Pd, congresso tra gli iscritti: Renzi vola, Orlando resta basso, Emiliano fa flop.

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Se abbiamo riportato una vittoria? Veramente è un trionfo”. Al Nazareno si stropicciano gli occhi, quasi non ci credono. Nei congressi di circolo – 6324, per la precisione, le convenzioni locali, dal 20 marzo a ieri, sono state 5 mila, l’affluenza è intorno al 58,1%, i votanti sono 235/255 mila su un totale di iscritti che, alla fine, supererà quota 430 mila – la mozione di Matteo Renzi ha fatto il botto. E, certo, è solo il primo round, saranno solo i gazebo – primarie aperte anche ai non iscritti – del 30 aprile a decretare chi sarà il futuro segretario del Pd, ma i numeri sono impressionanti: il Pd è diventato un lago renziano.

I dati del Nazareno parlano chiaro: “Renzi è al 68,22% (141.245 voti assoluti), Orlando al 25,42% (52.630 voti), Emiliano al 6,36% (13.168 voti)” e l’affluenza è stimata al 58% (235-250 votanti, appunto). Vittoria schiacciante. Eppure, i comitati dei due avversari danno numeri diversi: “Orlando è quasi al 30%, al 29,6%, Renzi al 62,4%, Emiliano all’8%”, per gli orlandiani, con un affluenza assai più bassa (200 mila votanti) stimata al 46%; mentre gli emiliani danno il loro candidato “oltre l’8%, Orlando al 30% e Renzi al 62%”, su una affluenza che è molto più bassa (41% al massimo, vuol dire circa 180 mila votanti). Discrepanze che daranno di certo adito a roventi polemiche, che sono già scoppiate, in vista della proclamazione ufficiale dei risultati da parte della commissione congressuale – dato che arriverà solo oggi, però, al massimo entro domani – ma il succo politico resta: il ministro va assai meno bene del previsto, anche nelle zone dove pensava di sfondare o quantomeno di vincere (Bologna ed Emilia rossa, Roma e Lazio, Liguria) e ben peggio di Cuperlo (che nel 2013 sfiorò il 50%), il governatore pugliese fa un mega flop dappertutto (era a rischio persino la possibilità di superare il 5% nazionale o il 15% in 5 regioni necessari per accedere alla seconda fase, quella delle primarie aperte: Emiliano ce la fa per un pelo e le malelingue dicono che i renziani lo hanno aiutato per non togliere appeal e mordente a una gara sonnacchiosa) mentre Renzi stravince e dappertutto.

Infatti, l’ex premier conquista, nel Pd, 20 regioni italiane  su 20 (Liguria di Orlando e Puglia di Emiliano, dato ancora più clamoroso, comprese), le grandi città (a Roma, dove comandano Zingaretti e Bettini, schieratissimi con Orlando, Renzi ha il 62,3%, a Milano il 68,2%, a Bologna il 49,9%, a Genova il 57,7% , a Firenze ‘la bulgara’ l’82,4%, a Napoli il 78%, a Cosenza il 48% ed è una delle poche città dove Orlando lo sovravanza, di poco) e i piccoli centri, zone ‘rosse’ e ‘bianche’, Nord e Sud. Per dare una dimensione dei numeri, Renzi sfiora il 70% non solo dove i renziani e gli uomini di Martina controllano il partito (Lombardia, Toscana, Veneto, Marche), ma anche nelle regioni rosse (63% in Emilia fino al 76% in Umbria), si attesta attorno al 65% in regioni non ‘sue’ come Piemonte, Lazio e Liguria (terra natale del ministro), è saldamente sopra il 60% in tutto il Sud, con punte del 78%, ed è in testa persino in Puglia, la regione di Emiliano, pur non superando il 50%.

“Sono risultati incredibili, vanno oltre le nostre previsioni”, fa filtrare l’ex premier che si gode il successo a Pontassieve mentre è impegnato a finire il libro di memorie scritto per Feltrinelli (il titolo è ancora top secret,  il libro uscirà dopo le primarie). Renzi non vuole farsi trascinare in polemiche e così evita di rispondere ai suoi avversari. Emiliano e Orlando attaccano duro: ora il tentativo è alzare l’asticella in vista del 30 aprile, quando, anche a causa di una data scelta in modo dissennato in quanto è in mezzo a due ‘ponti’ festivi (25 aprile e Primo Maggio), il rischio di una partecipazione bassa è alto. “Se ai gazebo vanno meno di 2 milioni di persone – dice Orlando – è una sconfitta, colpa di chi finora ha guidato il partito”.  Lorenzo Guerini – il vero artefice del successo che in una nota scandisce la “soddisfazione per un risultato che vede in Renzi il segretario in cui i nostri iscritti ripongono fiducia e speranze” – gli legge i dati e a Matteo torna il sorriso.

“Calma, ragazzi, il partito deve restare unito – ribadisce Renzi ai suoi – io voglio dimostrare che non sono divisivo”. Poi, però, una battuta su Orlando gli scappa: “Era convinto di andare molto meglio, ha preso una bottarella, lo ha capito e ha dato segnali di nervosismo, protestando per il voto, ma io sono convinto che io e lui possiamo lavorare insieme”. Su Emiliano non dice nulla, anche se c’è chi giura di averlo visto ‘gongolare’ per un dato che i pasdaran bollano come “il peggior risultato di un ex giudice in politica dai tempi di… Ingroia” (il quale, con la sua Rivoluzione civile, prese il 3%…).

