Sicilia corda pazza. Centrodestra unito, centrosinistra diviso, ma coalizione ‘da Alfano a Pisapia’ possibile. Due articoli

alfano alla camera

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano

1. Il Pd in Sicilia prova la via della coalizione ‘larga’ da Alfano a Pisapia. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
Un centrosinistra ‘nuovo’ e ‘largo’, “da Alfano a Pisapia”, impensabile anche solo fino a un mese fa. In Sicilia, per le elezioni regionali del prossimo 5 novembre (legge elettorale tutta particolare: 5% di sbarramento, 10% di premio di maggioranza, 7 consiglieri su 70, al primo miglior piazzato) va in scena, grazie al Pd, il “rovesciamento delle alleanze”. Alfano e i suoi centristi, che valgono tra il 5 e l’8%, si riconciliano con Renzi dopo mesi di insulti e porte in faccia mentre Pisapia e i suoi rompono l’unità a sinistra, si alleano con il Pd e, al tempo stesso, ricompattano Mdp di Bersani e D’Alema e Sinistra italiana di Fratoianni che vanno da soli. L’operazione che lo stesso Renzi riteneva quasi impossibile porta le impronte del ministro Delrio e del coordinatore alla segreteria Guerini – che in Sicilia si è fatto le vacanze, pur di portare a casa il risultato – e la benedizione del ministro Orlando e della sua area, oltre che dell’area Franceschini.
E così ieri (lunedì 28 agosto, ndr.), da un albergo, il rettore dell’Università di Palermo, Fabrizio Micari, ha rotto gli indugi e annunciato la sua candidatura “come candidato civico nell’ambito di un campo largo e di una coalizione di centrosinistra”. Il suo nome era quello indicato dal sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, legato a doppio filo proprio con l’ex sindaco di Milano Pisapia. Il partito regionale siciliano, guidato da Fausto Raciti, che ieri ha riunito la Direzione, mal lo digerisce, ma tant’è: sul suo nome è arrivato il sì di Alfano e di Casini perché Micari “è un moderato” e quello di Pisapia perché è “un civico”. A un certo punto si fa strada l’idea di un ticket con il presidente uscente della regione Sicilia, Rosario Crocetta, che invoca le primarie altrimenti minaccia di scendere in lizza da solo, ma non se ne farà nulla. Micari avrà il sostegno di tre liste: Pd, Alternativa popolare (gli alfaniani), entrambi presenti con nome e simbolo, e una civica di ‘orlandian-pisapiani’.
Formalmente, Micari (e, da parte sua, Raciti) continuano a invitare la sinistra (Mdp e SI) a dialogare e riunirsi, ma è una finta: sanno già che la sinistra-sinistra andrà da sola. Il candidato c’è già: è Claudio Fava, vicepresidente della commissione Antimafia, che da giorni scalpita ai box. La decisione di Mdp di rompere con Pisapia è nata in ambito locale: i colonnelli siciliani di Bersani (Capodicasa) e di D’Alema (Crisafulli) non ne hanno voluto sapere di andare con il Pd, ma i vertici nazionali hanno avallato la decisione pronti a rinfacciare a Pisapia il comune “mai con Alfano”. Mdp e SI, che nell’isola ha il volto del giovane deputato Erasmo Palazzolo, riusciranno di certo a compattare tutta la sinistra radicale, anche per superare lo sbarramento al 5%, ma solo dopo il voto decideranno se stare all’opposizione, sostenere un governo Pd-Ap, come propone il governatore toscano Enrico Rossi, che già parla di “soccorso rosso”, o un governo monocolore M5S, come auspica l’Mdp che fa capo a Bersani, anche se i suoi smentiscono con forza ogni intento di ‘appoggiare’ i 5Stelle. Certo è che la rottura, a sinistra, tra Mdp e Pisapia, avrà forti ripercussioni nazionali: “Noi non la volevamo – dicono i colonnelli di Pisapia – ma rischia di diventare una slavina che spazzerà via le alleanze locali (nella primavera del 2018 si vota per le regionali in Lazio e Lombardia e pure quelle alleanze di centrosinistra sono a rischio, ndr.) e anche quella nazionale tra di noi”. Facendo nascere un inedito centrosinistra che, perno il Pd, andrà da Alfano a Pisapia.
NB: Questo articolo è stato pubblicato martedì 30 agosto sul Quotidiano Nazionale
___________________________________________________________________________________________

 

2. Il quadro generale di tutte le candidature e il ‘caso’ Crocetta.

Le elezioni regionali siciliane terremotano il quadro politico. Esclusi i Cinque Stelle, da due mesi già in campo, anche se privi di alleati, con il loro candidato, Giancarlo Cancellieri, le divisioni tra partiti fino a ieri alleati si sprecano. Il centrodestra ha ritrovato solo da poco la sua unità: il candidato, ormai è ufficiale, sarà l’ex presidente della Provincia di Catania ed ex esponente di An, Nello Musumeci, appoggiato da Fratelli d’Italia (Meloni e la Russa, vertici nazionali del partito, lo hanno voluto dall’inizio), da ‘Noi con Salvini’, versione meridionalistica della Lega Nord, dall’Udc (senza, però, Casini e D’Alia, convolati a nozze con il Pd e Ap) e, soprattutto, da Forza Italia. Il coordinatore regionale, Micciché, in prima istanza ha sponsorizzato l’accordo con i centristi di Alfano, poi il leader del movimento degli ‘Indignati’ in salsa siciliana, Gaetano Armao, che è piaciuto molto al Cavaliere, quando lo ha incontrato di persona. Ma alla fine Micciché ha dovuto cedere alla necessità di Berlusconi di stringere i bulloni dell’alleanza nazionale del centrodestra: ecco perché, al massimo, Armao farà ticket, a capo della sua lista di professionisti, con Musumeci che sarà il titolare dell’alleanza e candidato governatore e che, nei sondaggi, è già al 40% mentre i 5stelle sono calati al 38% e il Pd fermo al 21%. Anche i centristi di Ap hanno i loro problemi: gli alfaniani del Nord (Formigoni, Albertini e sopratutto il capogruppo alla Camera, Maurizio Lupi) non vogliono accettare l’alleanza con il Pd e tornare nell’alveo del centrodestra, ma anche diversi portatori di voti siciliani, deputati e senatori alfaniani, avrebbero scelto di convogliare i consensi su… Musumeci.

I veri problemi, però, sorgono, tanto per cambiare, nel campo del centrosinistra. Con la benedizione di Renzi e Alfano, Pd e Ap (più Casini e D’Alia, ormai ex Udc) puntano sul rettore dell’Università di Palermo, Fabrizio Micari, candidatura civica e moderata scelta e voluta dal sindaco del capoluogo siculo, Leoluca Orlando. Ma pur avendo incassato il sì – ‘silenzioso’ – di Campo progressista (Pisapia non si è ancora esposto pubblicamente, ma i suoi dirigenti locali sono tutti per Micari), Mdp e SI hanno rotto le trattative e, entro il fine settimana, formalizzeranno la candidatura alternativa del vicepresidente della commissione Antimafia, Claudio Fava. Ieri, a complicare il quadro, ci si è messo il governatore uscente, Rosario Crocetta: vuole le primarie, chiede di “non umiliare il Pd” (diversi i malumori interni, in effetti, sul nome di Micari) e minaccia di candidarsi comunque con la sua lista Il Megafono, oltre che di far cadere la giunta regionale che presiede e a cui restano pochi mesi di vita visto che, appunto, il 5 novembre si vota.

NB: Questo articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il 31 agosto 2017. 

Maria Elena sola contro tutti. Scoppia il caso Boschi, Gentiloni le rinnova fiducia, Renzi tace e mezzo Pd vive l’imbarazzo

Ecco due articoli usciti su Quotidiano Nazionale negli ultimi due giorni sul caso Boschi.

Il ministro Boschi

L’ex ministro alle Riforme Maria Elena Boschi

  1. Scoppia il caso Boschi-De Bortoli x Unicredit: solo i renziani la difendono.

Ettore Maria Colombo – ROMA

Maria Elena Boschi si difende, in modo netto e diretto, con un post su Facebook. Il governo e il Pd le danno solidarietà, rapida e totale. Il “pieno sostegno” del premier Gentiloni, come del leader del Pd, Matteo Renzi, è assicurato, anche se in entrambi i casi in via informale, mentre alcuni ministri (Delrio su tutti) difendono la Boschi senza se e senza ma, ma mezzo governo (da Franceschini a Martina, da Orlando a Finocchiaro) tace. I 5Stelle, invece, ne chiedono le dimissioni e, in ogni caso, annunciano una mozione di sfiducia nei suoi confronti. Altri partiti, dalla Lega Nord a Fratelli d’Italia, ma anche Articolo-Mdp e Sinistra italiana, si accodano nelle accuse e chiedono, alternativamente, le dimissioni sue e del governo. Forza Italia, forse non casualmente, tiene il profilo basso.

