“Il caso Torrisi è il nostro sparo di Sarajevo”. Renzi prepara la guerra e, forse, le urne. Crisi con Ap già aperta

  1. Il soldato Torrisi rischia di creare l’incidente di Sarajevo, le urne anticipate. 
Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ettore Maria Colombo – ROMA

“L’incidente di Sarajevo” – come lo chiamano, con malcelata soddisfazione, i pasdaran renziani – si materializza al Senato alle cinco de la tarde di un pomeriggio qualsiasi. Si deve votare il nuovo presidente della prima commissione Affari costituzionali di palazzo Madama, dato che la presidente uscente, Anna Finocchiaro (Pd), è diventata, e ormai già da quattro mesi, ministro del governo Gentiloni. Il Pd, sulla carta, ha i numeri per eleggere un successore, ma solo dentro il perimetro della traballante maggioranza di governo (Pd+Ap+Psi+Autonomie+Mdp, gli scissionisti). Nei mesi passati si erano fatti vari nomi, tutti renzianissimi (Conciancich, Mirabelli, Marcucci), ma, alla fine, il Pd punta su Giorgio Pagliari, capogruppo nella medesima commissione. Il presidente della ‘Prima’ ha un ruolo strategico: istruisce l’ordine dei lavori, in Commissione e in Aula, sulla materia più incandescente che c’è, la riforma della legge elettorale. Il Pd vuole un fan del sistema maggiortario, che – una volta che alla Camera sia passato il Mattarellum o, meglio ancora, l’estensione dell’Italicum della Camera anche al Senato, dove ora vige il Consultellum – dia il ‘visto si stampi’ per forzare sui tempi. Quasi tutti gli altri gruppi vogliono, invece, un alfiere del proporzionalismo puro. Perfetto per il ruolo è il vicepresidente che ha svolto il ruolo di presidente supplente, finora, Salvatore Torrisi (avvocato catanese, Ncd, ma “già passato con Berlusconi”, sussurrano tra i dem). Il capogruppo del Pd, Luigi Zanda, consapevole di quanto i numeri, in Senato, siano ballerini e sfavorevoli, per il Pd, prova in extremis a convincere i suoi senatori a votare Torrisi, ma i renziani sono irremovibili: “Andiamo avanti con Pagliari, l’ordine arriva da Firenze, non accettiamo nessuna subordinata”. “Una forzatura e una drammatizzazione eccessiva”, dicono dalle parti di Zanda, ormai in rotta di aperta collisione con Renzi su quasi tutto (commissione banche, rapporti col governo, legge elettorale, posizionamento congressuale). Ma Renzi e i renziani – ringalluzziti dai dati registrati tra gli iscritti nella prima fase del congresso – erano irremovibili e c’è chi sostiene che volevano l’incidente.

Il patatrac si consuma subito, alla prima votazione. Su Torrisi convergono tutte le opposizioni (4 FI + 3 M5S + uno Lega + uno di SI + un fittiano) che, però, sulla carta, disponevano solo di 10 voti. A loro si aggiungono almeno altri sei voti: vengono da partiti che, in teoria, stanno in maggioranza. Sarebbero quelli di un senatore di Gal (l’ex cossighiano Paolo Naccarato), uno di Autonomie (Palermo), dei due senatori di Mdp (Migliavacca e Lo Moro), di una del Misto (la Bisinella, tosiana) e, ovvio, di Torrisi. Il tabellino è impietoso: finisce 16 a 11 per Torrisi, e cioè proprio il quorum richiesto. I componenti sono 30, ma i votanti 28 perché i due senatori di Ala si astengono. Pagliari, dunque, incassa solo 11 voti: gli otto del Pd (ma non è sicuro, almeno un franco tiratore nel Pd ci sarebbe, forse addirittura due e c’è chi dice che siano renziani…), uno di Ap, uno del Misto (Repetti) e uno del gruppo Autonomie (Romano). Pochini davvero, dato che sulla carta Pagliari ne aveva almeno 14. ‘Ballano’, dunque, almeno tre/quattro voti. Mdp dichiara di fatto il suo, il Pd accusa gli scissionisti di “inciucio proporzionalista” con Fi. Zanda parla di “manovre politiche volgari e ipocrite” a cui si sono aggiunti “pezzi della maggioranza, ma non del Pd”. Invece Quagliariello (Idea) esulta: “L’accozzaglia vince”.

A sera, la tragedia si trasforma in pochade: il presidente del Senato, Pietro Grasso, non fa in tempo a congratularsi con Torrisi, “democraticamente eletto”, che il leader di Ap, Alfano, va in crisi e, timoroso di possibili contraccolpi da parte di Renzi sul governo, dice:: “Noi siamo leali agli accordi, quindi tu, caro Salvatore (Torrisi), ti devi dimettere”.  Solo che Torrisi non ci pensa neppure e annuncia il suo passaggio nel gruppo Misto, ma non è che quelli di Ap lo scarichino più di tanto (la capogruppo Bianconi lo difende a spada tratta). Invece, nel Pd di marca renziana scoppia il pandemonio. Il sempre cauto Lorenzo Guerini, vicesegretario dem, parla di “episodio molto grave” e una nota anonima del Nazareno chiede “un incontro, al più presto, al premier Gentiloni” e, addirittura, “al capo dello Stato”. In serata, Guerini e Matteo Orfini, che definisce l’episodio “una grave ferita alla maggioranza”, salgono da Gentiloni, a palazzo Chigi. La miccia è innescata e, come lo sparo di Sarajevo, i tamburi di guerra già si sentono.