I renziani sono in brodo di giuggiole. Il senatore Marcucci traccia il solco: “Il consenso di Renzi dentro il partito è passato dal 45% del 2013 al 68% di oggi, oltre 20% in più” (ma, dal 2013 ad oggi, il Pd ha perso ben 135 mila iscritti, specie nelle regioni rosse, non pochi). Dal 2014 in poi, però, il numero degli iscritti è sempre aumentato (+30 mila sul 2015, +50 mila sul 2014) fino ad arrivare ai 430 mila – 30 in più dei previsti 405 mila – del 2016. Un numero di 30 mila unità in più rispetto a quello noto finora che il vicesegretario Guerini si era tenuto in serbo per festeggiare, insieme a Renzi, la vittoria schiacciante.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 3 aprile 2017 a pag 10 del Quotidiano Nazionale. 

Annunci

Pisapia vuole candidare la Boldrini come frontman della sinistra alle primarie del centrosinistra (ma in accordo con Renzi)

Camera dei Deputati. Pier Carlo Padoan in aula per il DDL salva banche

La presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini

«E SE FOSSE Laura (Boldrini, attuale presidente della Camera, ndr), donna, volitiva e di sinistra, la competitor di Matteo, alle primarie del Pd e del centrosinistra, per tutti noi?». L’idea è di Giuliano Pisapia: l’ex sindaco di Milano, nonché ex esponente di Rifondazione comunista di Bertinotti e poi Sel di Vendola, non ha più uno staff vero e proprio, è tornato a fare l’avvocato, ma ha ancora molti ‘amici’, persone che lo stimano e lavorano a testa china per lui, silenziosi e solerti.

ED E’ VENUTA fuori proprio con loro, in una chiacchierata con gli «arancioni» milanesi – solo in parte rifluiti sul nuovo sindaco, Giuseppe Sala, mentre altri hanno voluto «continuare con Giuliano» – l’idea di candidare quella che, a sinistra, è detta «la Boldrinova»: femminista anche nell’uso delle parole, la Boldrini ha messo in campo, sui luoghi del terremoto e non solo, un presenzialismo un po’ sospetto, specie di recente.
Il clan Pisapia ha soppesato l’idea, l’ha sottoposta «a Laura», che si è detta «convinta». E, ovviamente, è stato sondato Renzi, che ha dato il suo ok, dicendosi «entusiasta» all’idea di correre ‘contro’ e, insieme, ‘con’ una donna di sinistra, non foss’altro perché, oggi, il segretario del Pd interpreta le primarie di coalizione non come una competition per il Potere, ma come un modo per «allargare il campo» del centrosinistra, ma soprattutto vuole tenerle a tutti i costi – in realtà ci ha ripensato, fino a qualche settimana fa sembrava averle archiviate – per ri-legittimarsi davanti all’opinione pubblica, specie quella di sinistra. E, infine, un discreto sondaggio è stato fatto al Colle più alto, il Quirinale, per verificare se il coinvolgimento della terza carica dello Stato in una gara «iper-politica» come le primarie non avrebbe creato disappunti e fastidi (il che, appunto, non sarà).

E COSÌ, non appena Renzi dichiarerà «aperte», stile Giochi olimpici, le primarie per scegliere il futuro candidato del centrosinistra alla guida del Paese (marzo la data più probabile delle primarie, sempre che a Renzi riesca il colpaccio di andare a elezioni anticipate a giugno e sempre che la legge elettorale, specie se proporzionale, non rappresenti un problema insolubile) la Boldrini sarà della partita a nome di un campo di sinistra il più «largo» possibile. Infatti, l’area che fa capo a Pisapia – che ha deciso di non scendere in campo in prima persona, come già fece l’anno scorso quando, per le primarie del centrosinistra milanese, fece candidare la sua ex vicesindaca, Francesca Balzani, spaccando il fronte della sinistra meenghina, ma si ritaglierebbe il ruolo di «regista» dell’operazione – vuole allearsi con il Pd di Renzi, in vista delle prossime politiche.
Un campo, quello di Pisapia-Boldrini&co., che parte dalle esperienze dei sindaci «arancioni» di Cagliari (Zedda), Genova (Doria) e Milano (Sala), passa per il Pd (Sinistra dem di Cuperlo, i prodiani di Campo dem di Zampa e Gozi, il sindaco di Bologna, Virginio Merola) e arriva fino alla capacità di staccare da Sel pezzi di vendoliani critici (Stèfano in Puglia, Uras in Sardegna, il vicepresidente della Regione Lazio Smeriglio a Roma). Non a caso questo campo già si autodefinisce – nelle prime iniziative pubbliche testate con buon successo a Milano, Bologna, Roma – «campo progressista»: vuole, cioè, aiutare il Pd, non distruggerlo, e «togliere voti» a due forni entrambi molto pericolosi per il leader Renzi.

