“Saldi invernali” in Archivio. Tre articoli recenti: retroscena su Renzi e le candidature nel Pd, Gentiloni e il governo, le Camere sciolte e Mattarella

Pubblico qui di seguito tre articoli usciti su Quotidiano Nazionale tra il 27 e il 30 dicembre 2017. Parlano dello scioglimento delle Camere, delle scelte di Renzi, Gentiloni, Mattarella Li leggerete in ordine inverso alla data di pubblicazione, cioè dal più recente al meno recente. 
1. Parte il toto-candidature nel Pd. Renzi epura le correnti e lascia alle aree interne solo le briciole, con Gentiloni aumentano gli attriti: premier restio ad andare in tv. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
renzi sul treno

Il segretario dem Matteo Renzi sul treno Destinazione Italia

Il Pd ha, come si sa, molti problemi da affrontare nella corsa verso il voto che si è aperta ufficialmente con lo scioglimento delle Camere decretato da Mattarella il 27 dicembre scorso. Ci sono i sondaggi, in calo vertiginoso: oggi il Pd è quotato al 23% (-7 punti in 7 mesi), anche se Renzi è convinto: «arriveremo almeno al 25%, saremo il primo partito e la seconda coalizione». Anzi, secondo il leader dem, che lo spiega ai suoi, “prenderemo almeno il 25% dei voti, il che vuol dire ottenere almeno 250 parlamentari: 150 eletti nei listini proporzionali e 100 nei collegi uninominali”.
Poi c’è il problema degli alleati minori che vengono chiamati, con dispetto, «nanetti», al Nazareno. Hanno zero peso politico, raccatteranno pochi voti, ma reclamano collegi sicuri (5 cadauno per ognuno delle tre liste alleate: centristi ‘per l’Europa’, Insieme, cioè la pattuglia di ulivisti, socialisti e verdi, e i Radicali di Bonino-Magi-Della Vedova).
Poi, ancora, c’è il problema della corrosione della leadership di Renzi: sarà costretto, volente o nolente, a giocare «di squadra» con ministri che, in parte, non ama  proprio (tipo quello all’Interno, Marco Minniti, che sta facendo fuoco e fiamme perché non vuole subire l’ignominia di essere candidato nella sua Reggio Calabria e perdere il suo collegio) e ministri che a stento tollera dentro il partito, figurarsi al governo (Franceschini, Finocchiaro, Orlando, etc.), Ma, soprattutto, con Gentiloni nell’oramai noto «schema a due punte». Gli screzi, gli attriti e le incomprensioni, tra premier ed ex premier, sono  in crescita esponenziale. In ogni caso, Renzi dovrà, giocoforza, farsi «un vanto» dell’azione di un governo che non ha mai amato né voluto. Invece, Gentiloni dovrà «farsi vedere» in campagna elettorale: sarà candidato nel collegio di Roma 1 e in più listini proporzionali (Puglia e Piemonte, pare). Il premier, però, vorrebbe solo fare «il governo che governa», come recita una delle sue ormai note tautologie, con imparzialità  e seguendo alla lettera i dettami di Mattarella che non vuole esporlo per conservarlo, «freddo», per il dopo voto.

 