2. Renzi: Frattura insanabile. Parte pressing su Gentiloni: alle urne. Altolà del Colle

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

Ettore Maria Colombo – ROMA

“E’ un fatto politico enorme” dice, senza giri di parole, Matteo Renzi ai suoi in merito al ‘caso Torrisi’. “Un fatto che apre un problema molto serio dentro la maggioranza”. L’ex premier era già furibondo di suo, e dal mattino presto. Il settimanale Panorama anticipa un’intervista che doveva servire da appeasement con il mondo del centrodestra a trazione berlusconiana (“Io sono il solo che può battere Grillo”, il titolone in copertina) ma le agenzie titolano “Se perdo, me ne vado sul serio”. Renzi smentisce (“Ho detto che senza i voti non farei più politica”) e Andrea Marcenaro, autore dell’intervista, conferma.

Poi scoppia, come una mina in mezzo al campo, il caso Torrisi. I vertici dem chiedono che a pagarne il conto sia Alfano e pure Mdp. Guerini e Orfini salgono da Paolo Gentiloni. Ma Gentiloni, “né sminuendo né drammatizzando”, dicono i suoi, si è già attivato sentendo Alfano (che ha chiesto, peraltro inutilmente, a Torrisi di dimettersi) e vedendo Mpd. Però, preso atto della gravità dell’episodio, Gentiloni non pensa certo che il Paese stia precipitando, a causa del soldato Torrisi, verso le sue dimissioni e elezioni anticipate.

A Renzi e ai suoi tutto ciò non basta. “Quanto è accaduto è gravissimo  – scandisce Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd, di solito sempre prudente e misurato. Poi aggiunge: “C’è stato un tradimento delle corrette modalità di stare in maggioranza”. Gli fa eco Matteo Orfini: “Ci è stato inferto un vulnus molto grave, vedremo se e come è possibile rimarginarlo”. I due vanno a palazzo Chigi per investire del casus belli Gentiloni, ma una nota di fonti anonime del Pd – che si dice sia stata ispirata direttamente “da Firenze” (cioè da Renzi) – chiede che della vicenda, addirittura, si occupi anche “il Capo dello Stato”. Dal Colle si fa sapere che a Mattarella “non è arrivata alcuna richiesta” (il Pd ribatte che la formalizzerà oggi), ma che (ci mancherebbe) “la moral suasion del Presidente è sempre in campo” e che “le tensioni politiche non vanno scaricate sulle istituzioni”. Intanto il Pd, alla Camera e al Senato, entra in fibrillazione.

I colonnelli di Renzi sono convinto che, nel voto di ieri, si sia saldato un largo fronte proporzionalista: “Alla Camera non hanno i voti, hanno studiato questa mossa per bloccare tutto al Senato e prt dimostrare che la legge elettorale non si farà mai”. D’altro canto, non è che i renziani siano rimasti con le mani in mano, o legate dietro la schiena. Lo schema di gioco era di eleggere un loro uomo alla I commissione del Senato e, dopo aver esteso ‘quel che resta dell’Italicum’ al Senato, arrivare a palazzo Madama, blindare la riforma in commissione e mandarla in Aula per approvarla costi quello che costi. Pur consci dello scarto di voti minimo al Senato, la tattica renziana vietcong era: o passiamo noi, con una forzatura, sennò era facile addossare la colpa alla ‘palude’ proporzionalista.

Eppure, come sempre, non tutti i mali vengono per nuocere. Non a caso un esponente di alto rango del Nazareno già definisce il caso Torrisi “il nostro incidente di Sarajevo”. “Può portarci – spiega – a ottenere le elezioni anticipate”. E anche se renziani doc come Roberto Giachetti ritengono impossibile le urne a settembre, e anche a novembre, la trincea dei pasdaran renziani ci spera ancora: “il nostro Gavrilo Princip oggi è Torrisi”.

NB: I due articoli sono stati pubblicati a pagina 6 e 7 del Quotidiano Nazionale il 6 aprile 2017. 

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L’intervista. Parla il senatore Paolo Naccarato: “Faremo la fine dei tacchini, ma solo a Natale del 2018”

Il senatore Paolo Naccarato (Gal)

Il senatore Paolo Naccarato (Gal)

CLASSE 1958, nativo di Cosenza, un lungo cursus honorum alla spalle nelle istituzioni nazionali e locali (padre dello Statuto regionale), Paolo Naccarato è stato, in una prima vita, il più fidato e stretto collaboratore dell’ex capo dello Stato, Francesco Cossiga e lo ha seguito fino alla fine delle sue avventure politiche, Udeur e anche oltre. Tremontiano, «ma anche» sottosegretario nel II governo Prodi, se vuoi capire cosa accade in Senato, c’è solo una possibilità: chiederne conto e cognizione a lui, Naccarato.

Senatore, lei è una particolare specie di tacchino: vuole festeggiare il Natale?

«Perché so, sappiamo, di non avere più scampo. O mangiamo la minestra o saltiamo dalla finestra, e prima della fine della legislatura. Siamo tacchini consapevoli e dal preciso obiettivo: Natale 2018».

L’umore, però, è basso, nei corridoi di palazzo Madama.
Sì, questo lo ammetto. Ma direi più di saggia rassegnazione condita da alcune illusioni. Certo è che è finita un epoca e stiamo entrando in una, nuova, terra incognita».
Il senatore è conservatore: vuole che tutto resti com’è.
«Ah certo! Avremmo preferito abolire la Camera, non il Senato! Avevamo pronti tagli ai deputati, da 630 a 230, e grandi risparmi! Ci tocca fare di necessità virtù…».

Poi è arrivato Renzi-Attila…
«All’inizio lo vedevamo così, venne a sfidarci, con le mani in tasca. Ora si è guadagnato la stima e il rispetto di molti, il mio in testa».

