NEW! La nuova legge elettorale: il Mattarellum rovesciato o Rosatellum bis, tutto quello che c’è da sapere

Scrivo a sole poche ore dal deposito del nuovo testo di legge elettorale alla Camera dei Deputati, quindi chiedo da subito venia per qualche possibile errore o omissione. Ps. Grazie al professor Stefano Ceccanti per le sue considerazioni prese dal suo blog. 

ettore rosato

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

Che cos’è il ‘Mattarellum rovesciato’ o ‘Rosatellum 2.0’.

Il nuovo testo di legge elettorale che il Pd, attraverso il relatore Emanuele Fiano, ha presentato oggi in commissione Affari costituzionali della Camera si può definire un “Mattarellum rovesciato” perché prevede l’assegnazione dei seggi in proporzione quasi esattamente rovesciata rispetto al Mattarellum (che, ricordiamolo, prevedeva il 75% di collegi maggioritari e il 25% di recupero proporzionale con il meccanismo dello scorporo): in questo caso il 64% dei seggi viene attribuito con metodo proporzionale e il 36% in collegi maggioritari a turno unico. Il nuovo sistema prevede la possibilità di stringere coalizioni tra partiti diversi, ma non l’indicazione del capo della coalizione. Il nuovo sistema viene anche chiamato “Rosatellum bis” o ‘2.0’ dal nome del capogruppo alla Camera del Pd, Ettore Rosato, che – prima del fallimento del ‘sistema tedesco’ puro in Aula a giugno – aveva presentato un sistema elettorale metà maggioritario e metà proporzionale (50% e 50%) che era stato chiamato ‘Rosatellum’. Identico testo è stato depositato dal Pd anche al Senato, dove però l’esame della legge elettorale arriverà solo in seconda lettura.

I principali e peculiari elementi del nuovo sistema elettorale.

Si tratta, in via generale, di un sistema elettorale proporzionale (al 64% dell’attribuzione dei seggi di entrambe le Camere) con una robusta correzione di maggioritario (36%) che funge, di fatto, come una sorta di premio di maggioranza ‘mascherato’. Chi strappa più collegi, cioè, aumenta – se da solo o, ancora meglio, se in coalizione – i suoi seggi in Parlamento rispetto ai voti che prende, con metodo proporzionale, nei collegi plurinominali. Infatti, le coalizioni non solo sono ammesse, ma incentivate: per vincere più collegi possibili (231 alla Camera, 102 al Senato) è meglio allearsi tra più partiti che sostengono il singolo candidato perché, nei collegi uninominali, ‘il primo che arriva prende tutto’. Il voto al candidato di collegio può avere, dunque, un effetto di trascinamento sulla parte proporzionale perché il voto e il candidato saranno i più visibili. Resta il problema delle liste corte (così vuole la Consulta perché siano riconoscibili i candidati) ma bloccate. I leader e maggiorenti dei vari partiti imporranno quindi le loro scelte e decisioni per il 64% dei seggi di Camera e Senato. La soglia di sbarramento per i singoli partiti è bassa (3%) mentre per le coalizioni è più alta (10%) ma non impossibile da ottenere. In ogni caso, solo una coalizione che ottenga più del 35-37% nella parte proporzionale (almeno 250 deputati e 100 senatori) e riesca a strappare più di 100 collegi alla Camera e più di 50 al Senato può sperare di avere discrete chanches di godere di una maggioranza parlamentare omogena in entrambi i rami del Parlamento. Allo stato attuale dei sondaggi, solo il centrodestra potrebbe riuscirci. Per una valutazione più sistemica rimando alle parole del professore Stefano Ceccanti tratte dal suo blog: “Dal punto di vista della rappresentanza il sistema sarebbe  decisamente migliorativo perché adotterebbe le soluzioni europee (liste bloccate corte e collegi uninominali maggioritari) invece dell’anomalia italiana, tra le grandi democrazie, del voto di preferenza. Dal punto di vista della governabilità quasi nulla cambierebbe, nel senso che se le opzioni degli elettori restano frammentate, senza una lista o coalizione che superi il 40%, dalle urne non uscirà nessun vincitore e si cercherà di comporre difficili coalizioni post-elettorali con ruolo rilevante della Presidenza della Repubblica. Vi è solo una piccola differenza, nel senso che si inserisce un limitato correttivo maggioritario legato ai collegi, mentre nelle leggi vigenti la disproporzionalità era solo dovuta allo sbarramento e alla soglia del 40%, difficilmente raggiungibile, per accedere al premio Camera”.

Camera e Senato: la definizione di circoscrizioni e collegi

La Camera dei Deputati (630 seggi) è divisa in 28 circoscrizioni (pari alle 20 regioni ma con le regioni più grandi ‘spacchettate’ in più circoscrizioni), 231 collegi uninominali (compresi i sei collegi uninominali del Trentino Alto-Adige), 386 collegi plurinominali, i 12 collegi per i deputati eletti all’Estero con metodo proporzionale e un collegio uninominale singolo per la Valle d’Aosta. Il Senato (315 seggi elettivi, il resto sono senatori a vita, oggi cinque) conta 20 circoscrizioni (pari alle 20 regioni), 102 collegi uninominali (più uno del Molise, uno della Valle d’Aosta e i cinque del Trentino, totale 109), 206 collegi plurinominali e i 6 collegi dei senatori eletti all’Estero (con metodo proporzionale).