Tutto nasce da un estratto del libro di Ferruccio De Bortoli, ex direttore del Corriere: s’intitola Poteri forti, lo pubblica La Nave di Teseo, ma nella lunga anticipazione che ne offriva, ieri, il giornale di via Solferino, del caso Boschi non si fa menzione. Sono due siti, prima Lettera 43, poi l’Huffington Post, a pubblicare l’estratto clou che sta a pagina 209: “Boschi non ebbe problemi nel 2015 a rivolgersi direttamente all’ad di Unicredit cui chiese di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria. Ghizzoni, alla fine, lasciò perdere”. A sera, però, Unicredit fa sapere di “non aver subito pressioni per l’esame di dossier bancari, compreso quello di Etruria”.

Allora ministro per i Rapporti con il Parlamento nel governo Renzi, oggi sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo Gentiloni, Boschi ha sempre negato di essersi interessata alle vicende patrimoniali della banca di cui il padre è stato vicepresidente. Al montare del caso, lo ribadisce con un secco post sulla sua pagina Facebook: “Vediamo di essere chiari: non ho mai fatto all’ex ad di Unicredit, Ghizzoni, come ad altri, richieste di tale genere. Sfido chiunque e ovunque a dimostrare il contrario. Sono stupita di questa ennesima campagna di fango e stavolta ho affidato la pratica ai legali per tutelare il mio nome e onore. Chi è in difficoltà per le falsità a Palermo o i rifiuti di Roma (i 5Stelle, ndr.) non pensi che basti attaccare su Arezzo”.

I 5Stelle, però, si scatenano. Il blog di Grillo, Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista pubblicano post fotocopia: “E’ una bugiarda. Se non si dimetterà la costringeremo a venire in Aula con la mozione di sfiducia”, parlano di “azioni legali”. Matteo Salvini ne chiede le dimissioni (“Nell’affare banche c’è dentro fino al collo”) come pure Giorgia Meloni (Fd’It) e l’intero vertice di Mdp, da Speranza a Scotto a molti altri scissionisti.

Il Pd contrattacca, ovviamente, ma a farsi notare è solo l’area renziana. Il ministro Orlando resta del tutto silente, Emiliano pure, altre aree dem alleate di Renzi – da quella di Franceschini a Martina ai Giovani Turchi – assai fredde. Il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato, parla di “attacco vergognoso e strumentale di M5S. Si occupino dei problemi della gente e non di fare gli aspiranti pm”. Lorenzo Guerini la ritiene “una strumentalizzazione per nascondere i guai di M5S” e i senatori dem renziani: Marcucci, Del Barba) pure. Il tesoriere dem, Francesco Bonifazi, annuncia per oggi “un esposto denuncia contro M5S e Grillo” per le loro parole. Paolo Gentiloni e Matteo Renzi si rifanno a quanto Maria Elena ha scritto nel post e le assicurano “pieno sostegno”, ma prese di posizione pubbliche, a partire da Renzi, a Milano con Obama, non ve ne sono.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 10 maggio a pagina 10 del Quotidiano Nazionale.


2. Dubbi e imbarazzi su Maria Elena: Renzi teme contraccolpi nelle urne. La fedelissima isolata tra i dem. Gentiloni le rinnova la fiducia: “vai avanti”. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Proprio ora che risaliamo nei sondaggi (Swg dà il Pd al 30,5%, recuperato tutto il calo post-scissione, e l’M5S al 27,5%, ndr), proprio ora che abbiamo lanciato l’offensiva alla Raggi sui rifiuti di Roma! Questa grana non ci voleva. Speriamo che il caso si sgonfi…”. E’ questo il massimo che si strappa, nel Transatlantico di Montecitorio, agli esponenti del Pd  sulla vicenda che vede sulla graticola il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi. Una difesa ‘timida’ che trasuda imbarazzo: in pochissimi, come il renzianissimo senatore Andrea Marcucci, tornano sul tema. Eppure, le rivelazioni dell’ex direttore del Corsera De Bortoli hanno scatenato un finimondo politico: i 5Stelle, Lega e Fd’It, ma pure Articolo 1-Mdp, sono sulle barricate: chiedono il ritiro delle deleghe al sottosegretario da parte di Gentiloni o le sue dimissioni. Una mozione di censura, che già nel caso Lotti venne proposta e bocciata al Senato, verrà formalizzata dai 5Stelle, ma alla Camera dei Deputati, dove tutti, anche M5S, sa che i numeri per passare non ci sono, mentre la prima notizia di una mozione di sfiducia si risolve nell’ennesima ignoranza di diritto costituzionale dei 5Stelle ( le mozioni si possono presentare solo contro ministri).

Lei, per ora, si rifiuta di tornare sulla vicenda. Si limita a dire, durante una conferenza stampa a palazzo Chigi che si tiene al mattino a palazzo Chigi sul dissesto idrogeologico, secca, “credo che la misura sia colma. Da qui in poi si occuperanno di questa questione i miei legali”. Poi palazzo Chigi diffonde una nota: Boschi “ha affidato agli avvocati Paola Severino e Vincenzo Zeno Zencovich (due principi del foro, la prima ex ministro, ndr) l’incarico di tutelarne, anche in sede giudiziale, il nome e la reputazione”. Chi lavora con il ministro fa notare che la nota è una ‘presa in carico’ ufficiale del governo. Insomma, il “pieno sostegno” di Gentiloni e Renzi, già diffuso ieri, sarebbe assicurato. Non a caso, sempre da palazzo Chigi, filtra che Gentiloni ha avuto un colloquio con il sottosegretario e l’ha incitata ad “andare avanti”. Anche Renzi – che oggi sarà al Nazareno per la prima riunione tra il Pd, i suoi gruppi parlamentari e il governo – fa filtrare, sia pure senza esporsi, che preferisce non parlare in pubblico per evitare di dar fuoco ancora di più alle polveri ad accuse che ritiene infondate. Resta anche forte il sospetto di Renzi e renziani che De Bortoli – da anni apertamente ‘in guerra’ con l’ex premier, accusato di “odore di massoneria”, e che non a caso il 20 aprile a Milano parteciperà, con Bersani, alla conferenza programmatica fondativa di Articolo 1-Mdp – ha dato voce al tentativo dei ‘poteri forti’ e ‘salotti buoni’ che vogliono impedire il ritorno di Renzi a palazzo Chigi.

Anche i ministri dell’attuale governo adottano questa linea, quella del silenzio operoso, “in attesa che il caso si sgonfi”, ma fa una certa impressione il silenzio di tutti i colleghi di ‘Maria Elena’, compresi quelli oggi finiti ai vertici del Pd, da Martina a Franceschini. A complicare le cose c’è la scarsa simpatia che la Boschi ha ispirato, sin dall’inizio, tra i suoi colleghi, già ai tempi di Renzi. E un dem vicino al governo nota perfidamente che “quando nacque il governo Gentiloni provammo in diversi a convincere Maria Elena a non volere né chiedere, a tutti i costi, un posto a Gentiloni, ma non ci fu niente da fare. Lei fu irremovibile, trattò in prima persona con Paolo, Renzi la sponsorizzò un po’, ma la decisione finale fu di Gentiloni”. Seguirono un furibondo scontro sulle deleghe tra lei e Lotti, promosso ministro allo Sport da sottosegretario che era, le nomine di chi – era l’accusa – “vuole accentrare tutto”, come quella del nuovo segretario generale di palazzo Chigi, il consigliere di Stato Paolo Aquilanti  che fu fondamentale nella redazione dell’Italicum, ma a cui ora il Consiglio di Stato chiede di rinunciare a uno dei due incarichi per la sua collocazione ‘fuori ruolo’ e il recente scontro con diversi ministri che fanno capo alla presidenza del Consiglio, quelli senza portafoglio, sul controllo dei loro atti. Controllo che la Boschi, proprio tramite Aquilanti, aveva chiesto e preteso con una circolare a tutti gli uffici, circolare che aveva fatto infuriare non poco diversi ministri. L’impressione che, davanti alle accuse di De Bortoli e 5Stelle, Boschi sia sola resta tutto.

