Renzi difende Gentiloni e gode in silenzio delle disgrazie altrui. Ancora ipotesi sulla legge elettorale

 

Renzi

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l’Assemblea del Pd

Ettore Maria Colombo – ROMA 

C’è chi sostiene – e ce ne sono – che anche il leader del Pd sarebbe tentato dall’idea di mettere la fiducia sul testo della nuova legge elettorale, come ieri è trapelato nei corridoi di Montecitorio, anche perché Forza Italia avrebbe esplicitamente chiesto ‘un aiutino’ al Pd e al governo per uscire dalle secche dei 90 voti segreti quando il Rosatellum arriverà in Aula. Matteo Renzi stoppa ogni illazione: “Di legge elettorale si occupa il compagno Rosato”, taglia corto. Che poi, Ettore Rosato, altri non è che il padre di quel Rosatellum che per ora cammina lento: procede, dentro la commissione Affari costituzionali, al ritmo di quattro emendamenti votati al giorno.

Rosato è anche il capogruppo alla Camera del Pd e ieri sera ha illustrato al suo gruppo, i trecento deputati democrat che rischiano assai in fatto di rielezione (al Nazareno contano come ‘sicuri’ soltanto 175 seggi, sulla parte proporzionale, al netto delle gare nei 231 collegi uninominali) e che, per questo, mugugnano assai. Rosato, ieri, si è limitato a dire un secco ‘no’ al voto disgiunto, richiesta che era stata avanzata da Gianni Cuperlo, e poco altro. Nulla, per dire, sulla fiducia, ma l’idea continua ad aleggiare. Il ministro ai Rapporti con il Parlamento, Anna Finocchiaro, ne nega l’ipotesi (“Non ne so niente e se non ne so niente io…), ma alcuni democrat che la sanno lunga spiegano che “la vita è stretta ma c’è: far saltare tutti i 90 voti segreti con un voto solo, la fiducia, e giocarci tutto sul voto finale, dove i voti di FI e Lega ci saranno”. Anche se, per paradosso, sul provvedimento finale (e non sulla fiducia, dove il voto è palese) si può chiedere il voto segreto: i rischi ci sarebbero.

Si dice anche che un voto di fiducia sulla legge elettorale, per quanto sia poco ortodosso (ma Renzi, sull’Italicum, la mise), non dispiacerebbe al Colle. Ieri Luigi Di Maio è salito al Quirinale per presentarsi come candidato dell’M5S e parlare dell’argoment legge elettorale protestando per quella che è in discussione (il Rosatellum, appunto), ma senza che il Colle abbia voluto esprimersi in materia, ma dove non si vede l’ora che una nuova legge elettorale venga varata. Una decisione del genere, in ogni caso, spetta a Gentiloni e, se mai la fiducia verrà messa, si saprà solo quando la legge arriverà in Aula, cioè a partire da martedi prossimo 10 ottobre.

Renzi, per ora, si occupa d’altro: sostenere lealmente il governo Gentiloni e lisciarsi i baffi per le disgrazie in casa altrui, cioè quelle di casa Mdp (“«Il loro vero obiettivo – dice ai suoi – è quello di farci del male. Ma alla fine si sono divisi tra di loro”). A temperarlo nelle uscite c’è Matteo Richetti, portavoce della segreteria del Pd che coordina tutti gli interventi comunicativi del Nazareno e che ieri ha inviato un consiglio spassionato al leader dem, come racconta un deputato che ha saputo del dialogo tra ‘i due Mattei’: “Calma, e gesso Matteo, sei in fase zen. Se parli, ignorali. Tanto, quelli si fanno male da soli e a noi può venire solo del bene a dividere il loro fronte. Con alcuni di loro possiamo interloquire e non penso solo a Pisapia, ma anche a Civati o personalità di area Sel come Giulio Marcon, sindaci, associazioni…”. E, infatti, ieri sera, quando Matteo Renzi decide di intervenire pubblicamente si limita a enucleare pochi, chiari, concetti. Uno, “il governo e la maggioranza sono solidi e ampli, i voti di Mdp hanno dimostrato che i loro voti erano del tutto irrilevanti”. Due, “Io divisivo? – risponde a Pisapia – Dovrei fare passi di lato? Io sono stato scelto da due milioni di italiani che sono andati a votare alle primarie”.

Ma ai piani alti del Nazareno in molti brindano per le divisioni in casa altrui. “Che goduria guardarli mentre si menano tra di loro!” oppure “D’Alema se non esistesse dovremmo inventarcelo noi!” come si gonfia di gioia il petto Rosato mentre Giachetti twitta che “Mdp ha dimostrato tutta la sua irrilevanza politica”. Invece, per dirla in modo diplomatico, alla Lorenzo Guerini, coordinatore nazionale della segreteria, “torna a galla sempre lo stesso nodo, il rapporto con il Pd ed è un nodo ineludibile”. E non è certo un caso che, ieri, in Transatlantico, Bruno Tabacci, uomo di Pisapia, spiegava a un interessato ministro Franceschini, uno di quelli che il centrosinistra lo vuole largo, che “ormai abbiamo davanti a noi una sola strada, l’alleanza col Pd”.

NB: Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 5 ottobre 2017

 

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NEW! Def, deficit e legge di Stabilità: i 161 voti al Senato e “i saldi” che mancano al governo. Mdp minaccia e la maggioranza balla

Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

 

  1. Un bell’inghippo per la legge di Stabilità in sé e per la stabilità del governo. I 161 voti che, per ora, non ci sono sulla richiesta di scostamento dal deficit e i saldi che mancano nella Nota di variazione al Def. La nota del senatore Tonini. 

Oggi, quasi nell’indifferenza generale, una nota stampa del presidente della commissione Bilancio del Senato, Giorgio Tonini (Pd), sta creando non pochi malumori e grattacapi al governo Gentiloni, al ministro Padoan e allo stesso Pd. Prima di leggere (e commentare) la nota stampa, però, vanno chiarite un paio di cose non facili per i non addetti ai lavori.

La prima. Ogni anno, per quanto riguarda la politica economica, il governo presenta quattro documenti e non tre, come siamo abituati a leggere (e scrivere). I tre documenti noti sono: il primo è il Def, a giugno, che delinea le linee di politica economica per il triennio a venire, il secondo è la Nota di variazione (o aggiornamento) al Def, che si presenta a settembre e che prevede i saldi della manovra economica e gli aggiornamenti tendenziali aggiornati rispetto al Def di giugno (il rapporto deficit/Pil, previsto all’1.6%, è stato rivisto in meglio, all’1,2%, il che vuol dire più margini in termini di spesa dello 0,4%), e il terzo è la Legge di Stabilità (detta, volgarmente, manovra economica, la ex Finanziaria), che, varata dal cdm, va presentata alla commissione europea di Bruxelles entro il 15 ottobre e, contestualmente, anche alle Camere. Ed è solo quella, in verità, la Stabilità che inaugura formalmente la sessione di bilancio di entrambe le Camere e che si chiude, tra voti, navette parlamentari ed eventuali modifiche, solitamente prima delle festività natalizie. Anche perché se si sforasse la data ultima del 31 dicembre il governo dovrebbe dichiarare l’esercizio provvisorio dei conti dello Stato, iattura tremenda per ogni governo di ogni colore, che ci esporrebbe a una procedura di infrazione (proprio come lo sforamento del rapporto deficit/Pil) da parte della Ue, alle tempeste dei mercati finanziari e alla speculazione. Per tutti e tre questi documenti programmatici e di bilancio NON serve la maggioranza assoluta dei voti in entrambe le Camere (161 voti al Senato, 316 alla Camera), basta cioè la maggioranza semplice dei presenti, come succede, peraltro, per ogni legge dello Stato –  venga o meno messa la questione di fiducia da parte del governo non importa – che non riguarda una modifica del dettato costituzionale.

