“Saldi invernali” in Archivio. Tre articoli recenti: retroscena su Renzi e le candidature nel Pd, Gentiloni e il governo, le Camere sciolte e Mattarella

Pubblico qui di seguito tre articoli usciti su Quotidiano Nazionale tra il 27 e il 30 dicembre 2017. Parlano dello scioglimento delle Camere, delle scelte di Renzi, Gentiloni, Mattarella Li leggerete in ordine inverso alla data di pubblicazione, cioè dal più recente al meno recente. 
1. Parte il toto-candidature nel Pd. Renzi epura le correnti e lascia alle aree interne solo le briciole, con Gentiloni aumentano gli attriti: premier restio ad andare in tv. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
renzi sul treno

Il segretario dem Matteo Renzi sul treno Destinazione Italia

Il Pd ha, come si sa, molti problemi da affrontare nella corsa verso il voto che si è aperta ufficialmente con lo scioglimento delle Camere decretato da Mattarella il 27 dicembre scorso. Ci sono i sondaggi, in calo vertiginoso: oggi il Pd è quotato al 23% (-7 punti in 7 mesi), anche se Renzi è convinto: «arriveremo almeno al 25%, saremo il primo partito e la seconda coalizione». Anzi, secondo il leader dem, che lo spiega ai suoi, “prenderemo almeno il 25% dei voti, il che vuol dire ottenere almeno 250 parlamentari: 150 eletti nei listini proporzionali e 100 nei collegi uninominali”.
Poi c’è il problema degli alleati minori che vengono chiamati, con dispetto, «nanetti», al Nazareno. Hanno zero peso politico, raccatteranno pochi voti, ma reclamano collegi sicuri (5 cadauno per ognuno delle tre liste alleate: centristi ‘per l’Europa’, Insieme, cioè la pattuglia di ulivisti, socialisti e verdi, e i Radicali di Bonino-Magi-Della Vedova).
Poi, ancora, c’è il problema della corrosione della leadership di Renzi: sarà costretto, volente o nolente, a giocare «di squadra» con ministri che, in parte, non ama  proprio (tipo quello all’Interno, Marco Minniti, che sta facendo fuoco e fiamme perché non vuole subire l’ignominia di essere candidato nella sua Reggio Calabria e perdere il suo collegio) e ministri che a stento tollera dentro il partito, figurarsi al governo (Franceschini, Finocchiaro, Orlando, etc.), Ma, soprattutto, con Gentiloni nell’oramai noto «schema a due punte». Gli screzi, gli attriti e le incomprensioni, tra premier ed ex premier, sono  in crescita esponenziale. In ogni caso, Renzi dovrà, giocoforza, farsi «un vanto» dell’azione di un governo che non ha mai amato né voluto. Invece, Gentiloni dovrà «farsi vedere» in campagna elettorale: sarà candidato nel collegio di Roma 1 e in più listini proporzionali (Puglia e Piemonte, pare). Il premier, però, vorrebbe solo fare «il governo che governa», come recita una delle sue ormai note tautologie, con imparzialità  e seguendo alla lettera i dettami di Mattarella che non vuole esporlo per conservarlo, «freddo», per il dopo voto.

 