NB: L’articolo è stato pubblicato a p. 11 del Quotidiano Nazionale l’11 maggio 2017. 

 

 

“Almanacchi, almanacchi freschi!”. Gli impegni dei principali partiti e attori politici per il 2017 e qualche previsione sul futuro politico che ci aspetta…

Renzi Grillo Berlusconi

Renzi, Grillo e Berlusconi

 

“Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?” (dal “Dialogo di un Venditore di Almanacchi e di un Passeggere” di Giacomo Leopardi)

Sarà un anno politicamente impegnativo, quello che in realtà si è già aperto, il 2017. Una serie di appuntamenti, interni e internazionali, attendono l’Italia, dalla celebrazione della firma dei Trattati di Roma (marzo) al G7 a Taormina (fine maggio) a una possibile ‘manovrina’ economica. Potrebbe essere anche un anno di elezioni politiche anticipate, ma è troppo presto per dire se davvero si terranno o se la legislatura andrà al suo naturale scioglimento (febbraio 2018). Anche perché decisiva sarà la definizione di una nuova legge elettorale che, in ogni caso, prima di essere approntata (e poi varata e votata in Parlamento) dovrà attendere il responso della Consulta, la cui prima udienza si terrà il 24 gennaio, sul tema. Consulta che, invece, l’11 gennaio esaminerà i quesiti avanzati dalla Cgil per un referendum popolare sul Jobs Act che potrebbe tenersi a giugno (salvo eventuali elezioni politiche anticipate), mese in cui – e in ogni caso – andranno a votare più di mille comuni italiani e mese in cui potrebbero tenersi le elezioni politiche anticipate. Di certo, per i principali partiti politici italiani, sarà un anno di impegni importanti (il congresso ordinario del Pd, teoricamente previsto a fine 2017, le possibili primarie del centrodestra, nuove evoluzioni nel magmatico mondo a Cinque Stelle, la nascita di un nuovo soggetto politico a sinistra, etc.), ma lo sarà anche per gli appuntamenti che attendono il nostro Paese. Proviamo a ricostruire qui, senza alcuna pretesa di esaustività, i principali appuntamenti, dividendoli –  per comodità di chi scrive – per marco aree politiche e non in base al mero calendario, di cui pure terremo debito conto. Il pezzo si compone di molte date e appuntamenti e qualche previsione, che invariabilmente sarà sbagliata.

Le due sentenze della Consulta (gennaio). 

L’11 gennaio la Corte costituzionale dovrà esprimersi sui tre quesiti (reintroduzione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori del 1970; norma sui voucher; norme sugli appalti) su cui la Cgil, guidata da Susanna Camusso, ha raccolto oltre mezzo milione di firme per un referendum abrogativo che ha già passato l’esame (formale) della Corte di Cassazione. Dubbi sulla possibilità che la Consulta dia il via libera a tutti e tre i quesiti ci sono perché, soprattutto il primo, quello sull’art. 18 che punta a scardinare il cuore del Jobs Act di Renzi, è a rischio ammissibilità in quanto ritenuto, da diversi giuristi, di fatto ‘sostitutivo’ e non meramente ‘abrogativo’, come deve essere, per legge, il quesito referendario. Si vedrà. In ogni caso, se la Consulta decidesse per l’ammissibilità di uno o più quesiti, il referendum della Cgil si terrebbe nel mese di giugno, a meno di elezioni politiche anticipate che, sempre in base alla legge istitutiva del referendum, fanno slittare il referendum di mesi.

Il 24 gennaio sempre la Corte deciderà sull’Italicum, la legge elettorale in vigore per la sola Camera dei Deputati dal I luglio 2016. Si tratta di una legge di impianto proporzionale ma dalla forte torsione maggioritaria grazie al premio di maggioranza (55% dei seggi) garantito dal ballottaggio (privo di soglia di accesso) alla lista vincente al primo o al secondo turno. Altri due aspetti dell’Italicum (le multicandidature o candidature plurime in dieci collegi e i capolista bloccati) sono sub judice del giudizio della Consulta. Impossibile prevedere l’esito della decisione: la Corte potrebbe cassare il ballottaggio ma mantenere il premio, lasciandolo per il turno unico (soglia al 40%), cassare ballottaggio e premio, intervenire o meno su capolista bloccati e multicandidature, abolendo le preferenze o introducendo soglie di sbarramento diverse dalle attuali (il 3%). Da considerare che, sempre la Corte, con sentenza n. 1/2015 abolì la precedente legge elettorale, il Porcellum, introducendo di fatto, nel nostro ordinamento, un sistema elettorale semi-proporzionale ma con diversificate soglie di sbarramento (‘eredi’ del Porcellum) tra Camera e Senato (è il cd. Consultellum). Infine, da notare che se la prima udienza della Corte sull’Italicum si terrà il 24 gennaio, la decisione finale e, a maggior ragione, le motivazioni arriveranno non prima di febbraio.

Il Pd e il centrosinistra (gennaio-marzo 2017, ottobre 2017 e, forse, oltre…). 

Matteo Renzi, ormai ‘solo’ segretario del Pd, ha in animo di costituire la nuova segreteria del partito subito dopo l’Epifania, tra il 7 e l’8 gennaio: in essa entreranno diversi nuovi volti, specialmente dai territori (il presidente dell’Anci, e sindaco di Bari, Antonio Decaro, quello di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà, Ciro Bonajuto, sindaco di Ercolano), e alcuni volti a dir poco ‘consolidati’ (l’ex sindaco di Torino, Piero Fassino, agli Esteri, i ministri Maurizio Martina all’Organizzazione, forse, e Delrio).

Dal 10 gennaio partirà un ‘tour’ del segretario in giro per l’Italia, nei circoli del Pd e nei territori, a partire dalle maggiori città. Il 21 gennaio è prevista una mobilitazione nazionale di tutte le strutture locali del partito (circoli, federazioni, segreterie locali, etc.). Il 27 e 28 gennaio, a Rimini, terrà una conferenza programmatica – full immersion di tutti gli amministratori locali del Pd. Il 4 febbraio il Pd organizzerà a Roma un’iniziativa sull’Europa e i temi sociali. E questo è il programma – sicuro e già approntato – delle iniziative di partito, ma è probabile che, tra febbraio e marzo, Renzi lanci le primarie per la premiership del centrosinistra tra lui stesso, un candidato moderato e uno della sinistra (Pisapia o Boldrini i nomi gettonati). L’obiettivo del leader dem, non più premier, è sempre lo stesso: elezioni anticipate ‘subito’, cioè al più presto, non appena approvata dalle Camere la nuova legge elettorale. In ogni caso, non appena l’attività delle Camere riaprirà normalmente (dal 10 gennaio), il Pd chiederà a tutti i partiti di cimentarsi in un ‘tavolo’ sulla nuova legge elettorale senza aspettare l’esito della sentenza della Consulta, ma è molto difficile che la manovra riesca, sia che proponga il Mattarellum (nella sua formula originaria del 1994 o in una nuova e rivisitata, un ‘Mattarellum 2.0’ con più proporzionale) sia che si adegui al Consultellum (il quale, nessuno lo dice, ma presenta soglie di sbarramento proibitive per i piccoli partiti,ergo lo osteggeranno).

Certo è che, per scrivere una nuova legge elettorale, o anche solo per ‘armonizzare’ – come chiede a gran voce il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella – servono almeno 2 mesi (se non tre…) perché bisogna votare una nuova legge in entrambe le Camere (la famosa ‘navetta’) né si possono fare decreti governativi in materia di legge elettorale, per non dire del tempo (almeno due mesi) che ci vuole per ridisegnare i nuovi collegi elettorali. Tra i renziani si compulsa il calendario: escluse, per ragioni pratiche, le urne ad aprile (le Camere andrebbero sciolte a febbraio…), l’obiettivo più realistico è il mese di giugno. Circola già una data (domenica 11 giugno) quando le elezioni politiche si potrebbero accorpare con le elezioni amministrative che porteranno al voto più di mille comuni. Ove, invece, a Renzi non riuscisse di centrare l’obiettivo agognato delle urne in primavera, resterebbe la carta delle elezioni a ottobre, ma di certo sarebbe uno smacco, per Renzi. Anche perché, a quel punto, tra legge di Stabilità da varare e fine anno incipiente, la forza inerziale della legislatura per arrivare al suo scioglimento naturale (febbraio 2018) prevarrebbe in tutte le forze politiche, Pd compreso. In ogni caso, a partire da settembre, si aprirà il percorso ordinario per il congresso del Pd (scadenza naturale: autunno 2017) che vedrà Renzi, di certo il leader della minoranza, Roberto Speranza, ma anche altri candidati (il governatore pugliese Emiliano, il toscano Rossi, etc.) contendersi la leadership del Pd nella fattispecie della carica di segretario.