Nei 232 collegi uninominali della Camera (225 in 18 regioni, 1 in Val d’Aosta e 6 in Trentino Alto Adige) è eletto il candidato che arriva primo. 12 deputati sono eletti come sempre nei collegi esteri con metodo perfettamente proporzionale. I restanti 386 seggi  sono attribuiti con la proporzionale, metodo del quoziente intero e più alti resti: gli sbarramenti sono del 10% per le coalizioni e del 3% per le liste, nonché del 20% regionale (o due collegi vinti) per le liste delle minoranze linguistiche. 

Al Senato i collegi saranno, quindi, in totale 109 (102 in 18 regioni, compreso quello del Molise, 1 in Val d’Aosta e 6 in Trentino Alto Adige). 6 sono gli eletti all’estero. I restanti 206 sono eletti con la proporzionale seguendo lo stesso metodo della Camera.

L’articolo 1 della proposta di legge Fiano si riferisce alla Camera dei Deputati, l’articolo 2 al Senato, l’art. 3 delega al governo per il ritaglio di collegi e circoscrizioni.

Sbarramento al 3% per le liste, al 10% per coalizioni nazionali

Lo sbarramento nazionale per ogni lista è fissato al 3% dei voti sia alla Camera che al Senato. E’ possibile formare delle coalizioni tra partiti ma queste dovranno avere carattere nazionale: non ci si può alleare, cioè, tra partiti diversi in regioni diverse né, tantomeno, in collegi e in circoscrizioni plurinominali diverse. Le coalizioni devono superare uno sbarramento nazionale del 10% e, altro particolare importante, per le coalizioni “non vengono computati i voti dei partiti che non hanno superato l’1% dei voti”, il che vuol dire che i voti sotto l’1% sono persi sia per una lista (che deve comunque superare il 3%) sia per la coalizione (10%). I partiti in coalizione “devono presentare candidati unitari nei collegi uninominali” e l’elettore non può votare partiti in coalizioni diverse.

La scheda elettorale: le quote di genere.

La scheda elettorale è unica. Non è ammesso il voto disgiunto (cioè votare per un candidato di un partito o coalizione e il partito o coalizione che sostiene un altro candidato sempre nel collegio). Non è possibile lo scorporo (scorporare dalla parte maggioritaria la quota proporzionale come era invece possibile nel Mattarellum) e sono rispettate le quote di genere nei collegi come nei listini: nessun genere può superare il 60% nella composizione delle liste.

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La scheda elettorale: come è fatta.

La scheda elettorale prevede due tipi di voto in un’unica scheda. Da un lato si vota il candidato nel collegio uninominale, che può essere sostenuto da uno o più partiti (sono ammesse le coalizioni), sotto il suo nome figurano il partito o i partiti che lo sostengono con uno o più simboli per individuarli. Accanto al simbolo del partito che sostiene il candidato nel collegio compariranno i nomi dei candidati nei collegi plurinominali eletti con il proporzionale. I listini saranno corti e bloccati: il numero dei candidati non può essere inferiore a due e superiore a quattro. Ci si potrà candidare al massimo in tre listini proporzionali diversi (le multi-candidature) e un candidato di un collegio potrà essere presente in non più di tre diversi listini proporzionali, ma potrà evidentemente optare per il listino, dove viene di fatto ‘paracadutato’, solo se perde il collegio. Infatti, essendo il collegio uninominale maggioritario se il candidato di un partito o coalizione vince il collegio terrà quello.

La scheda elettorale: come si vota.

Il voto al candidato nel collegio uninominale e al partito vale ‘doppio’: vale cioè come voto al candidato nel collegio e al partito. Il voto solo al partito di una coalizione vale automaticamente come voto al candidato nel collegio di quel partito o coalizione. Il voto solo al candidato del collegio dovrebbe non finire non attribuito ma estendersi, in modo proporzionale, rispetto al partito o ai partiti che lo sostengono in quel collegio, per impedire che quello stesso voto si disperda ma questo punto è ancora oggetto di discussione tra i partiti.

“L’elettore – scrive sempre il professor Ceccanti – dà dunque  un voto unico che vale per una lista proporzionale bloccata corta in una circoscrizione plurinominale e per il candidato nel collegio uninominale. Se più liste sono collegate in una coalizione ad un medesimo candidato uninominale e l’elettore vota solo il candidato nel collegio, i voti così espressi sono spalmati pro quota tra le liste proporzionali secondo le opzioni già espresse dagli altri elettori (ad es. se 9 elettori votano solo il candidato e ci sono due liste collegate, di cui la prima col doppio dei voti della seconda, 6 voti si spalmano sulla prima e 3 sulla seconda). Le coalizioni devono essere omogenee sul piano nazionale”.

