Il Rosatellum è legge. Al Senato passano cinque fiducie e il voto finale. Verdiniani e dissidenti dem aiutano a mantenere il numero legale

verdini

Il senatore Denis Verdini, fondatore di Ala

Questa mattina il Rosatellum è diventato legge con il voto finale sul provvedimento, che si è tenuto a scrutinio palese e con votazione elettronica (non nominale), del Rosatellum. Nel voto finale la maggioranza di governo più FI e Lega e altri gruppi minori di centrodestra ha ottenuto 214 voti, i contrari sono stati 61 (M5S-Mdp-SI-singoli del gruppo Misto), due sono stati gli astenuti. Presenti al voto 278, votanti 277, maggioranza fissata a 139, quorum ai fini del numero legale 154. Ora, il testo del Rosatellum passerà alla firma del Capo dello Stato e poi alla pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale. La delega al governo per disegnare i collegi sarà di trenta giorni. A fine seduta, dopo la conferenza dei capigruppo che ha stabilito il calendario della legge di bilancio che arriverà al Senato a partire dal prossimo 31 ottobre, il presidente del Senato Pietro Grasso ha annunciato di lasciare il gruppo del Pd per iscriversi al gruppo Misto.

Per approfondimenti sul Rosatellum potete consultare articoli precedenti di questo blog che lo spiegano o consultare il blog del professore Stefano Ceccanti.

Ettore Maria Colombo – ROMA

Giorgio Napolitano che attacca, pur senza mai nominarlo, Renzi e le “indebite pressioni” subite da Gentiloni per la richiesta ‘forzata’ di far passare la legge elettorale con la fiducia. I grillini che insultano e provano a mettere (fisicamente) le mani addosso al segretario d’Aula del Pd, il mite Francesco Russo. Solo perché Russo dice loro “siete indegni di fare i senatori ” quando li vede sfilare per votare con la testa coperta dalle bende, ma soprattutto perché Giarrusso fa “il gesto dell’ombrello” a Verdini e ai dem. La sinistra a sinistra del Pd che da Guerra (Mdp) alla De Petris (SI) urla contro “la nuova legge truffa” e “l’inciucio con Verdini”. I dem, assai dimessi, che si preparano a una incerta campagna elettorale in cui temono di perdere in gran parte dei collegi. E il centrodestra che, compreso che il Rosatellum gli conviene, nota Quaglieriello, “assiste a tutta la scena con nobile sussiego…”. Le vibranti proteste, cui partecipa l’intero stato maggiore dei 5Stelle, Beppe Grillo in testa, fuori dal palazzo, a piazza del Pantheon. Lì il leader e i suoi si bendano urlando “Hanno paura di noi!”, i fischi piovono per Mattarella, Grasso e Boldrini e la senatrice Paola Taverna inveisce: “Mussolini era un pivello! Questa è dittatura!”. E Di Battista ‘avverte’, in stile mafioso, Mattarella “Non firmare!” perché “già si è sbagliato una volta a firma una legge elettorale incostituzionale e deve stare ben attento a non firmare anche questa!”. Ecco cosa resta, sul taccuino, di una giornata per nulla campale. Dopo l’esame delle ben cinque fiducie apposte ieri dal governo, oggi il voto finale sul testo sarà a scrutinio palese, cioè blindato: insieme alla maggioranza di governo voteranno anche FI e Lega.

Certo, ieri qualche patema si è vissuto e alcuni scontri fisici pure. Il problema, assai complesso da spiegare, è stato il numero legale. Le opposizioni hanno cercato di farlo mancare a ogni prima ‘chiama’ e su ognuna delle 5 fiducie, per poi rientrare alla seconda, appena si accorgevano che, invece, la maggioranza lo agguantava. Ma il leit motiv di M5S, Mdp e SI all’esterno è uno solo e fa titolo: “La maggioranza si regge solo con i voti di Verdini! Senza i loro 13 senatori e qualche ‘fantasma’ del Pd non hanno i numeri!”. Vero o falso? Dipende. Il regolamento del Senato permette di contare, al momento del voto, anche coloro che si astengono ‘dal voto’ ma che sono presenti alla votazione, aiutando a ‘formare’ il numero legale. E così, con un numero legale che ballava sempre intorno a quota 143, si scopre che in realtà solo una volta, sulla terza fiducia, la maggioranza si è retta grazie ai voti di Ala mentre gli otto senatori dem (4 dissidenti e 4 eletti all’estero) che Mdp ha già bollato come ‘i fantasmi’ non votavano né sì né no, ma aiutavano a fare numero. Bollettino finale: di media 220 i presenti, 210 i votanti, 150 i favorevoli, una sessantina i contrari, ma con i 13 verdiniani che votavano sempre con la maggioranza. Verdini, in bretelle, se la gode: riceve applausi di scherno, ride e i suoi gonfiano il petto: “E’ la sua legge!”. Certo è che, sulla manovra, senza più i 16 senatori di Mdp, per governo e maggioranza il suo aiuto diventerà vitale.

Rispettato, ma non più amato, dal Pd e applaudito solo a sinistra è stato l’intervento di Napolitano. ‘Re Giorgio’ prende la parola alle 12, il silenzio che lo circonda è tombale, ha una lente per leggere. Dice, in buona sostanza, che “il Mattarellum era molto più coerente”, “la fiducia poteva non esserci”, ma che, appunto, “Gentiloni, cui va tutta la mia stima, ha subito indebite pressioni”. “Da chi?!” urlano i 5Stelle, ma tutti hanno capito bene: da Renzi. Alla fine, però, Napolitano, che ieri non si è presentato a votare nessuna delle cinque fiducie, dirà sì al testo finale. Legna da ardere, certo, dopo la ‘tenda’ di Prodi infilata nello zaino, Enrico Letta che medita vendetta da pariggi (dove oggi Renzi vedrà Macron), Pisapia che non vuole allearsi col Pd e le elezioni siciliane vicine. Il senatore Ugo Sposetti, intimo di Napolitano, cui regge i fogli, e tenutario dell’eredità immobiliare del Pci-Pds-Ds, profetizza: “Vi ricordate quando si diceva ‘tutti tranne la Raggi’? Dateci ancora tempo e vedrete che partirà il ‘tutti contro Renzi’, la nostra ora X”. In attesa che arrivi la ‘rivoluzione’, tuttavia, il Rosatellum è legge.

NB: L’articolo è pubblicato il 26 ottobre 2017 a pag 6 del Quotidiano Nazionale

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Legge elettorale al Senato, tumulti in Aula sulla questione di fiducia. La De Petris occupa lo scranno di Grasso, 5Stelle bendati

Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Vergogna! “. “Siete come Mussolini! “. “Fate schifo!”. La democrazia, secondo la vulgata delle opposizioni, “è morta” ieri, in un freddo martedì di ottobre. A officiare il funerale la ministra ai Rapporti col Parlamento, Anna Finocchiaro: è lei che pone “la questione di fiducia” sul Rosatellum. Luogo del delitto, l’aula di palazzo Madama, sede del Senato. Autori del misfatto il governo Gentiloni – che secondo una nota dei senatori di Mdp Guerra, Fornaro e Pegorer “è uguale a Mussolini” (seguono vivaci proteste dei senatori dem, indignati dal paragone storico) – i partiti che hanno scritto il Rosatellum e, soprattutto, il Pd di Renzi. Complici del delitto, il presidente del Senato, Grasso – che ieri ha diretto l’Aula in modo impeccabile – e pure Mattarella. E proprio al Colle, ieri, sono saliti i gruppi di Camera e Senato di Mdp per annunciare a Mattarella, formalmente, che “Mdp è uscita dalla maggioranza” (facile e immediata l’ironia del democrat Roberto Giachetti: “Ma quante volte escono questi?”).

