Paolo Ferrero, dall’abruzzese iper-movimentista Maurizio Acerbo, ha mantenuto, però, quel poco di struttura e di radicamento che hanno già portato in dote, alla nuova lista, l’agevole superamento del numero di firme necessarie, come prescrive il Rosatellum, per potersi presentare in tutta la Penisola, sia nei collegi che nei listini.
L’OBIETTIVO del 3% ,è ovviamente, una chimera irraggiungibile, ma se M5S e Pd («Renzi e Berlusconi sono la stessa cosa, i 5Stelle sono contro gli immigrati», etc.) non si curano, giustamente, affatto, dal loro punto di vista, di una lista simile, LeU qualcosa da temere ce l’ha. Sia perché qualche figura autorevole (il cantautore Paolo Pietrangeli, quello di «Contessa», l’ex allenatore Renato Ulivieri, la pacifista Lidia Menapace, il mitico trotzkista che “coltiva le rose” e fece cadere il II governo Prodi, Franco Turigliatto, etc.) si è candidata con «Potere al Popolo». Sia perché, su LeU, danno il giudizio più tranchant: «E’ un ‘Pd-2’ ambiguo e poltronista, il loro, D’Alema e Bersani hanno fatto solo disastri». Parola di Viola Carofalo, in arte ‘cuoca’ di Lenin.
NB: L’articolo è pubblicato il 26 gennaio 2018 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale.  
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2. D’Alema punta, dopo il voto, al “governo del Presidente”. A LeU lo fischiano tutti. 
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L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema
Ettore Maria Colombo – ROMA
«Siamo disponibili a confrontarci con tutti i partiti solo per cambiare una pessima legge elettorale». La sconfessione più cocente a ‘Spezzaferro’ D’Alema arriva dal teorico leader di LeU, Pietro Grasso che reagisce in modo glaciale a Massimo D’Alema. Il quale, a sua volta, disistima Grasso: lo ritiene, come dice agli amici più cari, unfit,  «inadeguato» a rappresentare LeU. «Si impappina a parlare – sibilano i suoi pasdaran  – in tv è un disastro, la proposta sulle tasse universitarie è stata un boomerang. E non siamo stati certo noi a volerlo, ma  Bersani…».
In più, il presidente del Senato – il quale sostiene ogni giorno, cosa che fa perdere la trebisonda alla Boldrini e non solo a lei,  «la linea politica di LeU la decido solo io» – non era stato avvertito né da D’Alema (figurarsi) né da altri dell’intervista di questi  al Corsera. Quella in cui D’Alema espone la teoria, tipicamente “dalemiana”, della nascita di un  «governo del Presidente», subito dopo il voto, con tutti dentro, anche FI, ovviamente.
D’Alema ottiene l’effetto voluto: di lui e della sua ‘teoria’ si parla tutto il giorno, ma sostanzialmente per avversarla. I forzisti tacciono, leghisti e grillini se la ridono, i dem respingono sdegnati, anche quelli di sinistra come Orlando, la proposta al mittente e i renziani, da Giachetti a Marcucci, lo sbertucciano.
Il guaio è che D’Alema crea alta tensione e malumori soprattutto dentro il suo, di “partito”. Molti dirigenti di LeU, soprattutto quelli che vengono da SeL  (Fratoianni) e da Possibile (Civati) entrano in una vera e propria crisi di nervi. Fratoianni viene descritto «furibondo»,  Civati è «imbufalito». Solo  pochi, però, parlano in chiaro. Stefano Fassina tuona: «L’ultimo governo del Presidente in Italia, quello Monti, è stato un disastro. La linea di LeU dopo il 4 marzo la decideremo tutti insieme». Giorno in cui, peraltro, D’Alema varrà solo per «uno»:  dentro LeU, infatti, di dalemiani candidati, in pratica, non ce n’è, tranne due (Paolucci, Campania, e Rosati Lombardia, artefice della rottura con Gori). Pippo Civati,  inqiueto per i messaggi «contraddittori» che LeU dà «al nostro popolo», dice secco: «è un’idea  sua, io sono contrario». Chiude il trittico Laura Boldrini, a sua volta in polemica dura proprio con Grasso  sulle alleanze (Grasso guarda ai 5Stelle, lei li detesta): «Parole che disincentivano il voto». Morale: tesi respinta e con perdite.
Non che, dentro il Nazareno, tutto vada liscio. Al di là di ‘godere’ per le reazioni anti-D’Alema, c’è un triplo problema e si chiama «Gentiloni-Minniti-Boschi». Il premier sta vivendo come un’offesa personale la richiesta di Renzi di una candidatura in un collegio uninominale, a rischio sconfitta. Minniti, invece, è proprio furibondo: Renzi aveva garantitoa entrambi l’esatto contrario, cioè la loro candidatura solo in più listini proporzionali per tenerli al riparo dalla brutta figura nei collegi. Boschi, invece, fa caso a sé: Renzi fa girare la voce che correrà nel collegio di Firenze 1 (Camera) ma al Nazareno sono molto scettici: vedono per lei solo il listino bloccato, ovviamente in Toscana.
Infine, i ‘nanetti’. Lorenzo Guerini, plenipotenziario di Renzi, ha dovuto faticare non poco per contenere l’ira funesta di Beatrice Lorenzin, capocordata di «Civica e Popolare»: la ministra alla Salute si vuole candidare nel Lazio, contro Zingaretti, che li ha scaricati. Il Nazareno non considererà la scelta «un atto ostile», anche perché i voti dei ‘civici e popolari’ servono come il pane. Di collegi sicuri, però, ne avranno pochi: sei, forse otto, ma l’accordo c’è. Anche con i Radicali di «+Europa», nonostante il tira e molla sfibrante (storica tecnica radicale), sarà chiuso l’accordo, ma solo l’ultimo giorno utile, sabato 19. Avranno quattro, forse sei, seggi blindati. Insomma, la coalizione c’è, per quanto sia «mini». Solo quando sono arrivati i plenipotenziari della minuscola lista «Insieme» (Psi-Verdi-ulivisti), che di seggi ne hanno chiesti dieci, al Nazareno si sono rilassati: «Valete lo 0,1%», gli è stato risposto ridendo, «ne avrete tre. E ricordatevi pure di ringraziarci…».
NB: L’articolo è stato pubblicato il 19 gennaio 2018 sul Quotidiano Nazionale. 
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Pd, rebus liste. I segretari regionali non vogliono i ‘paracadutati’. Renzi sprona i ministri a ‘metterci la faccia’ nei collegi