IL PRIMO è l’area che sta nascendo intorno al progetto politico di Sinistra Italiana (la ex Sel di Vendola da cui proprio la Boldrini proviene), che vuole mettere insieme pezzi sparsi della sinistra a sinistra del Pd, l’altro è la sinistra interna del Pd che fa capo a Bersani (fu lui a volere la Boldrini alla guida della Camera dopo l’esito delle politiche del 2013) e Speranza, che peraltro proprio ieri, sul quotidiano il manifesto, ha annunciato la sua candidatura al congresso del Pd ma ha escluso quella alle primarie del centrosinistra, primarie alle quali, però, potrebbe presentarsi il governatore della Puglia Emiliano.
Due forni – SI degli ex vendoliani e i bersaniani di Speranza – che, se uniti, come sogna D’Alema, il quale spinge per la scissione, potrebbero far male, in termini di voti, al Pd.

NB: questo articolo è stato pubblicato, in forma più breve, a pagina 6 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Ncd in rivolta, i dissidenti del Senato vogliono la crisi di governo entro luglio. Ma Alfano resiste

alfano alla camera

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano

C’È UN gruppo di almeno otto senatori di Ncd che – capitanati dal capogruppo al Senato, Renato Schifani – chiede di uscire dal governo, aprendone di fatto la crisi al più presto, forse già entro luglio, in combutta con un paio di senatori di Ala (Falanga e Auricchio), inquieti da altrettanti giorni, se non settimane, e altri di Gal (Grandi Autonomie e Libertà).
Il momento (e la scusa) dell’incidente per mandare sotto Renzi è già stato individuato: è il ddl sulla riforma del bilancio degli enti locali. Pare uno dei tanti voti di routine che il governo dovrà affrontare la prossima settimana, in verità è una votazione particolare: occorre la maggioranza assoluta dei componenti dell’assemblea, ovvero 161 voti. All’inizio della prossima settimana, dunque, si capirà se il governo, al Senato, tiene oppure no.
«Senza neppure aspettare il referendum», come vorrebbe fare invece il capogruppo alla Camera, Maurizio Lupi, che ha lanciato il «modello Milano» e, per aprire la crisi di governo, vorrebbe aspettare il referendum. Forse garantendo un appoggio esterno, al governo Renzi, forse manco quello. In ogni caso decretando «la fine di un governo per noi istituzionale come quello Letta», come ricorda Lupi ai suoi, che poi aggiunge: «arrivati fin lì, alla celebrazione del referendum, il nostro compito è finito».

MA, appunto, molto di più di questo e, soprattutto, molto prima chiedono gli otto senatori ‘schifaniani’: una rottura immediata con il governo, e subito, al massimo entro luglio. E se la riunione del gruppo al Senato si fosse tenuta l’altra sera (si terrà, invece, a inizio della prossima settimana: è stata spostata causa, in teoria, rispetto per le salme di Dacca) l’avrebbero già chiesta, Schifani in testa. «Lasciare il governo e ricostruire l’area moderata»: la mette giù così il senatore, assai vicino a Schifani, Stefano Esposito. E dato che i guai non vengono mai soli, ben tre (Azzollini, Formigoni, Esposito) degli otto senatori citati ha partecipato a una riunione di tutti i senatori di centrodestra che ieri hanno organizzato il comitato del No al referendum costituzionale.
NCD, o meglio ciò che ne resta a livello di gruppi parlamentari (31 deputati e 31 senatori), è un partito sull’orlo di una crisi di nervi. Il caso «famiglia Alfano» (fratello, padre e il suo principale collaboratore al ministero e in Ncd, di cui detiene pure il marchio, Davide Tedesco, finiti nel tritacarne mediatico-giudiziario) non solo non ha fermato la frana, ma rischia di renderla definitiva. Naturalmente, la solidarietà al ministro dell’Interno arriva da tutti, governativi-ministeriali, anti-governativi e anti-ministeriali. E lui, Alfano, in una riunione lampo convocata ieri, a Montecitorio, dopo il question time, è stato drastico: «Non ci sarà alcun caso ‘Lupi 2’ (l’ex ministro si dimise dopo un inchiesta della Procura di Firenze di cui, dopo tre anni, non si sa nulla e in cui non era neppure indagato, ndr), io non mi dimetto», ha detto a un manipolo dei suoi deputati che gli si sono stretti intorno.

EPPURE, anche solo il ‘come’ viene offerta la solidarietà ad Alfano fa storcere la bocca a molti. Per dire, gli anti-governativi o ‘schifaniani’ hanno vissuto con malcelato disprezzo quello che definiscono «l’ossessivo attaccamento alle poltrone» degli alfaniani ministeriali (Lorenzin, Costa, Vicari, etc) i quali  – sibilano i senatori dissidenti – «si sono affrettati a dire che il governo Renzi va avanti e va sostenuto, fino e oltre al referendum».
D’altra parte, i ‘ministeriali’ o ‘governativi’ chiedono, da un lato, a Renzi e al Pd «di difendere Alfano a spada tratta perché – dice Sergio Pizzolante, vicino a Cicchitto – Angelino non è dimissionabile. Se viene giù lui, viene giù tutto il governo. E dopo, con l’aiuto di poteri che si stanno riposizionando, non arriva il ‘nuovo’ centrodestra ma il populismo a Cinque Stelle e il nostro Paese finisce come nel’92-’93, quando la sinistra pensava che fosse giunto il suo turno e invece arrivò Berlusconi» (nella parabola al contrario di Pizzolante oggi la sinistra sarebbe il centrodestra e i grillini Berlusconi…).
E PROPRIO il suo riferimento politico, l’ex socialista e oggi filo-renziano Fabrizio Cicchitto chiede che la ‘conta’ interna non avvenga solo al gruppo al Senato, ma «insieme, deputati e senatori» sperando sul dato di fatto che, alla Camera, i ‘ministeriali’ sono più forti.
Resta il punto e cioè che è al Senato che i voti valgono tanto oro quanto pesano. Ed è lì che gli anti-governativi sono pronti a «mettere insieme pezzi di GaL, Ala, Forza Italia per dare vita» – spiegano gli ‘schifaniani’ – a una nuova area politica moderata» che, ovviamente, inizierebbe, e presto, a votare contro il governo, non certo per. Facendolo, di fatto, cadere.

