Renzi e l’intercettazione col babbo: “E’ una gogna, ma mi hanno fatto un favore”

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Matteo Renzi , sullo sfondo, il Senato della Repubblica

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Che schifo. Sbattere in prima pagina un colloquio privato e personale tra padre e figlio – si confida il leader con i suoi – ma dietro c’è molto altro: c’è un operazione mediatica che va avanti da mesi, a colpi di anticipazioni sui giornali e di operazioni commerciali fatte non solo per vendere libri, ma perché vogliono colpire me, vogliono farmi fuori. Siamo tornati alti nei sondaggi, ‘loro’ vogliono tirarci giù”. Se non è la descrizione di un ‘complotto’, poco ci manca. Matteo Renzi è indignato, arrabbiato. C’è chi lo descrive “decisamente furibondo” e, ovviamente, “preoccupato”. Il leader del Pd legge il Fatto quotidiano di notte, ne scarica l’edizione digitale dall’Ipad, non dorme sereno. La prima risposta la pubblica su Facebook di mattina, ma è pronta da ore, forse già dalla notte.

La data della telefonata intercettata tra padre e figlio è il 2 marzo 2017, ore 9.45: “Babbo non puoi dire bugie, devi ricordarti che non è un gioco, devi dire la verità” ne è certo il passaggio più drammatico nel rapporto padre-figlio. Renzi, allora un privato cittadino – non più premier, non ancora segretario del Pd – parla con il padre, indagato nell’inchiesta Consip che ha visto finire in carcere, dal I marzo, l’imprenditore napoletano Alfredo Romeo e che, dal 27 dicembre, vede indagato anche il neo ministro, Luca Lotti, suo amico. Renzi legge, su Repubblica, di una presunta cena segreta tra Romeo e il padre e lo investe con veemenza (“Tu devi dire la verità, in passato non l’hai detta a Luca”). Il colloquio riguarda anche la madre, Laura Bovoli (“Non tirarla in ballo”, gli intima). Renzi teme per i possibili risvolti sia giudiziari che politici (“Tu andrai a processo, ci vorranno anni, io lascerò le primarie”) e mette in discussione persino il rapporto del padre con la fede cattolica (“Non è più questione della Madonnina e del giro di merda di Firenze per Medjugorje”). Insomma, è furibondo. Passano i mesi, Renzi torna leader dem, ma Lillo ottiene – dai Noe, che hanno iniziato l’inchiesta, per conto della procura di Napoli mentre la procura di Roma la considera irrilevante e non la mette agli atti – l’intercettazione tra padre e figlio e, ieri, la pubblica come anticipazione del suo libro sul Fatto quotidiano.

Renzi, nelle sue diverse repliche, s’indigna: parla prima su Facebook, ci torna su nel ‘Matteo risponde’ del pomeriggio, scrive la Enews la sera. Il concetto è sempre uguale: “La pubblicazione è illegittima – dice e scrive – umanamente leggerla mi fa molto male, ma politicamente mi fa un regalo: dimostra la mia serietà”. Poi aggiunge che “la divulgazione del colloquio è una gogna che mostra i cattivi rapporti tra le procure e alcune redazioni. Ma da uomo delle istituzioni voglio la verità”.

Col passare delle ore si fa strada, però, un’ interpretazione obliqua dei fatti: Renzi ne sarebbe uscito così bene che – sapendo di essere intercettato – avrebbe costruito ad arte una ‘finta’ rabbia per fare, poi, bella figura. L’ipotesi la lancia Dagospia, la insinua Francesco Rutelli, tirato in ballo proprio da Renzi nell’intercettazione pubblicata dal Fatto che lo accusa di avere rapporti con Romeo (“Falsità di un colloquio mosso dall’ira o studiato a tavolino”), gira vorticosamente nel Transatlantico di Montecitorio.

Renzi, appena ne viene a conoscenza, schiuma di rabbia: “elucubrazioni ridicole, non sanno più a che attaccarsi”. A sera, dopo essersi occupato  di legge elettorale, punta il dito contro il “malcostume giornalistico” di pubblicare “intercettazioni irrilevanti. Qualcuno dovrà rendere conto”. Resta, nell’animo di Renzi, “la puzza” di “scandaletti” che scoppiano “non appena il Pd risale nei sondaggi”, come dice ai suoi, e conclude: “C’è chi farebbe di tutto, incluso fabbricare prove false, per vedermi politicamente morto”.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 17 maggio a pagina 2 del Quotidiano Nazionale 

 

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“Babbo piange di gioia”. Renzi e caso Consip, la rivincita del leader contro gli avversari interni ed esterni

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Matteo Renzi e, sullo sfondo, il Senato della Repubblica.