I possibili tempi di approvazione della nuova legge elettorale

Dopo la presa in visione, oggi, del nuovo testo base della legge elettorale, Mazziotti, presidente della Prima commissione Affari costituzionali della Camera, ha fissato a martedì prossimo 26 settembre le prime votazioni del testo base in commissione e a al giorno dopo il termine per la presentazione degli emendamenti. Impossibile, dunque, che il provvedimento approdi in aula il 29 settembre, come stabilito dall’ultima conferenza dei capigruppo. Mazziotti ha spiegato che la maggior parte dei gruppi avrebbe chiesto che il testo vada in Aula il 4 ottobre, perché se è vero che ci sarà comunque il contingentamento dei tempi (cioè la possibilità di votare il testo in modo spedito in Aula), un eventuale suo slittamento potrebbe “incrociarsi” con la sessione di bilancio che inizia il 15 ottobre, ma il cui iter partirà stavolta dal Senato. Dunque, la legge elettorale – se non succederà nulla, cioè se non verrà affossata dai voti segreti (previsti e possibili alla Camera, preclusi invece, in materia elettorale, al Senato) – potrebbe vedere la luce, alla Camera, entro il 15 ottobre e passare poi al Senato, una volta che questi abbia esaurito la prima lettura della Legge di Stabilità. In sostanza, se tutto andasse bene, e anche se la Camera dovesse riprendere in mano il testo in seconda lettura a seguito di eventuali modifiche del Senato, la legge potrebbe essere varata tra novembre e dicembre, di fatto in coincidenza della sessione di bilancio. Un azzardo, certo, che l’ultima volta che è stato tentato, sulla legge elettorale, a giugno, è subito naufragato, alla Camera. Presto si vedrà se anche questa legge elettorale finirà al macero o se, invece, diventerà il nuovo modo con cui gli italiani voteranno.

Chi appoggia il testo, in Parlamento, e chi no.

Il testo base della nuova legge elettorale è presentato dal Pd (Fiano) alla Camera e dal renziano Marcucci al Senato: gode quindi dei favori della maggioranza del partito di Renzi. Le minoranze (Orlando e Emiliano) si sono espresse, cautamente per ora, ma sostanzialmente a favore di questa nuova legge elettorale. Forza Italia ha detto sì, seppure tra qualche mal di pancia, specie degli azzurri del Sud, a rischio nei collegi di elezione. La Lega si è da subito detta a favore. Fratelli d’Italia è contro perché ritiene il disegno di legge “a favore dei nominati”, ma non farà le barricate. L’M5S è contro e ritiene questo tentativo un “Imbrogliellum”. Mdp è ferocemente contraria, Sinistra italiana un po’ meno, Campo progressista di Pisapia ha espresso critiche non feroci. Alternativa popolare di Alfano è a favore e così Ala di Verdini. Altri gruppi minori che stanno nel gruppo Misto (Psi, etc.) pure. E’ troppo presto per dire a chi convenga la nuova legge elettorale, ma di certo penalizzerebbe i Cinquestelle (che non si coalizzano con nessuno e sono deboli, come singoli candidati, nei collegi), la ricomposizione di una sinistra-sinistra forte e larga (la soglia al 3% non incentiva le sommatorie della galassia della sinistra), ma anche partiti piccoli o piccolissimi non coalizzabili e che, da soli, non possono pensare di superare il 3% (Ap di Alfano, per dire, rischia molto se non riesce a entrare in coalizione col Pd o con Fi). Invece, questa legge può favorire, ma non eccessivamente, il Pd (sempre che riesca a fare una coalizione con soggetti centristi da un lato e di sinistra dall’altro), specie se piazza buoni e competitivi candidati al Centro e al Sud, e può favorire fortemente il centrodestra che, non più obbligato a fare un ‘listone’ unico, può differenziare la sua proposta politica nella parte proporzionale (FI, Lega, Fd’It, Federazione delle Libertà, altri soggetti neocentristi) e presentare candidati forti di consenso sia al Nord che al Sud.

NB: Questo articolo è stato scritto in forma originale per questo blog il 21 settembre 2017. 

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Jus soli: la resa di Gentiloni, il gelo di Renzi. “La legge si farà ma dopo l’estate”

Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

Ettore Maria Colombo – ROMA

Matteo Renzi le aveva provate tutte, pur di veder approvare lo ius soli. Aveva mandato ambasciatori persino presso Sinistra italiana: sette senatori che potevano far pendere l’ago della bilancia a favore di “una legge di civiltà – aveva fatto dire a Nicola Fratoianni – che una forza di sinistra come voi non può che votare anche se il governo mettesse la fiducia”. Ma Fratoianni aveva risposto picche: “sono d’accordo sulla legge, ma la fiducia non possiamo votarla, mi si spacca il partito”. Al Nazareno avevano fatto e rifatto i conti: senza Ap (25 senatori), il partito di Alfano, per una volta contrario come un sol uomo, e senza il gruppo delle Autonomie (18 senatori che, per la prima volta da anni, avevano alzato la voce) i numeri della maggioranza di governo tracollavano da 171 (quelli attuali) a 146, forse anche meno. Ben sotto il quorum necessario (161 voti).

Un rischio troppo grande: mandare sotto Gentiloni in un voto dove il governo avrebbe posto la questione di fiducia voleva dire, di fatto, mandare a casa il governo e, con esso, chiudere in via anticipata la legislatura con relative elezioni in autunno. Renzi ne sarebbe stato indicato come il primo e unico responsabile.