Forza Italia e il centrodestra (date imprecisate…). 

Berlusconi potrebbe non solo ‘tirarla in lungo’ per scrivere una nuova legge elettorale (FI punta apertamente a un sistema proporzionale semi-puro), ma anche per far durare la legislatura fino alla sua scadenza naturale. Infatti, a Berlusconi serve la ‘protezione’ di un governo in carica per difendersi al meglio dalla scalata ostile del gruppo Vivendi di Bolloré alla sua Mediaset. Infine, solo a fine anno (2017) è probabile che arrivi la sentenza della Corte europea dei Diritti dell’Uomo che potrebbe concedere a Berlusconi ‘l’onore perduto’ e cioè riabilitarlo politicamente dopo la sentenza definitiva di condanna che, in base alla legge Severino, lo ha escluso – il voto del Senato avvenne nel 2016, la pena è stata espiata il 14 aprile 2015, anche grazie all’indulto, è un ex senatore ormai decaduto dalla carica e anche un incandidabile, per la legge Severino, fino al 2019 – dall’attività politica. Senza dire che Berlusconi ha bisogno di tempo per riorganizzare e strutturare una nuova FI dal volto ‘moderato’ che possa allearsi, o competere, da pari a pari con il blocco Lega-FdI. Il quale, invece, punta davvero ad andare a elezioni anticipate (con il Mattarellum, se possibile, ma anche con il Consultellum, alla bisogna) per disarcionare definitivamente il Cav dal trono di dominus del centrodestra e inventarsi un ‘nuovo’ centrodestra a trazione Salvini che, magari attraverso l’indizione di primarie per la premiership, vuole diventare lui il nuovo ‘padrone’ del centrodestra, allineandolo alle pulsioni populiste d’Oltralpe (Le Pen). In ogni caso, anche se la Corte di Starsburgo fosse favorevole a Berlusconi, ci vorrebbe tempo per recepire, in Italia e nel nostro ordinamento giuridico, la sua riammissibilità a cariche elettive politiche: anche per questo motivo non conviene, a Berlusconi, andare a votare entro il 2017. Per ora, l’unico appuntamento fissato dagli azzurri è il consueto happining invernale di FI, ‘Neve azzurra’, il 7/8 gennaio nel corso del quale Berlusconi si collegherà per telefono. Il 17 gennaio, gli occhi azzurri sono puntati sul voto nell’Europarlamento dove bisogna scegliere il successore di Martin Schultz, carica per la quale il candidato del PPE, l’azzurro Antonio Tajani, è in pole position contro il candidato del PSE, Pittella (Pd). Per quanto riguarda la Lega, lo stato maggiore leghista e quello meloniano – l’asse Lega-FdI detto anche dei ‘lepenisti all’amatriciana’ – si incontrerà presto per stabilire la proposta sulla legge elettorale (un Mattarellum corretto?) e anche le regole per le primarie del centrodestra che il duo Salvini-Meloni, in barba a Berlusconi, vorrebbe indire a marzo.

Il Movimento Cinque Stelle (anno 2017).

Anche i pentastellati hanno bisogno di tempo e non hanno alcuna fretta, al di là delle roboanti dichiarazioni di facciata, di andare a votare. Caso Raggi a Roma, dove sul capo della sindaca pende un avviso di garanzia, docet, per non dire della strutturazione di un movimento che – tra nuovo Codice etico e nuovi organi di garanzia (probiviri) e decisione (un nuovo Direttorio?) – ha bisogno di tempo per organizzarsi e presentarsi alle Politiche. Ecco perché, tranne il molto can can ad usum dei tanto vituperati mezzi d’informazione, l’M5S cercherà di opporsi a ogni sbocco immediato verso elezioni politiche anticipate, dicendo sostanzialmente di no a ogni nuova legge elettorale (maggioritaria o proporzionale che sia) con la scusa che ‘li penalizza’ o che è fatta ‘per farli fuori’. Nel frattempo, però, dovrà chiarirsi ai vertici: Grillo farà solo il garante del Movimento? Di Maio sarà davvero il candidato premier? Che ruolo avrà Di Battista? E la Raggi per quanto ancora sarà grillina? Tutte domande, ad oggi, senza risposta, anche se molti osservatori si aspettano nuovi viaggi e scorribande di Grillo a Roma.

La sinistra-sinistra (febbraio-marzo 2017).

Quel che resta di Sel – un pezzo della formazione nata per scissione dal Prc, partito ormai defunto, si è accostata al Pd in un ottica di ‘competizione-collaborazione’ con Renzi e parteciperà alle primarie (i senatori Uras e Stefano, pezzi sul territorio romano e laziale, i sindaci ex ‘arancioni’ di alcune città in mano al centrosinistra come Pisapia, Zedda, etc.) – si avvia a costituire un nuovo soggetto politico, quello di Sinistra Italiana, attraverso un congresso fondativo che si terrà dal 17 al 19 febbraio a Roma e che vedrà partecipare, oltre a quello che resta di Sel, capeggiata da Nicola Fratoianni (erede politico di Nichi Vendola), gli ex fuoriusciti dal Pd Fassina, D’Attorre, Galli, etc. e altri pezzi di movimenti sparsi. Invece, il 28 gennaio, a Roma, si terrà l’assemblea dei Comitati del Nuovo Ulivo fondati da Massimo D’Alema, ormai praticamente e di fatto fuori dal Pd, eredi dei Comitati per il No al referendum costituzionale del 4 dicembre, mentre il 28 gennaio a Parma Pippo Civati (altro fuoriuscito dal Pd) lancerà gli Stati generali della sua nuova associazione, Possibile. In attesa, tutti questi pezzi di sinistra a sinistra dal Pd, che la minoranza dem oggi ancora dentro il partito, quella che fa capo a Bersani e Speranza, decida di andarsene a sua volta. Infine, anche micro-partiti della ex sinistra radicale (Prc, Pdci, Comunisti di Rizzo, etc.) terranno i loro congressi, ma si tratta di formazioni politiche ormai cancellate dalla storia, oltre che dall’attualità politica. Infine, da segnalare che il 21 gennaio, a Roma, si riuniscono i comitati dei ‘professori’ del No (al referendum costituzionale del 4 dicembre scorso) legati alla rivista on-line ‘Micromega’ (Falcone, Pace, Grandi, Besostri, Rododtà, Zagrebelsky, Carlassarre, Spataro, Villone, Vita, Pardi, Smuraglia, Montanari, Landini) in un teatro di Roma.

Il centro-centro (date imprecisate). 

Per quanto riguarda, invece, i centristi, la situazione è molto confusa. Scelta civica di Monti è morta, spersa in tre rivoli: una parte è finita direttamente nel Pd, un altra si è fusa con Ala di Verdini (quella che fa capo a Zanetti), un altra ancora ha fondato i ‘Civici innovatori’ ma se ne erano già andati sia i Popolari per l’Italia di Mario Mauro (verso il centrodestra) che i Popolari-Demos di Lorenzo Dellai (verso il centrosinistra). La fusione tra Ncd e Udc che aveva portato alla nascita di Ap (Azione popolare) è fallita: Ncd è rimasta alleata al Pd e punta, in teoria, a costruire un’area liberal-popolare alleata al centrosinistra (congresso, forse, a marzo) mentre l’Udc di Cesa, De Poli (ma non quella di Casini, D’Alia e Galletti…) è confluita dentro il calderone del centrodestra come pure il movimento Idea di Quagliariello e quello dei Conservatori e riformisti di Raffaele Fitto che, insieme ad altri micro-partiti, vorrebbero concorrere, invece, alla rinascita di un area liberal-popolare nel..centrodestra. Per tutti costoro – movimenti e partiti di centrodestra come di centrosinistra – con quale legge elettorale si andrà a votare è esiziale: soglie di sbarramento troppo alte (superiori, cioè, al 3-4% dei voti…) ne decreterebbero, una buona volta, la definitiva sparizione. Ecco perché il loro unico vero interesse, oltre ad arrivare a fine legislatura, è il proporzionale. E di tutti loro si dovrà tenere conto: nel Paese sono inesistenti, ma in Parlamento contano.

