“Gli irresponsabili”. Perché, in Italia, al Potere si perdona sempre. La recensione al bel libro di Alessandra Sardoni

Alessandra Sardoni

L’anchorman de La 7 Alessandra Sardoni

Ettore Maria Colombo  ROMA

“Finché è forte, al Potere si perdona”. Il problema è quando non lo è più o non lo è ancora. Le parole tratte dalla Introduzione dell’ultimo libro di Alessandra Sardoni (Irresponsabili. Il potere italiano e la pretesa dell’innocenza, Rizzoli, Milano, 285 pagine, 18 Euro) potrebbero anche esserne la sua conclusione o l’epitaffio. L’autrice, infatti, conduce con rigorosa analisi e dovizia di testi, richiami, citazioni, colloqui e testimonianze inedite, un ‘lungo viaggio al termine della notte’ di uno dei mali oscuri del Potere del nostro Paese, l’irresponsabilità. Se, infatti, come spiega la Sardoni, all’estero vale l’adagio del “chi sbaglia, paga”, nell’Italia figlia della Controriforma cattolica, del ‘Franza o Spagna, purché se magna’, persino di lunghe dittature alla cui fine, implacabile, arrivava l’amnistia (concessa dal Nemico, il comunista Togliatti), vale il principio opposto: “Chi sbaglia, non paga” ,appunto. Vale, di conseguenza, anche l’adagio solo da noi valido: “In qualunque altro Paese (Germania, per una tesi di laurea copiata, Gran Bretagna per i contributi non pagati alla colf, Svezia per qualsiasi cosa appena poco commendevole…) si sarebbe dimesso”. In Italia, cioè – è questa la convincente e ben argomentata tesi della Sardoni – “la responsabilità individuale, nelle sue dimensioni politiche ed etiche, è l’oggetto di multiformi tecniche di elusione e di stratificati (e autodifensivi) aggiustamenti che fanno sì che chi sbaglia non paghi”. Sardoni individua anche i suoi ‘idealtipi’, alcuni davvero mefistotelici, altri solo davvero ‘non’ furbi.

Cinque le categorie analizzate e scandite in cinque capitoli. La prima è quella degli Incolpevoli: si parla del capo della Polizia Gianni De Gennaro e della notte della scuola Diaz nelle tremende giornate del G8 di Genova del 2001 (è il capitolo più denso, vibrante e appassionato del libro) in un clima figlio del consociativismo e dell’opacità del Potere. Si passa poi agli Inconsapevoli: qui vengono raccontate le disgrazie (e le vite) ‘parallele’ di due ministri, il centrista Maurizio Lupi (governo Letta), che si dimise da non indagato per un Rolex regalato al figlio e la ministra tecnica Annamaria Cancellieri (governo Monti e Letta) che non si dimise per interessi privati in atti d’ufficio ben più gravi, interessante caso di ‘doppiopesismo’ nello stesso governo. Si arriva ai Prigionieri, dove viene descritto l’eterno conflitto tra politica e giustizia, si attraversano gli Esodati – dove la prospettiva viene invertita e, come in un giallo, si scopre che la ministra Elsa Fornero non solo non fu l’assassino, ma forse la vittima, di certo il capro espiatorio – e si finisce con i Revisionisti. Capitolo che meriterebbe un capitolo a parte perché indaga, con dovizia di particolari, il presunto ‘complotto’ del 2011 ordito ai danni di Berlusconi e del suo governo da ‘centrali’ europee e internazionali.

E qui, al di là della tesi (in buona sostanza: nessun complotto, Berlusconi cadde per le sue incapacità e incompetenze), va detto qualcosa dell’autrice. Sardoni non è solo la elegante, gentile e ferma conduttrice diOmnibus su La 7 e la inviata del tg di Mentana finita a imperitura memoria nella spassosa imitazione di Maurizio Crozza, ma anche una studiosa tenace e rigorosa che legge, analizza, si documenta, ragiona, compara, scrive tesi e analisi originali. Come già nel suo precedente libro (Il fantasma del leader), dove indagava alcune figure chiave del centrosinistra. Qui, però, ilpaso doble di Sardoni conduce a ragionamenti erga omnes escientificamente validi sulla natura del Potere italico. Con la ineluttabile e amara conclusione: “Scartare la responsabilità individuale è funzionale alla conservazione del potere, qualunque esso sia” o che, in positivo, non basta “metterci la faccia”, occorre accettarne le conseguenze.

NB: Questa recensione è stata pubblicata nell’inserto libri (Il piacere della lettura) di Quotidiano Nazionale del 13 maggio 2017.

Tregua armata tra le anime del Pd e radiografia di truppe e leader. In campo i ‘frenatori’: Franceschini, Orlando e altri.

NB: QUESTO PEZZO E’ STATO SCRITTO IERI, SOLO STAMANE E’ ARRIVATA LA NOTIZIA CHE RENZI HA DECISO DI CONVOCARE LA DIREZIONE PER BREVI COMUNICAZIONI, SENZA ALCUN DIBATTITO SUCCESSIVO, RIMANDATO A UN ALTRA DIREZIONE DEL PD.

Cultura: Franceschini, 135 mln per grandi progetti

Il ministro ai Beni culturali Dario Franceschini

MATTEO Renzi ha cambiato idea e la Direzione di oggi pomeriggio da quella della «resa dei conti» diventerà quella della «tregua», sia pure «armata». Proporrà di appoggiare un governo istituzionale, anche se fissando dei «paletti»: «serve un governo con numeri larghi, con tutti dentro, a partire da Berlusconi – ha spiegato ai suoi – sennò ci sparano addosso e ci dissanguiamo come fu con Monti». La Direzione di oggi, dunque, potrebbe durare assai poco e poi riaggiornarsi a dopo le consultazioni per capire se, per davvero, nascerà un governissimo o meno. Perché «se le risposte degli altri saranno negative, il bivio si riproporrà e allora sì che Matteo forzerà tutti noi per andare al voto subito», spiega un esponente della maggioranza dem che ancora non ne ha capito le reali intenzioni.