Pd, rebus liste. I segretari regionali non vogliono i ‘paracadutati’. Renzi sprona i ministri a ‘metterci la faccia’ nei collegi

1. Rebus liste, l’Emilia avverte Renzi: “Non vogliamo invasione di paracadutati”. Vertice con i segretari regionali. In Campania spunta il figlio di De Luca e il re delle “fritture di pesce”…
Renzi e Guerini
Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera
Ettore Maria Colombo – ROMA
In teoria, i venti segretari regionali del Pd, uno per regione, sono tutti renziani. In pratica, però, incontrando i vertici del partito al Nazareno, ieri ognuno di loro ha detto la sua. C’è chi, come il segretario regionale dell’Emilia-Romagna, Paolo Calvano, ha fatto presente che “Noi emiliani non abbiamo alcuna intenzione di svenarci per dare seggi sicuri a candidati paracadutati da altre liste (i tre ‘nanetti’, ndr.) o anche dal Nazionale. Di sacrifici non possiamo mica farne troppi…”. Il problema riguarda sia i tanti bei nomi della società civile che Renzi vuole in lista, sia i seggi blindati da garantire ad ‘alleati’ che c’è il serio rischio non facciano alcun quorum (senza l’1% non portano seggi né a loro, ovviamente, né alla coalizione, invece se prendono tra l’1% e il 3% non eleggono nessuno ma portano voti e seggi al Pd). Solo in Emilia-Romagna, per dire, il Nazareno vuole piazzare Lorenzin, Casini e Galletti, nomi di punta della lista ‘Civica e Popolare’, la quale chiede almeno sei/otto seggi sicuri, Magi per i Radicali (la Bonino, invece, andrà in Piemonte) e Della Vedova ancora non si sa, sempre che si chiuda l’accordo tra Pd e ‘Forza Europa” (lista assai più esosa: il singolare duo di guida Bonino-Tabacci ne vuole 10). In Toscana, per la lista ‘Insieme’, c’è Nencini (Psi) da paracadutare, nelle Marche bisogna fare spazio a Bonelli (Verdi), in Emilia a Santagata (ulivisti), ai quali però – più parchi – bastano solo sei posti. Per far posto a tutti loro, certo è che qualcuno nel Pd dovrà rinunciare a seggi sicuri. Senza dire di un dato di fatto ulteriore, e cioè che Renzi vuole imporre tanti bei nomi della “società civile”. I quali saranno anche tutti nomi “eccellentissimi”, come spergiurano al Nazareno, ma che a oggi sono già più di dieci e pare che lieviteranno almeno a venti: anche per loro servono altrettanti seggi sicuri blindati nelle zone rosse.
E tutto questo, ai segretari regionali, forti nei territori di appartenenza, non sta bene. La segretaria dem campana, Assunta Tartaglione, per dire, ha “preso atto” delle richieste del Nazareno e risposto, serafica, “apriremo l’istruttoria”, che vuole dire tutto e niente: lei, in Campania, vuole ricandidare tutti i parlamentari uscenti, tranne Salvatore Piccolo, ma solo perché quest’ultimo ha già detto che non si ricandida… In più un posto spetterà ‘di diritto’ a Piero De Luca, il figlio del governatore Vincenzo, ras nella sua Salerno come in tutta la sua regione. De Luca, non pago, vuole in lista anche molti consiglieri regionali a lui afferenti, tra cui Franco Alfieri, assurto agli onori delle cronache per promettere voti in cambio di “fritture di pesce”. Infine, ma il Nazareno smentisce seccamente la voce, ci sarebbe stato un ‘ammutinamento’, da parte di diversi segretari regionali dem (Trentino, Calabria, etc.) contro la ventilata candidatura dell’ex ministro Maria Elena Boschi. Solo il segretario regionale della Toscana, Dario Parrini, uomo temprato nel ferro e nell’acciaio delle polemiche anti-renziane, ha detto di sì a tutte le richieste del Nazionale, ma lui è renzianissimo. E così sia la Boschi che molti altri big del renzismo militante (Bonifazi, Marcucci, Ermini, ovviamente Lotti e sicuramente anche la Boschi, pur non essendo chiaro ancora dove: di certo non nella sua Arezzo, più probabile Lucca o Grosseto, di certo non a Firenze, dove già si candiderà Renzi, anche se al Senato, nel collegio di Firenze-Scandicci) troveranno nella terra di Dante e Petrarca il loro rifugio.
Certo è che, ieri, al Nazareno, dove di solito sono sempre assai loquaci, regnava un silenzio tombale che neppure il Pci di Togliatti. Del resto, Renzi ha intimato a tutti loro: “basta parlare ai giornalisti delle candidature, queste cose ci fanno solo perdere voti”. La war room è, ovviamente, capitanata da Renzi in persona e composta da pochi nomi (tutti già eligendi, ovviamente), peraltro tutti maschietti. Sono i ministri Luca Lotti e Maurizio Martina, il portavoce della segreteria, Matteo Richetti, il presidente dem Matteo Orfini e la vera longa manus di Renzi sull’intero dossier candidature, il coordinatore della segreteria Lorenzo Guerini. I cinque ‘angeli della Morte’ (per gli altri, si capisce), in via del tutto eccezionale, erano accompagnati anche da due rappresentanti delle due minoranze (che valgono, numericamente, assai poco: il 19% l’area di Orlando, Dems, il 9% l’area di Emiliano). Il braccio di ferro dentro il Pd sulle liste si concluderà con due Direzioni nazionali che ratificheranno tutte le scelte (la prima il 16 gennaio, la seconda il 25), ma è appena iniziato. 