Ma appunto vi è quarto atto, di solito assai poco noto, o ignoto, ai più rispetto al quale serve la maggioranza assoluta dei componenti di ognuna delle due Camere (cioè la maggioranza degli aventi diritto, altra cosa ancora sarebbe la maggioranza qualificata): si tratta della Relazione programmatica con cui il governo chiede al Parlamento l’autorizzazione allo scostamento di bilancio dei saldi della bilancia pubblica. In pratica, il Parlamento, con questo atto, autorizza il governo a ‘derogare’ agli impegni presi (e scritti in Costituzione, all’articolo 81, modifica votata da tutto il Parlamento nel 2013 e che, da allora, obbliga il nostro Paese a rispettare il vincolo del pareggio di bilancio) in sede europea e che sono contenuti nel Fiscal Compact. In pratica, il governo ottiene più flessibilità, negoziandola in sede di commissione Ue, per sforare il rapporto deficit/Pil (stabilito al 3%), ma per farlo ha bisogno di un’autorizzazione formale del Parlamento. Ecco perché, in questo caso, la maggioranza assoluta dei voti di entrambe le Camere è necessaria e obbligata: i 161 voti al Senato e 316 alla Camera servono per ‘violare’ (si dice ‘derogare’ si fa ogni anno) un vincolo che, piaccia o no, è stato inserito in Costituzione.

La novità di quest’anno è che il voto, di solito dato in modi, forme e tempi diversi, sulla scostamento di bilancio e quello sulla variazione al Def è stato, con fallace mossa tattica, unito dal governo Gentiloni: entrambi i due voti sono previsti, al Senato, per il 4 ottobre. Anzi, è stato fatto di peggio: il Mef (cioè il ministero di Padoan) ha ‘fascicolato’ insieme i due documenti (scostamento di bilancio e Nota di variazione al Def di giugno) come se si trattasse di un voto solo, un pacchetto prendere o lasciare. Il che però in una situazione di maggioranza ‘ballerina’ come quella che si registra, ormai da anni, al Senato, dà luogo al tiro alla fune che Mdp (e, invero, anche altre forze politiche) stanno dando vita in questi giorni e ore. In sostanza il ragionamento è: “Se non mi dai questo o quel provvedimento, non ti voto né la Nota di variazione al Def né l’autorizzazione allo scostamento del deficit”. Il guaio è che sul primo voto, poco male, basta la maggioranza semplice dei senatori, ma sul secondo serve la maggioranza assoluta e il governo attuale, senza i 16 senatori di Mdp, quella maggioranza banalmente non ce l’ha, come si è visto, per altro verso (cioè causa lo sfilarsi dei 32 senatori di Ap) su un altra legge, lo ius soli. Certo, il governo è intenzionato ad aprire una trattativa con Mdp, che presto si terrà, ma i giorni scorrono veloci, Mdp alza le sue richieste e pretese, la quadra per ora non c’è. Morale: il governo rischia di andare ‘sotto’, la maggioranza finire a scatafascio e aprirsi una crisi di governo di non facile soluzione, anche perché avverebbe a pochi mesi dalla fine naturale della legislatura. Certo, la trattativa è in corso e tutto può finire bene, ma qiuen sabe?

Infine, e qui arriviamo alla nota di Tonini, c’è un altro problema. Sempre il governo NON ha presentato, nella Nota di variazione del Def, i saldi di finanza pubblica che pure, invece, è tenuto a indicare per legge. Il motivo politico è presto detto: indicare i saldi, scritti nel Def, non si può ancora perché, appunto, la trattativa politica è ancora in corso. Ma quei saldi vanno indicati e, se il governo non lo farà, le commissioni Bilancio riunite non potranno fare altro che rispedire al mittente la Nota di variazione al Def, bloccando l’intero iter di nascita e percorso della Legge di Stabilità che, senza, non può procedere. Un doppio problema, dunque, politico e procedurale, da non sottovalutare affatto e che, se non verrà risolto da Padoan e Gentiloni nei prossimi giorni, farà nascere grossi guai. Di inceppamento del percorso della manovra economica come di stabilità del governo. Vedremo. Per ora, ecco di seguito la nota stampa del senatore Tonini:

“La nota di aggiornamento del Def, nel testo approvato dal Consiglio dei ministri, appare priva di un importante elemento previsto, in modo tassativo, dalle legge di contabilità e finanza pubblica, come da ultimo modificata nel 2016, ai fini dell’attuazione della riforma dell’articolo 81 della Costituzione”. Lo afferma Giorgio Tonini, presidente della commissione Bilancio del Senato. “In particolare – continua Tonini – il vigente articolo 10-bis della legge di contabilità prevede che la nota di aggiornamento del Def debba contenere, tra l’altro, l’indicazione dei principali ambiti di intervento della manovra di finanza pubblica per il triennio successivo, con una sintetica illustrazione degli effetti finanziari attesi dalla manovra stessa in termini di entrata e di spesa, ai fini del raggiungimento degli obiettivi programmatici”. “E’ necessario quindi – conclude – che il governo colmi questa lacuna del testo della nota di aggiornamento del Def, presentando una nota aggiuntiva. Tale richiesta è stata trasmessa al governo per il tramite del viceministro dell’Economia, Enrico Morando, presente durante la seduta di quinta commissione appena conclusasi, anche in vista dell’audizione del ministro, prevista nella mattinata di martedì prossimo”.

NB: Queste considerazioni sono state scritte in forma originale per questo blog. 


2. I voti contrari di Mdp mettono a rischio la tenuta della maggioranza al Senato. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

La maggioranza di governo va sotto al Senato, in commissione Difesa, per colpa di Mdp, che vota insieme ai Cinque Stelle e Lega e i sudori freddi iniziano a sentirli anche a palazzo Chigi. Perché presto si terrà, al Senato, un doppio voto cruciale per le sorti del governo e della manovra economica con il rischio che il primo cada e che la seconda vada verso l’infausto esercizio provvisorio. Il 4 ottobre, infatti, il Senato si pronuncerà – prima ancora che sulla Legge di Stabilità, il cui iter partirà solo dal 15 ottobre – su due atti: la Nota di variazione al Def e, prima, sulla richiesta del governo al Parlamento di autorizzare lo scostamento del deficit che serve a cambiare i saldi della finanza pubblica di 8 miliardi. Per paradosso, mentre sul primo, il Def, preludio alla Finanziaria, basta la maggioranza semplice, sul secondo serve il plenum dell’Aula, la maggioranza assoluta del Senato (161 voti su 320), quorum che, senza i voti dei 16 senatori di Mdp, non c’è. Ma prima di arrivare al possibile Giorno del Giudizio del 4 ottobre, è già arrivato, ieri, l’incidente: va in scena in commissione Difesa.

Si vota su un caposaldo del Libro Bianco della Difesa (targato ministro Pinotti): le deleghe al governo per la revisione del modello professionale delle Forze Armate e del suo personale. Mdp, tramite il senatore Federico Fornaro, vero regista di tutta l’operazione, non ritira l’emendamento soppressivo dell’art. 9: riguarda la trasformazione di una parte dei contratti collettivi della Difesa da tempo indeterminato a tempo indeterminato. Figurarsi se Mdp può dirsi favorevole. Fornaro tiene botta, M5S e Lega si accodano, felici di mandare sotto il governo, e il patatrac è fatto.

Nel Pd, a dirla tutta, renziani e non ritengono che “Mdp non si prenderà mai la responsabilità di mandare a gambe all’aria il governo portando il Paese all’esercizio provvisorio, non sono matti o almeno lo speriamo. In ogni caso – dice più di un senatore – finirà che sul voto clou, quello dei 161, voteranno con noi anche perché permette allo Stato di spendere meglio e di più i suoi soldi, poi magari sulla manovra di bilancio, o forse già sul Def, punteranno i piedi e giocheranno al ‘più uno’ ma in quel caso basterà la maggioranza semplice, i loro voti non ci serviranno”. Insomma, per il Pd Mdp è tutta ‘chiacchiere e distintivo’, per non dire delle “forti divisioni al suo interno, tra la linea dura di D’Alema e quella morbida di Pisapia, con Bersani nel mezzo” e il senatore Andrea Marcucci, renziano doc, per ora si limita ad accusarli di “incoerenza” per aver votato “con tutte le destre”.