I voti di fiducia che affronterà l’Aula oggi, a partire dal primo pomeriggio, dopo la discussione generale (iniziata già ieri), saranno cinque, posti su sei articoli della legge (sul sesto non serve) mentre il voto finale arriverà solo giovedì. Di mattina e con la diretta tv, chiesta e pretesa dai 5 Stelle. Ma il voto finale sarà palese. Vuol dire che mentre solo i partiti di maggioranza (Pd-Ap-Psi-Autonomie) voteranno la fiducia, sul voto finale arriverà il lesto soccorso di Lega e FI. E lì problemi non ve ne saranno: i verdiniani come altri gruppi minori di centrodestra garantiranno il numero legale, mettendo in missione o in congedo alcuni dei loro senatori. Infatti, se per votare una legge come quella elettorale, non serve il plenum del quorum dell’assemblea (161 voti), ma basta la maggioranza dei presenti, in Aula va comunque garantito il numero legale. Ecco il perché del soccorso ‘azzurro’. Infatti il capogruppo di FI, Romani, calma gli animi: “vedrete, il numero legale ci sarà” mentre il verdiniano Barani assicura: “Questa è la legge che voleva Denis, il nostro voto non mancherà di certo, noi ci siamo!”. Né impensieriscono i voti in dissenso di cinque senatori dem capitanati da Chiti più Tocci, Mucchetti, Micheloni e, forse, di altri quattro eletti all’Estero, tra cui Micheloni e altri eletti sempre in quota democrat. Insomma, il Rosatellum passerà.

Il presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano, parlerà oggi, in sede di discussione generale. Il suo intervento, di certo sarà assai critico (e forse anche duro) sul merito del Rosatellum, non si trasformerà, però, in voto contrario: voterà, cioè, la fiducia. O almeno così il capogruppo dem, Zanda, si è assicurato con lui.

Che altro dire? Che la gente chiamata a protestare fuori dal Senato per “la morte della democrazia” era assai pochina e che urgeva, dunque, inventarsi qualcosa. Le vivaci e colorite proteste dei senatori pentastellati Crimi, Endrizzi, Taverna, a colpi di cartelli e occhi bendati? Scene già viste e, quindi, ripetitive. E così ecco arrivare il coup de theatre. Loredana De Petris, capogruppo dei senatori di Sinistra italiana, si catapulta sull’alto scranno di Grasso e lo occupa manu militari. I commessi intervengono, ma troppo tardi, e lei non si muove dai banchi della presidenza dove resta assisa per ore. Poi i grillini, privi di fantasia, provano a loro volta occupare i banchi del governo, respinti dal sottosegretario alle Riforme Luciano Pizzetti. Verranno tutti rimossi, ma urlando “Il Senato non esisteeee!!!”. Cosa, in effetti, vera. Il Senato, si sa, è noioso.

NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 25 ottobre 2017 pag 6

 

Caso Visco. Mattarella, Gentiloni, mezzo governo e mezzo Pd: “Tutti contro Renzi”

NB: sull’attacco al governatore di BankItalia Ignazio Visco da parte del Pd con la mozione parlamentare di lunedì scorso sul @quotidiano.net si può leggere intervista a Matteo Renzi firmata da @davidenitrosi caporedattore del Politico del Quotidiano Nazionale (L’intervista di QN l leader del Pd Matteo Renzi 

http://www.quotidiano.net/economia/renzi-bankitalia-1.3473852). Sullo stesso sito, le reazioni degli altri protagonisti della vicenda, a partire dalla smentita di Gentiloni. 


Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

1. Caso mozione Pd contro il governatore di BankItalia Visco. Tutti contro Renzi: mezzo governo e mezzo Pd parlano di “atti inaccettabili” 

Ettore Maria Colombo – ROMA

 

Mattarella e Napolitano, presidente in carica e presidente emerito. Mezzo governo, da Padoan (“Non ci posso credere”) a Calenda (“Non parlo per carità di patria”), senza dimenticare Franceschini che ribolle e si macera, seppure in silenzio. Mezzo partito: non solo la minoranza interna (Orlando, Cuperlo, etc.), ma pure pezzi di maggioranza dem ‘non renziana’. Il capogruppo dem al Senato, Luigi Zanda, uomo delle istituzioni, è furibondo.  E il premier Gentiloni, nonostante il silenzio glaciale, anche. 

 

Tutte le opposizioni che lo attaccano come l’intera sinistra (Pisapia, Mdp con Bersani particolarmente duro). Walter Veltroni che stigmatizza e Prodi che basta immaginarselo. Tutti schierati contro il leader dem per la sua messa in discussione del ruolo e del futuro, in scadenza, del governatore di BankItalia, Ignazio Visco. Ieri difeso da tutti, da Casini a Gianni Letta e oltre. E’ partito un gioco ormai classico, quello del “tutti contro Renzi”, gioco che al leader dem è costato molto, nel recente passato. La sconfitta al referendum istituzionale del 4 dicembre, tanto per dire.

 

Il giorno dopo, immancabile, parte la geremiade dei timorosi. “Matteo, ma chi te l’ha fatto fare? Così abbiamo messo tutto il mondo istituzionale, politico, bancario e finanziario contro il Pd!”. Esponenti dem di alto grado e lignaggio sono “sconcertati”, se non profondamente “irritati”. Stile Mattarella di ieri, per capirsi. Insomma, il ‘Renzi solo contro tutti’, sul caso Visco, “non ci aiuta – dicono al Nazareno come nei ministeri presidiati da big del Pd – “anzi ci rende molto più difficile proporci come forza di governo”. E la considerazione dei renziani ortodossi (Boschi, Lotti, Bonifazi: il ‘giglio magico’, insomma) che “solo così strapperemo sempre più armi elettorali ai grillini e ai sovranisti” non consola i big dem.

 

Inoltre, a spargere sale sulle ferite, c’è un altro dato: la mozione del Pd, quella “prima versione”, dai toni ancora più duri, era conosciuta solo nel giro più stretto del renzismo. Mezzo governo ne era all’oscuro – tranne la sottosegretaria Boschi, che l’avrebbe ‘dettata’ alla sua fedelissima e prima firmataria della mozione parlamentare dem, Silvia Fregolent,  tre quarti di Pd pure. Della tempesta perfetta che stava per scatenarsi sapevano in tre: Renzi, il “giglio magico” in quanto tale (Lotti, Bonifazi, Richetti), ormai da tempo un’entità a sé, e il capogruppo Pd alla Camera Rosato, forse il vice Guerini. La ministra ai Rapporti al Parlamento, Anna Finocchiaro, è “furibonda” perché – dice lei, ma il giorno dopo – “non sapevo nulla”, la presidente della Camera, Laura Boldrini, cade a sua volta dalle nuvole (ma le mozioni passano tutte sulla sua scrivania, prima di essere discusse, qualcosa doveva sapere), l’ufficio di presidenza del gruppo dem alla Camera non c’era o, se c’era, dormiva e un deputato dem, il romano Miccoli, raggiunge l’apoteosi del tartufismo politico e vince il premio faccia di bronzo dicendo che “ho votato una cosa che non ho capito, chiedo scusa a tutti”.

