I nuovi capigruppo di Camera e Senato tutti eletti per acclamazione. Ma nel Pd è scontro. Martina stoppa Renzi che deve rinunciare a Guerini per Delrio

Big nazionali elezioni 2018

I principali leader dei partiti presenti alle elezioni politiche 2018

Ettore Maria Colombo – ROMA

Camera e Senato hanno eletto tutti i loro nuovi capigruppo. Per alcuni gruppi (M5S e Lega) si è trattato di un puro atto di ratifica, per altri di una novità (FI e Pd), per altri ancora di una scelta pro tempore (FdI e Misto), ma lo scontro vero – tanto per cambiare  – si è consumato nei gruppi dem, ovviamente tra renziani e non renziani. La nomina dei capigruppo – e la contestuale dichiarazione di appartenenza ai gruppi dei deputati e dei senatori – è fondamentale per due motivi: solo così la macchina del Parlamento può iniziare a partire a pieno regime (tra oggi e domani verranno eletti anche 8 vicepresidenti, 6 questori e 16 segretari d’aula delle due Camere) e solo così il presidente della Repubblica può stabilire il calendario delle consultazioni al Colle per formare un nuovo governo, calendario che dovrebbe arrivare entro oggi.

Tra i nomi dei capigruppo passati senza colpo ferire, ci sono quelli dei 5Stelle: confermati, per acclamazione, Giulia Grillo alla Camera e Danilo Toninelli al Senato. Anche per la Lega l’elezione è stata una formalità: Giancarlo Giorgetti va alla Camera (ma potrebbe presto assumere importanti ruoli di governo) e Gian Marco Centinaio al Senato i nomi. Per FdI (Fratelli d’Italia) si è decisa una soluzione pro tempore: Stefano Bertacco al Senato e Fabio Rampelli alla Camera. Il problema del partito della Meloni è che non ha ancora deciso se vuole stare al governo o all’opposizione. Nel gruppo Misto alla Camera, data la preponderanza dei deputati di Leu (14 su 36), la scelta è caduta su Federico Fornaro (Leu), a sua volta pro tempore perché – spiega lui stesso – “Appena ci danno la deroga, costituiremo un gruppo autonomo e il Misto si eleggerà un altro capogruppo” (sarà, molto probabilmente, espressione delle minoranze linguistiche, che contano 5 deputati, di cui quattro della Svp). Anche al Senato è stata eletta una rappresentante di Leu, Loredana De Petris, che aveva già ricoperto tale incarico nella scorsa legislatura, anche se i senatori di Leu sono solo quattro sui 10 del Misto.

Dentro Forza Italia, Berlusconi aveva chiuso i giochi da giorni puntando su due donne, Annamaria Bernini al Senato e Mariastella Gelmini alla Camera, elette per acclamazione, che prendono il posto di Paolo Romani e Renato Brunetta, i quali non godevano più, dai giorni dell’elezione dei presidenti delle Camere, della fiducia del Cavaliere e con i quali hanno avuto numerosi scontri, ai limiti della buona creanza.

 

Tutto quello che è potuto andare liscio negli altri gruppi è, ovviamente, andato storto nel Pd. La mattinata di ieri si è consumata tra riunioni fiume tra i big e momenti di notevole tensione. Renzi ha cercato in tutti i modi di imporre i suoi candidati (Lorenzo Guerini alla Camera, Andrea Marcucci al Senato), ma l’ha spuntata solo sul secondo, cui però teneva di più. Il segretario Martina ha imposto il metodo della ‘collegialità’: tradotto dal politichese, vuol dire che sia le minoranze di Orlando ed Emiliano sia i big anti-Renzi (Franceschini), che non volevano due renziani doc in postazioni così cruciali e delicate, in qualche modo dovevano spuntarla. E ci sono riusciti. Nel turbinio di riunioni precedenti l’assemblea dei gruppi, che hanno visto al Nazareno incontrarsi Renzi, Martina, Delrio, Guerini e Orfini, erano spuntati anche i nomi di Tommaso Nannicini per la Camera e di Teresa Bellanova per il Senato, peraltro entrambi renziani ma ritenuti dalle minoranze meno pasdaran.

Il rischio di andare a una sanguinosa conta – che i renziani peraltro avrebbero vinto (sono 32 su 53 al Senato e 73 su 110 alla Camera) – era troppo grande e allora Renzi ha ceduto su uno dei due capigruppo, e cioè sulla Camera, per tenersi Marcucci.  Guerini, complice la sua lealtà a Renzi e il suo profilo di diplomatico capace di stemperare le tensioni (altrui), ha deciso, autonomamente, di fare un passo indietro in favore di Delrio con cui si era parlato e confrontato in diverse occasioni nei giorni passati. Ma molti renziani parlano apertamente di “un atteggiamento politicamente e umanamente sbagliato nei suoi confronti” da parte dello stesso Renzi (e Martina). Il segretario Martina, che ha posto l’aut aut a Renzi (“O Delrio o si va allo scontro”), mettendo sul tavolo la fiducia sul suo stesso incarico, in caso contrario, cinguetta “Habemus Papam!”, quando l’assemblea del gruppo alla Camera elegge Delrio, ma Antonello Giacomelli, franceschiniano vicino a Renzi, sbotta: “Delrio ottima persona, ma lo era anche Guerini. Non capisco il cambio e neppure la richiesta di fiducia”.

Ora di Guerini si parla come futuro presidente del Copasir (ma “di acqua ne deve ancora passare, sotto i ponti…”, dice lui a un amico) o addirittura come candidato di Renzi, in seno all’Assemblea nazionale, da contrapporre proprio a Martina. Perché una cosa sola è certa: il Pd andrà all’opposizione – assicurano Marcucci, anche lui eletto per acclamazione, e lo stesso Delrio, pure molto vicino ai desiderata del Colle – ma ai renziani Martina non piace proprio: “Non ci garantisce, anzi gioca contro, dobbiamo impedire che diventi lui il segretario vero, altrimenti viene giù tutto”.

NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale a pagina 8 del 28 marzo 2018.

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Il Pd fuori dai giochi. “Tocca a loro, punto”, il mantra di Renzi. La difficile partita interna sui nuovi capigruppo

Pubblico qui di seguito tre articoli usciti dal 23 al 25 marzo sugli equilibri interni al Pd in merito alla partita dei presidenti delle Camere e della nomina dei capigruppo dem. 

 

  1. Il Pd all’opposizione, fuori da tutti i giochi. Renzi dice: “Facciano loro, punto”. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Conclusione delle votazioni per il presidente della Camera. E’ Fico, applausi a scena aperta, poi i deputati di tutti i gruppi sciamano fuori dall’aula. I cronisti assaltano gli ingressi da dove escono i parlamentari di Lega, FI, M5S. Davanti all’ingresso dell’aula dove di solito esce il Pd, non c’è quasi nessuno. La scena intristisce. Il Pd “non tocca palla”: ha votato i suoi candidati di bandiera (Giachetti, che prende 102 voti, dieci in meno del gruppo dem, e Fedeli, che ne prende 52 su 53), non è stato mai in gioco sulle presidenze e i suoi parlamentari sembrano pugili suonati. Matteo Renzi, invece, sta al Senato e se la gode: saluta e scherza con Salvini, bacia la Ronzulli (FI), parlotta con i senatori che gli siedono vicino (Bonifazi, Marcucci, Parrini). Insomma, si diverte. Conia anche uno slogan che sembra un tweet:“Tocca a loro. Punto”, soggetto centrodestra e M5S. Il guaio è che ogni cosa che dice Renzi diventa un problema. Esordisce con un “Stanno decidendo i caminetti” che lui stesso, più tardi, asserisce essere riferito all’accordo Lega-M5S, ma quelli che, nel Pd, i caminetti li fanno per davvero la battuta la prendono malissimo. Dalla Camera, il segretario, Maurizio Martina, sbotta, stizzito e indispettito, “Caminetti? Si chiama collegialità”. Non parlano ma sbuffano anche gli altri big (Franceschini, Orlando) che hanno provato in tutti i modi a rientrare in partita, offrendo (e offrendosi) un patto sui presidenti, inutilmente, all’M5S. In serata, Orlando fa sapere che “nessun accordo è stato ancora sancito e quindi noi non avanziamo nomi”.

Non a caso, la partita interna al Pd è appena cominciata. I fronti aperti sono due. Il primo riguarda la nomina dei nuovi capigruppo di Camera e Senato. L’appuntamento è stato rinviato a martedì, quando le assemblee dei due gruppi (53 senatori e 112 deputati) dovranno decidere. All’unanimità o spaccandosi? I candidati di Renzi sono Lorenzo Guerini, ben visto anche dai franceschiniani, da Delrio e dalle minoranze, alla Camera, e Andrea Marcucci, renziano di ferro, al Senato. Solo che, con il passare delle ore, la situazione s’è incartata. Rosato, capogruppo uscente alla Camera, vorrebbe essere riconfermato, se continua l’impasse, ma per lui ci sarebbe un posto da vicepresidente, (uno su quattro al Pd gli spetta). Carica cui punta, però, anche l’orlandiana Pollastrini, che ieri già elogiava Fico. Al Senato, Marcucci potrebbe passare sia in modo unanime, in modo da mandare alla vicepresidenza un’altra orlandiana, Anna Rossomando, sia con la conta. I renziani (32 su 53) si sentono sicuri di vincerla al Senato come pure alla Camera, dove invece sono, con gli orfiniani, 73 su 112. Ma Guerini, che ha offerto a Renzi di fare un passo indietro per Delrio, spera e assicura che “la conta non servirà”. A sera, Orlando fa sapere che “non c’è alcun accordo su nessun nome, né sui capigruppo né su altre cariche”, parole di guerra.

Infine, la convocazione dell’assemblea nazionale che dovrà decidere chi guiderà il partito. Martina assicura che la data sarà fissata “alla fine delle consultazioni”, cioè a fine aprile, ma i renziani scalpitano. E, soprattutto, sempre più ostili e insoddisfatti di fronte a un Martina che, secondo loro, “gestisce male il partito ed ha un profilo scialbo” sono alla febbrile ricerca di un nome da opporgli o in Assemblea o alle primarie, se ci saranno. Richetti è troppo debole, Delrio sarebbe perfetto ma recalcitra, Renzi cerca un nome.

NB: Questo articolo è stato pubblicato 1l 25 marzo 2018 su Quotidiano Nazionale.  


