Due articoli in viaggio. Il treno di Renzi è partito: alleanze, coalizione, sfide e incontri sul luogo i temi del tour del Pd

  1. Renzi e il treno dei desideri: “Prendo il 40% anche senza D’Alema e Fratoianni
Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

Ettore Maria Colombo – ROMA

Il treno del “viaggio per l’Italia” di Matteo Renzi parte dalla stazione Tiburtina di Roma alle dieci meno cinque, in teoria. Solo che, fino a poco prima della partenza, non si conosce il binario. “Motivi di sicurezza” spiegano dal Pd. Insomma, il binario, che è il due, non si trova: è come cercare il binario “nove e tre quarti” del treno di Harry Potter che porta ad  Hogwarts. Poi, arriva Renzi. All’inizio, tutto sembra filare liscio. Renzi tiene anche una (breve ma molto scoppiettante) conferenza stampa, di quelle col sorriso. Vuole tenersi lontano dal “chiacchiericcio politico”, ma non può. I giornalisti incalzano, il leader improvvisa una conferenza stampa attorniato da tutti i big del partito che, poi, mano a mano scenderanno dal treno o saliranno su di esso a seconda delle fermate.

“La legge elettorale? Guardate, c’è qui Rosato, chiedete a lui…”, risponde il segretario, ben sapendo che il Rosatellum è cosa fatta anche al Senato e che – come dirà poi ad alcuni cronisti al bar – “Grillo nei collegi non toccherà palla, ce li giocheremo tutti noi e
il centrodestra”. “Le coalizioni, le alleanze, le aperture a sinistra? Guardate c’è qui Richetti, chiedete a lui…”. Solo che, poi, al bar, sorseggiando un caffè si lascia andare anche su questo punto: “Io le mie aperture le ho fatte, la mia disponibilità l’ho data, vedremo, ma non penso certo di parlare a Fratoianni e a D’Alema, penso ad altri
della sinistra…” ed è chiaro che sta pensando a Pisapia e Campo progressista. “Lo ius soli? Guardate, c’è qui Delrio, chiedete a lui…”, ma si sa che il leader dem non si straccerà le vesti se la legge non passerà. Renzi comunque assicura che “siamo l’unica forza della sinistra europea in grado, oggi, di vincere le elezioni”, è convinto che “con il 40% torno a governare, e l’ho già preso due volte” e quando l’ex operaio ottantenne Ascanio gli urlerà, a Narni, “prendiamo il 41%!” replica scaramantico “ci metto la firma e ti pago da bere!”. E questo perché il leader dem è arcisicuro che “la coalizione che raggiungerà quella percentuale avrà i numeri e la maggioranza per governare da sola” e senza bisogno di larghe intese: “Voglio vincere le elezioni, è il solo modo per evitare di dover fare, dopo il voto, le grandi coalizioni”. (NB: della vicenda Visco-BankiIalia non viene dato conto qui, in questi articoli, ma in altri che pubblicheremo qui domani). 

Ma cosa c’entrano ‘gli altri’, pur se esponenti del Pd, nel viaggio in treno del leader? C’entrano eccome. Il Pd, per Renzi, deve dare l’immagine della ‘squadra’, così gli hanno spiegato. E lui, alla fine, si è convinto. Ed ecco che, sul treno, prendono posto il
ministro Delrio (chi meglio di lui, ministro ai Trasporti?), il portavoce della segreteria Richetti, che ha un ruolo cruciale per tutto il viaggio, il padre del Rosatellum, Rosato, e il governatore del Lazio, Zingaretti. Saliranno – e scenderanno, appunto – dal treno anche i parlamentari ‘di zona’: Gasbarra e Fioroni, a Fara Sabina (c’è un convento: chi meglio di Fioroni?), Verini, la Ascani (“domani ho la tesi di dottorato, sono tesa”), Trappolini (area Orlando) e la Sereni in Umbria dove le crisi aziendali e gli operai infuriati si sprecano (non a caso arrivano pure la viceministra al Lavoro, Teresa Bellanova, e la presidente dell’Umbria, la dem Marini che qui, anche se nessuno se lo ricorda, ha vinto le regionali, nel 2016, per un soffio e ora tutti tremano). Solo la fedelissima Morani arriva fino a Fano.