“Papà sta piangendo”, confida agli amici con un sospiro. Ai giornalisti, a margine della registrazione di Porta a Porta, il racconto si fa più esteso e disteso: “L’ho chiamato io, lui mi ha chiesto ‘che succede?’, non lo chiamo spesso. Gli ho letto l’agenzia (le rivelazioni sull’inchiesta Consip che scagionano Tiziano Renzi, ndr.) e lui si è messo a piangere. E’ pur sempre un uomo di 65 anni e questa vicenda è una roba grossa. Ora vado a casa: voglio portare i miei figli a cena dal nonno”. Insomma, una giornata già iniziata bene, per Renzi – grazie alle notizie in arrivo da Genova, sempre da un giudice, e che mettono nei guai il M5S nella città del loro fondatore, Beppe Grillo – non poteva che finire meglio.
L’ex premier è sicuro: “incasseremo altre soddisfazioni”, dice ai suoi. Non si riferisce alle primarie, ma alla possibile archiviazione della posizione del padre Tiziano nell’inchiesta Consip. Lascia ai renziani – Ermini, responsabile Giustizia, Morani, Marcucci e altri –
il veleno: “Vogliamo conoscere i nomi, i fatti, e vogliamo sapere i mandanti di questa brutta storia”. Tanto che spetta, invece, al sottosegretario alla Giustizia, Migliore, neo-renziano doc, ribadire la “massima fiducia” non solo nella magistratura ma nella “Procura di Roma”, come volerla contrapporla a quella di Napoli, di Woodckok delle
cui gesta Renzi cita sempre le inchieste finite in nulla che hanno interessato esponenti del Pd (Graziano a Napoli, Margiotta a Matera), poi prosciolti, o l’Eni con De Scalzi che – proprio ieri sera – sono finiti sulla graticola grazie a un inchiesta di Report (Rai 3) che il portavoce di Renzi, Michele Anzaldi, ha attaccato per l’accostamento “tangenti e Pd” . Insomma, l’accusa dei renziani – e, sottotraccia, di Renzi – è quella di ‘macchinazione’.

Certo è che, quando arriva da Vespa, Renzi dà il meglio di sé: “Sarebbe stato facile dire ‘avete visto?’” – attacca – invece bisogna avere totale fiducia nella magistratura, la verità, prima o poi, viene a galla”. Poi aggiunge un sonoro “Grillo vergognati!” e “Leggete le
carte prima di sputar sentenze”.  Il caso Consip ha toccato e ferito Renzi figlio, non solo
Renzi padre: “Ho tatuato addosso quello che è successo in questi mesi”, dice da Vespa, “una vicenda che mi colpito, ma – aggiunge – quando capita a un normale cittadino, finire nella malagiustizia, che si fa? E quando i processi li fanno i giornali e i politici prima delle procure?”. Domande senza risposta, per ora, ma che accennano
alla volontà di mettere mano a un altra ‘Grande Riforma’, quella della Giustizia, che non ha nulla a che vedere – sia detto per inciso – con la riforma del processo penale e della prescrizione che sta portando avanti il ministro Orlando – il quale è riuscito a farci mettere la fiducia solo ora, con Gentiloni, anche perché Renzi gliel’aveva sempre negata – ma con progetti di ‘giustizia giusta’ che ricordano il primo Craxi o il primo Berlusconi.

Orlando (“Se Renzi vince, ci farà perdere le elezioni”) ed Emiliano (“Se Renzi vince, distruggerà il Pd”) lo attaccano a testa bassa, ma per Renzi – sicuro di vincere le primarie, il solo timore rimasto è legato alla scarsa affluenza: i renziani avevano dimezzato le previsioni a non oltre un milione e mezzo di votanti, due al massimo, ora tornano a farsi esigenti e parlando di “due milioni e rotti”, certo è che sotto quella cifra le accuse di flop sarebbero pesanti e lo stesso Renzi ammette “abbiamo scelto un giorno difficile” (il 30 aprile, ma i renziani se lo sono scelti da soli, ndr.) mettiamocela tutta – gli attacchi polemici dei suoi avversari interni sono solo un fastidioso rumore di fondo.  E così, rilassato e pimpante, da Vespa offre rassicurazioni su (quasi) tutto: “Il governo Gentiloni non cadrà, se vincerò le primarie, anche perché io ne sono il primo tifoso e Paolo sta facendo un grandissimo lavoro”; “non ci saranno elezioni anticipate a ottobre”.