 

In ogni caso, le reazioni di rigetto sono proporzionate alla gravità dell’atto. Veltroni è glaciale: la mozione Pd è “incomprensibile e ingiustificabile”. Poi, in Transatlantico, il suo braccio destro, Walter Verini, spiega “Veltroni parla per difendere l’istituzione di BankItalia”, ma le parole di Veltroni feriscono, e molto, Renzi. Napolitano parla di “cose deplorevoli”. Zanda, che ieri ha parlato fitto fitto con Gentiloni per venti minuti, nell’aula del Senato, scudiscia: “Mozioni così meglio non farne”. L’area del ministro Orlando, tramite il suo portavoce, Andrea Martella, chiede la convocazione dell’assemblea del gruppo “perché bisogna fare chiarezza su un percorso non lineare”, ma i buoi sono scappati e fare un’assemblea a posteriori su un voto già dato suona, francamente, abbastanza ridicolo.

 

Chi resta a difendere il soldato Renzi in pubblico? Il renzianissimo senatore dem Andrea Marcucci e pochissimi altri (tipo Rosato). Parla, però, il presidente del partito, e leader dei Giovani turchi, Orfini: “La mozione l’ho condivisa e l’abbiamo limata con il governo. Comunque, certe reazioni mi sorprendono: solo il Papa è infallibile per chi crede e Visco non è il Papa” sibila. Già, peccato che, da ieri, Visco in Italia sia diventato più intoccabile del Papa.

NB: L’articolo è uscito sul Quotidiano Nazionale a pagina 2 del 19 ottobre 2017. 


mattarella

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

2. L’irritazione e lo sconcerto del Quirinale per l’attacco di Renzi e del Pd a Visco. 

Non ne sapevamo nulla. Abbiamo letto della mozione del Pd sulle agenzie”. Clic. Dire che il Capo dello Stato è “sconcertato” e “irritato” per l’attacco a freddo, e del tutto imprevisto, che il Pd ha portato al governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, è dire poco.
Eppure, Mattarella ha ‘coperto’ il Pd, sulla nuova legge elettorale. Al prezzo di dover subire una campagna – pressante, fastidiosa e peraltro solo agli inizi – contro il Rosatellum delle opposizioni. Le quali giudicano “incostituzionale” la nuova legge e che, presto, andranno a manifestare la loro contrarietà proprio sotto il Colle al grido di
“Mattarella non la firmare!”. Morale: un atto di stupidità unito a un atto di scorrettezza è, per il Colle, davvero inaccettabile.

Certo, il governo Gentiloni ha provato – e, in parte, è riuscito – a ammorbidire la mozione presentata dai dem su richiesta di Renzi, ma è dal Presidente della Repubblica che arriva l’altolà più deciso. “Le prese di posizione riguardanti la Banca d’Italia – spiega il Quirinale in una nota concessa, in esclusiva, all’agenzia Reuters, agenzia di stampa estera, tanto per stare a significare quanto al Colle ritengano grave la mossa del Pd per le sue possibili ripercussioni sui mercati italiani e, soprattutto, internazionali – devono essere ispirate ad esclusivi criteri di salvaguardia dell’autonomia e dell’indipendenza
dell’Istituto nell’interesse della situazione economica del nostro Paese e della tutela del risparmio degli italiani e che a questi principi si deve attenere l’azione di tutti gli organi della Repubblica, ciascuno nel rispetto del proprio ruolo”. Insomma, tradotto dal ‘quirinalese’, il Colle, nella precisa persona di Mattarella, è “sconcertato e irritato”.

Fuori dall’ufficialità del comunicato, per quanto duro esso sia, ambienti vicini al Capo dello Stato spiegano così la sua irritazione: “Uno. La mossa del Pd è una scorrettezza istituzionale. La nomina di Visco non passa dal Parlamento e la mozione è solo una non richiesta e inutile invasione di campo. Due, arriva nel momento sbagliato perché –
spiegano le stesse fonti – proprio in queste ore, giorni e mesi abbiamo un contenzioso aperto, e molto difficile, con la Ue, in particolare sul delicato tema dei crediti deteriorati.  Terzo – e qui la fonte del Colle si fa quasi amara – se qualcuno pensava di convincere Visco a non restare al suo posto, e in fondo lui stesso aveva fatto capire che non avrebbe fatto le barricate, ora è impossibile rimuoverlo. Visco resta dov’è. Bravi, bel risultato”.

L’altro, paradossale, risultato è che la querelle tra Pd e BankItalia è scoppiata ieri mentre Renzi era in viaggio per la prima tappa del suo viaggio per l’Italia. Il leader dem prima si è limitato a dire “per me parla Richetti” , ma il portavoce della segreteria dem è stato
altrettanto duro e via così: per l’eterogenesi dei fini, lo scontro tra Pd e BankItalia ha coperto, mediaticamente, tutti i temi del treno di Renzi. Oltre, appunto, a far “irritare”,  e molto, il Colle.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pag. 3 del Quotidiano Nazionale il 18 ottobre 2017

Legge elettorale, il retroscena. Il triangolo Renzi-Gentiloni-Mattarella ha funzionato come un metronomo

mattarella

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

Ettore Maria Colombo – Roma

“Siete sicuri? Siete davvero convinti? Bene, non sarò certo io a mettermi di traverso”. La telefonata del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, arriva a metà mattina al premier, Paolo Gentiloni, che risponde convinto: “sì Presidente, sulla legge elettorale mettiamo la fiducia”. A Gentiloni, invece, poche ore prima, verso le dieci, era arrivata la telefonata del capogruppo del Pd alla Camera, Ettore Rosato: il padre del Rosatellum 2.0, che del suo cognome porta il nome, aveva appena finito di illustrare ai partner della maggioranza di governo “l’assoluta necessità” di porre la fiducia “altrimenti tra emendamenti, voti segreti, franchi tiratori, rischiamo che salti tutto”. Rosato chiede, Gentiloni conviene, l’ok di Mattarella c’è. E quello di Renzi? Ovviamente. Il leader dem preferisce non comparire nella trama della giornata e mantiene il low profile, ma li incita (Rosato, Gentiloni): “Questo è l’ultimo treno che passa – spiega loro – per evitare di votare con i due moncherini del Consultellum. Facciamo di tutto per non perderlo”. Fiducia dunque è e fiducia, oggi, sarà, anche se la voteranno solo i partiti che fanno parte della maggioranza di governo (Pd-Ap-Civici e Innovatori-Popolari Demos-Psi-Autonomie-altri pezzi del gruppo Misto) e non la maggioranza che ha dato vita al ‘patto a 4’ (Pd-Ap-FI-Lega) sul Rosatellum. perché Lega e FI, pur d’accordo con il Pd che venga messa, si limiteranno ad astenersi (o, forse, a uscire dall’Aula) ma voteranno, poi, il provvedimento finale.

