Renzi apre, per finta, alla sinistra ma unisce il Pd. La Boldrini ruba la scena a Pisapia. Tre articoli su Pd, Cp e dintorni

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

Pubblico qui gli ultimi articoli usciti sul Pd e scritti tutti per Quotidiano Nazionale (Giorno- Nazione- Resto del Carlino) negli ultimi quattro giorni (11-14 novembre 2017).
1. Renzi apre a sinistra, ma per finta. Orlando si astiene, ma non rompe. Il Pd, per una volta, ritrova la sua unità. Guerini e Fasssino gli ‘esploratori’. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Bisogna intendersi sulla Direzione del Pd tenuta ieri. C’è, da un lato, la parte per i media: quella del Renzi ‘buono’. Apre a sinistra, vuole dialogare con tutti, pronto a discutere pure con chi, anche ieri, lo insulta. Il Renzi che spergiura “Io non voglio essere e non sarò mai il Macron italiano”. Questo Renzi è quello cui sembra credere persino Enrico Letta (da Parigi arriva una sua dichiarazione conciliante), che fa suo l’appello di Veltroni, che può incassare il sorriso di Prodi. “Serve uno sforzo unitario, a partire da me – dice Renzi – e serve responsabilità. Io non pongo veti verso nessuno: Mdp, SI, Possibile, Pisapia, Verdi e Idv, Psi e Radicali (sigle tutte onorati di relativa certosina citazione ad partitinum, ndr). Dobbiamo costruire un centrosinistra il più largo e aperto possibile. Il Pd lo immagino alleato con un’ala moderata, centrista, robusta, e un’ala sinistra altrettanto forte. La svolta Renzi sembra farla persino sui
programmi: “Ius soli e biotestamento dobbiamo cercare di approvarli –
dice – pur senza intralciare la conclusione ordinata della legislatura
che ci chiede Gentiloni (il quale fa sapere di apprezzare “la spinta di Renzi per l’unità”, ndr.), perché sono dei diritti non modi per stringere patti o alleanze con questo o con quello”. (in realtà lo ius soli serve per parlare al popolo della sinistra, il biotestamento a far contenti i Radicali).

‘Questo’ Renzi, quello pubblico, incassa l’unanimità della Direzione
con un voto ‘bulgaro’ di quelli di moda nei Paesi satelliti dell’Urss. “Udita la relazione del segretario, l’ordine del giorno Martina-Guerini è approvato con 165 voti favorevoli, zero contrari (neanche Emiliano, che anzi si dice “entusiasta” di Renzi…, ndr.), 15 astenuti” (su 180 presenti, ndr.)” recita con tono monocorde Matteo Orfini. Diciassette interventi diciassette eppure la relazione del segretario non riceve una critica: non la prodiana Sandra Zampa, che approva, non Franceschini, che  twitta felice (“condivido la relazione del segretario”, appunto), non Cuperlo, che pure lui – l’eterno dissidente malcontento – vota a favore. La sola eccezione al coro di osanna è data dall’intervento di Andrea Orlando. Il ministro alla Giustizia ci va giù durissimo, contro Renzi: lo accusa di non aver voluto discutere della Sicilia, di aver condotto il Pd “in un vicolo cieco” e molte altre nefandezze come, per dire, quella di voler dare vita, dopo il voto, a un governo con Berlusconi tanto che tira in ballo Domine Iddio per chiedere che “Dio ce ne scampi”, manco si trattasse di un prete che deve fare un esorcismo. Però anche Orlando si riallinea: i suoi colonnelli, all’uscita, rilasciano tutti dichiarazioni concilianti verso la relazione di Renzi, da Andrea Martella a Marco Sarracino. E lo stesso Orlando – anche se il suo staff ne occulta le parole quando manda in giro, via WA, alle agenzie, la relazione – ci va giù pesante contro i nuovi punti di riferimento ideali di Mdp, i presidenti di Camera e Senato: “Con Grasso e Boldrini abbiamo creato dei mostri”.

Poi, però, c’è la realtà dei fatti e le ‘vere’ mosse di Renzi. L’apertura a sinistra, per dire, è‘finta’: appaltata all’ultimo segretario dei Ds, Piero Fassino spetterà a lui l’ingrato compito di dare vita a colloqui ‘informali’ che, non appena se ne dimostrerà la totale inutilità, verranno tosto archiviati, anche se Fassino ‘ci crede’ e fa sapere che ce la metterà tutta. Verrà aperto, invece, e sul serio, il dossier ‘rosa’: sindaci come Zedda, i socialisti di Nencini, i Verdi di Bonelli, l’Idv di Messina, quel che resta dei ‘pisapiani’ che, pur delusi da Pisapia, non vogliono imbarcarsi con Mdp (tipo Massimiliano Smeriglio nel Lazio, Capelli a Milano, etc.).