Ma è proprio Fornaro a spiegare che  “o il governo ci riceve, e accoglie le nostre richieste, sulla manovra, oppure nulla è scontato, compreso un voto massicciamente contrario il 4 ottobre. Renzi ci insulta dal palco di Imola, il Pd prepara una legge elettorale contro noi e 5Stelle, Gentiloni non ci riceve. Batta un colpo, almeno lui, se Renzi glielo permette, o saremo coerenti”. E solo su una cosa sono concordi tutti, al Senato, tra Pd e Mdp: senza i 16 senatori di Mdp il governo 161 voti necessari non li ha.

NB: Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano nazionale il 27 settembre 2017


3. I macigni sulla strada della nuova legge elettorale sono… Def e legge di Stabilità 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Gravano due sassi pesanti come macigni sulla strada del tentativo di scrivere la nuova legge elettorale, il cosiddetto Rosatellum bis. Non a caso, il Pd ha molta fretta di approvare la legge elettorale: la prossima settimana discussione in commissione, dal 4 ottobre in Aula per riuscire ad approvarla alla Camera entro il 15 ottobre. Il primo macigno sta, però, non nei numeri della Camera, causa possibili franchi tiratori, ma in quelli del Senato e su tutt’altro. Infatti, il 15 ottobre inizia, al Senato, la sessione di bilancio e il 4 ottobre – lo stesso giorno in cui inizierà la discussione sulla legge elettorale – si voterà la Nota di variazione al Def. Per farla passare servono 161 voti, la maggioranza assoluta, e il governo rischia. Mdp chiede “discontinuità” rispetto alle politiche economiche del governo su “giovani, Sud, donne e lavoro” (il capogruppo Guerra) e dice che il voto dei suoi decisivi 16 senatori “non è scontato” (Fornaro). Ma sotto c’è altro, e cioè la determinazione di Mdp a far saltare una legge elettorale che la penalizza fortemente. Infatti, con il Rosatellum bis, Mdp sarebbe costretto a fare la lista unica con tutti gli altri spezzoni della sinistra (SI, Prc, Verdi e Pisapia, se ci sta) perché fare una coalizione, dato lo sbarramento al 10%, sarebbe troppo rischioso. E perdendo le sfide in tutti i collegi, dovrebbe dividere tra tutti quei partiti i (pochi) eletti nei listini. D’Alema ha dichiarato guerra da giorni: “Se si pensa a fare una porcheria ai nostri danni siamo pronti a non votare la fiducia”.

A palazzo Chigi minimizzano (“troveremo la quadra con Mdp”) e un incontro si dovrebbe tenere presto, entro la settimana, ma se Mdp, come minaccia in queste ore, farà mancare i suoi voti sul Def salterebbe la sessione di bilancio e cadrebbe il governo. Si aprirebbe perciò lo spettro dell’esercizio provvisorio e di elezioni anticipate, forse a dicembre, ma di certo con il Consultellum. Non si farebbe cioè nessuna nuova legge elettorale anche perchè serve un governo nel pieno delle funzioni cui dare la delega di disegnare i collegi.

Il secondo macigno, si sa, sono i franchi tiratori: allignano non solo dentro il Pd, ma anche dentro Forza Italia in primis, specie al Sud. Infatti, alla Camera sulla legge elettorale sono ammessi i voti segreti (al Senato, invece, no): M5S e Mdp li presenteranno a raffica su temi sensibili a molti parlamentari come le preferenze, ma anche sulla reintroduzione, negata nel testo, del voto disgiunto. Sulla carta, i numeri dei partiti che appoggiano la riforma è alto (circa 440 voti, la maggioranza è fissata a 315), ma – spiegavano ieri diversi parlamentari dem del Sud e del Nord che temono di non essere ricandidati o di avere in dote solo collegi perdenti – “almeno un centinaio di noi sa che non ha nulla da perdere. Gli emendamenti sulle preferenze, se vengono presentati, li votiamo”. Al Nazareno si guarda con sospetto non tanto ai big (Orlando, Franceschini, Fioroni) ma alle loro truppe: chi mai li ricandiderà? “Tra candidati da mettere nei collegi sicuri – si sfoga un dem – e listini bloccati Renzi avrà in mano il 100% delle liste del partito”.

Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale del 23 settembre 2017.

Renzi contro i falchi della Ue: “Hanno pregiudizi anti-italiani”. Le proposte del leader dem sul Fiscal compact

Parlamento ue

La sede del Parlamento dell’Unione europea, interno dell’aula di Bruxelles

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

LE PROPOSTE di Matteo Renzi avranno anche valore «per la prossima legislatura, non per la prossima Legge di Stabilità» ma attraversano come un fulmine a ciel sereno i rapporti odierni, non futuri, tra Italia e Ue. Sostanzialmente, la linea economica da tenere davanti a Bruxelles per Renzi, che la dettaglia nel suo libro Avanti, può essere riassunta così: stabilire in via unilaterale il rapporto tra deficit e Pil al 2,9% per cinque anni, in modo da recuperare 30/50 miliardi da destinare alla crescita e al calo della pressione fiscale, tornando alle regole di Maastricht e mettere il veto all’inserimento del Fiscal compact, votato e sottoscritto dall’Italia nel 2012, nei Trattati.
La proposta, appena rimbalza a Bruxelles, suscita un vespaio di critiche e reazioni nervose camuffate da toni liquidatori del tipo «ma questo chi si crede di essere?». La portavoce di Juncker lo snobba («Noi parliamo con Gentiloni e Padoan») mentre il socialista olandese Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo, lo boccia («Stare al 2,9% del deficit vìola le regole»).

IL SEGRETARIO dem replica e diventa un fiume in piena. Prima ribatte sul merito: «La proposta sul deficit al 2,9% nella prossima legislatura la discuteremo, ha uno spessore di cinque anni, non possiamo dare questa responsabilità a Gentiloni e Padoan. Quando la proposta verrà fuori sono certo che sarà compatibile con le regole europee».
Poi attacca l’olandese: «Questa è una battaglia aperta che abbiamo con il presidente dell’Eurogruppo, l’olandese che disse che gli italiani spendono i soldi della flessibilità in donne e alcool. Io gli spiegai che le donne noi non le paghiamo, a differenza di alcuni di loro. Il problema centrale è che c’è un pregiudizio anti-italiano di alcuni dirigenti europei come lui: non si rendono conto che di Fiscal compact e austerity l’Europa muore». Poi ironizza: «La mia idea manda tanti fuori di testa, ma è semplice, chiara, concreta. Vedremo se Dijsselbloem sarà ancora presidente dopo il voto».
Ma il problema di Renzi è di non farsi vedere impaziente verso Gentiloni e Padoan («fanno il possibile», dice), di non mettersi di traverso a un governo che, in Europa, è rispettato e si prepara a chiedere ulteriori margini di flessibilità.
E così, quando il titolare del Def dice «mi sembrano temi per la prossima legislatura», Renzi spiega ai suoi che «l’analisi di Padoan è corretta. Un’operazione del genere – continua – può mandarla in porto solo un governo dal mandato ampio e non questo che ha pochi mesi davanti. In Europa preferiscono Gentiloni a me perché questo è un governo a tempo ed era questo il motivo principale per cui io volevo le elezioni anticipate», rimarca con dispiacere.

Insomma, Renzi – duro con i suoi, sulla Ue, come in pubblico – la mette così: «Quello che si riesce a ottenere dall’Europa dipende dalla forza dei leader. Io ho ottenuto la flessibilità dopo aver preso il 40% alle Europee». Renzi si sta preparando a una lunga campagna elettorale con economia e migranti al centro. «L’Europa non è entusiasta di me?», sorride, «è normale, noi le nostre proposte le facciamo lo stesso. La questione vera è convincere i mercati e per farlo dobbiamo abbattere il debito pubblico, è quello il nostro vero problema, non il deficit, solo allora i mercati si convinceranno. A quel punto l’ok dell’Europa sarà automatico», chiude secco.