Ma la scelta di mettere la fiducia non solo è frutto di una perfetta triangolazione tra Renzi, Gentiloni e Mattarella, ma è precedente a ieri: va retrodatata almeno al 19 settembre, quando il Rosatellum era ancora in commissione. Renzi è convinto che “senza fiducia la legge elettorale non passa”. Gentiloni, di fronte alla richiesta, non si mostra né restio né recalcitrante. Solo Mattarella continua a ripetere agli altri due suoi interlocutori: “Ci avete pensato bene?”. Poi, lunedì, davanti agli 200 emendamenti delle opposizioni (160 sarebbero stati a voto segreto) Pd e governo tirano le somme. E così Rosato alza il telefono, chiama il premier e fa la richiesta.

Gentiloni riunisce a spron battuto il cdm: i presenti – tranne il Orlando, che si dice “assai perplesso” – sono tutti già convinti, Martina perora la causa e il ministro Minniti parla secco di “dovere istituzionale” chiudendo di fatto ogni discussione. La fiducia è così autorizzata, la Finocchiaro va in Aula e la pone. La vulgata che vuole Gentiloni perplesso o tentennante è falsa: “Quando insediò il suo governo – spiegano i suoi – disse che il governo non sarebbe stato attore protagonista, sul tema, ma anche che avrebbe ‘accompagnato e facilitato’ il percorso di una legge. Senza una legge nuova, il governo dovrebbe lo stesso intervenire, e per di più con un decreto, per armonizzare il Consultellum. La maggioranza ci ha chiesto un atto di responsabilità – continuano da palazzo Chigi – il Colle ha avallato, noi l’abbiamo fatto”. Ma è il Colle, appunto, la chiave di volta dell’operazione fiducia. Mattarella fa sapere, tramite una nota ufficiosa del Quirinale, che “il Presidente non interviene né sul merito del testo né sull’ipotesi del voto di fiducia, che attiene al rapporto Parlamento e governo”, ma la nota sottolinea che “l’adozione di una legge elettorale largamente condivisa” è sempre stata una delle priorità del Colle. E questa, fanno notare dal Quirinale come da palazzo Chigi, lo è: ha l’avallo di FI e Lega che non voteranno la fiducia, ma il testo finale sì, e che hanno chiesto, a loro volta, di mettere la fiducia. “L’ultimo treno” dicono all’unisono Renzi, Gentiloni e Mattarella.

Resta da dire di un ex presidente della Repubblica, ora emerito, Giorgio Napolitano: nel sostenere, proprio ieri, con una nota diramata, guarda caso, ieri mattina, che “bisogna cancellare” dal Rosatellum “l’indicazione del capo politico” nella “compilazione delle liste elettorali” perché “è incompatibile con i nostri equilibri costituzionali”. Inoltre, Napolitano chiede “il più largo consenso” sulla legge elettorale e “si riserva” di valutarla e votarla quando il testo arriverà al Senato. Ma al di là del fatto che “l’indicazione del capo politico” era contenuta già sia nel Porcellum (approvato da Napolitano) che nell’Italicum (e mai Napolitano eccepì su tale norma), “viene il sospetto – fanno notare amari e con malizia diversi renziani di alto rango – che sia mosso solo dal volere attaccare tutti insieme, Renzi, Gentiloni e, soprattutto, Mattarella”, il quale – a differenza dell’ipotesi ventilata da Napolitano – non avrà nulla da eccepire, sul Rosatellum, quando e se arriverà sul suo tavolo per la firma.

Cosa succederà, una volta che (e se) il Rosatellum sarà passato alla Camera? Il Pd e il governo hanno intenzione di andare a spron battuto anche al Senato: dal 19 ottobre il testo potrebbe già arrivare in Commissione Affari costituzionali e, dal 23 ottobre, arrivare in Aula, dove – a causa della sicuramente enorme mole di emendamenti che saranno presentati dalle opposizioni – verrà probabilmente anche qui messa la fiducia. In teoria non servirebbe, perché al Senato i voti segreti, in materia di legge elettorale, non sono ammessi, ma non si sa mai. Meglio ‘blindare’ il Rosatellum. E votarlo in via definitiva al Senato, senza toccare un solo articolo pena ‘navetta’ con la Camera, prima che, il 5 novembre, si svolgano le elezioni regionali in Sicilia. E anche su questo punto e tale timing il trinagolo Renzi-Gentiloni-Mattarella è stato perfetto.

NB: L’articolo è stato pubblicato l’11 ottobre 2017 a pagina 6/7 del Quotidiano Nazionale

Speciale primarie. Quando sono nate, la loro storia travagliate, regole e numeri. Più tre scenari possibili sui tre sfidanti

  1. La storia delle primarie dalla nascita (2005) con Prodi a tutte quelle del Pd

Ettore Maria Colombo – ROMA

renzi emiliano orlando

I tre sfidanti alle primarie Pd: Renzi, Emiliano, Orlando

Oggi si terranno, per la quarta volta, le primarie del Pd mentre per due volte le primarie furono di coalizione. La polemica più forte, data per scontata la rielezione di Renzi, riguarda l’affluenza. Per Renzi “un milione è già una festa” mentre per i suoi avversari, Orlando ed Emiliano, “sotto i due milioni di votanti” le primarie saranno un flop.

Ma come si faceva quando le primarie non esistevano? I partiti avevano dei segretari forti e il partito più forte, il Pci-Pds-Ds, decideva chi doveva fare il candidato premier. Dopo la fallimentare esperienza del Polo Progressista del 1994 che non prevedeva l’indicazione di un vero capo coalizione (Occhetto, segretario del Pds, non lo era), D’Alema, allora segretario del Pds, disse a Romano Prodi, quando nacque il primo Ulivo (1995), poi al governo (1996-’98) , “il nostro partito ti conferisce la sua forza”. Insomma, il re investiva l’imperatore, ma a comandare restavano i vari ‘re’ e l’imperatore era solo un primum inter pares. La scelta di voler introdurre le primarie ricade, perciò, tutta su Romano Prodi. Il Professore, richiamato in Italia per guidare di nuovo il centro-sinistra, dopo l’esperienza del primo Ulivo (1996-’98), voleva una piena consacrazione popolare che lo liberasse dal giogo dei partiti. Il Professore in seconda, Arturo Parisi, ideologo dell’Ulivo, studiò forma e struttura delle primarie, sulla base dell’esperienza Usa.