 

2. Il Pd crede di poter tornare in gioco, ma dura poco. Il toto-nomi sui capigruppo.  

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Verso l’astensione, o meglio la scheda bianca. Tutto è in alto mare, per l’elezione dei presidenti delle Camere, e così il Pd torna in gioco e, specie da palazzo Grazioli, è cercato. I dem – convocati ieri alle 18 alla Camera per una riunione congiunta dei gruppi di Camera e Senato, presieduta dal segretario reggente, Maurizio Martina – decidono la svolta. Dopo aver rifiutato, per settimane, di discutere di nomi, Martina comunica la novità, sicuramente escogitata nel caminetto dei big della sera precedente, quello cui erano presenti tutti i vari big, comprese le minoranze, tranne i renziani. Prima il Pd accetta di sedersi al tavolo chiesto da Di Maio, tavolo che si è tenuto a sera inoltrata, con gli altri gruppi, poi Martina, uscendo dalla riunione, annuncia che la scelta è di “partecipare a un confronto che coinvolga tutti”. Da qui in poi, però, regna il mistero.

Per gli anti-renziani sono i renziani che vogliono votare Romani al Senato, nel segreto dell’urna, stante un patto stretto tra Lotti e Letta (Gianni). Per i renziani sono gli anti-renziani (Martina, Franceschini, Orlando, etc.) che vogliono votare un uomo di FI al Senato e, magari, un leghista alla Camera perché “non vedono l’ora di appoggiare un governo di centrodestra anche se non a guida Salvini, ma con a capo un Tajani”. Oggi si vedrà. La sola cosa certa è che il vero scontro interno, quello sul capogruppo del Senato (alla Camera il nome di Guerini è dato per sicuro), è stato solo rimandato. Zanda ha detto che non vuole un renziano, a nome di tutti gli anti-renziani. Renzi vuole invece sia Marcucci o, in alternativa, un altro renziano e toscano doc, Dario Parrini. In serata Renzi, via Enews, dice “Siamo tutti d’accordo: staremo all’opposizione” e poi fa il poeta: “credevano di averci seppellito e invece siamo semi”, ma sta parlando dei suoi.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 24 marzo 2018 su Quotidiano Nazionale.


 

3. “Martina ci vuole fregare!”. Il grido di dolore dei renziani, assenti dal caminetto dei big. 

Ettore Maria Colombo – ROMA
“Altro che gestione collegiale! Martina ci vuole fregare!”. I renziani doc – che dentro il partito perdono terreno ma che nei gruppi parlamentari sono ancora la maggioranza (32 al Senato, 50 circa alla Camera) – appena scoprono la notizia si fanno a dir poco furibondi. Maurizio Martina, segretario facente funzioni, ha convocato per la sera un vertice di tutte le aree del partito sulle prossime mosse da compiere, futuri assetti istituzionali (presidenti delle Camere) in testa a tutti. Alla riunione, che si tiene al Nazareno in tarda serata, partecipano, oltre a Martina, i capigruppo uscenti, Zanda e Rosato, il presidente del partito Orfini e il coordinatore della segreteria, Lorenzo Guerini – i soli che i renziani ritengono ancora “leali” – i ministri Delrio e Franceschini, tessitore, con Gentiloni, di un Pd ‘a-renziano’, e i leader delle due minoranze interne, Orlando ed Emiliano. La presenza di quest’ultimo, che a Renzi ne ha dette di tutti i colori, viene vissuta dai suoi come un vero affronto, ma non che la presenza di Orlando venga vissuta molto meglio. Peraltro, Martina sapeva che Lotti e Boschi non sarebbero potuti essere presenti e l’assenza di Renzi – che continua a dire ai suoi che lui farà “il senatore semplice di collegio”, ma che oggi parteciperà all’assemblea congiunta dei gruppi – era scontata. Insomma, il vertice di ieri sera, uno di quei ‘caminetti’ che a Renzi hanno sempre fatto venir l’orticaria, è stata vissuta dai pasdaran renziani come uno schiaffo.
Detto questo, la riunione c’è stata e i big dem, ribadita la linea dell’opposizione a un governo centrodestra-M5S o Lega-M5S o Pd-M5S, si sono posti innanzitutto il problema del Grande Gioco istituzionale, i vertici delle Camere. La linea è quella del niet, ribadita con tanto di comunicato: “Il Pd non può partecipare a incontri i cui esiti sono già scritti. Se c’è già un accordo sulle presidenze da parte di qualcuno è bene che chi lo fa se ne assuma tutta la responsabilità”. Per l’alto scranno di Montecitorio il Pd è fuori dai giochi, al Senato i dem potrebbero dare una mano a Romani (FI), ma – spiega un big – “non ci stiamo a fare la Croce Rossa”. In ballo restano comunque ben trenta posti, tra vicepresidenze (quattro alla Camera e quattro al Senato), questori (tre e tre) e segretari d’Aula (otto e otto). Al Pd, secondo il ‘manuale Cencelli 2.0’, ne spetta il 20%. Ergo, due vicepresidenti (potrebbero essere Rosato alla Camera e Rossomando o Pittella al Senato), due questori e due segretari d’Aula. Ma il vero braccio di ferro in corso tra i dem, renziani e non renziani, si gioca sul fronte interno, quello dei capigruppo. Alla Camera il nome di Guerini non trova opposizioni. Al Senato, invece, quello di Marcucci – all’inizio vissuto come “di garanzia” anche dall’area Orlando – da giorni fa fatica a imporsi: gli sono stati contrapposti dalla Bellanova (peraltro renziana…) a Mirabelli e alla Pinotti (franceschiniani). A ieri Marcucci è il nome più forte, “ma se vogliono la conta – digrignano i denti i renziani doc – allora la faremo e il nostro candidato sarà Parrini, poi vediamo chi la vince”.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 23 marzo 2018 sul Quotidiano Nazionale. 

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Renzi compone le liste del Pd: promuove i suoi e annichilisce le minoranze. I sommersi e i salvati di una lunga notte

Necessaria premessa “metodologica”. 

Pubblico qui di seguito gli articoli sulla difficilissima composizione delle liste del Pd al Nazareno usciti tra il 25 e il 28 gennaio 2018 mettendoli, nella lettura, in ordine cronologico inverso a quello di pubblicazione (dall’ultimo, il più recente, al più vecchio). 

Segnalo che, in un caso, quello degli articoli del 27 gennaio, sono pubblicate entrambe le versioni dei pezzi usciti sullo stesso tema, ma in edizioni differenti (normale e notturna). 

Nb: per chi volesse consultare l’elenco di tutti i candidati del Pd+centrosinistra alle prossime elezioni Politiche del 4 marzo 2018 può farlo facilmente leggendo l’elenco completo ed esaustivo di tutti i nomi (collegi uninominali e listini proporzionali) uscito e pubblicato sulla rivista on-line del Pd, Democratica ( Rivista Democratica on-line ). 

Buona lettura a tutti/e !

 

Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

 

  1. Renzi presenta le liste elettorali del Pd: “Esperienza devastante”. Ecco perché. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
Quando ieri sera, alle 20.30 circa, Matteo Renzi scende al secondo piano del Nazareno, per presentare le liste del Pd – quelle faticosamente e drammaticamente chiuse l’altra notte con la Direzione che slittava di ora in ora fino alle 4.30 – si presenta in maniche di camicia (bianca) e sfodera anche un (finto) buonumore. Il ricordo della “più brutta e devastante esperienza che abbia mai vissuto” come aveva definito la notte trascorsa, in un impeto di sincerità, se lo è, cioè già buttato alle spalle e, durante la conferenza stampa, prova a suonare la carica. “Siamo convinti di aver messo in campo la miglior squadra per andare a vincere le elezioni”, esordisce il segretario del Pd, “i più preparati, i più competenti, i più capaci di portare avanti la fiaccola della speranza” (sic). Renzi, in effetti, può vantare alcune candidature che, specie al Sud, bilanciano quelle dei soliti potenti e ras locali come Franco Alfieri, capo-staff di De Luca e re delle “fritture di pesce”, nel Cilento, lo stesso figlio di De Luca a Salerno, Daniela Cardinale, figlia dell’ex ministro Totò, a Caltanissetta, etc. A metterci una pezza servono, allora, le figure del medico Paolo Siani, fratello del giornalista ucciso dalla camorra Giancarlo, e il maestro di strada dei bassi di Napoli, Marco Rossi Doria (entrambi in Campania), ma pochi altri. Renzi cita pure la giornalista Francesca Barra, che corre a Matera, e un altro giornalista, Tommaso Cerno, candidato a Milano.
Ma in questo caso siamo, come per Annalisa Chirico, leader del movimento iper-garantista “Fino a prova contraria”, in un campo di gioco un po’ diverso. Quello che sta metà tra la testimonianza civile, colta, impegnata e il new kurs del democrat neo-renziano: una sorta di stato d’animo che mischia l’ex posa da radical chic con personaggi glamour, forti sui social,onnipresenti nei talk-show e nello show-biz. Insomma, dei nomi che fanno pensare più al sito Dagospia che agli indipendenti di sinistra che furono (chissà come si troverà, con loro, quell’arzillo gramsciano di Beppe Vacca).
E qui, dagli ‘inclusi’, il discorso cade facile sugli ‘esclusi’. Infatti, già dal mattino presto, con un tweet assai acido, il ministro Carlo Calenda – che, peraltro, non si ricandida e annuncia il suo voto per la lista Bonino – attacca Renzi: “Che senso ha non candidare gente seria e preparata come De Vincenti, Rughetti, Nesi, Tinagli, Manconi”. Il leader dem, pur punto sul vivo, attende fino a sera per replicare, ma parla solo di De Vincenti. L’esclusione dalle liste del ministro (ex dalemiano, poi lettiano, poi renziano tiepido) ha del clamoroso, Renzi sostiene che “ha detto un secco no” (De Vincenti, non lui), ma ora spera “in un recupero”: pare che potrebbe essere nominato all’Authority dell’Energia. Solo in piena nottata si scoprirà che a De Vincenti è stato affibbiato, sia pure in extremis, il collegio rifiutato da Cuperlo: Sassuolo, in Emilia, rielezione assicurata per il ministro.
Sul resto, Renzi filosofeggia con frasi tipo “il ricambio è fisiologico, l’amarezza comprensibile”, ma difende le liste, gli dispiace un po’, forse, solo l’autoesclusione di Cuperlo. Poi incita Padoan (a Siena) e la Boschi (a Bolzano) ed è sicuro che “il collegio di D’Alema” diventerà “quello della Bellanova”, la viceministra che gli ha schierato a Lecce, nel collegio senatoriale del Salento (Lecce-Otranto-Nardò). La verità è che il segretario si è costruito, con queste liste, un Pd a sua immagine e somiglianza. Persino quando, nel cuore della notte, anche il premier, Paolo Gentiloni, è salito da lui per convincerlo a tenere dentro qualche nome escluso (tipo Luigi Manconi, paladino delle battaglie sui diritti civili) Renzi non ha voluto sentire ragioni. Fine. 
NB: L’articolo è stato pubblicato il 28 gennaio 2018 a pagina 2 del Quotidiano Nazionale. 
 
