Due articoli in uno. Renzi controllerà il partito se prende il il 60%. Rilancio sulla legge elettorale: la proposta del Pd è in lavorazione

Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

Ettore Maria Colombo – ROMA

1. Per blindare la sua maggioranza Renzi deve prendere almeno il 60% di voti.

“Voglio una squadra compatta e coesa su cui poter contare perché nei prossimi mesi ci giocheremo molto e su molti tavoli, dalla legge elettorale alla manovra”. Matteo Renzi è stato molto chiaro, con i suoi, nella composizione delle liste (si vota in collegi uninominali ma sulla base di liste bloccate e con metodo proporzionale) che appoggiano la candidatura alle primarie dell’ex segretario il 30 aprile. In effetti, Renzi ha un problema e questo problema si chiama 60%. Infatti, se l’ex premier aspetta, senza particolari patemi, il bagno di popolo che dovrebbe consacrarlo di nuovo segretario del Pd, il 30 aprile, non è indifferente la percentuale con cui riuscirà ad arrivare primo. Per godere di una maggioranza ‘blindata’ in Assemblea nazionale – il luogo deputato a consacrarlo segretario il prossimo 7 maggio – e, di conseguenza, nella nuova Direzione nazionale del Pd, quel numeretto – 60% – è fondamentale. Sopra di esso, Renzi potrà dettare legge, nel partito e fuori, avanzando le proposte che vuole. Sotto quella cifra dovrà, invece, venire a patti non tanto con i suoi due competitor, Orlando ed Emiliano, ma con la sua maggioranza. Una maggioranza composita: ne fanno parte due correnti ‘leali’al leader (quella del suo vice, Martina, e i Giovani Turchi di Orfini) e una di ‘tiepidi’, quella guidata dal ministro Dario Franceschini.

Ecco perché, nel silenzio dei media, i due più fidati colonnelli di Renzi, il ministro Lotti e il vicesegretario dem, Lorenzo Guerini, hanno svolto, nella composizione del listone pro-Renzi, il loro lavoro con precisione chirurgica e pazienza certosina. Sui mille componenti elettivi dell’Assemblea nazionale, il calcolo dei colonnelli renziani è stato, tuttavia, un po’ ottimistico: la stima del 60-63% – cioè la cifra percentuale con cui Renzi dovrebbe vincere le primarie – si tradurrebbe in una maggioranza pro-Renzi di circa 630/640 delegati, ben al di sopra della maggioranza assoluta (501 voti) necessaria per governare l’assemblea. Se la vittoria si attesterà su quei numeri, Renzi è in una botte di ferro: godrebbe, infatti, di 420/430 fedelissimi contro i 55 di Orfini, i 60/62 di Martina e ‘soltanto’ 85/95 riconducibili a Franceschini. Peraltro, la composizione delle liste congressuali ha anche creato non pochi traumi e liti. La compagna di Franceschini, Michela De Biase, capogruppo dem nel consiglio comunale capitolino, per dire, ha perso la battaglia a Roma e nel Lazio: ha dovuto far posto, a scapito dei suoi, ai renziani come pure a popolari e veltroniani. Ma pure ‘martiniani’ e Giovani Turchi sono usciti ridimensionati, specialmente al Sud, dove sono i renziani a farla da padrone. Il numero dei renziani doc resta, in teoria, sotto la maggioranza assoluta (501), ma ai mille componenti elettivi vanno aggiunti i circa 400 membri di diritto, così suddivisi: ministri, membri della commissione di garanzia e commissione congresso, venti segretari regionali e cento parlamentari, tutti ambiti dove i renziani godono di larga maggioranza.

I calcoli, però, sono basati sul 60% e più di vittoria alle primarie. Non è detto che Renzi raggiunga asticella, a prescindere anche dal dato dell’affluenza (alle primarie, ovviamente, non esiste quorum!). Molto dipenderà dalle performances dei suoi due avversari oltre che dall’affluenza. I sondaggisti la stimano ‘intorno’ ai due milioni o, forse, molti meno (un milione e sei/uno e otto). Intanto, la lista che fa capo a Michele Emiliano è stata esclusa, su insindacabile giudizio della commissione congressuale (la decisione finale è stata rinviata a stamane perché assai delicata), dalla possibilità di poter correre in Liguria e Lombardia, tranne che in un solo collegio ligure (su sei) e in cinque (su trenta) collegi lombardi. Un colpo duro, per Emiliano, che peraltro fa vedere  più vicina la ‘soglia 60%’ a Renzi.


 2. Renzi rilancia sulla legge elettorale e apre la strada all’accordo coi 5 Stelle. 

 

Matteo Renzi parla, in modo ossessivo, dei 5 Stelle: loro attacca e a loro fa proposte (in questo caso sfidandoli sulla legge elettorale). Anche perché sa che il principale schieramento anti-establishment (vero o falso che sia) del Paese è l’unico che può sostenerlo nella sua battaglia campale, ancorché sia ancora una drole de guerre, una guerra non dichiarata: ottenere elezioni politiche anticipate. Inoltre, Renzi vorrebbe incrociare le lame, in tv, solo con i leader di penta stellati (Grillo, in particolare, o Casaleggio, ma vanno bene pure Di Maio o Di Battista: è convinto di mandarli tutti ko). I suoi due competitor alle primarie (Orlando ed Emiliano) non li considera degni neppure di fargli da sparring partner. Infatti, il solo confronto con loro resta quello già fissato su Sky il 26 aprile. Non se ne terranno altri, tantomeno in Rai. In merito alle primarie, che Renzi considera già vinte, resta solo l’ombra sulla (scarsina) voglia di partecipazione registrata sinora. I sondaggisti stimano un tetto massimo di due milioni, forse molti meno (1.600 mila/ 1.800 mila al massimo, pare), il che vorrebbe dire un milione secco in meno rispetto alle primarie 2013.

Intanto, fioccano le polemiche tra Renzi, Emiliano e Orlando sui confronti in tv: il solo in agenda è quello su Sky, che si terrà il 26 aprile, ma Orlando ed Emiliano chiedono almeno uno, o più confronti, anche sulla Rai. La mozione Renzi ribatte: “Anche con Bersani ce ne fu uno solo”. Intanto, sabato prossimo Renzi sarà a Bergamo con Martina, il 25 aprile lo festeggerà a Milano, il 28 aprile la mozione Renzi terrà una manifestazione a Bruxelles al grido di “Europa sì, ma non così”.

Nell’attesa, Renzi va avanti nella sua campagna e fa – quasi tutto –  da solo. Ieri è tornato a parlare in tv, dopo la pausa pasquale, stavolta sulle reti Mediaset, nel talk-show Matrix, condotto da quel Nicola Porro che, quando conduceva Virus su Rai 2, ebbe con Renzi non pochi attriti fino al punto da lasciare il programma. In attesa di tornare a giocare a braccia di ferro con le (tante) istituzioni che non vogliono mandare il Paese a elezioni anticipate (il Colle, le Camere e i parlamentari, Confindustria, la Cei, la Ue), Renzi ha bisogno di avere in mano, a mo’ di spada di Damocle, una legge elettorale, se non nuova di zecca, operante.

La via lunga, sulla strada della nuova legge elettorale, è cercare una (faticosa) mediazione con Berlusconi, che vuole i capolista bloccati, ma anche il premio alla coalizione: il che vorrebbe dire costruire una legge elettorale nuova di zecca, ma anche perdere molto tempo per trovare difficili convergenze in Parlamento (in ogni caso il Pd farà una proposta compiuta, sul tema, ma solo dopo l’8 maggio). La via breve è accordarsi con i 5Stelle sfruttando quello che c’è: l’Italicum alla Camera, con premio alla lista e sbarramento al 3%, e il Consultellum al Senato (nessun premio, se non quelli regionali indotti, e soglie diversificate: 20%, 8%, 4%).

Ieri, Renzi ha imboccato la via breve. A Matrix ha detto – oltre a riempire di contumelie l’M5S per le sue strambe idee sui vaccini – che è pronto a sfidare e ad andare a vedere le carte di Grillo. L’ex segretario ha ribadito la sua disponibilità a sgombrare dal tavolo i capolista bloccati (che tutti i partiti, M5S compresi, vogliono) ed è disponibile a “votare la legge che dice Grillo” (il Legalicum) o “a estendere l’Italicum al Senato” (è, in pratica, la stessa cosa). “A parte il sorteggio, mi va bene tutto – motteggia Renzi – ma chi ha vinto il referendum non può dire solo dei No”. L’obiettivo è duplice: stanare i grillini per dimostrare che, in realtà, “non vogliono alcuna riforma”, nota il costituzionalista Ceccanti, e far scendere Berlusconi a più miti consigli e, insieme, mettergli fretta.

I suoi due competitor fanno fuoco di sbarramento pure su questo. Emiliano – ieri riammesso in un collegio su 6 in Liguria e in soli 5 su 30 in Lombardia – dice no ai capolista bloccati e vagheggia impossibili ritorni al Mattarellum, cui tutti i partiti hanno detto no. Orlando scrive, via Twitter, che sull’ipotesi di estendere l’Italicum al Senato “non ci metto la firma”, un modo elegante per dire di no a Renzi. I suoi 31 senatori (di Orlando) hanno presentato una proposta di legge, a prima firma Vannino Chiti, che ripropone collegi uninominali, ma con riparto proporzionale, soglie di sbarramento basse, premio fissato al 10%. E’ destinata a restare lettera morta. “Le primarie le vince Matteo”, dicono i renziani, “e dall’8 maggio in poi, i giochi li conduciamo noi”, chiosano. In ogni caso, proprio ieri, il Pd ha riproposto – in sede della I commissione Affari costituzionali della Camera con l’on. Fiano – tre punti per una nuova legge elettorale che Quotidiano nazionale aveva anticipato cinque giorni fa (articolo rintracciabile su questo blog lo scorso 18 aprile 2017): premio alla lista da estendere dalla Camera al Senato, per garantire governabilità, reintroduzione dei collegi uninominali in luogo delle preferenze e armonizzazione delle soglie di sbarramento introducendo un’unica soglia al 5%.

NB: I due articoli sono stati pubblicati sul Quotidiano Nazionale il 19 aprile (a pagina 13) e il 20 aprile (a pagina 13). 

Tre articoli invece di uno. Renzi sceglie l’M5S come nemico numero 1 e intanto offre un patto ai grillini: “legge elettorale ed elezioni subito”

  1. Renzi Grillo Berlusconi

    Renzi, Grillo e Berlusconi.

    Renzi sfida Casaleggio jr (“Democrazia vs dinastia”) ma i suoi offrono un patto all’M5S: “Pronti a votare il Legalicum in cambio di elezioni subito (l’articolo è uscito su Quotidiano Nazionale il 10 aprile 2017)

“Renzi app”, già scaricabile da ogni piattaforma (htttp://io.my/appmatteo). Piattaforma e sito web ‘Bob’ (Kennedy) per smascherare le fake news grilline. “Democrazia vs dinastia”, il mantra. L’Avversario con la ‘A’ maiuscola di Matteo Renzi sono i 5 Stelle, non i suoi competitor alla segreteria, Orlando ed Emiliano, cui propone un ‘patto tra gentiluomini’, anche se alla sua maniera: “Non potete passare i futuri quattro anni a sparare sul quartier generale” (traduzione: ‘se volete fare come Bersani&co., quella è la porta’) e pur rifiutandosi di spostare la data delle primarie solo perché Emiliano si è fatto male e non può correre (Orlando era d’accordo, i renziani sono stati irremovibili) almeno fisicamente.

Eppure, per paradosso non tanto paradossale, l’ex  premier proprio ai grillini offre, tramite i suoi ambasciatori Orfini e Guerini, un patto sulla legge elettorale che nelle parole di questi ultimi due ai 5 Stllee suona così: “Noi vogliamo votare e siamo pronti a offrirvi un patto sul vostro Legalicum (estensione dell’Italicum al Senato, ndr.) e siamo pronti a togliere i capolista bloccati, voi ci state?”. E anche se l’offerta potrebbe essere solo ‘trabocchetto’ (“Un modo per stanare i grillini, far vedere a tutti che non vogliono fare nessun accordo e poi farlo con Berlusconi”, ragiona un machiavellico renziano di alto grado, ma ben informato, specie su un punto: “Se facciamo credere a FI che siamo pronti a togliere i capolista bloccati, quelli si  mettono paura, ci cascano subito nel tranello e fanno l’accordo con noi”), l’offerta ai pentastellati sembra una cosa seria e a un buono stadio di lavorazione.

L’ex premier – che nel retropalco dell’Ergife si prende un caffè in amicizia con il premier Gentiloni – si sente già vincitore delle primarie aperte del 30 aprile, forte di consensi che – dicono i suoi – “non saranno inferiori al 55-60% dei voti”. Insomma, sarà un trionfo. Solo un tasto preoccupa i renziani, quello dell’affluenza: faranno di tutto perché la partecipazione superi bene i due milioni.

Per il resto, la Convenzione nazionale del Pd tenuta ieri all’hotel Ergife di Roma scorre via come un fiume tranquillo (le liste dei candidati collegati si chiudono oggi, solo lì sono previste frizioni). Del resto, se Orlando è quotato al 20-30% ed Emiliano all’8-15%, è anche perché tre quarti del Pd – la ‘macchina’ o la ex ‘Ditta’ – sta con Renzi. Specie nell’Italia centrale (le regioni ‘rosse’) e nel Mezzogiorno, dove la mozione Renzi stravince su tutte le altre con percentuali bulgare e dove il Pd ha ormai più tesserati che al Nord.

Orlando, però prima di Renzi, fa un discorso affatto conciliante: picchia come un fabbro su tutto, dal rapporto con gli operai (“Tu vai da Marchionne, io vado ai cancelli della Fiat”), alle riforme (“Rischiamo un riformismo senza popolo”) alla legge elettorale (“Basta a proporre il Mattarellum se tutti ci dicono di no”), etc. Il governatore pugliese, teorico candidato anti-establishment, nel Pd, s’è rotto lui il tendine, ballando la tarantella: in un videomessaggio dall’ospedale, tiene una mozioni degli affetti dai toni soporiferi – non a caso molto apprezzato da Renzi, che invece ribatte duro a Orlando – il cui spunto originale è lodare “gli elettori 5 Stelle”.

Renzi spiega i punti su cui vuole imbastire la campagna elettorale, ma quella delle Politiche, come un vero derby Pd versus M5S: “democrazia contro dinastia, scienza contro paura, lavoro al posto dell’assistenzialismo”. Pensa che i 5Stelle abbiano trovano il loro nuovo leader in Davide Casaleggio, smania all’idea di potersi confrontare con lui o con chi per lui e si dedica poco al resto del Mondo. Sul vero punto di impasse, la legge elettorale, ribadisce che “Per noi c’è il Mattarellum, al Senato c’è stato un fatto di una gravità enorme (il caso Torrisi, ndr), ora tocca al Fronte del No parlare”. Ma, appunto, Renzi – via Guerini e Orfini – parla invece ai M5S e fa sapere: “La vostra proposta sul Legalicum? Fatela, pronti a discuterne”.

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2 Renzi teme Casaleggio ma è pronto a trattare con M5S sulla legge elettorale 

(l’articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale l’8 aprile 2017) 

Renzi chiude il Lingotto: “il Pd fa da solo” e torna la vocazione maggioritaria. Caso Lotti: “il garantismo vale per tutti”

di ETTORE MARIA COLOMBO – TORINO
>>>ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO

Renzi e Orfini alla Direzione del Pd

1. Renzi chiude il Lingotto: “Gli scissionisti non ci distruggeranno, altri neppure”. 
«OGGETTIVAMENTE c’è stato, nelle scorse settimane, il tentativo di distruggere il Pd, approfittando della debolezza di una leadership, la mia. Ma questa comunità non si rompe». Matteo Renzi inizia così il discorso di chiusura della tre giorni del Lingotto. Parole che riecheggiano quelle, dette giorni fa, dal presidente del Pd Matteo Orfini. Certo, Renzi assicurerà poi, nel backstage, che «ce l’avevo con gli scissionisti, non fatevi venire strani pensieri», ma molti pensano, appunto, all’azione della magistratura, ai Poteri forti già messi all’indice da Orfini, ai ‘giornaloni’ come li chiamava, con disprezzo, Bettino Craxi, ai circoli della ‘buona’ (o ‘cattiva’?) finanza e ai loro salotti. Per non dire dei gufi di Bruxelles.MA LA DENUNCIA del ‘compluttuni’ e pure la polemica sulla giustizia è solo un attimo del discorso finale di Renzi. Il «Maradona del Pd», come lo chiama il suo antico mentore Delrio, è assai soddisfatto. Evoca l’unità del partito, «una comunità solida» e, soprattutto, non si aspettava così tanta gente, almeno cinquemila persone, il calore dei militanti per un leader ‘ammaccato’ persino negli affetti più cari. E gli endorsement – di cui oggi, ha bisogno come il pane – anche ingombranti, di personalità come Fassino e Chiamparino, dei filosofi ex Pci Vacca e De Giovanni, dei molti ministri che ne hanno sposato la linea dal palco. Si va da Minniti alla Madia, dalla Fedeli alla Pinotti fino al sempiterno poco convinto Franceschini. Lo dimostra, ovviamente, la presenza – in teoria silente, in pratica eloquente – di Paolo Gentiloni. Arriva al Lingotto e subito twitta, ascolta Renzi e applaude convinto, alla fine sale pure sul palco, sorride e l’ex inquilino di casa sua (palazzo Chigi) gli dice «Benvenuto a casa tua, Paolo», intendendo per ‘casa’ il Pd.
Insomma, alla fine della tre giorni di un Lingotto ereditato da un Walter Veltroni a lungo bistrattato ma che ora tutti rimpiangono, Renzi riesce a far passare il risultato, nient’affatto scontato che la narrazione del Pd sta per passare dall’Io (il suo, ipertrofico) al Noi (il partito, la comunità, il popolo, etc). Ed è riuscito pure a far vedere che esiste una nuova generazione di dirigenti democrat che s’è messa al suo fianco (Martina, certo, il numero due, poi gli emiliani, i piemontesi, etc.), nella battaglia congressuale all’ultimo sangue che sta per aprirsi. Nel suo discorso Renzi non offre mai spunti eclatanti: attacca, senza mai nominarli, Massimo D’Alema («la Xylella dell’Ulivo che lo ha distrutto») e «l’amarcord da macchietta» degli scissionisti, quelli “pugno chiuso e bandiera rossa” (Bersani), fa la lezione sul che cosa vuol dire essere di sinistra (elogio in simultanea a Marchionne e al prete del Cottolengo, don Andrea) e definisce il Pd «una forza tranquilla» che mira al bene del Paese. La definizione, ripresa da Leon Blum, è di Mitterrand, colui che distrusse la sinistra comunista in Francia facendo vincere il Psf e rendendolo egemone.

RENZI, di alleanze, a sinistra o destra, per ora non si cura, punta a un partito ‘pigliatutto’ e dice che «la nostra prima alleanza è con i cittadini che credono in noi». E così è al vicesegretario, Lorenzo Guerini, comparso al Lingotto solo l’ultimo giorno, che tocca una frase assai tranchant che riporta i piedi di tutti per terra: «Non sappiamo con quale legge elettorale andremo a votare, ci vorrà tempo per farla, parlare di alleanze è prematuro. Noi ci vogliamo alleare con i 13 milioni di italiani che hanno votato sì al referendum». Frase che è una pietra tombale, almeno per ora, sul tema delle alleanze, quelle a sinistra.

2. GARANTISMO PER TUTTI. MA LUCA LOTTI RESTA NEL BACKSTAGE IN DISPARTE

e. m. c. – TORINO
«UN GRANDE abbraccio di solidarietà a…». Matteo Renzi, da attore consumato, sospende la frase a mezz’aria mentre sta infiammando la platea del Lingotto su un tema ormai vitale, per il Pd, la ‘giustizia giusta’ come la definirono i Radicali. Tutti si aspettavano che l’ex premier citasse due drammi interni al Pd vissuti da due campani presenti ieri al Lingotto: il giovane militante dem Tommaso Nugnes, figlio di un ex assessore della giunta Iervolino che si uccise in seguito all’eco mediatica di un’inchiesta che coinvolgeva Alfredo Romeo (poi assolto), e il deputato e dirigente dem Stefano Graziano, uscito pulito da accuse gravissime, di collusione con la camorra. Invece Renzi, tra lo stupore della sala, cita solo il sindaco di Roma, Virginia Raggi: è stata indagata – dice – e noi siamo al suo fianco, il garantismo vale per tutti». Boato. La frase a sorpresa sottende una battaglia campale.
«Il Pd – prosegue Renzi – fa alleanze su legalità e giustizia, ma la giustizia giusta c’è chi la confonde col giustizialismo. Ogni cittadino è innocente fino al terzo grado di giudizio!». Renzi quasi urla, la platea si spella le mani, il leader ripete come un mantra la parola abbraccio e il pensiero di tutti corre al caso che aleggia da settimane, sul capo del leader e di tutto il Pd. Quel caso Consip che ha visto babbo Renzi finire triturato in una bolla più mediatica che giudiziaria e l’amico fraterno, il ministro Luca Lotti, che mercoledì si dovrà difendere nell’Aula del Senato dove i pentastellati ne chiederanno le dimissioni.‘LAMPADINA’ (il soprannome di Lotti, ndr) sul palco del Lingotto non è salito per la foto opportunity finale (a onor del vero, neppure alle Leopolde lo faceva: lui è fatto così, schivo), ma alla fine del discorso di Renzi è nel retropalco, cercato da tutti. La processione di solidarietà sa di ‘bacio della pantofola’ e coinvolge parlamentari (le deputate e senatrici Ascani, Morani, De Giorgis, etc.), big di peso (il ministro Franceschini), amici di una vita, prima ancora che compagni di partito (il tesoriere dem Bonifazi).
ABBIGLIAMENTO casual, il ministro dello Sport si schernisce. Il Lingotto? «Bellissimo». Perché è venuto qui solo oggi? «Seri problemi familiari». Il discorso di autodifesa al Senato? «Lo sto preparando, certo!», frasi secche, tirate. Poi, via Twitter, ringrazia «il popolo del Lingotto» ed esce. In attesa di mercoledì.

NB: I due articoli sono stati pubblicati il 13 marzo 2017 a pagina 6 e 7 del Quotidiano Nazionale.

Pd, nuovo scandalo a Napoli. Boom di tessere gonfiate, il partito corre ai ripari

COMUNICAZIONI DEL PREMIER RENZI ALLA CAMERA IN VISTA DEL CONSIGLIO UE

L’ex premier Matteo Renzi insieme a Lorenzo Guerini

Roma, 2 marzo 2017 – AVEVA promesso di usare il lanciafiamme Matteo Renzi, dopo le ultime amministrative, sul Pd napoletano. Non lo ha fatto, alla fine, si è limitato a una visita in incognito alle Vele di Scampia (per carità, cosa buona e giusta) epperò, così, quando si parla di tessere gonfiate, cinesi in fila, liste contraffatte, il pensiero lì corre, sotto il solo del Vesuvio. Il ‘pasticciaccio brutto’ scoppia per il boom di 300 neo iscrizioni al Pd tra Napoli e provincia, con corollario di video che testimoniano l’elargizione gratuita di tessere nel circolo di Miano («I dieci euro ve li danno all’interno…»). Ma, fa sapere il partito, a Castellammare sono state trovate – e subito già bloccate – altre cento tessere pagate con la stessa carta di credito, così come a Quarto e Bagnoli è stata notata una crescita anomala di tesserati, su cui sono scattate le verifiche. Morale: un disastro, immediatamente rilanciato su siti e tv lungo tutto eri, mentre i grillini urlano di gioia.

IN EFFETTI, chiamarli «casi isolati» è una pietosa bugia. Primarie truccate nel 2011, soldi distribuiti fuori dai seggi per votare a quelle del 2016, quasi sempre code di ‘cinesi’. E ferite mai rimarginate come le accuse al veleno del migliorista Umberto Ranieri, sconfitto dall’ingraiano (sic), in realtà bassoliniano di ferro, Andrea Cozzolino nel 2011: Cozzolino perse in tutti i seggi tranne uno, quello di Secondigliano, dove stravinse col 97% e Ranieri, imbufalito, gridò ai  brogli, sbatté la porta e se ne uscì dal Pd per mai più rientrarvi.

E, di recente, firme false e candidati «a loro insaputa» nelle liste a sostegno di Valeria Valente (ex Giovane turca) alle comunali del 2016, quelle in cui il Pd rovinò al 9% dei voti e consegnò la città al sindaco-‘scassatutto’ Giggino De Magistris e alla sua lista arancione. Risultato: un partito commissariato un’infinità di volte, tra cui dall’attuale ministro Orlando, neo-sfidante di Renzi (a Napoli ce lo spedì Bersani): ora dice «la rottamazione non ha funzionato, il congresso non andava fatto». Invece, Emiliano filosofeggia: «Il tesseramento non funziona più, va rivisto integralmente». Mentre Renzi suggerisce ai suoi di evitare con cura le polemiche, confidando nel lavoro della magistratura. Fatto sta che il Pd in Campania risulta un partito corrotto e raso a zero. Fuori di Napoli ‘governa’ De Luca, a Napoli la Valente è stata sfiduciata dai suoi colleghi come capogruppo al Comune.

E IL SEGRETARIO provinciale, Vincenzo Carpentieri, che ha bloccato le adesioni nei circoli sospetti e che ora promette «rigore», è stato sfiduciato persino dai consiglieri comunali del piccolo Comune di cui è sindaco (Melito). Fuori da tutto (per finta) c’è l’ex re di Napoli, Antonio Bassolino, diventato un anti-renziano viscerale (in odio a De Luca ma non solo): con una mano dice che «la situazione a Napoli è di grave emergenza politica e morale», ma con l’altra mano aiuta a organizzare gli scissionisti di Mdp (gli eurodeputati Paolucci, oggi con Mps, e Cozzolino sono uomini suoi). Solo Leonardo Impegno, giovane deputato, di area ex socialista, prova a mettere il dito nella piaga: “Basta con i signori delle tessere, vogliamo come iscritti solo i signori delle idee”.

INSOMMA, un disastro. Il Nazareno prova a correre ai ripari. Il vicesegretario dem Guerini e il presidente del partito Orfini spediscono di mattina presto Lele Fiano (deputato milanese, stile da corazziere buono, come mandare Luther King a predicare al Ku-Ku-Klan) a Napoli e garantiscono che «il Pd metropolitano era già intervenuto e ha fermato tutto prima che i fatti divenissero pubblici». I due, inoltre, assicurano che «se verranno riscontrate anomalie, il Pd prenderà le necessarie misure, espulsioni comprese» (Orfini) e «la commissione congressuale è impegnata a seguire la verifica e pronta a intervenire» (Guerini). Peraltro, ieri, a Guerini è andata di traverso la giornata, a partire dalla colazione.

Infatti, il tesseramento del Pd si è chiuso il 28 febbraio e Guerini si era tenuto la notizia per festeggiare i dati, quelli nazionali, che, in effetti, sono buoni, anzi ottimi: 405.041 iscritti con una progressione, seppur graduale, che sa di rinascita (erano 378.669 nel 2014, 395.574 nel 2016, più 5% circa). Solo che, pure ieri, nel Pd di Guerini, non c’era nulla da festeggiare.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 6 del Quotidiano Nazionale il 2 marzo 2017. 

Lo Statuto-garbuglio del Pd, le primarie il 9 aprile e le Politiche all’orizzonte. Intanto, scende in campo Orlando

COMUNICAZIONI DEL PREMIER RENZI ALLA CAMERA IN VISTA DEL CONSIGLIO UE

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera dei Deputati

Ettore Maria Colombo
ROMA
LE PRIMARIE aperte a iscritti ed elettori del Pd, la ‘gazebata’, si terranno domenica 9 aprile. Lorenzo Guerini, presidente della commissione congressuale – vi siede un delegato per ogni corrente e presto sarà integrata dai rappresentanti di Orlando, che scenderà in campo oggi, e di Emiliano – ha spiegato agli altri suoi colleghi che «è meglio far presto». E dato che Guerini, sempre più centrale nel Pd renziano, parla per bocca dell’ex segretario – assente per il viaggio in Usa – la commissione ha detto subito ‘visto, si stampi’, pur se tra le rimostranze di Gianni Cuperlo (che voleva posticipare il congresso a luglio) e dei supporter di Emiliano (ieri notte, a Linea Notte, Tg3, Boccia ha detto che “se le primarie finale vengono indette il 9 aprile salta l’accordo”, cioè Emiliano si ri-ritira? Chissà). In ogni caso, il percorso di guerra studiato dai renziani è il seguente:venerdì fine dei lavori della commissione congressuale (una cosa da Speedy Gonzales: neppure tre giorni…), nuova Direzione nazionale venerdì pomeriggio per validarli, poi parte il missile a tre stadi : Convenzioni nei circoli, in cui votano solo gli iscritti; Convenzione nazionale, in cui si presentano i primi tre candidati che illustrano i loro programmi (con appendice di Convenzione programmatica); primarie aperte in cui possono votare pure gli elettori.
Ma c’è un ma. La commissione studia un caso di scuola che potrebbe diventare (per Renzi) amara realtà: se i contendenti saranno solo tre (Renzi, Emiliano e Orlando), la Convenzione nazionale verrebbe eliminata perché era stata studiata per selezionare proprio e solo le prime tre candidature che superavano il 5% dei voti nel primo giro tra gli iscritti (esempio: Pittella prese il 3%, al congresso del 2013, e si dovette ritirare dalla corsa). Senza la Convenzione, le primarie dovrebbero diventare, di fatto e subito, aperte ai primi tre candidati, dopo la scrematura da parte degli iscritti. Ma, per Statuto, se nessuno raggiunge il 50,1% alle primarie aperte, diventa obbligatorio un ballottaggio in Assemblea nazionale dove votano solo i delegati. L’esito potrebbe essere clamoroso: i delegati di due candidati (Emiliano+Orlando o Renzi+Orlando, dipende dai casi e dalle alleanza) si possono unire contro il terzo e farlo perdere in Assemblea anche se avesse vinto le primarie aperte! (esempio: Renzi 46%, Emiliano 35%, Orlando 25%: Emiliano e Orlando avrebbero il 51%).

IL MOTIVO politico dell’accelerazione sulla data delle primarie finale (9 aprile), però, è un altro. Il governo, in Parlamento, inizia a dare  preoccupanti segnali di cedimento. Ieri, la fiducia sul Mille-proroghe è passata, alla Camera, con appena 337 sì (quorum 315), al Senato i numeri ballano, dato che Ala è passata all’opposizione, e i renziani ormai super doc come Orfini rilanciano temi urticanti come lo jus soli e il fine vita, oltre ad aver posto l’aut aut «sull’eccesso delle privatizzazioni e dei voucher» nel nuovo programma di governo. Parole e intenzioni che hanno fatto venire uno sbotto d’ira ai moderati di Ncd. Morale: i renziani sono tornati a cannoneggiare il governo ‘amico’ e dicono apertamente che «la finestra elettorale di giugno è aperta, apertissima, se le primarie sono il 9 aprile». Certo, si tratterebbe di andare al voto sul filo del calendario: per sciogliere le Camere servono dai 45 ai 70 giorni, la data ultima per indire i comizi elettorali è tra il 18 e il 25 aprile, e il governo dovrebbe dimettersi una settimana prima, almeno, ma la mossa, pur con un cantiere – quello della legge elettorale – ancora in alto mare, c’è. I renziani pasdaran ne parlano apertamente nei corridoi, oltre a godersi lo spettacolo di una scissione che – indicano felici – «perde pezzi ogni giorno» (Lattuca, giovane deputato di Cesena, che si arrovella tra dubbi amletici, il raffinato costituzionalista De Giorgis e altri ancora, alla Camera, mentre al Senato teste d’uovo come Manconi, Tronti e Tocci non vanno via).

E non è un caso che molti parlamentari della ex sinistra dem (40 ex Giovani Turchi, 20 di Damiano, 15 di Cuperlo) stiano cercando riparo e protezione sotto l’ombrello di Orlando. Il ministro lancerà la sua candidatura oggi, al battagliero circolo dem ‘Marconi’ di Roma Ostiense, periferia ma di moda. L’obiettivo è chiaro: unire la sinistra e non solo quella.
E Renzi? L’ex premier è volato negli Usa, in California, con l’amico di sempre, Marco Carrai, e non rientrerà prima di domenica, dando buca ai lavori della nuova Direzione. Da lì, però, si gode lo spettacolo. Tra una visita a Tesla e al resto della Silicon Valley e un giro da turista, scrive che «mentre la politica italiana post-referendaria litiga su tutto o quasi, noi proviamo a imparare da chi sta costruendo il domani prima degli altri». Un futuro e un domani che, almeno ai suoi occhi, assumono sempre più sapore delle elezioni anticipate.
NB: Questo articolo è stato pubblicato il 23 febbraio 2017 a pagina 8 di Quotidiano Nazionale 

Emiliano fa l’ultima giravolta «Resto nel partito e sfido Renzi». Orlando pronto a rompere gli indugi. Matteo, intanto, è volato in California…

>>>ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

Ettore Maria Colombo
ROMA
IL CONGRESSO del Pd sta per aprirsi e chiudersi in un arco di tempo assai ristretto. Fonti renziane altolocate fissano al 9 aprile, la prima domenica del mese, la celebrazione delle primarie aperte: «Non un giorno oltre, così la finestra elettorale di giugno resta aperta», sibilano. Renzi avrà un contendente certo, il governatore pugliese Michele Emiliano, forte al Sud, debole al Nord, e uno incerto, il ministro alla Giustizia Andrea Orlando, forte nel Nord Ovest e – se lo appoggeranno Zingaretti e Marini – al Centro del Paese.
Orlando ha un’agenda fitta: al mattino presenta il suo nuovo blog Lo Stato presente («Non una rivista – spiega – perché non ho soldi per creare think-thank né Fondazioni», stoccata a D’Alema…). La sala è stracolma di parlamentari, anime perse della sinistra dem (ex Giovani Turchi, bersaniani, cuperliani, persino i veltroniani). Poi va in Direzione, non parla, ma presto scioglierà la ‘riserva’. Ieri sera, poi, ha riunito la sua area con Cuperlo e Martina. Insomma, dicono i suoi e i renziani, Orlando (ieri sera in tv da Vespa) si candiderà a segretario e dalla televisione si capisce che il ‘grande passo’ è assai vicino, cosa di giorni. L’idea è quella di una convention ‘aperta’, senza dare un nome alla sua neo-corrente neonata nel Pd, ma radicando la nuova area politica – composta, per ora, da 45 Giovani Turchi, 15 cuperliani e 20 vicini a Damiano – nei territori. Sarà, quindi, una sfida a tre, come quella che, nel 2013, vide Renzi trionfare (67%) su Cuperlo (18%) e Civati (15%).
Naturalmente, trattandosi di Pd, il colpo di scena è arrivato pure ieri con la candidatura – prima negata, poi sospesa – di Emiliano. Il quale, preceduto da un intervento in Direzione del suo comandante in seconda, Francesco Boccia (l’altro è Dario Ginefra: ambedue pugliesi, hanno sposato ambedue due parlamentari dell’ex Pdl-FI, Di Girolamo e Ravetto, una bionda e una mora, unica differenza, il primo era lettiano, l’altro era dalemiano), arriva a sorpresa al Nazareno e interviene, lasciando tutti a bocca aperta. I renziani per la gioia e i bersaniani per l’ira funesta. Emiliano dice che «le regole del gioco sono truccate, Renzi ci gode per la scissione, non offre garanzie sulla durata della legislatura, Rossi e Speranza sono stati offesi con toni arroganti». La conclusione logica doveva essere ‘quindi mi scindo pure io’ e, invece, è stata «mi candido alla segreteria» perché «non si può tradire la speranza di un popolo», «chi non lotta ha già perso» e «dal Pd non mi caccia nessuno». Poi, in tv, dagli studi di Porta a Porta, rilancia: «Posso vincere le primarie». E allontana le accuse: «Io ho tradito? Non faccio parte della corrente di Bersani. Sono un militante single, la mia forza è di non far parte di queste conventicole».
L’EX SEGRETARIO, volato negli Usa per visitare luoghi di eccellenza in California (terrà un diario di viaggio sul suo sito, ma appena torna annuncia che andrà in tv e che ripartirà il ‘Matteo risponde’) si gode lo spettacolo. Nella ENews ribadisce che «gli addii addolorano, ma è tempo di rimettersi in cammino. Ora parliamo dell’Italia, il congresso è stato convocato nei tempi previsti, vinca il migliore». In realtà, Renzi si sta divertendo un mondo: la scissione è «solo di Palazzo», dice ai suoi, «Michele li ha fregati tutti, ora che cosa diranno alla nostra gente? Il Pd è contendibile, tanto che lui si candida!».
A sprizzare gioia da tutti i pori sono anche i renziani: rifiutano sdegnati l’accusa di Bersani&co. di aver ‘provocato’ loro la rottura di Emiliano, ma fanno i calcoli della scissione: «Vedrete, alla fine gli ex-Sel saranno persino di più degli ex-dem». E così la Direzione – mentre fuori dal Nazareno c’è il finimondo – fila via come l’olio. Al netto di alcune schermaglie procedurali tra Boccia e Giachetti sui membri della commissione per il congresso: sono entrati rappresentanti di tutte le correnti (Franceschini, Orlando, Martina, Fioroni, Veltroni, etc), ma il presidente sarà il vicesegretario Lorenzo Guerini, una garanzia per Renzi. Cuperlo fa un ultimo appello: chiede le primarie finali a luglio, ma nessuno gli dà retta. Orfini apre i lavori, li chiude, si vota (1 contrario, 8 astenuti), poi si va tutti a casa.
NB: Questo articolo è stato pubblicato il 22 febbraio 2017 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale 

Pd, Renzi vuole l’election day a giugno o il congresso anticipato. Orlando lancia la sua idea (e candidatura?) di partito. Correnti interne in confuso movimento

COMUNICAZIONI DEL PREMIER RENZI ALLA CAMERA IN VISTA DEL CONSIGLIO UE

Matteo Renzi, segretario del Pd, e Lorenzo Guerini, vicesegretario dem

Ettore Maria Colombo
ROMA
IERI sono arrivati tre segnali positivi, per un Matteo Renzi che la vulgata dem descrive (sbagliando) come «nervoso, solo, depresso, arrabbiato con tutti e sospettoso di tutti».
Il primo è la sentenza della Consulta che chiede «maggioranze omogenee» tra i due sistemi elettorali di Camera e Senato, sì, ma legittima i capilista bloccati, permette leggi elettorali ‘differenti’ e insomma «con questo sistema, il Legalicum come lo chiamano i 5Stelle», dice con ironia un renziano, «si può andare a votare in ogni momento».

«LA SENTENZA ‘aiuta’ il percorso di chi vuole andare a votare subito», assicura un luogotenente del segretario che ieri presidiava il Nazareno anche quando Renzi è partito per Pontassieve, «perché, in Italia, non è stata sospesa la democrazia, votare si può, anche con il combinato disposto delle due sentenze della Consulta su Porcellum e Italicum».
Rivelatore un tweet lanciato nella serata di ieri da Matteo Ricci, sindaco di Pesaro, responsabile Enti locali, nonché fedelissimo del segretario che gli ha chiesto di digitare sulla tastiera: «#Electionday a giugno. Mille comuni, Sicilia e Politiche. Altroché congresso. Legge elettorale poi città e Italia. Stop beghe interne». Traduzione: nuova legge elettorale o, mal che vada, «trasposizione» del sistema uscito dai verdetti dei giudici da far approvare dal Parlamento nel giro di due mesi al massimo; fine del governo Gentiloni; scioglimento delle Camere entro il 25 aprile (servono dai 45 ai 70 giorni per indire i comizi elettorali) ed elezioni politiche l’11 giugno per tentare l’abbinata vincente. E cioè, appunto, il già citato election day tra politiche, elezioni comunali e regionali in Sicilia.