Si tennero il 16 ottobre 2005, le prime primarie, e furono primarie di coalizione. Furono 4 milioni i votanti (4.311.000 per la precisione) e Prodi vinse a mani basse con 3.182.000 voti (74,1%), secondo Bertinotti (Prc), terzo Mastella (Udeur). Ma la coalizione dell’Unione che si era coagulata proprio attorno a Prodi, dopo aver vinto, di poco, le Politiche del 2006, nel 2008 era già caduta e Prodi con essa. Nel frattempo, era nato il Pd, fusione di Ds e Margherita. Walter Veltroni volle legittimarsi a sua volta con il bagno di popolo. Il 14 ottobre 2007 ecco le prime primarie di partito. Votarono i 3 554 169 elettori, ma non ci fu partita: Veltroni trionfò con 2.694.000 voti (75%) seguito, a larga distanza, da Rosy Bindi ed Enrico Letta. Solo che Veltroni, dopo aver perso le elezioni politiche del 2008, contro il sempieterno Berlusconi, si dimise nel 2009 (per aver perso le elezioni in… Sardegna) e nel Pd iniziò un lungo periodo di ‘torbidi’. Dopo una breve reggenza affidata al vicesegretario Dario Franceschini, il 25 ottobre 2009 si tennero nuove primarie sempre di partito. Sempre tanti gli elettori (3.102.709), sempre tre i candidati: Pier Luigi Bersani, alfiere della ex-Ditta, che però D’Alema non voleva si candidasse, vinse con 1.623.239 voti (53%), seguito da Franceschini (34%) e Ignazio Marino (12%).

La presa di Bersani sul partito sembrava di ferro, ma nel frattempo il governo Berlusconi era caduto (2011), il governo Monti ‘lacrime e sangue’, nato per volontà di Napolitano, era appoggiato dal Pd che si logorò con esso. Nel frattempo, era nata la stella di Matteo Renzi, allora sindaco di Firenze, che lanciò a Bersani il guanto di sfida. Bersani, con un atto non dovuto (per Statuto la carica di segretario e candidato premier coincidono), accettò di svolgere nuove primarie, stavolta di coalizione, in vista delle Politiche del 2013. I turni, per la prima volta, furono due. Il primo si svolse il 25 novembre 2012: 3.110.210 gli elettori e cinque i candidati. Pier Luigi Bersani arrivò primo con 1.395.096 voti (44.9%), Matteo Renzi, secondo con 1.104.958 voti (35,5%). Seguivano Nichi Vendola (leader di Sel, 15,6%), Laura Puppato (Pd, 2,6%) e Bruno Tabacci (Centro democratico, 1,4%). Il ballottaggio si tenne il 2 dicembre 2012 e vi parteciparono ben 2.802.382 elettori. Dopo settimane di polemiche al calor bianco, Vinse Bersani con 1.706.457 voti (69,1%) contro i 1.095.925 voti (39%) di Renzi, che riconobbe la sconfitta e appoggiò Bersani che formò, in vista delle Politiche del 2013, la coalizione ‘Italia Bene Comune’ (Pd-Sel-Cd).

Ma quella di Bersani fu una vittoria ‘di Pirro’ cui seguì, a febbraio 2013, la ‘non vittoria’ alle Politiche, la mancata elezione Prodi (il ‘complotto dei 101’) a Capo dello Stato, la rielezione di Napolitano e la nascita di un nuovo governo di larghe intese, stavolta guidato da Enrico Letta. Le dimissioni di Bersani e la breve reggenza affidata a Guglielmo Epifani furono il preludio alle nuove primarie dell’8 dicembre 2013. Parteciparono 2 814 881 elettori e tre candidati: Matteo Renzi, che stavolta stravinse con il 67,55% (pari a 1.895.332 voti) contro Gianni Cuperlo (18%) e Pippo Civati (14,2%). Con Renzi nuovo segretario del Pd, l’esperienza del governo Letta finì subito, a febbraio 2014. Il governo Renzi durò due anni, fino a quando Renzi volle e perse (male) il referendum costituzionale del 4 dicembre. Il giorno dopo Renzi si dimise e nacque il governo Gentiloni. Il Pd – dopo una lunga discussione al suo interno – diede il via a nuove primarie, ma nel frattempo subì anche una dolorosa scissione, quella di Art. 1 – Mdp. Oggi si saprà chi sarà il nuovo leader del Pd nonché il candidato premier alle Politiche.
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2. Tante elezioni primarie e in diversi partiti, mai nessuna legge per regolarle. 

Le primarie, in Italia, non sono regolamentate per legge, ma in Toscana e in Calabria sono stati fatte due leggi regionali per indirle. Le primarie sono state di due tipi, di partito e di coalizione, e si sono sempre effettuate nel campo di Pd e centrosinistra, che le ha organizzate due volte (2005 e 2012) per scegliere il leader della sua coalizione, tre volte (2007, 2009, 2013) per scegliere il segretario del Pd e più volte per determinare il candidato a presidente di Regione, sindaco o altri ruoli (i casi più eclatanti, discussi e problematici sono state, per ben due volte, le primarie per scegliere il candidato sindaco a Napoli, con tanto di annullamento in un caso – 2011 – e forti polemiche nel 2016), ma anche le primarie a Genova e a Roma, sono state investite da polemiche, sospetti, accuse di brogli di ogni tipo). Forza Italia aveva elaborato un regolamento per le primarie (estensore Laura Ravetto), ma non lo ha mai messo in atto. La Lega – che ha tenuto primarie riservate solo ai propri iscritti nel 2013 per scegliere il proprio segretario federale – e Fd’It chiedono da tempo di fare le primarie per scegliere il candidato del centrodestra, ma Forza Italia si oppone. L’M5S tiene le sue elezioni (quirinarie, parlamentarie, etc.) via web filtrando gli iscritti e aderenti con pre-registrazioni.


3. Numeri, cifre e date delle primarie dal 2005 a oggi. 

La prima volta le primarie si fecero per scegliere la guida dell’Unione alle Politiche del 2006. Si votò il 16 ottobre 2005: 4.311.000 furono gli elettori in 9.816 seggi. Sette i candidati: Romano Prodi (Ulivo), Fausto Bertinotti (Prc), Antonio Di Pietro (Idv), Clemente Mastella (Udeur), Alfonso Pecoraro Scanio (Verdi) e due indipendenti (Simona Panzino, area no-global, e Ivan Scalfarotto). Prodi vinse con 3.182.000 voti (74,1%), seguito a larga distanza da Bertinotti (14,7%), Mastella (4,6%), Di Pietro (3,3%).

Nel 2007, il 14 ottobre, le prime primarie del Pd videro votare 3 554 169 elettori in 11.204 seggi. Quattro i candidati: Walter Veltroni, Rosy Bindi, Enrico Letta e Pier Giorgio Gawronski. Veltroni con 2.694.721 voti (75,8%), seguito da Bindi (12,9%) e Letta (11,1%), divenne segretario del Pd.

Nel 2009, il 25 ottobre, dopo le dimissioni di Veltroni e la segreteria Franceschini, nuove primarie per il Pd: 3.102.709 gli elettori e solo tre i candidati. Pier Luigi Bersani le vinse con 1.623.239 voti (53,23%), seguito da Franceschini (1.045.123 voti pari al 34,27%) e Ignazio Marino (12,5%).

Nel 2012 nuove primarie di coalizione. Si trattava di votare il candidato premier della coalizione “Italia Bene Comune” in vista delle Politiche del 2013. Il primo turno si svolse il 25 novembre 2012: 3.110.210 gli elettori e cinque i candidati. Pier Luigi Bersani, allora segretario del Pd, arrivò primo con 1.395.096 voti (44.9%), Matteo Renzi, sindaco di Firenze, secondo con 1.104.958 voti (35,5%). Poi, a seguire, Nichi Vendola (leader di Sel, 15,6%), e Laura Puppato (2,6%) e Bruno Tabacci (Centristi, 1,4%). Il ballottaggio si tenne il 2 dicembre 2012 e vi parteciparono 2.802.382 elettori. Bersani vinse con 1.706.457 voti (69,1%) contro Renzi che prese 1.095.925 voti (39%).