Infine, dramma nel dramma, c’è il busillis Maria Elena Boschi. In  realtà, la pratica è già stata risolta: «Non l’ho sentita, in questi giorni», dice Renzi ai suoi, «ma so che si vuole ricandidare e io non abbandono gli amici in difficoltà. L’ho fatto persino con Lupi…». Morale, ‘Meb’ sarà candidata: o nel suo collegio naturale, quello di Arezzo, in una sorta di ordalìa personale contro tutto e tutti («ma ad Arezzo la serie storica dice che vinciamo sempre», ricorda Renzi), o solo nel listino proporzionale in Toscana oppure in entrambi.
Il solo problema che, paradossalmente, il Pd non ha è come ripartire le quote interne in vista delle candidature alle Politiche. Al Nazareno  si dice, senza troppe diplomazie, che verrà messa in atto una vera «pulizia etnica» delle tante (troppe, per Renzi) «anime» interne che scarseggiano in lealtà. Il segretario, che si candiderà nel collegio senatoriale di Firenze 1 («Attendo Salvini», la sfida da lui lanciata al leader leghista), vuole avere, in Parlamento, una pattuglia di “fedelissimi” pronti a tutto: appoggiare un governo di «larghe intese», ovviamente, ma anche, forse, a dare il via libera a un governo tutto targato centrodestra. «Le federazioni toscane ed emiliane faranno fuoco e fiamme», preconizzano i renziani, «perciò ci servono parlamentari fedelissimi, solidi e saldi». Alle altre aree interne  ‘a-renziane’ andranno le briciole. «Area dem» di Dario Franceschini, che si candiderà a Ferrara, contava 90 parlamentari. Quanti ne torneranno? Al Nazareno la questione brutalizzano così: «Area dem non esiste più perché al congresso stavano tutti con noi, nella mozione a sostegno di Matteo». Ergo, a loro non andrà nulla o quasi. Ma anche se a Franceschini venisse riconosciuta una piccola quota, dentro «ci vanno pure Fiano, Rosato, Giacomelli», è la furbata renziana, visto che sono già tutti renziani.
In compenso, all’area Orlando, «Dems», andrà molto peggio. Oggi gli orlandiani sono una quadrata legione romana: ben 120 parlamentari. «Orlando ha preso il 18% al congresso e quello avrà, ma dentro dovrà fare posto pure ai cuperliani e agli ulivisti, a Rete dem, etc», sibilano al Nazareno. Morale, se Orlando, che si candiderà nella sua Liguria, avrà 15 parlamentari o poco meno, potrà dire di aver portato a casa la pelle. Michele Emiliano, infine, di posti ne avrà solo cinque, ma non farà storie: saranno tutti suoi pugliesi doc.
Infine, la famosa «società civile». Tra i nomi che Renzi vuole in lista c’è l’immunologo Burioni, l’ex ct di volley Berruto e «AstroSamanta» Cristoforetti, oltre al fratello del giornalista Siani e alla giornalista, leader del movimento ‘Fino a prova contraria’, la Chirico. Voleva pure l’olimpica Bebe Vivo. La quale, però, per sua fortuna, “non ha l’età”.
NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 30/12/2017.
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2. Gentiloni farà campagna elettorale per il Pd ma ‘cum juicio’ e si smarca da Renzi 
Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