Certo, resta ancora da decidere se, a sinistra, vicino al Pd, ci sarà un listone unico o, appunto, tante micro-liste, i nanetti. L’apertura ‘vera’, quella al centro, è stata invece appaltata al coordinatore della segreteria, l’ex dc Lorenzo Guerini: parlerà fitto fitto, e con successo, invece, già prevedibile, con i vari Casini, Dellai, Alfano (“anche se di Ap resta ben poco”, sospirano ormai i dem, anche quelli più affini e vicini ad Ap) per dar vita a un’alleanza che, almeno al centro, sia più dignitosa e spessa di quella sinistra. In più ci sarà la lista dei Radicali Italiani di Magi e Bonino sotto il nome di ‘Forza Europa’ di Benedetto della Vedova.

E così, alle otto della sera di una fredda giornata romana, Renzi  accoglie il solito Guerini nel suo ufficio al terzo piano del Nazareno e gli sorride: “Hai visto che capolavoro abbiamo fatto?”. Renzi è soddisfatto. Il Pd, per una volta, “non” si spacca. Ma le occasioni non mancheranno. “A dicembre”, calma gli animi Guerini, “affronteremo i nodi candidature e deroghe”, ma Renzi è già alla ricerca di nomi della società civile: il fratello di Giancarlo Siani, giornalista ucciso dalla camorra, e il professor Roberto Burioni, immunologo di fama, noto per le sue battaglie anti-vax.

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La presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini

2. Pisapia si semi-ritira e di fatto cede il passo a Laura Boldrini. 
A sinistra è “una poltrona per due”: lei, Laura, o Pietro Grasso?

Ettore Maria Colombo – ROMA

E’ Laura Boldrini la neofrontwomen della Sinistra-Sinistra. Giuliano Pisapia, invece, compie l’ennesimo passo di lato. Alcuni dei suoi militanti sbottano: “Giuliano è tornato sulle posizioni di mesi fa, basta! Laura, invece, è tosta, chiara”. Ingenerosi. I ‘pisapiani’ hanno organizzato la liturgia degli interventi per dare a lei il proscenio migliore in una semi ideale staffetta, o passaggio di consegne, Pisapia-Boldrini.

Siamo in un Auditorium romano freddo e asettico, quello di via Manzoni, dove per oltre cinque ore (sic), si susseguono, senza soluzione di continuità, tanti – troppi – interventi di “Diversa. Proposta per l’Italia”, la conventiondi Cp. E così Campo progressista, sogno di una notte di mezz’estate di Pisapia che voleva dar vita a un ‘nuovo’ centrosinistra, muore in una piovosa giornata romana di mezzo inverno. Pisapia introduce, ma poi non tiene neppure le conclusioni. Le lascia al suo colonnello romano, Ciccio Ferrara, che peraltro dirà quasi il suo contrario: “Il Pd non ci ha dato mai ascolto ma noi saremo comunque alle elezioni, si vedrà con chi”, lasciando aperta la (velleitaria) ipotesi di una lista autonoma, cioè di un ‘Campo’ che va al voto da solo. Pisapia fa un discorso bello, raffinato, ma ambivalente: “L’autosufficienza è un delitto politico (ce l’ha col Pd, ndr). Servono unità e discontinuità (ce l’ha con Mdp, ndr)”. Poi prova a diradare la nebbia: “Siamo tutti ultimi giapponesi. Ora la palla va a Pd e Mdp, decidano, decidetevi”. Insomma, siamo ‘di capo a dodici’, come si dice a Roma. Però, chiede “discontinuità” sulla manovra economica e la “rapida approvazione” di ius soli e biotestamento e sembra che aspetti solo il segnale giusto per fare l’accordo col Pd. Pone una sola condizione: niente alleanze con Alfano&co. Lo fa più per i suoi, in spasmodica ricerca di ricollocazione (a volersi ricandidare ci sono 20 deputati e alcuni senatori) che per sé. Lui, ribadisce alla fine il suo staff milanese, “non si candiderà alle Politiche. Lo ha già detto e così farà”.