Nel 2013 nuove primarie per eleggere il segretario del Pd dopo le dimissioni di Bersani e la breve segreteria Epifani. Si votò il’8 dicembre 2013: parteciparono 2 814 881 elettori e tre candidati: Matteo Renzi, che le vinse con il 67,55% (pari a 1.895.332 voti), seguito da Gianni Cuperlo (18,21%, 510.970 voti) e Pippo Civati (14,24% pari a 399.473 voti).


4. Il complicato e farraginoso regolamento del Pd che regola le elezioni primarie. 

Alle primarie del Pd possono votare tutti i cittadini che hanno compiuto 16 anni e gli extracomunitari residenti in Italia con regolare permesso di soggiorno. Basta registrarsi, pagare due euro, sottoscrivere una ‘Carta degli Intenti’ e presentarsi ai seggi con un documento d’identità e la tessera elettorale. Lo Statuto del Pd – scritto da due costituzionalisti di area, Salvatore Vassallo e Stefano Ceccanti – prevede due passaggi. Nel primo votano solo gli iscritti al partito entro una certa data prestabilita (stavolta bisognava essere tra gli iscritti 2016 prorogati fino al 28 febbraio 2017). Il voto tra gli iscritti è solo indicativo ed esclude solo l’eventuale candidato che resta sotto il 5% dei voti a livello nazionale. Nelle primarie ‘aperte’ votano, appunti, iscritti ed elettori. Ma se nessuno dei candidati ammessi alle primarie ‘aperte’ raggiunge il 50,1% dei voti, sovrana diventa l’Assemblea nazionale. Si tratta del massimo organo elettivo del Pd. Composta da mille membri, che vengono eletti in liste bloccate con metodo proporzionale collegate ai candidati, sono loro, i delegati dell’Assemblea, a proclamare eletto il segretario che ha preso il 50,1% dei voti alle primarie, o a scegliere, con un ballottaggio dove vince chi ha più voti, uno dei due candidati meglio piazzati alle primarie aperte.


5. La Storia non si fa con i ‘se’ ma… Tre scenari un po’ fantascientifici e un po’ no.

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Se Napoleone avesse vinto a Waterloo” è il titolo di un famoso libro dell’Ottocento. E’ diventata una disciplina, la storia ‘contro-fattuale’: serve a immaginare cosa sarebbe successo ‘se’ la Storia non fosse andata come è andata. Sconfina, persino e ovviamente, nella fantascienza. E dunque, cosa succederebbe, da qui al 2018, se alle primarie vincesse Renzi o Orlando o Emiliano? Ecco tre scenari possibili, forse plausibili, forse inventati….

“Se” vince Emiliano. Una marea di persone, quasi 4 milioni, va a votare. Come già successo al referendum del 4 dicembre, la voglia di mandare a casa Renzi rovescia ogni previsione. Emiliano vince e apre immediatamente un tavolo con i 5 Stelle per cambiare la legge elettorale, poi toglie l’appoggio al governo Gentiloni che cade. Si va a elezioni anticipate. Renzi lascia il Pd e fonda un nuovo movimento, “In cammino”, sulla scia del vittorioso Macron in Francia. Il Pd, che ha perso Renzi e i renziani, dà vita a un ‘listone’ che abbraccia tutta la sinistra, da D’Alema a De Magistris. I 5Stelle vincono le elezioni, il Pd arriva secondo. Emiliano apre la trattativa per un governo di ‘salvezza nazionale’. Di Maio fa il premier, Emiliano il vicepremier, il governo indice due referendum: uno per uscire dall’Europa e dall’Euro (Italexit) e uno per uscire dalla Nato. Vincono i Sì. Scontri, proteste e incidenti. L’instabilità regna sovrana.

“Se” vince Orlando. Orlando, inaspettatamente, prende il 35% dei consensi, Emiliano il 15%, Renzi solo il 48%, restando sotto il 50%. E’ necessario un voto di ballottaggio in seno all’Assemblea nazionale, il 7 maggio. Dopo notti di febbrili trattative, Emiliano riversa i suoi voti su Orlando e Franceschini rompe con Renzi. Orlando diventa segretario. Renzi resta all’opposizione. Orlando garantisce il sostegno al governo Gentiloni fino a fine legislatura. Intanto, il Pd scrive una nuova legge elettorale con FI e i centristi che introduce il premio alla coalizione e soglie di sbarramento basse. Orlando crea una coalizione con Mdp (Bersani e D’Alema), Pisapia, i centristi e gli ulivisti democratici, ma cede lo scettro del capo coalizione a Romano Prodi, che decide di ricandidarsi alla guida del ‘Nuovo Ulivo’. Alle elezioni (maggio 2018) si presenta anche Renzi, uscito dal Pd. Il centrosinistra unito supera i 5Stelle, ma le elezioni le vince il centrodestra. Berlusconi, riabilitato dalla sentenza di Strasburgo, viene incaricato di fare il presidente del Consiglio, Salvini va agli Esteri, Meloni alla Sanità. Il centrodestra propone un referendum per uscire dall’Euro. Si torna alla lira. Al Pd tocca una lunga fase di opposizione.

“Se” vince Renzi. L’ex premier ottiene il 67% dei consensi e, appena torna segretario, inizia a terremotare il governo. A settembre Gentiloni, sfibrato, lascia e si va alle urne. M5S arriva primo, FI corre da sola, rompendo con Lega e Fd’It che danno vita a un polo ‘sovranista’. Il Pd arriva secondo, ma indebolito da un ‘listone’ di centrosinistra che comprende Bersani, D’Alema, Pisapia, Prodi, Letta e altri. Nasce un governo di unità nazionale Pd-FI presieduto da Dario Franceschini, Berlusconi piazza i suoi uomini forti al governo, Renzi si deve accontentare: ministro degli Esteri.

NB: Tutti gli articoli sono stati pubblicati nelle due pagine di Speciale Primarie uscite su Quotidiano Nazionale il 20 aprile 2017. 

Pd, Renzi vuole l’election day a giugno o il congresso anticipato. Orlando lancia la sua idea (e candidatura?) di partito. Correnti interne in confuso movimento

COMUNICAZIONI DEL PREMIER RENZI ALLA CAMERA IN VISTA DEL CONSIGLIO UE

Matteo Renzi, segretario del Pd, e Lorenzo Guerini, vicesegretario dem

Ettore Maria Colombo
ROMA
IERI sono arrivati tre segnali positivi, per un Matteo Renzi che la vulgata dem descrive (sbagliando) come «nervoso, solo, depresso, arrabbiato con tutti e sospettoso di tutti».
Il primo è la sentenza della Consulta che chiede «maggioranze omogenee» tra i due sistemi elettorali di Camera e Senato, sì, ma legittima i capilista bloccati, permette leggi elettorali ‘differenti’ e insomma «con questo sistema, il Legalicum come lo chiamano i 5Stelle», dice con ironia un renziano, «si può andare a votare in ogni momento».