Gli impegni delle Camere (l’intera legislatura). 

Come ormai sanno anche i sassi, la maggior parte dei parlamentari – molti di prima nomina – agogna a raggiungere la pensione (il cd. ex ‘vitalizio’) che, da quando il sistema è stato riformato ed è passato dal metodo retributivo a quello contributivo, matura solo dopo quattro anni, sei mesi e un giorno dall’inizio della legislatura, e cioè dal I settembre 2016. Eppure, non sono pochi i parlamentari che, invece, per ragioni di partito o di fede politica, vorrebbero interrompere in via anticipata la loro esperienza politica, anche se è la prima. Peraltro, le Camere dovrebbero comunque versare, a ognuno di loro, e subito, non ai 65 anni di età, 100 mila euro di mancati contributi per i 5 anni interrotti (un bel gruzzoletto). In ogni caso, oltre alla legge elettorale – di cui si è parlato prima – che abbisogna di almeno due/tre mesi per essere varata e alla legge di Stabilità, di cui si parlerà a partire da ottobre, c’è da espletare la ‘normale’ attività delle Camere che riprenderà a partire dal 10 gennaio. Un’attività (e, spesso, un ‘dolce far niente’) che non dispiace mai a nessun parlamentare. Da segnalare che, in Senato, bisognerà eleggere il nuovo presidente della prima commissione Affari costituzionali (Chiti sarà, forse, la proposta dei renziani) in sostituzione di Anna Finocchiaro, oggi ministro alle Riforme, e il nuovo vicepresidente del Senato, in sostituzione di Fedeli (oggi ministro): due cariche istituzionali in quota Pd che, però, il Pd potrebbe cedere. Infine, notizia dell’ultima ora: i due provvedimenti più corposi in itinere nelle Camere (ddl salva-banche e dl Mille Proroghe) partiranno dal Senato e non dalla Camere per ‘liberare’ la Camera da ogni ingombro possibile per lasciare campo libero alla possibile riforma della legge elettorale che avrebbe, in questo caso, ‘campo libero’ per passare.

Gli impegni del governo Gentiloni (2017 e oltre…). 

Oltre agli impegni internazionali dell’Italia (che trovate qui sotto), il nuovo governo guidato da Paolo Gentiloni (già ministro degli Esteri nel governo Renzi) che si è insediato appena prima di Natale, si troverà di fronte una serie di impegni interni, alcuni previsti (e prevedibili), altri imprevisti (e imprevedibili). Essendo impossibile enumerare i secondi (esempio: uno o più attentati terroristici, di matrice Isis o altra, colpiranno l’Italia?), è meglio passare in rapida sintesi i primi (peraltro, l’agenda del governo è consultabile sul sito di palazzo Chigi: http://www.palazzochigi.it). Sul fronte economico, l’Italia dovrà affrontare, quasi sicuramente, il varo di una ‘manovrina’ di aggiustamento dei conti entro marzo (così chiede, in modo insistente, la Commissione Ue), il Def entro giugno e la legge di Stabilità per ottobre (se ancora sarà in sella, ovviamente), ma anche misure tampone su vari fronti (voucher, misure di contrasto alla povertà e a favore famiglie, bonus bebé, bonus giovani) per non dire del piano di salvataggio delle quattro banche in crisi (Mps in testa) che vale almeno 20 miliardi. Sul piano sociale i temi saranno gli stessi più, ovviamente, le misure – tampone o strutturali si vedrà – di contrasto all’immigrazione clandestina (riapertura dei Cie?), rimpatri, sbarchi e, in generale, il modo per affrontare l’emergenza immigrazione.

Sul piano più prettamente politico il governo Gentiloni ha già messo in chiaro che non sarà parte attiva nelle trattative sulla legge elettorale, ma  si limiterà al ruolo di ‘facilitatore’ delle trattative tra i partiti che dovrebbero ripartire non appena si pronuncerà la Consulta, mentre sul tema voucher potrebbe varare nuove leggi per depotenziare il possibile effetto negativo (sul Pd e i suoi alleati minori che reggono il governo) dei referendum della Cgil. Infine, vi sono molte leggi che giacciono in Parlamento e che attendono una loro definitiva approvazione, già calendarizzate dalle Camere e varate o proposte dall’ex governo Renzi: la riforma del processo penale (con dentro le norme sulla prescrizione), legge sulle adozioni, legge sul giusto processo, legge sulla cittadinanza agli immigrati nati in Italia, etc. etc. etc. Insomma, o il governo Gentiloni (retto, a oggi, da una maggioranza composta da Pd+Ncd+Psi+Popolari+altri partiti minori, senza l’apporto dei verdiniani di Ala) deciderà di autoaffondarsi da solo o verrà sfiduciato dal partito di maggioranza relativa che lo sostiene (il Pd, appunto) oppure, impegni e calendario alla mano, ne avrà parecchie di cose da fare. Da non dimenticare, per dire, la tornata di nomine negli enti di nomina statale che scadono entro giugno e che – dicono indiscrezioni di stampa – il governo effettuerà sempre che non sia caduto e non si debba andare a nuove elezioni anticipate entro maggio. Infine, il caso Rai: l’11 gennaio, il dg Campo Dall’Orto presenterà il suo nuovo piano industriale al Cda Rai e, subito dopo, in commissione di Vigilanza Rai che ha già silurato Verdelli.

Gli appuntamenti internazionali dell’Italia (marzo e maggio). 

I principali appuntamenti internazionali che attendono il nostro Paese sono tre: 1) l’Italia è, dal I gennaio 2017, membro non permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e lo resterà per tutto l’anno; 2) la celebrazione della firma dei Trattati di Roma (1957), di cui ricorre il 60 esimo anniversario, che si terrà e celebrera’ il 25/26 marzo nella Capitale; 3) il G7 che si terrà dal 26 al 28 maggio a Taormina perché, nel 2017, l’Italia è paese ospitante del vertice. Sul piano della politica europea sono infine molti i temi e i dossier caldi che attendono misure e decisioni urgenti da parte del governo (immigrazione, terrorismo, bilanci della Ue, etc.).

Gli impegni istituzionali del Capo dello Stato (tutto l’anno). 

L’agenda degli impegni istituzionali del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è facilmente consultabile sul sito del Quirinale ( http://www.quirinale.it ), ma in ogni caso il primo appuntamento sarà il 7 gennaio, a Reggio Emilia, per la ormai consueta Festa del Tricolore, e il secondo a Bologna, il 12 gennaio, per la visita all’Università di Bologna Alma Mater e alla casa dei Fratelli Cervi. Non mancheranno i soliti impegni istituzionali e, sicuramente, altre visite nei centri del Centro Italia colpiti dal terremoto, cui Mattarella tiene molto, oltre che diversi viaggi all’estero. Una cosa è certa: sarà Mattarella, in ultima istanza, a decidere se e quando, come e perché, si andrà a votare con elezioni politiche anticipate o a (aprile? giugno? ottobre?) o alla scadenza naturale della legislatura (febbraio del 2018). Infatti, il potere principale che ha in mano, quello di sciogliere le Camere, tale resta, nelle sue mani e sicuramente, con il suo consueto stile sobrio e pacato, egli lo eserciterà.

NB: questo articolo è stato scritto in forma originale per il sito di Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Marino lancia cinque siluri: contro Renzi, il Pd, le inchieste, il Mondo intero e pure il Papa…

renzi-direzione-pd

Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd.

1) IL ‘MARZIANO’ E’ RI-SBARCATO A ROMA…

Se avessi seguito le indicazioni del Pd oggi sarei in galera!”. L’ex sindaco di Roma, il ‘marziano’ Ignazio Marino, ieri è tornato sulla scena pubblica con il botto, ma anche con tutti gli onori. Presentazione del suo libro, Un marziano a Roma, la citazione è dal famoso libro di Ennio Flaiano, alla Sala della Stampa Estera di Roma: parterre de roi, selva di telecamere e di giornalisti, esteri ed italiani (oggi si replica alla libreria Feltrinelli in galleria Sordi, la casa editrice sfrutta, giustamente, l’occasione). Marino ne ha per tutti, naturalmente, ma il suo primo e vero obiettivo è solo il Pd. E cioè il partito che lo ha prima destabilizzato, poi corroso, infine defenestrato da piazza Campidoglio in una torrida estate (luglio-settembre 2016) di meno di un anno fa. Marino non gliel’ha perdonata e, ora, con la campagna elettorale alle porte, una candidatura del Pd che, nonostante le primarie vinte da Roberto Giachetti su Roberto Morassut, stenta a decollare, e soprattutto tanti, troppi, avversari che si affollano – dalla temutissima grillina, Virginia Raggi, incubo di ogni democrat che si rispetti, ai nomi della singolar tenzone che sta avviluppando in uno spirito suicida il centrodestra romano (Giorgia Meloni, Guido Bertolaso, Francesco Storace, senza dire, ovviamente, di Alfio Marchini…) – davanti agli occhi di Renzi e rischiano di fargli perdere non solo Roma, ma anche l’onore del Pd, l’ex marziano è ridisceso sulla Terra, quella dell’Urbe, a prendersi molte rivincite, legittime o meno.