La platea è piena,ma è fredda, stanca di tante indecisioni. Si scalda solo quando arrivano gli interventi ‘di rottura’. Persino l’ex diccì Bruno Tabacci, attacca Renzi e non Mdp, a testa bassa. Quando parla la presidente della Camera, Laura Boldrini, scatta la standing ovation: la nuova vestale di Cp è lei. Propone un programma in sei punti che è un concentrato di super-sinistra alla Corbyn e alla Sanders, ma almeno scalda. Il marchio di fabbrica è il ‘laburismo’, la parola d’ordine è“I presupposti per stare col Pd non ci sono. Non siamo la loro ruota di scorta, niente accordicchi!”. Poi Arriva Roberto Speranza, segretario di Mpd, attesissimo: “Accordi col Pd? Un’alchimia elettorale”. Punto. Fine dei giochi. Speranza parla e sorride fitto fitto con la Boldrini. Intese che dicono più delle parole:con lei o con Grasso o tutti e due alla guida, la Sinistra farà una guerra totale al Pd, altro che accordi Renzi-Bersani, che – come dice Bersani tutti i giorni, ormai – “non esistono”. In serata, viene fatto filtrare una telefonata tra Grasso e Boldrini il cui senso è: ‘non c’è nessuna competizione o rivalità tra di noi’. Non è vero, ma va bene… Con Speranza, invece, all’auditorium dove Campo progressista, di fatto, muore in modo triste e melanconico, c’è pure chi fa le liste per Mdp, Nico Stumpo. Sorride a tutti e il suo sorriso sembra dire: ‘Noi vi imbarchiamo, ma è tardi, è rimasta solo la terza classe, arrangiatevi..’. Pochi posti, cioè, nella nascente lista unitaria della Sinistra-Sinistra. Gianni Cuperlo rappresenta, in teoria, il Pd, ma passa il tempo solo, assorto: deve decidere la data del suo personale addio al Pd. Un’altra micro-scissione è alle porte, ma nel Pd. La Sinistra-Sinistra pare unita.

 

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Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

3. La Verità lancia un finto scoop: la madre di Renzi è indagata a Firenze. Intanto, però, i problemi di “casa Pd” non finiscono mai…

Ettore Maria Colombo – ROMA

 

Non solo babbo Tiziano Renzi. Anche la madre, Laura Bovioli-Renzi, secondo un giornale (“La Verità”…, sic) sarebbe “indagata”. Per l’avvocato di famiglia, però, non lo è: ha ricevuto solo “richiesta di informazioni e documenti” da parte della Procura di Firenze, Ma l’eco del cognome Renzi può molto. Alcuni siti ‘sparano’ subito la notizia. L’avvocato di famiglia, Federico Bagattini, diffonde un comunicato che specifica quanto avariata sia la ‘ciccia’. E Renzi? La voglia di reagire tanta, ma la risposta migliore, in questo caso, è il silenzio. E non, cioè, la frase che Renzi ripete da mesi ai suoi: “Vogliono colpire me, non i miei, ma io non mollo di un centimetro. Combatterò a viso aperto”.

Ma cosa è successo davvero? Laura Bovoli, mamma di Renzi, è iscritta nel registro degli indagati della procura di Firenze? Per La Verità di Maurizio Belpietro, direttore e testata non certo ‘amica’ del leader, sì: “I due nomi Renzi – scrive – compaiono in contestazioni legate al crack della cooperativa Delivery service Italia, fallita nel 2015. L’ipotesi investigativa – continuaLa Verità – è che a tirare le fila dell’azienda dissestata, come di altre, ci fosse la Eventi 6: ha come presidente e rappresentante, con la figlia Matilde, Bovoli, ed è proprietà delle donne di casa Renzi (Laura all’8%, le figlie Matilde 56% e Benedetta, al 36%)”. La replica del legale di casa Renzi è puntuta e affilata come una lama: “Il presunto scoop de La Veritàrichiama una notizia già uscita oltre un mese fa. Non abbiamo ricevuto avvisi di garanzia, ma la richiesta d’informazioni e documenti in merito al fallimento di una terza società, già presentati. E il procedimento in questione, aperto dai pm di Genova tre anni fa, è stato definitivamente archiviato”.Eppure, il silenzio contagia l’interoinner circle di Renzi: nessun renziano ne vuole parlare, neppure in via informale. Solo il coordinatore della segreteria, Lorenzo Guerini, di solito sempre diplomatico e cauto, sbotta con un collega deputato: “Si tratta solo di un altro tentativo, l’ennesimo, di colpire, attraverso notizie false sulla sua famiglia, Matteo”.

Guerini, peraltro, è indaffarato in altro: tessere la rete dei ‘papabili’, cioè i possibili alleati in coalizione con il Pd. Oggi Giuliano Pisapia, a Roma, scioglierà il nodo su dove andrà il suo Campo progressista (verso Mdp e al 99,9%). Quindi, sul lato sinistra, il Pd non ‘pescherà’ un bel nulla. Lunedì mattina Renzi vedrà la Bonino e i Radicali italiani che però gli pongono molte pregiudiziali e tutte ostative. Alfano spiega che la sua Ap, a costo di subire l’ennesima scissione verso il centrodestra, c’è e che nascerà un polo moderato di centro con Casini, Dellai, De Mita, etc. etc., ma il suo peso specifico resta quello che è: lo zero virgola. Ed ecco che il ministro Graziano Delrio prova a correre ai ripari. Ieri Delrio, intervenendo alla presentazione del libro di Piero Fassino a Reggio-Emilia, sua città natale, ha fatto un’apertura assai importante a Mdp, con parole molto diversa dal mood tipico di Renzi: “Dobbiamo metterci tutti attorno a un tavolo e fare tutti un passo indietro. Per tutti – spiega e insiste Delrio – intendo tutti: noi, Pisapia, la Bonino, ma anche Bersani ed Errani. Partiamo dai contenuti, ma in modo non ideologico”. Parole, quelle di Delrio, per nulla ‘in linea’ con Renzi. Lunedì, in Direzione, il Pd ne avrà di cose da discutere…

