Renzi ha stravinto, ma teme l’incubo flop alle primarie aperte. Orlando ed Emiliano non si rassegnano ai risultati

Andrea Orlando

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando (Pd)

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Chi vince vince, chi perde riconosca il risultato. Punto”. Matteo Renzi – letti e riletti i dati assoluti che lo hanno visto trionfare nel primo turno della campagna congressuale – è tornato in forma smagliante. Sforna una Enews già di mattina, dove definisce il suo risultato “impressionante”, manda sms di complimenti a Guerini, che del suo 68% è stato l’artefice principale, rincuora e ringrazia gli iscritti per “la grande prova di affetto dopo quattro mesi complicati”. A sera si fa intervistare da ben due radio (Rtl 105 e Zapping su Radio 1): parla di terrorismo, governo, poi dice “basta a polemiche inutili” e sul congresso ribadisce: “la matematica non è un’opinione”. Morale, ho vinto, rassegnatevi. La verità è che, dopo aver dovuto accettare di fare il candidato ‘abscondito’, ora l’ex premier scalpita. Vuole tornare in pista e programma una serie di uscite sui media (lunedì prossimo sarà da Vespa, ospite di Porta a Porta, ma farà anche altri talk show). Senza dire del suo libro in uscita per Feltrinelli (titolo top secret pubblicazione dopo le primarie) e di quando il 9 maggio incontrerà Obama, in Italia per il salone del Cibo a Milano. Insomma, Renzi non vuole aspettare il solo striminzito confronto televisivo tra i tre candidati che si terrà su Sky il 26 aprile. I suoi sfidanti provano a provocarlo sul suo terreno, quello delle primarie aperte. Emiliano dice “tutto può succedere, il risultato è aperto”, Orlando fa un paragone ardito: “Ora stiamo facendo ancora le prove libere di Formula 1, la gara deve ancora iniziare, il primo uscirà dalle urne il 30 aprile”.

Ed è su quel giorno, sulle primarie aperte, che si addensano le nubi. Il 30 aprile, infatti, capita a metà di un mega-ponte e, ad oggi, le primarie non paiono appassionare gli italiani. Sondaggi ancora non ci sono, ma al Nazareno, un mese fa, avevano messo l’asticella a 2.200 mila-2.500 mila votanti, ora l’abbassano assai: si tengono sui 1.500 mila-2 milioni. Sotto il milione e mezzo il flop sarebbe assicurato e Renzi ne otterrebbe una vittoria di Pirro, sopra i due milioni “non sappiamo neppure noi chi, in questa fase politica caotica, andrebbe a votare”, dicono ai piani alti del Pd. Per non dire di Cuperlo che invita i bersaniani alle urne per sostenere Orlando (cosa, peraltro, vietata dallo Statuto) provocando l’ira funesta dei renziani contro “Gianni, l’agente provocatore”.

Nell’attesa Renzi e i suoi si godono i dati di una vittoria a valanga. Su 266.726 mila votanti (affluenza al 59,29%, nel 2013 votarono 295 mila iscritti, fa -30 mila), Renzi prende il 68,2% (181 mila, nel 2013 furono 133 mila), Orlando il 25,4% (68 mila, Cuperlo ne prese ben 116 mila), Emiliano il 6,3% (17 mila). I dati sono di parte renziana e ancora ieri sono stati oggetto di contestazione da parte di Orlando e anche di Emiliano. In ogni caso, la commissione congressuale li certificherà oggi per poi proclamarli il 9 aprile alla Convenzione nazionale, quando verranno anche selezionati i candidati nei collegi che sosterranno i candidati (per Renzi ci sarà un ‘listone’) alle primarie e soprattutto dopo, all’interno dell’Assemblea nazionale, che dovrà scegliere tra i due candidati arrivati primi se nessuno dovesse raggiungere la soglia del 50,1%, provocando una bolgia dantesca.

La verità è che i rapporti tra renziani e orlandiani si stanno pericolosamente guastando e ricordano sempre più da vicino i ferri corti tra renziani e bersaniani pre-scissione. Uno di solito british, l’ex veltroniano Andrea Martella, coordinatore della mozione Orlando, va giù secco: “Al Sud i capi-bastone stanno tutti con Renzi. Vincerà lui? Vedremo, ma è unfit. Perderà le amministrative, le regionali e poi le politiche. Non sarà mai più premier, che lo si sappia”. Il sottosegretario agli Esteri Amendola e il toscano Manciulli, che gli sono amici e lo ascoltano in un Transatlantico deserto, gli chiedono scherzando se “ti stai preparando anche tu a passare con Bersani…”. Poi arriva Guerini e Martella lo affronta duro, anche se Guerini, come sempre, smussa, minimizza, cheta. Ma la verità è che se Renzi vincerà largamente pure le primarie ci potrebbero essere nuovi strappi nel Pd. 