Nb. Questo articolo è stato pubblicato a pagina 2 del Quotidiano Nazionale. 

NEW! Dalla Romagna a Roma! L’intervista a Pini (Lega) conferma la “Strana Alleanza” tra Lega Nord e Cinque Stelle: la Romagna culla del patto “anti-Renzi”

Beppe Grillo e, dietro, il suo guru, Gianroberto Casaleggio

Grillo e Casaleggio. Il leader dell’M5S e il suo Richelieu, da poco scomparso

Ettore Maria Colombo
BOLOGNA
«TRA LEGA e M5S ho sempre sentito molte affinità. Casaleggio ha inventato Internet, noi i gazebo…». Il vecchio leone lùmbard, Umberto Bossi, è uno che fiuta l’aria. Il Senatùr s’è presentato, a sorpresa, al funerale di Casaleggio a Milano. E Matteo Salvini conferma: «Sulla richiesta di onestà, pulizia e trasparenza, ci sono somiglianze». Un altro uomo d’altri tempi, Luigi Bisignani, scrive, da tempo, sul Tempo, che di «lavori in corso Lega-M5S», parla di «feeling tra i gruppi in Parlamento» e paventa l’ipotesi di «un logo che unirà i due partiti in una Federazione». «Salvini chiama Grillo»? Il leader leghista, per ora, ha fatto scelte diverse: il centrodestra, a Milano, si è ricompattato su Parisi e rosicchia punti al dem Sala.

CERTO è che il candidato M5S, Gianluca Corrado, non brilla per attivismo, sotto la Madonnina. Come se l’M5S volesse perdere e, magari, al ballottaggio, votare Parisi…
A Roma, il favore, invece, sarebbe ricambiato: Salvini voterà Raggi? Lo sostiene una fonte interna leghista ma romana, ergo attendibile: «Berlusconi farà ritirare Bertolaso, ma per appoggiare Marchini, non la ‘nostra’ Meloni, ma vince Giorgia! Detto ciò, ‘se’ al ballottaggio andassero Giachetti e Raggi (i candidati di Pd e M5S, ndr) i nostri voteranno lei, col placet di Salvini…».

Il concetto che molti leghisti e, anche, pentastellati esprimono, pur se off-records, è sempre lo stesso: «Come possiamo fare molto male a Renzi? Unendo le nostre forze».
Le danze si aprono già domenica, con il referendum «anti-trivelle» (Lega e M5S sono per il «sì»), si fanno ballo liscio alle elezioni amministrative di giugno e diventano turbinoso valzer al referendum istituzionale di ottobre. Quando leghisti e grillini andranno tutti, lo dicono già, a votare «per far cadere Renzi». A proposito di ballo liscio, va però sottolineato il caso concreto di tre città al voto in terra speciale, la terra di Romagna.

A Ravenna, l’M5S non si presenta a causa di violenti dissidi interni finiti con la mancata certificazione della lista dal vertice dell’M5S. Dissidi solo in parte rientrati con la lista civica ‘Cambierà’ che candida l’imprenditrice Michela Guerra. Lei è una para-grillina, ma, al ballottaggio, potrebbe appoggiare il candidato leghista, Massimiliano Alberghini, che, forte di un centrodestra unito, punta a soffiare la poltrona di sindaco a Michele De Pascale (Pd-Pri-civiche), anche se, in realtà, Alberghini è espressione di una lista ‘civica’ leghista.
Stessa musica a Rimini. Prima ha fatto epoca e cronaca, locale e nazionale, il tentativo, poi abortito, della ex moglie di Beppe Grillo, Sonia Toni, di presentare una lista «sua». Poi persino lo staff di Casaleggio ha dovuto rinunciare al candidato prescelto, Davide Grassi. Morale: l’M5S, a Rimini, neppure si presenta. Il centrodestra, a trazione leghista, candida invece Marzio Pecci, altro esponente di area civica vicino a Salvini. Benedetto da Salvini dietro lo slogan «Uniti si vince» (lo stesso di Bologna, dove la Lega candida, ma senza l’appoggio di FI, Lucia Borgonzoni), Pecci punta a scalzare Andrea Gnassi (Pd), «anche» con i voti dei grillini.