Il senatore è transumante: di solito lo fa verso il governo. Stavolta va all’opposizione?
«Siamo in attesa di capire. Se il Pd si presenterà compatto in Aula, tutti si adegueranno. Oppure, se il Pd resterà disunito, ma rinascerà un nuovo patto del Nazareno, sotto qualsiasi forma, con il Cavaliere, gli altri non potranno farci nulla. In tutti e due i casi la riforma passerà e la legislatura arriverà al 2018. Tertium non datur».

Nel Ncd si dubita, si pencola, ci si tormenta? Reggeranno?
«È venuto meno il vincolo di appartenenza, dentro Ncd: le ricandidature latitano ed è scattato il tana libera tutti.

E prendere, invece, il sentiero, arduo ma pugnace, del senatore vietcong?
«Difficile. Lei l’ha mai vista una rivolta guidata da tacchini? Io no. Siamo tutti prigionieri. Il senatore vietcong esiste, certo: giapponesi che sparano nella giungla senza capire che la guerra è finita».

Fuor di metafora?
«Non c’è nessuno, al Senato, che riesca né riuscirà a metter insieme 161 voti “contro”: la riforma del Senato o il governo. Il rinvio del rimpasto e delle nomine nelle commissioni, da questo punto di vista, è scelta saggia: evita altre tensioni».

Che farà il senatore senza Senato, che farà il senatore Naccarato senza lo scranno?
«Ognuno pensa al proprio futuro e tutti hanno un piano B: alcuni pensano di migrare alla Camera, altri torneranno alle proprie occupazioni. Come farò io. Comunque si può far politica anche stando fuori del Parlamento. Questa è una riforma storica, manca solo l’ultimo miglio. Vale la pena fare il tacchino a Natale, ma quello 2018, si capisce».

Domanda dalle cento pistole. Cosa direbbe il suo faro, Cossiga, di Renzi?
«In pubblico avrebbe detto: è un giovane intraprendente, energico e coraggioso. In privato lo avrebbe rimproverato aspramente per una serie di cose, scelte, atteggiamenti. In privato, però, badi bene…».

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 10 settembre 2015 a pagina 8/9

Riforma del #Senato, per ora la mediazione non c’è. Renzi stasera va al gruppo a sfidare la minoranza dem

Il portone d'ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

È MURO contro muro, per ora, sulla riforma del Senato, tra Renzi e la minoranza: un braccio di ferro che, stasera, quando il premier interverrà all’assemblea del gruppo dem di palazzo Madama avrà persino una plastica rappresentazione (“vado ad ascoltare, non a proporre”, avrebbe detto il premier ai suoi, “inutile mediare finché non fanno proposte”), anche se non ci sarà un voto finale, a sancire la (definitiva?) spaccatura. Il premier non vuole «pesare» subito i contrari, ancora troppi, alla riforma sua e della Boschi, che pure sarà presente all’assemblea, e spera di dividerli nei giorni a venire, lavorando ai fianchi i più dialoganti. Ma sa anche che i ‘malleabili’, dentro la minoranza, sono pochi (5/6 al massimo tra cui Martini, Ruta, Sonego, Manassero, Manconi, Lai, su un totale di 25/28 ribelli). Ecco perché, se messo alle strette, chiederà aiuto a Verdini, che sta rafforzando il suo gruppo (Ala, in cui però il fido D’Anna sta, per paradosso, coi ribelli Pd…) e ai forzisti dialoganti che in 5/6 (Villari, Bocca, Carraro) uscirebbero dall’aula al momento giusto.

Renzi, peraltro, non si presenterà all’assemblea di stasera neppure con la proposta di mediazione, quella dell’ormai famoso ‘listino’ (futuri senatori scelti tra i consiglieri regionali al momento del voto per le Regioni in un listino apposito, idea Finocchiaro-Bressa-Zanda) e, tantomeno, con l’ulteriore proposta di mediazione avanzata dal sottosegretario Pizzetti (ogni regione sceglie come eleggere i suoi senatori, se con il listino o direttamente), purché sempre dipendenti delle Regioni, e non del Senato, dunque senza indennità, e purché non si tocchi il famoso articolo 2 dove l’elettività del Senato è e resta ‘indiretta’, ma agendo su altri articoli (il 70 della Costituzione, che riguarda le funzioni della Camera alta). In ogni caso, Gotor e gli altri vietcong della minoranza hanno definito tutte queste proposte «minestra riscaldata» e, senza una modifica di fondo all’art. 2, non intendendo cedere. Il premier vuol sfidarli a viso aperto, inchiodandoli alle loro responsabilità. «Li voglio vedere i parlamentari che non votano la fiducia al governo doverlo andare a spiegare sui territori quando ci sarà l’Italicum» ha sibilato Renzi già domenica, al comizio della Festa dell’Unità. E qui Renzi ce l’aveva non solo con i vari Gotor, Fornaro, Mineo, etc., ma direttamente con Speranza, che votò no proprio sull’Italicum e lo stesso Bersani, che pure nei giorni scorsi ha cercato di tenere vivo un filo di dialogo, sulla riforma del Senato, con Guerini.

Insomma, se anche sul taccuino di Lotti sono scritti non più di 150/155 voti «sicuri» (158 sono a oggi un miraggio, i 161 del plenum un miracolo) per la riforma così com’è e Renzi mette nel conto la rottura con la minoranza, vuol dire che è pronto a giocarsi il tutto per tutto.
MORALE, per ora si va allo scontro. E con un arbitro, il presidente del Senato Grasso, che potrebbe decidere la partita a seconda di come fischia: se riapre la discussione sull’art. 2, come è tentato di fare (il famoso “nei” divenuto “dai”), la dà vinta alla sinistra interna e, in quel pertugio, si possono infilare tutte le opposizioni unite (135 voti sulla carta, ma sommati 25 dissidenti, fa 160, cifra pericolosa), mandando la riforma gambe all’aria. Se, invece, apre e chiude il voto solo sul V comma dell’art. 2 (il ‘nei’ diventato ‘dai’), ma senza riaprire le danze forse il governo si salva e la riforma pure. Intanto che Grasso ci pensa (“Non ho niente di nuovo da aggiungere – ha detto Grasso parlando con il Corsera – e ho ripetuto che finché non vedrò gli emendamenti presentati per l’Aula, non per la Commissione, non mi potrò pronunciare”), parlano i cannoni di entrambe le parti.