Ecco perché ieri, alla fine, il segretario dem ha gettato la spugna, dicendo a Gentiloni che lo aveva chiamato per avvertirlo di una decisione ormai presa: “Io mi giocherei il tutto per tutto, Paolo, ma so che il governo rischia troppo. Ora decidi tu, io mi adeguo”. Detto, fatto. A tarda sera, una nota ufficiale del premier informa che “tenendo conto delle scadenze non rinviabili in calendario al Senato e delle difficoltà emerse in alcuni settori della maggioranza non ritengo ci siano le condizioni per approvare il ddl prima della pausa estiva. Si tratta però di una legge giusta. L’impegno del governo per approvarla in autunno rimane”. A palazzo Chigi si sottolinea di aver lavorato di concerto con Renzi e che “l’estate, così difficile sul tema immigrazione, mentre si cerca di gestire i flussi degli sbarchi in sede europea”, non permetteva errori né inciampi, dato anche che “è pieno di irresponsabili (politici, ndr) che cercano incidenti e tensioni”. Ma se sempre da palazzo Chigi si fa notare che “quella di Gentiloni non è una rinuncia, ma una scelta improntata al realismo e a ridurre le tensioni su una legge di civiltà”, i tempi non ci sono più. Palazzo Madama ha ancora 45 giorni di lavoro effettivi, da qui alla fine della legislatura. Pare assurdo, ma tra ferie estive, invernali, altri provvedimenti e futura sessione di bilancio (che occupa l’intero autunno) è così. Ergo, la legge sullo ius soli, che dovrebbe comunque tornare alla Camera per il voto finale, non vedrà la luce, certo non in questa legislatura.

Il Pd si limita a far buon viso a cattivo gioco con una sola dichiarazione del ministro Martina, mentre il leader di Ap, Alfano, esulta: “Gentiloni ha gestito la vicenda dello ius soli con realismo, buonsenso e rispetto per chi sostiene il suo governo. Apprezziamo molto”. Poi aggiunge un “noi la vogliamo approvare, ma in un clima più sereno” che sa tanto di sberleffo, specie verso il Pd. Esulta, ovviamente, il centrodestra, da Salvini a Meloni a Brunetta, e butta la croce addosso al Pd la sinistra, da SI a Mdp. Ma pure coi loro voti, lo ius soli non sarebbe passato e il governo sarebbe caduto. Ecco perché Renzi ha fatto morire la legge.

NB: L’articolo è stato  pubblicato il 17 luglio 2017 sul Quotidiano Nazionale a pag. 7

Pd, addio streaming. Direzione a porte chiuse. Tregua Renzi-Franceschini

Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

Ettore Maria Colombo – ROMA

«AVANTI!», come s’intitola il libro firmato in prima persona, che sta per uscire, e «concentrati a costruire una proposta per il Paese». Il leader del Pd, Matteo Renzi, prepara la Direzione di oggi – la prima, da tempo immemore, non trasmessa in streaming: si torna alle care, vecchie, «porte chiuse» – forte di queste due parole d’ordine. Il libro (Avanti, appunto) uscirà il 12 luglio per Feltrinelli. Renzi parla – recita la quarta di copertina – «della difficoltà di cambiare le cose in Italia, ma anche dell’orgoglio di averci provato» e rilancia «l’azione politica del Pd su Europa, sociale, immigrazione, periferie».
E questa è la linea che l’ex premier vuole imporre alla discussione di oggi in Direzione: basta polemiche, caminetti, messaggi cifrati dei capicorrente, polemiche sterili su coalizioni e leggi elettorali. «Bisogna guardare al futuro, ai problemi degli italiani» fa dire ai suoi. E proprio per uscire dal chiacchiericcio, per non dare l’impressione di un Pd ridotto a un comitato rissoso di correnti, ecco la scelta del non più streaming, la diretta live dei lavori, che da oggi sarà permanente. «Evitiamo – spiega Renzi ai suoi – la solita scena del Pd che litiga. Dobbiamo parlare di cose di lavoro, ma se c’è la diretta tv molti si alzano solo per distinguersi..».

