“Dentro” LeU: le scelte (contradditorie) in Lombardia e Lazio, il nodo candidature, lo scontro interno sui ‘big’ da promuovere. Ben quattro articoli…

NB: Pubblico qui di seguito, in ordine temporale decrescente, quattro articoli usciti su QN  la settimana scorsa, sulla sinistra che si muove a sinistra del Pd (LeU e dintorni) 

d'alema 2

L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

 

 1. Leu ha deciso di tagliarsi la testa da sola: correrà da sola in Lombardia, con il Pd nel Lazio. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
E’ stata una liberatoria, ma scontata, standing ovation quella che ha accolto la decisione dell’assemblea regionale lombarda di LeU (Liberi e Uguali) di correre «soli» contro centrodestra 5Stelle e Pd che schiera il renziano, ma con qualche chanches di farcela, Giorgio Gori, ex sindaco di Bergamo, già ieri dato solo 5 punti sotto il leghista Fontana (la gara sarà tra il centrodestra e il centrosinistra: i 5Stelle in Lombardia pesano assai poco). Il candidato governatore di LeU sarà dunque Onorio Rosati, ex segretario della Camera del Lavoro di Milano:  a lui spetterà superare l’improbo sbarramento che la legge regionale fissa al 5%, asticella ardua da superare – in Sicilia, dove pure c’era il 5%, l’ha passata solo il candidato presidente, Claudio Fava, ma nessun consigliere è stato eletto, in Lombardia rischia di non farcela neppure Rosati – per una sinistra-sinistra (l’ex Prc-Sel, in buona sostanza), mai dotata di numeri robusti, sopra il Po. E da superare ci sarà anche l’ostilità della Cgil lombarda e nazionale: la Camusso in persona mandò, tre anni fa, gli ispettori interni del sindacato a Milano rimproverando presunte spese ‘pazze’ e mai saldate, ma messe in conto e in carico alla Cgil, proprio a Rosati e a Antonio Panzeri. Un altro ex ex cigiellino dirottato, come Rosati, all’Europarlamento: eletti dal  Pd, nel 2013, dopo anni di bella vita a Bruxelles, sono  passati armi e bagagli, ma scarse truppe, dentro Mdp. Il passato è passato e l’ispezione finì in nulla, ma di certo la Cgil non  aiuterà la corsa in solitaria di LeU.  «Noi corriamo da soli, la Sinistra nasce per uscire dalla solitudine» dice, semi-citando Gabriel Garcia Marquez, il milanese Francesco Laforgia, uno dei big di Mdp, di cui è diventato capogruppo alla Camera, ma la corsa in solitaria  ha aumentato tensioni interne già molto alte dentro LeU.
 I «moderati» e «unitari» di LeU – da Grasso a Boldrini, da Enrico Rossi  a Bersani (che, sotto sotto, però in realtà ha sempre spinto per la corsa in solitaria: Rosati e Panzeri sono uomini «suoi») – ci hanno provato a far scendere a più miti consigli l’ala «dura» e «isolazionista» del partito-non partito, movimento-non movimento, ma inutilmente. L’ala radicale, per definizione, di LeU (SI di Fratoianni e e Civati) si è alleata proprio con i lombardi di Mdp ed ha  avuto la meglio. In cambio, l’ala «trattativista» (con il Pd), presente in LeU (Grasso, Boldrini e pezzi di Mdp), ha ottenuto un sostanziale via libera a dare vita a un centrosinistra «classico» o «organico» in Lazio. Qui si ricandida il governatore uscente, Nicola Zingaretti, che – a differeza di Gori – non è un renziano, anzi all’ultimo congresso ha votato e fatto votare per Orlando, ma soprattutto viene dal Pci.  Certo, il percorso individuato dall’assemblea laziale di LeU è contorto e barocco, in puro stile da ex Politburo de’ noantri: ieri, i due presidenti dell’assemblea hanno dato «mandato» a Grasso di «esplorare» le possibilità di un accordo dopo «un confronto serrato» sui «programmi». Ma la traduzione è che l’intesa tra LeU e Zingaretti si farà, purché non ci siano in campo liste “di destra”, cioè riconducibili alla Lorenzin o ex Ncd. Non foss’altro perché, vincendo Zingaretti (sopra i suoi avversari di oltre 10 punti, nei sondaggi), LeU avrà posti sicuri e assessori, nella prossima giunta regionale del Lazio.
Non che le cose, in casa dem, vadano molto molto meglio. I sondaggi segnano «sprofondo rosso»: la super-media, impietosa, di You trend inchioda il Pd al 23,6%. Eppure, al Nazareno, si registra una «illogica allegria», per dirla alla Giorgio Gaber. Mentre a Torino si apriva la due giorni degli amministratori, a Roma i dirigenti nazionali rimasti a guardia del bidone nazarenico spargevano miele. Così  spiega Lorenzo Guerini a un amico: «I sondaggi fatti oggi non valgono nulla. Ne riparliamo tra un mese, quando avremo tutti i nostri candidati e pesato le liste collegate».
Nel frattempo, però, al Nazareno iniziano a far di conto. La suddivisione dei collegi uninominali in «sicuri», «persi» e «contendibili» e la relativa assegnazione dei posti nei listini proporzionali è un puzzle assai faticoso da comporre. La Direzione che doveva occuparsi di liste e che invece si occuperà “soltanto” di deroghe (che saranno molte: Gentiloni, Minniti, Fassino, Pinotti, Giachetti, Latorre, Realacci, etc., di certo le avranno tutti i ministri in carica), al limite dei tre mandati (15 anni in Parlamento) previsti dallo Statuto dem, ma anche di programmi e alleanze coi ‘nanetti’ (ormai i Radicali di +Europa sono dati già per recuperati) è già slittata dal 16 al 17 gennaio. Quella che non può slittare, però, è  la seconda, fissata per il 25 gennaio, dato che le liste vanno presentate tassativamente entro il 29 gennaio. E quella sì che si trasformerà in un bagno di sangue.
NB: L’articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il 13 gennaio 2018. 
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Pietro Grasso

Il presidente del Senato, Pietro Grasso.