Il treno è composito e colorato. C’è un vagone per i giornalisti, uno per lui, uno per il suo staff, uno  per i Millenials, uno per fotografi e cineoperatori, quasi uno intero per la scorta, ma ci sono anche i ferrovieri di Trenitalia che il treno lo devono fare andare, anche se non chiedono il biglietto perché, per tutti, paga il Pd. E, appunto, il tesoriere Bonifazi, alla fatidica domanda ‘chi paga?’, spiega: “il treno non costerà più di 300 mila euro e comunque abbiamo lanciato, proprio oggi, una campagna di crowfounfing sul sito”. C’è, l’intero ufficio stampa del Pd. Poi – si diceva – c’è il vagone dei Millenials: alcuni, giovanissimi, hanno marinato la scuola (“Ma lo faccio solo per Matteo” spiega un diciassettenne, serissimo) mentre Martina (24 anni, molisana di Termoli, ma studia a Roma e vive in una casa con altri 12 studenti) ci tiene a dire “Domani rtorno sui libri, sia chiaro, non mi faccio neanche la tappa in Molise…”. Alla prima tappa, invece, quella al convento benedettino di Farfa Sabina (bellissimo), si capisce subito, però, che il viaggio diventerà un vero tour de force: scendi dal treno, piccola folla, interviste, incontri con delegazioni di imprenditori (tra cui quelli dei bagni) o di operai, circoli Acli o sezioni dem, sali sul pulmino, scendi, risali sul pulmino, risali sul treno, scendi dal treno. Sarà così pure a Civita Castellana, Narni e Spoleto. I giornalisti, alla fine, sono stremati, i suoi pure. Renzi, pimpante e gasato, chiede al portavoce Agnoletti: “Marco, e ora dove si va?”.

NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 18 ottobre 2017 a pag. 4


MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

2. La nuova strategia di Renzi: alleanza nei collegi con Pisapia “e chi ci sta”.

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Grazie al Rosatellum – spiegava ieri ai suoi il leder del Pd mentre si preparava per il “viaggio per l’Italia’ in treno “contro i populismi”, un Freccia Bianca ribattezza “Destinazione Italia” (cento posti distribuiti in cinque vagoni con una sala riunioni e una sala stampa, oltre a una carrozza per lui e il suo staff, una per i Millennial) nelle 107 province italiane che partirà oggi dalla stazione di Roma Tiburtina – e se gli altri della sinistra ci stanno nei collegi possiamo fare, come succedeva ai tempi dell’Ulivo, accordi di desistenza o veri accordi politici. Sia con Pisapia e il suo ‘campo’ ma anche con Mdp. Se i contenuti politici sono chiari, io sono disponibile”. E a chi dei suoi lo mette in guardia (“Matteo, nel partito e fuori vogliono solo la tua testa”), Renzi risponde serafico: “Se si creano le basi serie per un accordo questo è un problema superabile. Direi sì a primarie di coalizione. Ma – ragiona il segretario dem – non credo che né Pisapia né Mdp avranno il coraggio di mettersi davvero in gioco. Vorrà dire che resterò io, come prevede lo Statuto del Pd, il candidato premier e che la leadership della coalizione la avrà chi avrà preso più voti”.