 

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NB: Tutti questi articoli sono stati pubblicati rispettivamente sabato 11, domenica 12, lunedì 13 e martedì 14 dicembre 2017 su Quotidiano Nazionale 
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#ildiavolovesteItalicum/6. Bersani, Speranza, Cuperlo, Bindi oggi diranno ‘no’ alla fiducia, ma la minoranza ha perso più della metà delle sue truppe

La scena sarà di quelle eclatanti e, a suo modo, spettacolare. Pier Luigi Bersani, Roberto Speranza, ma anche Rosy Bindi (che però già annuncia di essere passata dall’astensione al ‘no’ alla fiducia), ma anche Enrico Letta, Guglielmo Epifani, Gianni Cuperlo, al momento di sfilare sotto i banchi della presidenza di Montecitorio per la prima delle tre ‘questioni di fiducia’ sull’Italicum che si voteranno a partire da oggi, non risponderanno alla ‘chiama’. Insomma, il loro ‘no’ di sostanza all’Italicum si trasformerà in un’uscita dall’aula ‘politica’ a cuasa della questione di fiducia. Un atto politico forte, considerando che annovera ben due ex segretari di partito, un ex premier, un candidato alla segreteria e molti altri big della minoranza dem e che verrà compiuto con al seguito una quarantina (non di più, forse meno) di loro ‘fedelissimi’. Si va dai bersaniani stretti (persino Stumpo e Zoggia, però, sono dubbiosi) a ribelli dem già noti alle cronache parlamentari per i loro ‘no’ (Civati, Fassina, D’Attorre, Bindi), dagli ‘speranziani’, vicini all’ex capogruppo alla Camera (Leva), ai cuperliani (Pollastrini), passando per i pochi bindiani (Miotto) e lettiani (Meloni) rimasti. 

Il ‘guaio’, a volerlo vedere dal lato della minoranza dem, è che la loro scelta – quella dell’astensione non sul provvedimento finale, che potrebbe, a questo punto, trasformarsi in un definitivo ‘no’, ma su un atto politicamente impegnativo come la fiducia – ha spaccato e spaccherà ancor di più la già divisa minoranza dem. Infatti, una gran parte della minoranza dem, specie dentro Area riformista (90 deputati in tutto), e cioè circa 42-43 deputati, peraltro in crescita, strapperà con i suoi ‘padri’, politici e putativi. Si tratta di un’area (qualcuno li chiama già ‘i giovani armeni’…) che è entrata, da settimane, in sempre più crescente fibrillazione nei confronti dello ‘strappo’ verso Renzi operato dai big succitati. La sotto-area, per ora ancora non organizzata – spiega Ginefra – ma sicura di avere dalla sua numeri (la metà di Area riformista) e ragioni (il dialogo) chiede “un chiarimento definitivo” dentro la minoranza dem, scontenta della linea “troppo appiattita sui pasdaran del no”. Ne fanno parte, oltre a Ginefra (pugliese), Amendola (campano), Bordo (emiliano), Mauri (lombardo), ma anche volti noti dell’area come il ministro Martina e Damiano. Insomma, sottraendo questa quarantina e più di ‘dialoganti’, con Bersani-Speranza&co. resterà un manipolo di ribelli che, grazie all’apporto dei duri e puri noti (cui vanno aggiunti, forse Boccia e il giovane Enzo Lattuca), al massimo arriverà a ‘quota 40’ (i renziani sperano, addirittura, non superino ‘quota 30), non oltre, ma solo grazie al l’apporto dei 25 cuperliani e di 5 bindiani-lettiani. 

Certo, le parole di big ed ex big della minoranza grondano comunque  rabbia e indignazione e lasceranno il segno anche nel futuro dei rapporti tra maggioranza e minoranza, dentro il Pd, a prescindere dal fatto che, poi, quaLcuno (Civati, Fassina) la scissione la faccia davvero o arriva a farsi cacciare dal gruppo parlamentare e dal Pd. Per Bersani “è in gioco la democrazia, il governo non c’entra niente”. Civati, che voterà direttamente ”alla fiducia, come la Bindi e Fassina. ribattezza l’Italicum “Obbrobbrium”, Speranza definisce “un errore gravissimo la fiducia sulla legge elettorale”, Fassina garantisce che “proprio non si può votare” e pure Enrico Letta dice: “non voterò la fiducia sull’Italicum dopo strappo voluto dal governo, le regole non si impongono da soli”. 