«Io non mollo», dice, con un ghigno, Matteo Renzi a Porta a Porta, “non entro nelle tecnicalità, dico che con le riforme dobbiamo fare un Paese più semplice e che, entro il 15 ottobre, si decide al Senato e si chiude. Poi, dopo sei letture parlamentari, saranno gli italiani a decidere con un referendum sì o no, E poi dicono che non sono democratico”…
«Sono stupefatto. I renziani pasdaran, dalla Boschi a Lotti, vogliono vedere scorrere il sangue. Renzi è il segretario del mio partito. Mi aspetto che faccia una proposta per unire, non per dividere. Se torna a fare il leader di una corrente finiamo tutti per andare a sbattere», ribatte Federico Fornaro, esponente di punta della minoranza dem.
L’iter del ddl Boschi riprende oggi in I commissione Affari costituzionali, allo stato sommerso dai 513 mila emendamenti di Calderoli che però mostra qualche vago segnale di disponibilità al ritiro. La verità è che, tra un’audizione dei governatori regionali, che vogliono avere ruolo e voce in capitolo, e una sostituzione (il reprobo Mario Mauro (gruppo Gal) il governo è già sotto pure qui (15 a 12 se va malissimo, 14 a 13 se va un po’ meglio). La presidente, Anna Finocchiaro, di cui la Boschi si fida molto e cui ha incaricato di seguire la bollente pratica con il capogruppo dem Zanda, prende posizione pure lei: «chi propone l’elettività diretta del Senato ne evoca una diversa natura del Senato, è velleitario». Insomma, un “sabotatore”: ergo, non se ne parla. Dall’altra parte, Vannino Chiti, che manco ascolterà Renzi (sarà in Polonia) ribadisce: «Si mette l’elettività all’art. 2 e si demanda il resto alla legge ordinaria». Tradotto: l’esatto contrario della Finocchiaro (come della Boschi e di Renzi).

TECNICISMI, ma inconciliabili tra loro e che la dicono lunga del clima. Tanto che Fornaro sbotta: «Non ci hanno offerto niente! Nulla, solo propaganda! Noi, se non c’è l’elettività dei senatori scritta, nero su bianco, all’art. 2, votiamo contro e tutti insieme, non ci divideranno» (i firmatari del documento della minoranza sono 25, degli emendamenti 28).
Salvatore Margiotta, renziano saggio e che osserva la contesa con il necessario distacco, è sicuro che «Renzi terrà il punto, come è giusto che sia, non si farà ricattare». Preoccupato, lo “stabilizzatore” Paolo Naccarato, senatore di Gal, invoca «il metodo Mattarella: prima serve l’unità dentro il Pd, poi si discute con tutti i gruppi e la soluzione si trova su questa e altre riforme. Obiettivo il 2018». Già, l’unità del Pd, quella che non c’è.

NB. Questo articolo è stato pubblicato l’8 settembre 2015 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale

#Riforme. Ecco chi, al #Senato, alla fine aiuterà #Renzi. Viaggio tra i numeri dei senatori “moderati”, “responsabili” e “stabilizzatori”

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

«QUANTE divisioni» ha, non il Papa, ma il fronte «anti-Renzi»? La domanda corre tra gli austeri stucchi di palazzo Madama, sede del Senato: oggetto, la riforma del Senato medesimo. L’esame della «madre di tutte le riforme» che dovrebbe archiviare per sempre il bicameralismo perfetto riprenderà il suo iter dall’8 di settembre (in teoria in I commissione Affari costituzionali, forse direttamente in Aua: dipende da cosa deciderà il governo), pur se orbato dai 513 mila emendamenti, di cui ben 510 mila a firma Roberto Calderoli, il che ha provocato un suplus di lavoro e ferie cancellate per un manipolo di funzionari del Senato che dovranno fornire ogni senatore (sono 312…) di ognuno dei 513 mila testi.
Su siti e giornali circolano, da giorni, cifre iperboliche: 175/177 sarebbero i voti contrari a Renzi. Mele sommate a pere: austeri autonomisti trentini, paciosi moderati e innocui democrat tutti inconsapevoli di esser diventati pasdaran anti-Renzi vestiti alla vietcong.

ORA, SE TALI cifre fossero reali la vita del governo Renzi sarebbe già bella che segnata. Perché se è vero che il voto sul ddl Boschi «non è» né equivale a un voto di fiducia, è stato Renzi stesso a legare l’esito delle riforme alla durata della legislatura. Persino uno “stabilizzatore” per eccellenza come Paolo Naccarato (Gal), rassicura e, insieme, ammonisce: «non ci sono rischi per il governo, ma Renzi si può complicare la vita a forza di pareri contrari su materie calde come l’elettività dei futuri senatori. Il mio modesto consiglio alla Boschi è di mediare, mediare, mediare e, se gira male, di rimettersi all’Aula, è meglio». Tradotto: per evitare che la maggioranza vada ‘sotto’ nelle migliaia di votazioni che ci saranno, il governo – che, su ogni ddl, può esprimere parere favorevole, contrario o astenersi nella formula, appunto, del ‘mi rimetto all’Aula’ – dovrebbe lavarsene le mani.
Sulla battaglia parlamentare, quella sui – presunti – contenuti, a partire dal famigerato art. 2, quello che verte, e divide, sull’elettività o meno dei senatori si vedrà: il ddl potrebbe andare direttamente in Aula, senza passare per la commissione (ma questo dipende dalle decisioni che prenderà il presidente Grasso come pure sulla questione dell’ammissibilità o meno delle modifiche all’art. 2, modifiche che la Finocchiaro in commissione boccerà…), il governo potrebbe forzare la mano o, invece, mediare con l’opposizione dem o cercare un nuovo abboccamento con FI facendo resuscitare il patto del Nazareno, ma una cosa è certa: sui numeri urge chiarezza.