2. LeU è una pentola pronta a esplodere. Tra i big del partito è “tutti contro tutti”. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
LeU, «Liberi e Uguali», è una pentola in ebollizione e sul punto di esplodere. La formazione politica (non è un «partito» perché i tre soggetti fondatori non si sono mai sciolti finora né intendono farlo in fyuturo) è guidata, formalmente, da Pietro Grasso (eletto presidente per acclamazione, ma – attenzione – mai in alcuno organo dirigente e ‘qualcuno’, dentro LeU, prima o poi farà notare la singolarità del caso, per destituirlo), ma informalmente pesano molto i tre segretari dei tre partiti fondatori: Roberto Speranza, giovane di belle speranze e pupillo di Bersani (ma non di D’Alema) per Mdp, Nicola Fratoianni, figlioccio di Nichi Vendola, per SI, Pippo Civati, ex rottamatore, ex amico di Renzi, che odia dalla prima Leopolda perché non gli diede un ruolo, per «Possibile». I “tre Tenori” o i “Tre Amigos”, i “Tre della Croce del Sud”, insomma, i tre, hanno mantenuto in piedi strutture, dirigenti, simboli dei loro rispettivi partiti di appartenenza: Mdp viene dagli scissionisti della minoranza del Pd che se ne sono andati prima dell’ultimo congresso, SI viene da Sel di Vendola e Fratoianni (i quali, a loro volta, vengono da una sanguinosa e sfortunata scissione, quella del 2009 dal Prc di Bertinotti che poi finì nelle mani del valdese Ferrero) e Possibile, i civatiani, vengono pure loro, ma alla lontana, dal Pd (erano renziani, per dire), da cui però si sono presto allontanati per entrare nella galassia della sinistra radicale.  Da quando LeU è ‘non nata’ (è un partito che non esiste, appunto, né ha organi o struttura democratica interna) le cose, di norma, vanno così: Mdp, che ha conquistato, nelle assemblee di base (provinciali e regionali), il 50% dei delegati, sembra fare la parte del leone e propone alleanze o con il Pd (nel Lazio) o con i 5Stelle (a livello nazionale), poi arrivano quelli di Sinistra italiana (35% di delegati) e Civati (15%), che sommati tra loro possono vantare l’altro 50% dei delegati, ma che sono molto più ‘sinistri’, e scompaginano i giochi, dicendo ‘no’ a ogni alleanza. Succede sulle alleanze e succederà, molto presto, pure su come ripartirsi le candidature, dato che le quote previste (50% di posti a LeU, 35% a SI, 15% a Possibile vuol dire, su un parco non pensabile sopra i 24 deputati e i 12 senatori, circa 12 deputati e 6 senatori a Mdp, 8 deputati e 4 senatori a SI, 4 deputati e 2 senatori a Civati sempre partendo dalla base del 6% come possibile base d’asta per tutta LeU).
Peraltro, il neonato  soggetto in fieri della sinistra ha sì nominato il suo leader (Grasso) per acclamazione, ma mantiene, in «cabina di regia» molte,  troppe, personalità, tutte ingombranti: D’Alema e Bersani vengono dal Pd, come pure Civati e il governatore toscano Enrico Rossi, che con il Pd ci governa, addirttura,, Vendola viene dal Prc, altri ancora dai movimenti e dai centri sociali, la Boldrini dalla (presunta) ‘società civile’.
«L’amalgama» , decisamente ‘malriuscito’, come disse Prodi del Pd (e, ai tempi, fu un epitaffio) sembrava funzionare,  all’inizio, ma ora i nodi stanno  venendo tutti al pettine.
Prendiamo le alleanze «a sinistra» per le Regionali in Lazio e Lombardia. Insensibili al «grido di dolore» levato – via Repubblica, vero e unico house organ del centrosinistra – dai padri nobili dell’Ulivo e del Pd (Prodi e Veltroni), i dirigenti lombardi di LeU, che oggi terranno a Cisinello Balsamo (in periferia di Milano, il tipico vezzo di presunti ‘sinistri’) la loro assemblea definitiva sul tema, hanno deciso che il candidato del Pd, Giorgio Gori (peccato originale: è renziano), è un nome «inaccettabile». E così, LeU correrà da sola, in Lombardia, ma rischia di finire come finì la lista di Claudio Fava in Sicilia nel 2017: infatti, pure in Lombardia bisogna superare lo sbarramento, per ogni partito, del 5%. A stento verrà eletto, se ci riesce, il candidato presidente, Onorio Rosati, il quale per paradosso ha un lungo passato di segretario della Camera del Lavoro di Milano, dove peraltro era considerato un ‘destro’, negli anni Novanta, da tutta la sinistra a sinistra del Pd. Ieri, sia la Camusso che la segretaria della Cgil Lombardia, Lattuada, si sono appellati a LeU – la cui aspirazione, sarebbe, in teoria, proprio quella di diventare il «Partito del Lavoro» della Cgil (ma a parti rovesciate: con la Cgil che comanda) – affinché ci ripensassero («Un no a Gori provocherà danni irreparabili»), ma loro sono rimasti sordi. Anche molti big nazionali (da Grasso alla Boldrini, dal governatore della  Toscana Rossi, che con il Pd ci governa,  a Bersani, che li ha esortato «a cercare un’intesa») hanno provato a portare i lombardi a più miti consigli. Ma poi Civati e Fratoianni, che oggi sarà a Milano per suggellare il niet a Gori, si sono scatenati e amen, l’alleanza non ci sarà.
Certo, in Lazio LeU correrà al fianco di Nicola Zingaretti, ma «lui viene dal Pci-Pds-Ds –  spiega un vecchio ex Pci  di LeU – e, soprattutto,  vincerà, noi andremo al governo e ci darà gli assessori. Gori perderà, tanto valeva mollarlo…». In realtà, anche in Lazio, l’ala di Sinistra italiana, guidata da Stefano Fassina e Paolo Cento, sta provando, fino all’ultimo giorno, a far saltare l’accordo e correre da soli. Ma stavolta è stato D’Alema – assai preoccupato per LeU, ma sereno per sé: avrebbe fatto un accordo segreto con Emiliano  per farsi votare e vincere il collegio uninominale – a tagliare corto: «Zinga non è Renzi e la nostra mission resta quella di far fuori Renzi, e per sempre». Eppure, rendite di posizione, dentro LeU, non ce ne sono più. Per dire, l’altro giorno, Arturo Scotto, ex capogruppo alla Camera, ma che viene dai Ds (mai stato in Sel), ha dovuto replicare duro a Nicola Fratoianni, che invece viene da Rifondazione, sulla presenza o meno in lista, in Campania, dell’ex «viceré di Napoli» Antonio Bassolino: per Fratoianni «o lui o noi, rappresenta il vecchio», per Scotto «è una grande risorsa».
In Emilia,  pezzi di LeU dicono no all’ex uomo d’ordine di Bersani, Maurizio Migliavacca, bollato come «esempio di vecchia politica». Come sospira Grasso, «siamo una forza plurale, è normale che ci siano posizioni diverse». Contraddizioni in seno al popolo.
NB: L’articolo è stato pubblicato  il 12 gennaio 2018 su Quotidiano Nazionale
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3. Grasso e la Boldrini stanno nello stesso partito ma sono divisi su (quasi) tutto… 
Ettore Maria Colombo – Roma
Il dibattito a sinistra si infiamma. Il Pd di Renzi chiude all’ipotesi di ogni accordo post-elettorale con Berlusconi («Altro che Beatiful, è fantapolitica», taglia corto il leader dem dagli studi di Bruno Vespa) e crede – come spiega a un amico il plenipotenziario di Renzi, Lorenzo Guerini, che «non riusciremo a chiudere un’alleanza con Leu, in Lombardia, perché loro ci odiano, ormai, ma ci proveremo fino all’ultimo, come è giusto provarci». Ma è dentro LeU, la formazione guidata dal presidente del Senato, Pietro Grasso, che si stanno aprendo parecchie contraddizioni, foriere di problemi di «linea» politica. La presidente della Camera, Laura Boldrini, ieri, per dire, durante Otto e mezzo (La 7), ha chiuso seccamente a ogni ipotesi di governo con i 5Stelle (e molti giorni dopo, in tv, dirà “Grasso non decide da solo, siamo un collettivo” mentre Grasso le risponderà “decido io”, ndr.). Prospettiva che, invece, affascina non solo Bersani («Io resto sempre quello dello streaming»), ma anche Grasso stesso, il quale ha detto: «Noi saremo una forza di governo responsabile e non chiudiamo le porte in faccia a nessuno, tantomeno ai 5Stelle».
«Per quanto mi riguarda – afferma, invece, la Boldrini – non ci sono punti di congiunzione tra LeU, che è una forza di sinistra, e l’M5S». Poi aggiunge, con tono di sfida: «Di Maio ha ragione: lui non vuole fare un governo con me e io non voglio farlo con lui». Potrebbe sembrare un semplice posizionamento pre-elettorale di entrambi, che hanno elettorati contigui. Proprio Di Maio sta studiano una «strategia», con i suoi, per rubare voti all’elettorato della sinistra-sinistra più ‘arrabbiata’. O il frutto dell’ormai atavica antipatia tra il presidente della Camera e il suo vicepresidente. Ma la Boldrini dice la sua pure sugli 80 euro del governo Renzi: «Gli italiani li hanno graditi». A Mdp sarà venuto lo stranguglione: gli 80 euro, li hanno combattuti, specie chi stava nel Pd.
Insomma, quella della Boldrini sembra una vera «contro-strategia», rispetto a quella di Grasso e Bersani che invece ai grillini vogliono aprire eccome, sia dopo il voto che prima. Poi c’è D’Alema, che invece vuole tutt’altro: un ‘governissimo’ con FI e Pd, ovviamente dopo aver ‘ucciso’ Renzi. Infine, l’altro tema che sta squassando Leu sono le alleanze in vista delle Regionali. Grasso ha ‘aperto’ a Gori in Lombardia, ma gli ex Pd, oggi in Mdp, lombardi hanno chiuso ogni trattativa con il Pd e hanno fatto sapere a Grasso che «è meglio se pensi a te e alle cose tue…». E anche in Lazio, dove, in teoria, Leu appoggerà Zingaretti (sì, alla fine finirà così), l’area di Stefano Fassina e Paolo Cento sta meditando lo ‘strappo’ per correre in solitaria contro persino il ‘comunista’ Zingaretti. Per Boldrini, invece, si deve dialogare con il Pd: «Su Lazio e Lombardia c’è un confronto in atto con Grasso che gestisce direttamente la partita. Bisogna trovare un equilibrio sui programmi». Che è come dire, al Pd, appunto, «cari amici, alleiamoci».
Ovviamente, al Nazareno, brindano per le «contraddizioni in seno al popolo» come le chiamano con facile ironia, ma pure lì hanno le loro gatte da pelare. Anche ieri, infatti, è andato in scena «l’assalto». Quello dei venti segretari regionali sfilati per discutere «i criteri» delle candidature, cioè i posti sicuri. Sono risuonati alti e forti gli ukase e i niet di molti segretari sui nomi che il Pd nazionale vuole ‘paracadutare’ nei collegi blindati.
Renzi e la sua piccola squadra di ‘facilitatori’ (Guerini, Lotti, Martina, Orfini) hanno, perciò, tanti grattacapi, a partire dallo «spingi-spingi» di tanti, troppi, aspiranti ai seggi. Ci sono però due ministri che potrebbero togliere a Renzi l’incomodo da soli: quello al Lavoro, Poletti fa sapere di non volersi candidare (nessuno cercherà di fermarlo). Quella all’Istruzione, Fedeli, Renzi la ritiene responsabile di gaffe ed errori marchiani. Se rinunciasse, sua sponte, alla candidatura, ne sarebbe ben felice (ma lei correrà).
NB: L’articolo è stato pubblicato l’11 gennaio 2018 su Quotidiano Nazionale. 
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4. Anche dentro LeU ci si scontra sulle candidature e i (pochi) collegi ‘sicuri’.  