MA OLTRE la forma ci sono i contenuti. Renzi vuole far girare il dibattito intorno a due poli. Uno riguarda il partito e la sua organizzazione: l’avvio dei congressi provinciali, che si terranno entro ottobre, la festa nazionale dell’Unità di Imola, i nuovi strumenti di diffusione del messaggio del Pd (la rivista on-line Democratica, l’app Bob). Obiettivo: il «rinnovamento interno» del partito (ci lavorano Andrea Rossi, Lorenzo Guerini etc).
Il secondo riguarda l’attività di governo. Renzi vuole che si parli solo di temi concreti (la legge sullo ius soli, il dl banche) e non di vertenze «politiciste». Il governo Gentiloni e, in prima fila, il ministro Minniti sui migranti per Renzi stanno affrontando «problemi reali», ma il Pd «non è più disponibile a sobbarcarsi da solo il peso dei provvedimenti in Parlamento».
Difficile che le intenzioni di Renzi vengano rispettate in pieno. Orlando, che sarà presente e interverrà, ha cercato Franceschini per stabilire un «fronte comune» contro Renzi su legge elettorale (pro premio alla coalizione) e alleanze (pro accordo con Pisapia).
Franceschini, per ora, attende: vuole sentire la relazione di Renzi prima di decidere se intervenire o meno (Guerini ha lavorato molto per mediare tra i due) e fa sapere che «se Matteo non mi attacca, non ho motivo di farlo nemmeno io». Anche Renzi sembra voler abbassare i toni: «In Direzione non voglio fare la guerra a nessuno, nemmeno a Dario» – spiega – ma ora deve essere lui a ricucire, d’altra parte i numeri sono dalla mia». Ed ha ragione: su 120 membri eletti, tra gli 84 di maggioranza (al netto dei 24 orlandiani e dei 12 ‘emiliani’), anche se i venti franceschiniani si schierassero contro Renzi e con le minoranze, i 64 renziani ortodossi avrebbero la meglio con l’appoggio di Orfini e Martina.
Renzi è convinto che, senza più elezioni anticipate alle porte, «dobbiamo prendere il passo della maratona. Io girerò l’Italia con il mio libro e poi, per sei mesi, in treno». «Hanno cercato di ammazzarmi in tutti i modi ma non ci sono riusciti, anche la cosa di Pisapia è diventata un mezzo flop, ora portiamo avanti la nostra idea di partito maggioritario e poi vediamo quello che succede. Alle elezioni – aggiunge – ognuno si presenterà per conto proprio. Male che vada avremo 200 deputati e cento senatori. Se il problema sono le liste, chi si vuole candidare lo dovrà dire apertamente e con chiarezza, senza giochetti». L’avvertimento vale per tutti i big, non solo Franceschini.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 6 luglio a pagina 8 di Quotidiano Nazionale

Il Retroscena/4. #Renzi ora tira il freno sul #Senato elettivo: mancano i numeri. Minoranza dem e ‘Stabilizzatori’: “Lo obbligheremo a cercare un’intesa”

Il portone d'ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

«FAR LE COSE bene», senza correre», non per forza e con la possibilità di scavallare l’estate pur di far fare dei passi avanti, al ddl Boschi (riforma del Senato e del Titolo V), ma solo mantenendo, ovvio, «spirito costruttivo». Martedì 7 luglio, in commissione Affari costituzionali di palazzo Madama, riprenderà l’esame del testo: manca ancora il relatore (forse sarà la stessa presidente, Anna Finocchiaro, forse il testo arriverà in aula senza relatore…) e i numeri, almeno lì dentro, sono pericolosamente stretti, per il governo (14 a 14). Ecco perché Renzi si è già messo in modalità «avanti piano» e non più «avanti tutta», come dimostrano le sue parole rilasciate ieri in un’intervista concessa al Messaggero e, anche, quelle del ministro degli Interni, Angelino Alfano, che ieri, invece, ha parlato con il quotidiano Repubblica (“La riforma del Senato può slittare di qualche mese”). QUI però bisogna intendersi. Il premier continua a dire ai suoi facite ’a facce feroce. Almeno, a metà. Infatti, il vero messaggio che arriva dalla war room di palazzo Chigi è: «I voti ci sono, li abbiamo, al Senato. Poi, aggiustamenti in corsa al ddl Boschi sono sempre possibili nel merito ma senza farne crollare l’impianto e solo se condivisi da tutti i gruppi parlamentari, di maggioranza e non». Il ministro alle Riforme, invece, non ha alcuna intenzione di vedersi stravolgere il suo provvedimento: chi l’ha sentita, in questi giorni, sa che la Boschi “non ha alcuna intenzione di vedersi cambiare il suo testo, cui tiene molto, sotto il naso” e che, soprattutto, punta a una “approvazione finale, in terza lettura, rapida, se non rapidissima, e cioè entro l’estate” (vuol dire entro l’8 agosto, quando le Camere chiuderanno per le – meritate? – ferie estive dei parlamentari). Chi, della minoranza dem, ha, invece, parlato col vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, ha capito altro, cioè questo: «Renzi ha espresso disponibilità ad aprire sul merito del testo, elettività del Senato diretta o indiretta compresa, ma solo se noi garantiamo alla maggioranza certezza sui tempi e sui successivi passaggi. Quello della Camera, il terzo, che sarebbe del tutto nuovo, e il quarto finale, per garantire che si possa votare per il referendum a giugno del 2015». Quando si voterà anche per le elezioni amministrative (Milano, Torino, Bologna e, forse, anche a Roma…) e Renzi spera di trainare abbinandolo al voto per le città quello sulla riforma. Morale: sarebbe partita una vera trattativa, e in puro stile «metodo Mattarella» (coinvolgere la minoranza per ottenere risultato, detto anche “andare a dama”), tra Renzi e la sempre agguerrita minoranza dem. Anche perché l’alternativa a questo scenario – alternativa che però la Boschi, che resta sulla linea dura –  caldeggia apertamente, con il premier, – sarebbe di andarsi a cercare i voti uno a uno, al Senato, dove la maggioranza viaggia sul filo degli 8-10 (sette quando va male) voti di scarto. Arruolando i verdiniani. Qui, però, i pareri sono discordi: secondo molti fonti interne al Senato, i verdiniani sarebbero pochi se non pochissimi (“due o tre al massimo: lui e Mazzoni, suo fido scudiero toscano…, altri da FI non se ne vanno”, dice un avvelenato senatore ex azzurro) e anche il tentativo di pescare nel gruppo Misto, zeppo di ex grillini, potrebbe rivelarsi un vero boomerang (sugli ex M5S migliore capacità attrattiva sta dimostrando, da mesi, SeL). MA PERCHÉ ACCADE questo ‘cambio’ di passo, da parte del premier e del governo? Un po’ è il «fuoco greco» che cola da Atene: potrebbe bruciare anche nelle aule parlamentari, teme ora il premier. E, al Senato, la sinistra dem ha presentato una fitta serie di proposte di modifica al ddl Boschi: elettività «diretta» dei senatori e nuovo ruolo del Senato cui affidare «più poteri e più di garanzia». In teoria, per Renzi, tutte eresie. La minoranza, però, è forte di 25 senatori «duri, puri e soprattutto non divisibili, come è stato fatto alla Camera», avverte Federico Fornaro, bersaniano doc, «tra buoni e cattivi. Qui, a seconda di come il governo deciderà di accogliere le nostre proposte siamo tutti “buoni” o “cattivi”». Come dire: Renzi scelga: o il Vietnam o la pace, ma noi siamo e restiamo una «compatta falange macedone». Traduzione: non ci facciamo dividere e isolare, stile modello divide et impera. DEL RESTO, il premier e i suoi sono persone pragmatiche e sanno bene che, a palazzo Madama, la maggioranza cammina sul filo del rasoio. E – avverte Paolo Naccarato, senatore ex Ncd ed oggi esponente del gruppo del Gal, nonché “principe esperto” degli Stabilizzatori – «Matteo sa bene che sono preoccupato e gliel’ho anche detto. Questa riforma del Senato non piace a nessuno, qui dentro, a palazzo Madama: va cambiata. Perché è vero che nessuna opposizione può mandare a casa il governo, al Senato, arrivando a quota 161 voti (il plenum del quorum, dentro il Senato, ndr.) e che abbiamo sempre garantito la tenuta della maggioranza, qui dentro – avverte Naccarato – ma Renzi sa che, ora che siamo davvero a un passo da un risultato storico, il superamento del bicameralismo perfetto, non possiamo mancarlo perché qualche “maestrino” (leggi: la Boschi, ndr.) non vuol cambiare il suo ddl o non possiamo aspettare un paio di mesi in più. Posso garantire che, trovando un accordo ampio, si andrà a votare per il referendum istituzionale consultivo quando e come Renzi ha previsto, cioè a giugno del 2016». Stesso ragionamento di Fornaro. Vietcong e “stabilizzatori”, qui la pensano allo stesso modo. NB. Questo articolo è stato pubblicato il 6 luglio 2015 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale

#DirezionePd/2. Scuola, la riforma resta blindata. Renzi: “discutiamo pure altri 15 giorni dentro il Pd, ma comunque ho i numeri per approvare la riforma”.

L'ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

L’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

I ‘minorati’ (così i renziani chiamano, simpaticamente, la minoranza Pd, ndr.) vogliono rifare sulla scuola lo stesso giochetto fatto sull’Italicum?! Se lo scordano, questa volta li asfaltiamo”. I pochi renziani avvistati ieri alla Camera dei Deputati mettono in atto l’antico adagio borbonico del ‘facite ‘a facce feroce’. A Napoli, in realtà, vuol dire ‘facite ammuina’, cioè fate solo un po’ casino e poi si vede che succede. A Roma, invece, per i renziani, il significato è letterale: ‘fate i cattivi’.

Del resto, dal premier-segretario, è partito questo sms come ordine di scuderia: “Fate ‘i cattivi’!”. Altro che ‘tregua’, ‘armistizio’, ‘pace’ con la minoranza. I renziani vogliono andare ‘dritto per dritto’ su tutto, ddl scuola in testa.

Certo è che al Senato – dove il ddl presentato dal ministro Stefania Giannini, relatori di maggioranza, freschi di nomina, Francesca Puglisi (Pd, responsabile nazionale scuola dei dem, franceschiniana) e Franco Conte (Ap, un Carneade qualsiasi), è all’esame della commissione Cultura – si apra l’ennesimo Vietnam tra Yankees (renziani) e vietcong (la minoranza) non se lo aspettava nessuno, in questi ultimi giorni. Ma tant’è. Renzi sente il fiato sul collo di una minoranza che, dalle Regionali in poi, chiede, più che una “correzione di rotta”, una “svolta”. E Renzi, quando si sente pressato, reagisce da par suo: contropiede, e via, verso il goal.

Ieri, in particolare, mentre il premier era impegnato con i Grandi della Terra, una dichiarazione di Alfredo D’Attorre (bersaniano vicino alla scissione), rilasciata in diretta tv a Skytg24, lo ha mandato su tutte le furie: “Vedremo se, sulla riforma della scuola, Renzi cambia rotta, e allora vuol dire che ha compreso, o se insegue la destra come elettorato e come accordo politico”. Ecco, far parlare D’Attorre, per Renzi e i suoi (Giachetti, Lotti, etc.) è come sventolare un drappo rosso al toro: va in bestia, e anche subito.