Ettore Maria Colombo – ROMA
Nun ce se crede…”. E’ proprio nel bel mezzo della conferenza stampa di fine anno, mentre sta parlando dell’Italia leader nell’export, che Paolo Gentiloni si lascia scappare una battuta in romanesco – romanesco alto, però, curiale e nobiliare, stile sonetto del Belli – come, forse, a tradire un’emozione, quella di “Paolo il Freddo”. Uno che, di solito, parla per tautologie (“il governo governa”, “apriremo il dossier quando il dossier sarà aperto”…), ma che, proprio ieri, nella conferenza di fine anno, che per incidens è coincisa con quella di fine legislatura, si è tolto diversi sassolini dalle scarpe. Il premier attuale – e che resterà in carica con pieni poteri, altro che “disbrigo degli affari correnti”: del resto ‘vuolsi così colà dove si puote’, cioè al Quirinale –  rivendica di “aver preso delle decisioni, non fatto annunci” (stoccata a Renzi n. 1). Poi sospira che “non vedevo l’ora che finissero le audizioni della commissione Banche” (stoccata a Renzi n. 2, lo scontro tra Gentiloni e Renzi è stato quasi pari a quello su Visco). Infine, ricorda i risultati “miei e dei miei predecessori”. E qui cita non solo l’ex premier, ma anche Enrico Letta, uno che, solo a nominarlo, nel Pd renziano mettono mano alla pistola (Renzi, infatti, non lo nominava mai, stoccata n. 3). Gentiloni si produce, invece, in un difesa a spada tratta della Boschi (“L’ho voluta io” rivendica) e anche della necessità – in sottile ma evidente polemica con gli scissionisti andati via dal Pd e finiti in Leu – che “la sinistra non può che essere di governo”. Con tanto di citazione mitterandiana del Pd che dovrebbe porsi come “la forza tranquilla” (ieri Renzi ha fatto identica citazione).
C’è, naturalmente, in Gentiloni, la personale soddisfazione per tutto quello che ha compiuto in questo faticoso anno di lavoro (“Per il Pd più che farmi venire l’infarto non potevo fare…” rivendicò mesi fa) in cui, appunto, “non abbiamo tirato a campare”, ma prodotto risultati sul fronte dell’economia, dei migranti, dei diritti, anche se su quest’ultimo punto ammette: il bicchiere è mezzo pieno (unioni civili e biotestamento approvati) ma anche mezzo vuoto (ius soli saltato). Certo, tutti questi impegni il premier li ha potuti onorare grazie al pieno sostegno di Mattarella, con cui ormai il sodalizio è di ferro, l’appoggio, a corrente alternata, del Pd di Renzi e il sostegno freddo, ma leale, degli altri partiti di maggioranza. Ma “la Sfinge” – così lo chiamano i suoi colleghi di governo – non solo è riuscito a sfangare un anno partito malissimo, ma anche a imporre uno stile, il suo, quello dell’understatement, che da Renzi, come si sa, è lontano anni luce. Inoltre, il segretario non ha più in mano le leve del potere, Gentiloni sì. Il premier ha fatto (Polizia, Aise, Consob, BankItalia) e farà nomine assai importanti (Guardia di Finanza, Carabinieri, Esercito), affronterà – e, forse, risolverà – i caldi dossier aperti di Alitalia e Ilva in vendita, porterà le truppe italiane in Niger (sul punto arriva l’unica stoccata alle opposizioni e alle loro “illazioni spettacolari” su una missione che per Gentiloni come per Mattarella, oltre che per la Pinotti, “è strategica” per mantenere l’Italia coi piedi saldi in Africa) e rappresenterà l’Italia in cruciali vertici Onu, Ue e Nato, senza dire che, nei prossimi sei mesi, l’Italia avrà la presidenza semestrale dell’Ocse.
Renzi, però, ovviamente, fa e farà di tutto per farsi trovare pronto: dice ai suoi che “Per me Paolo non è un potenziale rivale domani, ma un alleato forte oggi”. Anzi, la linea del Nazareno sarebbe questa: Renzi starà sui social “a bombardare Berlusconi e Grillo” mentre Gentiloni dovrebbe andare in tv (della qual cosa ha zero voglia e pare non farà) e i ministri, poveretti, andranno “sui territori”, a cercar voti.
Anche Gentiloni non si pone in contraddizione con Renzi: è disponibile a fare campagna elettorale “con le modalità che il Pd sceglierà”. E il Pd ha già scelto: lo candiderà a Roma 1, nel collegio uninominale, e in più listini proporzionali. Il terzo incomodo, però si chiama Mattarella: ha fatto di tutto, pur di tenere in vita il governo Gentiloni fino a dopo il voto. E ora il Colle fa trapelare che “Gentiloni va preservato dalle possibili polemiche della campagna elettorale”. Che è come dire al Pd: usatelo sì, ma il meno possibile, cum juicio.
NB: L’articolo è pubblicato il 29 dicembre 2017 a pagina 3 del Quotidiano Nazionale
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3. Mattarella. Gentiloni, fino alle nuove Camere, ha “pieni poteri” ma intanto il Capo dello Stato già pensa a mettere in pista un Gentiloni bis, dimissionario o no. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

L'aula di Montecitorio vista dall'interno

Oggi, 27 dicembre, al termine della conferenza di fine anno di Paolo Gentiloni, il premier salirà al Colle e dopo terrà un consiglio dei ministri. Il Colle firmerà l’atto di scioglimento delle Camere (un Dpr, Decreto del Presidente della Repubblica), ma sarà il cdm, con un Dpcm, a stabilirà la data del voto: entrambi gli atti saranno controfirmati dai due Presidenti. Il governo si prenderà un tempo mediano tra la data minima stabilita dalla legge (45 giorni, in base al TU del 1957) e la data massima fissata per Costituzione (70 giorni) per fissare elezioni e tutti gli indizi dicono che il Paese andrà al voto il 4 marzo. Il 31 dicembre, nel discorso di Capodanno, il Capo dello Stato spiegherà le ragioni dello scioglimento delle Camere, inviterà gli italiani al diritto di voto e i partiti a una campagna elettorale civile.