MA SE domani – dopo la salita al Colle per le dimissioni formali che Reenzi farà stasera, dopo la Direzione di oggi pomeriggio, appena verrà sigillata dal Senato la legge di bilancio – “è un altro giorno” e, dunque, «si vedrà» quale governo fare (‘istituzionale’ a guida Grasso o ‘elettorale’ a guida Gentiloni o Delrio o Padoan), supportato da chi (l’attuale maggioranza che Renzi e Alfano dichiarano “esaurita” nei suoi compiti di legislatura, quella Pd+Ncd+centristi oppure un altra più larga, che arrivi almeno a Forza Italia per fare la legge elettorale e affrontare i problemi più urgenti, un governo tecnico dimissionario, guidato da un ministro di Renzi o da Renzi stesso dimissionario che si limiti a portare il Paese al voto) e con quali compiti e scadenze (elezioni a breve nel 2017, appena possibile, o governo istituzionale che traguardi la fine  legislatura, febbraio 2018) , per ora c’è «l’oggi» e ci sono quanti, nel Pd, hanno convinto Renzi a soprassedere alla voglia di gridare “muoia Sansone, con tutti i Filistei”, riportandolo a più miti consigli.
I ‘frenatori’ del voto anticipato, ovvio, allignano e prosperano, da sempre, ma oggi con molte più chanches di prima, all’interno del Pd. Si chiamano, nell’ordine Franceschini Dario (ex Dc-Ppi, ex vice di Veltroni, ministro, leader di Area dem, 80/90 parlamentari, di cui 50 deputati e 40 senatori, 20% dei voti in Direzione), Orfini Matteo (presidente del Pd, ex dalemiano, capofila dei Giovani Turchi, 6 parlamentari, quasi tutti deputati, 12% in Direzione) e Andrea Orlando (ministro, falso – pare – che abbia litigato con Orfini, ma più sensibile di lui agli umori della sinistra interna e possibile rivale di Renzi a un congresso), Martina Maurizio (ministro, leader della nuova corrente, nata dalla rottura con Bersani, ‘Sinistra&cambiamento’, 70 parlamentari: 50 deputati, 20 senatori), Beppe Fioroni (30 deputati, leader dei Popdem ex Dc), vecchio squalo del Transatlantico e della continuità.
Sono stati loro che, dopo aver rinnovato «fiducia» e garantito «lealtà» al premier nelle prime 48 ore, hanno sconfitto la strada che cercava a tutti i costi il premier, le elezioni.
Come dice a QN il vicepresidente del Senato, Francesco Verducci, «abbiamo ragionato insieme (tra noi e con Renzi, ndr): condividiamo l’esigenza del voto anticipato, ma bisogna attendere la sentenza della Consulta e fare la nuova legge elettorale. Serve un governo di scopo nel rispetto delle scelte di Mattarella, ma evitando governi tecnici alla Monti 2011».

Gli uomini di Franceschini lo dicono in modo meno diplomatico: «andare al voto subito sarebbe da irresponsabili, Renzi deve capirlo e la sentenza della Consulta (attesa il 24 gennaio, ndr) lo impone». Ecco perché Renzi e il suo «giglio magico» (Lotti, Boschi, Nardella, cui si è ricongiunto Richetti e che gode ancora dell’appoggio fedele dei «cattorenziani» del ministro Delrio, oltre che del vicesegretario Guerini: 40% di voti in Direzione, ma solo 40 parlamentari davvero convinti con loro a ogni costo) devono far buon viso a cattivo gioco. Da queste lunghe – e sfibranti – consultazioni dentro il partito ne è uscita, dopo il forcing di Mattarella («inconcepibili elezioni anticipate subito») e l’annuncio della sentenza della Corte, fissata al 24 gennaio, la nuova linea di Renzi: l’ok (formale) a un governo istituzionale, quasi certamente a guida Grasso, per fare la legge elettorale e «andare al voto», certo, ma non tanto presto: se tutto va bene, a fine aprile, con il rischio concreto di vedersele far slittare fino a a ottobre (la sentenza della Consulta, il 24 gennaio, avrebbe comunque bisogno, pur se fosse ‘autoapplicativa’, di 20 giorni di tempo per pubblicare le motivazioni, poi comunque il Parlamento e il governo dovrebbero fare una legge elettorale per applicare le nuove norme, il tempo continuerebbe a scorrere e da quando vengono sciolte le Camere servono 60 giorni per indire i comizi elettorali). Nel frattempo si potrà fare, volendo, un congresso del Pd «vero» e lì si riaprirebbero i giochi. I Giovani Turchi potrebbero lanciare il ministro Andrea Orlando, forse appoggiato dalla sinistra, la sinistra interna stessa rilanciare Roberto Speranza in tandem con Letta o, forse, convergere su Nicola Zingaretti, governatore del Lazio, i franceschiniani sganciarsi da Renzi e cercare un nuovo candidato all’interno dell’area centrista e governativa del Pd.

Il frontman nel far scendere Renzi a più miti consigli, è stato proprio Franceschini, in contatto continuo con il Colle, mentre Orfini e Martina erano più affini alla linea dura. E potrebbe, a questo punto, tornare in gioco anche la sinistra dem. A lungo dissanguata da scissioni e perdite (erano 120 i parlamentari di Area riformista, ora sono solo 50: 30 alla Camera, 20 al Senato, 25% in Direzione, se ne sono andati prima Civati, che ha fondato ‘Possibile’, poi D’Attorre e Fassina, confluiti in Sel-SI poi Mineo, altri potrebbero farlo), ora ringalluzzita, grazie alla vittoria del No, spera di potersi appoggiare al «partito dei frenatori» per isolare Renzi oggi e, soprattutto, per poterlo sconfiggere, al congresso, domani. Poi, certo, resta sempre in piedi l’ipotesi che Renzi «tiri dritto». Lo dice, a un amico deputato, Delrio: «Vogliamo un governo solo per fare la legge elettorale, con tutti, ma per votare subito, non un governo che duri molti mesi per farci dettare la linea da Berlusconi e da Bersani e per farci sparare contro da tutti gli altri». A quel punto, Bersani, l’altra sera in televisione, tracciava l’ipotesi estrema: «Serve tempo per fare un governo, rifare la legge elettorale, affrontare le emergenze del Paese. Bisogna completare la legislatura e fare il congresso a scadenza naturale (ottobre 2017, ndr.). Se, invece, Renzi fa il PdA, il Partito dell’Avventura, allora non mi resterà che uscire dal Pd». Nel Pd, a quel punto, resterebbe solo Gianni Cuperlo (leader di Sinistra dem), a sinistra, forse manco lui.

NB: questo articolo è stato pubblicato il 7 dicembre 2016 a pagina 6 di Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Renzi vuole andare al voto subito da segretario del Pd in carica, al massimo con primarie ‘volanti’, niente congresso. Domani la resa dei conti in Direzione

Renzi

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla all’Assemblea del Pd

DIMETTERSI dal governo per ottenere un reincarico lampo e, pur dimissionario, restare in carica per portare il Paese a voto a febbraio, sciogliendo le Camere a dicembre (il precedente c’è, quello del governo Monti rimasto in carica, dimissionario, fino alle Politiche del 2013). Oppure restare segretario del Pd per convocare primarie anticipate (senza fare né anticipare un vero congresso con la trafila consueta: circoli di base – federazioni provinciali e regionali – assise nazionale con elezione dei delegati) ma indire solo primarie «aperte», come fece Pier Luigi Bersani nel 2012 quando le vinse proprio contro Renzi (e peraltro anche Prodi quando si candidò e vinse le primarie nel 2005), entro gennaio-febbraio, restare segretario e candidarsi per il voto anticipato da tenersi sempre entro febbraio, al massimo a marzo (già aprile sarebbe tardi). Nel frattempo, sostenere un governo «di scopo» che solo abbia la funzione di scrivere una nuova legge elettorale e votare a marzo-aprile 2017 con lui candidato premier. Questa la nuova road map di Renzi.