Resta solo un busillis. Renzi vuole una legge elettorale pronta all’uso. Ecco perché è pronto al ‘patto col Diavolo’, e cioè proprio con quel M5S che attacca tutti i giorni. Da Vespa offre loro, su un piatto d’argento, “l’eliminazione dei capolista bloccati”, scalpo che
i 5 Stelle chiedono da tempo per dare il loro via libera alla trasposizione di quel che resta dell’Italicum al Senato. Ma se solo un neo ‘Nazareno’ con gli arcinemici potrebbe dare al Paese una legge elettorale, la mossa potrebbe anche essere un modo per ‘mettere paura’
a Forza Italia, che i capolista bloccati li vuole eccome, ma per ottenere sempre lo stesso scalpo, la nuova legge elettorale. Non a caso, a Berlusconi riserva una battuta affettuosa: “Altro che agnelli, quello ha sette vite come i gatti!”. Sulla legge elettorale, Renzi è disposto a parlare con tutti e di tutto, pur di avercela bella, nuova e pronta per il voto.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pag. 3 del Quotidiano Nazionale l’11 aprile 2017.  
 

Scissione Pd. Vecchia guardia spaccata, ma c’è chi punta su Landini leader. Bersaniani cauti. Fassina e Civati puntano al Partito del Lavoro

Matteo Renzi parla davanti alla Direzione del Pd riunita per discutere sull'art. 18

Matteo Renzi parla davanti alla Direzione del Pd riunita per discutere sull’art. 18

ROMA – Fare la scissione e dare vita a un nuovo partito della sinistra, quello che Renzi chiama, con disprezzo, la “sinistra arcobaleno che ha sempre perso”, o restare nel Pd, dare battaglia e provare a riprendersi, in futuro, il partito, quel partito “di reduci e nostalgici del 25%”, come li bolla sempre Renzi? La minoranza interna del Pd è davanti al ‘che fare’ di leniniana memoria.

Il pezzo più autenticamente bersaniano (e cuperliano) della minoranza Pd non coltiva sogni scissionisti. Anzi, ne ha paura: “non andiamo con Nichi. Faremmo la fine di Mussi e Angius che poi annegarono con Bertinotti”, spiega una loro fonte autorevole. Tale area vuole dar battaglia ‘da dentro’. Lo spiega, in chiaro, il bersaniano Alfredo D’Attorre: “Renzi vuole la rottura? Se lo tolga dalla testa. Noi rimarremo nel Pd per restituirgli la sua vocazione di grande partito della sinistra”. Appuntamento al (prossimo) congresso quando, dice sempre D’Attorre, “il Pd continuerà ad esserci”.

L'unico capo-area di un dissenso dentro il Pd, l'ex Rottamatore Pippo Civati.

L’unico capo-area di un dissenso dentro il Pd, l’ex Rottamatore Pippo Civati.

Pippo Civati e Stefano Fassina puntano, invece, direttamente alla scissione rinfrancati dall’aria fresca e dal ‘supporto’ dei 5 milioni di iscritti alla Cgil. I conciliaboli tra Nicola Fratoianni, nuovo vero numero due di Vendola, Ciccio Ferrara (responsabile organizzativo di Sel) e lo stesso Civati ormai si sprecano, dentro la galleria fumatori di palazzo Montecitorio. Il loro sogno è avere, per candidato premier, il leader Fiom Maurizio Landini e creare un nuovo partito. Già pronto anche il nome: ‘Partito del Lavoro’. Landini, per ora, non ne vuole sapere (“Il mio mestiere è il sindacalista, chi mette in giro queste voci indebolisce le lotte della Fiom”, ripete ai suoi), ma se davvero si votasse, tutto cambierebbe. Martedì scorso, a ‘Ballarò’, la sondaggista Ghisleri ha ‘testato’ proprio Landini: ben il 21%, per lui.

Il presidente di SEL, Nichi Vendola.

Il presidente di SEL, Nichi Vendola.

Paradossalmente, mentre Sel frena – timorosa di un ‘niet’ di Landini – Civati, convinto che Renzi porterà il Paese a elezioni anticipate a breve (a marzo, con le regionali), vuole accelerare il processo di rottura a sinistra. In un’intervista a Pagina 99 parla addirittura di “bisogno di socialismo”, di “disagio sempre più crescente nel Pd” e di una “scissione ormai vicina”. Sulle posizioni di Civati è finito, ormai, anche Stefano Fassina, ma da solo. L’ex braccio destro di Bersani, dopo aver sfilato al corteo della Cgil, ieri ha pronunciato, con l’Huffington Post, anche lui la parola ‘scissione’: “Una scissione molecolare è già in atto. Al corteo abbiamo incontrato molte persone che ci dicono che hanno lasciato il Pd”.

E, sul Jobs Act che ha portato la Cgil in piazza sabato e, presto, a indire uno sciopero generale, Fassina dice: “Senza correzioni significative non voterò il Jobs Act”. Insomma, il duo Civati-Fassina, con il ‘no’ al Jobs Act e un altro ‘no’ (magari un astensione) alla Legge di Stabilità, indicano già il superamento di quelle colonne d’Ercole che li trattengono ancora nel Pd. Del resto, Renzi non è disposto ad accettare di nuovo dei contrari, sui voti di fiducia.