Peraltro, proprio l’accusa di D’Attorre corrisponde alla ‘trama’ che i renziani, a palazzo Madama, stanno tessendo: agganciare gli azzurri – sia i verdiniani, a un passo dal formare un gruppo autonomo, al Senato, sia una trentina/quarantina di azzurri di vario titolo e genere che temono come le sette piaghe d’Egitto la sola idea che la legislatura possa essere sciolta – e concordare con loro, oltre che con i centristi, le modifiche al ddl scuola.

Non certo con i duri e puri della minoranza dem, pero’, che al Senato sono una ventina, molti dei quali del tutto irriducibili, e alcuni di loro, come Tocci e Mineo, proprio in commissione Cultura siedono.

In realtà’, si tratta di una finta apertura, da parte del premier. Per dire: il ‘potere’ del preside-manager non si tocca, i soldi alle scuole paritarie saranno confermati, i genitori non valuteranno anche loro i docenti e, soprattutto, di fare lo stralcio di (altre) assunzioni non se ne parla neppure. I propositi di Renzi e dei renziani sono troppo bellicosi? Si vedrà, e presto, anche.

NB. Questo articolo e’ stato pubblicato a pagina tre del Quotodiano Nazionale il 9 giugno 2015.

#DopoleRegionali/3. Al Senato la maggioranza di governo e’ ballerina tra nuovi gruppi (i fittiani) che nascono e Popolari all’opposizione. Ma alcuni sono pronti a entrare nel Pd (e Dellai smentisce QN…)

Silvio Berlusconi al Senato

Silvio Berlusconi al Senato quando era ancora senatore della Repubblica tra Razzi e De Girolamo

La maggioranza di governo è appesa a soli nove voti di scarto al Senato e anche la Commissione Scuola di palazzo Madama, dove è sbarcato il ddl ‘buona scuola’, è finita pericolosamente in bilico: 13 voti per la maggioranza, ma che ha in pancia i dissidenti dem Tocci e Mineo, e 12 per le opposizioni. Insomma, il governo rischia grosso.

A tal punto il governo rischia che sono partite, anche se stavolta in casa GaL e non nel Pd, dove pure la cosa è accaduta, le sostituzioni dei ‘reprobi’. Nella fattispecie, verrà sostituito Tito Di Maggio, uno dei tre Popolari per l’Italia di Mario Mauro che già sostituiva, a sua volta, la sottosegretaria alla Scuola Angela D’Onghia. I Popolari – che stavano prima in Sc, poi con i Popolari di Dellai e ora in Gal – sono solo tre, ma il loro annuncio di nuova fiera, opposizione al governo (per Mauro “Renzi è il volto del nuovo fascismo”) ha fatto molto rumore.

Eppure, Mauro e Di Maggio votavano già contro il governo, la D’Onghia, invece non fosse perché al governo ci sta, a favore. Per non sbagliarsi, il capogruppo di GaL al Senato, Ciro Ferrara, ha annunciato che Di Maggio verrà sostituito, in commissione, a partire da martedì prossimo, con Michelino Davico. Il quale è un altro caso di trasformismo: ex leghista, ora si ‘riconosce’ nell’Idv.

Dalla Camera, invece, arrivano buone notizie, per la tenuta della maggioranza. I dodici Popolari-Centro democratico di Dellai e Tabacci, di cui fanno parte anche Mario Marazziti (Sant’Egidio) e il sottosegretario Olivero (ex Acli), entreranno presto nel Pd, il cui gruppo, già forte di 310 deputati, arriverà così a ben 322 deputati. NB. Lorenzo Dellai, capogruppo dei Popolari-Demos alla Camera dei Deputati, ha smentito, con una secca nota d’agenzia, che “il mio gruppo che mi onoro di presiedere non entrerà mai nel Pd, come ha scritto oggi, su QN, Enrico (sic…) Maria Colombo”. La mia replica: “Il tempo sarà galantuomo e, per ora, smentisco io Dellai: mi chiamo Ettore, e non Enrico”…

I problemi, però, per la tenuta della maggioranza, al Senato sono e al Senato restano. E le nascite di nuovi gruppi per ora non aiutano. Sono nati i gruppi dei fittiani: ben 12 al Senato ma solo 15 alla Camera, causa ‘scissione nella scissione’ di Saverio Romano, Galati e altri che vorrebbero creare un gruppo con i verdi siano di ‘Nuovi Responsabili’ pro-governo e non ‘anti’. Non abbastanza per arrivare a venti, quindi, i fittiani hanno pero’ in corso colloqui con i tre ex leghisti di Tosi e vari deputati ex-M5S: potrebbero farcela. Di certo, i neonati gruppi di Fitto sono anti-governo. E, soprattutto, ‘non’ ci sono, ancora, cioè ancora non sono nati, i nuovi gruppi dei verdiniani, anche se ieri Verdini si dice abbia visto il premier recandosi direttamente a palazzo Chigi.