TRE le mosse, tattiche e politiche, nella faretra del premier dimissionario, tutte assai spericolate. La prima. Dimissioni «irrevocabili» da premier ma «politiche», quelle «tecniche» arriveranno solo venerdì con il via libera alla manovra economica in Senato. Oggi la conferenza dei capigruppo calendarizzerà il voto alla  Legge di Stabilità per l’aula, verranno buttati via tutti gli emendamenti e la maggioranza voterà una versione fotocopia della legge di Stabilità già passata alla Camera senza cambiarla neppure di una virgola, grazie alla questione di fiducia, autorizzata nel cdm di lunedì (l’ultimo del governo Renzi), e via maxiemendamento che eviterà la possibilità di incursioni da parte delle opposizioni.
Da venerdì in poi, quando Renzi tornerà ad avere le «mani libere» per davvero, potrà salire al Colle per le consultazioni, che partiranno da quel giorno, il 9 dicembre (ma è notizia di oggi che inizieranno già giovedì 8 dicembre, ndr.) in qualità di ‘semplice’ segretario del Pd. E qui c’è la seconda mossa, il rapporto con Mattarella, un rapporto che nei tre colloqui avuti con il Capo dello Stato nelle ultime 48 ore (uno telefonici, due de visu) è stato molto più che “franco e diretto”, come si usa dire in questi casi, ma teso e nervoso. Mattarella voleva, a tutti i costi, non solo che Renzi accettasse di restare fino all’approvazione della legge di Stabilità, come poi ha ottenuto (Renzi voleva dimettersi subito e in modo irrevocabile, anche dal punto di vista ‘tecnico’), ma che la legge di Stabilità fosse approvata con calma, entro Natale, facendola tornare alla Camera, accogliendo parte delle richieste delle opposizioni, e approvando pure il dl terremoto. Renzi ha risposto picche su tutti i fronti, accettando solo il rinvio ‘tecnico’ di dimissioni che giudica, appunto, ‘irrevocabili’. Mattarella ha sì accettato che Renzi goda di un’diritto di successione’ o di ‘prima scelta’ sul nome che dovrà succedergli, ma non vuole cedere all’idea di un governo ‘a tempo’ che faccia la legge elettorale e porti subito a elezioni. D’altro canto, il Capo dello Stato è consapevole che il Pd ha la maggioranza dei parlamentari e che, fino a quando Renzi lo guiderà, senza il Pd non si può fare alcun governo. Le parole del ministro Alfano, leader di Ncd (“La maggioranza ha esaurito il suo compito politico, si può votare a febbraio”) rafforzano l’impressione che la maggioranza di governo non solo non esista più ma sia indisponibile a sostenere qualsiasi altro governo che non sia un governo elettorale (e, da questo punto di vista, la micro-scissione dell’Udc dal gruppo Ap sottrae pochi parlamentari all’Ncd di Alfano) che ci conduca presto al voto. Dunque, è molto difficile, per Mattarella, trovare un governo sostitutivo e di medio periodo che, oltre alla legge elettorale, metta in cantiere altri provvedimenti importanti per il Paese e duri, se non un anno e due mesi, il tempo per arrivare alla scadenza naturale della legislatura (febbraio 2018), almeno buona parte del 2017. Il Pd come pure l’Ncd, non ci sta. Non foss’altro perchè non vogliono farsi cucinare a fuoco lento mentre le opposizioni (Grillo-M5S, Lega-Salvini, Meloni-Fratelli d’Italia) chiedono a gran voce le elezioni (da questo punto di vista l’appoggio di FI a un governissimo viene visto nel Pd come la peste).

Renzi, periò, ha detto chiaro – e anche in modo brusco – a Mattarella che accetterà di sostenere un nuovo governo non guidato da lui, ma da uno dei suoi (Padoan? Gentiloni? Delrio? Questi i nomi più graditi, nell’ordine), solo se il Capo dello Stato accetterà l’idea del «governo di scopo» per fare la legge elettorale e andare al voto subito. E un governo «istituzionale», a guida Grasso? «Dovrà trovarsi i voti in Parlamento», dicono duri i suoi, “noi lo valuteremmo provvedimento dopo provvedimento, rendendogli la vita difficile” e, probabilmente, è il sottotesto, ‘staccandogli la spina’ se non porta il Paese subito al voto.

INFINE, c’è, per Renzi, il terzo corno del dilemma, quello del partito. L’altra notte, il premier ha avuto la forte tentazione di «mollare tutto», compresa la carica di segretario, e tornarsene a casa, a Rignano sull’Arno o a Pontassieve, moderno Cincinnato che lascia la politica (avrebbe anche prospettato, ai suoi e anche a Mattarella, “un anno sabattico all’estero, negli Usa, con la famiglia, per studiare, viaggiare e riflettere…”). In questo scenario, «Solo davanti a un Paese allo sfascio e in deriva – racconta un senatore renziano – accetterebbe di tornare, chiamato». Poi, però, smaltita la rabbia e la delusione, Renzi ci ha ripensato. La cerchia dei fedelissimi (Lotti, Guerini), ma anche le tre anime della maggioranza che regge, con lui, il Pd – quella di Franceschini (Area dem), quella dei Giovani Turchi (Orfini) e quella di «Sinistra è cambiamento» (Martina e altri) – sono saliti uno dietro all’altro a palazzo Chigi, in pellegrinaggio, e lo hanno convinto a restare «almeno» segretario del Pd e a rilanciare la sua azione nel partito in vista del voto. Renzi ha accettato, ma a due condizioni capestro per tutti, a partire da alleati “non renziani” nelle cui fila (franceschiniani e Giovani Turchi in testa) serpeggiano già i malumori di chi vorrebbe sostenere un «governissimo» che arrivi a fine naturale legislatura non foss’altro perché solo a settembre del 2016 scatta il diritto a maturare il vitalizio (la pensione).
La prima condizione è sul governo: «Appoggerò un nuovo governo – ha detto ai suoi – solo se avrà lo scopo di fare la legge elettorale e portarci a votare in pochi mesi». Alle brutte, se il Parlamento non ci dovesse riuscire, cosa peraltro probabile, «sarebbe la Consulta» – ragiona un renziano – «a scrivere la nuova legge elettorale con la sentenza sull’Italicum, che verrà senza alcun dubbio modificato, e l’adattamento del Consultellum al Senato».
Ieri, Luca Lotti, ha scritto su Twitter: «Dopo il 40% del 2012 e del 2014, ripartiamo dal 40% di ieri». Il senatore Andrea Marcucci a QN dice: «Auspico che Renzi resti segretario, dia il via libero a un governo per il disbrigo degli affari correnti, il Parlamento o la Consulta facciano la legge elettorale e si vada a votare entro marzo-aprile 2017 dopo un congresso ‘volante’, veloce». Un congresso, appunto, per fare solo le primarie ‘aperte’ per la premiership senza elezione degli organi congressuali, come in un congresso regolare, che avrebbe bisogno di molto più tempo per potersi sviluppare e completare (circa 3 mesi). Di questo si discuterà domani in Direzione, sempre che non venga rinviata (lo era già stata in un primo momento: doveva essere martedì, data poi slittata a mercoledì) e di certo lì se ne vedranno delle belle. La sinistra dem, ringalluzzita dalla vittoria del No, non ne vuole neppure sentir parlare di voto anticipato nell’arco di due mesi e di congresso ‘volante’ . Ieri sera D’Alema ha detto: «Le dichiarazioni sul 40% sono folli, il congresso si deve fare a scadenza naturale (novembre 2017, ndr), servono nuovo governo e nuova legge elettorale, ma soprattutto serve tempo per rimettere in sesto il Paese». Roberto Speranza e tutti i bersaniani assicurano: «Non chiederemo le dimissioni di Renzi da segretario», «la discussione non può partire dal congresso» (Zoggia), ma «dalla sconfitta subita» (Stumpo).”il resto sono pagliacciate” (sempre Stumpo) mentre anche per Bersani “serve tempo”. Per ora, sono parole ‘di minoranza’. Solo se Franceschini – i cui colonnelli già chiedono a Renzi, come pure i Giovani Turchi, «una gestione collegiale del partito» – e altri pezzi di maggioranza lo abbandonassero al suo destino, gli equilibri nel Pd salterebbero. Sotto punto di vista, il silenzio del ministro Andrea Orlando è eloquente.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 4 dicembre 2014 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale (http://ww.quotidiano.net). 