Fin qua, si può dire, l’ufficialità. Dietro, però, c’è molto altro. “Il corretto funzionamento delle Istituzioni, non ammette vuoti”. Tagliano corto così, al Qurinale, in merito alle petizioni on-line di cittadini e parlamentari di sinistra (Manconi, Cuperlo, etc.) che si stanno appellando a Sergio Mattarella affinché differisca “di qualche settimana” lo scioglimento delle Camere per approvare, al Senato, lo ius soli. Il presidente della Repubblica non ha nulla, naturalmente, contro lo ius soli (anzi, ritiene la “nuova cittadinanza” un tema cruciale e da affrontare), ma il suo primo obiettivo è assicurare la chiusura “ordinata” della legislatura in corso e l’altrettanto ordinata apertura della prossima, di legislatura. Il tempo per approvare lo ius soli è, dunque, del tutto scaduto. Con il voto che verrà fissato al 4 marzo, la prima seduta delle nuove Camere (XVIII legislatura) si terrà il 24 marzo quando i nuovi parlamentari dovranno eleggere, come loro primo atto, i nuovi presidenti di Camera e Senato e costituire i gruppi parlamentari.

Fino ad allora chi governerà? “Il governo Gentiloni” – è la risposta, netta e priva di dubbi, che arriva dal Colle, “governo che è nel pieno dei suoi poteri”. Nessun governo “dimissionario”, dunque, né in carica soltanto per “il disbrigo degli affari correnti”, come si legge in questi giorni, riguardo al futuro prossimo dell’esecutivo guidato da Gentiloni. Perché? Per una precisa scelta del Capo dello Stato: Mattarella vuole evitare di trovarsi con un governo “dimissionario” e ‘dimezzato’ e non vuole correre il rischio che venga sfiduciato come sarebbe potuto accadere, appunto, se la maggioranza, ormai evaporata, avesse dovuto affrontare, nell’Aula del Senato, un voto ad alto rischio, quello sullo ius soli. Il governo Gentiloni resterà, perciò, fino a insediamento delle nuove Camere. Allora sì che, da quel giorno (il 23 marzo), diventerà un governo “dimissionario” e in carica solo “per il disbrigo degli affari correnti”. Ma, pur se da ‘dimissionario’, Gentiloni potrà fare decreti, anche se in quel caso saranno le nuove Camere a decidere se convertirli o meno. Stefano Ceccanti, professore di Diritto costituzionale, spiega così la scelta del Colle: “Con la Ue abbiamo ceduto sovranità. L’Italia dovrà prendere decisioni importanti nei vertici Ue, Nato, etc. Non possiamo accettare vuoti di potere. Ecco perché resta Gentiloni”.

Tra gli impegni europei e internazionali cui Mattarella tiene molto c’è il decreto con cui il governo porterà truppe italiane in Niger (questo andrà convertito, anche a Camere sciolte), ma soprattutto l’Italia è attesa a importanti vertici Ue e Nato. A marzo un vertice del Consiglio europeo discuterà la proposta Merkel-Macron di modifica della zona Euro, tra febbraio e marzo si discuterà del tema migranti, per non parlare del capitolo Brexit.

Serve, in buona sostanza, “un governo che governi” e Mattarella ha individuato in Gentiloni l’ecce homo. Con buona pace di Renzi e dei possibili mal di pancia del Pd. Il leader del Pd potrebbe anche trovarsi nella (imbarazzante?) situazione di dover rivotare il suo Gentiloni se, Dio non voglia, le consultazioni andranno troppo per le lunghe. Mattarella è già pronto a rimandare lo stesso Gentiloni davanti alle Camere per ottenere una nuova fiducia da quelli che ha già individuato come i partiti più ‘responsabili’ (Pd, FI, etc). In attesa che la matassa si sbrogli o di convocare nuove-nuove elezioni. In ogni caso, potrebbe non essere troppo un caso ‘di scuola’ pensare che sarà un Gentiloni bis, dimissionario o meno, a preparare e presentare il Def del 2018 alle Camere e in Europa.

NB: L’articolo è pubblicato a pagina 2 del Quotidiano Nazionale il 28 dicembre 2017
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NEW! Come ti blocco il ribelle (con replica finale del senatore Fornaro). Il piano di #Renzi per blindare il voto sulle riforme passa per la riforma dei Regolamenti dei gruppi di Camera e Senato

Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd.

Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd.

«ALLA Camera, dove abbiamo numeri solidi e non ce n’è bisogno, si inasprirà il Regolamento interno come ha deciso il capogruppo Rosato. Al Senato, dove ce ne sarebbe assai bisogno perché abbiamo numeri risicati, non si farà nulla: i dissidenti diventerebbero dei martiri e, se li cacciamo, quelli sempre lì restano, a votarci contro». Il senatore di provata fede renziana coglie il punto del tormentone estivo dem che agita i sonni di palazzo Chigi: che fare dei “reprobi”? E, ove votino contro l’indicazione del gruppo in votazioni dirimenti, dalle riforme alla fiducia, quali “sanzioni” comminare loro?