NB: L’articolo è stato pubblicato il 4 aprile 2017 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale.

#ilRetroscena/2. Ipotesi rimpasto, Boschi vicepremier o numero due del nuovo Pd post Regionali e Guerini al gruppo Camera

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd).

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd).

Tira un’aria strana nel Pd che conta, alla Camera come al Senato, al Nazareno come a palazzo Chigi. Certo, la questione delle liste, specie in Campania, zeppe – anche se non dentro le liste del Pd, ma in liste collegate – di nomi “impresentabili e ingiustificabili”, come ha detto ieri Renzi, pesa. Certo, il risultato delle Regionali è atteso come un ‘giudizio di Dio’. Se finirà 6 a 1 (sconfitta solo in Veneto e vittoria nelle altre cinque, Campania e Liguria in testa) per Renzi sarà un successo così netto da poter procedere a una vera ‘rivoluzione’ copernicana nel partito, nel governo e dentro i gruppi parlamentari.

Anche per questo, ieri, il vicesegretario, Lorenzo Guerini, e il vicecapogruppo vicario alla Camera, Ettore Rosato, hanno sconvocato, di comune accordo, l’assemblea di gruppo che oggi avrebbe dovuto eleggere il successore di Roberto Speranza, rinviandola a dopo le Regionali. “Sono tutti impegnati nelle regionali al momento”, spiega Guerini. Eppure, i deputati c’erano. Il problema è, appunto, far stemperare le tensioni interne al gruppo (tra minoranza e maggioranza e non solo) e aspettare le Regionali.

Il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, detto anche 'il Forlani' di Renzi.

Il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, detto anche ‘il Forlani’ di Renzi.

Senza dire che proprio Guerini, come ha raccontato ieri QN, potrebbe prendere il posto di Speranza, bruciando sul filo Rosato, a oggi solo candidato ufficiale, e il veltroniano Andrea Martella. Rosato – cui tutti, nel gruppo Pd, riconoscono stoffa e capacità – nell’ambito della ‘rivoluzione’ renziana andrebbe al partito, o al governo, ma per un incarico corposo, tipo il ministro alle Riforme. Al posto della Boschi: Renzi la sta lanciando e mandando in giro per l’Italia sempre di più come il suo vero ‘vice-premier’ e potrebbe farlo anche formalmente.

O, sempre la Boschi, potrebbe diventare lei vice-segretario ‘unico’ del Pd, abolendo i due attuali, ma con un uomo d’ordine, fidato e renziano, all’Organizzazione. E questa seconda ipotesi sta prendendo sempre più quota nella testa di un Renzi che vuole “investire di più sul Pd-partito, finora tenuto sotto bromuro, rivitalizzarne vocazione, ruolo e struttura”, spiega una fonte vicina al premier.

“Quello che non funziona” – spiegava ieri Guerini a un collega – “è tenere insieme il ruolo di direzione politica e pubblica del Pd insieme a quello organizzativo”. Renzi potrebbe così, inoltre, dar vita a un mega-rimpasto. Ne consegue che Guerini andrebbe, appunto, a fare il capogruppo alla Camera. La sua nomina avrebbe un duplice significato: riconoscimento a chi, per Renzi, ha fatto il lavoro duro e sporco da quando è a Chigi e un ramoscello d’ulivo offerto alla minoranza dem che ‘gradisce’ Guerini più di Rosato al pari degli ex-Dc. Si vedrà dal 31 maggio in poi.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 13 maggio 2015 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

ilRetroscena/1. @lorenzoguerini ha un futuro da capogruppo del Pd alla Camera?

Il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, detto anche 'il Forlani' di Renzi.

Il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, detto anche ‘il Forlani’ di Renzi.