E così Renzi – di fronte ad attacchi interni (il sindaco di Milano Sala, il governatore pugliese Emiliano) ed esterni (Pisapia, Mdp) che ieri hanno ripreso in livello e intensità, ha deciso di effettuare l’improvviso, ma assai tattico, cambio di strategia. Un cambio che, almeno per ora, non sarà ancora annunciato pubblicamente, ma che viene fatto trapelare ad arte “per vedere l’effetto che fa”. Infatti, è il ragionamento degli strateghi renziani, “così sarà chiaro, davanti agli occhi di tutti, che sono gli ‘altri’ della sinistra, e che sia solo Mdp o anche Cp, ormai poco importa, a non volerci stare e, di fatto, aiutare destre e 5Stelle perché senza Pd non si può fare”.

Del resto, la contromossa di Renzi era quasi obbligata a causa delle (tante, troppe) critiche piovutegli addosso negli ultimi giorni. Particolarmente nefasta, per dire, è stata l’intervista a Repubblica: vissuta come una prova di forza muscolare dai potenziali alleati, questi gli hanno risposto quasi tutti (Radicali, Pisapia, etc) picche.

A ‘consigliare’ Renzi a una strategia più ‘mite’ e ‘inclusiva’ non ci sono solo i suoi sparring partner abituali (Richetti, Guerini, etc) ma anche un alleato ‘nuovo’, uscito allo scoperto da pochi giorni. Si tratta del Fondatore del Pd, Walter Veltroni. Ormai tornato a scena aperta nell’agone politico, Veltroni ha detto che “La sinistra deve ritrovare l’umiltà dell’unità e la sua identità per vincere”, ma soprattutto che, appunto, “Il Pd deve recuperare il rapporto con Pisapia e Mdp, solo così potremo andare ben oltre l’attuale 26%”. Al Nazareno dicono che“Walter e Matteo si sono divisi i compiti”. Oggi, in treno, si vedrà se la ‘svolta’ di Renzi avrà reale seguito. Prima tappa del “treno dell’ascolto contro i populismi”( trattasi di Intercity, non Freccia rossa, si specifica) Lazio, Umbria e Marche. Poi rotta verso Abruzzo, Molise, Puglia e Basilicata, dopo ancora il Nord, infine le Isole.

NB: L’articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il 17 ottobre 2017, pag. 10

Annunci

“Babbo piange di gioia”. Renzi e caso Consip, la rivincita del leader contro gli avversari interni ed esterni

Renzi/3

Matteo Renzi e, sullo sfondo, il Senato della Repubblica.

“Papà sta piangendo”, confida agli amici con un sospiro. Ai giornalisti, a margine della registrazione di Porta a Porta, il racconto si fa più esteso e disteso: “L’ho chiamato io, lui mi ha chiesto ‘che succede?’, non lo chiamo spesso. Gli ho letto l’agenzia (le rivelazioni sull’inchiesta Consip che scagionano Tiziano Renzi, ndr.) e lui si è messo a piangere. E’ pur sempre un uomo di 65 anni e questa vicenda è una roba grossa. Ora vado a casa: voglio portare i miei figli a cena dal nonno”. Insomma, una giornata già iniziata bene, per Renzi – grazie alle notizie in arrivo da Genova, sempre da un giudice, e che mettono nei guai il M5S nella città del loro fondatore, Beppe Grillo – non poteva che finire meglio.
L’ex premier è sicuro: “incasseremo altre soddisfazioni”, dice ai suoi. Non si riferisce alle primarie, ma alla possibile archiviazione della posizione del padre Tiziano nell’inchiesta Consip. Lascia ai renziani – Ermini, responsabile Giustizia, Morani, Marcucci e altri –
il veleno: “Vogliamo conoscere i nomi, i fatti, e vogliamo sapere i mandanti di questa brutta storia”. Tanto che spetta, invece, al sottosegretario alla Giustizia, Migliore, neo-renziano doc, ribadire la “massima fiducia” non solo nella magistratura ma nella “Procura di Roma”, come volerla contrapporla a quella di Napoli, di Woodckok delle
cui gesta Renzi cita sempre le inchieste finite in nulla che hanno interessato esponenti del Pd (Graziano a Napoli, Margiotta a Matera), poi prosciolti, o l’Eni con De Scalzi che – proprio ieri sera – sono finiti sulla graticola grazie a un inchiesta di Report (Rai 3) che il portavoce di Renzi, Michele Anzaldi, ha attaccato per l’accostamento “tangenti e Pd” . Insomma, l’accusa dei renziani – e, sottotraccia, di Renzi – è quella di ‘macchinazione’.