Come e perché Renzi sceglierà Teresa Bellanova al posto della Guidi e chi è lei, la poco vispa Teresa…

tetto del Quirinale

Il ‘tetto’ del Quirinale, detto ‘Torrino’, dove riceve i suoi ospiti il Capo dello Stato, oggi Mattarella

IL ‘RISIKO’ IN CORSO, DA MESI, AL MISE…

Quasi sicuramente la nuova ‘ministra’ allo Sviluppo Economico sarà l’attuale viceministro al Mise, il ministero di via Veneto, Teresa Bellanova che, fino all’ultimo rimpasto di governo, quello di fine gennaio 2015, ha visto nominare, da parte del premier, tre vice ministri e otto sottosegretari, che hanno giurato il 29 gennaio, tra cui peraltro, l’ex sottosegretario alle Riforme, Ivan Scalfarotto, proprio allo Sviluppo economico al posto di quel Carlo Calenda che è volato a Bruxelles. Nomina che, però, è diventata operativa solo il 18 marzo, quando il neo-rappresentante italiano a Bruxelles è entrato effettivamente in carica nel suo nuovo ruolo ‘europeo’. Senza dire del fatto che, sempre al Mise, regna quello che l’ex ministro del dicastero durante il governo Monti, Corrado Passera (ex banchiere oggi diventato fondatore e leader del movimento politico ‘Italia Unica’: si presenta, da solo, alle comunali di Milano) ha giustamente definito “un preoccupante vuoto” a causa della dipartita non solo di Calenda ma anche di Claudio De Vicenti, ex sottosegretario del Mise che, quando si dimise il ministro alle Infrastrutture, Maurizio Lupi (Ncd-Ap), venne sostituito dall’allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, e – al posto, strategico e cruciale, di Delrio – arrivò lui, De Vincenti. Morale: non solo Renzi dovrà nominare un nuovo ministro al Mise (la Bellanova, quasi sicuramente, appunto), ma anche un ‘nuovo’ viceministro al posto della medesima Bellanova, senza dire del fatto che il ministero ha perso due nomi competenti e di peso come erano, appunto, sia Calenda per le imprese che De Vincenti. Ma perché Renzi sceglierebbe, dopo un breve, molto probabilmente, interim presso la Presidenza del Consiglio, proprio la Bellanova, che viene dalla Cgil ed è lontanissima – per storia personale e politica, formazione sociale, politica e sindacale – dal premier? Per una lunga serie di motivi, politici, tattici ed umani.

I MOTIVI, NOBILI E MENO NOBILI, DI UNA SCELTA…

Certo, il primo problema che Renzi ha davanti risponde al quesito cherchez la femme. Infatti, come si sa, il premier ci tiene molto al cosiddetto “equilibrio di genere” all’interno del suo governo. Un governo che era nato con una perfetta parità tra uomini e donne. Erano, infatti, otto le donne e otto gli uomini del governo Renzi, all’atto del suo insediamento, il secondo governo (dopo quello Letta) della XVII legislatura, nonché il 63esimo governo della Repubblica (giurò, nelle mani di Napolitano, il 25 febbraio 2015).

Solo che, nel frattempo, il premier ha ‘perso’ ben due donne: l’ex ministro degli Esteri, Federica Mogherini, diventata ‘Lady Pesc’, cioè promossa a capo di tutta la diplomazia della commissione Ue a partire dal I novembre 2014 (rimase ministro fino al 30 ottobre, nonostante Renzi avesse formalizzato la richiesta alla Ue a luglio), che è stata sostituita, dopo un lungo cercare, sempre tra le ‘donne’. Si parlò, a lungo, per dire, della deputata dem Lia Quartapelle, ma retroscena e gossip dell’epoca dicono che, solo a sentirne il nome, l’allora Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, si fece una furia, giudicandola “una ragazzina priva di esperienza internazionale”. Anche per questo, ma non solo per tale motivo, la scelta, alla fine, cadde su un antico sodale di Renzi, il deputato Pd Paolo Gentiloni che, prima nella Margherita di Rutelli e poi nel Pd di Veltroni-Franceschini-Epifani-Bersani, favorì l’ascesa del giovane Matteo.

L’altra donna al governo, Maria Grazia Lanzetta, mollò ben prima, anzi quasi subito, il 30 gennaio 2015, il suo incarico di ministro (senza portafoglio) agli Affari regionali. Teoricamente, la Lanzetta lasciò l’incarico per andare a fare l’assessore a Cultura, Istruzione, Pa e molto altro nella neonata giunta calabrese guidata da quel Mario Oliverio (Pd) che aveva da poco vinto le elezioni da governatore della Calabria, ma dopo pochissimi giorni mollò anche tale incarico a causa di quello che ritenne un “insuperabile contrasto” con Oliviero che aveva nominato, nella sua giunta, un assessore indagato a giudizio. E così, l’ex sindaco di Monasterace, si è di fatto ritirata a “vita privata”, finendo in un cono d’ombra.

Morale: le donne, nel governo Renzi, sono ‘tracollate’ da otto a sei mentre gli uomini son saliti da otto a dieci, colle nomine, appunto, di Gentiloni agli Esteri e di Enrico Costa (Ncd-Ap) alla Famiglia. Ma non c’è solo questo motivo di ‘riequilibrio’ di genere nella possibile scelta della donna Bellanova al posto della donna Guidi.