Ma è Cesenatico – terra amata dai romagnoli e pure da Grillo che viene in Riviera a trovare Dario Fo – il caso «di scuola». Qui, il sindaco uscente, Roberto Buda, di centrodestra, «ha fatto un gran casino», si dice in città. Formalmente e inizialmente, la Lega appoggia Buda contro il candidato dem, Matteo Gozzoli, e pure contro il candidato M5S, Alberto Papparini, giovane molto attivo e molto denunciante vari e gravi scandali. Ma ‘se’ Buda non dovesse arrivare al ballottaggio, a «fare fronte» contro il Pd ci penserebbe Salvini: ha già dato ordine ai suoi fidi luogotenenti locali, a partire dal deputato Gianluca Pini, ‘padano-romagnolo’ sanguigno e Presidente della «Nazione» Romagna, di far convergere i voti dei leghisti su Papparini. O di fare una conversione «a U»: sfiduciare Buda e appoggiare un altro candidato, Enrico Dall’Olio, consigliere comunale leghista e uomo di Pini, sempre per spianare la strada a Papparini (M5S) così da far perdere il Pd (la qual cosa è successa venerdì: la Lega ha sfiduciato Buda e corre insieme a Fi e a Fd’It contro Buda e contro il Pd).
Scambi di favori, piccole cortesie. Chissà che, sempre in funzione anti-Renzi, non nasca in Romagna, «un fiore» da portare a Roma. Obiettivo: far nascere, in Parlamento e, chissà, alle prossime Politiche, una «Santa Alleanza» tra Lega e M5S con dentro Fratelli d’Italia di Meloni, ma senza FI di Berlusconi. Per «liberare» il Paese da Renzi, si capisce. E l’Italia dall’Euro, forse. Come testimonia, peraltro, lo stesso Gianluca Pini in un’intervista a QN pubblicata il giorno dopo l’uscita di questo articolo e che, non a caso, s’intitola “Lega e M5S hanno lo stesso scopo: battere il Pd e mandare a casa Renzi. Pini, uomo forte di Salvini: ‘In Emilia-Romagna siamo pronti all’intesa su molti temi’… “, intervista scritta da Ettore Colombo pubblicata a pagina 15 del Quotidiano Nazionale di sabato 16 aprile 2016.

i simboli dei diversi partiti italiani alle Europee

I simboli dei principali partiti alle Elezioni europee del 2014

Intervista – quella a Pini del 16 aprile, uscita dopo il pezzo del 15/04 – che ripubblico qui:

Ettore Maria Colombo
BOLOGNA
GIANLUCA PINI (romagnolo, classe 1973) è l’uomo forte di Salvini in Emilia e Romagna, la sua terra, dove ricopre il ruolo di presidente della Lega Nord, ma è anche una delle teste pensanti, oltre che «di ferro», della Lega a Roma. Insomma, è uno che conta, l’onorevole Pini, nel gotha di una classe dirigente leghista sempre più «nazionale» e sempre meno «padana».
Sta per nascere la ‘strana alleanza’, come scrive QN, tra Lega e M5S in Romagna e Roma, o è un ‘entente cordiale’?
«Abbiamo due obiettivi in comune con l’M5S: vincere le elezioni in città chiave della Romagna come Cesenatico, Ravenna, Rimini, dove l’M5S non presenta liste, e battere il Pd. E mandare a casa Renzi a Roma, non solo alle elezioni per la città, ma anche e soprattutto al referendum istituzionale di ottobre quando entrambi i partiti voteranno ‘no’ alla riforma di Renzi. Insomma, scalzare il Pd dal potere locale, in Romagna e altrove, e scalzare Renzi da Palazzo Chigi. Non parlerei di ‘asse’ o alleanza, ma di ‘convergenza di interessi’ sì. Poi, una volta ottenute le elezioni politiche anticipate, ognuno, Lega e M5S, correrà per sé. Su molti temi, come l’immigrazione, siamo e restiamo diversi, su altri lavoriamo bene insieme, anche in Parlamento. In futuro, si vedrà».
Partiamo dai casi «locali». Cosa succede a Cesenatico?
«C’era un sindaco, Buda, che noi abbiamo sostenuto lealmente per 5 anni, anche se ha operato scelte amministrative molto discutibili, e che si è sempre dimostrato molto arrogante. Ha detto che dei partiti non gliene fregava niente. Bene, abbiamo deciso di correre non soli, ma con l’intero centrodestra, e un altro candidato. Dall’Olio? Vedremo. Ne stiamo discutendo. Certo è che l’M5S lì non si presenta. Potrebbe decidere di aiutarci».
E a Rimini e a Ravenna?
«La sinistra, in Romagna, è ormai autoreferenziale, governa da troppo tempo. A Rimini, quattro imbecilli hanno impedito a Salvini anche solo di parlare. Renzi loda Rimini come modello? La città ha perso l’aeroporto e, tra poco, la Fiera. A Ravenna l’economia muore tranne per i soliti ‘amici’ del Pd. I nostri candidati, entrambi civici ma appoggiati dalla Lega, Pecci a Rimini e Alberghini a Ravenna, possono vincere. I grillini non presentano liste. Possono votare per noi, al ballottaggio o già dal primo turno, e aiutarci a mandare a casa il Pd».
A Bologna, invece, correte da soli, pure contro Forza Italia.
«Aspetterei la settimana prossima, vedrà: ci saranno delle sorprese. Io mi sono speso per candidare Lucia Borgonzoni, Salvini pure. Bologna è una città che Merola ha massacrato e reso insicura. Fanno le ronde persino alla Bolognina».
Passiamo al quadro nazionale. A Roma voterebbe Raggi?
«Esistono tre poli, in Italia. Uno a trazione Lega, il centrodestra, uno a trazione M5S, e uno a trazione Pd. Dobbiamo e possiamo allearci per sconfiggere, insieme, il Pd. Una forma di desistenza credo ci sarà, anzi credo sia già in atto, a Roma come altrove: votare per chi, tra Lega e M5S, ha il candidato migliore. Portarlo al ballottaggio e farlo vincere. L’obiettivo è unico: sconfiggere il Pd e mandare a casa Renzi. In tre mosse».
Quali sono le tre mosse?
«La prima sono le comunali: l’obiettivo è far perdere, ovunque, i candidati del Pd. La seconda è il referendum istituzionale di ottobre: non è un mistero che sia noi che l’M5S voteremo no alla riforma di Renzi e Boschi. La terza è ottenere la caduta del governo e andare a elezioni politiche anticipate nel 2017: lì, ognuno per conto suo, si presenterà agli elettori».
E l’alleanza vera e propria?
«La escludo, per ora. Su certi temi, come l’immigrazione, siamo su posizioni diverse, anche se sul punto Casaleggio era più vicino alle nostre, ma in Parlamento collaboriamo e ci scambiamo idee e opinioni su tante cose. Vedremo come evolverà il quadro politico».