NON SONO molte le voci che si schierano a sostegno del leader: quella del ministro Delrio («Il Fiscal compact è stato un grave errore ed è un freno alla crescita») e del sottosegretario Gozi, quella – seppur più tiepida – del ministro Calenda («Le proposte di Renzi sono convincenti ma vanno articolate su un piano industriale molto concreto») e del coordinatore della segreteria Guerini che spiega: «Nessuno cambierà in modo unilaterale le regole in Europa, ma nessuno ha il potere di veto unilaterale di impedire che se ne discuta». Renzi è sicuro: «Le mie proposte saranno centrali, chiunque governi, non c’è altra via». Sperando che governi lui, è l’ovvio sottinteso. E Bersani che le boccia? «Allucinante» taglia corto.

NB: Questo articolo è stato pubblicato l’11 luglio 2017 a pagina 5 del Quotidiano Nazionale.

Il Pd stringe i bulloni sul sistema tedesco. L’accordo con FI e M5S c’è, con Alfano (“Sei un serial killer”) è rottura totale

alfano alla camera

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano

1. Rottura tra Renzi e Alfano. I colloqui del Pd con i partiti sulla legge elettorale. Si stringono i bulloni sul sistema tedesco. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Si voterà ad ottobre, ma prima della presentazione alla Ue della legge di Stabilità” (e, dunque, non il 24 settembre) ha detto Renzi ieri agli interlocutori che sono andati a trovarlo al Nazareno. “Il sistema elettorale è il ‘tedesco’ – aggiunge – e dalla soglia di sbarramento al 5% non ci muoviamo. Alfano? – reagisce Renzi dopo una telefonata con Berlusconi, cordialissima, e un incontro con il leader di Ap, invece tesissimo – Da oggi non è più un problema mio. Magari se ne torna da Berlusconi… Io voglio ricostruire il centrosinistra”. Questo, in sintesi, il ‘Renzi-pensiero’, alla fine di una lunga giornata che proseguirà oggi con incontri con altri partiti (FI, Lega, Fd’I) e con la Direzione dem dove il segretario si farà approvare il mandato a trattare sul sistema tedesco. E anche se la minoranza che fa capo al ministro Orlando dovesse mettersi di traverso, poco male: Renzi, nel partito, i voti li ha lo stesso mentre, nei gruppi parlamentari, la situazione è più magmatica, ma difficilmente gli orlandiani arriveranno a negare il loro voto finale.

Una giornata, quella di Renzi e del Pd, double face. Da un lato gli incontri ufficiali della delegazione dem, nell’ufficio del capogruppo alla Camera Rosato, presenti il capogruppo al Senato, Zanda, il relatore del testo di riforma elettorale, Fiano, e il coordinatore politico del Pd, Lorenzo Guerini. A loro è toccato l’onere di incontrare la delegazione di Mdp – formata dai capigruppo, Laforgia e Guerra, più Lo Moro e D’Attorre – e quella dei 5Stelle (Crimi, Fico e Toninelli). Per paradosso, l’accordo con i 5Stelle è pressoché totale mentre Mdp, che pure non fa questioni sulla soglia al 5%, vuole sia il Pd a sobbarcarsi la colpa di far finire anzitempo la legislatura per scagliarsi contro le ‘larghe intese’.

La giornata di Renzi, invece, inizia vedendo, al Nazareno, Riccardo Nencini, segretario del Psi. “Incontro lungo, amichevole, proficuo” lo definiscono i socialisti, con Renzi che rilancia la prospettiva di un “nuovo centrosinistra”. Poi, nel pomeriggio, tocca a Fratoianni: Sinistra italiana non pone pregiudiziali sullo sbarramento al 5%, vuole però che il sistema sia “un proporzionale puro, senza trucchetti”. Renzi li rassicura, fa tanti auguri per la nuova ‘Cosa’ della sinistra in cantiere, ma li sfida:  “la vera sinistra è il Pd”.

Nel mezzo, c’è la lunga telefonata con Berlusconi. Il Cavaliere invita Renzi a palazzo Grazioli, ma lui declina l’offerta. “Non conviene a nessuno dei due farci vedere insieme”, concordano. Date rispettive e salde rassicurazioni sull’iter parlamentare della legge elettorale (“Entro il 10 luglio la chiudiamo anche al Senato”), il Cav avrebbe anche ‘perorato’, con Renzi, la causa di Alfano rispetto alla soglia di sbarramento, ma senza insistere troppo. Ed è proprio con Alfano che i rapporti si sono guastati. L’incontro segreto tra Renzi eAlfano è andato malissimo: sarebbero volate parole grosse e Alfano definirà Renzi un “serial killer” di partiti e leader, iniziando ovviamente dal suo. A margine di Porta a Porta, il capogruppo di Ap, Maurizio Lupi, riassume: “Le posizioni con il Pd restano distanti sulla questione dello sbarramento al 5% e anche sulla durata della legislatura. Votare in autunno, a manovra economica non ancora approvata, sarebbe un rischio”. Alfano un arma ce l’avrebbe: far saltare il governo impedendo l’adozione del nuovo sistema elettorale e le urne in autunno, e costringendo Pd e FI a varare, sin da subito, un ‘governissimo’. Il classico muoia Sansone con tutti i Filistei. Intanto, dalle parti di Gentiloni, si fa sapere che il governo potrebbe dimettersi di sua sponte, una volta che anche il Senato abbia approvato la riforma elettorale agevolando un “percorso ordinato” verso le urne anticipate in autunno. Insomma, come dicono al Nazareno, “non sarà di certo Gentiloni a mettersi di traverso contro Renzi verso il voto”.

NB: Articolo pubblicato il 30 maggio 2017 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale


Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

2. Il Pd prepara il sistema elettorale simil-tedesco. FI e M5S d’accordo. Restano i dubbi sulla data del voto anticipato

Ettore Maria Colombo – ROMA

La tavola è apparecchiata, i commensali stanno per sedersi al desco, la pietanza è in cucina, succosa e fumante. Fuor di metafora, manca davvero un amen alla conclusione delle trattative per scrivere una nuova legge elettorale. L’accordo tra i tre grandi partiti presenti in Parlamento (Pd, FI, M5S) è certo,la convergenza di altri probabile. Lega, Fd’I e Mdp ci stanno, Ap di Alfano e altri no perché contrarissimi alla soglia di sbarramento al 5%, che considerano troppo alta. Dario Parrini, che segue il dossier legge elettorale, per il Pd, è netto: “Per noi la soglia al 5% è intangibile. E’ la leva che ci consente di interpretare in maniera maggioritario un sistema proporzionale, la sola garanzia anti frammentazione e contro il potere di veto dei partiti-cespuglio”. Il tipo di riforma elettorale è, tecnicamente, un sistema ‘simil-tedesco’. Rispetto al Rosatellum, il testo base depositato dal Pd in commissione (50% collegi uninominali, 50% collegi plurinominali proporzionali), se ne discosta solo nel metodo di elezione. Nel Rosatellum, i due canali – collegi e listini – “non si parlano” e possono produrre risultati numerici diversi, privilegiando gli eletti nei collegi. Nel ‘tedeschellum’ i seggi spettanti devono rispettare la cifra, pur se ripartita tra collegi e listini, raggiunta da ogni partito che sta oltre il 5%. Restano dei problemi tecnici (i peggiori tra i vincenti nei collegi, specie nei partiti grandi, rischiano di non essere eletti), ma gli esperti di sistemi elettorali dei due partiti (Parrini per il Pd e Sisto per FI) ci stanno lavorando con emendamenti simili in commissione.

Dal punto di vista politico, i prossimi giorni saranno decisivi. La riforma elettorale è attesa al voto in Aula, alla Camera, a partire dal 5 giugno e non può scavallare, al Senato, la metà di luglio. Renzi, infatti, vuole andare a votare “il 24 settembre, niente subordinate (cioè votare a ottobre, anche se l’8 ottobre resta una data plausibile, ndr)”, come dice ai suoi. Berlusconi preferirebbe votare a ottobre (magari allungando al 22) mentre Di Maio (M5S) vorrebbe, addirittura, “votare il 15 settembre, prima che i parlamentari maturino i vitalizi”, ma è demagogia: causa i tempi tecnici, è impossibile.