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2. Mutazione genetica del Pd: da partito delle “mille correnti” a “Partito di Renzi”. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
Matteo Renzi, l’altra notte, compilando le liste elettorali del Pd, ha compiuto, più che un repulisti interno, una novella strage di San Bartolomeo. Nella parte degli ugonotti, sterminati in una notte dai cattolici del re di Francia, però, non sono finite solo le due minoranze interne, l’area di Orlando e l’area di Emiliano, ma anche molte altre aree. E così, almeno nei gruppi parlamentari (ma nel partito, dat i risultati congressuali che recitano 73% a Renzi, 19% a Orlando, 9% a Emiliano, le cose non sono poi mai andate troppo diversamente), d’ora in poi esiste ed esisterà soltanto il partito di Renzi, renziani, affini&co.
Vediamo come, area per area. Le minoranze congressuali sono state, come è emerso chiaro dalla notte, annichilite. Quella che fa capo al ministro Andrea Orlando contava ben 113 (centotredici) parlamentari uscenti che tifavano per lui, al recente congresso (20% il modesto risultato preso allora). Orlando aveva chiesto a Renzi 40 posti, ma dopo la notte dei lunghi coltelli e dopo tanto strepitare, ne ha avuti 17, non uno in più. Due hanno già rinunciato e siamo già a 15. Uno è sconosciuto (Peppe Provenzano, vicedirettore dello Svimez, doveva correre nella sua Sicilia, a Caltanissetta, ma indignato per la presenza, come capolista, della figlia dell’ex ministro Totò Cardinale, Daniela, ha rinunciato), l’altro, molto più famoso: è Gianni Cuperlo. Alle tre di notte ha scoperto di essere essere stato paracadutato (lui, raffinato intellettuale triestino) nella ‘popular’ cittadina di Sassuolo e ha risposto niet. Certo, nella sporca dozzina di ‘salvati’, tra gli orlandiani, c’è Cesare Damiano (in Umbria, a Terni, dopo trattativa ‘personale’ condotta con Fassino, suo vecchio amico), ma mancano pezzi grossi: il coordinatore della mozione, Andrea Martella, veneziano, il portavoce Marco Sarracino, napoletano, e anche Marco Di Lello, ex del Psi. Orlando ha denunciato l’epurazione, ma alla fine ha chinato la testa e firmato il foglio che Renzi gli ha messo davanti. Comprensivo della sua candidatura, da lui scoperta di notte, nel listino bloccato dell’Emilia-Romagna e di un collegio a Parma, ovviamente blindati. Il governatore pugliese, Michele Emiliano, per sua fortuna, doveva proteggere solo dieci uscenti (9% al congresso), ma è riuscito a garantirne solo tre (Boccia, Capone e una donna), non uno solo in più, e ha dovuto sacrificare alcuni dei suoi pezzi migliori (Dario Ginefra).
Ma alle altre aree interne, in teoria alleate di Renzi, le cose non sono andate molto meglio. Area dem, fondata da Dario Franceschini, all’inizio della legislatura contava la bellezza di 90 parlamentari: bene, semplicemente non esiste più. Sono rimasti Losacco e Giacomelli, in lista e in quota Lotti, mentre Rosato e Fiano sono, ormai, renziani a 36 denti. L’area che fa capo al ministro Martina è stata ridotta a dieci unità (erano 40), i Giovani Turchi sono dimagriti da 30 fino a 12, più altri sei forse. Insomma, se il Pd, col 24%, eleggerà 250 parlamentari, ben più della metà (150) saranno renziani doc o affini alla stirpe.
Tra le correnti che esistevano dalla nascita del Pd (2007) e, di fatto, non esistono più, vanno contati i bindiani, i lettiani (ne era rimasto uno, Marco Meloni, non ricandidato), i popolari (tranne il povero Fioroni, che si butta in una corsa solitaria nel collegio di Viterbo) e, soprattutto, i liberal di Libertà Eguale (Morando e Tonini) mentre il professor Stefano Ceccanti, che pure ne fa parte, è stato candidato, a Pisa, ma ormai è considerato un renziano di complemento. Defunti anche gli ex miglioristi, vicini all’ex Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Andato via, per sua scelta, Ugo Sposetti, che comunque aveva superato il tetto dei tre mandati, è stato tolto dalle liste il toscano Manciulli e messo in Campania 3, in posizione di fatto perdente, il campano Enzo Amendola, sottosegretario agli Esteri, mentre la giovane Lia Quartapelle ha rinunciato al seggio (insicuro) in Lombardia e Nicola Latorre è stato escluso senza un perché in un amen. Minniti anche l’ha presa male. La ridotta ex-Pci non esiste più.
NB: L’articolo è uscito  il 28 gennaio 2018 a pagina 2 del Quotidiano Nazionale
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3 a. Renzi rottama mezzo partito: Orlando ed Emiliano umiliati, posti al lumicino.  
(versione dell’articolo nell’edizione notturna e straordinaria chiusa alle 24.00 del 27/01)
Ettore Maria Colombo – ROMA
 
MATTEO RENZI ha deciso di tornare a fare quello che sa fare meglio, «il Rottamatore». Il guaio è che lo fa troppi anni dopo il successo dell’epoca e con un Pd ridotto a un campo di Agramante.
Vuole tutti volti “nuovi”, “giovani”, “freschi”, “aperti”, “diversi”. Già la Direzione dem che deve convalidare le scelte del segretario è stata, da sola, una commedia degli equivoci, a partire dall’orario: convocata alle 10.30, slitta alle 16, poi alle 20, dopo alle 22.30, infine alle 23.30, non inizia che dopo la mezzanotte, quando i suoi stanchi e provati membri, al bivacco, non ne possono più. Come dice Gianni Cuperlo, entrando in un Nazareno buio, “la trattativa sulle liste? Peggio della scissione del Pci nel 1921”.
 
ALLA FINE, dopo trattative e colloqui tra Renzi e Orlando che, negati da entrambi, sono andati avanti ore e ore, la faticosissima ‘quadra’ interna “non’ viene trovata. Fonti di entrambe le parti, all’ora dei corvi e dei gufi, le 24.00, dicono “Sì, abbiamo un accordo”, ma gli orlandiani sono sul piede di guerra, traditi persino dal loro Capo. Alla minoranza di Andrea Orlando viene concesso qualche posto in più, ma sono davvero pochi: 17/18 (forse 20, ma si tratta ancora a notte fonda), ma non tutti in posizione eleggibile rispetto ai 15 offerti da Renzi. Ma quella di Orlando è una vittoria di Pirro: di parlamentari ne aveva 111, aveva chiesto 38/40 posti per i suoi e ne avrà 17/20, di cui molti incerti. E anche se resterà, forse, tra i ‘salvati’ qualcuno dei ‘reietti’ (Cesare Damiano è di sicuro dentro le liste, Andrea Martella, invece, è sicuramente fuori, etc.) di cui il leader dem voleva imporre la cancellazione, la realtà è che non solo la minoranza dem (Area Dems di Orlando, Fronte dem di Michele Emiliano, cui vanno 5 posti massimo), ma anche le altre aree interne ‘non’ renziane o ‘a’ renziane sono state normalizzate, se non del tutto cancellate per sempre.
 
Area Dem, l’area storicamente forte di ex-Ppi ed ex-Margherita, guidata da Dario Franceschini – che però, a differenza di Orlando, ha preferito usare con Renzi non i toni dello scontro ma del sorriso – non esiste più, tranne pochi fedelissimi. Il viceministro al Mef Pier Paolo Baretta, per dire, resterà a casa. Gianclaudio Bressa si salva solo perché si fa eleggere in Trentino, terra dove, da ieri, anche la ex ministra Boschi, che lì doveva aprire la campagna, fa fatica a trovare consensi e amicizie (l’ex leader della Svp, Brugger, l’ha attaccata), nonostante i molti favori fatti dal governo Renzi agli ‘amici’ della Svp (Boschi costretta a rinviare a lunedì il suo arrivo ufficiale a Bolzano).
E anche le aree del ministro, filo-renzianissimo, Martina Martina, si deve asciugare (da trenta a non più di cinque), i Giovani Turchi pure (da quaranta a dieci). Tutte le aree composte da non renziani doc non possono superare, per il leader Pd, le 50 unità al massimo. Il calcolo, però, è furbescamente fatto sul 23% (totale: 150) e non sui duecento e rotti parlamentari che, già solo risalendo al 24%, il Pd otterrà di certo. Renzi, del resto, vuole così avere il totale controllo dei suoi parlamentari, con una maggioranza di 150 fedelissimi sul totale.     
A proposito di new entry, oltre a molti acchiappa-voti dai territori (Gianni Pittella in Lucania, Riccardo Illy in Friuli, D’Alfonso in Abruzzo), alcuni anche assai chiacchierati (il figlio di De Luca a Salerno), a notte i bei nomi della società civile devono restringersi un po’ per fare posto a qualche “orlandiano” in più. Inoltre, ogni nome di grido comporta il sacrificio di qualche soldato rimasto nella giungla. Tommaso Cerno, condirettore di Repubblica, gay dichiarato, arriva, ma Sergio Lo Giudice, ex presidente di Arcigay, bolognese, esce. L’avvocata milanese Lisa Noja, disabile, entra, Ileana Argentin, disabile ex-radicale, no. L’inventore degli 80 euro, Yoram Gutgled, torna a casa, l’economista Tommaso Nannicini, e il filosofo Giuliano da Empoli avranno seggi sicuri. Un seggio anche a Filippo Sensi, lo storico e noto (su Twitter come Nomfup) portavoce di Renzi e Gentiloni a palazzo Chigi. Alla fine, per i ‘nanetti’ alleati, restano le briciole: alla Lorenzin vanno 5 collegi sicuri (Casini, Toccafondi, Pizzolante e Dellai), ai super-nani di Insieme tre (Nencini, Bonelli e Santagata), 5 a ‘+Europa’ (Bonino, Magi, Della Vedova, Tabacci). 
NB: Questo è il testo dell’articolo pubblicato in II edizione notturna (chiusura h 24.30) per Quotidiano Nazionale il 27 gennaio 2018 a pagina 8.
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4 b. Renzi rottama mezzo partito: Orlando ed Emiliano umiliati, posti al lumicino.  