NB: Questi due articoli sono stati pubblicati a pagina 7 del Quotidiano Nazionale il 15 aprile 2016 e a pagina 15 del QN del 16 aprile 2016. (htttp://www.quotidiano.net)

Primarie a Roma e Napoli: chi vince e chi perde, a seconda dei risultati, dentro il Pd

Elezioni europee 2014, Matteo Renzi va a votare

Europee 2014: Matteo Renzi vota al suo seggio di Pontassieve (Firenze).

Un test per il Pd e, anche, forse soprattutto, un test per il premier, il governo e la sua maggioranza, tra nuovi centristi che arrivano (Verdini) e vecchia sinistra che se ne va e cerca di correre da sola (Sel versus Sinistra Italiana con Fassina a Roma, forse,  nessuno a Napoli, forse un candidato nuovo a Milano…). Questo sarà il test del 6 marzo, le primarie del Pd e del centrosinistra, che peraltro si terranno non solo a Roma e Napoli, ma anche in altre nove città italiane (a Caserta sono state rinviate per sospetti brogli, già in anticipo) Dopo quelle di Milano dello scorso 6 febbraio – in cui ha vinto il renziano Sala solo perchè i due candidati di sinistra, Majorino e Balzani, si sono scioccamente divisi e litigati tra loro – e in attesa delle elezioni vere che si terranno forse il 29 maggio o, forse, il 5 giugno (I turno, ballottaggi 15 giorni dopo), la conta sarà capire chi ha perso e chi ha vinto, nel Pd.

Le sfide principali sono, naturalmente, due: Roma e Napoli. Il disinteresse degli
elettori è alto e i sondaggi sull’affluenza sono poco benauguranti: a Roma potrebbe crollare sotto i 40 mila votanti (per Marino sindaco votarono in 80 mila su 100 elettori, nel 2013) e a Napoli finire sotto i 20 mila (nel 2011 i votanti furono ben 45 mila, ma poi furono ‘sospese’ e mai più rifatte perchè inficiate da brogli che impedirono la proclamazione del vincitore).

A Napoli, tutte le correnti del Pd, renziani e non, ma soprattutto i tanti capi-bastone e portatori di voti (ex Dc, ex Psi, etc.) stanno con Valeria Valente (deputata, ‘giovane turca’) che ha ucciso il padre, Antonio Bassolino, di cui era seguace, oltre che ex assessora. Con Bassolino, invece, non c’è più nessuno, men che meno il Pd renziano e tutti i suoi circoli, solo l’affetto di una parte – neppure tutta – del vecchio ‘popolino’  di sinistra che rimpiange ‘o re’. Gli altri due concorrenti (Marco Sarracino, giovane esponente della sinistra dem, voluto da Epifani) e Antonio Marfella (oncologo, socialista) si spartiranno le briciole.

Renzi, a Napoli, non tifa per nessuno: voleva imporre un suo uomo (Conti, il solito manager…), ma ha perso e ha dovuto subire la candidatura della Valente (i Giovani Turchi sono ormai strategici, dentro il Pd a trazione renziana) e ora spera solo che perda pure
Bassolino. A Roma, invece, Renzi ha fortemente voluto che un Giachetti, recalcitrante, scendesse in campo: come ha imposto, ai dem milanesi, il manager Sala, ha imposto ‘Giac’ ai romani. Né è vero che, al premier, non importi perdere Roma, pur di vincere Milano e conservare Bologna e Torino: Renzi sa invece benissimo che governare il Paese avendo il sindaco della Capitale contro, o come contropotere, è un guaio enorme, quindi ci tiene.