2) IL DURISSIMO ATTO DI ACCUSA CONTRO RENZI…

Al centro del racconto, un atto di accusa permanente contro il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, colpevole – tre volte colpevole – di avere orchestrato un golpe nei suoi confronti per rimuoverlo dalla carica di sindaco. Repubblica, che anticipa il libro, riporta un passaggio in cui Marino racconta della via d’uscita – o, meglio, stando alla sua versione dell’”offerta indecente” offerta dal Pd al sindaco, attraverso il vicesindaco e assessore dem Marco Causi, per uscire di scena: “Tu lasci Roma, vai a Filadelfia e spegni il cellulare. Così, per irreperibilità del sindaco, il governo dovrà nominare un commissario e sciogliere consiglio e giunta”. Insomma, si sarebbe trattato, per Marino, di un golpe, nemmeno tanto legalizzato, di fatto illegale. Marino, certo, ne ha per tutti: parla anche delle Olimpiadi, definendo la decisione di presentare la candidatura di Roma “una fuga solitaria” del premier eseguita senza coinvolgere il Comune. E a Giovanni Malagò e Luca Cordero di Montezemolo “imputa di avere incentrato il dossier olimpico sulla costruzione del Villaggio di Tor Vergata per soddisfare il consorzio di imprese che su quell’aerea vantano diritti di costruzione”. E proprio ai principali costruttori romani Marino rivolge accuse dirette e durissime. A Francesco Gaetano Caltagirone, editore del Messaggero di Roma come del Mattino di Napoli, imputa di avere “quasi sempre utilizzato i media che possiede per infangarmi”, mentre “dei fratelli Toti o Sergio Scarpellini, dice, “ho sempre avuto l’impressione che detestassero il rischio di impresa”.

3) NON SI CANDIDERA’ MA POTREBBE INDICARE DI VOTARE LA M5S RAGGI…

E così, la giornata di Marino il Distruttore, non solo non è finita, ma non è neppure iniziata, quando l’ex sindaco – tra un intervista e una presentazione, una comparsata in tv e un’anticipazione del suo libro-verità, parla ‘anche’ a Radio Capital, prendendo tempo sulla sua possibile candidatura: “Credo che in questo momento i partiti non hanno più la dignità per esprimere una candidatura in una città come Roma. Spero in un movimento e una mobilitazione civica che offra l’opportunità ad un candidato di governare la città. Io non ho detto che mi ricandido. La mia candidatura sarà tema di dibattito nelle prossime ore”, dice Marino, lasciando tutti con il fiato sospeso, specie il candidato di Sel-SI,. Stefano Fassina, che invece spera e prega che si ritiri e lo appoggi, senza fargli troppo male. “Non ho detto né sì né no, non è questa la sede per fare annunci e io non faccio balletti. Comunque, n è detto che poi sarò io – aggiunge Marino – In Italia abbiamo superato i 60 milioni di abitanti e sono sicuro che tra loro c’è una donna o un uomo che sono all’altezza della guida di Roma, ma il lavoro iniziato per qquesta città va completato. Non ci sono unti del Signori, ma spero ci possano essere candidati di statura molto più elevata di quelli che si sono presentati finora”, conclude sibillino. Poi, alcuni suoi ex collaboratori che hanno lavorato con lui lasciano trapelare una mezza verità o, meglio, uno scenario da incubo, specie per Giachetti e il Pd di Renzi: “Marino, quasi sicuramente, non si candiderà, lasciando a piedi tutti quelli che hanno creduto in lui, ma il vero coup de theatre per provare ad ammazzare definitivamente il Pd nella Capitale e infilzare Renzi, cercando di fargli male anche a livello nazionale, potrebbe essere un altro: aspettare, silente, il lavacro del primo turno e, di fronte alla probabile alternativa, al ballottaggio, tra Giachetti e Raggi dare indicazione di voto per la grillina, facendo pesare se stesso per farla vincere e uccidere il Pd…”.

Non a caso, anche in chiaro, durante la conferenza stampa, Marino sbaglia – di certo non per errore o sbadataggine – il nome proprio di Giachetti, che chiama ‘Riccardo’ e non ‘Roberto’ e di cui dice: “Non lo conosco personalmente, mentre Virginia Raggi (M5s) sì”. Il che avvalora la tesi dei suoi…

4) I CINQUE SILURI CONTRO RENZI E QUALCHE SILENZIO DI TROPPO…

Ecco perché, dunque, nel frattempo, sono già tutti partiti i siluri di Marino contro il Pd di Renzi: di ieri, di oggi e, se possibile, pure quello di domani. “Se avessi seguito tutti i consigli del Pd forse mi avrebbero messo in cella di isolamento”, il primo. Ma soprattutto Marino attacca, duramente, Renzi secondo siluro: “Roma bisognava sganciarla dalle lobby, mentre Renzi preferisce sedersi a tavola con le lobby. Avevo grandi aspettative – lo sferza Marino – nei suoi confronti nel momento in cui lui aveva un ruolo politico nazionale. Pronunciava parole in cui mi riconoscevo, come quelle sulle liberalizzazioni delle aziende che al Comune non servivano o sulle scelte delle persone da fare sulla base dei curricula. Da quella affermazioni siamo passati alle scelte dei direttori Rai e delle reti. Se l’avesse fatto Berlusconi molti giornali si sarebbero ribellati”, l’affondo ancora più pesante. Poi, quarto siluro,  ripercorre i due anni e poco più del suo mandato, dalle primarie vinte con tanto di incoronazione nel 2013 fino allo scandalo degli scontrini che ha provocato il terremoto in Campidoglio e le sue dimissioni. E qui, però, Marino si fa muto, anzi fa il pesce in barile: gli sono arrivati avvisi di garanzia per gli scontrini, ma lui non spiega nel dettaglio, non risponde nel merito. Si limita ad accusare, ancora una volta, Renzi: “Ritengo di non aver nulla di più da spiegare di quel che ho fatto. Quando verrò chiamato spiegherò a proposito di questi 12 mila euro che mi vengono imputati. Mi piacerebbe che la stessa trasparenza venisse utilizzata dal capo del governo che – leggo sui giornali – ha speso in un anno come presidente della Provincia di Firenze (che è più piccola della Capitale) 600 mila euro in spese di rappresentanza, rapidamente archiviate dalla magistratura contabile”. Non basta. Nuovo (ultimo e quinto) attacco frontale a Renzi: “Parigi riceve dal governo nazionale 1 miliardo all’anno per gli extra costi della città. Londra riceve 2 miliardi. Occorrono investimenti su Roma, ma bisogna amarla la Capitale: il nostro capo del governo non ama Roma”.

5) GLI ALTRI SILURI LANCIATI CONTRO IL PD (ORFINI, CAUSI, ZINGARETTI)…

Non mancano, ovviamente, le difese a spada tratta di – tutte, ma proprio tutte – le scelte fatte fino all’ultima, quella che lo ha condannato, di fatto, all’auto-espulsione: “Per l’ultimo rimpasto di giunta (quello di luglio 2015, con l’estromissione di Sel, ndr.) mi sono fidato dei consigli di Matteo Orfini che sosteneva di averne discusso con il capo del governo. Io ho condiviso questa scelta e me ne assumo la responsabilità, non mi aspettavo che alcuni degli assessori nominati fossero arrivati lì con il compito di guastatori”. E qui Marino mette in mezzo, nel calderone delle accuse, pure Orfini.