 (versione dell’articolo nell’edizione normale, non straordinaria, chiusa alle 23.30 del 27/01)
Ettore Maria Colombo  – ROMA
ANTICHI, anche se non scritti patti interni, tutti saltati. Minoranze azzerate nei numeri e insolentite persino nell’onore. Società civile dall’elezione garantita ma con sacrifici (tanti) per altri. Ricambio ben più che fisiologico della classe parlamentare. Robusto innesto di volti locali, i famosi «notabili», alcuni portentosi «acchiappa-preferenze» (Gianni Pittella in Lucania, Riccardo Illy in Friuli, D’Alfonso in Abruzzo) e altri, però, assai chiacchierati (il figlio di De Luca a Salerno). Ministri e big tutti in campo nelle sfide nei collegi, pure quelli che non avrebbero voluto rischiare l’onta della sconfitta, nell’uninominale, neppure sotto tortura. Ed ex-ministri come la Boschi che, dovendo soggiacere a tale calvario, devono subire l’onta, come le è successo ieri, di dover rinviare la sua prima visita in Alto Adige (il collegio prescelto è Bolzano) perché non è tanto gradita neppure lì, nonostante i tanti favori fatti alla Svp.
Matteo Renzi ha deciso di tornare a fare quello che sa fare meglio, «il Rottamatore». Il guaio è che lo fa troppi anni dopo e con un Pd ridotto a un campo di battaglia.
La Direzione dem che doveva convalidare le scelte del segretario e della sua piccola équipe di Angeli Sterminatori (Lotti, Guerini, Rosato, Martina, Fassino) ieri ha rappresentato una commedia degli equivoci anche solo nell’orario di convocazione. Doveva iniziare alle 10.30, slitta alle 16, poi alle 20, infine alle 22.30, poi più tardi.
Renzi e i suoi – Lorenzo Guerini su tutti, ormai specializzato in «faccia di bronzo» con cui fingere davanti ai giornalisti – negano tutto, anche l’evidenza. Prima di aver visto, in un faccia a faccia teso e drammatico, il ministro Orlando e per circa tre ore. Orlando è furibondo e spossato, ma i suoi di più: ieri molti orlandiani parlavano apertamente di boicottare le liste elettorali, di non fare campagna elettorale e incitavano Orlando stesso a non candidarsi, il preludio di una nuova scissione.
Poi Guerini nega che Renzi e i suoi vogliano «mettere il becco» nei nomi proposti dalle minoranze». Invece, Renzi lo fa eccome: oltre a dire a Orlando, che chiedeva 38 posti sicuri, «te ne devi far bastare 15, prendere o lasciare» (a Emiliano è andata peggio: otto), quando il ministro gli allunga la lista dei nomi, Renzi ne depenna, con cattiveria, ben quattro: Martella (portavoce della mozione Orlando, Renzi lo detesta), Damiano (troppe imboscate tese al suo governo), Sarracino e Di Lello.  Infine, i renziani hanno negato che il loro leader volesse aprire e chiudere la discussione in Direzione dicendo: «Datemi il mandato a chiudere le liste, poi ci penso io» (questa si è limitata solo a pensarla, pare).
E così, in questa lunga giornata, Renzi riesce a litigare con tutti.  Di Orlando ed Emiliano si è detto, ma pure con Franceschini volano parole grosse, persino Martina e Orfini si vedono asciugare le truppe, habitué del Parlamento (Fioroni, Pollastrini) vengono sbattuti fuori dalle liste, Cuperlo si salva, ma per un pelo. Infine, ogni new entry di grido comporta il sacrificio di qualche soldato rimasto solo nella giungla. Tommaso Cerno, condirettore di Repubblica, gay dichiarato, arriva, ma Sergio Lo Giudice, ex presidente di Arcigay, bolognese, esce. L’avvocata milanese Lisa Noja, disabile, entra, Ileana Argentin, disabile ex-radicale, no. L’inventore degli 80 euro, Yoram Gutgled, viene rispedito a casa, l’economista di Harvard, Tommaso Nannicini, e il filosofo Giuliano da Empoli hanno seggi sicuri.
Resterebbe da dire dei poveri tre «nanetti» alleati che protestano: la Lorenzin («Civica e Popolare») minaccia di rompere l’alleanza (volevano otto collegi, ne hanno avuti quattro), i super-nani di «Insieme» pure, ma nessuno li ascolta. Solo i Radicali di +Europa, che di posti ne avranno cinque, sanno, come dice Emma Bonino, esperta del ramo, che «fino a lunedì è tutto aperto, faremo le notti».
NB: Questo articolo è stato pubblicato in prima edizione (chiusura h 22.30) sul Quotidiano Nazionale a pagina 8 del 27 gennaio 2018. 
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5. I nanetti del Pd strappano qualche posto al sole, le minoranze dem ancora no. 
Ettore Maria Colombo  – ROMA
Le due minoranze presenti nel Pd – quella che fa capo al ministro Orlando (111 parlamentari uscenti, una quadrata legione, 20% al congresso) e quella che fa capo al governatore pugliese Emiliano (solo otto gli uscenti, 9% al congresso) – sono scese sul piede di guerra. Minacciano, gli orlandiani – come ha detto, furibondo e scuro in volto, lo stesso Orlando a un collega di corrente – di «disertare la campagna elettorale. Se Renzi continua a comportarsi così, le liste se le fa con chi vuole ma non con noi. Noi non ci candidiamo e non facciamo campagna elettorale. Voteremo per il Pd, certo, ma faremo da spettatori», ecco il warning di Orlando a Renzi. La sua area, del resto, è in rivolta, chiede almeno 60 parlamentari, di cui 38 in collegi sicuri: 30 nei listini e otto nei collegi. Le truppe di Emiliano, non meno agguerrite, fanno sapere che «noi, sotto i 20 posti, non scenderemo mai».
Al Nazareno derubricano la pratica “minoranze” al «solito tentativo di alzare la posta all’ultimo minuto come fanno in tanti» e replicano con l’offerta di 15/20 posti. Orlando ha già perso le staffe e i suoi oggi minacciano di disertare la Direzione o di votare contro.
In ogni caso, in base alle cifre prese dalle due minoranze al congresso, una fonte altolocata del Nazareno spiega, in tono gelido: «Possono dire e fare quello che vogliono, ma avranno 15/20 posti sicuri Orlando e 5/6 Emiliano. Stop».
In ogni caso, oggi Renzi avrà prima con Orlando e poi con Emiliano due incontri «chiarificatori».  E così, anche ieri è stata una giornata di passione, al Nazareno, dove Renzi è asserragliato da giorni con i suoi «Angeli Sterminatori» che hanno potere di vita e di morte sui nomi da inserire in lista, anche se l’ultima e definitiva parola spetta, ovviamente, al Segretario.  Si tratta del ministro Lotti, del «Forlani» di Renzi Guerini, del capogruppo dem Rosato, di Piero Fassino e del ministro Martina.
La giornata passa tra riunioni fiume, telefoni bollenti, Renzi che intima ai suoi di «non parlare con i giornalisti» e scene tragicomiche.  Tipo quando i tre leader della minuscola lista «Insieme» (Nencini, Bonelli e Santagata) si presentano al Nazareno per una riunione che credevano decisiva, ma vengono fermati sull’uscio: «Abbiamo altro da fare. Ripassate domani».  Del resto, nel Pd ogni giorno ha la sua pena. Le voraci pretese dei «nanetti» alleati sono state, appunto, rimbalzate a oggi. Hanno chiesto, tutti e tre, un numero siderale di collegi blindati, ma finirà con 6/8 seggi a «+Europa» (Bonino), 6/8 ai centristi di «Civica e Popolare» (Lorenzin) e tre seggi, non di più, ai piccolissimi di «Insieme».
Da giorni, inoltre, vanno avanti le «vivaci»proteste dei territori, Emilia-Romagna e Toscana su tutte, contro i «paracadutati». Ministri anche del Pd, come Fedeli a Piombino, o la Lorenzin a Prato, i dem locali non li vogliono. I radicali Magi e Della Vedova “ballano” da giorni, Nencini e Bonelli pure. Renzi ci ha messo una pezza solo su Casini, confermato a Bologna. Le Marche, gestite in modo prussiano da Matteo Ricci, dopo aver preso in carico Minniti a Pesaro, si «accolleranno» pure Lorenzin. Ma è la Toscana – dove, sostengono il senatore Marcucci e il segretario Parrini, negando anche l’evidenza, «non c’è nessuna rivolta» – che dovrà portare il cilicio più stretto di tutti, tra renziani del «giglio magico» e «nanetti» alleati. L’Emilia-Romagna, almeno, è stata ricompensata con due candidature ex-Ds doc: Fassino capolista nel proporzionale Camera contro Bersani, e Carla Cantone, ex segretaria dello Spi-Cgil, capolista nel listino proporzionale del Senato.
Ma anche al Sud sono dolori. Il segretario siciliano, Fausto Raciti, ha scritto a Renzi dicendogli che «qui la situazione è esplosiva». E in regioni come Sardegna, Campania e Calabria, liste e candidature sono ancora tutte in alto mare.
NB: Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 25 gennaio 2018.
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Grasso, “determinatissimo”, tesse la sua tela, ma la Sinistra è incerta sui nuovi nome e simbolo. Il Pd corre al riparo e stringe il patto coi ‘nanetti’

  1. Grasso tesse la sua tela dal suo ufficio, quello di presidente del Senato. 
Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ettore Maria Colombo – ROMA

Ieri Pietro Grasso, nella sua veste ‘politica’ di nuovo leader della Sinistra (secondo D’Alema “è uno abituato a comandare”), si è dato molto da fare. Mentre l’esame della Legge di Stabilità ancora arrancava dentro la commissione Bilancio, Grasso ha ricevuto i vertici di Mdp-SI-Possibile, noti come i Tre Tenori (Speranza, Fratoianni, Civati), nel suo ufficio. I quali lo hanno trovato “determinatissimo” a impegnarsi. Altro che “non ha ancora sciolto la riserva”, come insistono i suoi. E se sul simbolo regna l’incertezza (garofano rosso?) comunque il cognome di Grasso, sotto il nuovo nome, ci sarà. In realtà, sul nuovo nome della Sinistra, regna ancora molta confusione. ‘Liberi ed Eguali’ piaceva tanto a molti, specie a Grasso (e pure a Civati) perché privo di riferimenti ideologici ‘comunisti’, ma è in mano all’area liberal del Pd. Si chiama, infatti, Libertà Eguale, un’area di ex veltroniani, Morando e Tonini: hanno già diffidato Mdp&co. di usarlo. Almeno il nuovo nome, se non il simbolo, sarà presentato, comunque, il 3 dicembre al Pala Atlantico di Roma. L’altra cosa certa è che in quel catino di bandiere rosse Grasso sarà acclamato come “leader” dai 1500 delegati eletti dalle 158 assemblee di base di Mdp, SI e Possibile (42 mila i votanti).