Poi c’è Ncd: fa parte della maggioranza ma, dopo aver registrato imbarazzanti tonfi alle Regionali, perde pezzi ogni giorno che passa. Nunzia de Girolamo ha annunciato giusto ieri che fonderà ‘I Repubblicani’ e, di fatto, lavorerà insieme alla Lega di Salvini. Ncd-Ap (i parlamentari dell’Udc fanno storia a sé) è squassata anche da pesanti polemiche interne. All’ala ‘destra’ ci sono il coordinatore Gaetano Quagliariello e il capogruppo alla Camera, Maurizio Lupi: vogliono far pagare a Renzi il primo il mancato incarico nel governo e, il secondo, la sua recente defenestrazione. L’ala ‘sinistra’, cioè la sola Lorenzin, vuole invece entrare nel Pd. Infine, alcuni senatori dell’Ncd starebbero per tornare all’ovile, cioè in FI (46).

Il capogruppo dem, Luigi Zanda, tranquillizza tutti, da Renzi in giù (“Tanto rumore per nulla”) perché il Pd avrebbe vari assi nella manica: i verdiniani, che sarebbero almeno una dozzina, ma anche diversi ex grillini (dieci) ora nel Misto (30) e tutti i senatori a vita che stanno nel gruppone del Psi-Autonomie, forte di 19 senatori. A palazzo Chigi, però, non sono tranquilli. Ecco perché Renzi ha chiesto a veterani del Senato come Paolo Naccarato e allo stesso Verdini di “metterci la testa”, sul Senato, e di fornire relativo report.

NB. Questo articolo è stato pubblicato a pagina ? Del Quotidiano Nazionale il 5 giugno 2015

#ildiavolovesteItalicum/12. Senato, i ribelli del Pd pronti al Vietnam. Vendola prepara la casa comune per Civati e gli altri

L'aula di Montecitorio vista dall'interno

L’aula di Montecitorio vista dall’interno

Ieri è stato accolto, dagli ormai quasi ex colleghi di partito, con ilarità e perfidia l’ennesimo annuncio di Pippo Civati (“non me ne vado dal Pd prima delle Regionali solo per rispetto ai candidati”) che prepara la sua mini-scissione e annuncia la formazione di nuovi gruppi parlamentari ‘ulivisti’. “E dove va, Pippo, da solo?”, la battuta più gentile. La fattibilità dei gruppi autonomi, in effetti, è ardua: servono 20 deputati e 10 senatori, altrimenti si finisce nel gruppo Misto, ma il leader di SeL, Nichi Vendola, coglie al volo: “Sono pronto a sciogliere i gruppi di Sel per unire tutti quelli che sono di sinistra e contro Renzi”.

Annuncio interessante perché, al Senato, i sette senatori di Sel attualmente siedono nel Misto: basterebbero solo tre civatiani (Mineo, Tocci e Ricchiuti, mentre il quarto, Giudice, resterà nel Pd) per formare un gruppo autonomo. Infatti, il teatro della battaglia sta per spostarsi al Senato, futuro ‘Vietnam’ per Renzi e il suo governo, a causa dei numeri ballerini (172-174 al massimo i voti per la maggioranza, 161 il plenum) anche se il premier assicura che “non molliamo di un millimetro”. “Qui – ghigna di rimando un senatore della minoranza dem – siamo in 25 (29 sul Jobs Act, 24 sull’Italicum, ndr.) e non abbiamo nulla da perdere, a partire dal seggio, né abbiamo problemi interni: siamo tutti compatti”

I temi su cui la minoranza dem intende ingaggiare una guerra senza quartiere sono tre: scuola, riforma Rai e, ovviamente, ddl Boschi. Il tema più ‘caldo’, però, la riforma della scuola, è il più di là da venire nel tempo. Il ddl è alla Camera e non arriverà al Senato prima di fine maggio, ma i senatori dem ribelli già affilano le armi: “deve cambiare”. Come del resto fanno sapere e capire le proteste che salgono dal mondo della scuola, al cui sciopero hanno aderito anche molti esponenti della minoranza Pd, tra cui Stefano Fassina.

L'ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

L’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

Pochi sanno, invece, che nei prossimi giorni si inizierà a discutere, a palazzo Madama, una riforma altrettanto cruciale, per Renzi, la governance Rai cui lavora da mesi il viceministro Giacomelli. E qui dice il senatore Federico Fornaro, capofila con Miguel Gotor, delle truppe bersaniane, “si tratta della costituzione materiale del Paese e di un punto cruciale, come fare una riforma democratica, che oggi non c’è. Noi proponiamo un sistema duale, vedremo”. Tecnicismi? Sarà, certo è che quando si arriverà alla ‘ciccia’, la riforma del Senato stesso previsto dal ddl Boschi, saranno dolori. Qui, infatti, sempre Fornaro, d’accordo con Gotor, avanza una proposta che stravolgerebbe del tutto la proposta del governo: non il compromesso (il cd. ‘lodo Chiti’) dell’elezione indiretta in listini separati, pur sempre eletti di secondo grado, ma “un vero Senato eletto direttamente dal popolo, con il proporzionale, per avere un contrappeso al maggioritario nato, di fatto, con l’Italicum”. Se la minoranza dem s’impuntasse, Renzi dovrebbe cercare i voti nella pattuglia dei verdiniani. “Forse neppure basterebbero”, chiude Fornaro, “ma a quel punto la mutazione genetica del Pd sarebbe compiuta in tutto e molti di noi ne trarrebbero le conseguenze”.

nb. Questo articolo è’ stato pubblicato il 6 maggio 2015 sulle pagine di politica del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)