NB. Questo articolo è stato pubblicato a pagina due del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net) il 27 ottobre 2014.

Bonanni anticipa l’addio alla Cisl, dove gli succederà la Furlan, ma pensa a una nuova aggregazione di cattolici

Le riforme, e cioè “la madre di tutte le battaglie che stiamo affrontando in questi giorni”, per dirla con il piglio guerresco del ministro alle Riforme Maria Elena Boschi, sono approdate, a partire da oggi, in Senato. Compito e lavoro non facile, a dirla tutta. Infatti, se è vero che gli effetti della sentenza Ruby hanno subito prodotto i loro benefici effetti – a voler guardare le cose dal punto di vista di palazzo Chigi – con tanto di rinsaldamento (definitivo?) del ‘patto del Nazareno’, il governo rischia di fare i conti senza l’oste. E ‘l’oste’ si chiama Aula, schiumante rabbia, insofferenza e insoddisfazione, di palazzo Madama. Come sempre in questi casi, infatti, ai calcoli politici si mischiano problemi e veri e propri drammi personali.

Infatti, se nella ‘fronda’ dei dissidenti di casa Pd c’è chi lo fa per convinzione profonda (Chiti, Tocci, etc.), chi quasi per dispetto (Mineo) e chi in modo intelligente e collaborativo (Gotor, Russo), in casa azzurra i dissidi di linea politica avversa a quella del Cav (Fitto, ma anche i cosentiniani e altri ‘sudisti’ sparsi tra FI e Gal) si mischiano con voglie ed eccessi di protagonismo (Minzolini). Infine, a complicare le cose, oltre all’ostruzionismo, ormai palese – specie dopo la rottura del (finto) dialogo sulle riforme M5S/Pd – dei grillini e quello dei vendoliani (tutti ‘ortodossi’, e cioè sulla linea Vendola, non a caso neppure uno è uscito dal gruppo di Sel), ci è messa, e a partire da oggi, pure la Lega Nord.

Per un Calderoli sostanzialmente ‘collaborativo’ , ma che ieri avvertiva la Boschi (“Non è vero, come lei dice, che il tempo della trattativa è finito”), c’è un segretario, Matteo Salvini, che avverte Renzi via schermi di Agorà estate (Rai 3): “Il Senato così com’è non serve, la riforma, così com’è, non la votiamo”. Morale: già sommabili i voti di M5S (ortodossi, 40, e dissidenti, 14), Sel (7), due su dieci dei Popolari (Mauro e Di Maggio), i dissidenti democrat (15, ma forse meno) e azzurri (tra cinque e dieci, dipende dalle capacità di ‘convinzione’ che metterà in campo Berlusconi verso di loro in questi giorni…), se arrivano i 15 senatori leghisti, la differenza la potrebbero fare – per far ottenere al governo e alla maggioranza l’agognata ‘quota’ dei 2/3 (214) dei voti utili a evitare il referendum confermativo – due gruppi minori e molto magmatici, Gal (11) e Autonomie (10). Non a caso, già oggi M5S e Sel chiederanno di mettere ai voti la necessità di rispedire il ddl Boschi in commissione e, nel corso dei prossimi giorni, se ne vedranno delle belle sugli articoli più deboli e contestati della riforma del Senato: elettività dei senatori, se di primo o secondo grado e come, immunità degli stessi, riduzione del numero dei parlamentari, se debba riguardare pure la Camera.

A complicare di più le cose, c’è anche il timing dei lavori d’aula. Dopo circa trenta ore di dibattito, quelle della scorsa settimana, è iniziata la discussione generale sul ddl Boschi (recante, appunto, riforma del Senato e riforma del Titolo V della Costituzione). Una discussione che si era già rivelata infuocata e ‘caldissima’, oltre che lunga quanto quella del Senatus et popolusque romanum (124 interventi di altrettanti senatori, venti minuti cadauno), ma che, da oggi in poi, s’è capito che la settimana in corso sarà pure peggio. Dopo le repliche dei due relatori, infatti, e prima di iniziare il vaglio degli emendamenti (4500 quelli presentati ‘solo’ sui primi due articoli del ddl, 7831 in tutto, 6 mila solo da Sel…) ha preso la parola la Boschi ed è stata proprio lei a dar fuoco alle polveri. “Le bugie, in politica, non servono, anzi, come diceva Fanfani – ha detto la ministra in Aula – hanno le gambe corte. Parlare di svolta illiberale e autoritaria in corso nel Paese è una bugia allucinante”.