C’è anche un motivo tutto ‘politico’. Infatti, la Bellanova, che pure viene da una storia tutta iscritta dentro la ‘sinistra’ social-sindacale, oltre che politica, dopo la rottura interna alla sinistra dem dell’asse Cuperlo-Speranza, si iscrive nell’area dei più riformisti e meno oltranzisti dell’area della (ex) sinistra bersaniana e post-dalemiana. I quali, capitanati dal ministro all’Agricoltura, Maurizio Martina, si staccano, in seguito al voto negativo della sinistra sull’Italicum, per formare l’area di ‘Sinistra E’ Cambiamento’, ancora oggi attiva. Bellanova entra, dunque, in un’area sostanzialmente ‘filo-renziana’ come è, per un altro verso, ormai anche quella dei ‘Giovani Turchi’ guidati dal presidente Orfini, dal ministro Orlando e da Raciti: tutte ‘aree’ nella maggioranza del Pd, poco critiche e bendisposte, più che al ‘dialogo’, ad accettare tutti i principi del renzismo.

Infine, terzo motivo che non pesa poco nella scelta che farà Renzi, c’è una questione tutta locale o meglio, per la precisione, ‘pugliese’ dato che la Bellanova è nativa del Tavoliere e che, in Puglia, regna ormai di fatto, non solo come governatore, ma pure come ‘reuccio’ del Pd locale e fa, in Puglia e limitrofi, il bello e il cattivo tempo.

Morale: la Bellanova, acquistando peso e prestigio, potrà di certo creare un contraltare di potere – locale e non solo – ad Emiliano. Infine, passando da una ‘confindustriale’ come la Guidi a una ‘cigiellina’ come la Bellanova, Renzi vuole anche dare una sterzata più sociale e più collaborativa – con i sindacati che ‘collaborativi’ sono, ovviamente, e cioè Cisl e Uil, non certo la Cgil e la Fiom… – al suo governo, in vista delle elezioni amministrative di giugno e, ancora più in là, del referendum costituzionale di ottobre 2016 e, infine, in vista di elezioni politiche che potrebbero arrivare presto, di certo non alla fine naturale della legislatura, e cioè marzo 2018.

 

CHI E’ LA ‘SCONOSCIUTA’ E POCO VISPA TERESA…

A questo punto, però, serve il whos’who. Chi è Teresa Bellanova? Del fatto che, da sottosegretario al Lavoro, nominata il 28 febbraio 2014, nel governo Renzi è stata promossa, il 29 gennaio 2015, viceministro allo Sviluppo economico, s’è detto. Ma cosa ha fatto, la Bellanova, ‘prima’ di andare al governo? La sindacalista, appunto, e per tutta una vita. Teresa Bellanova è nata a Ceglie Messapica, provincia di Brindisi, nel 1958. Ha iniziato a lavorare giovanissima, ancora adolescente, e si è iscritta da subito alla Cgil, partecipando alle lotte contro il caporalato particolarmente forti, nel Tavoliere pugliese, e sempre fatte sotto l’egida del grande leader della ricostruzione e della Cgil del dopoguerra, Di Vittorio.

La Bellanova inizia a lavorare in un settore durissimo, per gli uomini come per le donne, quello dei braccianti e diventa subito coordinatrice regionale delle donne della sua categoria, la Federbracccianti. Poi si sposta nel Sud-Est barese e, ancora dopo, in provincia di Lecce, a Casarano, per contrastare la piaga del caporalato. Il suo percorso, o cursus honorum, dentro la Cgil, la porta, piano piano, a ricoprire diverse e sempre più importanti funzioni. Fino a quando, nel 1988, viene nominata segretaria generale provinciale della Flai (Federazione Lavoratori AgroIndustria) nella provincia di Lecce. Nel 1996, poi, lo scatto vero: Bellanova viene nominata, durante la segreteria Cofferati, del cui gruppo dirigente post-Trentin e di ‘sinistra’, è, di fatto, espressione, segretaria generale della Filtea (Federazione italiana Tessile Abbigliamento Calzaturiero), incarico che ricopre fino al 2000, quando entra a far parte della segreteria nazionale Filtea con delega alle politiche per il Mezzogiorno, politiche industriali, mercato del lavoro, conto-terziarismo e formazione professionale mentre segretaria generale diventa la ben più ‘riformista’ e di fatto assai più moderata, Valeria Fedeli che ricoprirà tale incarico fino all’inizio degli anni Duemila spostando la Filtea su posizioni molto meno massimaliste e ben più moderata, su spinta dell’allora segretario generale della Cgil, l’ex socialista riformista Epifani. Anche per questo motivo, la Bellanova decide di lasciare, per sempre, il sindacato (dove, volendo, si può rimanere ‘a vita’…) e di tentare la strada della politica, come pure hanno fatto e faranno molti sindacalisti di peso prima e dopo di lei: Sergio Cofferati, ex sindaco di Bologna, ex europarlamentare dem e, oggi, uscito dal Pd ‘a sinistra’: Guglielmo Epifani, ex segretario del Pd per un breve periodo, deputato dem e presidente della commissione Industria della Camera; Valeria Fedeli, vicepresidente del Senato, Achille Passoni, ex senatore e oggi numero due di Marco Minniti, nel Comitato sui Servizi; Paolo Nerozzi, ex senatore della sinistra; Giorgio Airaudo, deputato di Sel e candidato sindaco a Torino, etc.

Nel 2006 Bellanova si candida, per la prima volta, alle elezioni della Camera su richiesta del partito di cui è attiva militante, i Democratici di Sinistra (Ds), su richiesta del segretario di allora, Piero Fassino. Dopo aver partecipato alla fase costituente del Pd, la Bellanova viene eletta alla Camera dei Deputati per la seconda volta nel 2008, messa in lista dall’allora segretario Veltroni. Dal 21 maggio 2008 è componente della XI Commissione (lavoro pubblico e privato). Infine, è riconfermata deputato nel 2013 – messa in lista dal segretario di allora, Bersani, di cui era seguace – e diventa segretario del gruppo Pd alla Camera. In sostanza, la Bellanova è stata eletta nelle liste del Pd tre volte: XV, XVI e XVII legislatura fino a quando, il 28 febbraio 2014, viene nominata sottosegretario di Stato al Lavoro nel Governo Renzi, il 29 gennaio 2015 viceministro allo Sviluppo economico e, ora, forse, tra poco, direttamente ministro dello stesso dicastero. Per una donna partita dalle lotte bracciantili in Puglia un bel salto. Discreta, schietta, silenziosa, gran lavoratrice, tessitrice di rapporti e molto esperta di relazioni sociali e sindacali con le parti sociali (imprenditori come sindacati) come con quelle politiche, teresa è forse poco ‘vispa’ di carattere, un po’ scontroso e un po’ ombroso, ma di certo ‘roccioso’ e ‘impegnato’. Un carattere forte, dunque, che in un ministero delicato e importante come il Mise le sarà sicuramente di aiuto nel risolvere le tante ‘grane’ del ministero.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 2 aprile 2016 sul sito Internet Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net

#Commissioni parlamentari, giro di valzer. #Renzi usa il ‘manuale Cencelli’ per accontentare gli appetiti dei ‘piccoli’. Presto cambierà anche lo statuto del gruppo #Pd: pugno di ferro contro i ribelli