Infine, dramma nel dramma, c’è il busillis Maria Elena Boschi. In  realtà, la pratica è già stata risolta: «Non l’ho sentita, in questi giorni», dice Renzi ai suoi, «ma so che si vuole ricandidare e io non abbandono gli amici in difficoltà. L’ho fatto persino con Lupi…». Morale, ‘Meb’ sarà candidata: o nel suo collegio naturale, quello di Arezzo, in una sorta di ordalìa personale contro tutto e tutti («ma ad Arezzo la serie storica dice che vinciamo sempre», ricorda Renzi), o solo nel listino proporzionale in Toscana oppure in entrambi.
Il solo problema che, paradossalmente, il Pd non ha è come ripartire le quote interne in vista delle candidature alle Politiche. Al Nazareno  si dice, senza troppe diplomazie, che verrà messa in atto una vera «pulizia etnica» delle tante (troppe, per Renzi) «anime» interne che scarseggiano in lealtà. Il segretario, che si candiderà nel collegio senatoriale di Firenze 1 («Attendo Salvini», la sfida da lui lanciata al leader leghista), vuole avere, in Parlamento, una pattuglia di “fedelissimi” pronti a tutto: appoggiare un governo di «larghe intese», ovviamente, ma anche, forse, a dare il via libera a un governo tutto targato centrodestra. «Le federazioni toscane ed emiliane faranno fuoco e fiamme», preconizzano i renziani, «perciò ci servono parlamentari fedelissimi, solidi e saldi». Alle altre aree interne  ‘a-renziane’ andranno le briciole. «Area dem» di Dario Franceschini, che si candiderà a Ferrara, contava 90 parlamentari. Quanti ne torneranno? Al Nazareno la questione brutalizzano così: «Area dem non esiste più perché al congresso stavano tutti con noi, nella mozione a sostegno di Matteo». Ergo, a loro non andrà nulla o quasi. Ma anche se a Franceschini venisse riconosciuta una piccola quota, dentro «ci vanno pure Fiano, Rosato, Giacomelli», è la furbata renziana, visto che sono già tutti renziani.
In compenso, all’area Orlando, «Dems», andrà molto peggio. Oggi gli orlandiani sono una quadrata legione romana: ben 120 parlamentari. «Orlando ha preso il 18% al congresso e quello avrà, ma dentro dovrà fare posto pure ai cuperliani e agli ulivisti, a Rete dem, etc», sibilano al Nazareno. Morale, se Orlando, che si candiderà nella sua Liguria, avrà 15 parlamentari o poco meno, potrà dire di aver portato a casa la pelle. Michele Emiliano, infine, di posti ne avrà solo cinque, ma non farà storie: saranno tutti suoi pugliesi doc.
Infine, la famosa «società civile». Tra i nomi che Renzi vuole in lista c’è l’immunologo Burioni, l’ex ct di volley Berruto e «AstroSamanta» Cristoforetti, oltre al fratello del giornalista Siani e alla giornalista, leader del movimento ‘Fino a prova contraria’, la Chirico. Voleva pure l’olimpica Bebe Vivo. La quale, però, per sua fortuna, “non ha l’età”.
NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 30/12/2017.
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2. Gentiloni farà campagna elettorale per il Pd ma ‘cum juicio’ e si smarca da Renzi 
Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