Certo è che, quando arriva da Vespa, Renzi dà il meglio di sé: “Sarebbe stato facile dire ‘avete visto?’” – attacca – invece bisogna avere totale fiducia nella magistratura, la verità, prima o poi, viene a galla”. Poi aggiunge un sonoro “Grillo vergognati!” e “Leggete le
carte prima di sputar sentenze”.  Il caso Consip ha toccato e ferito Renzi figlio, non solo
Renzi padre: “Ho tatuato addosso quello che è successo in questi mesi”, dice da Vespa, “una vicenda che mi colpito, ma – aggiunge – quando capita a un normale cittadino, finire nella malagiustizia, che si fa? E quando i processi li fanno i giornali e i politici prima delle procure?”. Domande senza risposta, per ora, ma che accennano
alla volontà di mettere mano a un altra ‘Grande Riforma’, quella della Giustizia, che non ha nulla a che vedere – sia detto per inciso – con la riforma del processo penale e della prescrizione che sta portando avanti il ministro Orlando – il quale è riuscito a farci mettere la fiducia solo ora, con Gentiloni, anche perché Renzi gliel’aveva sempre negata – ma con progetti di ‘giustizia giusta’ che ricordano il primo Craxi o il primo Berlusconi.

Orlando (“Se Renzi vince, ci farà perdere le elezioni”) ed Emiliano (“Se Renzi vince, distruggerà il Pd”) lo attaccano a testa bassa, ma per Renzi – sicuro di vincere le primarie, il solo timore rimasto è legato alla scarsa affluenza: i renziani avevano dimezzato le previsioni a non oltre un milione e mezzo di votanti, due al massimo, ora tornano a farsi esigenti e parlando di “due milioni e rotti”, certo è che sotto quella cifra le accuse di flop sarebbero pesanti e lo stesso Renzi ammette “abbiamo scelto un giorno difficile” (il 30 aprile, ma i renziani se lo sono scelti da soli, ndr.) mettiamocela tutta – gli attacchi polemici dei suoi avversari interni sono solo un fastidioso rumore di fondo.  E così, rilassato e pimpante, da Vespa offre rassicurazioni su (quasi) tutto: “Il governo Gentiloni non cadrà, se vincerò le primarie, anche perché io ne sono il primo tifoso e Paolo sta facendo un grandissimo lavoro”; “non ci saranno elezioni anticipate a ottobre”.

Resta solo un busillis. Renzi vuole una legge elettorale pronta all’uso. Ecco perché è pronto al ‘patto col Diavolo’, e cioè proprio con quel M5S che attacca tutti i giorni. Da Vespa offre loro, su un piatto d’argento, “l’eliminazione dei capolista bloccati”, scalpo che
i 5 Stelle chiedono da tempo per dare il loro via libera alla trasposizione di quel che resta dell’Italicum al Senato. Ma se solo un neo ‘Nazareno’ con gli arcinemici potrebbe dare al Paese una legge elettorale, la mossa potrebbe anche essere un modo per ‘mettere paura’
a Forza Italia, che i capolista bloccati li vuole eccome, ma per ottenere sempre lo stesso scalpo, la nuova legge elettorale. Non a caso, a Berlusconi riserva una battuta affettuosa: “Altro che agnelli, quello ha sette vite come i gatti!”. Sulla legge elettorale, Renzi è disposto a parlare con tutti e di tutto, pur di avercela bella, nuova e pronta per il voto.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pag. 3 del Quotidiano Nazionale l’11 aprile 2017.