NB: L’articolo è uscito il 10 gennaio 2018 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale
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2.  Renzi sprona i big e i ministri del Pd: dovete “metterci la faccia” e candidarvi anche nei collegi, non solo nei listini proporzionali. La Boschi correrà in Toscana. 
Il ministro Boschi
Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)
Ettore Maria Colombo – ROMA
Da giorni, al Nazareno, suona l’allarme rosso. Sulla soglia nazionale che toccherà al Pd, certo (Renzi, ieri sera, in tv, ha fissato l’asticella al 25% di Bersani alle Politiche 2013, risultato su cui, peraltro, andrebbe fatta chiarezza: il Pd prese il 24,5% alla Camera, ma il 27,4% al Senato) e, soprattutto, sulle sfide one to one nei collegi uninominali. Perso in gran parte, se non tutto, il Nord, evaporato il Sud, inabissate le Isole, reggono solo le regioni rosse (Emilia e Toscana, ché già Umbria e Marche pencolano assai) e il Trentino (solo perché là vince la Svp, secolare alleata del Pd) più qualche collegio sparso nelle città più grandi (Milano, Torino,  Roma e, ovviamente, Bologna e Firenze). La war room ormai permanente insediatasi al Nazareno (ne fanno parte, oltre a Renzi, il presidente Orfini, il coordinatore Guerini, i ministri Lotti e Martina), ha deciso, perciò, di correre ai ripari in due modi. Il primo è di definire i collegi uninominali secondo le tre fasce classiche in cui definiscono i collegi tutte le forze politiche (la prima è “sicuri”, la seconda “perdenti”, la terza “incerti”), ma che saranno definite e riempite solo l’ultimo giorno con i relativi candidati. Renzi, infatti, vuole riservarsi di vedere chi, in quei collegi, indicheranno gli avversari per farvi meglio fronte.
La seconda è una decisione politica già gravida di nubi e di possibili scontri tra il partito di Renzi e quello dei vari big, detto anche partito dei ‘ministeriali’ perché comprende tutti i ministri targati Pd. Le regole d’ingaggio decise dal Nazareno e comunicate ai big sono chiare: “Carissimi, va bene la vostra candidatura in più listini proporzionali, il che vi assicura la rielezione, ma bisogna portare tutti la croce. Dovete andare nei collegi, metterci la faccia e rischiare”. L’esempio che viene portato dai renziani doc è quello del vero ascaro di Renzi, il vicesegretario e ministro Maurizio Martina: “Lui – spiegano al Nazareno – si candiderà in Lombardia, nel proporzionale, e pure nel collegio uninominale di Bergamo, sfida persa in partenza”.
Il discorso vale anche per il premier, Paolo Gentiloni. I suoi – ma anche il Capo dello Stato, Mattarella – vorrebbero preservarlo per il futuro – cioè per rimanere al suo posto, a capo di un governo, pur dimissionario o addirittura con un nuovo incarico – ed evitargli l’onta di una possibile sconfitta in un collegio: ecco perché vorrebbero che corresse solo in due (o tre) listini del proporzionale (Lazio, Piemonte). Ma Renzi – che ieri in tv, dalla Gruber, ha lodato Gentiloni ed ha ammesso che “la differenza tra vittoria e sconfitta la farà il nome del premier: se sarà del Pd, la vittoria sarà del Pd” – non vuol sentire ragioni: “Caro Paolo, devi metterci la faccia anche tu in un collegio”.
Il premier, dunque, dovrà correre anche nell’uninominale, e lo farà a Roma centro, Padoan andrà a Milano, Franceschini a Ferrara, Delrio a Reggio, Orlando a La Spezia e via così. Ma mancano ancora molte caselle, tipo quella di Minniti, che non vuole correre nella ‘sua’ città, Reggio Calabria, dove il seggio uninominale è considerato perso in partenza, per il Pd. In ‘sofferenza’ e sui carboni ardenti restano due ministri che non sono mai piaciuti a Renzi e ai renziani: la Fedeli, imputata di tutti i peggiori disastri in merito alla disastrosa riforma della ‘Buona Scuola’, che ha fatto arrabbiare tutti, docenti e discenti, e Poletti, titolare del welfare, ritenuto troppo ‘moscio’, poco combattivo. Solo di dove si candiderà il segretario, Matteo Renzi, si sa tutto: correrà nel collegio uninominale del Senato di Firenze-Scandicci (si chiama Firenze 1) e in due liste proporzionali (Lombardia e Campania) o forse anche in tre. Regna ancora un alone di mistero, infine, sul caso Boschi: ieri sera, in tv, Renzi ha detto che l’ex ministra sarà candidata anche lei con il doppio binario, cioè collegio e listino, ma è ancora in alto mare il ‘dove’. Di certo non a Firenze, dove appunto c’è già Renzi, mentre Luca Lotti batterà la provincia fiorentina, e quasi sicuramente non Arezzo, sua città natale, dove rischia la rivolta. Possibile che l’ex ministra finisca a Lucca o a Grosseto collegio, più in due listini ‘sicuri’ (Toscana e Campania).
 
NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale del 9 gennaio 2018. 
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Pd, rebus liste. I segretari regionali non vogliono i ‘paracadutati’. Renzi sprona i ministri a ‘metterci la faccia’ nei collegi

Pd liste. I regionali non vogliono i ‘paracadutati’. Renzi ai ministri: ‘metteteci la faccia’

1. Rebus liste, l’Emilia avverte Renzi: “Non vogliamo invasione di paracadutati”. Vertice con i segretari regionali. In Campania spunta il figlio di De Luca e il re delle “fritture di pesce”…

Renzi e GueriniMatteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera Ettore Maria Colombo – ROMA In teoria, i venti segretari regionali del Pd, uno per regione, sono tutti renziani. In pratica, però, incontrando i vertici del…

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Grasso, “determinatissimo”, tesse la sua tela, ma la Sinistra è incerta sui nuovi nome e simbolo. Il Pd corre al riparo e stringe il patto coi ‘nanetti’

Grasso, “determinatissimo”, tesse la sua tela, ma la Sinistra è incerta sui suoi nuovi nome e simbolo. Il Pd corre al riparo e stringe coi ‘nanetti’

  1. Grasso tesse la sua tela dal suo ufficio, quello di presidente del Senato. 
Palazzo Madama
Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ettore Maria Colombo – ROMA

Ieri Pietro Grasso, nella sua veste ‘politica’ di nuovo leader della Sinistra (secondo D’Alema “è uno abituato a comandare”), si è dato molto da fare. Mentre l’esame della Legge di Stabilità ancora arrancava dentro la commissione Bilancio, Grasso ha ricevuto i vertici di Mdp-SI-Possibile, noti come i Tre Tenori (Speranza, Fratoianni, Civati), nel suo ufficio. I quali lo hanno trovato “determinatissimo” a impegnarsi. Altro che “non ha ancora sciolto la riserva”, come insistono i suoi. E se sul simbolo regna l’incertezza (garofano rosso?) comunque il cognome di Grasso, sotto il nuovo nome, ci sarà. In realtà, sul nuovo nome della Sinistra, regna ancora molta confusione. ‘Liberi ed Eguali’ piaceva tanto a molti, specie a Grasso (e pure a Civati) perché privo di riferimenti ideologici ‘comunisti’, ma è in mano all’area liberal del Pd. Si chiama, infatti, Libertà Eguale, un’area di ex veltroniani, Morando e Tonini: hanno già diffidato Mdp&co. di usarlo. Almeno il nuovo nome, se non il simbolo, sarà presentato, comunque, il 3 dicembre al Pala Atlantico di Roma. L’altra cosa certa è che in quel catino di bandiere rosse Grasso sarà acclamato come “leader” dai 1500 delegati eletti dalle 158 assemblee di base di Mdp, SI e Possibile (42 mila i votanti).