Apriti cielo. Si sono indignati tutti, dai grillini – non nuovi ai soliti show en plein aird’Aula, tra cartelli, urla belluine, pianti e persino letterali svenimenti – ai ‘sellini’, dai dissidenti azzurri a quelli Pd (Mineo) fino ai più oscuri senatori peones di ogni ordine e grado. Il presidente, Pietro Grasso, ha cercato inutilmente di riportare la ‘calma’ in Aula, ma ormai la frittata era fatta. ‘Frittata’, quella della ministra, che fa il paio con l’intervista rilasciata ad Avvenire pochi giorni fa in cui apriva al nemico storico della sinistra italica da decenni (il semipresidenzialismo di craxiana memoria..) e che la mette in una posizione scomoda e difficile anche dentro il Pd. Infatti, se ‘contro’ Renzi, tra i democrat (senatori o deputati) è difficile trovare qualcuno che osi dire ‘ah’, contro la Boschi se ne sentono – specie nei corridoi del Transatlantico – di tutti i colori. E se è vero che c’è del sessismo malcelato, in tali critiche, è anche vero che i mugugni sul Pd a trazione renziana salgono d’intensità. Eppure, il premier è stato chiaro: “L’ostruzionismo è un sasso messo sui binari delle riforme”, ha detto dal Mozambico, “ma noi con pazienza togliamo il sasso e faremo ripartire il treno”. L’intento politico di Renzi, del governo e dei renziani di casa Pd è chiaro. Il solo elemento che latita in modo lampante è la pazienza, che a metter ‘sassi’ sulla via delle riforme ci pensano i dissidenti.

 

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il leader uscente della Cisl, Raffaele Bonanni

il leader uscente della Cisl, Raffaele Bonanni

ROMA –  Raffaele Bonanni annuncerà oggi, in una riunione straordinaria di tutti i segretari confederali e regionali della Cisl, che lascerà la guida dell’organizzazione che guidava, ormai, dal lontano 2006. La notizia la lancia Dagospia che ‘brucia’ l’intervista che il leader cislino aveva programmato, non a caso, col quotidiano Avvenire. La scadenza ‘naturale’ del mandato di Bonanni (riconfermato segretario nel 2009 e, poi ancora nel 2013, ma solo per due anni perché in procinto di raggiungere, nel 2015, il limite dei 65 anni), era, però, fissata ad aprile 2015 e nessuno si aspettava l’anticipo né, tantomeno, un anticipo così brusco, così immediato e immotivato, a meno che non si voglia credere alle ‘voci’ di una mezza ‘rivolta’ della pancia cislina contro la gestione Bonanni e addirittura contro la sua pensione e le prebende accumulate.

Eppure, solo pochi giorni fa, Bonanni, a Senigallia, al seminario dell’Mcl, il movimento cattolico del lavoro guidato da Carlo Costalli, non aveva dato cenni di alcun genere, sull’argomento dimissioni. Anche se aveva tenuto un intervento molto ‘politico’ e criticato non solo la Cgil, ma anche il premier Renzi e la sua cronica ‘carenza’ di concertazione, metodo di lavoro a metà tra il sindacale e il politico da sempre caro al sindacato cislino.

il futuro segretario della Cisl, Anna Maria Furlan

il futuro segretario della Cisl, Anna Maria Furlan

Almeno per la successione a Bonanni, non vi sono né vi saranno problemi. Da tempo il leader cislino ha individuato il suo delfino in Annamaria Furlan (56 anni, genovese), che verrà indicata già oggi all’interno della riunione di tutto lo stato maggiore della Cisl, ma la cui nomina verrà formalizzata solo nella prima decade di ottobre, quando si riunirà il Consiglio generale del sindacato bianco in una sorta di congresso generale anticipato. Ma i motivi delle dimissioni di Bonanni sono assai più complicate. Certo, fonti di via Po, sede centrale della Cisl, parlano di “normale avvicendamento” e di una decisione “già maturata nell’estate”. Tutt’al più, si spingono a indicare una (ennesima) strategia ‘anti-Camusso’.

Venerdì 25 ottobre, peraltro, vi sarà un già previsto incontro a tre (Bonanni-Camusso-Angeletti) per decidere le modalità di mobilitazione di Cgil-Cisl-Uil sul lavoro e su possibili (ma molto difficili) iniziative ‘unitarie’ della cd. ‘Trimurti’ in previsione dell’autunno (caldo?). La Cgil preme per scioperare, come farà la Fiom, sull’art. 18, Cisl e Uil non ci pensano neppure. E lo stesso Bonanni va al Tg3 per assicurare che “la posizione della Cisl sul lavoro non cambierà”. Niente strappi, né tantomeno scioperi, sull’art. 18 come fa la Cgil.

Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei

Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei

Ma se Bonanni ha rappresentato, in tutti questi anni, una linea aperta ai tanti cambiamenti del mercato del lavoro (dal pacchetto Treu alla riforma Biagi), oltre che dialogante con tutti i governi (Berlusconi, Prodi, Monti), il leader cislino è stato anche ben altro, specie in campo ‘pre-politico’. Uno dei protagonisti delle operazioni ‘Todi 1’ e ‘Todi 2’, per dire, quando il mondo cattolico (Cisl, Mcl, Acli, Confcoop), era a un passo dal fondare, sotto la benedizione della Cei del cardinal Bagnasco (e, indirettamente, del ‘vecchio’ Ruini), un vero partito o, quantomeno, un movimento politico. Un progetto in parte tradito e, in parte, naufragato con la discesa in campo del senatore Monti e della sua lista. Morta, però, nel giro di meno di un anno, o meglio squagliatasi Scelta civica, il partito-non partito (più un cartello elettorale) montiano e rimessosi in moto il quadro politico, si vuole rimettere in moto pure il mondo cattolico che sente e continua a coltivare il sogno di  colmare, al ‘centro’ dello schieramento politico, un grande vuoto. Ecco perché Bonanni vedrà prima Enrico Letta (già la prossima settimana, si dice) e poi molti altri protagonisti di quella stagione e non, forse pure quel Corrado Passera oggi impegnato a lanciare, portandolo in giro per l’Italia, il suo movimento-pre-partito-non-partito, ‘Italia Unica’. “Se Renzi fallisce e in Italia arriva la Troika, dobbiamo essere pronti a offrire una nuova offerta politica”, dice un ex Todi 2. Almeno Bonanni, da oggi, è pronto a tessere la sua nuova tela.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 23 ottobre 2014 sulle pagine di politica del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Ingorgo di decreti in Parlamento. Riforma del Senato a rischio rinvio. Caos scadenze prima della pausa estiva, priorità alle riforme

Il portone d'ingresso di palazzo Madama.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama.

ROMA – “Ingorgo istituzionale” si dice, in gergo. Traduzione: la conferenza dei capigruppo di palazzo Madama ha sì calendarizzato, premendo l’acceleratore, l’inizio delle votazioni su riforma del Senato e titolo V per lunedì 21 luglio, ma anche se “nessuno – assicura il capogruppo democrat, Luigi Zanda – ha pronunziato le parole contingentamento, ghigliottina e tagliola”, rimane il punto dolente.

 

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)).

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)).

Il Senato deve convertire e alla svelta più decreti (dl competitività, dl cultura), senza parlare di quelli già quasi in arrivo dalla Camera (decreto PA e decreto carceri). Il che vuol dire che la discussione e i conseguenti voti che si terranno, in un’Aula di palazzo Madama ormai sempre più simile a una corrida, sulla riforma del Senato dovranno, a un certo punto, fermarsi per ‘far passare’ tali decreti. E anche se la mole di emendamenti venisse ridotta dagli attuali 7831 a meno di duemila, tra repliche del governo e dei relatori, discussione e voti su emendamenti e testo, è quasi impossibile che i tempi previsti dalla Boschi (“Approvazione del ddl il 24 luglio e seconda lettura alla Camera per il 15 agosto”) siano rispettati.

Il premier fa 'il bullo'. Matteo Renzi in versione 'Amici'...

Il premier fa ‘il bullo’. Matteo Renzi in versione ‘Amici’…

Vero è che, il governo, un’arma neppure tanto segreta ce l’ha, in mano: la questione di fiducia. Non sul ddl Boschi, naturalmente, ma sui decreti in scadenza sì. Renzi la userà di certo, dicono tutti, ma le opposizioni (M5S, Lega, Sel e perfino buona parte di FI) sono subito insorte, sia in conferenza dei capigruppo che fuori. Temono che l’arma ‘contingentamento’ dei tempi e ‘ghigliottina’ sugli emendamenti venga, prima o poi, riproposto dal governo. Morale: da lunedì a giovedì si discuterà e si voterà sulle riforme, con tanto di sedute notturne, da venerdì sotto col dl competività.

Anna Finocchiaro (Pd), presidente della I commissione Affari cost del Senato.

Anna Finocchiaro (Pd), presidente della I commissione Affari cost del Senato.

ll guaio è anche che i senatori sono stanchi, sfibrati e nervosi. Nel corso del dibattito sul ddl Boschi chiunque parli ‘contro’ il testo del governo (il ‘dissidente’ del Pd Tocci o di FI Minzolini) riceve applausi scroscianti mentre per i pochi interventi a favore è il gelo. Minzolini, ieri in ‘trasferta’ alla Camera, disegna scenari: “il punto non è il processo Ruby (oggi sentenza, ndr.) e le sue conseguenze dentro casa nostra, ma Renzi che, dopo aver fallito sull’economia, ci porterà a votare o rischia di perdere il referendum sul Senato”.