Il secondo segnale positivo, per Renzi, è l’intervista del ministro Andrea Orlando all’Huffington Post. Orlando chiede, sì, «una Bad Godesberg» e «un Pd da rifondare». Non è ancora detto se in accordo o meno con Renzi, stile ‘staffetta’ Prima Repubblica. «Tu ci guidi alle elezioni per tornare al governo, io mi dedico a ricostruire e a curare il partito», secondo la versione che gira al Nazareno, sarebbe la proposta di Orlando allo stesso Renzi. In ogni caso, Orlando non si oppone a Renzi («il golpe? Fandonie», dicono i suoi), punta «alla riflessione, allo stimolo delle nostre energie migliori». Il ministro sembra accettare interamente il timing renziano (modifica rapida alla legge elettorale ed elezioni, anche a breve), ma chiede in cambio «un percorso che parli all’Italia del futuro», partendo «dagli errori degli ultimi vent’anni, non solo degli ultimi tre (quelli di Renzi, ndr)». Orlando, insomma, prepara una vera e propria Opa sul partito – ha, peraltro, dalla sua, pezzi da 90 come l’ex capo di Stato Napolitano, migliorista come il suo amico Macaluso, l’ex tesoriere dei Ds Sposetti, forse persino D’Alema, di certo Fassino e tutto un pezzo della filiera ex Pcid-Pds-Ds – però non strizza l’occhio alla «scissione» né alla minoranza interna, ma si pone come ‘terzo’, se e quando mai deciderà di esserlo, tra Renzi e i suoi avversari attuali.

I ‘tre amigos’ (Speranza, Emiliano, Rossi) che si sono tutti e tre candidati per conto della minoranza come campioni – ognuno a suo modo – dell’antirenzismo hanno messo paletti assai alti per rinunciare alla scissione (fino a ieri da D’Alema invocata, ora da D’Alema esclusa…): «Congresso nei tempi stabiliti, appoggio al governo Gentiloni fino al 2018 e via i capilista bloccati dalla legge elettorale». Altrimenti, vanno via, forse con D’Alema, forse con Vendola e Fratoianni, forse con Pisapia e Merola, forse con tutti loro e anche di più.

Il terzo segnale positivo per Renzi si muove, invece, dentro la tattica parlamentare, dove i movimenti di truppe vanno un giorno in un senso e un giorno nell’altro in uno stato di (grave) confusione interna che è sicuramente politica, ma in alcuni casi anche mentale. Ieri, per dire, 17 senatori, area ‘Giovani Turchi’, vicini al leader Orfini, hanno contrapposto le loro firme di ‘lealisti’ al segretario Renzi contro quelle dei 40 senatori dem che, l’altro ieri, ispirati da Giorgio Napolitano, chiedevano invece di «arrivare fino a fine legislatura» e «appoggiare lealmente Gentiloni». Solo che 11 dei ‘17’ – che chiedono il premio alla lista invece che alla coalizione, oltre che elezioni subito – comparivano pure nell’elenco dei precedenti 40… Insomma, non si capisce se alcuni dei 40 (11, appunto) si sono ravveduti e sono tornati sia Giovani Turchi che renziani o nutrono una forte capacità di mimesis antica.

Certo è che, nelle correnti, molto si muove e tutti si riposizionano: i franceschiniani (Area Dem) sono gli unici compatti, dietro il loro leader (Franceschini, appunto), nel non volere le urne anticipate, nel chiedere il premio di coalizione e non alla lista e di non fremere per il congresso anticipato. I Giovani Turchi sono spaccati come una mela: una parte (una decina di senatori e altrettanti deputati sta con Orlando, che chiede congresso a data certa, ma non immediato, e premio alla lista (non alla coalizione), ma legge elettorale ed elezioni – ma di lui Renzi non si fida – mentre Orfini è perfettamente allineato alle scelte di Renzi (con lui una ventina di GT al Senato e una quarantina alla Camera) come pure i renziani (anche se non tutti: Richetti, per dire, s’è del tutto sfilato dal renzismo e molti altri con lui) e pochissimi altri. Ex popolari di Fioroni, un gran pezzo della corrente del ministro Martina (Damiano), ex lettiani col coltello tra i denti contro Renzi (Boccia, Ginefra, Laforgia), ex ulivisti in rotta di allontanamento (Monaco, Zampa, Lo Giudice) e, ovviamente, la minoranza di rito bersaniano ma anche cuperliano non vedono l’ora di detronizzare il re.
Eppure, segnali di speranza, per Renzi, arrivano da altri deputati che  dicono sia «no a nuove tasse» nella ‘manovrina’ che il governo Gentiloni deve far approvare e votare entro marzo, dal Parlamento (ieri il deputato renziano e toscano Fanucci ha raccolto 35 firme di deputati su un documento che promette ‘sfracelli’, sfiducia compresa, se nella manovrina compariranno nuove tasse), sia <<congresso subito» al grido, ultrarenziano, di ‘e famolo sto’ congresso’, come cinguettavano, ieri su Twitter, Esposito e Morano, Ermini e Romano.

IL PUNTO fermo è, appunto, che l’ex premier non ha ancora rinunciato ad andare a elezioni anticipate, anzi, le rilancerà alla Direzione dem allargata e già convocata per lunedì 13 febbraio in un luogo atipico (il centro congressi di via Alibert) perché dovrà contenere quasi 700/1000 persone, neanche si trattasse di un Assemblea nazionale (200 i membri della Direzione, 113 i senatori dem, 305 i deputati, 120 i segretari provinciali, 20 quelli regionali, etc.) E anche se Renzi proporrà l’alternativa, quella del «congresso subito» al posto delle urne, anch’esso andrebbe tenuto nell’ormai fatidico mese di giugno, entro e non oltre l’11. Renzi si presenterebbe dimissionario («basta una lettera agli organi di competenza», spiega uno dei suoi) e i poteri passerebbero al presidente del partito (Orfini) per convocare l’Assemblea nazionale che darebbe il via al congresso ‘sprint’. Sempre che, appunto, a Renzi non riesca il piano A: quello di andare ad elezioni anticipate.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 10 febbraio a pagina 4 del Quotidiano Nazionale.