L'aula di Montecitorio vista dall'internoROMA – «CARNEADE chi era costui?» si chiedeva, cogitabondo, don Abbondio, in un passo famoso (e cult) dei Promessi Sposi del ‘grande italiano’ Alessandro Manzoni. La frase s’attaglia alla perfezione ad Andrea Mazziotti di Celso. Il milite ignoto in questione era, fino a ieri, un deputato di Scelta civica, ma da oggi Mazziotti di Celso (figlio di illustre costituzionalista, Manlio, oltre che di antico sangue blu che gli scorre, sapido, nelle vene) è il nuovo presidente della I commissione, Affari costituzionali, della Camera dei Deputati, uno degli scranni più prestigiosi di Montecitorio e, in generale, del Parlamento, riuscendo nella nobile impresa di sbaragliare concorrenti ben più titolati, in teoria, di lui come i dem Emanuele Fiano (capogruppo) e Matteo Richetti. A lui, Mazziotti, s’accompagna l’annunciata ‘rivoluzione’ di metà mandato nelle commissioni parlamentari permanenti, ma non bicamerali (per capirsi: Antimafia, Rai, Casse di previdenza non si toccano, per legge, in quanto si tratta di commissioni permanenti) che ha riguardato, ieri, la Camera (cinque le novità) e che il Senato, invece, affronterà solo a settembre.

Il «carneade» Mazziotti aveva, però, tutt’altro santo, in Paradiso. Infatti, il suo partito (fondato da Mario Monti, dissoltosi, rinato, almeno così pare) è oggi in mano a Enrico Zanetti. Sottosegretario al Mef, segretario di Sc, nonostante percentuali vicine allo zero virgola, Zanetti – che è veneziano e, prima di far politica, faceva il commercialista – ha preso la calcolatrice ed è andato dal premier, per una visita di (presunta) cortesia: «Alla Camera di civici siamo 23 (ma zero al Senato, zero in Europa, zero nelle Regioni, ndr), caro Matteo. Vuoi governare? Bene, il nostro prezzo giusto è: 1 commissione + 1 sottosegretario». RENZI s’è dovuto adattare con tanto di rispolvero del mitico Manuale Cencelli, che furoreggiava già ai tempi della Prima Repubblica (consigliamo, al colto e all’inclita, il libro omonimo, Il manuale Cencelli, Editori Riuniti, a cura del compianto giornalista parlamentare Renato Venditti, una vita passata tra Paese Sera e l’Unità, ndr.) e così dovrà fare anche per il futuro rimpasto di governo, che sia presto o a settembre. Infatti, anche lì giocano, e in “serie A”, altri sconosciuti ma importanti «Carneadi»: ci sono i Popolari per l’Italia (D’Onghia), i Popolari-Demos (Oliviero, Giro), Scelta civica, il Psi e altri partitini. Tutti famelici e tutti da accontentare. Al Senato, per dire, Sc non esiste (più), ma i Popolari-Demos (scissione di scissione di Sc) sì: 13 alla Camera, 5 al Senato, hanno già fatto sapere al premier che, “loro”, pesano come l’oro.
S’è pensato bene, a palazzo Chigi, di correre ai ripari e compensarli con relativa cadrega, ma alla Camera, dove possono (in teoria) fare meno danni, e sottraendola proprio a Sc. Infatti, al posto di Pierpaolo Vargiù, a presiedere la commissione Affari sociali, va l’ex portavoce della comunità di Sant’Egidio (serio e competente, almeno lui), nonché catto-sociale, Mario Marazziti.

C’è da dire che anche il doppio cognome «serve», come la serva di Totò, per diventare presidente di commissione. Infatti, ce l’hanno in tre su quattro, ai vertici delle commissioni.
Oltre a Mazziotti, c’è, per dire, Flavia Piccoli Nardelli (sì, è la figlia di Flaminio Piccoli, antico segretario Dc e artefice del famoso “Preambolo” che, nel 1981, grazie all’alleanza tra Forlani, Andreotti e, appunto, il papaà di Flavia, mandò a casa “l’onesto Zac” e la sinistra dc, quella del compromesso storico): va a riempire il terribile vuoto che si era creato in commissione Cultura causa assenza forzosa (FI, attualmente agli arresti domiciliari) di Giancarlo Galan (mai volutosi dimettere dall’incarico, detto per inciso). Poi c’è un altro doppio nome, più che cognome, quello Francesco Saverio Garofani: ex vicedirettore di due giornali della Dc e Margherita che fu (airdaje), il Popolo ed Europa, consigliere di Mattarella, Garofani (Pd) guiderà la commissione Difesa al posto di Elio Vito (FI), il quale ha cercato in tutti i modi, ma del tutto inutilmente, di autoconservarsi il posto.
Solo un cognome, non doppio, ma altrettanto “Carneade” è quello del milanese Maurizio Bernardo (Ncd): va alla commissione Finanze al posto del fittiano Daniele Capezzone, ma lì, a far guerra per il Sancho Panza di turno, s’è imposto Alfano in versione don Chisciotte
Certo è che, dal 2013, quando le commissioni parlamentari furono nominate per la prima volta in questa legislatura, a ieri, quando sono state rinnovate, sembra passato un secolo. Almeno per l’M5S, di sicuro: tra governo Letta non ancora in carica, caos istituzionale, larghe intese Pd-Pdl alle porte e Pd allora a guida Bersani nel pieno del “pallone”, era riuscito a strappare otto vicepresidenze, 11 segretari e un vicepresidente d’aula (Di Maio). Glieli hanno tolti tutti, i vicepresidenti, tranne due e subito i grillini hanno gridato al «golpe», accusando anche le altre opposizioni (SeL, Fd’It, etc.) di essersi accontentati degli “strapuntini” (vero). Assai peggio, però, è andata a Forza Italia: quattro presidenti aveva, quattro ne perde. Un vero «cappotto», anche se edulcorato da un paio di vicepresidenze guadagnate per i «lealisti» berluscones a scapito dei «fittiani», rimasti a becco asciutto.