 

NB. Questo articolo è stato pubblicato a pagina tre del Quotidiano nazionale del 29 aprile 2015 (http://www.quotidiano.net)

Rottamare le primarie? Se si rompe il mezzo, si perde il fine. Casi specifici e storia di uno strumento oggi logoro

Il segretario-premier parl davanti l'Assemblea nazionale del Pd del 14 giugno a Roma, hotel Ergife.

Matteo Renzi parla all’Assemblea nazionale del Pd del 14 giugno 2014 a Roma, hotel Ergife.

Le primarie non funzionano più. Si è logorato il mezzo (la consultazione popolare attraverso i gazebo e le sue regole) e, di conseguenza, si è dimenticato il fine (la selezione della classe dirigente a livello nazionale e locale da parte del Pd, principale partito del centrosinistra, o della sua coalizione). L’attualità ci parla del ‘caso Campania’. Ma il problema non è l’affluenza (alta: 160 mila persone), che in regioni come l’Emilia, recentemente, è invece drasticamente crollata (appena 58 mila elettori contro i 400 mila precedenti!), dato che pure dovrebbe far riflettere: le primarie non ‘tirano’ più tra gli elettori. Sempre meno gente va ai seggi: sempre domenica scorsa, ma nelle Marche, solo 50 mila i votanti. E neppure, paradossalmente, il problema sta nei possibili ‘brogli’ e condizionamenti del voto che pure ci sono stati (se non i primi, certo i secondi), in Campania, non nelle Marche.

Il ‘pasticciaccio’ brutto delle primarie in Campania (e che il Pd non voleva fare)

A sollevare il tema, pur senza la richiesta di invalidare le primarie, è stato lo sfidante perdente, contro Vincenzo De Luca (52%), l’eurodeputato Andrea Cozzolino (44%): chiede il ‘rinconteggio’ dei voti (stile Al Gore contro Bush in Florida…) e, ancora a tutt’oggi, non riconosce il vincitore. Dubbi, sui molti votanti di Salerno e dintorni, assai legittimi. Ma proprio Cozzolino era finito sul banco degli imputati, per le primarie a sindaco di Napoli che, nel 2011, furono addirittura invalidate, causa presunti brogli di ‘colonne’ di cinesi e rom portati in massa a votare. Il vero problema, però, non sta neppure qui, ma sta appunto nel ‘metodo’. A cosa servono le primarie? A selezionare, nel modo più democratico possibile, una classe dirigente di partito e/o di coalizione stante che questa dovrà poi, in ogni caso, presentarsi al giudizio degli elettori per il responso finale, quello delle urne. Precisazione lapalissiana, ma obbligata. Prima contraddizione. Il Pd nazionale, in Campania, le primarie non voleva farle. Ci ha provato in tutti i modi, a evitarle, al punto che ne ha ottenuto il rinvio per ben quattro volt: la data di convocazione è slittata, di mese in mese, da ottobre 2014 a marzo 2015! E tanto il Pd non era convinto dei soli due candidati sicuri ai nastri di partenza (Cozzolino e De Luca) che ha cercato in tutti i modi un candidato ‘altro’ e ‘unitario’, sia ‘interno’ (Nicolais, Migliore) che ‘esterno’ (Cantone). Alla fine, l’incapacità di trovare un buon candidato, la riottosità e la chiusura a ogni cambiamento del Pd campano, la disattenzione e supponenza con cui il Pd nazionale tende a non occuparsi, o occuparsi poco e male, del ‘suo’ Mezzogiorno, la debolezza della presunta carta alternativa (Migliore) tirata fuori male e all’ultimo, hanno portato il Pd verso il baratro: la celebrazione, obtorto collo, di primarie che il Pd non voleva affatto, limitandosi a subirle.

L’ineleggibilità (senza scampo) di De Luca e la Barracciu: due pesi, due misure.