Le assemblee hanno determinato un altro punto chiave: le ‘quote’ che avrà ognuno dei tre partiti (Mdp, SI e Possibile) in vista delle prossime candidature alle Politiche. Quote che saranno così rigidamente ripartite: 50% a Mdp, 35% a SI e 15% a Possibile: la somma dei due partiti più ‘di sinistra’ eguaglia cioè la quota di Mdp, che si aspettava molto di più. Ma se in molte realtà Mdp ha stravinto, in molte altre gli uomini di Fratoianni e di Civati si sono uniti per ‘arginarla’. Ora, però, i posti in lista, sono stati fissati sulle quote citate (50% Mdp, 35% SI, 15% Possibile). E così Mdp dovrà sacrificare alcuni dei suoi – molti – parlamentari (43 deputati e 16 senatori) per far largo ai tanti big fuori dal Parlamento (D’Alema, Errani, Bassolino, Panzeri, etc.).

Tornando a Grasso: ieri ha spedito molti inviti e fatto altrettante telefonate. Certo, non sulla carta intestata del Senato o consegnati dai motociclisti, cui pure ha diritto, ma pur sempre dal suo ufficio, quello di presidente. Inviti diretti ai molti ‘mondi’ che conosce a correre con lui per non far apparire la nuova ‘Cosa Rossa’ troppo ‘rossa’. Ma proprio ieri, Grasso ha ricevuto un ‘no’ che brucia. Sandra Bonsanti, a nome dei circoli di ‘Libertà e Giustizia’, animatori dei Comitati del No al referendum anti-Renzi, di cui è presidente, gli ha risposto dura “Pietro, noi si fa altro”. Infatti, Libertà e Giustizia organizza, proprio il 3 dicembre, un’iniziativa a Firenze cui partecipano il direttore del Fatto, Travaglio, l’ormai ex leader delle assemblee del Brancaccio (Tomaso Montanari) e tutti i ‘professori’ del No anti-Renzi (Zagrebelsky in testa) che si sentono ‘più a sinistra’ di tutti. Non ha accettato l’invito di Grasso neppure la presidente della Camera, Laura Boldrini, su cui Grasso invece contava. Potrebbe capeggiare, dato che Pisapia non si candiderà ma sta per chiudere l’accordo col Pd, una lista di ‘Progressisti’ che porterebbe la dicitura “con Boldrini”, sempre con il Pd.

NB: Articolo pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 29 novembre 2017 a pag. 6. 

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2. Il Pd ci prova, a cercare l’accordo con i ‘nanetti’, ma quanto valgono davvero?

 

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo – ROMA

Con Pisapia l’accordo “non è ancora chiuso, ma speriamo in un accordo con Campo progressista, Radicali e forze di centro per dare vita a una coalizione di centrosinistra”. E’ verso sera e negli studi di Otto e mezzo il luogo e l’ora in cui Matteo Renzi delinea ufficialmente le alleanze del Pd in vista delle prossime elezioni politiche. Il leader del Pd ha parlato, e molto, di politica anche alla presentazione del nuovo libro di Gianni Cuperlo (Sinistra, e poi?Titolo enigmatico, ma forse profetico) al Tempio di Adriano, ma trattandosi di Cuperlo in quel caso tutti hanno volato alto. Renzi dice anche, ma qui trattasi più di aspirazione che di certezza, che “il Pd sarà il primo gruppo parlamentare” (vuol dire prendere un voto in più non solo di Forza Italia, ma anche dei 5Stelle e l’impresa, allo stato dei sondaggi attuali, non sarà facile) e che “la nostra coalizione andrà sopra il 30% e vicina al 40%”. Ecco, il problema, però, per il Pd, sono proprio le liste collegate. Il Pd, nei sondaggi interni e riservati, segna ‘profondo rosso’: oscilla, come partito, tra il 22 e il 24%, cioè molto sotto persino il modesto 25,4% preso dal Pd di Bersani nel 2013. Renzi non si può permettere di non agguantare tale soglia, pena la sua fine politica. Il guaio è che le liste collegate – che saranno tre: centristi, Radicali europeisti e progressisti (Pisapia più qualche sindaco) – sono al momento stimate in modo ancora più catastrofico. I centristi (Casini-Galletti-Dellai-Olivero più Ap di Alfano, se ci sta: decidono oggi), le cui orme sono seguite passo passo da Lorenzo Guerini, sono quotati intorno all’1-2%. I Radicali devono pure raccogliere le firme (traguardo ambizioso) e non valgono più dell’1%. Li guiderà una personalità forte, Emma Bonino, avranno un logo oggi impolverato, ‘Forza Europa’ e pongono ‘problemi’, al Pd, di posti e programmi.

Infine, c’è la lista ispirata a Pisapia, tra mille contraddizioni esplose anche ieri. Prima esce la notizia che andrà in piazza con la Cgil, poi esce la smentita, Tabacci si arrabbia molto (“Cp non aderisce”)ma una parte dei suoi in piazza ci sarà. Quanto può valere, dato che ‘il leader riluttante’ non si candida e la Boldrini, che ne sarebbe la vice, lo ha mollato per andarsene, anche lei, con Mdp-SI al seguito di Grasso? Il 2-3%, se va bene. Ieri mattina, Cp ha visto Piero Fassino, ma alla Camera, per conto di Cp, non c’era Pisapia, ma tre colonnelli. Tutti fidatissimi, si capisce, ma diversissimi: Ciccio Ferrara viene dal Prc, Luigi Manconi sta ancora nel Pd e Bruno Tabacci viene dalla… Dc. Smentito con vigore che “Cp abbia chiesto una manciata di collegi sicuri al Pd”, l’incontro è stato, ancora una volta, assi interlocutorio. Il Pd ha offerto un po’ di tutto, ma i colonnelli di Pisapia hanno ripiantato tutti i loro paletti: rapida approvazione di ius soli e bio-testamento al Senato, abolizione del super-ticket in Stabilità, far slittare l’innalzamento dell’età pensionabile. Il più ostico, però, è la richiesta del ‘garante’ della coalizione, che avrebbe dovuto essere Prodi. Renzi lo straloda, in tv, ma non ne vuole neppur sentir parlare, i suoi ancor meno: “A noi non ci serve il preside per decidere chi comanda”. Oggi, infine, si apre la Leopolda 2017 con 8 mila giovani di cui Renzi è molto orgoglioso, molti ministri ma nessun Vip.


NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano nazionale il 24 novembre 2017. 

Elezioni regionali in Sicilia: pronti? Via! Aspettative, progetti e timori del Pd di Renzi ma anche degli altri competitor

Pubblico qui di seguito un articolo quadro sulle elezioni in Sicilia, uscito qualche giorno fa, e uno sul Pd di Renzi in relazione alle elezioni regionali siciliane e al quadro politico. 

NB: I due articoli sono stati pubblicati il primo il I novembre a pagina 10 e il secondo il 4 novembre a pagina 4 sempre, ovviamente, su Quotidiano Nazionale 

Berlusconi/2

Silvio Berlusconi, leader e fondatore di Forza Italia

 

  1. La ‘corda pazza’. Le elezioni regionali in Sicilia e le aspettative dei vari big (l’articolo è stato pubblicato il I novembre 2017 a pagina 10 del QN)

Ettore Maria Colombo  – ROMA

Il centrodestra, se vincerà, diventerà un blocco granitico, unito fino alle prossime Politiche nello schema del tridente FI-Lega-FdI più liste centriste (Udc di Lorenzo Cesa in testa) d’appoggio oppure il ‘patto dell’arancino’ siglato, a uso e consumo dei giornalisti, nella ‘trattoria del Cavaliere’ di Catania tra Berlusconi, Meloni e Salvini (testimoni inconsapevoli e pittoreschi il candidato Musumeci e soprattutto il funambolico Sgarbi) sarà presto solo un ricordo il centrodestra tornerà a dividersi anche alle Politiche? I 5Stelle, se riusciranno nel colpaccio in terra normanna e saracena, espugnandola, troveranno l’abbrivio e per scalare il Potere romano, magari chiedendo l’appoggio della Lega e, chissà, anche della Sinistra di Bersani e Fratoianni con cui ormai ‘flirtano’? Il Pd, se perderà in modo rovinoso, riaprirà la tiritera sulle alleanze, cercando di recuperare con gli scissionisti di Mdp e sulla spinta dei big che assedieranno Renzi imponendosi a suo scapito e magari scalzandolo dalla posizione di candidato premier del centrosinistra oppure Renzi continuerà a imporre se stesso e la sua strategia in vista delle Politiche?

Le elezioni regionali siciliane del 5 novembre sono un test nazionale, ma presentano anche una lunga serie di varianti locali possibili solo in terra di pupi e di pupari. Quella “corda pazza”, per dirla con Leonardo Sciascia, che è sempre stata, appunto, la Sicilia. Prendiamo la legge elettorale isolana. Si vota l’elezione diretta del governatore e, insieme, di 62 componenti dell’Ars, l’Assemblea regionale siciliana. I seggi, assegnati con metodo proporzionale e soglia di sbarramento al 5%, sono ripartiti su base provinciali. Un meccanismo infernale che prevede, per il candidato vincente, solo 7 seggi di ‘listino’ in appoggio (uno va, di diritto, al secondo candidato governatore meglio piazzato). Morale: governare è quasi impossibile, bisognerà fare accordi trasversali (centrodestra con pezzi di centrosinistra, lo scenario più probabile, o 5Stelle che chiederanno appoggio alla sinistra di Fava, scenario non irrealistico). E così i 4,6 milioni di siciliani chiamati alle urne(ma l’affluenza è prevista molto bassa, a circa 2,3-2,5 milioni di votanti) non lo sapranno neanche lunedì mattina, quando si aprirà lo spoglio reale dei voti, chi ha vinto. Dovranno aspettare, rassegnati, che i partiti facciano i loro giochi una volta dentro l’Ars (dove, non dimentichiamolo mai, un consigliere regionale gode dello status di ‘deputato’ nazionale come neppure succede alle regioni con minoranze speciali e guadagna di più).