IL BAROMETRO segna, in teoria, bel tempo, invece, per la minoranza dem: tutti i presidenti di area sono stati riconfermati. Ma se si guarda bene, si scopre che Epifani è stato in forse fino all’ultimo (il sottosegretario Luca Lotti pare che volesse farlo fuori, poi Renzi si è scoperto in versione “buonista” e ha lasciato correre, riconfermandolo), per la conferma alla testa della commissione Attività Produttive; Boccia, che guida la cruciale Bilancio, ha dovuto silenziarsi nelle polemiche contro il governo e Cesare Damiano, a capo della commissione Lavoro, è da tempo considerato un «lealista» molto responsabile. Insomma, il bottino è magro, per la minoranza, altro che chiacchiere. E la vera ciliegina sulla torta sta nel nuovo Statuto del gruppo che diventerà come quello votato dal partito all’Assemblea Nazionale: le decisioni prese in comune diventeranno «vincolanti» per tutti.
Tradotto: addio voti «ribelli». Se ne occuperà, di studiare il nuovo regolamento, una commissione ad hoc, che studierà, vaglierà e poi porterà all’assemblea del gruppo le sue conclusioni, ma già si sa come andrà a finire: i voti ribelli saranno limitati e circoscritti esclusivamente alle “questioni di coscienza” (i temi etici) e non più possibili sui voti politici, voto di fiducia al governo in testa. Insomma, altri casi Civati (o Fassina) non saranno più tollerati, pena l’espulsione. De te, D’Attorre, fabula narratur... Del resto, il pugno di ferro della nuova gestione, in mano a Ettore Rosato e ora affiancato da Matteo Mauri (ex tesoriere del gruppo, dove approda l’ex dalemiano Marantelli) come vicario, già si sente. E, presto, inizierà a far male, sulla pelle dei dissidenti. Senza il contestuale guanto di velluto.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 22 luglio 2015 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

#ilRetroscena/3. Ddl scuola: maggioranza sul filo del rasoio. Sinistra Pd divisa: in 28 non votano. Alla Camera solo 316 sì, al Senato numeri a rischio. I ribelli dem: sarà guerra

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l'Assemblea del Pd

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l’Assemblea del Pd

“Favorevoli 316, contrari 137. La Camera approva”. Quando, ieri mattina, alla Camera, passa la riforma della scuola (prima lettura), ai renziani presenti a Montecitorio e che escono, mesti, dall’Aula, sta per venire uno stranguglione. Alla minoranza dem, invece, che consulta, frenetica ‘confusa e felice’, i tabulati del voto, torna lesto il sorriso. Con tanto di Cuperlo, Speranza, Fassina, D’Attorre, Stumpo, Zoggia, Leva (solo Bersani non si è visto, come pure Enrico Letta) ieri attorniati (e circuiti…) dai giornalisti come non accadeva da mesi. Almeno dal no alla fiducia sull’Italicum.

Ma que pasa? Accade che il ddl scuola passa, ovviamente, perché non era richiesta la maggioranza del plenum dell’assemblea (315+1, cioè, vuol dire il ddl sarebbe passato lo stesso, per un solo voto), ma la maggioranza è, appunto, striminzita. Era dai tempi del Jobs Act che una riforma targata Matteo Renzi non aveva un ‘consenso’ parlamentare così basso, alla Camera: 316 i ‘sì’ allora e 316 ieri. Due riforme cui il premier teneva (e tiene) molto.
Due i problemi, però, paralleli e conseguenti: l’opposizione della minoranza Pd (diversamente modulata, come al suo solito: pochissimi i no, molti gli assenti, tante le astensioni, più vari voti favorevoli ma con ‘dissenso motivato’, etc. etc. etc.) e il successivo approdo, che non sarà un tappeto di rose, al Senato. Ed è proprio su Palazzo Madama che i riflettori di Renzi, una volta passato il giro di boa delle Regionali (6 a 1 l’auspicio, ma con tanti patemi d’animo che si accentrano, ormai, tutti e solo sulla Liguria), saranno puntati. Perché è lì che la minoranza promette e – tutti dicono – stavolta effettivamente darà battaglia. Il famoso Vietnam.
Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

Alla Camera, ‘quota 316’, invece, non crea grattacapi. “E’ la maggioranza assoluta, per cui diciamo che è andato bene pure il voto sulla scuola”, assicura il ministro alle Riforme, Maria Elena Boschi, che tende a vedere il bicchiere mezzo pieno forse anche perché la presenza delle opposizioni era, appunto, scarsina (137 votanti su un pacchetto di voti che, sulla carta, supera le 250 unità…).

A voler vedere il bicchiere mezzo vuoto c’è, invece, la sinistra Pd. In 40, tra i deputati dem, non hanno votato il testo, 28 per scelta ‘politica’. Volendo andare di tabellino, sono otto in meno dei 36 (erano 38, in realtà, ma prima delle uscite di Vaccaro e Civati) sull’Italicum. A loro, però, vanno aggiunti – oltre ai cinque deputati di Scelta civica, assenti non motivati, e al ‘no’ della De Girolamo (Ap) – quei deputati che, pur votando il ddl, si sono appellati, con una lettera promossa da Speranza e Cuperlo, ai colleghi senatori (cioè i loro corrispettivi della minoranza Pd, che al Senato è agguerritissima e conta almeno su 24/25 pasdaran) per ‘migliorare’, dal loro punto di vista, la riforma. Riforma che partirà dalla commissione Istruzione, dove siedono tre democrat tostissimi: Tocci, Mineo e Claudio Martini, ex governatore della Toscana e anti-renziano.

La ‘forchetta’, insomma, a Montecitorio resta ampia (la maggioranza conta, sempre sulla carta, su quasi 400 voti), ma a Palazzo Madama (quorum del plenum:161 voti) sarà tutto un altro film. La maggioranza lì può contare su circa 170/175 voti (112 senatori Pd, tranne Grasso, che per prassi non vota, 36 centristi di Ap, 19 di Autonomie-Psi, 3/4 del Gal su 15 componenti, e 3/5 del Misto di cui sono sicuri Della Vedova, il senatore a vita Monti, le new entry ex azzurre Bondi e Repetti) contro un’opposizione che, ma sulla carta, conta circa 145 voti. Una defezione della sinistra dem potrebbe essere fatale. A meno che, si capisce, le truppe ‘verdiniane’ non giungano in soccorso a compensare i ribelli della sinistra Pd.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 9 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net) il 21 maggio 2015

Partiti senza popolo (Sc), leader senza partiti (Salvini) e nuovi partiti dotati di leader ma personali (Renzi)

Renzi parla all'Assemblea nazionale del Pd del 15 giugno (Roma hotel Ergife)

Renzi parla all’Assemblea nazionale del Pd del 15 giugno (Roma hotel Ergife)

Meglio avere partiti senza popolo o leader senza partiti? La domanda, lo so, rischia di apparire oziosa. Anche perché la risposta più facile (e auto-assolutoria) sarebbe: ‘meglio avere partiti con popolo e leader democratici’. Il guaio è che non è ciò che sta accadendo. La mia riflessione parte dal fatto che, per ragioni di lavoro, ho seguito domenica scorsa la giornata congressuale di un partitino ormai liquefattosi e inesistente, Scelta civica. Nuovo segretario è diventato l’attuale sottosegretario all’Economia, Enrico Zanetti. Entusiasta, anche arrabbiato, ambizioso, Zanetti – fino a ieri – era un Carneade qualunque della politica. Oggi, invece, è ‘un leader’. Ne siamo sicuri? Scelta civica, dopo aver perso il gruppo al Senato (sette su sette i senatori che se ne sono andati) e in via di liquefazione quello alla Camera (sono rimasti in 23, ma scenderanno ancora), vuole però, nonostante tutto, continuare ad esistere. Il problema è ‘come’. Sono circa 3600 gli iscritti, ma le malelingue dicono che il tesseramento sia stato gonfiati, e appena 214 i delegati che, domenica scorso, hanno eletto, ‘a furor di popolo’, Zanetti segretario. Un’assemblea di condominio allargata per non dire delle rilevazioni dei sondaggi che quotano il partito sotto l’1% (0,7% l’ultimo dato vero, quello preso alle Europee). Di ‘cosa’, dunque, è diventato leader, Zanetti? Del nulla, in verità. Può, dunque, ragionevolmente, un partito siffatto esprimere un leader, vero o presunto che sia? No, perché gli manca ‘un popolo’. In meno di due anni, la lista elettorale prima e il partito di Monti poi ha dilapidato tutto il suo consenso e, appunto, non esiste più.Ergo, gruppo parlamentare o meno in dissoluzione, Zanetti è diventato un leader di un partito che non esiste, senza storia e senza popolo.