l'attuale composizione del Senato (agosto 2015)

l’attuale composizione del Senato (agosto 2015)

SI ENTRA qui, però, nei misteri gloriosi di palazzo Madama: giungle di gruppi, sottogruppi, gruppi in nuce o neo-gruppi. Una giungla da far invidia a quelle salgariane. Partiamo dai fatti: perr sopravvivere, al Senato, bisogna godere di 161 voti o plenum dell’Assemblea, composta da 321 membri (315 quelli eletti e 6 i senatori a vita). La maggioranza di governo (epoca Renzi) viaggia, sui vari provvedimenti, su una media di 168-170 voti, a volte 173-175, ma furono ben 184 i sì al governo proprio alla I lettura del ddl Boschi (8 agosto 2014).
Voti così composti: 112 del Pd (sarebbero 113 ma Grasso non vota), 35 di Ap (Ncd+Udc), 19 (su 19) del gruppo Autonomie, tre (Naccarato, D’Onghia, Davico) su 11 in Gal, sei (Monti, che siede qui, a differenza degli altri senatori a vita, che stanno tutti nelle Autonomie, Della Vedova, Rossi, ex Sc, Margiotta, ex Pd, e la coppia Bondi-Repetti) sui 30 del Misto. Più, a partre da domani, i 10 verdiniani di Ala. Morale: il “tesoretto” di 172 voti potrebbe arrivare fino a 182. Ma a complicare la vita a Renzi è arrivata la minoranza dem: a firmare emendamenti a favore del Senato elettivo sono stati in 28, numero assai alto per dei vietcong. Se davvero 28 senatori dem si sfilassero dal gruppo del Pd non ci sarebbe più storia: 182 – 28 fa 154. Addio maggioranza e governo, anche con i verdiniani a favore.

Senza i verdiniani, ma con un’emorragia di soli 15 senatori dem (ipotesi molto più realistica), si scende a quota 167 e la maggioranza regge: non è altissima, ma resta piena.
Difficile pensare che Renzi, al netto dei pasdaran (Gotor, Chiti, Mineo, Tocci, Casson, Corsini, Fornaro, Dal Moro: non si arriva a dirne dieci mai, neppure pensandoci molto), non riesca ad assottigliarne le fila. Anzi, sia a palazzo Chigi che il capogruppo al Senato, Luigi Zanda, sono sicuri di recuperarne 10-15, «quelli che non parlano mai, stufi dei protagonismi dei vari Mineo e Gotor…», malignano i renziani.

UNA COSA è certa. Il conto delle presunte quadrate legioni pronte a fare opposizione alla riforma di Renzi e al suo governo non torna. Partiamo dai dati certi: la somma di M5S (35), Lega Nord (12), FI (45), Conservatori e riformisti (10, i fittiani), 24 senatori su 30 del Misto (7 di Sel e 12 ex M5S: tra loro, vendoliani ed ex grillini, presto costituiranno un gruppo nuovo; i tre tosiani di “Fare”, etc.), 8 su 11 di Gal, fa 135 voti. Davvero pochini, insomma, per impensierire il governo. Certo, uniti ai 28 senatori dem della minoranza, la somma fa 163, quindi supera, anche se di poco, i 161 voti (quorum del plenum si usa dire, con un brocardo latino) ma sarebbe né più né meno di un’armata Brancaleone che difficilmente riuscirebbe ad esprimere una linea politica alternativa a quella di Renzi. Senza dire che i 45 senatori azzurri dovrebbero, invece che acconciarsi a un nuovo Nazareno, dovrebbero trasformarsi in altrettanti vietcong pronti a morire. Direbbe Totò, la somma non fa il totale.

Impossibile, infine, arrivare alla tanto strombazzata quota 175/177, per il fronte delle opposizioni, senza l’apporto di due gruppi minori e poco noti ma consistenti: quello di Per le Autonomie (19) e quello di Gal (11). Ora, il gruppo “Per le Autonomie” è composto da cinque silenziosi senatori di Svp-Patt, che chiedono solo garanzie per le loro, di Autonomie, dentro la riforma; due eletti all’Estero (Maie), tre socialisti di cui solo uno (Buemi) crea grattacapi al governo, anche perché l’altro (Nencini) al governo ci sta, come pure ci stanno, comodi, altri tre Popolari (ex Per l’italia…), quieti e pii; più 5 senatori a vita (Naapolitano, super tifoso delle riforme, Rubbia e Piano, molto assenti ma più scettici, Cattaneo e Ciampi, non pervenuti). Prima che uno qualsiasi di questi senatori faccia cadere il governo, nuovi mondi abitabili saranno scoperti e nuovi soli sorgeranno.
E se persino dentro il fritto misto del gruppo Misto spuntano, come fiori di serra, i nuovi “stabilizzatori” (la coppia Bondi-Repetti), è dentro Gal (Grandi Autonomie e Libertà) che molto si muove: oggi votano con Renzi in tre, ma domani, questo è sicuro, cresceranno. Alcuni ex grillini (De Pin, Pepe) sono approdati lì, nel Gal, e presto, con Davico (ex Lega), daranno vita ai “Moderati”, formazione collegata a una analoga presente alla Camera e guidata dal piemontese Giacomo Portas: altri e nuovi voti in cascina per il governo. Perché la vera funzione del senatore è “stabilizzare”, “moderare”, “temperare”. La vita, pur romantica, ma assai perigliosa e sempre all’adiaccio, del vietcong armi in pugni, non s’addice al senatore – antico e moderno – proprio come il lutto non si addiceva ad Elettra.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 10 agosto 2015 a pagina 6 su Quotidiano.net

Facce e storie dei nuovi #Razzi e #Scilipoti di #Verdini in appoggio a #Renzi. #Responsabili, ma con giudizio.