Ettore Maria Colombo – ROMA
Nun ce se crede…”. E’ proprio nel bel mezzo della conferenza stampa di fine anno, mentre sta parlando dell’Italia leader nell’export, che Paolo Gentiloni si lascia scappare una battuta in romanesco – romanesco alto, però, curiale e nobiliare, stile sonetto del Belli – come, forse, a tradire un’emozione, quella di “Paolo il Freddo”. Uno che, di solito, parla per tautologie (“il governo governa”, “apriremo il dossier quando il dossier sarà aperto”…), ma che, proprio ieri, nella conferenza di fine anno, che per incidens è coincisa con quella di fine legislatura, si è tolto diversi sassolini dalle scarpe. Il premier attuale – e che resterà in carica con pieni poteri, altro che “disbrigo degli affari correnti”: del resto ‘vuolsi così colà dove si puote’, cioè al Quirinale –  rivendica di “aver preso delle decisioni, non fatto annunci” (stoccata a Renzi n. 1). Poi sospira che “non vedevo l’ora che finissero le audizioni della commissione Banche” (stoccata a Renzi n. 2, lo scontro tra Gentiloni e Renzi è stato quasi pari a quello su Visco). Infine, ricorda i risultati “miei e dei miei predecessori”. E qui cita non solo l’ex premier, ma anche Enrico Letta, uno che, solo a nominarlo, nel Pd renziano mettono mano alla pistola (Renzi, infatti, non lo nominava mai, stoccata n. 3). Gentiloni si produce, invece, in un difesa a spada tratta della Boschi (“L’ho voluta io” rivendica) e anche della necessità – in sottile ma evidente polemica con gli scissionisti andati via dal Pd e finiti in Leu – che “la sinistra non può che essere di governo”. Con tanto di citazione mitterandiana del Pd che dovrebbe porsi come “la forza tranquilla” (ieri Renzi ha fatto identica citazione).
C’è, naturalmente, in Gentiloni, la personale soddisfazione per tutto quello che ha compiuto in questo faticoso anno di lavoro (“Per il Pd più che farmi venire l’infarto non potevo fare…” rivendicò mesi fa) in cui, appunto, “non abbiamo tirato a campare”, ma prodotto risultati sul fronte dell’economia, dei migranti, dei diritti, anche se su quest’ultimo punto ammette: il bicchiere è mezzo pieno (unioni civili e biotestamento approvati) ma anche mezzo vuoto (ius soli saltato). Certo, tutti questi impegni il premier li ha potuti onorare grazie al pieno sostegno di Mattarella, con cui ormai il sodalizio è di ferro, l’appoggio, a corrente alternata, del Pd di Renzi e il sostegno freddo, ma leale, degli altri partiti di maggioranza. Ma “la Sfinge” – così lo chiamano i suoi colleghi di governo – non solo è riuscito a sfangare un anno partito malissimo, ma anche a imporre uno stile, il suo, quello dell’understatement, che da Renzi, come si sa, è lontano anni luce. Inoltre, il segretario non ha più in mano le leve del potere, Gentiloni sì. Il premier ha fatto (Polizia, Aise, Consob, BankItalia) e farà nomine assai importanti (Guardia di Finanza, Carabinieri, Esercito), affronterà – e, forse, risolverà – i caldi dossier aperti di Alitalia e Ilva in vendita, porterà le truppe italiane in Niger (sul punto arriva l’unica stoccata alle opposizioni e alle loro “illazioni spettacolari” su una missione che per Gentiloni come per Mattarella, oltre che per la Pinotti, “è strategica” per mantenere l’Italia coi piedi saldi in Africa) e rappresenterà l’Italia in cruciali vertici Onu, Ue e Nato, senza dire che, nei prossimi sei mesi, l’Italia avrà la presidenza semestrale dell’Ocse.
Renzi, però, ovviamente, fa e farà di tutto per farsi trovare pronto: dice ai suoi che “Per me Paolo non è un potenziale rivale domani, ma un alleato forte oggi”. Anzi, la linea del Nazareno sarebbe questa: Renzi starà sui social “a bombardare Berlusconi e Grillo” mentre Gentiloni dovrebbe andare in tv (della qual cosa ha zero voglia e pare non farà) e i ministri, poveretti, andranno “sui territori”, a cercar voti.
Anche Gentiloni non si pone in contraddizione con Renzi: è disponibile a fare campagna elettorale “con le modalità che il Pd sceglierà”. E il Pd ha già scelto: lo candiderà a Roma 1, nel collegio uninominale, e in più listini proporzionali. Il terzo incomodo, però si chiama Mattarella: ha fatto di tutto, pur di tenere in vita il governo Gentiloni fino a dopo il voto. E ora il Colle fa trapelare che “Gentiloni va preservato dalle possibili polemiche della campagna elettorale”. Che è come dire al Pd: usatelo sì, ma il meno possibile, cum juicio.
NB: L’articolo è pubblicato il 29 dicembre 2017 a pagina 3 del Quotidiano Nazionale
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3. Mattarella. Gentiloni, fino alle nuove Camere, ha “pieni poteri” ma intanto il Capo dello Stato già pensa a mettere in pista un Gentiloni bis, dimissionario o no. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

L'aula di Montecitorio vista dall'interno

Oggi, 27 dicembre, al termine della conferenza di fine anno di Paolo Gentiloni, il premier salirà al Colle e dopo terrà un consiglio dei ministri. Il Colle firmerà l’atto di scioglimento delle Camere (un Dpr, Decreto del Presidente della Repubblica), ma sarà il cdm, con un Dpcm, a stabilirà la data del voto: entrambi gli atti saranno controfirmati dai due Presidenti. Il governo si prenderà un tempo mediano tra la data minima stabilita dalla legge (45 giorni, in base al TU del 1957) e la data massima fissata per Costituzione (70 giorni) per fissare elezioni e tutti gli indizi dicono che il Paese andrà al voto il 4 marzo. Il 31 dicembre, nel discorso di Capodanno, il Capo dello Stato spiegherà le ragioni dello scioglimento delle Camere, inviterà gli italiani al diritto di voto e i partiti a una campagna elettorale civile.

