ESCLUSIVO. Ora c’è “la mappa”. I collegi del Rosatellum e tutte le loro insidie. Un articolo solo per cultori della materia…

Pubblico qui e sul sito di @Quotidiano.net Quotidiano Nazionale   la ‘mappa’ dei collegi del Rosatellum che il cdm ha mandato alle Camere (rendendolo quindi pubblico) per il loro parere consultivo. L’articolo è di natura eminentemente ‘tecnica’ , non è un ‘retroscena’. 

IN ALLEGATO TROVATE LA MAPPA DETTAGLIATA DEI COLLEGI DEL ROSATELLUM 

Collegi del Rosatellum in dcpm   (E’ un file molto lungo e che richiede tempo per aprirsi). 

TUTTO QUELLO CHE C’E’ DA SAPERE SUL ROSATELLUM 

(QUI TROVATE IL LINK AL MIO ARTICOLO SU COME FUNZIONA IL ROSATELLUM)

ettore rosato

Il capogruppo del gruppo del Pd alla Camera dei Deputati, Ettore Rosato

 

Ettore Maria Colombo  – ROMA

1) Sono “quasi pronti”…  La mappa dei collegi del Rosatellum.

Come si sa, il Rosatellum (dal cognome del capogruppo alla Camera del Pd, Ettore Rosato) è diventata legge dello Stato. Votato, con la questione di fiducia apposta dal governo Gentiloni, dalle due Camere nello scorso mese di ottobre, il Rosatellum è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 11 novembre 2017.

Dal quel giorno il governo ha avuto un tempo massimo di trenta giorni per disegnare i collegi della nuova legge elettorale, la terza con cui voteremo nella Seconda Repubblica. Cioè a far data dal 1994, dopo il Mattarellum, con cui si è votato dal 1994 al 2001, e il Porcellum con cui si è votato dal 2006 al 2013. L’Italicum, invece, pur approvato dalle Camere nel 2015, legge dello Stato fino al 2017 e in parte cassato dalla Corte costituzionale con sentenza n. 1/2017 come lo fu anche il Porcellum con sentenza n.1/2016), non è stato applicato in nessuna elezione: un caso più unico che raro.

Il governo ha esercitato la sua delega, che per legge ha un tempo di trenta giorni ed à affidata per tradizione al ministero dell’Interno, in soli 15 giorni: quindi, ha fatto in fretta. Ma numerosi sono stati i problemi affrontati e solo in parte risolti. Infatti, il Rosatellum è un sistema a impianto proporzionale (per il 64% dei seggi), ma con una forte correzione maggioritaria (36%). Inoltre, dal 1994 – quando il Mattarellum, sistema maggioritario per il 75% dei seggi e proporzionale per il restante 25% – sono già passati ben due nuovi censimenti della popolazione italiana (2001 e 2011 mentre il censimento su cui si basava il Mattarellum era del 1991).

Dopo – così pare – un diverbio, in sede di cdm, tra il ministro dell’Interno Minniti e la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio Boschi, avvenuto nel pre-consiglio di giovedì su alcuni particolari (la distribuzione dei collegi nella patria natia della Boschi, la Toscana), il 24 novembre il consiglio dei Ministri ha dato la ‘luce verde’ alla mappa dei collegi, un dlgs, e lo ha trasmesso alle Camere per il parere (consultivo) competente.

Fino a giovedì notte scorsa una commissione, con a capo il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, ha lavorato, pur se con molto poco tempo a disposizione, cioè solo dal 15 al 21 novembre, per incrociare i cambiamenti di popolazione con il ridisegno di collegi. Questi, pur prendendo come base di partenza quelli del Mattarellum, non potevano per forza essere identici. Sia a causa delle variazione di unità della popolazione (il Sud si è spopolato per causa dell’emigrazione mentre il Centro Nord ha acquistato molti più residenti) sia a causa delle differenze ‘sistemiche’ tra una legge di impianto quasi del tutto maggioritario (Mattarellum) e una di forte impianto proporzionale (Rosatellum). Per dire, alla Camera, la Lombardia ha guadagnato due collegi, il Veneto 2, l’Emilia-Romagna 2 mentre la Sicilia ne ha perso uno, la Basilicata ben tre e l’Umbria due (al Senato sarà quasi uguale). Ma il problema è anche un altro. I collegi, nel Rosatellum, sono di due tipi: maggioritari (vince il primo che prende un voto in più) e plurinominali (si votano le liste di partito con metodo rigidamente proporzionale e soglia di sbarramento al 3%, 10% le coalizioni). Quelli plurinonominali sono a loro volta racchiusi in circoscrizioni ancor più grandi dei collegi plurinominali (65 in media a circoscrizione): 28 alla Camera e 20, pari cioè alla grandezza delle Regioni, per il Senato. Quindi, la popolazione che esse comprendono è ancora più vasta e più difficile sarà farsi eleggere.