Dall’altra parte, abbiamo molti leader senza partiti veri alle spalle. Prendiamo, per dire, Matteo Salvini. La Lega Nord ha messo in cassa integrazione tutti i suoi dipendenti, chiuso il suo giornale (La Padania), quasi sicuramente venderà anche la storica sede di via Bellerio. Era un partito radicato – forse l’ultimo, nato in Italia – con tanto di feste, sezioni, organi statutari, congressi, iscritti. Ma era un partito politicamente ‘in agonia’. Morto, insomma, o quasi, dopo la malattia del leader fondatore, Umberto Bossi, e la pallida successione impersonificata da Roberto Maroni. E’ arrivato Salvini ed ecco che, invece, tutti i guai della Lega paiono superati. Salvini, onnipresente in tv, dai talk show politici a quelli popolari, ha rivitalizzato la Lega, schizzata in alto in tutti i sondaggi di opinione, l’ha dotata di nuovi rapporti e agganci internazionali (Marie Le Pen) e l’ha rimessa al centro della scena politica. Oggi, se esiste un contraltare politico a Renzi, al suo governo e al suo Pd è lui, Salvini. Persino Berlusconi, ‘impedito’ e alle prese con una FI spaccata in mille pezzi, è andato a Canossa: deve riceverlo, blandirlo, promettergli che il nuovo centrodestra nascerà sull’asse FI-Lega. Salvini ha, decisamente, un ‘popolo’ dietro di sé, che la pensa come lui (tralasciando che solletica gli istinti e gli umori peggiori della Nazione, dalla xenofobia al razzismo all’odio etnico) e che è pronto a ‘seguirlo’. Salvini è, indubbiamente, un leader, ci sa fare, ed ha un popolo, ma non ha (più) un partito. La Lega Nord non esiste più o si è ridotta a correnti ed enclave regionali (la Liga Veneta di Tosi), a tal punto che- raccontava il Corsera giorni fa – Salvini non ha neppure a disposizione quel pugno di militanti necessari per tradurre nel concreto le proposte politiche che lancia (manifestazioni di piazza, referendum sulla Fornero o sull’Euro).

Il modello virtuoso, se ne deduce, dovrebbe essere quello del Pd. C’è un leader forte, che è anche capo del governo (non capitava, in un partito politico italiano, dai tempi di Craxi), c’è un partito che, in teoria, è ancora strutturato e radicato sul territorio nazionale, c’è – si continua a dire – una classe dirigente, sia ‘vecchia’ (gli sconfitti da Renzi D’Alema, Bersani, Veltroni, Fassino, etc) che ‘nuova’ (i renziani) ancora in funzione. “Fin qui”, direbbe il protagonista del film L’haine, vedendosi cadere da un grattacielo, piano dopo piano, “tutto bene”. Affatto. La leadership di Renzi, infatti, è talmente forte e spiazzante da aver appiattito il dibattito interno al Pd su un’unica direttrice: renziani/antirenziani (come nel Psi di Craxi: craxiani/anticraxiani). Inoltre, le mitiche ‘sezioni’ o, come si dice oggi, modernamente, nel Pd) ‘circoli’, non esistono più né producono dibattito politico. Persino le primarie (vedi il caso Liguria) sono finite in soffitta: meglio non farle, inquinano il voto e sono a rischio infiltrazioni. Del resto, aver trasferito – errore di molto precedente alla gestione Renzi – tutto il peso della lotta politica interna dalle sezioni/circoli alle cd. primarie ‘aperte’ (votano gli ‘elettori’, non meglio definiti) ha finito per svilire il ruolo del partito e della sua classe dirigente. Veltroni contro resto del mondo vinse fuori e non dentro il Pd, Renzi contro Bersani pure, solo Bersani (prima contro Franceschini, poi contro Renzi, la prima volta) valorizzò il ruolo e il peso degli iscritti, ma non diede mai più seguito a tale opzione. Nonostante ciò, non si può dire che Renzi, premier ‘non eletto’, sì, ma costantemente ‘alto’ in tutti i sondaggi popolari di gradimento, non abbia un ‘popolo’ dietro di sé e un partito, sia pur ammaccato e a mezzo servizio, che lo sorregge e spalleggia in tutte le scelte.

Siamo dunque, visto che nulla s’inventa e nulla si distrugge, in politica, alla teoria nata ad hoc per definire il partito di Berlusconi, Forza Italia, dal politologo Mauro Calise in un celebre saggio, il “partito personale”? E cioè quel “partito carismatico e personale, a basi di massa, dove – a differenza delle altre democrazie occidentali – il partito non agisce come una macchina che serve a selezionare e sostenere il leader, ma è il leader a fornirgli regole e valori, identità e personalizzazione” che, sempre per citare Calise, diventa “personalizzazione iperbolica, enfatizzata dall’uso dei media, del partito e del governo, dipendenti dal ‘corpo’ del Capo”. Sì, in effetti. Con un’appendice che Calise non poteva prevedere. Infatti, il politologo, pur scrivendo solo pochi anni fa (2011), definiva il Pd “un partito incompiuto e impersonale. Privo di un’organizzazione solida, leggera o pesante, di una leadership condivisa (semmai ‘divisa’) e partito indefinito nella prospettiva”.

Oggi, invece, è Renzi a ‘realizzare’ il sogno del ‘partito personale’ cui ha lavorato per vent’anni, fallendo, Berlusconi nel centrodestra e non c’è alcuna considerazione ‘moralistica’ in tale affermazione. Occorre solo registrarne il dato di fatto. Anche perché, e qui forse stupirò qualcuno dei miei 25 lettori, tra partiti ‘senza popolo’ e leader senza partiti, preferisco di gran lunga che si mettano alla prova leader come Renzi con al seguito sia un popolo ‘vero’ che un partito ‘vero’, nella speranza che, in futuro, magari passino i leader ma restino i partiti. Oltre che, ovviamente, il loro popolo. Che poi questa trasformazione del Pd di Renzi in partito ‘personale’ del premier si traduca davvero, sic et simpliciter, in un surplus di lievito democratico per il sistema dei partiti, la democrazia italiana e il partito stesso in questione (il Pd) è tutt’altra storia. Tutta ancora da leggere, conoscere, studiare.