Fin qua, si può dire, l’ufficialità. Dietro, però, c’è molto altro. “Il corretto funzionamento delle Istituzioni, non ammette vuoti”. Tagliano corto così, al Qurinale, in merito alle petizioni on-line di cittadini e parlamentari di sinistra (Manconi, Cuperlo, etc.) che si stanno appellando a Sergio Mattarella affinché differisca “di qualche settimana” lo scioglimento delle Camere per approvare, al Senato, lo ius soli. Il presidente della Repubblica non ha nulla, naturalmente, contro lo ius soli (anzi, ritiene la “nuova cittadinanza” un tema cruciale e da affrontare), ma il suo primo obiettivo è assicurare la chiusura “ordinata” della legislatura in corso e l’altrettanto ordinata apertura della prossima, di legislatura. Il tempo per approvare lo ius soli è, dunque, del tutto scaduto. Con il voto che verrà fissato al 4 marzo, la prima seduta delle nuove Camere (XVIII legislatura) si terrà il 24 marzo quando i nuovi parlamentari dovranno eleggere, come loro primo atto, i nuovi presidenti di Camera e Senato e costituire i gruppi parlamentari.

Fino ad allora chi governerà? “Il governo Gentiloni” – è la risposta, netta e priva di dubbi, che arriva dal Colle, “governo che è nel pieno dei suoi poteri”. Nessun governo “dimissionario”, dunque, né in carica soltanto per “il disbrigo degli affari correnti”, come si legge in questi giorni, riguardo al futuro prossimo dell’esecutivo guidato da Gentiloni. Perché? Per una precisa scelta del Capo dello Stato: Mattarella vuole evitare di trovarsi con un governo “dimissionario” e ‘dimezzato’ e non vuole correre il rischio che venga sfiduciato come sarebbe potuto accadere, appunto, se la maggioranza, ormai evaporata, avesse dovuto affrontare, nell’Aula del Senato, un voto ad alto rischio, quello sullo ius soli. Il governo Gentiloni resterà, perciò, fino a insediamento delle nuove Camere. Allora sì che, da quel giorno (il 23 marzo), diventerà un governo “dimissionario” e in carica solo “per il disbrigo degli affari correnti”. Ma, pur se da ‘dimissionario’, Gentiloni potrà fare decreti, anche se in quel caso saranno le nuove Camere a decidere se convertirli o meno. Stefano Ceccanti, professore di Diritto costituzionale, spiega così la scelta del Colle: “Con la Ue abbiamo ceduto sovranità. L’Italia dovrà prendere decisioni importanti nei vertici Ue, Nato, etc. Non possiamo accettare vuoti di potere. Ecco perché resta Gentiloni”.

Tra gli impegni europei e internazionali cui Mattarella tiene molto c’è il decreto con cui il governo porterà truppe italiane in Niger (questo andrà convertito, anche a Camere sciolte), ma soprattutto l’Italia è attesa a importanti vertici Ue e Nato. A marzo un vertice del Consiglio europeo discuterà la proposta Merkel-Macron di modifica della zona Euro, tra febbraio e marzo si discuterà del tema migranti, per non parlare del capitolo Brexit.

Serve, in buona sostanza, “un governo che governi” e Mattarella ha individuato in Gentiloni l’ecce homo. Con buona pace di Renzi e dei possibili mal di pancia del Pd. Il leader del Pd potrebbe anche trovarsi nella (imbarazzante?) situazione di dover rivotare il suo Gentiloni se, Dio non voglia, le consultazioni andranno troppo per le lunghe. Mattarella è già pronto a rimandare lo stesso Gentiloni davanti alle Camere per ottenere una nuova fiducia da quelli che ha già individuato come i partiti più ‘responsabili’ (Pd, FI, etc). In attesa che la matassa si sbrogli o di convocare nuove-nuove elezioni. In ogni caso, potrebbe non essere troppo un caso ‘di scuola’ pensare che sarà un Gentiloni bis, dimissionario o meno, a preparare e presentare il Def del 2018 alle Camere e in Europa.