Il portone d'ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

“NON ho firmato nulla e non vado da nessuna parte. Io sono l’Idv. Il mio problema è che sto seduto, in Aula, in alto a destra, tra Ciro Falanga (detto «Falanghina», come il pregiato vino dell’avellinese, ndr.) Ruvolo, Scavone e Compagnone, siciliani. Tutti i giorni mi dicono ‘e vieni, vieni co’ noi e co’ Denis, che c’addivertiamo!’, e io zitto, muto, impenenetrabile». Michelino Davico (nato a Brà, alto Piemonte, viene dalla Lega, s’inventò il «Giro della Padania», poi divenne sottosegretario del governo Letta, non se ne accorse nessuno) risponde timido, circospetto, al telefono. «Io con Verdini? Non proprio, io sto con me», assicura e si auto-rassicura. Davico ha scelto il cuore e il cuore dice Idv, oggi di Messina Ignazio e non più di Di Pietro Tonino (ma questa, come si sa, è un’altra triste storia…). Altri, invece, racconta sapido il valdese Lucio Malan, vice-capogruppo di Forza Italia al Senato, «hanno scelto i culi dove restare seduti, come quando l’Ncd ruppe con noi, che non volevamo sostenere più il governo Letta, eravamo convinti che non ce l’avrebbero fatta, con i numeri, e io dissi al Cav: dovevamo guardare i loro culi, non le loro facce».

Ecco, le facce (non ‘i culi’, si capisce, per amor di Dio). I senatori verdianiani sicuri (dieci, forse undici, comunque bastanti a far gruppo) pesano come l’oro, per Renzi. Verdini lo sa e li rassicura e li rincuora: «Faremo il partito della Nazione con Renzi, liste nostre, ma colelgate al Pd, noi e lui». La minoranza dem già urla al «tradimento» della ragione sociale del Pd e prepara contromosse, battaglie, in Aula e fuori, Vietnam parlamentari da vietcong. Persino il capogruppo, Luigi Zanda, pare non sia troppo felice, dell’apporto dei verdiniani: “Ci creerà più problemi di quanti ce ne potrebbe risolvere”, avrebbe sospirato con i suoi. Il senatore lucano, e renziano, Salvatore Margiotta, invece, saggiamente spiega e precisa: «Matteo li usa come arma di dissuasione verso la minoranza cui dice: io voglio fare l’accordo con voi, ma se mi rompete troppo, sappiate che il ‘piano B’ ce l’ho: è Verdini. Non mi potete più ricattare». Poi, d’altra parte, i renziani di ogni ordine e grado sperguirano che loro, mai e poi mai, regaleranno ai verdiniani posti e prebende di sottogoverno. Si vedrà, ma torniamo alle facce, quelle dei verdiniani. Facce speciali.

Vincenzo D’Anna (nativo di S.Maria in Vico, amico fedele di Nicola Cosentino, detto Nick o’ americano, ora carcerato), noto per i suoi funambolici interventi in Aula (ai tempi della riforma del Senato tuonava contro Renzi che “pensa di trattare noi senatori come asini”, evidentemente ha cambiato idea), ha una faccia multipla, ma sempre incattivita, tosta. D’Anna e Paolo Naccarato (ex Pdl, ex Ncd, ora Gal, calabro-napaoletano, un signore d’altri tempi e, soprattutto, uno che i «Responsabili» pro-Renzi, che già oggi militano in GaL, e sono ben 15, di cui 12 pro-governo, li guida, ogni santo giorno, con pazienza e sagacia) se le danno di santa ragione a colpi di citazioni che solo loro capiscono, tirando in ballo Cossiga e Fanfani, storia della Dc, le maggioranze semplici, variabili, complesse.

CIRO Falanga di Torre Annunziata, capelli bianchi, ma sbarazzini, ed Eva Longo di Pellezzano (SA), capelli biondi e cotonati, non più giovani senatori di primo pelo, cercano, come Diogene, la luce della Verità nel buio della Politica: sono passati, in un amen, da FI al GaL, dal GaL ai Conservatori-Riformisti di Fitto e, da questi, ai Liberal-Popolari di Verdini. Un’orgia di sigle e, forse, di idee, un filo di Arianna che solo loro riconoscono.
Poi ci sono i tre siciliani verdiniani, ma verdiniani a modo loro. Antonio Scavone e Giuseppe Compagnone sono legati a Raffaele Lombardo (ex governatore siculo, ex fondatore dell’Mpa, ex molte altre cose etc.) e viaggiano sempre in coppia, mentre Giuseppe Ruvolo è cuffariano, nel senso di un altro ex ras siculo, Totò Cuffaro, oggi in galera, ma pentito e votato alla preghiera, e viaggia da solo. Sono verdiniani scettici: pronti a entrare nel gruppo solo se i loro referenti siciliani (Lombardo, a piede libero, beato lui, e Cuffaro, in galera, daranno il loro benestare) previe rassicurazioni di Renzi sulla Sicilia. Infine, meriterebbe un trattato a sé Lucio Barani: sindaco di Aulla, craxiano di ferro, socialista non pentito, gira ancora oggi con un garofano all’occhiello: sarà lui, l’indomabile Barani, il capogruppo dei verdiniani mentre D’Anna ne è già il portavoce e fustigatore.