E se fosse Lorenzo Guerini – l’Arnaldo’ (nel senso del vecchio leader della Dc, Arnaldo Forlani) di Renzi, l’abile tessitore, o meglio il ‘Sono Wolf, risolvo problemi’ del premier e segretario del Pd, oggi vicesegretario nazionale di un partito nelle peste tanto che è’ proprio al povero Guerini che tocca di sbrogliare i casi più scottanti e dolenti (vedi alla voce: Regionali e, in particolare, Campania, Puglia, etc.) – a diventare capogruppo del gruppone (309 deputati, un’uscita di recente, quella di Pippo Civati, molti nuovi ingressi in arrivo) del Pd alla Camera dei Deputati?

La voce è presa a circolare ieri, all’interno di un Transatlantico di Montecitorio assolato e deserto (si discuteva del rifinanziamento delle missioni militari all’Estero e della cosa non fregava nulla a nessuno) in previsione dell’assemblea del gruppo che si terrà mercoledì 13, dalle ore 14, presente lo stesso Renzi. Sarà lì che il gruppo – finora retto dal vicario, Ettore Rosato, formidabile bulldog d’aula per i colleghi renitenti al voto o assenti – si ritroverà per eleggere il successore del giovane Roberto Speranza. Speranza si è dimesso in occasione del voto di fiducia sull’Italicum, decidendo di rompere con Renzi e la maggioranza e con l’obiettivo di guidare quel che resta di Area riformista (i bersaniniani vecchi e nuovi) fino al congresso del 2017 per contendere la leadership a Matteo Renzi (“non sono ammesse stupide battute di spirito su quanto poco prendera’ Roberto al congresso”, reagisce stizzito uno dei suoi).

Fino all’altro ieri, i candidati a guidare il gruppo dem alla Camera (309 deputati, un gruppo enorme, di cui una cinquantina i renziani doc, tutti gli altri solo acquisiti in corso d’opera, una cinquantina scarsa la minoranza, poi gruppetti sparsi di ex-Sel, ex-Sc, e-M5S), ‘erano’ solo uno: Rosato, appunto. Le alternative, pure circolate, erano due, ma assai deboli: il quarantenne campano Enzo Amendola, esponente della minoranza, coté ‘responsabili’, cioè pro-Renzi, e il quarantenne veneto Andrea Martella, veltroniano e renziano, eterno candidato a tutto, un po’ come Rosato, che doveva fare il viceministro…

Renzi parla all'Assemblea nazionale del Pd del 15 giugno (Roma hotel Ergife)

Renzi parla all’Assemblea nazionale del Pd del 15 giugno (Roma hotel Ergife)

Morale: tutti pensavano che Rosato era (ed è ancora?) il candidato naturale alla successione di Speranza. Eppure, nominare Rosato – che potrebbe finire al governo nel mini-rimpasto che prima o poi Renzi farà, RI,pasto che potrebbe liberare molte caselle per i ‘meritevoli’ di promozione – aprirebbe più di qualche problema, dentro il gruppo dem. A tal punto che, diceva nei giorni scorsi più di qualcuno, “Rosato dovrebbe passare per acclamazione perché se si vota a scrutinio segreto finisce in un bagno di sangue per tutti, renziani e non”.

La nomina di Guerini, invece, ex diccì, ex-Ppi (e poi Margherita) di lungo corso, che sa farsi concavo e convesso a seconda delle necessità e delle circostanze, farebbe salire cori di giubilo tra gli ex diccì di ogni ordine e grado e verrebbe soprattutto vista come una apertura (o, quantomeno, non un pugno in faccia) verso quella minoranza Pd che Guerini ha sempre trattato con i guanti. Certo, mettere Guerini al posto di capogruppo aprirebbe problemi non da poco nel partito. Chi nominare al suo posto, stante che l’altro vice-segretario, la Deborah Serracchiani, di norma fa il governatore del Friuli?

Renzi in realtà ha in mente tutt’altro obiettivo: rinforzare e potenziare il settore Organizzazione, nominando un suo fedelissimo con pieni poteri di intervento sui territori. Anche per impedire casi imbarazzanti come quelli scoppiati in Campania. Casi rispetto cui persino un abile tessitore come Guerini si è dovuto arrendere, dicendo proprio ieri, in una intervista: “Basta liste fai-da-te. Non votate gli impresentabili”. Impresentabili che, però, pesano, nelle liste del Pd, soprattutto in vista del voto.

NB. Questo articolo è stato pubblicato in prima pagina del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net) il 12 maggio 2015 come Retroscena.