E i candidati? Quello del centrodestra, Nello Musumeci, è in testa in tutti i sondaggi, riservati e ufficiali, ma ora è in ambascie perché ‘mascariato’ dalle polemiche sulle liste, dove indagati, rinviati a giudizio e condannati abbondano ‘a sua insaputa’. Inoltre, paga il gioco a rimpiattino di Berlusconi e Salvini che, in Sicilia, nell’arco di soli due giorni, prima decidono di farsi lo sgambetto con comizi concorrenti e poi, solo in corner, si ravvedono, pensando che è meglio farsi vedere insieme (a Catania, appunto). Il candidato dei 5Stelle, Giancarlo Cancelleri, si è portato in giro i poveri Di Maio e Di Battista e, sabato, concluderà una campagna elettorale con i fuochi d’artificio a Palermo, alla presenza del leader-non leader dell’M5S, Beppe Grillo.  Cancelleri iniziava a crederci, nella vittoria al fotofinish, ma anche lui sta subendo polemiche sulle liste ‘inquinate’. Il candidato della sinistra-sinistra, Claudio Fava, spera in un sorpasso clamoroso sul candidato del Pd, rivendica di avere le ‘mani pulite’, ed è pronto a fare accordi, dopo il voto, con l’M5S per aiutarli a governare. Scenari anche nazionali. Infine, c’è il candidato di Pd-Ap, il rettore dell’Università di Palermo Fabrizio Micari. Vittima designata di una sconfitta annunciata, è l’uomo sbagliato al posto sbagliato. Il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, lo ha imposto a Renzi e al Pd locale e nazionale, che non lo voleva, ma ora se ne disinteressa della sua sorte e si limita a fare uno sguardo grave e mesto, tipico orlandiano. Il governatore uscente, Rosario Crocetta, disarcionato dal Pd, ha ‘finto’ di non riuscire a presentare la sua lista. Accanto a Micari non si fa più vedere nessuno. Insomma, un vero disastro. Disastrose anche le possibili ripercussioni nazionali nel Pd. Renzi ha deciso di disinteressarsi da tempo del caso Sicilia. Ha demandato la pratica ai suoi luogotenenti locali (Fausto Raciti, segretario regionale, e Davide Faraone, ras renziano) e amen. Consapevole degli effetti di una debacle in Sicilia, Renzi è il solo leader nazionale che ha fatto un solo comizio con Micari e stop. Ora gira con in tasca un foglietto con segnata sopra la percentuale presa dal Pd di Bersani in Sicilia nel 2013 (quando Crocetta vinse grazie alle divisioni nel campo del centrodestra, tra Musumeci e Micciché, oggi nuovo ras incontrastato di Forza Italia e non solo nell’isola, e grazie, soprattutto, ai voti che gli arrivarono in dote dall’Udc, allora molto forte, di D’Alia e Casini, oggi ancora alleati con il Pd mentre l’Udc Cesa l’ha portata armi e bagagli con FI). In realtà, il Pd un alleato ce l’ha. L’esangue Ap di Alfano, i cui sotto-panza locali, quelli con i voti, sono però già quasi tutti saliti sul treno di Musumeci. Poi ci sono dei veri geni della Politica come Totò Cardinale che, come una spia della Guerra Fredda, fa il triplo gioco: renziano a Roma (anzi, per la precisione intimo amico e sodale del ministro allo Sport Lotti), ha fatto una lista pro Micari, ma promette voti sottobanco a Musumeci e strizza l’occhio pure a Cancelleri. Del resto, qualcuno dovrà pur governarla, la Sicilia.


2. Si vota in Sicilia, ma si pensa a Roma. Renzi si eclissa: prepara la guerra del dopo (articolo pubblicato il 4 novembre 2017 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale) 

Ettore Maria Colombo – Roma
 
Il segretario del Pd, Matteo Renzi, non passerà un piacevole fine settimana. Reduce dai fasti della conferenza a Chicago – dove Obama lo ha non solo voluto, ma lodato e coccolato – domenica si vota in Sicilia e, per il candidato premier del centrosinistra (ma sarà lui, alla fine?) possono arrivare solo brutte notizie, e pure tante. Il candidato del Pd, Micari, arriverà terzo, se gli va bene, e il risultato della lista del Pd rischia di essere disastroso, anche se il leader ha già in tasca un foglietto con i voti presi dal Pd di Bersani in Sicilia nel 2013 (13%). In ogni caso, Renzi,alla chiusura della campagna di Micari, unico tra i leader di partito nazionali, non c’è. Sa che i risultati in Sicilia gli verranno rinfacciati.
Infatti, mentre il ministro Dario Franceschini, in teoria in maggioranza con Renzi, tace e aspetta lunedì per dire la sua (“e non farà sconti a Renzi”, sibilano i suoi), il ministro alla Giustizia, Andrea Orlando, leader della minoranza interna (Dems) parla a ogni pié sospinto. Solo ieri Orlando ha dato due interviste, una a mane (Repubblica tv) e una a sera (Otto e mezzo). Nella prima ha asserito, minaccioso, che “dopo il voto siciliano bisognerà ragionare sul perimetro della coalizione” e, soprattutto, sul candidato premier del centrosinistra”. Sottotesto: per me non può e non deve essere Renzi. A sera, fintamente più conciliante, Orlando dice che “se perde Micari si porrà il tema di evitare lo stesso destino sul piano nazionale. E’ quindi necessario individuare il miglior candidato premier. Il Pd andrà a quel tavolo con Renzi”. Sottotesto: fingo di appoggiare lui come candidato, ma meglio se è un altro.
 
 
Il segretario dem, in realtà, parla d’altro. Ieri, nella Enews – dove ha confermato che accetta il confronto in tv con Di Maio (si terrà martedì su La 7) e che la Leopolda si terrà dal 24 al 26 novembre a Firenze – ha ribadito per intero la dura  posizione presa dal Pd sulle banche: “Troppe cose non hanno funzionato: i manager e i banchieri che hanno sbagliato devono pagare, sacrosanto. Ma se vogliamo che qualcosa cambi davvero le alte burocrazie del Paese devono smettere di buttare la croce addosso ai politici e assumersi le loro responsabilità”. Ma al di là del caso banche, gira che ti rigira, sempre là si torna: chi sarà il candidato premier del centrosinistra? Renzi o altri (Gentiloni)? Il segretario si dice “pronto” a fare le primarie, ma in realtà aspetta solo di vedere il primo che, in Direzione (già convocata per il prossimo 13 novembre) “si alzerà per chiedere di ‘rivedere’ le alleanze: lui mi tradirà”, dice ai suoi con aria grave  neanche si trattasse di Gesù Cristo che indaga ai commensali il novello e perfido Giuda.
 
Intanto, sempre ieri e alla buon’ora, persino l’indeciso Giuliano Pisapia ha deciso che è arrivata l’ora di ‘scendere in campo’. Però, come ha più volte ripetuto, lui non si candiderà. E’ chiaro solo lo schieramento: unitario, alleato al Pd e composto da tanti ‘nanetti’, la nascente Lista Civica Nazionale (il nome), sarà composto dai Radicali di Riccardo Magi, Forza Europa di Benedetto Della Vedova, il Psi di Riccardo Nencini, forse anche i Verdi di Angelo Bonelli e l’Idv di Ignazio Messina (incredibile, esiste ancora l’Idv, ma non la guida più Tonino di Pietro, passato con Mdp come del resto Bobo Craxi, ma tale Carneade Messina…). Non è chiaro, invece, il front-runner, di una tale Lista e area politica, ma potrebbe essere una front-women, cioè una donna. Emma Bonino, se vorrà, o la presidente della Camera, Laura Boldrini, assai sponsorizzata da Pisapia e dal suo Campo progressista, a meno che non vada col Pd. Sarà lei, per conto del nascente Ulivo bis a chiedere, con la benedizione di Romano Prodi, al Pd di fare le primarie. Una richiesta che, forse, Renzi non potrà più rifiutare. 
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NB: Gli articoli sono entrambi pubblicati sulle pagine del Quotidiano Nazionale 
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Due pezzi facili. Renzi alla Direzione del Pd ‘apre’ a sinistra. La legge elettorale dalla commissione ora è alla prova dell’Aula

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Pubblico qui i due articoli scritti negli ultimi due giorni per Quotidiano Nazionale

  1. Renzi  in modalità “pace col mondo” apre alla coalizione di centrosinistra: “Gli ex dem non sono i nostri avversari”, ma il vero obiettivo è agganciare Pisapia. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Sarà stato il disgelo, con tanto di cordiale telefonata, con Prodi. Sarà stata la goduria di assistere alle liti, stile sfida all’Ok Corral, tra Pisapia e Bersani, oltre che, ovviamente, con D’Alema. Sarà stata la tregua interna che i big dem, da Franceschini a Orlando, gli hanno garantito da qui in avanti, in sostanza fino alle elezioni, anche perché – pare – assai rassicurati sui posti in lista per i loro. Saranno stati i consigli degli ex democristiani di destra (Guerini) e di sinistra (Richetti) che gli hanno tenuto testa per mesi a forza di dirgli, e a convincerlo, che “Matteo devi allargare, includere”. Certo è che Matteo Renzi, dopo la “fase zen”, già nota, è entrato in una modalità ancora più ambiziosa, quella da “pace col mondo”. La Direzione di ieri, convocata per discutere della legge elettorale, ne è stata la plastica rappresentazione. Lunga e serena relazione, nessun dibattito, nessuna contrapposizione, voto finale unanime.