«LA SENTENZA ‘aiuta’ il percorso di chi vuole andare a votare subito», assicura un luogotenente del segretario che ieri presidiava il Nazareno anche quando Renzi è partito per Pontassieve, «perché, in Italia, non è stata sospesa la democrazia, votare si può, anche con il combinato disposto delle due sentenze della Consulta su Porcellum e Italicum».
Rivelatore un tweet lanciato nella serata di ieri da Matteo Ricci, sindaco di Pesaro, responsabile Enti locali, nonché fedelissimo del segretario che gli ha chiesto di digitare sulla tastiera: «#Electionday a giugno. Mille comuni, Sicilia e Politiche. Altroché congresso. Legge elettorale poi città e Italia. Stop beghe interne». Traduzione: nuova legge elettorale o, mal che vada, «trasposizione» del sistema uscito dai verdetti dei giudici da far approvare dal Parlamento nel giro di due mesi al massimo; fine del governo Gentiloni; scioglimento delle Camere entro il 25 aprile (servono dai 45 ai 70 giorni per indire i comizi elettorali) ed elezioni politiche l’11 giugno per tentare l’abbinata vincente. E cioè, appunto, il già citato election day tra politiche, elezioni comunali e regionali in Sicilia.

Il secondo segnale positivo, per Renzi, è l’intervista del ministro Andrea Orlando all’Huffington Post. Orlando chiede, sì, «una Bad Godesberg» e «un Pd da rifondare». Non è ancora detto se in accordo o meno con Renzi, stile ‘staffetta’ Prima Repubblica. «Tu ci guidi alle elezioni per tornare al governo, io mi dedico a ricostruire e a curare il partito», secondo la versione che gira al Nazareno, sarebbe la proposta di Orlando allo stesso Renzi. In ogni caso, Orlando non si oppone a Renzi («il golpe? Fandonie», dicono i suoi), punta «alla riflessione, allo stimolo delle nostre energie migliori». Il ministro sembra accettare interamente il timing renziano (modifica rapida alla legge elettorale ed elezioni, anche a breve), ma chiede in cambio «un percorso che parli all’Italia del futuro», partendo «dagli errori degli ultimi vent’anni, non solo degli ultimi tre (quelli di Renzi, ndr)». Orlando, insomma, prepara una vera e propria Opa sul partito – ha, peraltro, dalla sua, pezzi da 90 come l’ex capo di Stato Napolitano, migliorista come il suo amico Macaluso, l’ex tesoriere dei Ds Sposetti, forse persino D’Alema, di certo Fassino e tutto un pezzo della filiera ex Pcid-Pds-Ds – però non strizza l’occhio alla «scissione» né alla minoranza interna, ma si pone come ‘terzo’, se e quando mai deciderà di esserlo, tra Renzi e i suoi avversari attuali.

I ‘tre amigos’ (Speranza, Emiliano, Rossi) che si sono tutti e tre candidati per conto della minoranza come campioni – ognuno a suo modo – dell’antirenzismo hanno messo paletti assai alti per rinunciare alla scissione (fino a ieri da D’Alema invocata, ora da D’Alema esclusa…): «Congresso nei tempi stabiliti, appoggio al governo Gentiloni fino al 2018 e via i capilista bloccati dalla legge elettorale». Altrimenti, vanno via, forse con D’Alema, forse con Vendola e Fratoianni, forse con Pisapia e Merola, forse con tutti loro e anche di più.

Il terzo segnale positivo per Renzi si muove, invece, dentro la tattica parlamentare, dove i movimenti di truppe vanno un giorno in un senso e un giorno nell’altro in uno stato di (grave) confusione interna che è sicuramente politica, ma in alcuni casi anche mentale. Ieri, per dire, 17 senatori, area ‘Giovani Turchi’, vicini al leader Orfini, hanno contrapposto le loro firme di ‘lealisti’ al segretario Renzi contro quelle dei 40 senatori dem che, l’altro ieri, ispirati da Giorgio Napolitano, chiedevano invece di «arrivare fino a fine legislatura» e «appoggiare lealmente Gentiloni». Solo che 11 dei ‘17’ – che chiedono il premio alla lista invece che alla coalizione, oltre che elezioni subito – comparivano pure nell’elenco dei precedenti 40… Insomma, non si capisce se alcuni dei 40 (11, appunto) si sono ravveduti e sono tornati sia Giovani Turchi che renziani o nutrono una forte capacità di mimesis antica.

Certo è che, nelle correnti, molto si muove e tutti si riposizionano: i franceschiniani (Area Dem) sono gli unici compatti, dietro il loro leader (Franceschini, appunto), nel non volere le urne anticipate, nel chiedere il premio di coalizione e non alla lista e di non fremere per il congresso anticipato. I Giovani Turchi sono spaccati come una mela: una parte (una decina di senatori e altrettanti deputati sta con Orlando, che chiede congresso a data certa, ma non immediato, e premio alla lista (non alla coalizione), ma legge elettorale ed elezioni – ma di lui Renzi non si fida – mentre Orfini è perfettamente allineato alle scelte di Renzi (con lui una ventina di GT al Senato e una quarantina alla Camera) come pure i renziani (anche se non tutti: Richetti, per dire, s’è del tutto sfilato dal renzismo e molti altri con lui) e pochissimi altri. Ex popolari di Fioroni, un gran pezzo della corrente del ministro Martina (Damiano), ex lettiani col coltello tra i denti contro Renzi (Boccia, Ginefra, Laforgia), ex ulivisti in rotta di allontanamento (Monaco, Zampa, Lo Giudice) e, ovviamente, la minoranza di rito bersaniano ma anche cuperliano non vedono l’ora di detronizzare il re.
Eppure, segnali di speranza, per Renzi, arrivano da altri deputati che  dicono sia «no a nuove tasse» nella ‘manovrina’ che il governo Gentiloni deve far approvare e votare entro marzo, dal Parlamento (ieri il deputato renziano e toscano Fanucci ha raccolto 35 firme di deputati su un documento che promette ‘sfracelli’, sfiducia compresa, se nella manovrina compariranno nuove tasse), sia <<congresso subito» al grido, ultrarenziano, di ‘e famolo sto’ congresso’, come cinguettavano, ieri su Twitter, Esposito e Morano, Ermini e Romano.

IL PUNTO fermo è, appunto, che l’ex premier non ha ancora rinunciato ad andare a elezioni anticipate, anzi, le rilancerà alla Direzione dem allargata e già convocata per lunedì 13 febbraio in un luogo atipico (il centro congressi di via Alibert) perché dovrà contenere quasi 700/1000 persone, neanche si trattasse di un Assemblea nazionale (200 i membri della Direzione, 113 i senatori dem, 305 i deputati, 120 i segretari provinciali, 20 quelli regionali, etc.) E anche se Renzi proporrà l’alternativa, quella del «congresso subito» al posto delle urne, anch’esso andrebbe tenuto nell’ormai fatidico mese di giugno, entro e non oltre l’11. Renzi si presenterebbe dimissionario («basta una lettera agli organi di competenza», spiega uno dei suoi) e i poteri passerebbero al presidente del partito (Orfini) per convocare l’Assemblea nazionale che darebbe il via al congresso ‘sprint’. Sempre che, appunto, a Renzi non riesca il piano A: quello di andare ad elezioni anticipate.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 10 febbraio a pagina 4 del Quotidiano Nazionale.