Lunedì il Pd darà il via a una girandola d’incontri con tutte le forze politiche, ma non al Nazareno, bensì in Parlamento. Si inizia coi piccoli (Psi, SI, etc.) e si arriva, al pomeriggio, ai grandi (FI, M5S): al capo del tavolo del Pd ci saranno i due capogruppo, Rosato e Zanda, e il plenipotenziario di Renzi, Lorenzo Guerini. Contatti informali tra i massimi vertici del Pd e di FI (Lotti-Letta, Lotti-Confalonieri) ce ne sono stati, come pure diverse telefonate Renzi-Berlusconi, ma mentre Renzi vedrà i segretari di altri partiti (Nencini di Psi, Fratoianni di SI) i due leader non si vedranno di persona. “Non è un Nazareno bis”, spiegano dal Nazareno Uno, “anche perché “mediaticamente non giova a nessuno, né a noi né al Cav.”.

Anche le dichiarazioni dei protagonisti della trattativa sono improntate al cauto ottimismo. Berlusconi dice: “Manca poco al momento in cui gli italiani potranno scegliere da chi vogliono essere governati, se finalmente potremo avere una legge elettorale condivisa”. E se il ministro Lotti parla di “settimana decisiva”, confermando che Renzi e il Cav non si vedranno di persona, Guerini esplicita una tautologia politica: “E’ evidente che nel momento in cui una legge elettorale viene approvata, è tecnicamente possibile andare al voto”. Dopo aver scritto la legge elettorale, servirà l’ok non scontato del Colle.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 28 maggio 2017 su Quotidiano Nazionale 

Le richieste del Colle sulla legge di Stabilità, le possibili date del voto anticipato. Due articoli per fare chiarezza, calendario alla mano

mattarella

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Dalla nuova legge elettorale alla nuova legge di Stabilità. “La preoccupazione del Capo dello Stato monta, anche se silenziosamente: ha solo cambiato oggetto” dice chi scruta ogni giorno gli umori del primo inquilino del Quirinale. Per metà, infatti, Sergio Mattarella è soddisfatto: l’adozione di una nuova legge elettorale è a un passo da essere approvata, e con largo consenso. I tre grandi partiti (Pd, FI, M5S) si stanno accordando su un sistema elettorale ‘similtedesco’. Renzi – e, ormai, anche Berlusconi – danno però per scontato anche che si voterà presto, “entro l’autunno”. Il leader del Pd fa persino sapere che “per me la data del voto è il 24 settembre, senza subordinate” mentre Berlusconi aspetterebbe ancora un po’ al fine di votare entro ottobre. Ma, come un grosso iceberg in mezzo al mare c’è una data, il 15 ottobre, a frapporsi ai desiderata dei leader: è quella in cui la legge di Stabilità va presentata alla commissione Ue. E il Colle, di fronte ai rischi di speculazione internazionale sull’Italia, alle fibrillazioni dei mercati, ai rischi che si rialzi lo spread (ieri ne parlava un osservatore acuto, Tremonti), vuole che la legge di Stabilità venga “messa in sicurezza”. Proporrà, cioè, ai tre grandi partiti che vogliono il voto anticipato, una volta chiusa la pratica della legge elettorale, un ‘patto’ di garanzia per mettere in sicurezza la prossima Legge di Stabilità.

Del resto, Mattarella ha in mano un’arma non di poco peso: le Camere le scioglie lui, secondo Costituzione, non altri. Tocca ai partiti che più pressano per il voto anticipato – Pd in testa, ovvio – proporre soluzioni fattibili, si dice al Colle. Le soluzioni che il Pd propone sono tre e sono state prese in esame in un recente seminario riservato organizzato da Astrid, presidente Franco Bassanini, con esperti e politici di area dem.

La prima ipotesi è anche la più azzardata. Consiste in un anticipo della manovra economica d’autunno già a luglio con dentro alcune norme chiave per rassicurare la Ue e i mercati. Il precedente c’è: il ministro dell’Economia Tremonti, nel 2008, fece anticipare a Berlusconi l’80% della manovra in un consiglio dei ministri di metà agosto. La controindicazione è che, date le fibrillazioni dell’attuale maggioranza, che va dal Pd ad Ap, da Mdp a centristi minori, il voto di fiducia che necessita una manovra è a rischio.

La seconda strada è quella che, di fatto, propone Renzi in un vortice di date e tempi che ricordano il Blitzkieg tedesco nelle guerre mondiali. La ‘guerra lampo’ di Renzi prevede: legge elettorale approvata entro metà luglio, Camere sciolte per fine luglio, il ministero dell’Interno che si prende solo 55 giorni per indire i comizi elettorali, elezioni politiche il 24 settembre, convocazione delle nuove Camere e suoi adempimenti (elezione dei presidenti, costituzione dei gruppi, etc.) in dieci giorni, consultazioni brevi e nuovo governo – di larghe intese, difficile immaginarne altri – che entra in carica e presenta la nuova Finanziaria il 15 ottobre. Un percorso di guerra irto di troppi ostacoli e imprevisti per riuscire ad essere approvato e praticabile senza intoppi.

Ecco perché la terza ipotesi è la più gettonata. Il governo in carica “per il disbrigo degli affari correnti”, cioè Gentiloni, spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti, “presenta lui la legge di Stabilità alla Ue. Del resto quel governo può fare tutto, anche emanare decreti, tranne mettere la fiducia”. Dopo questa legge di Stabilità ‘quadro’ o ‘cornice’ al nuovo governo l’onore di ‘accompagnare’ la Finanziaria nell’iter parlamentare per approvarla entro il 31 dicembre, evitando lo spauracchio di tutti, l’esercizio provvisorio dello Stato. Quale delle tre strade verrà scelta non si sa, ma una cosa è certa: senza garanzie sulla messa in sicurezza della Legge di Stabilità, il Colle non cederà sulla fine della legislatura.


Montecitorio

L’emiciclo di Montecitorio

 

2. Date e tempi del possibile voto anticipato. Un percorso di guerra, ma fattibile. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Dal punto di vista politico, l’accordo tra Pd e FI sul sistema elettorale ‘alla tedesca’ sembra cosa fatta. Ma aprirà davvero la strada a elezioni politiche anticipate a settembre (il 24, quando si vota in Germania) o a ottobre (il 22)? La risposta è “dipende”, i possibili ‘stai fermo un giro’ o ‘ripassa dal via’, come nel Monopoli o nel Gioco dell’Oca, sono tanti. Calendari alla mano, vediamo i principali step.

Pronti, via! Con un accordo ‘blindato’ tra Pd e FI (oltre alla Lega e altri gruppi minori), il testo sulla nuova legge elettorale – anche se il termine per limare gli ultimi emendamenti in commissione è slittato al 31 maggio – può passare all’esame dell’Aula dal 5 giugno: entro una settimana, al massimo 15 giorni, può essere approvata, cioè entro il 24 giugno, ma dal Pd filtra che si potrebbe anche riuscire prima, entro la data del primo turno alle elezioni comunali (11 giugno) perché un accordo blindato tra i tre grandi partiti (Pd, FI, M5S) rende fattibile tale scenario. Infatti, i colloqui in corso in questi giorni dicono che il varo della riforma elettorale (in Aula Camera dal 5 giugno) è possibile in una settimana. A quel punto la palla passa al Senato: dovrebbe/potrebbe approvare la riforma a tempo di record, al massimo a metà luglio. Qui scatterebbe il primo trucco per accelerare la corsa verso il voto. Infatti, non si possono indire elezioni senza il disegno dei collegi, previsti dalla nuova legge. Di solito, per designare i collegi si da una delega al governo, cioè al ministero dell’Interno, che ha a disposizione 45 giorni di tempo. “Ma – spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti – gli uffici tecnici della Camera sono perfettamente in grado di disegnare i nuovi collegi e inserirli già nella nuova legge senza alcuna delega”. Ergo via allo scioglimento anticipato delle Camere entro il 30 luglio. Da quel giorno scatta la corsa per il voto.

 Sole alto, Camere sciolte. Una volta preso atto della fine della legislatura, con relative dimissioni del governo, il Capo dello Stato, potere solo suo, indice le nuove elezioni. Il decreto di scioglimento che partirebbe da metà (o fine) luglio contiene, per prassi, un minimo di 45 giorni e un massimo di 70 giorni per indire, da parte del ministero dell’Interno, i comizi elettorali, ma di solito se ne usano 55, cioè il ministero usa i 55 giorni ‘di media’ come termine cautelativo. Anche nella ipotesi migliore, dunque, quella delle Camere sciolte entro il 15 luglio, o al massimo entro il 30 luglio, la data del 24 settembre sarebbe – considerando i 55 giorni necessari – la prima data utile per indire nuove elezioni. Una data molto a rischio, date le molte incognite che pesano ancora sull’iter dello scioglimento delle Camere, ma è anche quella che il leader dem vuole per mettere in linea l’Italia con il voto delle elezioni politiche in Germania.

Restano comunque a disposizione molte altre date, per il voto anticipato: quelle dell’8, del 15 e del 22 ottobre. In ogni caso, le liste elettorali vanno presentate un mese prima della data del voto: per votare in ottobre i partiti dovrebbero depositarle a fine agosto, per votare il 24 settembre a… Ferragosto.

Nuove Camere, vecchi problemi. Tra la data delle elezioni e la convocazione delle nuove Camere passano, di solito, venti giorni che si possono, al massimo, ridurre a dieci. Tra i primi adempimenti (elezione dei due presidenti e dei vari organi, formazione dei gruppi parlamentari, etc.) e le prime consultazioni per la formazione di un nuovo governo, passano altri venti giorni, riducibili a dieci, forse meno. Da notare che l’idea di Grillo – voto anticipato il 10 settembre per impedire che scattino, per i parlamentari, i vitalizi (15 settembre) – non solo è bislacca ma indica un partito, i 5Stelle, digiuni di conoscenza di diritto costituzionale. Le Camere, infatti, restano in carica da insediamento (quello della legislatura incorso è iniziato a marzo 2013) a insediamento (con elezioni il 10 settembre ci vorrebbero almeno altri dieci/giorni, scavallando la data del 15 settembre, quindi anche in questo caso i vitalizi scatterebbero comunque…). Inoltre, votare il 10 settembre vorrebbe dire aver sciolto le Camere non oltre il 10 luglio.

Uno scoglio ineludibile, la legge di Stabilità. La manovra economica va presentata a Bruxelles entro il 15 ottobre. Chi – cioè quale governo – l’approverebbe? Un seminario riservato svolto dalla fondazione Astrid ha individuato tre strade. La prima è l’anticipo della manovra, almeno nelle sue linee generali, a fine luglio, come fu fatto dal governo Berlusconi (ministro dell’Economia Tremonti) nel 2008. La seconda strada, in caso elezioni anticipate il 24 settembre, prevede che la manovra economica la vari il nuovo governo ma presentarla a Bruxelles il 15 ottobre vede tempi stretti. La terza strada rappresenterebbe un unicuum, ma – assicura Ceccanti – “si può fare”: il governo Gentiloni, che in ogni caso sarebbe ancora in carica “per il disbrigo degli affari correnti” può “presentare la legge di Stabilità come può emanare decreti legge, la sola cosa che non può fare è mettere e chiedere la fiducia su alcun provvedimento”. Fiducia necessaria, invece, ad esempio, per variare la Nota di aggiornamento al Def che va votata entro il 30 settembre. Dopo la presentazione a Bruxelles di una legge di Stabilità ‘quadro’ o ‘cornice’, spetterebbe al nuovo governo in carica – e legittimato dal voto popolare – ‘accompagnare’ la legge di Stabilità nell’iter parlamentare e approvarla entro il 31 dicembre per evitare che scatti l’esercizio provvisorio.

NB: I due articoli sono stati pubblicati il 27 e 29 maggio su Quotidiano Nazionale 

 

Un’intervista a Guerini, Orlando da Prodi, Renzi, il Pd lombardo. Archivi, ma recenti

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

  1. Il vicesegretario Pd Lorenzo Guerini: “Pronti a fare subito la legge elettorale”

Ettore Maria Colombo – ROMA

Parla Lorenzo Guerini, vicesegretario dem e coordinatore della mozione Renzi per il congresso, detto anche ‘il Forlani’ di Matteo.

I 5Stelle dialogano in campo aperto con la Cei e la Chiesa.

“Non enfatizzerei le interviste di questi giorni, il cui significato è stato successivamente circoscritto e precisato. Il Pd ha chiaro il valore del dialogo così come la distinzione dei ruoli. Su molte questioni che stanno a cuore ai cattolici italiani, dal valore della democrazia rappresentativa, al senso dello Stato, all’attenzione ai più deboli, il Pd ha posizioni chiare e offre risposte precise come ad esempio sul reddito di inclusione che ha visto un proficuo dialogo con l’Alleanza contro la Povertà. Su questi temi si misura una distanza siderale con i 5 Stelle”.

Però con i grillini ci volete fare la legge elettorale…

“Noi parliamo con tutti”.

Anche con Forzia Italia? E su quale canovaccio e quali punti specifici?

“Noi abbiamo avanzato più proposte che vanno nella direzione di non favorire la frammentazione, mantenendo il premio alla lista anche al Senato e armonizzando le soglie verso l’alto tra Camera e Senato. Ora tocca agli altri rispondere o fare una proposta, noi siamo pronti. Anche a fare un accordo con Grillo, se serve”.

I rapporti burrascosi tra il Pd e Padoan ora segnano bel tempo?

“Non c’è stata nessuna burrasca, ma un utile confronto”.

Ma in autunno, con la Ue e con Bruxelles, giocherete a braccio di ferro?

“Il tema non è il braccio di ferro con la Ue. Noi, proprio perché crediamo nell’Europa, nei suoi ideali e nel suo ruolo nel mondo globalizzato, pensiamo che debba cambiare profondamente direzione di marcia. L’attenzione per i conti pubblici non deve far venir meno nuove e innovative politiche di crescita e sviluppo. Una cosa è certa: l’austerity della Ue finora non ha funzionato”.

L’Iva aumenterà? E le tasse?

“Lo ha escluso lo stesso Padoan. Il Pd e il governo Renzi hanno lavorato abbassando la pressione fiscale e non intendiamo abbandonare questo percorso virtuoso”.

Parliamo delle primarie. Non è che sperate in una bassa affluenza?

“Il Pd è il solo partito italiano che fa congressi veri, chiama i suoi militanti ed elettori ad esprimersi, rende la sua leadership contendibile. Nella prima fase hanno votato oltre 266 mila iscritti e sono certo che i nostri elettori voteranno alle primarie e ci riserveranno ancora una volta una bella sorpresa. Renzi ha avuto un ottimo risultato tra gli iscritti (ha preso il 67% dei voti, ndr.) e sono certo che anche il voto degli elettori ci darà soddisfazione”.

Orlando parla di un “partito di notabili di stampo prefascista”…

“Il Pd è un partito con 450 mila iscritti, 6 mila circoli, con tanta gente che partecipa, persone in carne e ossa. Chiedo a tutti più rispetto per la nostra comunità”.

Ma perché Renzi rifiuta il confronto in tv, a eccezione di Sky?

“Perché ci stiamo muovendo con le regole utilizzate anche nelle precedenti primarie che prevedevano un solo confronto televisivo. Dopodiché non c’è giorno che passi in cui in qualche trasmissione tv non si parli del congresso de i candidati non abbiano visibilità. Non c’è bisogno di inventarsi una polemica ogni giorno”.

Non è che se vince Renzi poi cade il governo?

“Assolutamente no. Noi il governo lo sosteniamo convintamente. Se Renzi vince e ritorna segretario darà ancora più forza al nostro partito e alle sue proposte per l’Italia in vista delle prossime elezioni”.

Dopo il voto sarà inevitabile un governissimo con Berlusconi?

“Io non mi rassegno a un’Italia proporzionalista. Il Pd ha e manterrà la sua vocazione maggioritaria. Si rivolgerà a tutti gli italiani e in particolare ai quei 13 milioni che il 4 dicembre scorso hanno detto Sì al nostro progetto di cambiamento. Noi siamo una forza riformista che vuole governare questo Paese, senza inseguire alchimie politiciste che danno solo fiato al vento dei populismi”.