Le assemblee hanno determinato un altro punto chiave: le ‘quote’ che avrà ognuno dei tre partiti (Mdp, SI e Possibile) in vista delle prossime candidature alle Politiche. Quote che saranno così rigidamente ripartite: 50% a Mdp, 35% a SI e 15% a Possibile: la somma dei due partiti più ‘di sinistra’ eguaglia cioè la quota di Mdp, che si aspettava molto di più. Ma se in molte realtà Mdp ha stravinto, in molte altre gli uomini di Fratoianni e di Civati si sono uniti per ‘arginarla’. Ora, però, i posti in lista, sono stati fissati sulle quote citate (50% Mdp, 35% SI, 15% Possibile). E così Mdp dovrà sacrificare alcuni dei suoi – molti – parlamentari (43 deputati e 16 senatori) per far largo ai tanti big fuori dal Parlamento (D’Alema, Errani, Bassolino, Panzeri, etc.).

Tornando a Grasso: ieri ha spedito molti inviti e fatto altrettante telefonate. Certo, non sulla carta intestata del Senato o consegnati dai motociclisti, cui pure ha diritto, ma pur sempre dal suo ufficio, quello di presidente. Inviti diretti ai molti ‘mondi’ che conosce a correre con lui per non far apparire la nuova ‘Cosa Rossa’ troppo ‘rossa’. Ma proprio ieri, Grasso ha ricevuto un ‘no’ che brucia. Sandra Bonsanti, a nome dei circoli di ‘Libertà e Giustizia’, animatori dei Comitati del No al referendum anti-Renzi, di cui è presidente, gli ha risposto dura “Pietro, noi si fa altro”. Infatti, Libertà e Giustizia organizza, proprio il 3 dicembre, un’iniziativa a Firenze cui partecipano il direttore del Fatto, Travaglio, l’ormai ex leader delle assemblee del Brancaccio (Tomaso Montanari) e tutti i ‘professori’ del No anti-Renzi (Zagrebelsky in testa) che si sentono ‘più a sinistra’ di tutti. Non ha accettato l’invito di Grasso neppure la presidente della Camera, Laura Boldrini, su cui Grasso invece contava. Potrebbe capeggiare, dato che Pisapia non si candiderà ma sta per chiudere l’accordo col Pd, una lista di ‘Progressisti’ che porterebbe la dicitura “con Boldrini”, sempre con il Pd.

NB: Articolo pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 29 novembre 2017 a pag. 6. 

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2. Il Pd ci prova, a cercare l’accordo con i ‘nanetti’, ma quanto valgono davvero?

 

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA
Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo – ROMA

Con Pisapia l’accordo “non è ancora chiuso, ma speriamo in un accordo con Campo progressista, Radicali e forze di centro per dare vita a una coalizione di centrosinistra”. E’ verso sera e negli studi di Otto e mezzo il luogo e l’ora in cui Matteo Renzi delinea ufficialmente le alleanze del Pd in vista delle prossime elezioni politiche. Il leader del Pd ha parlato, e molto, di politica anche alla presentazione del nuovo libro di Gianni Cuperlo (Sinistra, e poi?Titolo enigmatico, ma forse profetico) al Tempio di Adriano, ma trattandosi di Cuperlo in quel caso tutti hanno volato alto. Renzi dice anche, ma qui trattasi più di aspirazione che di certezza, che “il Pd sarà il primo gruppo parlamentare” (vuol dire prendere un voto in più non solo di Forza Italia, ma anche dei 5Stelle e l’impresa, allo stato dei sondaggi attuali, non sarà facile) e che “la nostra coalizione andrà sopra il 30% e vicina al 40%”. Ecco, il problema, però, per il Pd, sono proprio le liste collegate. Il Pd, nei sondaggi interni e riservati, segna ‘profondo rosso’: oscilla, come partito, tra il 22 e il 24%, cioè molto sotto persino il modesto 25,4% preso dal Pd di Bersani nel 2013. Renzi non si può permettere di non agguantare tale soglia, pena la sua fine politica. Il guaio è che le liste collegate – che saranno tre: centristi, Radicali europeisti e progressisti (Pisapia più qualche sindaco) – sono al momento stimate in modo ancora più catastrofico. I centristi (Casini-Galletti-Dellai-Olivero più Ap di Alfano, se ci sta: decidono oggi), le cui orme sono seguite passo passo da Lorenzo Guerini, sono quotati intorno all’1-2%. I Radicali devono pure raccogliere le firme (traguardo ambizioso) e non valgono più dell’1%. Li guiderà una personalità forte, Emma Bonino, avranno un logo oggi impolverato, ‘Forza Europa’ e pongono ‘problemi’, al Pd, di posti e programmi.