Ora, in compenso, siamo al ‘comma 22’ di Heller. De Luca, già decaduto da sindaco di Salerno perché mantenne il doppio incarico (cumulo vietato) di viceministro del governo Letta senza mai dimettersi e per questo condannato dalla Corte d’Appello di Napoli, è candidabile ma non eleggibile a presidente della Campania e persino a semplice consigliere. Lo prescrive la legge Severino che, pur in disparità (assurda) di trattamento tra parlamentare, che viene dichiarato decaduto solo dopo tre gradi di giudizio (caso Berlusconi), prescrive, per l’amministratore locale, la immediata decadenza dall’ufficio (non l’incandidabilità!) anche solo per una sentenza in primo grado in caso di reati d’ufficio. E De Luca ha subito una condanna in primo grado proprio per abuso d’ufficio nell’esercizio delle sue funzioni. Se eletto, dovrebbe dimettersi, anche se potrebbe far ricorso al Tar, come ha già fatto il sindaco di Napoli, De Magistris, vincendolo e venendo reintegrato nell’ufficio, ma per una condanna e una candidatura antecedenti all’entrata in vigore della legge anticorruzione o dl Severino (2013). De Luca, invece, è stato condannato a legge Severino operante. Ergo, una sua vittoria al Tar è alquanto dubbio, oltre al fatto che la sola sospensiva creerebbe paralisi e imbarazzo nel cuore dell’amministrazione della sua regione. Altrimenti, sempre che il Pd non voglia cambiare in fretta e furia la legge Severino in Parlamento, il che è impensabile, a De Luca non resta che il ricorso alla Consulta, già esperito da alcuni Tar in casi simili. Ma quando anche la Consulta gli desse ragione, sempre il Parlamento dovrebbe colmare il vuoto normativo. E si tornerebbe, dunque, alla Severino, alla sua presunta modifica. Nel frattempo, chi governerebbe i campani e la Campania? Il ‘guazzabuglio’ è per ora infinito. L’altro guaio è che, per il regolamento delle primarie del Pd, un condannato in Appello non si può presentare e correre, un condannato in primo grado (come nel caso di De Luca) sì. Ma, pure in questo caso, fatta la legge, trovato l’inganno. Francesca Barracciu, regolare vincitrice delle primarie sarde del 2013 con un buon 44,3% rispetto a ben 51 mila votanti, fu costretta al ritiro proprio dopo le fortissime pressioni del Pd nazionale in quanto si scoprì che aveva ricevuto un (semplice) avviso di garanzia per mancata rendicontazione dei rimborsi dei consiglieri regionali, di cui era esponente fino al 2012, in un processo che ancora oggi non è iniziato! Siamo al solito ‘due pesi, due misure’: Barracciu costretta al ritiro per una semplice indagine, De Luca che corre e vince da condannato e che annuncia, con toni perentori: “Io faro ricorso, ma il Pd cambi la Severino”. Traduzione: io non applicherò una legge dello Stato, e da Governatore, il Pd cambi, per me, la legge. Una modifica ad personam (sic). Per un partito che ha così tanto a cuore la ‘legalità’, un bella contraddizione. Infine, la terza questione.

L'ex premier e fondatore dell'Ulivo Romano Prodi

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

La storia delle primarie: da quelle di Prodi (2005) a quelle di Veltroni (2007)

E qui entriamo nel campo della politica e della storia delle primarie. A cosa servite, storicamente, le primarie? Al loro esordio, sono servite a dare forza a un candidato premier, Romano Prodi, privo di un partito alle spalle (l’allora Ds di D’Alema non lo amava affatto) e che, dopo la fallita prima stagione dell’Ulivo, somma di partiti, del 1996-’98, voleva a tutti i costi una forte legittimazione popolare per accettare il ritorno in campo. Infatti, su 4 milioni (teorici) di votanti, il 74,1% di voti a Prodi venne vissuto da tutti come la consacrazione che fino a ieri gli era mancata. Poi le cose non andarono comunque così, e anche il II Ulivo (l’Unione) cadde per le beghe interne tra partiti, ma anche per questo motivo il ‘tradimento’ dell’incoronazione popolare fu percepibile a tutti gli elettori. Nel 2007 le primarie fatte per il solo Pd, allora nascente, furono invece primarie ‘fondative’. Veltroni le volle per legittimare proprio la nascita di un nuovo partito e per dimostrare che non si trattava solo della somma di Ds e Margherita più pezzetti minori, ma di un vero partito ‘nuovo’. Le vinse Veltroni, anche qui in modo plebiscitario (75,2% di voti su 3,5 milioni di votanti), con gli sfidanti nel puro ruolo di valvassori (la Bindi arrivò seconda con appena il 12,9%).