Ai tempi del Pci, il problema neppure si poneva: vigeva il «centralismo democratico». Traduzione: discussioni infinite e volo di stracci, all’interno, ma poi, quando si usciva all’esterno, in aula o in pubblico, tutti d’amore e d’accordo. La pena più raffinata era obbligare l’alfiere, sconfitto, della tesi opposta alla tua, a darti ragione in pubblico. Un caso tra i tanti: Gerardo Chiaromonte, esponente dell’ala migliorista, quella più vicina e interessata al dialogo con il Psi, fu obbligato, dallo stesso Enrico Berlinguer, a intervenire in Aula proprio contro il decreto del governo Craxi sulla scala mobile (1984).
In un partito magmatico come la Dc, paradossalmente, si andava ben più per le spicce: nel 1949 Giuseppe Dossetti e altri esponenti della sinistra dc furono obbligati a votare “sì” alla Nato, in Aula, pur dopo aver votato “no” dentro il gruppo. Mario Melloni, poi meglio noto come Fortebraccio, fu cacciato dal gruppo e dal partito per aver votato “no” in Aula contro la Ced (Comunità europea di Difesa, poi in realtà mai nata, ma per colpa della Francia). E pure riguardo il famoso caso che riguarda l’attuale capo dello Stato, Sergio Mattarella, le sue dimissioni dal VII governo Andreotti nel 1991 perché contrario alla legge Mammì, si omette sempre il particolare di Mattarella che, tornato deputato semplice, vota la fiducia allo stesso governo… Nel Pds-Ds ognuno faceva un po’ come gli pareva, dall’Iraq in poi. Nel Prc non solo era prassi votare contro il proprio gruppo e partito, ma di solito seguiva una bella scissione e ‘amici/nemici’ come prima (Comunisti unitari 1995, Pdci 1998, etc).

Il Pd, alle prese con decine di voti «ribelli» (Pippo Civati, prima di uscirne, si vantava: «non ho mai votato una fiducia in tutta la legislatura né a Letta né a Renzi»…), vorrebbe metterci una pezza, ma esita, tentenna e, per ora, riflette.
Alla Camera, il capogruppo, Ettore Rosato, ha messo al lavoro un gruppo di studio, guidato dal toscano e renziano Dario Parrini: i novelli saggi studieranno, valuteranno, ma alla fine per decidere servirà un voto. Da prendere dentro al gruppo e, se possibile, tutti assieme.
Al Senato, «il problema non c’è», dice il coro dei renziani, «il regolamento che abbiamo basta e avanza, salva solo i casi di coscienza», si specifica. E, in effetti, se si va a compulsare il Regolamento del gruppo del Pd al Senato c’è la risposta a tutte le domande: infatti, stabilito in via preliminare e generale, all’art. 2 comma 5, che “Su questioni che riguardano i principi fondamentali della Costituzione repubblicana e le convinzioni etiche di ciascuno, i singoli Senatori possono votare in modo difforme dalle deliberazioni dell’Assemblea del Gruppo ed esprimere eventuali posizioni dissenzienti nell’Assemblea del Senato a titolo personale, previa informazione al Presidente o Vice Presidenti del Gruppo”, all’art. 13 dello stesso Regolamento sono indicate specifiche ‘sanzioni’ contro i voti in dissenso. Eccole elencate di seguito:

Art. 13 – Sanzioni
1. Il Direttivo, su proposta del Presidente, in caso assenze ingiustificate e reiterate o per gravi violazioni del presente Regolamento, nonché del Codice Etico del Partito Democratico, può assumere i seguenti provvedimenti:
a) richiamo orale;
b) richiamo scritto;
c) sospensione, fino a dieci giorni, dalle cariche interne al Gruppo o dalla partecipazione all’Assemblea del Gruppo;
d) esclusione dal Gruppo.