NB: Questa intervista è stata pubblicata sul Quotidiano Nazionale del 21 aprile 2017

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Prodi 1

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

2. Orlando da Prodi intasca mezzo endorsment, il problema di Renzi è l’affluenza. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Orlando lo definisce “un lungo e cordiale colloquio”, quello avuto con Romano Prodi a Bologna, casa del Professore, a ora di pranzo. Orlando era in città per un dibattito con il governatore del Lazio, Zingaretti, e il sindaco, Merola, suoi fan, e poi è volato a Milano per intavolarne un altro con Giuliano Pisapia, pure suo tifoso. Il ministro è stato, sì, ricevuto, dal padre dell’Ulivo, ex premier e ideatore delle primarie (partorite dalla mente di Arturo Parisi, in realtà, il quale è anche l’unico prodiano che oggi tifa per Renzi), ma la realtà è che il Professore non si è sbilanciato più di tanto. “Abbiamo parlato di temi generali”, dice uscendo, davanti ai cronisti, Orlando, “di vita politica italiana e internazionale”. Il fraterno colloquio, però, cadendo a una settimana di distanza dalle primarie, aveva generato l’idea del ‘colpaccio’. I renziani dubitano che l’endorsment arriverà mai. A tranquillizzarli, in parte, sono gli stessi uomini del Prof che assicurano: “Prodi non lo può tirare per la giacca nessuno”, nella sua cultura ci sono le primarie, non dire per chi vota, non lo ha fatto ieri né lo farà ora, lo stile è sostanza”. Però, se il veleno sta nella coda, gli stessi fanno notare che “il Prof fa sua la battaglia di Orlando per una forte partecipazione al voto” e anche – anzi, forse, soprattutto – “quella per tenere unito il Pd”. Come se, è il sottotesto, una vittoria di Renzi potrebbe spaccarlo o, Dio non voglia, provocare nuove dolorose scissioni (vedi Bersani).

Poi c’è la – piccola – pattuglia dei prodiani ancora operanti nel Pd, guidata dalla ex portavoce del premier, la deputata Sandra Zampa, che lavora tutta, pancia a terra, per Orlando, il quale gigioneggia: “parlare con Prodi è sempre utile” (traduzione: Renzi non lo fa). L’accenno prodiano polemico, da leggersi in chiave anti-renziana, sta, invece, nella sola frase ufficiale che esce da casa Prodi: “abbiamo condiviso l’augurio di una grande e bella partecipazione alle primarie che possa segnare il necessario risveglio del Pd”.

E qui la lingua batte dove il dente duole. Infatti, gli ‘orlandiani’, e lo stesso Orlando, si danno sulla voce da settimane nel sostenere che Renzi vuole “far votare poca gente” e che l’ex premier, tra mancati inviti ai confronti tv (al netto di Sky, dove il confronto si terrà il 26 aprile, ma sarà l’unico, in Rai solo confronti a distanza) e presunta assenza dai ‘territori’, avrebbe messo “la sordina” ai gazebo per disincentivare l’affluenza e garantirsi “vittoria facile”.

E se è vero che il giorno scelto, domenica 30 aprile, è poco felice – capita a metà di un mega-ponte, tra 25 Aprile e Primo Maggio – è vero anche che al Nazareno sono ben consapevoli del problema. Una bassa partecipazione al voto (sotto il milione e mezzo, per dire, quando la stima è dei renziani è tra 1,5 e 1,8, forse 2 milioni) depotenzierebbe una vittoria, quella di Renzi, data ormai per certa, e pure con percentuali, pare, schiaccianti (Renzi è intorno al 65%, Emiliano è fermo al 18%, Orlando non si schioda dal 22%). Ergo, Renzi ci tiene eccome, all’affluenza. Solo che preferisce parlare ‘al Paese’, da candidato premier già in pectore. Ieri ha detto che “Noi siamo quelli che parlano bene dell’Italia, non rassegnatevi”. Il nemico, per Renzi, sono i populisti, Lega e M5S, e non vede l’ora di affrontarli nell’unica gara che, per lui, conta: le Politiche.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 23 aprile 2017 sul Quotidiano Nazionale. 

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maurizio martina

Il ministro all’Agricoltura Maurizio Martina (Pd)

3. Maroni e Zaia promuovono i referendum autonomisti, il Pd lombardo si divide. 

Ettore Maria Colombo – ROMA
Maroni e Zaia vogliono apparire più ‘leghisti’ del re (Salvini) e il Pd del lombardo-veneto vuole apparire, come da tradizione, più ‘autonomista’ di quello romano. Tanto che il sindaco di Milano, Sala, annuncia che voterà Sì con parole non dissimili da quelle usate da Giorgio Gori, oggi sindaco di Bergamo e assai probabile candidato del
centrosinistra alla guida della Lombardia nel 2018.
Il tema è il referendum sull’autonomia di Veneto e Lombardia che i consigli regionali a maggioranza centrodestra e trazione leghista delle due regioni hanno deciso di promuovere il 22 ottobre 2017. I referendum sono solo ‘consultivi’ (non potrebbero che essere tali) e invocano più autonomia regionale e più competenze esclusive, specie
sul piano delle politiche fiscali, ma stanno già terremotando la politica locale e nazionale. L’M5S, per dire, apprezza l’idea e, pur dicendo che “non si fida” di Maroni e Zaia, è orientato al Sì.

I due governatori leghisti, Roberto Maroni e Luca Zaia hanno trovato l’accordo per votare in contemporanea, nelle due regioni (in Lombardia con scrutinio elettronico). I due sono in via di riposizionamento anche all’interno della Lega oggi guidata dal ‘nazionalista’, se non ‘centralista’ Salvini, presto a congresso: vogliono rinsaldare
l’alleanza di centrodestra sul piano nazionale e, soprattutto, locale, visto che in Lombardia nel 2018 si vota e Maroni è pronto ad abbinare il voto alle Politiche, se ci saranno. Così, mentre sia Bossi (“Era ora”) che Salvini (“Non vedo l’ora di andare a votare”) esultano, la scena stavolta è tutta per loro due. Zaia si batte il petto orgoglioso
(“il 22 ottobre il popolo veneto e quello lombardo scriveranno una pagina di storia”), mentre Maroni fa il realista (“Il risultato è a portata di mano, il voto per l’autonomia può e deve essere trasversale”), guardando ai 5Stelle.

Il problema, tanto per cambiare, deflagra e divide, invece, Pd. Il governo – prima con Renzi, poi con Gentiloni – e i vertici del partito avevano chiesto alle due regioni di aprire una trattativa con l’Esecutivo sulla base dello stesso articolo 116 comma 3 della
Costituzione attraverso cui i quesiti referendari sposati dai leghisti vogliono arrivare alla maggiore autonomia, ma senza avere la garanzia del risultato, legato appunto a un successivo negoziato.

La differenza sta, come sempre, nelle diverse sensibilità tra il Pd ‘romano’, cioè nazionale, e quello del ‘lombardo-veneto’ che, da decenni, ormai, insegue, senza successo, la Lega sul suo terreno. Ora, però, sta per riprovarci: il candidato del Pd alle Regionali non sarà il bresciano ministro Martina, come pure si era detto a lungo, ma il
bergamasco Giorgio Gori, renziano di ferro almeno quanto il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, è invece ormai ostile al leader tanto che, ieri sera, quando Renzi è venuto a Milano, era assente.

Sala, però fa un apertura di credito non indifferente al referendum: lo giudica “uno spreco di denaro”, ma poi annuncia che voterà Sì. Gori, sempre ieri, ha ripetuto il concetto: “Condivido l’obiettivo dell’autonomia, ma il Governo, con il ministro Martina, ha dato segnali di apertura, non c’è bisogno del referendum per trattare”. Il ministro Martina, invece, sposa secco e duro la linea opposta, quella del Pd centralista: “il referendum costerà 46 milioni, è del tutto inutile e dopo le regioni dovranno trattare lo stesso”.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 22 aprile 2017 su Quotidiano Nazionale 

Pd, Renzi vuole l’election day a giugno o il congresso anticipato. Orlando lancia la sua idea (e candidatura?) di partito. Correnti interne in confuso movimento

COMUNICAZIONI DEL PREMIER RENZI ALLA CAMERA IN VISTA DEL CONSIGLIO UE

Matteo Renzi, segretario del Pd, e Lorenzo Guerini, vicesegretario dem

Ettore Maria Colombo
ROMA
IERI sono arrivati tre segnali positivi, per un Matteo Renzi che la vulgata dem descrive (sbagliando) come «nervoso, solo, depresso, arrabbiato con tutti e sospettoso di tutti».
Il primo è la sentenza della Consulta che chiede «maggioranze omogenee» tra i due sistemi elettorali di Camera e Senato, sì, ma legittima i capilista bloccati, permette leggi elettorali ‘differenti’ e insomma «con questo sistema, il Legalicum come lo chiamano i 5Stelle», dice con ironia un renziano, «si può andare a votare in ogni momento».