Pd, Orlando e Franceschini preparano il golpe interno anti-Renzi: “Caro Matteo, non sarai più tu il nostro leader”

&gt;&gt;&gt;ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO

Ettore Maria Colombo
ROMA

NB: Questa mattina, sia il segretario del Pd, Matteo Renzi, dicendo che “Renzi ieri non ha parlato con nessun giornalista e ogni virgolettato a lui attribuito è falso”, che il ministro Andrea Orlando hanno smentito, ognuno per la parte che lo riguarda – Orlando le bolla come vere “fandonie” – le ricostruzioni di QN contenute in questo articolo come di altri quotidiani usciti oggi sullo stesso argomento. Ne prendiamo atto e confermiamo il contenuto di quanto scritto, riferito da più fonti. Ps. Segnaliamo, peraltro, che il ministro Franceschini non ha smentito alcuna ricostruzione…

«Caro Matteo, se davvero vuoi correre a elezioni anticipate a giugno, magari proponendoci il ricatto, sotto forma di graziosa concessione, del premio alla coalizione per avere il voto subito, beh, sappi che non potrai essere tu il nostro candidato premier. Sia perché saremo in un sistema proporzionale sia perché non ti riconosceremo più la leadership del Pd. Il Pd deve diventare di nuovo contendibile in un congresso. Se ti vuoi candidare di nuovo fallo, ma sappi che non sarai più tu il nostro ‘campione’». Saranno queste – più o meno, non testuali, ovviamente – le parole e il ragionamento con cui il ministro Andrea Orlando – area Giovani Turchi, ma ormai del tutto autonomo, in rotta totale con il leader della corrente, il presidente del Pd Matteo Orfini, ultimo fedelissimo non renziano rimasto vicino a Renzi su tutta la linea – legge elettorale, alleanze, congresso – tranne i pasdaran del renzismo militante e Guerini) – e, insieme a lui, il ministro ai Beni culturali, Dario Franceschini, affronterà l’ex premier alla prossima Direzione del Pd il 13 febbraio.

Renzi torna a Roma oggi, ma si è dato la consegna di non parlare neppure «ai suoi» – come si usa dire, in questi casi, per indicare, con un giro di parole, le esternazioni filtrate dalla stampa ‘amica’ dei pensieri più reconditi del premier – fino alla Direzione di lunedì. «Parlerò allora», ha detto e fa dire l’ex premier ai suoi più stretti collaboratori, diffidando i giornalisti dal virgolettargli alcunché che non corrisponda al suo pensiero integrale. Ma è lì, in Direzione, che Renzi metterà il Pd davanti a un bivio esiziale: «O si vota a giugno, con primarie per la leadership a marzo, o elezioni a febbraio 2018 e congresso ordinario prima. Congresso che io vi chiedo di indire, in tal caso, al più presto. Se riusciamo a giugno, prima delle elezioni comunali (l’11 giugno, ndr), al massimo a settembre. E sono pronto a sfidare chiunque di voi voglia farlo». Renzi, infatti, è convinto di poter battere tutti i suoi possibili avversari: Speranza, Emiliano, Rossi e anche e proprio il ministro Orlando. L’azzardo del leader, in realtà, prevede una sola, vera, ‘clausola di salvaguardia’: «A ottobre dobbiamo chiedere una manovra espansiva, altro che recessiva, al governo Gentiloni, altrimenti non sarebbe più il nostro governo al punto che potremmo anche farlo cadere. Né io voglio fare la fine che fece Bersani: appoggiò il governo Monti e poi perse le elezioni». L’ultimo azzardo del segretario potrebbe essere di chiedere, a quel punto, saltata ogni possibilità di urne a giugno il voto a settembre, il 24 del mese in asse con le elezioni dell’alleato tedesco.

ORLANDO, questo è il guaio, ha però deciso di prendere Renzi in parola. Vuole candidarsi contro di lui al congresso. E lo farà, probabilmente, con l’appoggio, che a questo punto sarebbe determinante, di un altro ministro di peso, Dario Franceschini, leader di Area dem, che conta quasi cento parlamentari, ma anche poggiandosi su una serie di «renziani di complemento», come vengono chiamati in Transatlantico. Parlamentari che, fino a ieri, quando Renzi era il dominus del Pd, erano renziani ma ora stanno per cambiare bandiera e barricata. Ieri sera, dunque, in un ping-pong di riunioni febbrili e concitate dei fedelissimi di Franceschini e Orlando, tra Camera e Senato, si è deciso di rompere, di fatto, con Renzi. Riunioni cui avrebbe partecipato anche un altro ministro, quello all’Agricoltura, Maurizio Martina, fino a ieri ritenuto dai renziani un  fedelissimo, ma ora in preda a dubbi amletici, che si sono tenute a tarda sera a Montecitorio tra franceschiani e Giovani turchi ma anche al Senato dove il pasdaran renziano Marcucci è stato sottoposto a un fuoco di fila di tutti gli esponenti delle correnti dem (renziani compresi) che rimproverano a Renzi ‘la qualsiasi’.
Il tanto temuto, dai renziani, golpe interno contro il loro leader – una sorta di replica, ma a protagonisti rovesciati, della Direzione del Pd che detronizzò Enrico Letta e portò Renzi a palazzo Chigi – si è materializzato ieri sera in un deserto Transatlantico di Montecitorio.
A innescare la miccia è stata, per la verità, una decisione maturata in ambienti renziani, anche se per nulla, pare, decisa da Renzi. Quella del capogruppo dem, Ettore Rosato, di rinviare l’assemblea del gruppo del Pd della Camera, che doveva tenersi oggi, a mercoledì 15 febbraio, dopo la Direzione del 13. Una Direzione che ora assume sempre più il profilo dello show down finale, senza dire del fatto che, esattamente tre anni fa, il 13 febbraio 2013, la Direzione del Pd mandò a casa proprio Enrico Letta e intronò Matteo Renzi con l’aiuto e il sostegno degli stessi ‘volenterosi carnefici’ attuali: Franceschini, Orlando, etc. La decisione di spostare l’assemblea del gruppo era stata motivata con ragioni «tecnico-logistiche» (secondo il capogruppo Rosato bisogna aspettare le motivazioni della Consulta sull’Italicum e la Direzione stessa del Pd prima di potersi riunire e pronunciare), ma appena resa nota, la decisione del rinvio, ha scatenato il finimondo. Senza dire del fatto che già erano molti i deputati dem che, a prescindere dalla discussione sul partito,  volevano «chieder conto» a brutto muso, a Renzi, della sua uscita contro i vitalizi.  C’è da dire che il fuoco covava sotto la cenere: da settimane, Orlando – la cui candidatura è stata già ‘benedetta’ da Napolitano, da Ugo Sposetti (tesoriere del tesoro del fu Pci-Pds-Ds) e da molti altri maggiorenti del Pd – si sentiva pronto al grande passo. Ora sta per compierlo.

NB: L’articolo è stato pubblicato l’8 febbraio 2017 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale