Jus soli: la resa di Gentiloni, il gelo di Renzi. “La legge si farà ma dopo l’estate”

Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

Ettore Maria Colombo – ROMA

Matteo Renzi le aveva provate tutte, pur di veder approvare lo ius soli. Aveva mandato ambasciatori persino presso Sinistra italiana: sette senatori che potevano far pendere l’ago della bilancia a favore di “una legge di civiltà – aveva fatto dire a Nicola Fratoianni – che una forza di sinistra come voi non può che votare anche se il governo mettesse la fiducia”. Ma Fratoianni aveva risposto picche: “sono d’accordo sulla legge, ma la fiducia non possiamo votarla, mi si spacca il partito”. Al Nazareno avevano fatto e rifatto i conti: senza Ap (25 senatori), il partito di Alfano, per una volta contrario come un sol uomo, e senza il gruppo delle Autonomie (18 senatori che, per la prima volta da anni, avevano alzato la voce) i numeri della maggioranza di governo tracollavano da 171 (quelli attuali) a 146, forse anche meno. Ben sotto il quorum necessario (161 voti).

Un rischio troppo grande: mandare sotto Gentiloni in un voto dove il governo avrebbe posto la questione di fiducia voleva dire, di fatto, mandare a casa il governo e, con esso, chiudere in via anticipata la legislatura con relative elezioni in autunno. Renzi ne sarebbe stato indicato come il primo e unico responsabile.

Ecco perché ieri, alla fine, il segretario dem ha gettato la spugna, dicendo a Gentiloni che lo aveva chiamato per avvertirlo di una decisione ormai presa: “Io mi giocherei il tutto per tutto, Paolo, ma so che il governo rischia troppo. Ora decidi tu, io mi adeguo”. Detto, fatto. A tarda sera, una nota ufficiale del premier informa che “tenendo conto delle scadenze non rinviabili in calendario al Senato e delle difficoltà emerse in alcuni settori della maggioranza non ritengo ci siano le condizioni per approvare il ddl prima della pausa estiva. Si tratta però di una legge giusta. L’impegno del governo per approvarla in autunno rimane”. A palazzo Chigi si sottolinea di aver lavorato di concerto con Renzi e che “l’estate, così difficile sul tema immigrazione, mentre si cerca di gestire i flussi degli sbarchi in sede europea”, non permetteva errori né inciampi, dato anche che “è pieno di irresponsabili (politici, ndr) che cercano incidenti e tensioni”. Ma se sempre da palazzo Chigi si fa notare che “quella di Gentiloni non è una rinuncia, ma una scelta improntata al realismo e a ridurre le tensioni su una legge di civiltà”, i tempi non ci sono più. Palazzo Madama ha ancora 45 giorni di lavoro effettivi, da qui alla fine della legislatura. Pare assurdo, ma tra ferie estive, invernali, altri provvedimenti e futura sessione di bilancio (che occupa l’intero autunno) è così. Ergo, la legge sullo ius soli, che dovrebbe comunque tornare alla Camera per il voto finale, non vedrà la luce, certo non in questa legislatura.

Il Pd si limita a far buon viso a cattivo gioco con una sola dichiarazione del ministro Martina, mentre il leader di Ap, Alfano, esulta: “Gentiloni ha gestito la vicenda dello ius soli con realismo, buonsenso e rispetto per chi sostiene il suo governo. Apprezziamo molto”. Poi aggiunge un “noi la vogliamo approvare, ma in un clima più sereno” che sa tanto di sberleffo, specie verso il Pd. Esulta, ovviamente, il centrodestra, da Salvini a Meloni a Brunetta, e butta la croce addosso al Pd la sinistra, da SI a Mdp. Ma pure coi loro voti, lo ius soli non sarebbe passato e il governo sarebbe caduto. Ecco perché Renzi ha fatto morire la legge.

NB: L’articolo è stato  pubblicato il 17 luglio 2017 sul Quotidiano Nazionale a pag. 7

Pd, addio streaming. Direzione a porte chiuse. Tregua Renzi-Franceschini

Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

Ettore Maria Colombo – ROMA

«AVANTI!», come s’intitola il libro firmato in prima persona, che sta per uscire, e «concentrati a costruire una proposta per il Paese». Il leader del Pd, Matteo Renzi, prepara la Direzione di oggi – la prima, da tempo immemore, non trasmessa in streaming: si torna alle care, vecchie, «porte chiuse» – forte di queste due parole d’ordine. Il libro (Avanti, appunto) uscirà il 12 luglio per Feltrinelli. Renzi parla – recita la quarta di copertina – «della difficoltà di cambiare le cose in Italia, ma anche dell’orgoglio di averci provato» e rilancia «l’azione politica del Pd su Europa, sociale, immigrazione, periferie».
E questa è la linea che l’ex premier vuole imporre alla discussione di oggi in Direzione: basta polemiche, caminetti, messaggi cifrati dei capicorrente, polemiche sterili su coalizioni e leggi elettorali. «Bisogna guardare al futuro, ai problemi degli italiani» fa dire ai suoi. E proprio per uscire dal chiacchiericcio, per non dare l’impressione di un Pd ridotto a un comitato rissoso di correnti, ecco la scelta del non più streaming, la diretta live dei lavori, che da oggi sarà permanente. «Evitiamo – spiega Renzi ai suoi – la solita scena del Pd che litiga. Dobbiamo parlare di cose di lavoro, ma se c’è la diretta tv molti si alzano solo per distinguersi..».

MA OLTRE la forma ci sono i contenuti. Renzi vuole far girare il dibattito intorno a due poli. Uno riguarda il partito e la sua organizzazione: l’avvio dei congressi provinciali, che si terranno entro ottobre, la festa nazionale dell’Unità di Imola, i nuovi strumenti di diffusione del messaggio del Pd (la rivista on-line Democratica, l’app Bob). Obiettivo: il «rinnovamento interno» del partito (ci lavorano Andrea Rossi, Lorenzo Guerini etc).
Il secondo riguarda l’attività di governo. Renzi vuole che si parli solo di temi concreti (la legge sullo ius soli, il dl banche) e non di vertenze «politiciste». Il governo Gentiloni e, in prima fila, il ministro Minniti sui migranti per Renzi stanno affrontando «problemi reali», ma il Pd «non è più disponibile a sobbarcarsi da solo il peso dei provvedimenti in Parlamento».
Difficile che le intenzioni di Renzi vengano rispettate in pieno. Orlando, che sarà presente e interverrà, ha cercato Franceschini per stabilire un «fronte comune» contro Renzi su legge elettorale (pro premio alla coalizione) e alleanze (pro accordo con Pisapia).
Franceschini, per ora, attende: vuole sentire la relazione di Renzi prima di decidere se intervenire o meno (Guerini ha lavorato molto per mediare tra i due) e fa sapere che «se Matteo non mi attacca, non ho motivo di farlo nemmeno io». Anche Renzi sembra voler abbassare i toni: «In Direzione non voglio fare la guerra a nessuno, nemmeno a Dario» – spiega – ma ora deve essere lui a ricucire, d’altra parte i numeri sono dalla mia». Ed ha ragione: su 120 membri eletti, tra gli 84 di maggioranza (al netto dei 24 orlandiani e dei 12 ‘emiliani’), anche se i venti franceschiniani si schierassero contro Renzi e con le minoranze, i 64 renziani ortodossi avrebbero la meglio con l’appoggio di Orfini e Martina.
Renzi è convinto che, senza più elezioni anticipate alle porte, «dobbiamo prendere il passo della maratona. Io girerò l’Italia con il mio libro e poi, per sei mesi, in treno». «Hanno cercato di ammazzarmi in tutti i modi ma non ci sono riusciti, anche la cosa di Pisapia è diventata un mezzo flop, ora portiamo avanti la nostra idea di partito maggioritario e poi vediamo quello che succede. Alle elezioni – aggiunge – ognuno si presenterà per conto proprio. Male che vada avremo 200 deputati e cento senatori. Se il problema sono le liste, chi si vuole candidare lo dovrà dire apertamente e con chiarezza, senza giochetti». L’avvertimento vale per tutti i big, non solo Franceschini.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 6 luglio a pagina 8 di Quotidiano Nazionale

Il Retroscena/4. #Renzi ora tira il freno sul #Senato elettivo: mancano i numeri. Minoranza dem e ‘Stabilizzatori’: “Lo obbligheremo a cercare un’intesa”

Il portone d'ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

«FAR LE COSE bene», senza correre», non per forza e con la possibilità di scavallare l’estate pur di far fare dei passi avanti, al ddl Boschi (riforma del Senato e del Titolo V), ma solo mantenendo, ovvio, «spirito costruttivo». Martedì 7 luglio, in commissione Affari costituzionali di palazzo Madama, riprenderà l’esame del testo: manca ancora il relatore (forse sarà la stessa presidente, Anna Finocchiaro, forse il testo arriverà in aula senza relatore…) e i numeri, almeno lì dentro, sono pericolosamente stretti, per il governo (14 a 14). Ecco perché Renzi si è già messo in modalità «avanti piano» e non più «avanti tutta», come dimostrano le sue parole rilasciate ieri in un’intervista concessa al Messaggero e, anche, quelle del ministro degli Interni, Angelino Alfano, che ieri, invece, ha parlato con il quotidiano Repubblica (“La riforma del Senato può slittare di qualche mese”). QUI però bisogna intendersi. Il premier continua a dire ai suoi facite ’a facce feroce. Almeno, a metà. Infatti, il vero messaggio che arriva dalla war room di palazzo Chigi è: «I voti ci sono, li abbiamo, al Senato. Poi, aggiustamenti in corsa al ddl Boschi sono sempre possibili nel merito ma senza farne crollare l’impianto e solo se condivisi da tutti i gruppi parlamentari, di maggioranza e non». Il ministro alle Riforme, invece, non ha alcuna intenzione di vedersi stravolgere il suo provvedimento: chi l’ha sentita, in questi giorni, sa che la Boschi “non ha alcuna intenzione di vedersi cambiare il suo testo, cui tiene molto, sotto il naso” e che, soprattutto, punta a una “approvazione finale, in terza lettura, rapida, se non rapidissima, e cioè entro l’estate” (vuol dire entro l’8 agosto, quando le Camere chiuderanno per le – meritate? – ferie estive dei parlamentari). Chi, della minoranza dem, ha, invece, parlato col vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, ha capito altro, cioè questo: «Renzi ha espresso disponibilità ad aprire sul merito del testo, elettività del Senato diretta o indiretta compresa, ma solo se noi garantiamo alla maggioranza certezza sui tempi e sui successivi passaggi. Quello della Camera, il terzo, che sarebbe del tutto nuovo, e il quarto finale, per garantire che si possa votare per il referendum a giugno del 2015». Quando si voterà anche per le elezioni amministrative (Milano, Torino, Bologna e, forse, anche a Roma…) e Renzi spera di trainare abbinandolo al voto per le città quello sulla riforma. Morale: sarebbe partita una vera trattativa, e in puro stile «metodo Mattarella» (coinvolgere la minoranza per ottenere risultato, detto anche “andare a dama”), tra Renzi e la sempre agguerrita minoranza dem. Anche perché l’alternativa a questo scenario – alternativa che però la Boschi, che resta sulla linea dura –  caldeggia apertamente, con il premier, – sarebbe di andarsi a cercare i voti uno a uno, al Senato, dove la maggioranza viaggia sul filo degli 8-10 (sette quando va male) voti di scarto. Arruolando i verdiniani. Qui, però, i pareri sono discordi: secondo molti fonti interne al Senato, i verdiniani sarebbero pochi se non pochissimi (“due o tre al massimo: lui e Mazzoni, suo fido scudiero toscano…, altri da FI non se ne vanno”, dice un avvelenato senatore ex azzurro) e anche il tentativo di pescare nel gruppo Misto, zeppo di ex grillini, potrebbe rivelarsi un vero boomerang (sugli ex M5S migliore capacità attrattiva sta dimostrando, da mesi, SeL). MA PERCHÉ ACCADE questo ‘cambio’ di passo, da parte del premier e del governo? Un po’ è il «fuoco greco» che cola da Atene: potrebbe bruciare anche nelle aule parlamentari, teme ora il premier. E, al Senato, la sinistra dem ha presentato una fitta serie di proposte di modifica al ddl Boschi: elettività «diretta» dei senatori e nuovo ruolo del Senato cui affidare «più poteri e più di garanzia». In teoria, per Renzi, tutte eresie. La minoranza, però, è forte di 25 senatori «duri, puri e soprattutto non divisibili, come è stato fatto alla Camera», avverte Federico Fornaro, bersaniano doc, «tra buoni e cattivi. Qui, a seconda di come il governo deciderà di accogliere le nostre proposte siamo tutti “buoni” o “cattivi”». Come dire: Renzi scelga: o il Vietnam o la pace, ma noi siamo e restiamo una «compatta falange macedone». Traduzione: non ci facciamo dividere e isolare, stile modello divide et impera. DEL RESTO, il premier e i suoi sono persone pragmatiche e sanno bene che, a palazzo Madama, la maggioranza cammina sul filo del rasoio. E – avverte Paolo Naccarato, senatore ex Ncd ed oggi esponente del gruppo del Gal, nonché “principe esperto” degli Stabilizzatori – «Matteo sa bene che sono preoccupato e gliel’ho anche detto. Questa riforma del Senato non piace a nessuno, qui dentro, a palazzo Madama: va cambiata. Perché è vero che nessuna opposizione può mandare a casa il governo, al Senato, arrivando a quota 161 voti (il plenum del quorum, dentro il Senato, ndr.) e che abbiamo sempre garantito la tenuta della maggioranza, qui dentro – avverte Naccarato – ma Renzi sa che, ora che siamo davvero a un passo da un risultato storico, il superamento del bicameralismo perfetto, non possiamo mancarlo perché qualche “maestrino” (leggi: la Boschi, ndr.) non vuol cambiare il suo ddl o non possiamo aspettare un paio di mesi in più. Posso garantire che, trovando un accordo ampio, si andrà a votare per il referendum istituzionale consultivo quando e come Renzi ha previsto, cioè a giugno del 2016». Stesso ragionamento di Fornaro. Vietcong e “stabilizzatori”, qui la pensano allo stesso modo. NB. Questo articolo è stato pubblicato il 6 luglio 2015 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale

#DirezionePd/2. Scuola, la riforma resta blindata. Renzi: “discutiamo pure altri 15 giorni dentro il Pd, ma comunque ho i numeri per approvare la riforma”.

L'ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

L’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

I ‘minorati’ (così i renziani chiamano, simpaticamente, la minoranza Pd, ndr.) vogliono rifare sulla scuola lo stesso giochetto fatto sull’Italicum?! Se lo scordano, questa volta li asfaltiamo”. I pochi renziani avvistati ieri alla Camera dei Deputati mettono in atto l’antico adagio borbonico del ‘facite ‘a facce feroce’. A Napoli, in realtà, vuol dire ‘facite ammuina’, cioè fate solo un po’ casino e poi si vede che succede. A Roma, invece, per i renziani, il significato è letterale: ‘fate i cattivi’.

Del resto, dal premier-segretario, è partito questo sms come ordine di scuderia: “Fate ‘i cattivi’!”. Altro che ‘tregua’, ‘armistizio’, ‘pace’ con la minoranza. I renziani vogliono andare ‘dritto per dritto’ su tutto, ddl scuola in testa.

Certo è che al Senato – dove il ddl presentato dal ministro Stefania Giannini, relatori di maggioranza, freschi di nomina, Francesca Puglisi (Pd, responsabile nazionale scuola dei dem, franceschiniana) e Franco Conte (Ap, un Carneade qualsiasi), è all’esame della commissione Cultura – si apra l’ennesimo Vietnam tra Yankees (renziani) e vietcong (la minoranza) non se lo aspettava nessuno, in questi ultimi giorni. Ma tant’è. Renzi sente il fiato sul collo di una minoranza che, dalle Regionali in poi, chiede, più che una “correzione di rotta”, una “svolta”. E Renzi, quando si sente pressato, reagisce da par suo: contropiede, e via, verso il goal.

Ieri, in particolare, mentre il premier era impegnato con i Grandi della Terra, una dichiarazione di Alfredo D’Attorre (bersaniano vicino alla scissione), rilasciata in diretta tv a Skytg24, lo ha mandato su tutte le furie: “Vedremo se, sulla riforma della scuola, Renzi cambia rotta, e allora vuol dire che ha compreso, o se insegue la destra come elettorato e come accordo politico”. Ecco, far parlare D’Attorre, per Renzi e i suoi (Giachetti, Lotti, etc.) è come sventolare un drappo rosso al toro: va in bestia, e anche subito.

Peraltro, proprio l’accusa di D’Attorre corrisponde alla ‘trama’ che i renziani, a palazzo Madama, stanno tessendo: agganciare gli azzurri – sia i verdiniani, a un passo dal formare un gruppo autonomo, al Senato, sia una trentina/quarantina di azzurri di vario titolo e genere che temono come le sette piaghe d’Egitto la sola idea che la legislatura possa essere sciolta – e concordare con loro, oltre che con i centristi, le modifiche al ddl scuola.

Non certo con i duri e puri della minoranza dem, pero’, che al Senato sono una ventina, molti dei quali del tutto irriducibili, e alcuni di loro, come Tocci e Mineo, proprio in commissione Cultura siedono.

In realtà’, si tratta di una finta apertura, da parte del premier. Per dire: il ‘potere’ del preside-manager non si tocca, i soldi alle scuole paritarie saranno confermati, i genitori non valuteranno anche loro i docenti e, soprattutto, di fare lo stralcio di (altre) assunzioni non se ne parla neppure. I propositi di Renzi e dei renziani sono troppo bellicosi? Si vedrà, e presto, anche.

NB. Questo articolo e’ stato pubblicato a pagina tre del Quotodiano Nazionale il 9 giugno 2015.

#DopoleRegionali/3. Al Senato la maggioranza di governo e’ ballerina tra nuovi gruppi (i fittiani) che nascono e Popolari all’opposizione. Ma alcuni sono pronti a entrare nel Pd (e Dellai smentisce QN…)

Silvio Berlusconi al Senato

Silvio Berlusconi al Senato quando era ancora senatore della Repubblica tra Razzi e De Girolamo

La maggioranza di governo è appesa a soli nove voti di scarto al Senato e anche la Commissione Scuola di palazzo Madama, dove è sbarcato il ddl ‘buona scuola’, è finita pericolosamente in bilico: 13 voti per la maggioranza, ma che ha in pancia i dissidenti dem Tocci e Mineo, e 12 per le opposizioni. Insomma, il governo rischia grosso.

A tal punto il governo rischia che sono partite, anche se stavolta in casa GaL e non nel Pd, dove pure la cosa è accaduta, le sostituzioni dei ‘reprobi’. Nella fattispecie, verrà sostituito Tito Di Maggio, uno dei tre Popolari per l’Italia di Mario Mauro che già sostituiva, a sua volta, la sottosegretaria alla Scuola Angela D’Onghia. I Popolari – che stavano prima in Sc, poi con i Popolari di Dellai e ora in Gal – sono solo tre, ma il loro annuncio di nuova fiera, opposizione al governo (per Mauro “Renzi è il volto del nuovo fascismo”) ha fatto molto rumore.

Eppure, Mauro e Di Maggio votavano già contro il governo, la D’Onghia, invece non fosse perché al governo ci sta, a favore. Per non sbagliarsi, il capogruppo di GaL al Senato, Ciro Ferrara, ha annunciato che Di Maggio verrà sostituito, in commissione, a partire da martedì prossimo, con Michelino Davico. Il quale è un altro caso di trasformismo: ex leghista, ora si ‘riconosce’ nell’Idv.

Dalla Camera, invece, arrivano buone notizie, per la tenuta della maggioranza. I dodici Popolari-Centro democratico di Dellai e Tabacci, di cui fanno parte anche Mario Marazziti (Sant’Egidio) e il sottosegretario Olivero (ex Acli), entreranno presto nel Pd, il cui gruppo, già forte di 310 deputati, arriverà così a ben 322 deputati. NB. Lorenzo Dellai, capogruppo dei Popolari-Demos alla Camera dei Deputati, ha smentito, con una secca nota d’agenzia, che “il mio gruppo che mi onoro di presiedere non entrerà mai nel Pd, come ha scritto oggi, su QN, Enrico (sic…) Maria Colombo”. La mia replica: “Il tempo sarà galantuomo e, per ora, smentisco io Dellai: mi chiamo Ettore, e non Enrico”…

I problemi, però, per la tenuta della maggioranza, al Senato sono e al Senato restano. E le nascite di nuovi gruppi per ora non aiutano. Sono nati i gruppi dei fittiani: ben 12 al Senato ma solo 15 alla Camera, causa ‘scissione nella scissione’ di Saverio Romano, Galati e altri che vorrebbero creare un gruppo con i verdi siano di ‘Nuovi Responsabili’ pro-governo e non ‘anti’. Non abbastanza per arrivare a venti, quindi, i fittiani hanno pero’ in corso colloqui con i tre ex leghisti di Tosi e vari deputati ex-M5S: potrebbero farcela. Di certo, i neonati gruppi di Fitto sono anti-governo. E, soprattutto, ‘non’ ci sono, ancora, cioè ancora non sono nati, i nuovi gruppi dei verdiniani, anche se ieri Verdini si dice abbia visto il premier recandosi direttamente a palazzo Chigi.

Poi c’è Ncd: fa parte della maggioranza ma, dopo aver registrato imbarazzanti tonfi alle Regionali, perde pezzi ogni giorno che passa. Nunzia de Girolamo ha annunciato giusto ieri che fonderà ‘I Repubblicani’ e, di fatto, lavorerà insieme alla Lega di Salvini. Ncd-Ap (i parlamentari dell’Udc fanno storia a sé) è squassata anche da pesanti polemiche interne. All’ala ‘destra’ ci sono il coordinatore Gaetano Quagliariello e il capogruppo alla Camera, Maurizio Lupi: vogliono far pagare a Renzi il primo il mancato incarico nel governo e, il secondo, la sua recente defenestrazione. L’ala ‘sinistra’, cioè la sola Lorenzin, vuole invece entrare nel Pd. Infine, alcuni senatori dell’Ncd starebbero per tornare all’ovile, cioè in FI (46).

Il capogruppo dem, Luigi Zanda, tranquillizza tutti, da Renzi in giù (“Tanto rumore per nulla”) perché il Pd avrebbe vari assi nella manica: i verdiniani, che sarebbero almeno una dozzina, ma anche diversi ex grillini (dieci) ora nel Misto (30) e tutti i senatori a vita che stanno nel gruppone del Psi-Autonomie, forte di 19 senatori. A palazzo Chigi, però, non sono tranquilli. Ecco perché Renzi ha chiesto a veterani del Senato come Paolo Naccarato e allo stesso Verdini di “metterci la testa”, sul Senato, e di fornire relativo report.