NB: L’articolo è pubblicato a pagina 2 del Quotidiano Nazionale il 28 dicembre 2017
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NEW! Totoministri governo Gentiloni: Alfano agli Esteri, Minniti agli Interni, a Lotti anche gli 007, dentro Verdini, via Giannini e Poletti, resta la Boschi

Questo articolo è stato scritto ieri sera e aggiornato ieri notte e solo sul sito stamattina. 

Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

IL GOVERNO Gentiloni che oggi ha visto le delegazioni dei partiti a Montecitorio, ha una lunga serie di «stelle fisse», nel senso di ministri riconfermati nel loro ruolo dall’incarico precedente (governo Renzi) e alcuni «buchi neri» che potrebbero scompaginare il quadro.
Partiamo dalle «stelle fisse». La prima, destinata a durare e a brillare come prima (anzi, di più) è quella di Luca Lotti. ‘Il’ sottosegretario per eccellenza alla presidenza del Consiglio di palazzo Chigi, amico fidato di Matteo Renzi e cuspide dell’ormai arcinoto «giglio magico» fiorentino, non solo resterà dov’è, ma assumerà anche la cruciale delega ai servizi segreti, cui ambiva da tempo, fino ad ora nelle mani di Marco Minniti (ex dalemiano, nelle origini, poi veltroniano, oggi vicino ad Area dem di Franceschini). Minniti andrà agli Interni, ministero di certo delicato e decisivo, in tempi di elezioni anticipate, mentre Angelino Alfano, leader di Ncd, lascia il Viminale per la Farnesina. Una scelta clamorosa, certo, e della quale per ore non sono state chiare le reali motivazioni. In realtà, Alfano lascerebbe gli Interni per un motivo tutto «politico»: sganciarsi da un ministero cui gli elettori specie quelli moderati, imputano gli sbarchi dei migranti e il boom di immigrati in vista di elezioni Politiche anticipate in cui già i centristi stenteranno e dove, anche per questo motivo, potrebbero pagare un pegno in termini di consensi troppo alto. Insomma, anche se sia Renzi che lo stesso Gentiloni avrebbero visto bene la prima segretaria generale donna della Farnesina, Elisabetta Belloni, agli Esteri, o in alternativa Piero Fassino – la seconda scelta di Gentiloni, l’ultima di Renzi che gli imputa il disastro della sconfitta alle comunali di Torino a giugno – Alfano ha deciso di andarci lui, agli Esteri, anche perché, insieme e subito dopo al Pd, il suo Ncd ha la golden share della maggioranza.
A Lotti, invece, resta in mano un altro dossier chiave, le nomine delle aziende di Stato: in primavera scadono i vertici di Enel, Eni, Poste, Finmeccanica, Terna e altri cda, gran finale con il successore di Vincenzo Visco a Bankitalia, i vertici della Rai, ove mai si dimettessero.