Poi, sui suoi attuali rapporti (o, meglio, ‘non rapporti’) con il Pd osserva (ennesima bordata…): “Io ho la tessera del Pd dell’anno 2015. Quest’anno non l’ho ancora rinnovata, ma l’anno non è ancora terminato. Io mi sento democratico nell’animo, non rinuncio all’idea che anche in Italia possano esistere finalmente due forze, conservatori e riformisti. Il Pd che ho fondato io è diverso dal partito che c’era, che aleggiava in questa città a ottobre e novembre, un partito dove tutti i circoli sono stati chiusi, dove c’è un commissario, dove i consiglieri comunali hanno ricevuto l’ordine di dimettersi senza venire in aula a confrontarsi con il loro sindaco. Il Pd non esiste” conclude…. Non solo. Per Marino – attacco a Renzi al cubo – “in questo momento abbiamo non un governo di centrosinistra, ma di centrodestra, con Alfano e Lorenzin di Ncd e, al Senato, con l’appoggio di Verdini”.

A distanza ravvicinata arrivano, ovviamente, anche le repliche dei diversi protagonisti romani e laziali del Pd tirati in ballo da Marino: il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, accusato da Marino di aver rallentato, se non addirittura boicottato, l’azione di cambiamento della sua giunta, dice: “Non ho letto il libro. Ho letto dello stadio della Roma e voglio chiarire che la Regione è ancora in attesa del progetto dello stadio. Non sono abituato a dire sì o no in assenza di progetti”. “Offeso e rattristato” si dice il deputato dem Marco Causi per le accuse mossegli: “La frase che mi contesta Marino non l’ho mai usata. Si tratta di un falso falso che mi offende e mi rattrista”.

6) UN EVERGREEN, LE ACCUSE SU MAFIA CAPITALE…

Sull’inchiesta che ha terremotato la città di Roma e, anche, tre quarti del Pd capitolino, facendone finire in galera diversi esponenti, e cioè l’inchiesta giudiziaria di ‘Mafia Capitale’, Marino dice: “Quando iniziò la vicenda nel dicembre 2014 ed era evidente che né io né la mia Giunta avevamo nulla a che fare con quel mondo, l’allora vicesindaco Luigi Nieri mi chiese ‘perché non ti dimetti adesso, verrai rieletto a furor di popolo nella primavera 2015’. Io ho ragionato come avrei fatto in sala operatoria: ero vicinissimo a chiudere per la prima volta il bilancio preventivo del 2015 entro il 2014 e dovevo buttare la città in una campagna elettorale solo perché io ne avrei avuto un grande vantaggio? Ho scelto di chiudere il bilancio 2015 entro il dicembre 2014”. Poi Marino ne ha anche per il suo successore ‘tecnico’, il commissario straordinario Francesco Paolo Tronca: “E’ stato indicato monocraticamente da un capo del governo non eletto dal popolo. Non posso giudicarlo, le azioni del prefetto sono riconducibili al governo, è semplicemente un esecutore”.

7) NON CONCEDE NESSUNA GRAZIA, NEMMENO AL LPAPA NELL’ANNO SANTO …

Marino, infine, offre la sua versione pure sulle gelide parole del Papa dirette contro di lui nel viaggio di ritorno dagli Usa dopo le polemiche sul suo viaggio da ‘imbucato’ nella delegazione papale a Philadelphia (“Sia chiaro, Marino non l’ho invitato io!”, aveva sillabato ai giornalisti papa Bergoglio in aereo di rientro dagli Usa), ma anche qui l’ex sindaco ha la sua lettura: “Ho avuto una piacevole conversazione con Papa Francesco durante la quale ho ripercorso in termini severi la mia visione dei fatti. Non va attribuito a lui ciò che va attribuito a Renzi e al Pd, anche se alcuni hanno voluto interpretare le sue parole come un via libera contro Marino per potersi liberare di questa figura scomoda. L’incontro si è tenuto a febbraio. Abbiamo stabilito che avrei raccontato gli incontri avuti con lui e che lui avrebbe letto il testo prima della pubblicazione”. Morale: finirà che Marino, con il suo libro-verità, finirà per inguaiare pure il Papa.

Un vero Diavolo, più che un Marziano…

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 31  marzo 2016 sulle pagine di Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net)

#VersoleRegionali/9. #Campania: #DeLuca corre, contro Caldoro, ma rischia di decadere in attesa della sentenza sulla sua incandidabilita’

Il pool di Milano nella fiction tv 1992 di Sky

Il pool di Milano nella fiction tv 1992 di Sky

“L’eleziune, ’accà’ (in Campania, ndr.) se fanne (si vincono, ndr.) a Napùle. O’ sanne pure ’e pietre! (lo sanno pure i sassi, ndr.)”. Le parole, dette in napoletano stretto e ‘sbuffate’, come si dice sotto il Vesuvio, le pronunzia un deputato dem che non ha in gran simpatia Vincenzo De Luca. Il deputato preferisce l’anonimato, ma che un pezzo di Pd non tifi per ‘Enzo’ – almeno di certo non quanto Renzi, che ormai viene in Campania un giorno sì e l’altro pure per cercare di sorreggerne le sorti – non è più una notizia. De Luca ha vinto sì le primarie contro Cozzolino – ex bassoliniano che prima ne contestò l’esito, poi fece buon viso a cattivo gioco e ora spera di sostituire Assunta Tartaglione, segretaria regionale del Pd campano che quasi è sciuta pazza, a cercare di sbrogliarne i guai, dopo che avevano gettato la spugna ben due renziani doc (prima Picierno, poi Migliore) – ma nessuno lo ama, a Napoli.

Per dire, ‘o Re’, Antonio Bassolino (sindaco prima, governatore poi: dieci anni più dieci), piuttosto che farsi vedere al fianco di De Luca, sembra quasi si sia ritirato a vita privata coi suoi amati gatti, O accade che le fuoriuscite, per ‘colpa’ di De Luca, di Guglielmo Vaccaro (salernitano, ex lettiano, oggi anche ex deputato Pd), non si contino più, tra i dem. Ad Ercolano e a Pompei come altrove.

O accade che pezzi di Cgil campana, e pure di minoranza dem, voteranno per il candidato di SeL, l’operaio ed ex dirigente del Pci che fu, Salvatore Vozza, invenzione del ‘sellino’ Arturo Scotto. Ecco, la corsa di De Luca, l’incandidabile (causa legge Severino: ieri, però, la Consulta ha rimandato la palla al giudice ordinario, e non più al Tar, che reintegrò il sindaco di Napoli, De Magistris, solo che il giudice ordinario non potrà che attendere si pronunzi la Consulta, ergo se ne parla non prima di ottobre del 2015…) e delle sue liste, zeppe di tanti ‘impresentabili’ (Saviano ha tuonato) può rivelarsi piuttosto impervia a dispetto delle previsioni della vigilia.

Il candidato presidente del Pd, infatti, sfida il governatore uscente, Stefano Caldoro. Appoggiato da tutto il centrodestra, per una volta compatto e comprensivo di Salvini e Storace, Meloni e Mussolini, Caldoro un suo sistema di potere da guanto di velluto in pugno di ferro lo ha creato, in cinque anni. E se Caldoro sconta l’ormai congenita debolezza di Forza Italia, squassata da liti intestine che, al confronto, quelle romane, so’ pe’ guaglione (per ragazzi), resta in piedi un apparato burocratico, mediatico e anche di potere locale non da sottovalutare.

Senza dire che Caldoro già ha vinto, e bene, contro De Luca, cinque anni fa, e che De Luca è di Salerno. E, cioè, della ‘provincia’. Salerno, infatti, è una piccola città (140 mila anime), mentre Napoli di ‘anime’ ne conta oltre 961 mila. Ne discende che De Luca, se vuole vincere (e, in effetti, è in testa), deve vincere a Napoli città. Infatti, il beneventano è il regno di Nunzia de Girolamo (Ncd) e di Clemente Mastella (Udeur), che tirano la volata entrambi per Caldoro, mentre l’avellinese è il regno di De Mita (Ciriaco), che ha rotto con Casini (ma non con Cesa…) per portare il grosso dell’Udc armi e bagagli a De Luca.

Napoli, dunque. Ma ‘quale’ Napoli? La buona borghesia del Vomero ‘schifa’ a De Luca, ma non ama Caldoro. I quartieri più popolari e più a rischio camorra, dai Quartieri spagnoli a Forcella, da Bagnoli alle vere terre di ‘Gomorra’ (che salgono su, a Nord, verso Sant’Antimo e Casal di Principe, regno dei ‘Casalesi’ come di Nicola Cosentino, Nick o’ Americano, che sta con Caldoro, pur se dal carcere, come di Luigi Cesaro, alias ‘Giggino ‘a purpett’, che sta con De Luca) starebbero con De Luca. Merito, pare, degli impresentabili. La gara è aperta. Chi vincerà? E cchi ‘o sape…

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 23 maggio 2015 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale. 

#ildiavolovesteItalicum/6. Bersani, Speranza, Cuperlo, Bindi oggi diranno ‘no’ alla fiducia, ma la minoranza ha perso più della metà delle sue truppe

La scena sarà di quelle eclatanti e, a suo modo, spettacolare. Pier Luigi Bersani, Roberto Speranza, ma anche Rosy Bindi (che però già annuncia di essere passata dall’astensione al ‘no’ alla fiducia), ma anche Enrico Letta, Guglielmo Epifani, Gianni Cuperlo, al momento di sfilare sotto i banchi della presidenza di Montecitorio per la prima delle tre ‘questioni di fiducia’ sull’Italicum che si voteranno a partire da oggi, non risponderanno alla ‘chiama’. Insomma, il loro ‘no’ di sostanza all’Italicum si trasformerà in un’uscita dall’aula ‘politica’ a cuasa della questione di fiducia. Un atto politico forte, considerando che annovera ben due ex segretari di partito, un ex premier, un candidato alla segreteria e molti altri big della minoranza dem e che verrà compiuto con al seguito una quarantina (non di più, forse meno) di loro ‘fedelissimi’. Si va dai bersaniani stretti (persino Stumpo e Zoggia, però, sono dubbiosi) a ribelli dem già noti alle cronache parlamentari per i loro ‘no’ (Civati, Fassina, D’Attorre, Bindi), dagli ‘speranziani’, vicini all’ex capogruppo alla Camera (Leva), ai cuperliani (Pollastrini), passando per i pochi bindiani (Miotto) e lettiani (Meloni) rimasti. 

Il ‘guaio’, a volerlo vedere dal lato della minoranza dem, è che la loro scelta – quella dell’astensione non sul provvedimento finale, che potrebbe, a questo punto, trasformarsi in un definitivo ‘no’, ma su un atto politicamente impegnativo come la fiducia – ha spaccato e spaccherà ancor di più la già divisa minoranza dem. Infatti, una gran parte della minoranza dem, specie dentro Area riformista (90 deputati in tutto), e cioè circa 42-43 deputati, peraltro in crescita, strapperà con i suoi ‘padri’, politici e putativi. Si tratta di un’area (qualcuno li chiama già ‘i giovani armeni’…) che è entrata, da settimane, in sempre più crescente fibrillazione nei confronti dello ‘strappo’ verso Renzi operato dai big succitati. La sotto-area, per ora ancora non organizzata – spiega Ginefra – ma sicura di avere dalla sua numeri (la metà di Area riformista) e ragioni (il dialogo) chiede “un chiarimento definitivo” dentro la minoranza dem, scontenta della linea “troppo appiattita sui pasdaran del no”. Ne fanno parte, oltre a Ginefra (pugliese), Amendola (campano), Bordo (emiliano), Mauri (lombardo), ma anche volti noti dell’area come il ministro Martina e Damiano. Insomma, sottraendo questa quarantina e più di ‘dialoganti’, con Bersani-Speranza&co. resterà un manipolo di ribelli che, grazie all’apporto dei duri e puri noti (cui vanno aggiunti, forse Boccia e il giovane Enzo Lattuca), al massimo arriverà a ‘quota 40’ (i renziani sperano, addirittura, non superino ‘quota 30), non oltre, ma solo grazie al l’apporto dei 25 cuperliani e di 5 bindiani-lettiani. 

Certo, le parole di big ed ex big della minoranza grondano comunque  rabbia e indignazione e lasceranno il segno anche nel futuro dei rapporti tra maggioranza e minoranza, dentro il Pd, a prescindere dal fatto che, poi, quaLcuno (Civati, Fassina) la scissione la faccia davvero o arriva a farsi cacciare dal gruppo parlamentare e dal Pd. Per Bersani “è in gioco la democrazia, il governo non c’entra niente”. Civati, che voterà direttamente ”alla fiducia, come la Bindi e Fassina. ribattezza l’Italicum “Obbrobbrium”, Speranza definisce “un errore gravissimo la fiducia sulla legge elettorale”, Fassina garantisce che “proprio non si può votare” e pure Enrico Letta dice: “non voterò la fiducia sull’Italicum dopo strappo voluto dal governo, le regole non si impongono da soli”. 

 

NB. Questo articolo è stato pubblicato a pagina tre del Quotidiano nazionale del 29 aprile 2015 (http://www.quotidiano.net)

#ildiavolovesteItalicum/4. Ricorso alla fiducia più vicino. Speranza: “Enorme errore di Renzi”. I ribelli Pd: “Così si violenta l’aula”

Interno dell'aula di palazzo Madama.

Interno dell’aula di palazzo Madama.

“Mettere la questione di fiducia sarebbe un atto di violenza, un atto di violenza (la frase la ripete due volte, ndr.), nei confronti del Parlamento e un errore politico madornale”. Roberto Speranza, capogruppo dimissionario del Pd alla Camera parla dell’Italicum. “E’ sbagliato legare il destino del governo alla legge elettorale”, continua, criticando lo stesso Renzi (“O passa l’Italicum o si va a votare”).

Critiche forti, dure, che riecheggiano quelle pronunciate non dai ‘soliti’ ribelli duri e puri della minoranza dem (sui 90 della minoranza a non votare la fiducia saranno in 15 al massimo, una cinquantina abbondante voterà sia la fiducia che il testo finale e una trentina potrebbe votare la fiducia ma astenersi sul ddl finale), ma di vari big di Pd e Ulivo (Bersani, Prodi, Letta, D’Alema, etc.). Speranza, che ieri ha scelto In mezz’ora (Rai 3), per dire la sua, ha anche ribadito che le sue dimissioni da capogruppo resteranno tali (i renziani doc sono ben contenti di sostituirlo con Ettore Rosato) ribadisce “sarò leale verso il mio partito, non sono antirenziano”, allarga il discorso al Pd futuro (“voglio un partito che unisca la sinistra, non il partito della Nazione”), ma ad ardere c’è l’Italicum. Su quello si concentrano le critiche di tutti gli altri attori politici.

Palazzo Montecitorio. Portone d'ingresso della Camera dei Deputati.

Palazzo Montecitorio. Portone d’ingresso della Camera dei Deputati.

Rosy Bindi (“la fiducia sull’Italicum tradisce la vita democratica”) arriva a chiamare in causa Mattarella (“Il capo dello Stato conosce bene le prerogative del Parlamento e del governo…”, lo sollecita). I deputati grillini minacciano “azioni extraparlamentari” con Alessandro Di Battista intervistato da Maria Latella a SkyTg24, il capogruppo di Sel, Arturo Scotto, fa un appello “a tutti i deputati” contro “l’aberrazione della fiducia, uno stupro della Costituzione”. Lucio Malan (FI), intervistato dal Tg3, fa una mossa politica abile, concordata con Brunetta: “Cade il governo Renzi? se ne fa un altro pure con i nostri voti e la legislatura continua fino al 2018”.

L’esame del ddl inizierà oggi con la discussione generale, ma entrerà nel vivo solo martedì con la discussione sulle ‘sospensive’ (dove il governo non può mettere la fiducia) e le ‘pregiudiziali’ di costituzionalità (dove in teoria potrebbe metterla, ma non lo farà). I primi voti, dunque, saranno sia a scrutinio palese (sospensiva) che segreto (pregiudiziali su cui solo FI ne ha già annunciate due): non dovendoci essere la fiducia, ma il voto segreto sarà già questo un buon test per far capire al governo ‘che aria tira’ alla Camera. Subito dopo, però, la maggioranza chiederà di rinviare l’Italicum alla settimana seguente: con la scusa di u n ddl sui reati ambientali, il governo scavallerà il mese di aprile, facendo scattare da maggio i tempi ‘contingentati’ (vuol dire minori tempi per le opposizioni). Un indubbio vantaggio come, del resto, lo sarà il voto di fiducia (saranno tre in realtà, sui quattro articoli del ddl, su uno non serve) che il governo di certo chiederà scatenando l’ira delle opposizioni. Infine, il voto finale sul ddl: arriverà tra il 5 e il 7 maggio e sarà a scrutinio segreto, come da Regolamento, ma sotto i ‘riflettori’ di tutti, maggioranza e governo: sarà lì che Renzi rischierà davvero.

Nb.Questo articolo è stato pubblicato il 27 aprile 2015 a pagina 7 del Quotidiano nazionale (htttp://www.quotidiano.net)