«LA SENTENZA ‘aiuta’ il percorso di chi vuole andare a votare subito», assicura un luogotenente del segretario che ieri presidiava il Nazareno anche quando Renzi è partito per Pontassieve, «perché, in Italia, non è stata sospesa la democrazia, votare si può, anche con il combinato disposto delle due sentenze della Consulta su Porcellum e Italicum».
Rivelatore un tweet lanciato nella serata di ieri da Matteo Ricci, sindaco di Pesaro, responsabile Enti locali, nonché fedelissimo del segretario che gli ha chiesto di digitare sulla tastiera: «#Electionday a giugno. Mille comuni, Sicilia e Politiche. Altroché congresso. Legge elettorale poi città e Italia. Stop beghe interne». Traduzione: nuova legge elettorale o, mal che vada, «trasposizione» del sistema uscito dai verdetti dei giudici da far approvare dal Parlamento nel giro di due mesi al massimo; fine del governo Gentiloni; scioglimento delle Camere entro il 25 aprile (servono dai 45 ai 70 giorni per indire i comizi elettorali) ed elezioni politiche l’11 giugno per tentare l’abbinata vincente. E cioè, appunto, il già citato election day tra politiche, elezioni comunali e regionali in Sicilia.

Il secondo segnale positivo, per Renzi, è l’intervista del ministro Andrea Orlando all’Huffington Post. Orlando chiede, sì, «una Bad Godesberg» e «un Pd da rifondare». Non è ancora detto se in accordo o meno con Renzi, stile ‘staffetta’ Prima Repubblica. «Tu ci guidi alle elezioni per tornare al governo, io mi dedico a ricostruire e a curare il partito», secondo la versione che gira al Nazareno, sarebbe la proposta di Orlando allo stesso Renzi. In ogni caso, Orlando non si oppone a Renzi («il golpe? Fandonie», dicono i suoi), punta «alla riflessione, allo stimolo delle nostre energie migliori». Il ministro sembra accettare interamente il timing renziano (modifica rapida alla legge elettorale ed elezioni, anche a breve), ma chiede in cambio «un percorso che parli all’Italia del futuro», partendo «dagli errori degli ultimi vent’anni, non solo degli ultimi tre (quelli di Renzi, ndr)». Orlando, insomma, prepara una vera e propria Opa sul partito – ha, peraltro, dalla sua, pezzi da 90 come l’ex capo di Stato Napolitano, migliorista come il suo amico Macaluso, l’ex tesoriere dei Ds Sposetti, forse persino D’Alema, di certo Fassino e tutto un pezzo della filiera ex Pcid-Pds-Ds – però non strizza l’occhio alla «scissione» né alla minoranza interna, ma si pone come ‘terzo’, se e quando mai deciderà di esserlo, tra Renzi e i suoi avversari attuali.

I ‘tre amigos’ (Speranza, Emiliano, Rossi) che si sono tutti e tre candidati per conto della minoranza come campioni – ognuno a suo modo – dell’antirenzismo hanno messo paletti assai alti per rinunciare alla scissione (fino a ieri da D’Alema invocata, ora da D’Alema esclusa…): «Congresso nei tempi stabiliti, appoggio al governo Gentiloni fino al 2018 e via i capilista bloccati dalla legge elettorale». Altrimenti, vanno via, forse con D’Alema, forse con Vendola e Fratoianni, forse con Pisapia e Merola, forse con tutti loro e anche di più.

Il terzo segnale positivo per Renzi si muove, invece, dentro la tattica parlamentare, dove i movimenti di truppe vanno un giorno in un senso e un giorno nell’altro in uno stato di (grave) confusione interna che è sicuramente politica, ma in alcuni casi anche mentale. Ieri, per dire, 17 senatori, area ‘Giovani Turchi’, vicini al leader Orfini, hanno contrapposto le loro firme di ‘lealisti’ al segretario Renzi contro quelle dei 40 senatori dem che, l’altro ieri, ispirati da Giorgio Napolitano, chiedevano invece di «arrivare fino a fine legislatura» e «appoggiare lealmente Gentiloni». Solo che 11 dei ‘17’ – che chiedono il premio alla lista invece che alla coalizione, oltre che elezioni subito – comparivano pure nell’elenco dei precedenti 40… Insomma, non si capisce se alcuni dei 40 (11, appunto) si sono ravveduti e sono tornati sia Giovani Turchi che renziani o nutrono una forte capacità di mimesis antica.

Certo è che, nelle correnti, molto si muove e tutti si riposizionano: i franceschiniani (Area Dem) sono gli unici compatti, dietro il loro leader (Franceschini, appunto), nel non volere le urne anticipate, nel chiedere il premio di coalizione e non alla lista e di non fremere per il congresso anticipato. I Giovani Turchi sono spaccati come una mela: una parte (una decina di senatori e altrettanti deputati sta con Orlando, che chiede congresso a data certa, ma non immediato, e premio alla lista (non alla coalizione), ma legge elettorale ed elezioni – ma di lui Renzi non si fida – mentre Orfini è perfettamente allineato alle scelte di Renzi (con lui una ventina di GT al Senato e una quarantina alla Camera) come pure i renziani (anche se non tutti: Richetti, per dire, s’è del tutto sfilato dal renzismo e molti altri con lui) e pochissimi altri. Ex popolari di Fioroni, un gran pezzo della corrente del ministro Martina (Damiano), ex lettiani col coltello tra i denti contro Renzi (Boccia, Ginefra, Laforgia), ex ulivisti in rotta di allontanamento (Monaco, Zampa, Lo Giudice) e, ovviamente, la minoranza di rito bersaniano ma anche cuperliano non vedono l’ora di detronizzare il re.
Eppure, segnali di speranza, per Renzi, arrivano da altri deputati che  dicono sia «no a nuove tasse» nella ‘manovrina’ che il governo Gentiloni deve far approvare e votare entro marzo, dal Parlamento (ieri il deputato renziano e toscano Fanucci ha raccolto 35 firme di deputati su un documento che promette ‘sfracelli’, sfiducia compresa, se nella manovrina compariranno nuove tasse), sia <<congresso subito» al grido, ultrarenziano, di ‘e famolo sto’ congresso’, come cinguettavano, ieri su Twitter, Esposito e Morano, Ermini e Romano.

IL PUNTO fermo è, appunto, che l’ex premier non ha ancora rinunciato ad andare a elezioni anticipate, anzi, le rilancerà alla Direzione dem allargata e già convocata per lunedì 13 febbraio in un luogo atipico (il centro congressi di via Alibert) perché dovrà contenere quasi 700/1000 persone, neanche si trattasse di un Assemblea nazionale (200 i membri della Direzione, 113 i senatori dem, 305 i deputati, 120 i segretari provinciali, 20 quelli regionali, etc.) E anche se Renzi proporrà l’alternativa, quella del «congresso subito» al posto delle urne, anch’esso andrebbe tenuto nell’ormai fatidico mese di giugno, entro e non oltre l’11. Renzi si presenterebbe dimissionario («basta una lettera agli organi di competenza», spiega uno dei suoi) e i poteri passerebbero al presidente del partito (Orfini) per convocare l’Assemblea nazionale che darebbe il via al congresso ‘sprint’. Sempre che, appunto, a Renzi non riesca il piano A: quello di andare ad elezioni anticipate.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 10 febbraio a pagina 4 del Quotidiano Nazionale.