L’ALTRA certezza è che «un posto, a quelli di Verdini, bisognerà trovarlo», allargano le braccia i renziani. Si da il caso, infatti, che Ala (18 senatori e 16 deputati che si sono fusi coi miseri resti di Scelta civica di Zanetti, un partito che si è auto-liquefatto da solo negli anni) è determinante per la sopravvivenza di qualsiasi governo, al Senato, dove – senza i voti di Ala – banalmente la maggioranza non c’è (173 voti presi da Renzi all’ultima fiducia, senza i 14 assicurati da Verdini, non ci sarebbero stati i 169 voti necessari per avere la fiducia): governo Renzi ieri, governo Gentiloni da domani. Ergo, bisogna accontentarli, i verdiniani. Il problema è come: una promozione dello stesso Zanetti, oggi viceministro all’Economia, che però è inviso ai più (democrat e tutti gli alleati, compresa buona parte dei verdiniani) per il suo eccessivo e petulante protagonismo o un ministero per uno tra due ex azzurri di rango: Giuliano Urbani o Marcello Pera, che ha guidato i «Comitati centristi per il Sì». Il secondo, più del primo, sarebbe un ottimo ministro delle Riforme o anche dell’Istruzione. Ma alla fine potrebbe essere premiato Saverio Romano, con il nuovo ministero per il Sud, visto che l’ex fondatore del Pid, poi ‘responsabile’ berlusconiano, oggi è una colonna di Ala nonché un portatore di voti oggi a Verdini, come ieri a Berlusconi, nella sua colonia sicula, oppure il deputato verdiniano (e toscano) Riccardo Mazzoni agli Affari regionali.

La terza certezza sono le conferme di molti ministri: da quelli del Pd – Orlando (Giovani Turchi) alla Giustizia, Pinotti (Aream dem) alla Difesa, Martina («Sinistra è cambiamento») all’Agricoltura, Delrio (cattorenziani) alle Infrastrutture, più i ‘tecnici’ di area renziana Padoan all’Economia e Calenda allo Sviluppo economico. In area centrista, il bolognese Galletti (Udc) resterà dov’è, cioè all’Ambiente, anche se girano da giorni alte le quotazioni del democrat ambientalista – e amico intimo di Gentiloni – Ermete Realacci, Costa e Lorenzin (Ncd) pure, ai dicasteri di Famiglia e Salute, e via via scendendo pe’ li rami di viceministri e sottosegretari, dove contano  gli appetiti dei partiti «piccoli» (Popolari, Psi, etc.).
Al ministero del Welfare, scontato l’addio di Giuliano Poletti, la novità è Teresa Bellanova: ex Cgil, tosta e riformista, già viceministro allo Sviluppo economico mentre le quotazioni dell’ex sottosegretario a palazzo Chigi per i problemi del Lavoro, Tommaso Nannicini, renziano di ferro, sono in discesa (dovrebbe lasciare). Per quanto riguarda, invece, i «buchi neri», ne ballano tre. Alla Pa potrebbe restare, come potrebbe andarsene, Marianna Madia per fare posto a Piero Fassino (Area dem, ma non troppo), che rischia di restarsene a casa.

ALL’ISTRUZIONE scontata l’uscita di Stefania Giannini: rifiutata l’offerta da Gianni Cuperlo (Sinistra dem), salgono le quotazioni della senatrice (Area dem) Francesca Puglisi ma in alternativa – pericolosa  per lei – c’è appunto l’azzurro verdiniano Marcello Pera. L’ultimo «buco nero» è la sorte del ministro Boschi. Per il suo posto gareggiano in tre: la senatrice Anna Finocchiaro, data in pole position, il deputato Emanuele Fiano (Area dem) e il vicesegretario dem Lorenzo Guerini (che, però, spiega a un amico: «Io resto al partito») ma solo per il pezzo più importante del ministero, quello delle Riforme. La Boschi, se resta al governo, potrebbe tenere solo le (scarne) deleghe di Pari Opportunità, Adozioni e Rapporti con il Parlamento o andare a Chigi in qualità di sottosegretario ‘semplice’. Certo è – come si fa notare al Quirinale come a palazzo Chigi, al Nazareno come a Montecitorio – “a che serve fare un ministero delle Riforme se questo governo non farà alcuna riforma?”.

NB: questo articolo è stato scritto per il giornale del 12 dicembre 2016 (Quotidiano Nazionale) e aggiornato la mattina del 12 dicembre stesso per il sito Quotidiano.net

Nomine, pasticcio all’europea. E la Merkel dice ‘nein’ a D’Alema…

L'ex premier italiano Massimo D'Alema e la Merkel.

L’ex premier italiano Massimo D’Alema e Angela Merkel.