Solo che, a Roma, il Pd, più che diviso per bande, vive una faida infinita figlia delle dimissioni di Marino da sindaco, del commissariamento di tre quarti di partito e, soprattutto, di un inchiesta, Mafia Capitale, che ha abbattuto mezzo Pd capitolino. Roberto Morassut è stato spinto a candidarsi da Walter Veltroni, in antipatia a Renzi (ma Veltroni fa sapere: io non c’entro nulla, Morassut ha voluto scendere in campo lui), benedetto, con discrezione, dal ‘grande vecchio’ Goffredo Bettini, supportato da Massimo D’Alema (la cui vera mossa sarà, ma solo se vince Giachetti, lanciare la candidatura di Massimo Bray per spaccare la sinistra, obbligando Fassina al ritiro e far perdere Renzi) e ora è aiutato da vari
zingarettiani, nel senso di fedelissimi al governatore laziale Zingaretti, e dalla sinistra interna (tutta). E così, la sua candidatura, formalmente ‘a-renziana’, ha preso, quasi
inaspettatamente, quota e piede e Morassut ha scoperto che se la può giocare, contro il favorito Giachetti. Il pasdaran del renzismo, nonché vicepresidente della Camera, Roberto Giachetti doveva vincere facile ed ha comunque visto scendere in campo mezzo governo a suo vantaggio, ha macinato 2 mila km in un mese, visitato tutte le (orribili) periferie di Roma, incontrato chiunque, con il suo solito piglio caparbio, un po’ arcigno, ma generoso. Morassut invece si è fortificato nelle mura di cinta di quel che resta del Pd, assicurandosi l’appoggio, oltre che della sinistra dem di Speranza, Bersani e Cuperlo, di varie altre aree (solo i renziani doc e i cattodem stanno con Giachetti, i ‘Giovani Turchi’ pure, ma per finta e, in realtà, giocano su più tavoli…), mentre gli altri due competitor, il transfuga dall’Idv, Stefano Pedica, e il (patetico, con il suo orsetto) ‘verde’ Gianfranco Mascia non esistono, se non per cercare di garantirsi quei cinque minuti di felicità che, peraltro, hanno pure avuto.

Certo è che una competizione moscia e noiosa per quasi tutto il tempo della campagna elettorale, ha avuto, finalmente, qualche sussulto, solo grazie alle ultime polemiche sui voti ‘sporchi’ in arrivo, quelli di Verdini, che dovrebbero andare a Giachetti, come quelli dei ciellini, mentre i vecchi ras dem, usciti a pezzi da Mafia Capitale, voteranno -per ripicca contro il commissario straordinario del Pd romano, Orfini, che li ha tutti commissariati e in alcuni casi chiusi, con seguito di furibonde polemiche di quartiere (vedi il caso del circolo di Donna Olimpia) – per Morassut. La gara è apertissima e neppure i cinesi romani, dicono, sanno per chi votare. I rumeni, invece, lo sanno: votano Giachetti.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 5 marzo 2016 sul Quotidiano Nazionale.

#Pd e #Renzi, sarà un anno decisivo. Rimpasto,primarie, elezioni e referendum

renzi-direzione-pd

Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd.

SARÀ un anno decisivo, per il Pd, il 2016. Il premier-segretario, Matteo Renzi, va dicendo da mesi ed ha ribadito l’altro ieri che è al referendum istituzionale che si giocherà tutto («Se lo perdo considero fallita la mia esperienza politica»), ma anche per il suo partito appuntamenti e test clou non mancano.

IL RIMPASTO DI GENNAIO. Se la tregua, per ora fragile e precaria, stipulata dalla maggioranza renziana con la minoranza interna (l’asse Bersani-Speranza-Cuperlo) reggerà, lo si capirà presto. A gennaio, infatti, il governo varerà il tanto atteso mini-rimpastino (mancano due viceministri, un ministro) e Renzi metterà mano alla Segreteria. Se un personaggio del calibro di Vasco Errani andrà al governo e un esponente dell’area di Bersani, Nico Stumpo, entrerà in segreteria, vuol dire che la pax interna tiene. Altrimenti, saranno di nuovo bordate e tensioni, con rischio sgambetti nei voti in Parlamento.

LE PRIMARIE DI MARZO. Il 6 marzo il Pd officerà il rito delle primarie in tutte le città che andranno al voto a giugno, tranne dove sono riconfermati gli uscenti (Fassino a Torino, Merola a Bologna).
Il rischio di non trovare candidati all’altezza delle sfide, specie nelle città più grandi (Roma e Napoli), fa tremare le vene nei polsi, al Nazareno. A Napoli la situazione sfiora il drammatico: contro Bassolino nessuno se la sente di scendere in campo e il tempo corre. L’ultimo ‘no’ eccellente è quello del rettore dell’Università, Gaetano Manfredi. Dopo tanti nomi della società civile bruciati, il Pd dovrà ripiegare su un nome di partito che però avrà vita difficilissima a imporsi contro Bassolino. A Roma, dopo una serie di rifiuti, Renzi ha una sola carta da giocare, quella del vicepresidente della Camera, Roberto Giachetti. Pur riluttante, Giachetti non potrà certo dire di no a Renzi, ma resta intatta l’incognita della ricandidatura di Marino.
Infine, Milano: le primarie si terranno in anticipo, il 7 febbraio, e Renzi ha fatto scendere in campo l’ad di Expò, Giuseppe Sala. Una sconfitta del «campione» del premier da parte di Francesca Balzani, candidata del sindaco uscente, Giuliano Pisapia, sarebbe rovinosa o una vittoria di Pirro.

LE COMUNALI DI GIUGNO. Renzi, che già sta provando a sminuire la portata del voto («si vota per il primo cittadino, non per il primo ministro»), ha deciso che le amministrative si terranno il 12 giugno (eventuali ballottaggi il 26) 2016. La sfida è di quelle decisive, per il Pd e per il governo. Il premier punta tutte le sue carte su Milano, e sulla riconferma di Torino e Bologna, ma se il Pd perdesse sia Roma che Napoli, gli effetti dentro il partito si farebbero subito sentire e ogni fragile tregua sarebbe rotta. Se poi il Pd perdesse pure Milano sarebbe a rischio il governo. Anche il tema alleanze (partito della Nazione allargato all’Ncd o centro-sinistra con Sel?) sarà il banco di prova (e degli imputati) nel Pd.