La prima sorpresa contenuta nell’introduzione del segretario dem – che parla davanti al premier Gentiloni e al ministro Minniti – è, naturalmente, quella della sua ‘apertura’ a quanto c’è a sinistra del Pd: Premesso che “l’obiettivo è sconfiggere i populisti (M5S, Lega), oggi in difficoltà”, Renzi pronuncia una frase che non direbbe neppure sotto tortura: “I nostri avversari alle elezioni non sono quelli che sono andati via di qui”, e parla degli scissionisti (Mdp). Non vuole né cerca, ovviamente, un’alleanza con loro – anzi: se ne guarda bene anche solo dal pensarla – ma per la prima volta non li bastona (tranne per una frase en passant rivolta all’indirizzo di Bersani: per spiegare tutte le giravolte di quelli che stavano nel Pd sulla legge elettorale “ci vorrebbe la moviola”)

Il ‘merito’ del ‘nuovo corso’ sta tutto nella nuova legge elettorale che si profila se il patto ‘a quattro’ (Pd-Lega-FI-Ap) terrà in Aula. “Il Rosatellum – spiega Renzi – ha alcuni elementi di forza, perché chiama a una coalizione, e un dato di fatto: uno strumento che fa del Pd il baricentro per una coalizione più ampia del solo Pd”. Il che, peraltro, vuol dire che Renzi avalla (e invita) a costruire liste in coalizione con il Pd: i centristi cattolici, da Alfano a Dellai, i radicali laici, da Della Vedova a Bonino, e la sinistra progressista, dai sindaci a Pisapia. Renzi non lo nomina, ma aspetta, paziente, che arrivi e in area Pisapia già sottolineano “il cambio di passo”. In realtà, il messaggio sotteso del leader dem è un po’ più sottile: se passa il Rosatellum, facciamo facciamo le coalizioni perché servono per vincere, altrimenti andiamo con il Consultellum, io faccio il listone Pd “e mi candido al Senato con le preferenze”., il che vorrebbe dire, però, tornare a quella ‘vocazione maggioritaria’ che l’ex premier ha sempre perseguito e che, per ora, è finita in soffitta. Perché, come dice Renzi con un latinismo, anche questo insolito, “o passa il Rosatellum o c’è il Consultellum, tertium non datur”. Motivo, però, quello di dare fiato e corpo alla possibilità che la nuova legge passi, per cui balena, di nuovo, nel Pd, l’ipotesi della fiducia ‘tecnica’ sul Rosatellum: il Colle non gradirebbe affatto, Gentiloni recalcitra, ma all’ultimo momento, in Aula, potrebbe essere messa perché – avverte Rosato – “dobbiamo stare attenti ai voti segreti”.

Poi  Renzi manda a dire ai suoi oppositori interni che: “Siamo al rush finale, il tempo che ci separa dalle elezioni è di settimane”; quindi “basta litigi, dobbiamo giocare tutti insieme, fare squadra”. Renzi non cita mai lo ius soli, lasciando di fatto capire che spazio per far passare quella legge non ce n’è, specie a fine legislatura. Eppure, al Nazareno, c’è chi non dispera che, dopo aver chiuso la legge di Stabilità,“si possa aprire uno spazio per portarla a casa”.

Renzi, infine, ringrazia di cuore Orlando per aver detto che non intende metterne in discussione la leadership in caso di sconfitta in Sicilia, e Orlando apprezza e neppure Cuperlo parla in dissenso.  Franceschini resta in silenzio, annuisce più volte mentre Renzi parla e a chi gli chiede conto sorride: “sono naturalmente d’accordo con la relazione del segretario”. Ieri, al Pd, era proprio il giorno del volemose bene.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pag. 4 del Quotidiano Nazionale il 7 ottobre 2017


ettore rosato

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

 

2. Il Rosatellum va in Aula tra lo spettro franchi tiratori e la tentazione della fiducia

Ettore Maria Colombo – ROMA

La commissione Affari costituzionali della Camera ha dato il via libera al Rosatellum 2.0 (o bis che dir si voglia…), ma nessuno dei leader (Renzi, Berlusconi, Salvini e Alfano) dei partiti che hanno sottoscritto il ‘patto a quattro’ (Pd-FI-Lega-Ap) per dargli vita può tirare un sospiro di sollievo. Infatti, che dentro la commissione il patto avrebbe retto nessuno lo metteva in dubbio: il voto, dentro la commissione, è palese. Ma quando la nuova legge elettorale, il cui relatore Emanuele Fiano (Pd) ha passato giorni e notti insonne, approderà nell’Aula di Montecitorio, martedì 10 ottobre, può succedere di tutto. L’incognita è quella dei franchi tiratori: non vedono l’ora di affossare questa legge elettorale come già hanno fatto, a giugno, con il Rosatellum 1.0, allora anche detto Tedeschellum, quando una maggioranza ben più ampia dell’attuale crollò al primo voto.

I voti segreti, stavolta, si prevede saranno almeno una novantina e, se passassero, causerebbero l’immediato affossamento della legge: riguardano alcuni punti ‘caldi’ del Rosatellum (preferenze, voto disgiunto, soglie di sbarramento) su cui si fonda il patto a quattro. Per dire, ripristinare le preferenze, uno dei primi punti all’ordine del giorno del voto di martedì, una volta votate le pregiudiziali di costituzionalità, farebbe saltare l’accordo con Forza Italia. Il voto disgiunto aprirebbe invece molti problemi nel Pd di Renzi perché favorirebbe, di fatto, il voto per gli odiati scissionisti di Mdp.

Ma quanti franchi tiratori servono per affossare il Rosatellum? Sulla carta, è blindato. I favorevoli hanno ben 455 voti: ai quattro partiti citati vanno infatti sommati diversi gruppi minori (Ala-Sc, Civici, Popolari-Cd, Psi, Svp, Udc, etc.) mentre, sempre sulla carta, il fronte delle opposizioni (M5S-Mdp-SI-FdI) che giudica il Rosatellum “pessimo” e “inaccettabile”, arriva appena a 165 voti. Eppure, come spiega un verdiniano esperto di numeri e di conti, Ignazio Abrignani, “basta che, nel voto segreto, si spostino in 150 ed ecco che le proporzioni cambiano: 350 a favore, 300 contro. A quel punto ogni voto diventerebbe un calvario e può saltare tutto”. Inoltre, va detto che, non solo dentro Forza Italia, specie al Sud, ma anche dentro Ap (e, ovviamente, nel Pd), i peones ribollono.

Al di là del tenere le dita incrociate, dunque, e lanciare appelli, come quello di Ettore Rosato (“Il Parlamento sia responsabile”), continua perciò ad aleggiare l’ipotesi che il Pd chieda un ‘aiutino’ al governo Gentiloni e ricorra alla fiducia. Ma anche questa mossa, indigeribile per le opposizioni (Mdp già annuncia che “se verrà messa porteremo gli italiani in piazza”), non blinderebbe totalmente, il Rosatellum 2.0. Infatti, i problemi sarebbero tre: uno, Gentiloni non vuole metterla, due l’idea della fiducia al Colle non piace né poco né punto e, tre, FI e Lega avrebbero molte difficoltà a votare la fiducia, anche se fosse ‘tecnica’. L’ultima controindicazione a questa mossa rappresenterebbe un vero caso capace di far esplodere il Parlamento: nonostante la fiducia, infatti, il voto finale sul provvedimento può restare, grazie al super garantista regolamento di Montecitorio, in ogni caso segreto. E ‘andare sotto’, nonostante la fiducia, sarebbe davvero letale. Ecco perché sia Rosato che Fiano garantiscono e spergiurano davanti a tutti quelli che glielo chiedono “di un voto di fiducia non abbiamo mai neanche parlato”.

NB: Articolo pubblicato l’8 ottobre 2017 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale.

#ildiavolovesteItalicum (3c). Porcellum e Consultellum: i sistemi elettorali italiani tra storia e politica, norme e criticità

Proseguiamo l’analisi dei sistemi elettorali italiani anteriori all’Italicum. Dopo il sistema proporzionale puro o semi-puro della Prima Repubblica (1948) e il tentativo di introdurre la ‘legge truffa’ (1953) e dopo il passaggio alla Seconda Repubblica con il Mattarellum (1993), passiamo ad analizzare il Porcellum o Calderolum (2005) e la sentenza della Consulta che lo ha, in parte, abrogato (2014).

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

L’introduzione del noto e assai controverso Porcellum (2005).

Nel 2005, sempre per ragioni politiche che non possono, qui, essere analizzate nella sostanza (si trattò, in ogni caso, del tentativo, messo in campo dall’allora Casa della Libertà e dal governo Berlusconi di cercare di ‘limitare i danni’, o meglio di ‘perdere meno’, le elezioni politiche previste a scadenza nel 2006) venne introdotta una nuova legge elettorale, il Porcellum. Prima inizialmente nota solo con il cognome proprio (Calderolum) del suo autore ed estensore, l’allora ministro per le Riforme, il leghista Roberto Calderoli, la legge venne presto chiamata e divenne famosa con il nome di Porcellum: responsabile del nomignolo lo stesso Calderoli che, nel corso di una puntata di Matrix, Canale 5, la definì “una vera porcata”, e del solito politologo Sartori che coniò, a sua volta, il nuovo epiteto…. Si tratta della legge n. 270 del 21 dicembre 2005 ed è l’ultima – allo stato attuale e fino alla pur prossima adozione dell’Italicum – legge che ha modificato il sistema elettorale italiano, delineando la disciplina attualmente in vigore, sempre modificando il TU del 1957. Quella con cui, cioè, si potrebbe e dovrebbe andare a votare se le Camere venissero sciolte ‘prima’ dell’approvazione definitiva del nuovo Italicum (cosa, di fatto, ormai impossibile) o, comunque, con cui si andrebbe a votare per il ‘solo’ Senato se l’Italicum fosse approvato, ma si andasse comunque a scioglimento anticipato della legislatura prima che entri in vigore la riforma del Senato e del Titolo V. riforma che punta a rendere il Senato non elettivo e che, in ogni caso, non entrerà in vigore, per i noti tempi tecnici, prima del luglio 2016.
Fatte salve, s’intende, in merito alla possibile adozione del Porcellum, le modifiche al Calderolum apportate dalla sentenza n. 1/2014 della Corte costituzionale (pubblicata in GU il 15 gennaio 2014, con effetti decorrenti dal giorno successivo) che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di alcune norme del Porcellum, dando luogo a quello che, sempre in gergo tecnico, oggi viene chiamato Consultellum, e cioè un ‘ircocervo’ di legge elettorale frutto a metà del Calderolum e a metà della sentenza della Corte.

Il balzano proporzionale Porcellum dalle complicate soglie e dall’abnorme premio di maggioranza privo di soglia…
Dunque, la legge n. 270 del 2005, detta Calderolum o Porcellum, ha sostituito le precedenti leggi numero 276 e 277 del 1993 (il Mattarellum), introducendo un sistema radicalmente differente dal primo (per 3/4 maggioritario, per il restante quarto proporzionale), in favore di un sistema solo in linea di principio proporzionale, basato cioè sulla formula elettorale proporzionale del “quoziente intero e dei più alti resti” (metodo Hare), ma in realtà con uno spirito e una distorsione sostanzialmente maggioritaria, spirito dovuto alle numerose e diverse clausole di sbarramento e al forte premio di maggioranza concesso alla prima lista/liste piazzata, con collegi estesi e senza peraltro la possibilità di indicare preferenze.