 

Roberto Calderoli (Lega), correlatore del ddl riforme al Senato.

Roberto Calderoli (Lega), correlatore del ddl riforme al Senato.

Anche dalla Lega sale il malumore con Calderoli che s’inalbera per il rischio ‘tagliola’ sui tempi e il leader Salvini che avverte: “Se non c’è il referendum abrogativo in Costituzione diciamo no”. E proprio sul tema del referendum (ma propositivo e un numero minore di firme da raggiungere) si sta esercitando la minoranza Pd che riesce, via Mineo, a litigare coi grillini tra reciproche accuse di ostruzionismo. Renzi, in fondo, in quello confida: sulle divisioni in seno all’opposizione.

 

Il senatore di Forza Italia ma 'dissidente' Minzolini.

Il senatore di Forza Italia ma ‘dissidente’ Minzolini.

Un senatore siciliano di Gal, Giovanni Mauro, berlusconiano doc, confida a un amico: “Il disagio dentro FI e Gal è forte, sono almeno 30, ma un pezzo di Ncd ‘laico’ e dei nostri sta per far nascere un gruppo di ‘Responsabili’ pro Renzi”. E la fronda dei dissidenti azzurri non si ferma”. Sempre Minzolini, infatti, annuncia: “Siamo almeno 35, teniamo botta in almeno 25 e intendiamo dare battaglia”.

 

 

NB. Questo articolo e’ stato pubblicato sulle pagine di politica del Quotidiano Nazionale il 18 luglio 2014 (http://www.quotidiano.net)

Renzi stoppa le vacanze agli onorevoli. La rivolta dei peones: “Lavori lui, ad agosto’

Il portone d'ingresso di palazzo Madama.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama.

ROMA – “Dotto’, una cosa del genere nun s’è mai vista in sessant’anni che sto qua e nun credo se vedrà”. I commessi come pure i camerieri della Buvette di Montecitorio non ci possono né vogliono credere. Il tema che angoscia deputati di ogni ordine, grado e partito non è, dentro la Camera dei Deputati, l’aereo malese abbattuto in Ucraina bensì un problema ben più stringente e angosciante, le‘ferie’.

“Poche vacanze, quest’anno”, ha detto il premier, Matteo Renzi, ai gruppi parlamentari del Pd l’altra sera, seguito da un sordo brusio. Il governo, ormai si sa, di ferie non ne farà per nulla, neppure il 15 di agosto. “D’altronde – racconta Elisa Simoni, democrat toscana e accanita fumatrice di sigaro nel fumoir del Transatlantico – Matteo è fatto così: nemmeno quando era presidente della Provincia di Firenze (e la Simoni era assessore, ndr.) le faceva”.

Matteo Renzi e il Senato.

Matteo Renzi e il Senato.

“Il mio capo non si chiama Renzi, ma popolo italiano e le ferie le decide il presidente della Camera e la conferenza dei capigruppo”, sbotta un democrat pugliese di lungo corso nello stesso corridoio. Il problema, infatti, sta tutto qui e va letto in punta di regolamento. Il governo ha già pre-allertato i gruppi di maggioranza (Pd-NCD-Sc-Popolari) a garantire disponibilità e presenza fino all’8 agosto e a partire dal 25 agosto. Morale, resterebbero ‘solo’ 17 giorni di ferie. Poche? Tante? Dipende dai punti di vista.

Certo è che sarebbe il minimo storico. Nell’estate del 2012, infatti, quella da tregenda causa picco spread e governo Monti di salute pubblica, se è vero che il Parlamento convertì ben tre decreti contenenti altrettante manovre finanziarie, tutto fu fatto ‘a commissioni riunite’ e cioè con dibattito lampo e votazioni di un giorno solo. Risultato: persino quell’estate le ferie (27 giorni) furono salve. E anche l’anno scorso (governo Letta) le ferie furono riposanti (sempre 27 giorni). E i diciassette giorni di ferie prevedibili oggi, anche se l’ultima parola spetterà ai presidenti di Camera e Senato? Un insulto o un affronto, per i più.

Interno dell'aula di palazzo Madama

Interno dell’aula di palazzo Madama

Naturalmente sotto anonimato rigido e circospetto, i deputati (democrat, per lo più) si scatenano. Contro il loro premier, ovviamente. “Non mi manda in vacanza ad agosto? Mi prendo tutto settembre” ghigna un deputato abruzzese. “Nessuno di noi verrà qui a Ferragosto, i decreti se li approvi pure da solo visto che è tanto bravo, sto Renzi” urla un altro, paonazzo. Ignazio La Russa, ex ministro oggi leader di Fli, fa il saggio: “Importante è lavorare bene, il giusto, non inutilmente, ad agosto”. I grillini, ovviamente, sono pronti a lavorare e come un sol uomo. Certo, Ettore Rosato, delegato d’aula del Pd, forse perché triestino (ergo asburgico) assicura la compattezza dei suoi: “Tutti i deputati del Pd saranno in aula a lavorare per approvare tante cose urgenti” ma già Pippo Civati scherza: “Un po’ di vacanze farebbero bene pure a lui, a Renzi”. Il quale invece starà a Roma, a palazzo Chigi. A lavorare, si capisce. Figli e moglie si godranno villa Pamphili.