2. Contro le decisioni del Direttivo il Senatore può far ricorso all’Assemblea.(http://www.senatoripd.it/doc/334/regolamento-del-gruppo-del-partito-democratico.htm)

Il regolamento del Gruppo fu applicato, per la verità, una sola volta, e nella passata legislatura (2008-2012), anche se in un caso davvero eclatante: Riccardo Villari, oggi senatore per Forza Italia ma la volta scorsa eletto con il Pd, era stato nominato presidente della commissione di Vigilanza Rai con i voti del centrodestra ma senza quelli del Pd. Gruppo e partito gli chiesero di dimettersi, lui non ne volle sapere e, dunque, fu espulso, con decisione presa dal Direttivo del gruppo, all’epoca guidato da Anna Finocchiaro. Oggi, però, tutto sembra diverso. I casi alla Villari, già moltiplicati, ora rischiano di aumentare. La verità è che il capogruppo Luigi Zanda, per ora, preferisce queta non movere. Con tutti quei vietcong che s’aggirano a palazzo Madama, meglio darsi – tutti – una bella calmata.

«IL PROBLEMA regolamentare c’è eccome», sostiene, invece, Salvatore Vassallo, estensore dello Statuto del Pd (quello primigenio del 2008). «Le sanzioni, pure previste negli statuti di entrambi i gruppi parlamentai dem (ammonizione, sospensione, radiazione), non sono cogenti». «Vuol dire – spiega Vassallo – che non c’è relazione tra atto e pena. Le sanzioni andrebbero ancorate a una data precisa (esempio: entro tot giorni dal voto in dissenso) e a un organo specifico (esempio: il direttivo del gruppo). Oggi, invece, sia pur previste, le sanzioni, nessuno sa chi le da, quando, come, etc».

Al di là della questione tecnica, resta intatto il problema politico: il “Civati” di turno (D’Attorre alla Camera, per dire, ma soprattutto i 25/28 senatori vietcong al Senato), a te Pd (inteso come segretario, leader, premier e Nazareno-partito) ti scassa di più «i cabasisi» (la citazione è di Montalbano-Camilleri) se te lo tieni dentro così poi ti fa la guerriglia all’infinito, o se lo sanzioni, lo sbatti fuori dal partito, ma così poi lo trasformi in un “martire”? La prima che hai detto, pensa, ma chissà ancora per quanto, Renzi. Anche se, ovviamente, la cosa più semplice resta sempre la stessa. non ricandidare i reprobi alla prossima tornata elettorale quando, presto o tardi, essa si terrà.

POSTILLA. Il senatore dem ‘ribelle’, della minoranza bersaniana, Federico Fornaro, spiega, a margine di questo articolo, parlando sempre con QN: “Nelle classifiche di Open Polis (sito Internet che raccoglie tutti i dati e le attività sui parlamentari, ndr.) sulle presenze dei senatori io sono il secondo di tutto il Senato e il collega Carlo Pegorer (ribelle anche lui, ndr.) è il primo per presenze, attività legislativa e assiduità. Inoltre, sempre su Open Polis, è facilmente riscontrabile come i nostri presunti voti dati ‘in dissenso’ siano in realtà pochissimi e si limitino, in oltre due anni, a sole due occasioni: l’essere usciti dall’Aula al momento del voto sull’Italicum (come si sa, restare in Aula e astenersi al Senato equivale a dare voto contrario, ndr.), un gesto assai distensivo verso il governo e voto che coinvolse 24 senatori (2014), e il voto contrario – dato a luglio 2015 – sulla delega alla riforma della Rai che ha visto 19 voti contrari e tre astensioni all’articolo 4 del ddl governativo, quello sul canone Rai, come avevamo ampiamente annunciato in commissione e in aula (votando così, però, l’effetto del voto in massa dei 23 senatori dem ribelli si è sommato a quelli delle opposizioni, mandando sotto il governo al Senato, ndr.)”. “In ogni caso – conclude Fornaro – la nostra opposizione all’elettività indiretta dei senatori contenuta all’art 2 del ddl Boschi non inficia la nostra volontà di portare a termine una storica riforma, quella che vuole superare il bicameralismo perfetto. Siamo pronti in ogni momento a confrontarci con il governo per discutere le nostre proposte sull’elettività diretta dei senatori, e relativa elezione di tipo proporzionale, che aggraverebbero solo di un passaggio in più l’iter del ddl Boschi, ddl che, in ogni caso, dovrà comunque ritornare alla Camera per le correzioni all’articolo 2”.

Prendiamo atto e riportiamo la precisazione di Fornaro, ma resta in campo il punto: se si arriverà al muro contro muro, tra minoranza e maggioranza nel Pd, quali armi saranno usate – ‘se’ saranno usate per cercare di arginare o asciugare il dissenso? Solo a questa domanda intendeva rispondere l’articolo riportato sopra per esteso. 

EMC  

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 17 agosto 2015 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)