Infine, c’è la lista ispirata a Pisapia, tra mille contraddizioni esplose anche ieri. Prima esce la notizia che andrà in piazza con la Cgil, poi esce la smentita, Tabacci si arrabbia molto (“Cp non aderisce”)ma una parte dei suoi in piazza ci sarà. Quanto può valere, dato che ‘il leader riluttante’ non si candida e la Boldrini, che ne sarebbe la vice, lo ha mollato per andarsene, anche lei, con Mdp-SI al seguito di Grasso? Il 2-3%, se va bene. Ieri mattina, Cp ha visto Piero Fassino, ma alla Camera, per conto di Cp, non c’era Pisapia, ma tre colonnelli. Tutti fidatissimi, si capisce, ma diversissimi: Ciccio Ferrara viene dal Prc, Luigi Manconi sta ancora nel Pd e Bruno Tabacci viene dalla… Dc. Smentito con vigore che “Cp abbia chiesto una manciata di collegi sicuri al Pd”, l’incontro è stato, ancora una volta, assi interlocutorio. Il Pd ha offerto un po’ di tutto, ma i colonnelli di Pisapia hanno ripiantato tutti i loro paletti: rapida approvazione di ius soli e bio-testamento al Senato, abolizione del super-ticket in Stabilità, far slittare l’innalzamento dell’età pensionabile. Il più ostico, però, è la richiesta del ‘garante’ della coalizione, che avrebbe dovuto essere Prodi. Renzi lo straloda, in tv, ma non ne vuole neppur sentir parlare, i suoi ancor meno: “A noi non ci serve il preside per decidere chi comanda”. Oggi, infine, si apre la Leopolda 2017 con 8 mila giovani di cui Renzi è molto orgoglioso, molti ministri ma nessun Vip.


NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano nazionale il 24 novembre 2017. 

Fassino vede tutti, incassa il sostegno di Prodi e, forse, di Pisapia. Dalla sinistra radicale, invece, solo porte in faccia. Intanto, D’Alema ‘cambia verso’…

ede tutti, incassa il sostegno di Prodi e, forse, di Pisapia. Dalla sinistra radicale, invece, solo porte in faccia. Intanto, D’Alema ‘cambia verso’…

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

Ettore Maria Colombo – ROMA

Pubblico qui di seguito gli ultimi due articoli usciti sul Quotidiano Nazionale negli ultimi due giorni e un articolo uscito settimane fa su D’Alema e la rivista Italiani-Europei
1. Fassino, il commesso viaggiatore della sinistra alla ricerca della perduta unità, segna due goal importanti: incassa il sostegno di Prodi e, forse, di Pisapia. 
Fassino  sta per trasformarsi in un ‘commesso viaggiatore’. Infatti, mentre sul lato sinistro della possibile coalizione di centrosinistra, ieri ha ricevuto solo porte in faccia, nel prossimo fine settimana avrà due incontri clou  e vincenti. Venerdì Fassino andrà Bologna e incontrerà Romano Prodi. Ieri, non a caso, Prodi si è fatto fotografare ‘attovagliato’ in un ristorante bolognese col ministro all’Agricoltura Martina e quello alla Cultura Franceschini con la scusa che Oscar Farinetti presentava loro il progetto Fico Eataly Word. Prodi ha rifiutato commenti, ma il clima era disteso, sereno, e la photo opportunity finale diceva più di mille parole. E così a tenda del Prof – che oggi vedrà Fassino e nei prossimi giorni anche lo stesso Renzi – sta per uscire dallo zaino per riaprirsi in casa del Pd o nelle sue immediate vicinanze. Del resto, la sua storica ex portavoce, Sandra Zampa, spiega che “noi prodiani ci siamo collocati chi nel Pd (io e Sandro Gozi) e chi nell’area di Pisapia (Santagata e Monaco), ora serve che ci rimettiamo tutti insieme per rilanciare l’Ulivo”. Progetto cui tiene molto anche Walter Veltroni, che ormai lancia solo molti appelli all’unità e a “evitare le divisioni” della sinistra, tutti in chiave ‘anti-Mdp’ e filo-Pd, e persino Enrico Letta che, da Parigi, ha fatto sapere che la svolta di Renzi in Direzione e la sua apertura alle alleanze lo ha convinto. 
E, appunto, parlando di Pisapia, il ‘leader riluttante’ di un Campo progressista ormai allo sbando e già in rotta verso Mdp, avrebbe deciso di dire “sì” all’alleanza con il Pd. In the name of Ulivo, appunto. Fassino sabato si allungherà fino a Milano per vedere l’ ex sindaco che prenderà parte –all’incoronazione di Giorgio Gori a candidato governatore della Lombardia per conto di un centrosinistra orbo di Mdp.
Il guaio è che mentre Matteo Renzi continua a sperare nelle capacità taumaturgiche del buon Fassino (“noi abbiamo messo Fassino, è una garanzia, se non ci riesce lui…”), al Pd sanno già che, se va bene, riusciranno a mettere insieme solo una mini-coalizione di centrosinistra. Sarà composta da tre ali. La prima sono i tre ‘nanetti’: il Psi di Nencini, i Verdi di Bonelli e l’Idv del Carneade Messina. Poi c’è l’area radicale di Bonino-Della Vedova (Forza Europa). Infine, la ‘terza gamba’: una serie di frattaglie centriste di partiti che furono. A questi ci pensa Lorenzo Guerini, ma pure lui ha il suo bel daffare e le sue fatiche: ieri ha telefonato a Casini (tutto bene), ha visto il ministro Galletti e D’Alia, ex Udc (idem), e ha incontrato Italia Solidale di Dellai e Olivero (tutto ok). Ma il pezzo teoricamente pregiato del mazzo, Alfano, ancora cincischia, indeciso come Amleto, e Guerini, che ieri ha telefonato a lui e a Lupi, con Ap non trova la quadra. Una Direzione di Ap, o quel che ne resta, è stata convocata per il 24 novembre. Si trasformerà in una drammatica ‘resa dei conti’ tra chi, come Lorenzin e Cicchitto (voti: zero), vuole stare col Pd e tutti gli altri (voti: tanti) che cercano FI.
 
Tornando a Fassino, ieri mattina in verità ha spiazzato tutti: prima va a trovare Pietro Grasso, al Senato, e poi Laura Boldrini alla Camera. I due presidenti, però, gli hanno detto niet. Grasso, gli ha spiegato ‘caro Piero, sbagli indirizzo, io non rappresento una parte’ (ma ne è già il leader designato) e la seconda, Boldrini, “mah, vediamo, non farti illusioni’. Altri niet, ma stavolta informali, arrivano dai ‘Tre Tenori’ (Speranza per Mdp, Fratoianni per SI e Civati per Possibile) della Sinistra Unita. I quali gli hanno fatto sapere, nell’ordine: al massimo ti mandiamo lo sherpa Guglielmo Epifani o, se proprio insisti ti vediamo, “ma la settimana prossima” oppure nemmeno quello e, comunque, “prima abbiamo la nostra assemblea del 2 dicembre (quella in cui verrà incoronato Grasso leader, ndr) e quindi vedere te è  una cosa di cui faremmo assai a meno”. Finirà che, da Fassino, andranno i capigruppo di Mdp e SI, ma la fine è nota. Esiziale, al solito, Massimo D’Alema: “A Fassino che mi ha cercato, ho detto di chiamare Speranza”. Che è come dire: scusi ho da fare, lasci detto in portineria.
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Il presidente del Senato, Pietro Grasso.
2. “Ciao, sono Piero. Mi chiami? Ti devo parlare”. Fassino prova ad agganciare i leader della sinistra radicale ma, per ora, riceve solo porte in faccia. 
Come un esploratore yankee o ‘tuta blu’ che si avventura nelle ostili terre di Apache, Comanche e Cherokee, tra oggi e domani Piero Fassino incontrerà Giuliano Pisapia (Cp). Fassino, oggi, sentirà al telefono anche Romano Prodi per chiedergli un “estremo aiuto” per rifare il centrosinistra. “Nei prossimi giorni”, ma ancora non si sa dove e quando, Fassino vedrà pure la ‘Trimurti’ della Nuova Sinistra, cioè Roberto Speranza (Mdp), Nicola Fratoianni (SI) e Pippo Civati (Possibile). Ma qui le speranze di ‘trovare la quadra’ sono prossime ai zero gradi Fahrenheit. I tre fanno sapere, dopo averlo negato per ore, che “sì, Fassino ci ha chiamati”, ma non hanno nessuna voglia di incontrarlo e pensano pure all’affronto di spedirgli solo lo sherpa Guglielmo Epifani. Perché – come dicono sibilando – “Renzi vede la Bonino di persona e invece a noi ci manda Fassino, un ex tutto…”. Pippo Civati lo sbertuccia persino e, davanti ai giornalisti, legge a tutti il suo Sms: “Ciao, sono Piero, ho bisogno di parlarti, mi chiami?”. Insomma, gli incontri di Fassino partono malissimo e il loro esito è segnato. Le parole di Bersani (“Basta chiacchiere”) dicono tutto ed Enrico Rossi offende Renzi: “Fatti da parte tu. Allora, forse, se ne parla”.
Fassino, dunque, riceverà solo dei niet, tranne che da Pisapia che sarà accompagnato dai suoi due colonnelli, Ciccio Ferrara e Massimiliano Smeriglio, e, forse, da Bruno Tabacci, il solo rimasto, in Cp, a volere un accordo col Pd. Molti dem sperano ancora in esiti “positivi”, almeno con Pisapia, ma dentro Cp e, ovvio, dentro Mdp, scuotono la testa offesi: “”Ma tu incontreresti uno che sai per certo che ti vuole vendere una patacca?”. Inoltre, la maggior parte dei dirigenti di Cp ha armi e bagagli pronti per rientrare in Mdp chiedendo una manciata di posti che, però, Mdp, che sulla composizione delle liste farà la parte del leone (60% Mdp, 30% SI, 10% gli altri l’ultimofixing), è poco propensa a concedere. La presidente della Camera, Laura Boldrini, che ha di fatto preso le redini di Cp, invece, non andrà perché “lei fa il presidente della Camera” scoprono ora i suoi. In realtà, la Boldrini ha già deciso: vuole fare la ‘seconda in comando’ della Nuova Sinistra che verrà lanciata, il 2 dicembre, da Mdp, SI e Possibile in una Grande Assemblea. ‘Seconda’ perché il leader già investito del ruolo è Grasso. In Mdp sono sicuri che “lui da solo ci porta il 5% come valore aggiunto. Noi sommati partiamo dal 5% e con lui possiamo ambire al 10%”. Speranze, ma poi quien sabe? 
A Lorenzo Guerini, invece, che sta sondando Casini, Alfano (Ap), Dellai (Democrazia solidale) e altri centristi vari, è toccato un compito più ‘facile’ politicamente, ma cui Renzi tiene molto di più: dar vita a quella gamba centrista del centrosinistra che, coi Radicali, sarà fedele alleato del Pd. 
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L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

3. D’Alema ha fatto della rivista e della Fondazione Italiani/Europei il tempio della Nuova Sinistra, sì ma quella ‘radicale’...

“Il governo riconosca unilateralmente la Palestina”. Parola di ex ministro degli Esteri e di ex premier che, quando andò in Libano, fece scoppiare un incidente diplomatico perché andò a passeggio e a braccetto coi leader di Hamas. Beh, D’Alema è sempre lui, si dirà. Filo-palestinese era e tale è rimasto. Eh, no. Tranne che su questo e su una certa attitudine a ‘bombardare’ gli avversari (il Kosovo ieri, fisicamente, Renzi oggi, ma almeno solo metaforicamente…), D’Alema è davvero cambiato che non ci si crede. E, con D’Alema – ieri amico di Berlusconi (il ‘Dalemoni’) oggi suo avversario, ieri anti-ulivista, oggi ‘prodiano’, è cambiata la sua rivista, il bimestrale Italiani/Europei.

Il numero ora in edicola contiene saggi assai interessanti: “Gli orizzonti della sinistra” (e fin qua…). ‘New Labour’ ‘Third Way’? Interviste a Tony Blair e/o a Bill Clinton che, a metà degli anni Novanta, erano i punti di riferimenti culturali, politici e ideali del D’Alema pensiero? Macché. “Socialism, do you rimember?” è il titolo di una serie di poderosi e pensosi saggi che non hanno nulla di ironico. La faccia barbuta e ispida di Karl Marx è lì a esplicitarlo. I saggi di autori che di solito scrivono su giornali di sinistra radicale pure.

Basta così? No, macché. Il neo direttore, Peppino Caldarola, oggi con D’Alema in Mdp (Caldarola è anche lo spin doctor del governatore della Toscana, Enrico Rossi), ieri guida dell’Unità  quando l’Unità intervistava tutti i lib-lab del mondo, ha fatto fare una conversione a ‘U’ alla rivista. Con il placet di D’Alema, si capisce. Oggi, I/E ricorda da vicino, Alternative per il socialismo, la rivista che Alfonso Gianni, ideologo di Fausto Bertinotti, produceva per l’allora leader del Prc. Partito e area politica, l’Estrema Sinistra, che, per una vita, D’Alema ha combattuto e osteggiato. Almeno quanto lo ha fatto con l’Ulivo di Romano Prodi, si capisce. O coi girotondi, la ‘società civile’ e gli ‘intellettuali’, tutti rappresentanti nella formidabile battuta di Nanni Moretti: “D’Alema dì qualcosa di sinistra! D’Alema dì qualcosa!”.

Basta? No, non basta. Sempre Italiani/Europei contiene un’intervista che racchiude in sé una vera e propria notizia. L’articolo s’intitola “La mia Cgil”: parla Maurizio Landini, storico leader della Fiom, storico nemico di D’Alema e dalemismo, alfiere della sinistra più radicale. Ora, va bene che Mdp – il partito, ‘a criatura’ di D’Alema (e, sub iudice, di Bersani) deve prendere voti dappertutto, se vuole sfangarla, alle prossime elezioni – ma D’Alema è sempre stato noto per essere un fiero, tenace, durissimo, oppositore della Cgil e di quello che il sindacato rosso ha rappresentato in termini di conservazione, di vetero-sinistra. Tutto passato, tutto finito. Un mesetto fa D’Alema è andato a via Po, sede della Cgil, per un seminario a porte chiuse: ha recitato il mea culpa, buttato tutte le colpe delle (sue) analisi sbagliate sulle spalle, larghe, della “globalizzazione” e proposto – per Mdp e la nascente formazione ‘La Sinistra – un programma così ‘massimalista’ che pure i duri e puri della Cgil si sono un po’ spaventati. Perché filo palestinese ok, radicale e anti-sistema passi, ma D’Alema ‘no global’, beh, ecco, questo film, a sinistra, lo devono ancora vedere.

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NB: I tre articoli qui presenti sono usciti il 15 e il 16 dicembre 2017 su Quotidiano Nazionale. Invece, quello su D’Alema, risale alla settimana precedente. 

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