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Anche Leu (Liberi e Uguali) ha i suoi bei problemi, con i posti, nel senso di collegi ‘sicuri’ o ‘blindati’ da assegnare, anche perché saranno assai pochi: se tutto va bene LeU prenderà 6-8% (il 10% di cui parla D’Alema è una chimera di fatto irraggiungibile), solo che LeU – con una legge a forte correzione maggioritaria che assegna ai collegi uninominali 1/3 dei seggi – concorre solo per i 2/3 di posti assegnati con il sistema proporzionale, perché è evidente che non vincerà neppure un collegio (e anche se D’Alema vincesse la sfida che porterà al Pd nel collegio senatoriale di Lecce sempre di un solo collegio si tratta). Quindi, con l’8% dei voti prendi, in realtà, il 6% dei seggi e così via, a scalare fino alla soglia del 3% (un milione e 200 mila voti circa) sotto la quale sei fuori. Il nuovo capo comunicazione di Leu, l’ex dem di rito franceschiniano Piero Martino, è un’artista nel ‘sopire e troncare’, ma i problemi interni restano. In quota ‘società civile’, Grasso aveva chiesto ben dieci posti (e la Boldrini cinque): poco mancava venisse uno stranguglione al vero ‘mago’ delle candidature, e plenipotenziario di Mdp, Nico Stumpo. Grasso è dovuto scendere a più miti consigli: gli verranno concessi cinque posti. Ci saranno il medico di Lampedusa, Pietro Bartolo, l’ex capo di Legambiente, Rossella Muroni, l’avvocato Anna Falcone, già leader dei ‘civici’ di sinistra del Brancaccio, ma il colpo grosso sarebbe la candidatura di Pier Franco Roberti, ex capo della Direzione nazionale antimafia, oggi magistrato in pensione ma ‘tentato’ dall’avventura in politica. Sempre Grasso sarà candidato a Roma, in un collegio e in più listini proporzionali e al Senato, mentre la Boldrini, che sarà candidata in Lombardia, vuole tornare alla Camera. Scontate le candidature dei tre segretari di Mdp (Speranza, in Basilicata, ma forse anche in Toscana, contro Renzi o contro la Boschi, ma la vera leonessa pronta a competere nella sfida one to one con Renzi è Elisa Simoni, ex Pd), SI (Fratoianni, Lazio) e Civati (Lombardia). Di sicuro Mdp farà la parte del leone, con circa 20 deputati e dieci senatori sicuri, SI ne avrà almeno dieci, i civatiani cinque, non di più. Leu è sicura di prendere l’8%, il che vuol dire portare a casa almeno 60 parlamentari (40 deputati e 20 senatori), ma meglio tenersi bassi, nelle previsioni, e fare i calcoli sul 6%: vuol dire contare, per sicuri, ‘solo’ su 25 deputati e 12 senatori. Assai pochini, dati gli appetiti.

Tra i big Bersani sfiderà il Pd a Bologna ed Errani a Ravenna, Bassolino a Napoli e D’Alema nel Salento, ma per tutti sono previste candidature multiple sicure nei listini. Curioso, infine, il dialogo intercettato ieri, negli studi de La 7, tra il napoletano Arturo Scotto, già capogruppo di Sel alla Camera, e il pentastellato Alessandro Di Battista. I due hanno parlato, al telefono, prima di come cercare di “mettere sotto” il governo, chiedendo di convocare l’aula (e non le commissioni, come era previsto) in visto della ratifica dell’operazione militare in Niger, nell’ambito delle missioni militari all’estero, poi hanno convenuto sulla proposta di LeU sulle tasse universitarie. Ma c’è chi dice abbiano parlato anche di alleanze. Di Battista – che, contattato, nega – avrebbe incitato Scotto a costruire un governo sull’asse  M5S-LeU, idea diversa dalla linea ‘destra’ di Di Maio. L’accordo M5S-LeU è un pallino di Grasso e Bersani, mentre D’Alema punta a un governissimo con Fi e il Pd. Senza Renzi, naturalmente, che per D’Alema “è già morto”.

NB: L’articolo è uscito il 10 gennaio 2018 sulle pagine di Quotidiano Nazionale.

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Pd, rebus liste. I segretari regionali non vogliono i ‘paracadutati’. Renzi sprona i ministri a ‘metterci la faccia’ nei collegi

1. Rebus liste, l’Emilia avverte Renzi: “Non vogliamo invasione di paracadutati”. Vertice con i segretari regionali. In Campania spunta il figlio di De Luca e il re delle “fritture di pesce”…
Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

Ettore Maria Colombo – ROMA
In teoria, i venti segretari regionali del Pd, uno per regione, sono tutti renziani. In pratica, però, incontrando i vertici del partito al Nazareno, ieri ognuno di loro ha detto la sua. C’è chi, come il segretario regionale dell’Emilia-Romagna, Paolo Calvano, ha fatto presente che “Noi emiliani non abbiamo alcuna intenzione di svenarci per dare seggi sicuri a candidati paracadutati da altre liste (i tre ‘nanetti’, ndr.) o anche dal Nazionale. Di sacrifici non possiamo mica farne troppi…”. Il problema riguarda sia i tanti bei nomi della società civile che Renzi vuole in lista, sia i seggi blindati da garantire ad ‘alleati’ che c’è il serio rischio non facciano alcun quorum (senza l’1% non portano seggi né a loro, ovviamente, né alla coalizione, invece se prendono tra l’1% e il 3% non eleggono nessuno ma portano voti e seggi al Pd). Solo in Emilia-Romagna, per dire, il Nazareno vuole piazzare Lorenzin, Casini e Galletti, nomi di punta della lista ‘Civica e Popolare’, la quale chiede almeno sei/otto seggi sicuri, Magi per i Radicali (la Bonino, invece, andrà in Piemonte) e Della Vedova ancora non si sa, sempre che si chiuda l’accordo tra Pd e ‘Forza Europa” (lista assai più esosa: il singolare duo di guida Bonino-Tabacci ne vuole 10). In Toscana, per la lista ‘Insieme’, c’è Nencini (Psi) da paracadutare, nelle Marche bisogna fare spazio a Bonelli (Verdi), in Emilia a Santagata (ulivisti), ai quali però – più parchi – bastano solo sei posti. Per far posto a tutti loro, certo è che qualcuno nel Pd dovrà rinunciare a seggi sicuri. Senza dire di un dato di fatto ulteriore, e cioè che Renzi vuole imporre tanti bei nomi della “società civile”. I quali saranno anche tutti nomi “eccellentissimi”, come spergiurano al Nazareno, ma che a oggi sono già più di dieci e pare che lieviteranno almeno a venti: anche per loro servono altrettanti seggi sicuri blindati nelle zone rosse.
E tutto questo, ai segretari regionali, forti nei territori di appartenenza, non sta bene. La segretaria dem campana, Assunta Tartaglione, per dire, ha “preso atto” delle richieste del Nazareno e risposto, serafica, “apriremo l’istruttoria”, che vuole dire tutto e niente: lei, in Campania, vuole ricandidare tutti i parlamentari uscenti, tranne Salvatore Piccolo, ma solo perché quest’ultimo ha già detto che non si ricandida… In più un posto spetterà ‘di diritto’ a Piero De Luca, il figlio del governatore Vincenzo, ras nella sua Salerno come in tutta la sua regione. De Luca, non pago, vuole in lista anche molti consiglieri regionali a lui afferenti, tra cui Franco Alfieri, assurto agli onori delle cronache per promettere voti in cambio di “fritture di pesce”. Infine, ma il Nazareno smentisce seccamente la voce, ci sarebbe stato un ‘ammutinamento’, da parte di diversi segretari regionali dem (Trentino, Calabria, etc.) contro la ventilata candidatura dell’ex ministro Maria Elena Boschi. Solo il segretario regionale della Toscana, Dario Parrini, uomo temprato nel ferro e nell’acciaio delle polemiche anti-renziane, ha detto di sì a tutte le richieste del Nazionale, ma lui è renzianissimo. E così sia la Boschi che molti altri big del renzismo militante (Bonifazi, Marcucci, Ermini, ovviamente Lotti e sicuramente anche la Boschi, pur non essendo chiaro ancora dove: di certo non nella sua Arezzo, più probabile Lucca o Grosseto, di certo non a Firenze, dove già si candiderà Renzi, anche se al Senato, nel collegio di Firenze-Scandicci) troveranno nella terra di Dante e Petrarca il loro rifugio.
Certo è che, ieri, al Nazareno, dove di solito sono sempre assai loquaci, regnava un silenzio tombale che neppure il Pci di Togliatti. Del resto, Renzi ha intimato a tutti loro: “basta parlare ai giornalisti delle candidature, queste cose ci fanno solo perdere voti”. La war room è, ovviamente, capitanata da Renzi in persona e composta da pochi nomi (tutti già eligendi, ovviamente), peraltro tutti maschietti. Sono i ministri Luca Lotti e Maurizio Martina, il portavoce della segreteria, Matteo Richetti, il presidente dem Matteo Orfini e la vera longa manus di Renzi sull’intero dossier candidature, il coordinatore della segreteria Lorenzo Guerini. I cinque ‘angeli della Morte’ (per gli altri, si capisce), in via del tutto eccezionale, erano accompagnati anche da due rappresentanti delle due minoranze (che valgono, numericamente, assai poco: il 19% l’area di Orlando, Dems, il 9% l’area di Emiliano). Il braccio di ferro dentro il Pd sulle liste si concluderà con due Direzioni nazionali che ratificheranno tutte le scelte (la prima il 16 gennaio, la seconda il 25), ma è appena iniziato. 
NB: L’articolo è uscito il 10 gennaio 2018 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale
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2.  Renzi sprona i big e i ministri del Pd: dovete “metterci la faccia” e candidarvi anche nei collegi, non solo nei listini proporzionali. La Boschi correrà in Toscana. 
Il ministro Boschi

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

Ettore Maria Colombo – ROMA
Da giorni, al Nazareno, suona l’allarme rosso. Sulla soglia nazionale che toccherà al Pd, certo (Renzi, ieri sera, in tv, ha fissato l’asticella al 25% di Bersani alle Politiche 2013, risultato su cui, peraltro, andrebbe fatta chiarezza: il Pd prese il 24,5% alla Camera, ma il 27,4% al Senato) e, soprattutto, sulle sfide one to one nei collegi uninominali. Perso in gran parte, se non tutto, il Nord, evaporato il Sud, inabissate le Isole, reggono solo le regioni rosse (Emilia e Toscana, ché già Umbria e Marche pencolano assai) e il Trentino (solo perché là vince la Svp, secolare alleata del Pd) più qualche collegio sparso nelle città più grandi (Milano, Torino,  Roma e, ovviamente, Bologna e Firenze). La war room ormai permanente insediatasi al Nazareno (ne fanno parte, oltre a Renzi, il presidente Orfini, il coordinatore Guerini, i ministri Lotti e Martina), ha deciso, perciò, di correre ai ripari in due modi. Il primo è di definire i collegi uninominali secondo le tre fasce classiche in cui definiscono i collegi tutte le forze politiche (la prima è “sicuri”, la seconda “perdenti”, la terza “incerti”), ma che saranno definite e riempite solo l’ultimo giorno con i relativi candidati. Renzi, infatti, vuole riservarsi di vedere chi, in quei collegi, indicheranno gli avversari per farvi meglio fronte.
La seconda è una decisione politica già gravida di nubi e di possibili scontri tra il partito di Renzi e quello dei vari big, detto anche partito dei ‘ministeriali’ perché comprende tutti i ministri targati Pd. Le regole d’ingaggio decise dal Nazareno e comunicate ai big sono chiare: “Carissimi, va bene la vostra candidatura in più listini proporzionali, il che vi assicura la rielezione, ma bisogna portare tutti la croce. Dovete andare nei collegi, metterci la faccia e rischiare”. L’esempio che viene portato dai renziani doc è quello del vero ascaro di Renzi, il vicesegretario e ministro Maurizio Martina: “Lui – spiegano al Nazareno – si candiderà in Lombardia, nel proporzionale, e pure nel collegio uninominale di Bergamo, sfida persa in partenza”.
Il discorso vale anche per il premier, Paolo Gentiloni. I suoi – ma anche il Capo dello Stato, Mattarella – vorrebbero preservarlo per il futuro – cioè per rimanere al suo posto, a capo di un governo, pur dimissionario o addirittura con un nuovo incarico – ed evitargli l’onta di una possibile sconfitta in un collegio: ecco perché vorrebbero che corresse solo in due (o tre) listini del proporzionale (Lazio, Piemonte). Ma Renzi – che ieri in tv, dalla Gruber, ha lodato Gentiloni ed ha ammesso che “la differenza tra vittoria e sconfitta la farà il nome del premier: se sarà del Pd, la vittoria sarà del Pd” – non vuol sentire ragioni: “Caro Paolo, devi metterci la faccia anche tu in un collegio”.
Il premier, dunque, dovrà correre anche nell’uninominale, e lo farà a Roma centro, Padoan andrà a Milano, Franceschini a Ferrara, Delrio a Reggio, Orlando a La Spezia e via così. Ma mancano ancora molte caselle, tipo quella di Minniti, che non vuole correre nella ‘sua’ città, Reggio Calabria, dove il seggio uninominale è considerato perso in partenza, per il Pd. In ‘sofferenza’ e sui carboni ardenti restano due ministri che non sono mai piaciuti a Renzi e ai renziani: la Fedeli, imputata di tutti i peggiori disastri in merito alla disastrosa riforma della ‘Buona Scuola’, che ha fatto arrabbiare tutti, docenti e discenti, e Poletti, titolare del welfare, ritenuto troppo ‘moscio’, poco combattivo. Solo di dove si candiderà il segretario, Matteo Renzi, si sa tutto: correrà nel collegio uninominale del Senato di Firenze-Scandicci (si chiama Firenze 1) e in due liste proporzionali (Lombardia e Campania) o forse anche in tre. Regna ancora un alone di mistero, infine, sul caso Boschi: ieri sera, in tv, Renzi ha detto che l’ex ministra sarà candidata anche lei con il doppio binario, cioè collegio e listino, ma è ancora in alto mare il ‘dove’. Di certo non a Firenze, dove appunto c’è già Renzi, mentre Luca Lotti batterà la provincia fiorentina, e quasi sicuramente non Arezzo, sua città natale, dove rischia la rivolta. Possibile che l’ex ministra finisca a Lucca o a Grosseto collegio, più in due listini ‘sicuri’ (Toscana e Campania).
 
NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale del 9 gennaio 2018. 
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“Saldi invernali” in Archivio. Tre articoli recenti: retroscena su Renzi e le candidature nel Pd, Gentiloni e il governo, le Camere sciolte e Mattarella

Pubblico qui di seguito tre articoli usciti su Quotidiano Nazionale tra il 27 e il 30 dicembre 2017. Parlano dello scioglimento delle Camere, delle scelte di Renzi, Gentiloni, Mattarella Li leggerete in ordine inverso alla data di pubblicazione, cioè dal più recente al meno recente. 
1. Parte il toto-candidature nel Pd. Renzi epura le correnti e lascia alle aree interne solo le briciole, con Gentiloni aumentano gli attriti: premier restio ad andare in tv. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
renzi sul treno

Il segretario dem Matteo Renzi sul treno Destinazione Italia

Il Pd ha, come si sa, molti problemi da affrontare nella corsa verso il voto che si è aperta ufficialmente con lo scioglimento delle Camere decretato da Mattarella il 27 dicembre scorso. Ci sono i sondaggi, in calo vertiginoso: oggi il Pd è quotato al 23% (-7 punti in 7 mesi), anche se Renzi è convinto: «arriveremo almeno al 25%, saremo il primo partito e la seconda coalizione». Anzi, secondo il leader dem, che lo spiega ai suoi, “prenderemo almeno il 25% dei voti, il che vuol dire ottenere almeno 250 parlamentari: 150 eletti nei listini proporzionali e 100 nei collegi uninominali”.
Poi c’è il problema degli alleati minori che vengono chiamati, con dispetto, «nanetti», al Nazareno. Hanno zero peso politico, raccatteranno pochi voti, ma reclamano collegi sicuri (5 cadauno per ognuno delle tre liste alleate: centristi ‘per l’Europa’, Insieme, cioè la pattuglia di ulivisti, socialisti e verdi, e i Radicali di Bonino-Magi-Della Vedova).
Poi, ancora, c’è il problema della corrosione della leadership di Renzi: sarà costretto, volente o nolente, a giocare «di squadra» con ministri che, in parte, non ama  proprio (tipo quello all’Interno, Marco Minniti, che sta facendo fuoco e fiamme perché non vuole subire l’ignominia di essere candidato nella sua Reggio Calabria e perdere il suo collegio) e ministri che a stento tollera dentro il partito, figurarsi al governo (Franceschini, Finocchiaro, Orlando, etc.), Ma, soprattutto, con Gentiloni nell’oramai noto «schema a due punte». Gli screzi, gli attriti e le incomprensioni, tra premier ed ex premier, sono  in crescita esponenziale. In ogni caso, Renzi dovrà, giocoforza, farsi «un vanto» dell’azione di un governo che non ha mai amato né voluto. Invece, Gentiloni dovrà «farsi vedere» in campagna elettorale: sarà candidato nel collegio di Roma 1 e in più listini proporzionali (Puglia e Piemonte, pare). Il premier, però, vorrebbe solo fare «il governo che governa», come recita una delle sue ormai note tautologie, con imparzialità  e seguendo alla lettera i dettami di Mattarella che non vuole esporlo per conservarlo, «freddo», per il dopo voto.

 

Infine, dramma nel dramma, c’è il busillis Maria Elena Boschi. In  realtà, la pratica è già stata risolta: «Non l’ho sentita, in questi giorni», dice Renzi ai suoi, «ma so che si vuole ricandidare e io non abbandono gli amici in difficoltà. L’ho fatto persino con Lupi…». Morale, ‘Meb’ sarà candidata: o nel suo collegio naturale, quello di Arezzo, in una sorta di ordalìa personale contro tutto e tutti («ma ad Arezzo la serie storica dice che vinciamo sempre», ricorda Renzi), o solo nel listino proporzionale in Toscana oppure in entrambi.
Il solo problema che, paradossalmente, il Pd non ha è come ripartire le quote interne in vista delle candidature alle Politiche. Al Nazareno  si dice, senza troppe diplomazie, che verrà messa in atto una vera «pulizia etnica» delle tante (troppe, per Renzi) «anime» interne che scarseggiano in lealtà. Il segretario, che si candiderà nel collegio senatoriale di Firenze 1 («Attendo Salvini», la sfida da lui lanciata al leader leghista), vuole avere, in Parlamento, una pattuglia di “fedelissimi” pronti a tutto: appoggiare un governo di «larghe intese», ovviamente, ma anche, forse, a dare il via libera a un governo tutto targato centrodestra. «Le federazioni toscane ed emiliane faranno fuoco e fiamme», preconizzano i renziani, «perciò ci servono parlamentari fedelissimi, solidi e saldi». Alle altre aree interne  ‘a-renziane’ andranno le briciole. «Area dem» di Dario Franceschini, che si candiderà a Ferrara, contava 90 parlamentari. Quanti ne torneranno? Al Nazareno la questione brutalizzano così: «Area dem non esiste più perché al congresso stavano tutti con noi, nella mozione a sostegno di Matteo». Ergo, a loro non andrà nulla o quasi. Ma anche se a Franceschini venisse riconosciuta una piccola quota, dentro «ci vanno pure Fiano, Rosato, Giacomelli», è la furbata renziana, visto che sono già tutti renziani.
In compenso, all’area Orlando, «Dems», andrà molto peggio. Oggi gli orlandiani sono una quadrata legione romana: ben 120 parlamentari. «Orlando ha preso il 18% al congresso e quello avrà, ma dentro dovrà fare posto pure ai cuperliani e agli ulivisti, a Rete dem, etc», sibilano al Nazareno. Morale, se Orlando, che si candiderà nella sua Liguria, avrà 15 parlamentari o poco meno, potrà dire di aver portato a casa la pelle. Michele Emiliano, infine, di posti ne avrà solo cinque, ma non farà storie: saranno tutti suoi pugliesi doc.
Infine, la famosa «società civile». Tra i nomi che Renzi vuole in lista c’è l’immunologo Burioni, l’ex ct di volley Berruto e «AstroSamanta» Cristoforetti, oltre al fratello del giornalista Siani e alla giornalista, leader del movimento ‘Fino a prova contraria’, la Chirico. Voleva pure l’olimpica Bebe Vivo. La quale, però, per sua fortuna, “non ha l’età”.
NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 30/12/2017.
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2. Gentiloni farà campagna elettorale per il Pd ma ‘cum juicio’ e si smarca da Renzi 
Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

Ettore Maria Colombo – ROMA
Nun ce se crede…”. E’ proprio nel bel mezzo della conferenza stampa di fine anno, mentre sta parlando dell’Italia leader nell’export, che Paolo Gentiloni si lascia scappare una battuta in romanesco – romanesco alto, però, curiale e nobiliare, stile sonetto del Belli – come, forse, a tradire un’emozione, quella di “Paolo il Freddo”. Uno che, di solito, parla per tautologie (“il governo governa”, “apriremo il dossier quando il dossier sarà aperto”…), ma che, proprio ieri, nella conferenza di fine anno, che per incidens è coincisa con quella di fine legislatura, si è tolto diversi sassolini dalle scarpe. Il premier attuale – e che resterà in carica con pieni poteri, altro che “disbrigo degli affari correnti”: del resto ‘vuolsi così colà dove si puote’, cioè al Quirinale –  rivendica di “aver preso delle decisioni, non fatto annunci” (stoccata a Renzi n. 1). Poi sospira che “non vedevo l’ora che finissero le audizioni della commissione Banche” (stoccata a Renzi n. 2, lo scontro tra Gentiloni e Renzi è stato quasi pari a quello su Visco). Infine, ricorda i risultati “miei e dei miei predecessori”. E qui cita non solo l’ex premier, ma anche Enrico Letta, uno che, solo a nominarlo, nel Pd renziano mettono mano alla pistola (Renzi, infatti, non lo nominava mai, stoccata n. 3). Gentiloni si produce, invece, in un difesa a spada tratta della Boschi (“L’ho voluta io” rivendica) e anche della necessità – in sottile ma evidente polemica con gli scissionisti andati via dal Pd e finiti in Leu – che “la sinistra non può che essere di governo”. Con tanto di citazione mitterandiana del Pd che dovrebbe porsi come “la forza tranquilla” (ieri Renzi ha fatto identica citazione).
C’è, naturalmente, in Gentiloni, la personale soddisfazione per tutto quello che ha compiuto in questo faticoso anno di lavoro (“Per il Pd più che farmi venire l’infarto non potevo fare…” rivendicò mesi fa) in cui, appunto, “non abbiamo tirato a campare”, ma prodotto risultati sul fronte dell’economia, dei migranti, dei diritti, anche se su quest’ultimo punto ammette: il bicchiere è mezzo pieno (unioni civili e biotestamento approvati) ma anche mezzo vuoto (ius soli saltato). Certo, tutti questi impegni il premier li ha potuti onorare grazie al pieno sostegno di Mattarella, con cui ormai il sodalizio è di ferro, l’appoggio, a corrente alternata, del Pd di Renzi e il sostegno freddo, ma leale, degli altri partiti di maggioranza. Ma “la Sfinge” – così lo chiamano i suoi colleghi di governo – non solo è riuscito a sfangare un anno partito malissimo, ma anche a imporre uno stile, il suo, quello dell’understatement, che da Renzi, come si sa, è lontano anni luce. Inoltre, il segretario non ha più in mano le leve del potere, Gentiloni sì. Il premier ha fatto (Polizia, Aise, Consob, BankItalia) e farà nomine assai importanti (Guardia di Finanza, Carabinieri, Esercito), affronterà – e, forse, risolverà – i caldi dossier aperti di Alitalia e Ilva in vendita, porterà le truppe italiane in Niger (sul punto arriva l’unica stoccata alle opposizioni e alle loro “illazioni spettacolari” su una missione che per Gentiloni come per Mattarella, oltre che per la Pinotti, “è strategica” per mantenere l’Italia coi piedi saldi in Africa) e rappresenterà l’Italia in cruciali vertici Onu, Ue e Nato, senza dire che, nei prossimi sei mesi, l’Italia avrà la presidenza semestrale dell’Ocse.
Renzi, però, ovviamente, fa e farà di tutto per farsi trovare pronto: dice ai suoi che “Per me Paolo non è un potenziale rivale domani, ma un alleato forte oggi”. Anzi, la linea del Nazareno sarebbe questa: Renzi starà sui social “a bombardare Berlusconi e Grillo” mentre Gentiloni dovrebbe andare in tv (della qual cosa ha zero voglia e pare non farà) e i ministri, poveretti, andranno “sui territori”, a cercar voti.
Anche Gentiloni non si pone in contraddizione con Renzi: è disponibile a fare campagna elettorale “con le modalità che il Pd sceglierà”. E il Pd ha già scelto: lo candiderà a Roma 1, nel collegio uninominale, e in più listini proporzionali. Il terzo incomodo, però si chiama Mattarella: ha fatto di tutto, pur di tenere in vita il governo Gentiloni fino a dopo il voto. E ora il Colle fa trapelare che “Gentiloni va preservato dalle possibili polemiche della campagna elettorale”. Che è come dire al Pd: usatelo sì, ma il meno possibile, cum juicio.
NB: L’articolo è pubblicato il 29 dicembre 2017 a pagina 3 del Quotidiano Nazionale
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3. Mattarella. Gentiloni, fino alle nuove Camere, ha “pieni poteri” ma intanto il Capo dello Stato già pensa a mettere in pista un Gentiloni bis, dimissionario o no. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

L'aula di Montecitorio vista dall'interno

Oggi, 27 dicembre, al termine della conferenza di fine anno di Paolo Gentiloni, il premier salirà al Colle e dopo terrà un consiglio dei ministri. Il Colle firmerà l’atto di scioglimento delle Camere (un Dpr, Decreto del Presidente della Repubblica), ma sarà il cdm, con un Dpcm, a stabilirà la data del voto: entrambi gli atti saranno controfirmati dai due Presidenti. Il governo si prenderà un tempo mediano tra la data minima stabilita dalla legge (45 giorni, in base al TU del 1957) e la data massima fissata per Costituzione (70 giorni) per fissare elezioni e tutti gli indizi dicono che il Paese andrà al voto il 4 marzo. Il 31 dicembre, nel discorso di Capodanno, il Capo dello Stato spiegherà le ragioni dello scioglimento delle Camere, inviterà gli italiani al diritto di voto e i partiti a una campagna elettorale civile.

Fin qua, si può dire, l’ufficialità. Dietro, però, c’è molto altro. “Il corretto funzionamento delle Istituzioni, non ammette vuoti”. Tagliano corto così, al Qurinale, in merito alle petizioni on-line di cittadini e parlamentari di sinistra (Manconi, Cuperlo, etc.) che si stanno appellando a Sergio Mattarella affinché differisca “di qualche settimana” lo scioglimento delle Camere per approvare, al Senato, lo ius soli. Il presidente della Repubblica non ha nulla, naturalmente, contro lo ius soli (anzi, ritiene la “nuova cittadinanza” un tema cruciale e da affrontare), ma il suo primo obiettivo è assicurare la chiusura “ordinata” della legislatura in corso e l’altrettanto ordinata apertura della prossima, di legislatura. Il tempo per approvare lo ius soli è, dunque, del tutto scaduto. Con il voto che verrà fissato al 4 marzo, la prima seduta delle nuove Camere (XVIII legislatura) si terrà il 24 marzo quando i nuovi parlamentari dovranno eleggere, come loro primo atto, i nuovi presidenti di Camera e Senato e costituire i gruppi parlamentari.

Fino ad allora chi governerà? “Il governo Gentiloni” – è la risposta, netta e priva di dubbi, che arriva dal Colle, “governo che è nel pieno dei suoi poteri”. Nessun governo “dimissionario”, dunque, né in carica soltanto per “il disbrigo degli affari correnti”, come si legge in questi giorni, riguardo al futuro prossimo dell’esecutivo guidato da Gentiloni. Perché? Per una precisa scelta del Capo dello Stato: Mattarella vuole evitare di trovarsi con un governo “dimissionario” e ‘dimezzato’ e non vuole correre il rischio che venga sfiduciato come sarebbe potuto accadere, appunto, se la maggioranza, ormai evaporata, avesse dovuto affrontare, nell’Aula del Senato, un voto ad alto rischio, quello sullo ius soli. Il governo Gentiloni resterà, perciò, fino a insediamento delle nuove Camere. Allora sì che, da quel giorno (il 23 marzo), diventerà un governo “dimissionario” e in carica solo “per il disbrigo degli affari correnti”. Ma, pur se da ‘dimissionario’, Gentiloni potrà fare decreti, anche se in quel caso saranno le nuove Camere a decidere se convertirli o meno. Stefano Ceccanti, professore di Diritto costituzionale, spiega così la scelta del Colle: “Con la Ue abbiamo ceduto sovranità. L’Italia dovrà prendere decisioni importanti nei vertici Ue, Nato, etc. Non possiamo accettare vuoti di potere. Ecco perché resta Gentiloni”.

Tra gli impegni europei e internazionali cui Mattarella tiene molto c’è il decreto con cui il governo porterà truppe italiane in Niger (questo andrà convertito, anche a Camere sciolte), ma soprattutto l’Italia è attesa a importanti vertici Ue e Nato. A marzo un vertice del Consiglio europeo discuterà la proposta Merkel-Macron di modifica della zona Euro, tra febbraio e marzo si discuterà del tema migranti, per non parlare del capitolo Brexit.

Serve, in buona sostanza, “un governo che governi” e Mattarella ha individuato in Gentiloni l’ecce homo. Con buona pace di Renzi e dei possibili mal di pancia del Pd. Il leader del Pd potrebbe anche trovarsi nella (imbarazzante?) situazione di dover rivotare il suo Gentiloni se, Dio non voglia, le consultazioni andranno troppo per le lunghe. Mattarella è già pronto a rimandare lo stesso Gentiloni davanti alle Camere per ottenere una nuova fiducia da quelli che ha già individuato come i partiti più ‘responsabili’ (Pd, FI, etc). In attesa che la matassa si sbrogli o di convocare nuove-nuove elezioni. In ogni caso, potrebbe non essere troppo un caso ‘di scuola’ pensare che sarà un Gentiloni bis, dimissionario o meno, a preparare e presentare il Def del 2018 alle Camere e in Europa.

NB: L’articolo è pubblicato a pagina 2 del Quotidiano Nazionale il 28 dicembre 2017
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Il Pd, in panico da sondaggi, serra le fila. Resta il problema: dove e come candidare la Boschi?

Lotti e Boschi

Lotti e Boschi alla cerimonia del giuramento del governo Gentiloni

Pubblico qui due articoli che riguardano il Pd e il caso Boschi: il primo uscito oggi, 22 dicembre 2017, e il secondo ieri, 21 dicembre 2017, sempre sul Quotidiano Nazionale.
1. Pd in allarme per i sondaggi. La domanda è: dove la candidiamo la Boschi?
Ettore Maria Colombo – ROMA
“Sono una che non si arrende” dice ai suoi amici ‘Meb’, alias Maria Elena Boschi, che ieri non si è sottratta ai flash. Prima i funerali di Matteoli, poi il voto di fiducia alla Camera: serena, sorridente, non ha lasciato trasparire il minimo dubbio sul suo futuro e sul suo ruolo. Sarà candidata in Toscana, questa, però, è la sua unica certezza: sia in un collegio che nel listino proporzionale. C’è però chi scommette che verrà candidata ‘solo’ in un collegio, quello di Arezzo, per farle sfidare gli elettori senza il paracadute del listino. C’è chi dice, invece, che verrà blindata e messa solo nel listino perché “se la candidiamo in un collegio, Arezzo o un altro, opposizioni e media non le darebbero tregua”. Matteo Renzi taglia corto in pubblico (“La Boschi sarà candidata”) e pure in privato (“Una stupidaggine non metterla in lista e “una stupidaggine” mandarla al massacro solo in un collegio senza il paracadute del listino perché sarebbe un’ordalìa o un Giudizio di Dio per lei…).
Anche il ministro Luca Lotti, che avrebbe espresso dubbi a una sua ricandidatura, alla cena di Natale organizzata dalla sua fidata deputata, Covello, inzeppata di parlamentari amici di Meb, pur se senza di lei, si è presentato sorridente insieme a Rosato e Guerini. Morale: la Boschi sarà candidata in un collegio e nel listino, al 99% in Toscana. Come ricorda il segretario dem locale, Parrini, “in regione ci sono 21 collegi, 14 alla Camera e 7 al Senato. Sono pronto a scommettere che li vinceremo tutti”. Anche se, nel Pd, c’è chi non dispera che la stessa ‘Meb’, durante le vacanze di Natale, possa maturare un – clamoroso e, in questo caso, del tutto singolare e personale – ‘passo indietro’ che toglierebbe l’intero Pd d’impaccio dal dover sostenere la sua ‘madonna pellegrina’ che, durante la campagna elettorale, sarà certo sottoposta all’ennesimo crucifige
Resta che il Pd è ancora oggi in modalità ‘pugile suonato’. I sondaggi sono brutti. Per Youtrend il Pd è crollato al 24,1%. I dem si auto-consolano e rilanciano il sondaggio di Swg che li quota al 25% (ma Swg tratta sempre bene il Pd) e i sondaggi di Vespa (quelli di Ghisleri e Piepoli) che mettono la forchetta al 24-25%.
In ogni caso, urge correre ai ripari. L’altro ieri sera Renzi, appena tornato a Roma, ha tenuto una riunione fiume che, iniziata alle 18 è finita a notte fonda, intorno alle 23. I pochi presenti – oltre a Renzi c’erano il coordinatore della segreteria, Lorenzo Guerini, il presidente del partito, Matteo Orfini, il plenipotenziario Piero Fassino, il ministro Luca Lotti, il vicesegretario Maurizio Martina  – fanno parte del nuovo ‘gabinetto di guerra’ dem. Un ‘gabinetto’ cui è stato riammesso, ieri, dopo lo scivolone del fuori onda in cui ‘inguaiava’ il segretario criticandolo aspramente, Matteo Richetti: con Renzi ha vagliato lui i ‘temi’ su cui impostare la campagna elettorale. Questi sei golden boy di Renzi decideranno le sorti dei troppi parlamentari uscenti (380) e delle possibili new entry. Sentite, ovviamente, “le istanze territoriali” – spiega Parrini – “i circoli, i segretari di federazione, i segretari regionali”. Una fictio giuridica, in realtà: il lavoro sui collegi inizierà, prova a rassicurare il Nazareno, “solo dal 27 dicembre”, ma di uomini e alleanze i golden boy di Renzi discutono e si arrovellano da giorni. L’idea è quella di forgiare un gruppo compatto, omogeneo e composto, in prevalenza, solo da fedelissimi. Gli altri big (l’area di Franceschini, oggi, ha 90 parlamentari, Orlando la bellezza di 120, solo Emiliano ne ha pochi, 10) potranno, certo, dire la loro, ma con una certa parsimonia. Inoltre, sul capo di molti big pende il non expedit alle deroghe che chiederanno tutti (Franceschini, Orlando, etc.) e che otterranno di sicuro, causa i troppi mandati fatti finora. Morale: le altre aree non renziane del Pd prenderanno le briciole, in quanto a posti, specie se il Pd non avrà più di 260 parlamentari.
In ogni caso, la Direzione del partito verrà convocata nel… 2018, ma solo intorno al 20-22 gennaio, cioè molto dopo la Befana, nonostante l’area Orlando ne abbia chiesto una convocazione ad horas proprio per discutere del caso Banche e, pure, della Boschi. Eppure, per consegnare le liste resterà assai poco tempo: se si vota il 4 marzo, le liste vanno consegnate 35 giorni prima e, cioè, entro il 28/29 gennaio. Morale: tanti parlamentari dem aspiranti al seggio passeranno un pessimo inizio d’anno, è la assai facile previsione. 
NB: L’articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale del 22 dicembre 2017
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2. La mail di Carrai a Ghizzoni inguaia anche Renzi e il Pd. Che farà ora Boschi?

Ettore Maria Colombo – ROMA

“E’ quasi finita. Ancora qualche giorno poi questo attacco concentrico contro di me, Maria Elena e il Pd passerà. Ora, finalmente, potremo iniziare a parlare di temi veri, dei progetti che abbiamo per il Paese”. Matteo Renzi ci crede, ne è sicuro, forse prova persino a darsi forza: “Il peggio è passato, andiamo avanti”, dice, mentre parla al telefono, sulla via di ritorno da Firenze a Roma. Ma le preoccupazioni del leader dem sono ancora concentrate sul Calvario che è diventata per lui la commissione Banche.

Ieri è stata la volta dell’audizione dell’ex ad di Unicredit, Fedrico Ghizzoni. Il banchiere,ovviamente, parla della Boschi, ma dice di aver ricevuto, da lei, “interessamenti” e non “pressioni”. Poi tira fuori dal mazzo il jolly: la mail con cui l’imprenditore fiorentino Marco Carrai gli chiede, a sua volta, di Banca Etruria. Apriti cielo. ‘Marchino’ Carrai è l’amico di una vita di ‘Matteo’: risulta, in teoria, ‘solo’ consigliere della Cassa di Risparmio di Firenze, ma ha collezionato cariche e partecipazioni azionarie in municipalizzate, cda, società e affittato casa a Renzi che ha cercato di portarlo a palazzo Chigi con lui come consulente sulla cybersecurity perché Carrai è esperto del ramo e, inoltre, gode di solidi rapporti con Usa e Israele.

Nel Pd renziano, davanti all’in cauda venenum di Ghizzoni, si scatena il dramma nel dramma. Prima i renziani provano a sostenere che le parole di Ghizzoni danno torto a de Bortoli. Orfini attacca: “I giornali sono pieni di fake news contro di noi”. E mentre de Bortoli dice “grazie Ghizzoni, confermi quanto ho scritto”, la Boschi replica: “Le parole di Ghizzoni mi saranno utili nella causa contro de Bortoli”. Siamo alla semantica bancaria, la difesa del Pd si inerpica sul significato delle parole, ma poi esplode il caso Carrai. Qui il Pd si presta a scene comiche come quella del capogruppo dem alla Camera Ettore Rosato, di solito uno assai serio, che dice “Carrai non ha nulla a che fare col Pd”. Il nervosismo è altissimo, i deputati dem sono nel panico, terrorizzati dai sondaggi, i renziani in Transatlantico hanno facce da funerale. Lo stesso Renzi prende le distanze da Carrai e fa sapere che “Marco scrisse a Ghizzoni perché un fondo israeliano, di cui tutelava gli affari, aveva perso soldi in Banca Etruria”. “Le audizioni e ‘Meb’ – mastica amaro una fonte altolocata dem – ci hanno fatto perdere tre punti, nei sondaggi, solo nell’ultimo mese e mezzo (il Pd è quotato al 23-24%, ndr)”. Poi la stilettata sempre dalla stessa fonte, che fa paura: “Siamo nell’angolo e abbiamo il problema che, forse, candidare la Boschi, a prescindere dalla regione e dal collegio specifico, non è la scelta giusta. Parliamone”.

Sembra la ‘caduta degli Dei’. Infatti, nessuno, fino a ieri, metteva in discussione la candidatura dell’ex ministra. Al massimo se ne discuteva il ‘dove’, anche se i dem locali, da Arezzo a Napoli, dal Trentino alla Lucania, ogni volta che spunta il suo nome raccolgono firme contro il suo ventilato arrivo nel loro collegio al grido “Da noi, no”. Renzi continua a ribadire che “Maria Elena non si tocca, il Pd la candiderà. Se lo merita e su questo non transigo”. Ma tanti altri, nel Pd, la pensano all’opposto. I ministri Franceschini, Minniti, etc, sono muti come pesci, sul punto e ormai da settimane, ma riterrebbero le sue dimissioni almeno dal governo Gentiloni, che resterà in carica fino alle elezioni, assai ‘gradite’. Gianni Cuperlo oggi, via intervista, le chiederà “un passo indietro” formale. Infine, l’area del ministro Orlando ieri ha recapitato a Renzi la perentoria richiesta di una Direzione ‘straordinaria’ da convocare ad horas, di certo non a gennaio inoltrato, come è l’intenzione del Pd, per discutere del ‘caso’, ma Orfini sostiene di non aver ricevuto “nessuna richiesta”. ‘Meb’ è diventata un vero ‘ problema’ per il Pd e il Pd non sa ancora come risolverlo.

 

NB: Articolo pubblicato a pagina 3 di Quotidiano Nazionale il 21 dicembre 2017.


Dossier Banche versus Boschi-Renzi-Pd. Sei pezzi difficili e un’intervista a Cuperlo

Pubblico qui, in sequenza temporale dall’ultimo articolo uscito oggi a quelli dei giorni precedenti, i miei sei pezzi pubblicati in questi giorni sul caso Pd-Renzi-Boschi in merito alle vicende che vedono al centro dell’attenzione politica il cd. “caso Banche”, e cioè le audizioni di Visco, Padoan, etc nella commissione Bicamerale d’inchiesta sulle Banche.

 

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

  1. Il leader dem fa finta di nulla: “Doveroso occuparmi di banche”. Ma un sondaggio riservato del Nazareno sulla Boschi rivela: gradimento giù.
Ettore Maria Colombo – ROMA
Matteo Renzi, i renziani e, de relato, Maria Elena Boschi (ieri presente, a differenza di Renzi, al discorso di Mattarella al Quirinale: era bella e radiosa, al solito), sono e convinti di averla ‘sfangata’. E di aver vinto almeno un round nel match contro «il Resto del Mondo», posta in palio le elezioni. Il round che il Pd renziano pensa di avere, se non vinto, almeno pareggiato, è quello dell’audizione del governatore di BankItalia. Il guaio è che lo score del match di pugilato, che si conta sui 12 round, segna già 10 per il «Resto del Mondo» e zero – o, forse, appunto, uno – per il Pd. Oggi, peraltro, sarà il turno di Ghizzoni, l’ad di Unicredit, da cui arriverà un uppercut. Ma se la sconfitta finale è sicura, le parole di Visco non hanno aiutato a vincere neppure questo round. «Pressioni», assicura il governatore – che prima si è consultato con i vertici delle istituzioni repubblicane, il Capo dello Stato Mattarella e il premier Gentiloni, già suoi «scudi umani» quando Renzi ne chiedeva la testa,per addolcire i toni della sua audizione che si preannunciava esplosiva – «non ce ne sono state, siamo tutti persone mature…».
Visco, dunque, nega le pressioni, ma parla di «preoccupazioni», tira in ballo anche Renzi, non solo la Boschi, etc. L’impressione è, dunque, che anche questo round non sia stato affatto una vittoria per Renzi e Boschi.
Al Nazareno, però, si esulta, anche se un focus group commissionato alla società di sondaggi Swg testimonia il disastro: anche tra gli elettori del Pd, praticamente nessuno vorrebbe che la Boschi venisse candidata e da nessuna parte (si parla, da giorni, di Arezzo o della Campania…). Il leader dem – che ha contato i minuti e le ore prima di ascoltare, in bassa frequenza dalla commissione, le parole di Visco – fa diffondere parole di giubilo quando il Governatore neppure ha finito di parlare. Le firma in modo inusuale, dati i tempi, come «27esimo presidente del Consiglio della Repubblica italiana». Il succo è questo: «Ringrazio molto Visco, abbiamo sempre avuto la massima collaborazione, anche quando non eravamo d’accordo (cioè quasi sempre, ndr.), mi fa piacere che fughi ogni dubbio sul comportamento dei ministri (vedi alla voce: Boschi, ndr.), che hanno svolto solo legittimi interessamenti legati al territorio. Nessuna ‘insistenza’ o ‘pressione’ o ‘violazione del segreto’ è stata formulata da parte nostra».
Insomma, hic manebimus optime, è il concetto espresso da Renzi, ora non resta che «risalire la china» (cioè i sondaggi, disastrosi). I suoi rilanciano persino, sui social, l’intervento video del Governatore con tanto di «sottotitoli» messi da un senatore renziano, Andrea Marcucci e dal deputato-tesoriere, Francesco Bonifazi, per gridare la «verità» del Pd: «I mentitori seriali sono Di Maio e 5Stelle». E così, pian piano, prendono coraggio e si gettano a corpo morto a difendere ‘Meb’ molti dem, renziani e non, per giorni rimasti muti come pesci. Solo i ministri-big (Franceschini, Orlando, Delrio), anche nel salone delle Feste del Quirinale, mantengono un’aria da funerale, buia e contrariata.
Infine, a sera, la E-news di Renzi raggiunge l’apoteosi: «Permettetemi di abbracciare Padoan, finito al centro di un vortice mediatico per aver detto una cosa banale: il Ministro dell’Economia non autorizza mai alcun ministro. Per forza: nessuno deve autorizzare un collega pari grado» assicura Renzi (peccato che il Testo Unico bancario dica il contrario, e cioè che solo il ministro dell’Economia può intervenire, ma sono dettagli…).
Morale, un trionfo, secondo il «Vangelo secondo Matteo» (Renzi) che il Nazareno certifica e spiega così: «1) Visco, con le sue parole, ha ‘aiutato’ la Boschi; 2) su Renzi il governatore ha ridimensionato il senso dei suoi presunti interventi derubricandoli a ‘battute’; 3) in conclusione, «le ‘rivelazioni’ che sarebbero dovuto sortire dalla sua audizioni non sono tali». Anche se – chiosa l’inner circle renziano – «sappiamo bene quale sarà il mainstream di giornali e tv». Traduzione: ci massacreranno. Il sospetto che il massacro arrivi a ragion veduta non li sfiora neppure. Poi, in serata, un video piratato da una riunione dem in cui il portavoce della segreteria, Matteo Richetti, si scaglia velenosamente contro Renzi, dicendo che “è venuto meno alla parola data” e “gli manca la dimensione dell’etica in politica”, chiude il cerchio delle figuracce dem.
NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 3 del Quotidiano Nazionale il 20 dicembre 2017. 