ROMA, 21 luglio 2014 – SI COMPLICA e, a suo modo, s’ingrossa l’affaire ‘mister (o lady) Pesc’ e, di conseguenza, l’intera partita delle nomine della prossima Commissione Ue. Ieri mattina, un articolo uscito sulla versione online dell’autorevole quotidiano tedesco Der Spiegel sosteneva quanto segue. Voci provenienti dalla cancelleria tedesca fanno sapere che Angela Merkel avrebbe detto un ‘no’ secco alla proposta — che sarebbe stata avanzata dal governo italiano — di un nome ‘in seconda battuta’ per la carica di ‘ministro degli Esteri’ europeo, quello dell’ex premier Massimo D’Alema. Nome che sarebbe stato liquidato dalla cancelleria tedesca con un giudizio sprezzante, quello di «vecchio comunista».

Il ministro degli Esteri italiano Federica Mogherini.

Il ministro degli Esteri italiano Federica Mogherini.

ORA, al di là del giudizio sbrigativo su un ex premier come D’Alema, resta incontrovertibile il fatto che le nomine a guida della Ue sono bloccate perché è l’Italia a essersi incartata. Il nostro premier non vuole sentir neppure fare altri nomi oltre a quello del ministro Federica Mogherini (circolano, oltre a D’Alema, quelli di Enrico Letta, per il Consiglio europeo ed Emma Bonino alla Pesc). Nomi, in effetti, messi nel ventilatore dal gossip nostrano da Paesi europei (la Germania) o partiti (il Ppe) che hanno interesse a screditare la candidatura della Mogherini.
Ribadisce la linea del governo il sottosegretario agli Affari europei Sandro Gozi: «La Mogherini è l’unica candidata italiana alla carica di Alto rappresentante alla Politica estera e vicepresidente della Commissione Ue. Da presidente di turno, l’Italia si sta impegnando per trovare una soluzione che rappresenti tutti gli equilibri in campo, ma proprio in tale senso il Pse ha designato la Mogherini e non altri come suo candidato». Punto e fine della storia, si potrebbe dire; ma non è così facile. Molti, infatti, forse troppi, i fattori in campo.

La sede del Parlamento europeo di Bruxelles vista dall'esterno.

La sede del Parlamento europeo di Bruxelles vista dall’esterno.

I PAESI dell’Est pressano per avere voce in capitolo (e candidati) su entrambe le cariche più ambite in gioco: a presidente del Consiglio, come successore di Van Rompuy, avanzano i nomi del polacco Tusk e della danese Thorning-Schmidt, mentre per la Pesc si stanno spendendo con forza per la bulgara Georgieva. Poi c’è il Ppe che gioca al gatto col topo con il Pse: forti le pressioni per Letta (Enrico) a capo del Consiglio, perché stimato e vissuto come ‘di famiglia’.
E c’è, appunto, la Germania e tutto il suo peso specifico (lo Spiegel ipotizza la socialista francese Guigou per la Pesc). Poi, c’è l’Italia. Il presidente della Commissione, Juncker, vorrebbe che Renzi indicasse il nome del suo commissario prima del 31 luglio anche se la nuova Commissione s’insedierà solo il 31 agosto, ma Renzi non ci pensa nemmeno. Se ‘salta’ la Mogherini, la carta del rimpasto di governo, che si vuole giocare a settembre, salta con lei.

NB. Questo articolo era l’apertura (seguito a pagina 3) del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net) il 21 luglio 2014. 

Nomine, pasticcio all’europea. E la Merkel dice ‘nein’ a D’Alema…

Nomine, pasticcio all’europea. E la Merkel dice ‘nein’ a D’Alema…

L'ex premier italiano Massimo D'Alema e la Merkel.

L’ex premier italiano Massimo D’Alema e Angela Merkel.

ROMA, 21 luglio 2014 – SI COMPLICAe, a suo modo, s’ingrossa l’affaire ‘mister (o lady) Pesc’ e, di conseguenza, l’intera partita delle nomine della prossima Commissione Ue. Ieri mattina, un articolo uscito sulla versione online dell’autorevole quotidiano tedesco Der Spiegel sosteneva quanto segue. Voci provenienti dalla cancelleria tedesca…

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