IL REFERENDUM DI OTTOBRE. A metà ottobre il governo terrà il referendum sulla riforma del Senato e del Titolo V della Costituzione. Renzi vede in quell’appuntamento la prova del nove per chi, in vista delle Politiche, vuole stringere un patto con il Pd: i «comitati per il Sì», che di certo vedranno in prima fila i moderati e i centristi, da Ncd ai verdiniani, avranno la minoranza interna contro o a favore? Renzi sul punto non transige: «o con me o contro di me» perché «avremo contro tutti», dalla Lega a FI, dall’M5S a Sel, ma è sicuro di vincere («li spianeremo»).
Chi si schiererà con i «comitati del No» per il premier sarà fuori dal partito (il congresso è previsto nel 2017) e dai posti alle seguenti Politiche (2018 in teoria, ma se lo vince più probabili già nel 2017).

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 31 dicembre  2015 sul Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Pd, “l’Ircocervo mal riuscito”. Un analisi e un commento

renzi-direzione-pd

Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd.

Con duemila e più banchetti in tutte le piazze d’Italia (per la precisione, 770 mila le persone incontrate, secondo  i dati ufficiali diffusi dal Pd, nei 2133 banchetti in tutto il Paese, di cui 23.200 hanno deciso di iscriversi al Pd mentre in 125 mila hanno lasciato i loro dati per iniziative future) e la presenza massiccia di tutti i suoi più importanti dirigenti, dai ministri ai parlamentari, il Pd flette i muscoli e alza la voce. “Italia coraggio!” lo slogan, “Ci siamo!” (come Pd) il messaggio, neppure troppo subliminale. Quale altro grande partito italiano è in grado fare altrettanto, oggi, mischiando strumenti vecchi (banchetti e volantini) e nuovi (presenza sui social, dirette streaming, etc.)? Nessuno. Tutto bene, dunque? No, affatto.

Che tipo di partito vuole diventare il Pd? Banchetti, mobilitazione nelle piazze e volantini fanno pensare a un partito ‘pesante’, strutturato, ramificato nel territorio e che dà voce e corpo ai suoi militanti e dirigenti. Poi, pero’, questo stesso partito non dimostra di avere organismi decisionali funzionanti e vitali che non siano le stanze di palazzo Chigi o una Direzione che, ogni volta che si riunisce, non fa altro che ratificare decisioni già prese altrove (cioè sempre a palazzo) dal premier-segretario. Per non dire della Segreteria: composta di figure sbiadite o inesistenti, yesmen di Renzi, ormai si riunisce poco e non decide nulla. Renzi vuole ‘snellirla’ e farla dimagrire per evitare inutili doppioni con le materie che già seguono i suoi ministri. Insomma, altro che rinforzarla: vuole farne un ente ancora piu’ inutile.  Peraltro, il rimpasto della segreteria è come il rimpasto di governo: annunciato da mesi e, ogni mese, rinviato sine die.

Anche sui fenomeni tipici della militanza non c’e’ chiarezza: gli iscritti sono in calo (anche se, alla fine, il dato di quest’anno resterà all’incirca quello dell’anno scorso: circa 366 mila iscritti) i circoli vengono accorpati perché spesso sono inutili o morti (succede, in maniera esplicita, a Roma, ma anche altrove), ma il vicesegretario, Lorenzo Guerini (l’unico, peraltro, che dal cuore del Nazareno si cura dei territori…) elogia “le nuove forme di militanza, dalle donazioni dei privati ai gazebo delle primarie”.

Gia’, le primarie. Anche qui, il Pd è in mezzo al guado. L’ordine di scuderia è di farle “vere, partecipate e aperte” dappertutto. Poi, pero’, se a Napoli si candida un vecchio arnese come Bassolino si studiano (inutilmente) tutti i modi possibili per non farle tenere. E anche sui candidati Pd non c’è chiarezza: da un lato si fa l’elogio degli uomini ‘nuovi’, presi dalla società civile, tipo Giuseppe Sala a Milano, dall’altro, quando non si sa che pesci pigliare dopo i disastri degli ‘esterni’ catapultati dall’altro (vedi alla voce: Marino), si cerca disperati dem coraggiosi come Roberto Giachetti a Roma.

Infine, l’ormai perduta unita’ interna: ieri tutti insieme ai banchetti ma già il prossimo weekend divisi: i renziani tutti alla Leopolda e la minoranza tutta a Roma per il suo contrario, una contro-Leopolda da orgoglio dem mentre alla Leopolda vera niente bandiere e niente dirigenti Pd sul palco.

Due partiti  in uno, dunque. La verità è che il Pd rassomiglia sempre più a un ircocervo (animale mitologico metà leone e metà caprone…) di togliattiana memoria, ma non perché, come quel Pci, il Pd attuale abbia la testa nel futuro (un partito socialdemocratico) e il corpo nel passato (la militanza comunista dura e pura), ma perché testa e corpo democrat miscelano, maldestri e confusi, passato e futuro senza una direzione.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 6 dicembre 2015 come commento sulle pagine nazionali di Quotidiano Nazionale (http:www.quotidiano.net)