NB. Questo articolo è stato pubblicato a pagina ? Del Quotidiano Nazionale il 5 giugno 2015

#ildiavolovesteItalicum/12. Senato, i ribelli del Pd pronti al Vietnam. Vendola prepara la casa comune per Civati e gli altri

L'aula di Montecitorio vista dall'interno

L’aula di Montecitorio vista dall’interno

Ieri è stato accolto, dagli ormai quasi ex colleghi di partito, con ilarità e perfidia l’ennesimo annuncio di Pippo Civati (“non me ne vado dal Pd prima delle Regionali solo per rispetto ai candidati”) che prepara la sua mini-scissione e annuncia la formazione di nuovi gruppi parlamentari ‘ulivisti’. “E dove va, Pippo, da solo?”, la battuta più gentile. La fattibilità dei gruppi autonomi, in effetti, è ardua: servono 20 deputati e 10 senatori, altrimenti si finisce nel gruppo Misto, ma il leader di SeL, Nichi Vendola, coglie al volo: “Sono pronto a sciogliere i gruppi di Sel per unire tutti quelli che sono di sinistra e contro Renzi”.

Annuncio interessante perché, al Senato, i sette senatori di Sel attualmente siedono nel Misto: basterebbero solo tre civatiani (Mineo, Tocci e Ricchiuti, mentre il quarto, Giudice, resterà nel Pd) per formare un gruppo autonomo. Infatti, il teatro della battaglia sta per spostarsi al Senato, futuro ‘Vietnam’ per Renzi e il suo governo, a causa dei numeri ballerini (172-174 al massimo i voti per la maggioranza, 161 il plenum) anche se il premier assicura che “non molliamo di un millimetro”. “Qui – ghigna di rimando un senatore della minoranza dem – siamo in 25 (29 sul Jobs Act, 24 sull’Italicum, ndr.) e non abbiamo nulla da perdere, a partire dal seggio, né abbiamo problemi interni: siamo tutti compatti”

I temi su cui la minoranza dem intende ingaggiare una guerra senza quartiere sono tre: scuola, riforma Rai e, ovviamente, ddl Boschi. Il tema più ‘caldo’, però, la riforma della scuola, è il più di là da venire nel tempo. Il ddl è alla Camera e non arriverà al Senato prima di fine maggio, ma i senatori dem ribelli già affilano le armi: “deve cambiare”. Come del resto fanno sapere e capire le proteste che salgono dal mondo della scuola, al cui sciopero hanno aderito anche molti esponenti della minoranza Pd, tra cui Stefano Fassina.

L'ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

L’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

Pochi sanno, invece, che nei prossimi giorni si inizierà a discutere, a palazzo Madama, una riforma altrettanto cruciale, per Renzi, la governance Rai cui lavora da mesi il viceministro Giacomelli. E qui dice il senatore Federico Fornaro, capofila con Miguel Gotor, delle truppe bersaniane, “si tratta della costituzione materiale del Paese e di un punto cruciale, come fare una riforma democratica, che oggi non c’è. Noi proponiamo un sistema duale, vedremo”. Tecnicismi? Sarà, certo è che quando si arriverà alla ‘ciccia’, la riforma del Senato stesso previsto dal ddl Boschi, saranno dolori. Qui, infatti, sempre Fornaro, d’accordo con Gotor, avanza una proposta che stravolgerebbe del tutto la proposta del governo: non il compromesso (il cd. ‘lodo Chiti’) dell’elezione indiretta in listini separati, pur sempre eletti di secondo grado, ma “un vero Senato eletto direttamente dal popolo, con il proporzionale, per avere un contrappeso al maggioritario nato, di fatto, con l’Italicum”. Se la minoranza dem s’impuntasse, Renzi dovrebbe cercare i voti nella pattuglia dei verdiniani. “Forse neppure basterebbero”, chiude Fornaro, “ma a quel punto la mutazione genetica del Pd sarebbe compiuta in tutto e molti di noi ne trarrebbero le conseguenze”.

nb. Questo articolo è’ stato pubblicato il 6 maggio 2015 sulle pagine di politica del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)