Con il Porcellum, legge in vigore dal 31 dicembre 2005, si è votato per le tre legislature successive della storia politica italiana: la XV (2006), con la vittoria dell’Unione di Prodi, la XVI (2008), con la vittoria del Pdl di Berlusconi e la XVII (2012), con la ‘non vittoria’ della coalizione di centrosinistra guidata da Bersani, il ‘quasi pareggio’ dell’M5S di Grillo e la conseguente nascita di governi di prima di grande coalizione (Letta) e poi di centrosinistra (Renzi) nati, come quello precedente Monti, in Parlamento e non più dalle urne.

La legge Calderolum o Porcellum presenta molti, complessi, aspetti. Per sommi capi si può dire che il passaggio dal Mattarellum al Porcellum non avrebbe potuto essere più traumatico e radicale: dai collegi uninominali a un sistema di liste bloccate senza preferenza, da un sistema iper-maggioritario a un falso sistema proporzionale.

Caratteristiche salienti della legge sono i seguenti:
Il premio di maggioranza per la coalizione vincente alla Camera (caratteristica che si riscontra, oltre che in Italia, solo in Grecia e a San Marino), che pure era apparso in due leggi elettorali italiane del passato dalla cattiva nomea (la legge Acerbo del 1923 e la “legge truffa” del 1953, ma in entrambe erano presenti delle soglie di sbarramento per raggiungerlo), è privo di soglia per accedervi. La legge, inoltre, prevede ambiti territoriali diversi per l’attribuzione del premio di maggioranza: l’intero territorio nazionale (esclusa la Valle d’Aosta) per la Camera dei deputati, la singola circoscrizione, coincidente con il territorio di una Regione, per il Senato (escluse Val d’Aosta, Molise e Trentino-Alto Adige).

Seggi. Per la Camera dei deputati, la legge prevede che la lista o coalizione di liste che ottiene la maggioranza dei voti ma che non consegue i 340 seggi, sia assegnataria di una quota ulteriore di seggi oltre quelli già ottenuti, in modo da raggiungere tale numero. I 12 seggi assegnati dalla Circoscrizione Estero e il seggio assegnato dalla Valle d’Aosta sono però attribuiti secondo regole diverse: i relativi voti non sono calcolati per la determinazione della lista o coalizione di liste di maggioranza relativa. Per il Senato, la legge prevede che la lista o coalizione di liste che ottiene la maggioranza dei voti nella Regione ma non consegue il 55% dei seggi da questa assegnati sia assegnataria di una quota ulteriore di seggi in modo da raggiungere tale numero. I 6 seggi assegnati dalla Circoscrizione Estero, il seggio assegnato dalla Valle d’Aosta, i 2 seggi assegnati dal Molise e i 7 seggi assegnati dal Trentino Alto-Adige sono attribuiti secondo regole diverse.
Con il territorio nazionale italiano suddiviso in 27 circoscrizioni plurinominali assegnatarie di un numero di seggi variabili a seconda della popolazione residente in base ai dati dell’ultimo censimento disponibile, alla Camera, dunque, ai 617 seggi assegnati come descritto, si unisce quello uninominale attribuito alla Valle d’Aosta, e i 12 seggi appannaggio dei cittadini italiani all’estero, suddivisi col metodo proporzionale e possibilità di voto di preferenza, per determinare il numero di 630 deputati in totale. Al Senato, il totale di senatori eletti in parlamento è 315: per avere la maggioranza assoluta, senza dover contare sui senatori a vita, il partito o la coalizione vincente deve avere almeno 158 senatori.

Soglie di sbarramento. Per ottenere seggi alla Camera, ogni partito o lista deve ottenere almeno il 4% dei voti nazionali mentre le coalizioni devono ottenere almeno il 10%. Le liste collegate a una coalizione che abbia superato la soglia prescritta partecipano alla ripartizione dei seggi se superano il 2% dei voti; partecipa inoltre alla ripartizione il primo partito al di sotto di questa soglia all’interno della stessa coalizione (miglior perdente). Questo vuol dire che se una coalizione che superi lo sbarramento del 10% fosse formata da 3 partiti di cui solo 2 superano il 2%, il terzo entrerebbe sicuramente alla Camera con qualsiasi percentuale; se una coalizione fosse formata da 4 partiti di cui solo 2 superano il 2%, entrerebbe alla Camera solo il più votato degli altri due che non hanno superato la soglia. Se una coalizione non dovesse superare il 10%, ogni singolo partito che la compone deve superare il 4%. Per ottenere seggi al Senato, ogni partito o lista deve ottenere almeno l’8% dei voti mentre le coalizioni devono ottenere almeno il 20%. Le liste collegate a una coalizione che abbia superato la soglia prescritta, partecipano alla ripartizione dei seggi se superano il 3% dei voti. La differenza sostanziale con la Camera è data dal fatto che le soglie e il premio di maggioranza non sono calcolati sui voti nazionali, ma su base regionale: per questo motivo alcune regioni risultano più importanti di altre perché i seggi assegnati dipendono dalla popolazione regionale. A tutela delle minoranze linguistiche riconosciute è previsto che le liste che le rappresentano, coalizzate o no, possano comunque accedere al riparto dei seggi per la Camera dei Deputati ottenendo almeno il 20% dei voti nella circoscrizione in cui concorrono. Per il Senato della Repubblica è stato previsto che 6 dei 7 seggi spettanti al Trentino-Alto Adige siano assegnati tramite collegi uninominali, mantenendo solo qui il meccanismo del Mattarellum mentre il settimo seggio è attribuito sommando a livello regionale i voti dei candidati perdenti che abbiano dichiarato di collegarsi in una lista, individuando la lista più votata e attribuendo il seggio al candidato miglior perdente all’interno di tale lista Infine, l’unico seggio della Valle d’Aosta venga attribuito in un collegio unico.

Le circoscrizioni Estero. Il Calderolum ha inoltre introdotto, per la prima volta in Italia, la novità della Circoscrizione estero. Suddivise in quattro macro-ripartizioni, esse permettono di eleggere 12 seggi alla Camera dei deputati (5 per l’Europa, 4 per l’America Meridionale, 2 per America Settentrionale e Centrale, e 1 per il Resto del Mondo) e 6 seggi al Senato della Repubblica (2 in Europa, 2 in America Meridionale, 1 in America Settentrionale e Centrale e 1 in Africa, Asia, Oceania e Antartide).
Le liste bloccate obbligano l’elettore a votare per liste di candidati precostituite, senza possibilità di indicare preferenze singole o plurime come avviene in tutti gli altri sistemi di elezione vigenti (europee, regionali, comunali) e con ordine d’elezione prestabilito.

La legge prevede poi l’obbligo, contestualmente alla presentazione dei simboli elettorali, per ciascuna forza politica di depositare il proprio programma e di indicare il proprio capo di coalizione. Prevede inoltre la possibilità di apparentamento reciproco fra più liste, raggruppate così in coalizioni. Il programma e il capo della forza politica, in caso di coalizione, devono essere unici: in questo caso viene assunta la denominazione di Capo della coalizione, anche se questi, tecnicamente, non è candidato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, poiché tale scelta spetta comunque, per Costituzione, al Presidente della Repubblica, la formale nomina a quell’incarico.

L'aula di Montecitorio vista dall'interno

L’aula di Montecitorio vista dall’interno

La sentenza della Corte che ha bocciato il Porcellum (2014)

Dopo che, nel 2009, si tennero tre referendum abrogativi tesi a modificare il Porcellum in più punti (inizialmente fissati per il 18 maggio 2008, poi rimandati al 21 giugno 2009 a causa dello scioglimento anticipato delle Camere, avvenuto il 6 febbraio 2008, nessuno dei tre raggiunse il quorum degli aventi diritto), negli anni successivi, fino alle elezioni politiche del 2013 e oltre, la radicale modifica di tale legge è stato uno degli argomenti centrali della campagna elettorale delle forze politiche e di molti opinionisti. Il 17 maggio 2013, infine, la Corte di cassazione ha criticato aspramente la legge Calderoli, rilevando importanti questioni di legittimità costituzionale e affidando alla Corte costituzionale un eventuale giudizio di incostituzionalità. Infine, il 3 dicembre 2013 la Corte Costituzionale si è riunita in udienza pubblica per affrontare la questione.

Il 4 dicembre 2013 la Corte Costituzionale ha dichiarato l’incostituzionalità di alcune parti del Porcellum, formalmente annullate il 16 gennaio 2014. Le parti annullate riguardano l’assegnazione dei premi di maggioranza, poiché indipendenti dal raggiungimento di una soglia minima di voti alle liste (o coalizioni), e l’impossibilità per l’elettore di dare una preferenza. Nello specifico della sentenza, “la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme della legge n. 270/2005 che prevedono l’assegnazione di un premio di maggioranza (sia per la Camera dei Deputati che per il Senato della Repubblica) alla lista o alla coalizione di liste che abbiano ottenuto il maggior numero di voti e che non abbiano conseguito, almeno, alla Camera, 340 seggi e, al Senato, il 55% dei seggi assegnati a ciascuna Regione. La Corte ha altresì dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme che stabiliscono la presentazione di liste elettorali ‘bloccate’, nella parte in cui non consentono all’elettore di esprimere una preferenza”.

Il Consultellum cos’è, ovvero ciò che rimane del Porcellum…

Ne risulta, appunto, quello che oggi, sottraendo al Porcellum le parti cassate, viene definito, nella pubblicistica attuale, il Consultellum e cioè un sistema proporzionale semi-puro, paradossalmente molto simile a quello della I Repubblica, dato che – una volta cassato il premio (davvero abnorme) di maggioranza che il Porcellum attribuiva alla prima lista o liste sia alla Camera che al Senato, su base regionale, e una volta introdotta una o più (dovrebbe deciderlo il legislatore) preferenze, anche se l’indicazione di massima della Consulta pare optare per la preferenza unica – rimane in piedi un sistema che, sia pure all’interno del ginepraio di diverse e complesse soglie di sbarramento presenti nel Porcellum (e non toccate dalla Consulta) che resterebbero tali, per la Camera come per il Senato, è un proporzionale semi-puro, sia pure, appunto, con soglie di sbarramento molto più alte di quelle previste nel sistema proporzionale della Prima Repubblica. Un eterno gioco dell’Oca, dunque, quello che appena visto e che, attraverso ben quattro leggi elettorali diverse approvate e modificate in pochi anni, ci riporterebbe, con il Consultellum, ove l’Italicum non trovasse una sua definitiva e finale approvazione, ai tempi della I Repubblica in cui si votava, appunto, con il proporzionale…

NB. Questo articolo è stato pubblicato sul sito della Fondazione Europa Popolare (http://www.eupop.it) e del blog Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)