Primarie Bersani-Franceschini (2009) e Bersani-Renzi (2012): partito e/o coalizione

Poi, il primo passaggio, a nostro avviso, ‘vero’ e coerente, ma anche l’unico: le primarie che videro Pier Luigi Bersani prevalere, con nettezza ma senza stravincere, su Dario Franceschini nel 2009 (tre milioni i votanti, 53,2% a Bersani, 34,3% per Franceschini). Due concezioni diverse del partito (quello della ‘Ditta’ contro quello ‘veltroniano’), diverse affiliazioni culturali e politiche (sinistra diessina e dalemiani con Bersani, destra post-Ds, miglioristi, liberal e veltroniani con Franceschini), due visioni del mondo, della politica, delle alleanze (idea della coalizione da ‘foto di Vasto’ contro l’ex Pd ‘maggioritario’) si fronteggiarono, e giustamente. Una vinse, l’altra perse, ma senza rotture interne insanabili. Bersani, in realtà, negli anni seguenti aveva promesso, tra le tante cose, una maggior cura e attenzione non solo alla ‘macchina’ del partito ma pure allo strumento delle primarie. Quando però si tratto di regolamentarle (il famoso ‘regolamento’ con doppio albo degli elettori: registrati una prima volta, preregistrazione anche on line, e poi voto vero, con possibilità di registrazione tra primo e secondo turno, ma dietro ‘giustificazione’, adesione all’Albo degli elettori) messo nero su bianco dal responsabile Organizzazione del Pd bersaniano, Nico Stumpo, è già tardi. Renzi è ad portas. Il sindaco di Firenze bussava alle porte e premeva per rompere da mesi. Nel 2012 scende in campo e si candida contro Bersani a guidare la coalizione del centrosinistra. E qui sta il paradosso e il ruolo da non-sense delle primarie. Renzi dovrebbe (e potrebbe) scalare il partito, invece punta alla figura di candidato premier. Bersani, che lo è per statuto (voluto da Veltroni), dove il candidato premier è il segretario che ha vinto le (precedenti) primarie, compie un gesto di liberalità e, a fine 2012, fa cambiare lo Statuto, permettendo anche a Renzi (o altri) di correre. Ma la cosa non ha senso. Nell’idea originaria del Pd il partito esprime un candidato-segretario già a disposizione della coalizione, forte dell’investitura ottenuta via primarie, disponibile, al più, a correre con ‘altri’ leader di altri partiti per la leadership di coalizione, non a ridiscutere se stesso. Le primarie del novembre 2012 (cui partecipano anche Nichi Vendola per SeL e Bruno Tabacci per Cd) sono finte primarie di coalizione. Nascondono, in realtà, uno scontro fratricida dentro il Pd, quello arci-noto ‘rottamazione’ versus ‘vecchia guardia’, ‘Leopolda’ versus ‘Ditta’, liberal-blairiani contro sinistra socialdemocratica (e un po’ post-comunista), che finisce per oscurare e mettere in secondo piano le primarie di coalizione e anche le ragioni stesse di questa. Insomma, dovrebbero essere – legittimamente – primarie di partito, invece sono travestite da primarie di coalizione. Vince Bersani (di misura al primo turno, 44,5% contro il 39% su 3 milioni di votanti ma nettamente al ballottaggio: 60,9% contro 39,1% e meno votanti: 2 milioni e ottocento mila) ma perderà (o ‘non vincerà’) le successive elezioni politiche con Renzi che ormai si pone come una pesante spina nel fianco. Nel partito, prima di tutto, più che rispetto al governo che Bersani non riesce a formare, alle sue successive dimissioni e poi al governo Letta contro cui l’ostilità di Renzi è palese.

L'ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

L’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

Quando vince Renzi (2013) le primarie non gli servono più…

Quando, finalmente, si svolgono le primarie ‘vere’, corrette, le uniche che dovrebbero avere senso, dentro il Pd, e cioè quelle per la leadership del partito, la partita è senza storia. Renzi ha ormai conquistato a sé quasi tutto il partito, dopo le dimissioni di Bersani, e pensa già ad altro (il governo): vince le primarie del dicembre 2013 contro Gianni Cuperlo in surplace, senza sforzo (67,5% contro 18,1% mentre il 14,2% va a Pippo Civati, su un totale di 2 milioni 800 mila votanti in un II turno che in realtà è un turno unico perché il primo, quello tra gli iscritti, ha visto 300 mila partecipanti). Ma al governo ci va perché fa cadere Letta, non per l’esito delle primarie, pur se queste gli danno il Pd chiavi in mano. Renzi, ciò, non ha avuto bisogno delle primarie per conquistare il Pd, che gli è caduto come pera matura in mano, e non usa le primarie (di coalizione) per scalare il governo, ma una congiura di palazzo (per quanto legittima, dal punto di vista del formarsi di nuove maggioranze alle Camere, maggioranza che peraltro è la stessa di Letta…). Né userà le primarie in futuro, quando si candiderà alle prossime politiche: la nuova legge elettorale, l’Italicum, prevede il premio al partito, non alla coalizione, lui è il leader del Pd, non ha e non avrà bisogno di tenere delle primarie per ricandidarsi premier, gli basterà farlo da leader uscente (senza dire del fatto che lo Statuto del Pd ha solo fatto una deroga temporanea, quella voluta da Bersani per Renzi, ma è in vigore: il segretario è in automatico candidato premier).