In ogni caso, il risultato del lavoro prodotto dalla commissione e dal ministero è passato ora al vaglio delle Camere che, entro 15 giorni, dovranno fornire un parere consultivo sul ridisegno dei collegi mentre entro 20 giorni al massimo (cioè entro l’11 dicembre, quando la delega al governo) la mappa dei nuovi collegi del Rosatellum andrà sul tavolo del Capo dello Stato per la firma definitiva di quello che, tecnicamente, si chiama dlgs (decreto della presidenza del Consiglio dei ministri) nel senso che non abbisogna di ‘conversione’ (e voto) da parte delle Camere e che, a quel punto, diventerà legge statale.

Quando Mattarella firmerà il dlgs, cioè da quel giorno in poi potrà anche sciogliere le Camere e portare il Paese alle elezioni politiche (le date di cui si parla sono comprese tra il 4 e il 18 marzo 2018) perché, appunto, il Rosatellum sarà legge perfettamente operante.

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2) Le insidie nascoste nella mappa dei collegi e quelle della nuova legge elettorale…

Vediamone alcune, di ‘insidie’. Il Rosatellum è un sistema maggioritario? Mica tanto. Alla Camera i collegi uninominali sono ‘solo’ 232 e quelli plurinominali ben 386 mentre, al Senato, sono 109 i collegi uninominali (in realtà sarebbero 116, ma solo se si aggiungono i 7 del Trentino e quello in Val d’Aosta) e 200 quelli plurinominali. In totale, dunque, il Rosatellum assegna 593 collegi nella quota proporzionale (386 Camera e 207 Senato) e i collegi uninominali sono in tutto 341. Tutto questo al netto, ovviamente – per arrivare ai 630 seggi totali da assegnare alla Camera e dei 315 da assegnare al Senato – dei 12 collegi della circoscrizione Estero Camera e dei 6 all’Estero del Senato, eletti col proporzionale.

Ma, in realtà, dentro i collegi uninominali esistono dei collegi ‘di fatto’ già ‘appaltati’ ad alcune forze politiche specifiche: alla Camera, il singolo collegio uninominale della Valle d’Aosta (così stabilito in Costituzione) va sempre all’Unione Valdotaine (e idem al Senato), mentre sugli 11 collegi Camera del Trentino ben 7 sono sempre –  per Costituzione – uninominali (4 quelli plurinominali) e finiscono sempre in mano all’Svp, senza dire del fatto che la soglia di sbarramento, in Trentino, è regionale ed è fissata al proibitivo 20%. Anche al Senato i collegi uninominali del Trentino sono sempre 7, mentre sono quattro quelli plurinominali, poi c’è quello della Val d’Aosta ( a sua volta sempre uninominale). Quindi, in realtà, la competizione tra le forze politiche nei collegi uninominali si giocherà, effettivamente, ‘solo’ su 225 collegi Camera e su 109 collegi al Senato.

Infine, va detto qualcosa sulle ‘nuove’ circoscrizioni elettorali che determineranno non il ‘quantum’ delle percentuali dei diversi partiti, che è calcolato a livello nazionale (la soglia di sbarramento, ricordiamolo è il 3% per le liste singole e il 10% per le coalizioni), ma il ‘dove’ e il ‘chi’ verrà eletto. Sono 28 alla Camera e 20 al Senato le circoscrizioni e racchiudono porzioni di territorio e di abitanti molto grandi, quasi enormi. Al Senato ci sono, di fatto, circoscrizioni da uno a due milioni di abitanti che varranno per nove regioni (Liguria, Friuli, Umbria, Marche, Abruzzo, Molise, Basilicata, Calabria, Sardegna, perché ognuna di esse elegge pochi senatori a testa) e, per il resto, i collegi della Camera avranno per abitanti una densità media di 500 mila (nel Mattarellum era di 125 mila).

Infine, le liste bloccate, per quanto ‘corte’ – composte da 4 a 8 nomi alla Camera e da 5 a 8 al Senato, con alternanza di genere – comportano che, a meno di essere candidati nei primi tre grandi partiti presenti sulla base dei sondaggi (Pd, FI, Lega, M5S), i candidati – anche se, sulla carta, sono nomi forti e di grido (esempio: Meloni, per Fratelli d’Italia, o i vari D’Alema, Bersani e Grasso per Mdp) – subiranno il cd. ‘effetto flipper’: non sapendo dove verranno eletti e realisticamente perdendo i confronti nei collegi maggioritari, dovranno ‘pluricandidarsi’ (sono ammesse fino a 5 candidature nella proporzionale, più quella in un solo collegio maggioritario), senza però sapere dove, effettivamente, da eleggibili saranno eletti. Sempre che, ovviamente, la lista abbia superato il 3% di voti.

NB: L’articolo è stato pubblicato in forma originale per il sito di @Quotidiano.net

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