MORALE: eccettuati i due ‘Riccardi’, il toscano Mazzoni e il bresciano Conti (visi normali di amici di Verdini, in affari con lui per varie ragioni, come lui indagati e rinviati a giudizio), il neo-gruppo dei verdiniani aiuterà l’austero palazzo Madama a rinverdire i lauti fasti di Scilipoti-Razzi e soci. E pensare che, alla fine, è invece rimasto dov’era, giurando eterna fedeltà al Cavaliere (“Silvio, lo sai, io mai potrei tradirti”, il gallo non ha ancora cantato), Mimì Auricchio, il cui curriculum lo segnala ai posteri come ex sindaco di Terzigno (NA). E così il prode Auricchio, un nasone che gli illumina il volto, non potrà urlare, a sua volta, «Vado verso la Vita!», come fece Gabriele D’Annunzio (in quel caso passando dai banchi dell’estrema sinistra a quelli dell’estrema destra). Episodio che, di certo, Auricchio ricorda.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 25 luglio 2015 a pagina 14 del Quotidiano Nazionale. 

Il Retroscena/4. #Renzi ora tira il freno sul #Senato elettivo: mancano i numeri. Minoranza dem e ‘Stabilizzatori’: “Lo obbligheremo a cercare un’intesa”

Il portone d'ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

«FAR LE COSE bene», senza correre», non per forza e con la possibilità di scavallare l’estate pur di far fare dei passi avanti, al ddl Boschi (riforma del Senato e del Titolo V), ma solo mantenendo, ovvio, «spirito costruttivo». Martedì 7 luglio, in commissione Affari costituzionali di palazzo Madama, riprenderà l’esame del testo: manca ancora il relatore (forse sarà la stessa presidente, Anna Finocchiaro, forse il testo arriverà in aula senza relatore…) e i numeri, almeno lì dentro, sono pericolosamente stretti, per il governo (14 a 14). Ecco perché Renzi si è già messo in modalità «avanti piano» e non più «avanti tutta», come dimostrano le sue parole rilasciate ieri in un’intervista concessa al Messaggero e, anche, quelle del ministro degli Interni, Angelino Alfano, che ieri, invece, ha parlato con il quotidiano Repubblica (“La riforma del Senato può slittare di qualche mese”). QUI però bisogna intendersi. Il premier continua a dire ai suoi facite ’a facce feroce. Almeno, a metà. Infatti, il vero messaggio che arriva dalla war room di palazzo Chigi è: «I voti ci sono, li abbiamo, al Senato. Poi, aggiustamenti in corsa al ddl Boschi sono sempre possibili nel merito ma senza farne crollare l’impianto e solo se condivisi da tutti i gruppi parlamentari, di maggioranza e non». Il ministro alle Riforme, invece, non ha alcuna intenzione di vedersi stravolgere il suo provvedimento: chi l’ha sentita, in questi giorni, sa che la Boschi “non ha alcuna intenzione di vedersi cambiare il suo testo, cui tiene molto, sotto il naso” e che, soprattutto, punta a una “approvazione finale, in terza lettura, rapida, se non rapidissima, e cioè entro l’estate” (vuol dire entro l’8 agosto, quando le Camere chiuderanno per le – meritate? – ferie estive dei parlamentari). Chi, della minoranza dem, ha, invece, parlato col vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, ha capito altro, cioè questo: «Renzi ha espresso disponibilità ad aprire sul merito del testo, elettività del Senato diretta o indiretta compresa, ma solo se noi garantiamo alla maggioranza certezza sui tempi e sui successivi passaggi. Quello della Camera, il terzo, che sarebbe del tutto nuovo, e il quarto finale, per garantire che si possa votare per il referendum a giugno del 2015». Quando si voterà anche per le elezioni amministrative (Milano, Torino, Bologna e, forse, anche a Roma…) e Renzi spera di trainare abbinandolo al voto per le città quello sulla riforma. Morale: sarebbe partita una vera trattativa, e in puro stile «metodo Mattarella» (coinvolgere la minoranza per ottenere risultato, detto anche “andare a dama”), tra Renzi e la sempre agguerrita minoranza dem. Anche perché l’alternativa a questo scenario – alternativa che però la Boschi, che resta sulla linea dura –  caldeggia apertamente, con il premier, – sarebbe di andarsi a cercare i voti uno a uno, al Senato, dove la maggioranza viaggia sul filo degli 8-10 (sette quando va male) voti di scarto. Arruolando i verdiniani. Qui, però, i pareri sono discordi: secondo molti fonti interne al Senato, i verdiniani sarebbero pochi se non pochissimi (“due o tre al massimo: lui e Mazzoni, suo fido scudiero toscano…, altri da FI non se ne vanno”, dice un avvelenato senatore ex azzurro) e anche il tentativo di pescare nel gruppo Misto, zeppo di ex grillini, potrebbe rivelarsi un vero boomerang (sugli ex M5S migliore capacità attrattiva sta dimostrando, da mesi, SeL). MA PERCHÉ ACCADE questo ‘cambio’ di passo, da parte del premier e del governo? Un po’ è il «fuoco greco» che cola da Atene: potrebbe bruciare anche nelle aule parlamentari, teme ora il premier. E, al Senato, la sinistra dem ha presentato una fitta serie di proposte di modifica al ddl Boschi: elettività «diretta» dei senatori e nuovo ruolo del Senato cui affidare «più poteri e più di garanzia». In teoria, per Renzi, tutte eresie. La minoranza, però, è forte di 25 senatori «duri, puri e soprattutto non divisibili, come è stato fatto alla Camera», avverte Federico Fornaro, bersaniano doc, «tra buoni e cattivi. Qui, a seconda di come il governo deciderà di accogliere le nostre proposte siamo tutti “buoni” o “cattivi”». Come dire: Renzi scelga: o il Vietnam o la pace, ma noi siamo e restiamo una «compatta falange macedone». Traduzione: non ci facciamo dividere e isolare, stile modello divide et impera. DEL RESTO, il premier e i suoi sono persone pragmatiche e sanno bene che, a palazzo Madama, la maggioranza cammina sul filo del rasoio. E – avverte Paolo Naccarato, senatore ex Ncd ed oggi esponente del gruppo del Gal, nonché “principe esperto” degli Stabilizzatori – «Matteo sa bene che sono preoccupato e gliel’ho anche detto. Questa riforma del Senato non piace a nessuno, qui dentro, a palazzo Madama: va cambiata. Perché è vero che nessuna opposizione può mandare a casa il governo, al Senato, arrivando a quota 161 voti (il plenum del quorum, dentro il Senato, ndr.) e che abbiamo sempre garantito la tenuta della maggioranza, qui dentro – avverte Naccarato – ma Renzi sa che, ora che siamo davvero a un passo da un risultato storico, il superamento del bicameralismo perfetto, non possiamo mancarlo perché qualche “maestrino” (leggi: la Boschi, ndr.) non vuol cambiare il suo ddl o non possiamo aspettare un paio di mesi in più. Posso garantire che, trovando un accordo ampio, si andrà a votare per il referendum istituzionale consultivo quando e come Renzi ha previsto, cioè a giugno del 2016». Stesso ragionamento di Fornaro. Vietcong e “stabilizzatori”, qui la pensano allo stesso modo. NB. Questo articolo è stato pubblicato il 6 luglio 2015 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale

#Renzi tratta sulla# scuola: intesa con la minoranza a un passo, poi voto di fiducia sul maxi-emendamento, dove verranno accolte alcune richieste della sinistra #Pd. Solo Tocci e Mineo, oltre grillini e Sel, restano sulle barricate.

Il presidente del Senato, Pietro Grasso.

Il presidente del Senato, Pietro Grasso.

ROMA – «FARANNO due-tre modifiche, quelle che diversi importanti soggetti, istituzionali e sociali, chiedono. Poi ci sarà la fiducia su un testo blindato che tale resterà pure alla Camera per il voto finale (dove deve arrivare entro il I luglio se si vuole evitare il blocco del turn over, ndr.)». L’antica sapienza del senatore Paolo Naccarato (ex Tremonti, ex Ncd, ora Gal) aiuta a districarsi nel tormentone del giorno: passerà il ddl scuola al Senato? Sì.

Oggi riprenderà l’esame del ddl in commissione Cultura e il minuetto tra maggioranza e opposizione sui 2mila e rotti emendamenti in discussione rischia di incanaglirla. Come pure i rapporti, tesi allo spasimo, tra Renzi e Grasso. Il presidente del Senato vorrebbe imporre anche un passaggio in commissione Bilancio, quella presieduta dal ciclopico e rinviato a giudizio Azzollini, essendo il ddl scuola una legge di spesa. Inoltre, Grasso – che ormai i renziani detestano – non vuole che il governo metta la fiducia, ma la questione di fiducia verrà posta e, entro giovedì, il testo arriverà blindato per l’Aula.

Ci sarà il famoso Vietnam che la sinistra dem (22-25 senatori, se in formazione completa) un giorno sì e l’altro pure minaccia, al Senato? In parte sì, a sentire le dichiarazioni di vietcong avvezzi a ogni guerriglia. «La fiducia sarebbe un abuso e una dichiarazione di guerra», bombarda Corradino Mineo. «Il governo usa la clava delle assunzioni dei precari per compiere scelte dannose», attacca Walter Tocci. In parte no, a sentire i bersaniani doc. «La fiducia è l’atomica, non mi piace si usi ogni volta», dice il senatore Federico Fornaro, «ma la mia formazione politica non è di chi nega la fiducia al governo con leggerezza. Spero e credo che si troverà una mediazione, anche perché, sulla scuola, noi veniamo apprezzati dalla gente e non possiamo più perdere la faccia».

Alla mediazione con il governo lavora, sul lato minoranza, un altro bersaniano (ex ideologo del Bersani-pensiero, peraltro), Miguel Gotor. Chiede molte cose, e tutte molto tecniche, Gotor (fondo di perequazione per le scuole svantaggiate, rispetto delle graduatorie nell’organico comune e di sostegno, da potenziare, etc.), ma la sostanza è politica: «Se Renzi cede su alcuni punti, abbastanza sostanziali, è fatta».

MA lo stesso premier che ieri avvertiva tutti, facendo un po’ di classica guerra psicologica («se il ddl non passa, non ci saranno le 100 mila assunzioni che si faranno con il turn over»), cederà davvero alla sua odiata minoranza? È incredibile, ma stavolta può succedere. «Non c’è aria di Vietnam», confermano renziani saggi come il senatore lucano Salvatore Margiotta, «l’accordo nel Pd è davvero a un passo». Certo, i senatori dem renziani a palazzo Madama mettono le mani avanti: «Tocci e Mineo sono variabili impazzite, potrebbero votare no alla fiducia e qualcun altro di loro uscire dall’Aula, ma i numeri ci sono, il ddl passerà».

E se grillini e Sel sono già sulle barricate («Renzi ricatta il Parlamento», urla Vendola), «molti azzurri e di altri gruppi minori», racconta sempre Naccarato, «nei prossimi giorni scopriranno di avere improrogabili impegni». Anche perché la legislatura proprio non la vuole far cadere nessuno. Certo, fino alla fine non si può mai sapere cosa succederà. Come recitava l’antico brocardo latino, infatti, senatores boni viri, Senatus mala bestia.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 24 giugno 2015 a pagina 14 del Quotidiano Nazionale.