NB. Questo articolo e’ stato pubblicato il 18 luglio 2014 sulle pagine di politica del Quotidiano nazionale (http://www.quotidiano.net)

Senato valanga di emendamenti. Solo Sel ne presenta 6 mila. Il Cav ai suoi: votate le riforme. Renzi striglia i dissidenti Pd

Il portone d'ingresso di palazzo Madama.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama.

ROMA. Grillo vede i suoi (solo senatori), Berlusconi vede i suoi (deputati e senatori) a metà pomeriggio, Renzi vede i suoi (senatori) a sera tarda, ma è l’unico che lo fa in streaming (e La 7 lo da in diretta!). La riforma del Senato voluta entra nel vivo (eufemismo) e i guai, per la maggioranza, sono appena cominciati (ndr.: questo articolo NON tiene conto del discorso di Renzi all’assemblea Pd, troppo tardi per le chiusure di QN).

 

La seduta dell’aula di palazzo Madama segna temperatura bollente già di prima mattina mentre Grillo assiste ai lavori dalla tribuna circondato dallo staff. Intanto, in aula, è show: urla, insulti, offese reciproche, poi tra un intervento e l’altro si fa ‘na’ certa’ e tutti sciamano tra Buvette e ristorante dell’odiata Casta, Grillo in testa. Lo score del giorno dice che, su 124 iscritti a parlare, hanno tenuto il loro intervento in meno di 60, il che vuol dire – considerando che il presidente del Senato, Piero Grasso, ha garantito “diritto di parola per tutti” – che i voti clou non arriveranno prima di giovedì, se va bene, o lunedì. Ma non è solo questione di tempi (in Aula ogni senatore ha diritto di parola per venti minuti), ma anche, e soprattutto, di numeri.

Matteo Renzi

Matteo Renzi

La mole di emendamenti che sono stati presentati in Aula è a dir poco enorme: almeno duemila. Solo l’M5S – che, nel frattempo, rende noto di aver accettato l’invito del Pd a discutere di riforme (ma di legge elettorale, cuore dei desiderata di tutti, mica del Senato…) per giovedì 17 alle ore 14 (alla Camera e in streming, si capisce) – ne ha presentati oltre 200. I più insidiosi vertono su immunità, Senato elettivo e riduzione dei parlamentari. Guarda caso, sono molto simili ai 55 emendamenti della minoranza del Pd che Renzi cercherà (inutilmente) di far rinculare nell’assemblea serale. Innocui, invece, i 14 emendamenti targati NCD (non c’è il Senato elettivo). Insidiosi, al contrario, quelli della Lega (referendum) e di alcune minoranze molto agguerrite come Gal, Sel, ex-M5S, PSI.

Il senatore socialista Enrico Buemi

Il senatore socialista Enrico Buemi

Proprio un senatore socialista, in transito a Montecitorio, spiega a un amico la strategia dei ‘dissidenti’: “Siamo – dice Enrico Buemi – una quarantina solo nel fronte governativo, così divisi: 15/20 nel Pd, 5 in NCD, due nel Psi (Buemi e Longo, ndr.), due Popolari. Poi c’è l’opposizione: tutto l’M5S (40), dissidenti e fuoriusciti compresi (14), tutta Sel (7). Il problema è Forza Italia: in potenza sono 15, ma temo che si ridurranno molto, come pure in Gal (11). Il nostro obiettivo è arrivare, tra no e astenuti (l’astensione, al Senato, vale voto contrario, ndr.), a quota 105 per impedire che il governo riesca ad approdare la riforma del Senato con i due terzi”.

Silvio Berlusconi

Silvio Berlusconi

Silvio Berlusconi, infatti, ha imposto ai suoi di votare con il governo: “Fidatevi di me, basta liti, niente voti, la linea è questa, la mia”. Gli irriducibili, come Minzolini, non si fermeranno, ma son pochi e solo uno, Vincenzo D’Anna, ha avuto il coraggio di dire di ‘no’, apertamente, al Cav che gli ha risposto così: “Vattene da Alfano”.

 

NB.questo articolo e’stato pubblicato il 16 luglio 2014 sulle pagine di politica di Quotidiano nazionale (http://www.quotidiano.net)