I fallimenti  (2012 e 2013) delle primarie locali: o il Pd le perde o, dopo, si spacca.

Nel frattempo, nel mare magno di questi anni di coalizione di centrosinistra, si sono svolte primarie di tutti i tipi e gradi: le più clamorose sono quelle per la carica di sindaco che, nel 2012, segnano quasi ovunque la sconfitta del candidato Pd: a Milano, Cagliari e Genova le primarie vincono (anzi: stravincono) i candidati di SeL Giuliano Pisapia, Massimo Zedda e Marco Doria, che stracciano i candidati ufficiali del Pd (rispettivamente Boeri, Cabras, Vincenzi). A Napoli e Palermo saltano. A Napoli, come si è già ricordato, vengono annullate dopo le accuse al fulmicotone tra i candidati (Cozzolino e Ranieri) e contro il nome scelto dal Pd, Morcone, trionfa (ma alle elezioni vere) il candidato dell’Idv, De Magistris. A Palermo le vince, in teoria, tale Ferrandelli (Idv sostenuto da pezzi di Pd) contro il renziano Faraone, ma l’ex sindaco Leoluca Orlando non ci sta, denuncia brogli (che pure ci sono stati) si presenta alle elezioni e rivince lui. Insomma, il Pd promuove le primarie ovunque, ci mette i soldi e la ‘macchina’, mostra tutte le divisioni interne che ha, sbaglia (spesso) gli uomini su cui puntare, si divide e lacera. Ultimo caso, le primarie in Liguria, stavolta per le Regionali. Le vince, a fine 2014, Raffaella Paita contro Sergio Cofferati (28 mila voti contro 24 mila su un totale di 55 mila elettori), che addirittura esce dal Pd denunciando brogli e irregolarità, a partire dall’appoggio di noti esponenti della destra locale. infine, le primarie dell’Emilia-Romagna, che designano Stefano Bonaccini vincente assoluto ma con percentuale di votanti bassissima e poi replicata alle elezioni. E, appunto, le ultime primarie, quelle in Campania, con il loro carico di odi, rivalità, sgambetti, che segnalano una vittoria di Pirro, quella di De Luca, e la disfatta pubblica del Pd locale.

Bilancio: primarie da abolire a livello locale, da regolamentare a livello nazionale.

Morale: le primarie (lo dimostra il caso campano e altri) non funzionano a livello locale: impediscono una seria selezione della classe dirigente, che ogni partito dovrebbe fare; sono ogni volta avvelenate da brogli e inquinamenti del voto; trasmettono, ormai, un’immagine di un Pd dilaniato e diviso, oltre che quella della sostanziale disaffezione dell’elettorato, come è evidente dai sempre meno votanti che vi partecipano. Un partito degno di questo nome dovrebbe sapere scegliere, nei propri legittimi organismi dirigenti, votati e legittimati dagli iscritti, ultima e prima catena dell’anello (forte o debole) del partito, la sola legittimata da sempre a esprimersi, i candidati migliori da selezionare e presentare alle elezioni dei vari gradi amministrativi. come, peraltro, si è sempre fatto nella storia. Potrebbero, invece, restare valide e interessanti, le primarie, sul piano nazionale, per scegliere il candidato premier della coalizione di centrosinistra e, a maggior ragione, il leader-segretario del Pd, ma con due avvertenze. Le primarie andrebbero regolamentate in modo preciso e serio, per legge, valide cioè erga omnes (per tutti i partiti e/o movimenti) e con un grado di legittimazione democratica che passi ‘prima’ per le aule parlamentari. Secondo, le due competizioni (primarie per la carica di segretario-leader del partito e primarie per la leadership-premiership di una coalizione di partito) andrebbero tenute separate e non impropriamente confuse, come è avvenuto con lo scontro Renzi-Bersani. Anzi, anche i regolamenti dovrebbero essere diversi: uno più stringente e meno aperto per eleggere il segretario di quello che resta, pur sempre, un partito. Un altro, più largo e flessibile, per il leader di coalizione non fosse altro perché a un partito ci si iscrive e/o tessera con un atto politico forte e volontario (tesseramento) mentre per una coalizione e il suo leader si vota più in base alle idealità e opinioni politiche del momento (voto fluido). Quello che non può più reggere, a mio modesto avviso, è l’uso delle primarie ‘sempre e comunque’, per ogni ordine e grado di elezione, dal piccolo comune alla guida del Paese. Perché quando il mezzo è logoro finisce per uccidere il fine.

NB. Questo articolo è stato pubblicato sul blog ‘I giardinetti di Montecitorio’ che tengo su Quotidiano.net (http//: http://www.quotidiano.net.)