2. Il Nazareno come la Fortezza Bastiani del Deserto dei Tartari: assediati in attesa del Nemico, che però stavolta è arrivato… 

Ettore Maria Colombo  – ROMA
Il Nazareno, se non fosse deserto (ieri, del resto, era solo lunedì…), sarebbe come la Fortezza Bastiani del Deserto dei Tartari di Buzzati. Un «non luogo» dove si attende l’arrivo del Nemico che, però, ogni giorno arriva e ti abbatte. I dati catastrofici dei sondaggi (Pd al 23,4% per Ipsos, al 24% per Swg: sei punti persi in sei mesi, un punto al mese) li ha riconosciuti lo stesso Matteo Renzi nella sua intervista di ieri al Corsera («E’ vero il mio consenso è in calo, ma è perché siamo al governo»), ma ciò non toglie che spaventino tutti.
In ogni caso, Renzi – che oggi non si presenterà al Quirinale per ascoltare il discorso di auguri di Mattarella alle Alte cariche dello Stato perché è «fuori Roma» – non nasconde la sua preoccupazione per la piega che hanno preso le audizioni nella commissione Banche. Le parole che, forse, fanno più male di tutte ieri sono arrivate da un ministro chiave del suo ex governo, Pier Carlo Padoan. Parole che, peraltro, hanno ‘irritato’, e non poco, anche Graziano Delrio, a sua volta tirato in ballo per essersi interessato del destino di CariFerrara, e ieri furibondo.
E ahi voglia, dopo, Padoan a smentire e precisare, in pubblico e in privato, cioè con lo stesso Renzi: «Matteo, non volevo mettere in difficoltà Maria Elena, solo il solo che l’ha difesa pubblicamente».
Renzi, a denti stretti, gli risponde: «Ne sono convinto, Piercarlo». Poi ai suoi dice: «Spero che le parole di Padoan non vengano fraintese». Senza dire che, tra oggi e domani, le audizioni di Visco e Ghizzoni completeranno il crucifige ai danni dell’ex ministra e, forse, di Renzi.
Il segretario, certo, prova a pensare ad altro. Ieri si è occupato di iniziare il giro di «consultazioni sulla prossima campagna elettorale», mettendo l’accento – spiegano dal suo inner circle – «sui contenuti»: dalla polemica sull’Euro con Di Maio ,al lavoro di intreccio tra collegi e listini per le candidature. L’idea di fondo è «valorizzare storie diverse, mettendo un nome della sinistra interna in un collegio e facendo guidare il listino da un nome di area moderata e viceversa».
Ma se di liste e candidature s’inizierà a parlare, nel concreto, solo dopo la Befana, in attesa che «dai vari big i arrivino indicazioni e richieste», è certo che Renzi si candiderà nel collegio maggioritario di Firenze 1, sperando di poter incrociare i guantoni con Salvini.
E la Boschi? ‘Meb’, allo stato, si candiderà in Toscana: di certo in un collegio (forse Arezzo, la sua città, ma i malumori che arrivano dai dem locali sono fortissimi), probabilmente anche nel listino. Del resto, farla correre solo nel collegio maggioritario è un’arma pericolosa e a doppio taglio: potrebbe perderlo e restare fuori. In ogni caso, il portavoce della segreteria, Matteo Richetti, ieri ha detto parole definitive, sul tema: «La Boschi sarà candidata, dove lo decide il Pd». Il che fa capire che la strada di altre regioni come la Campania è aperta. Solo il Trentino è escluso: contro di lei è partita una raccolta firme del Pd locale.
Il guaio è che il resto dei big e ministri dem (Franceschini in testa a tutti, Minniti, Delrio, etc.) sono muti: neppure una parola in difesa di ‘Meb’.
Dal lato minoranza, invece, arrivano critiche feroci. Il ministro Andrea Orlando, leader di Dems, le ha chiesto, di fatto, di non candidarsi. L’altro leader di una corrente di minoranza, Sinistra dem, Gianni Cuperlo, proprio a QN, ha detto che sarebbe stato meglio non fosse tornata al governo. Solo Michele Emiliano, leader di Fronte democratico, tace imbarazzato non foss’altro perché ha chiuso un accordo e ‘blindato’ i suoi (pochi) parlamentari al suo seguito (Boccia, Ginefra) con Renzi.
‘Meb’, ieri, si è difesa parlando al Messaggero: ha ribadito la sua posizione di difesa («Accusano me per coprire i veri scandali sulle banche»), ma ha anche detto «se mi chiamano vado in commissione».
La linea di difesa ‘generale’ sulle banche da parte dello stato maggiore del Pd la esplicita, però, il presidente Matteo Orfini in un colloquio con l’Huffington Post: «Vogliono convocare la Boschi? Allora noi vogliamo sentire anche Mario Draghi e tutti gli altri nomi esclusi, tra cui Enrico Letta». Tirare in ballo il governatore della Bce, Mario, Draghi, però è come mettere il dito nell’occhio a Mattarella, ma in ogni caso la linea Orfini suona come l’adagio biblico «Muoia Sansone e tutti i Filistei».
L’articolo è stato pubblicato martedì 19 dicembre a pagina 3 del Quotidiano Nazionale.

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3. Dove correrà ‘Meb’ alle  elezioni? Il dilemma del Nazareno.

Ettore Maria Colombo – ROMA
Il ‘fattore Meb’ (nel senso di Maria Elena Boschi) può creare seri contraccolpi alla campagna elettorale del Pd. Solo il ‘fattore banche’ (nel senso della commissione) è costato ai dem circa due/tre punti percentuali: il Pd, dal 27-28%, è crollato al 23%, con altri sondaggi – ancora più disastrosi – che lo danno in caduta libera al 20%. E quanto può far perdere, al partito di Renzi, l’esposizione e il pubblico ludibrio cui la Boschi viene sottoposta in tv, sui social e i giornali, nel pieno della campagna elettorale? Al Nazareno si sono fatti la domanda, ma – per ora – ancora non si sono dati una risposta. Non a caso, la Direzione  sulla composizione e i criteri delle liste, oltre che la decisione sulle deroghe, è stata rimandata a dopo la Befana. Gli animi interni sono troppo accesi per rovinarsi il Natale. Ma c’è chi, anche nell’inner circle renziano, cerca la strada impervia della ‘riduzione del danno’. E così, se “è certo”, dice il Nazareno, che Boschi verrà ricandidata alle elezioni, non è più “sicuro” né il ‘dove’ né tantomeno il ‘come’.
La Boschi ha detto in tv, dalla Grube, di voler correre in Toscana, anche se sul punto ora ha cambiato idea (non pare credibile, invece, l’ipotesi avanzata di un seggio in Trentino, dove in ogni caso i dem locali hanno fatto partire una raccolta di firme al grido di “Noi qui quella non la vogliamo”, o in Basilicata, dove i seggi sicuri per il Pd non ce ne sono o sarebbero, comunque, molto a rischio). Infatti, fino a qualche tempo fa, Meb sembrava propensa a candidarsi in Campania, per la precisione nel collegio di Portici-Ercolano, fuori Napoli, Lì il sindaco dem, Ciro Bonajuto, e il governatore campano, Vincenzo De Luca (che così pensava di assicurarsi un seggio per il figlio) avevano già steso un tappeto di rose per farla eleggere e la Boschi si stava già curando la zona con visite e incontri (l’ultima all’iniziativa Future dem, la scuola di politica organizzata dall’amica e collega Pina Picierno, oggi europarlamentare che però vorrebbe cimentarsi alle prossime Politiche).
Ma ora lei stessa ha deciso di correre nella ‘sua’ Toscana e, per la precisione, nella ‘sua’ Arezzo che, però, nel 2015, il centrodestra ha strappato, anche se sul filo di lana (50,8%), al centrosinistra che la governava, e dal 2006, con Fanfani (Giuseppe), oggi membro laico del Csm e amico di Boschi. Ma il punto non è che il collegio sia più, o meno, in bilico. Infatti, grazie alla nuova legge elettorale, il Rosatellum, il gioco è semplice: basta candidare un big, oltre che nel collegio, nel listino proporzionale per blindarne l’elezione. Invece, per Meb, al Nazareno stanno pensando a un’altra strada, decisamente più ‘punitiva’, anche se scelta – pare – di comune accordo con l’ex ministra: la candidatura ‘solo’ nel collegio uninominale maggioritario. Dove vige l’antica regola anglosassone del first past the post. Letteralmente, vuol dire ‘il primo oltre il palo’. Nella sostanza, invece, vuol dire che se arrivi anche solo secondo te ne torni a casa. 
L’articolo è stato pubblicato il 18 dicembre 2017 sulle pagine del Quotidiano Nazionale.
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4. Intervista a Gianni Cuperlo: “Boschi non doveva andare al governo. Il Pd è un partito in crisi e, dopo le elezioni, va rifondato”. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Gianni Cuperlo, già presidente del Pd, carica da cui si dimise subito e proprio in polemica con l’attuale segretario, Matteo Renzi, è il leader di Sinistra dem e su posizioni molto critiche rispetto al Pd renziano.

I sondaggi danno il Pd al 23,4%…

“Se corri veloce contro un muro e alla fine ti fai male non ha senso prendersela col muro. Il Pd perde consensi da tre anni ma il vertice non ne ha mai voluta indagare la ragione. Vanno rivendicate cose buone, come il bio-testamento, ma se milioni di persone ti voltano le spalle e tu continui a dire che tutto va bene, il muro si fa sempre più vicino”.

Renzi e tutto il ‘giglio magico’ sono entrati in modalità arrocco?

“Il rapporto del gruppo dirigente del Pd con il Paese si è incrinato. Il referendum istituzionale lo certificò, ma vi fu chi rivendicò il 40% come un dato da cui ripartire. Ma avevamo perso contro il 60% e per ragioni profonde”.

E’ stato un errore pretendere la commissione sulle banche?

“Se voleva indicare la via legislativa per evitare altri scandali doveva partire molto prima. L’errore è stato arrivarci a scadenza di legislatura, quando il rischio di trasformarla in un’arena pre-elettorale impropria è alto”.

La Boschi dovrebbe dimettersi?

“Boschi ha smentito le accuse, ma avrebbe fatto bene a seguire l’esempio di Renzi e, dopo la sconfitta della sua riforma, non entrare al governo. Ci sono momenti della vita politica in cui dire dei no aiuta a difendere la propria credibilità”.

Ma la Boschi è diventata un “problema” per il Pd?

“Il problema del Pd è che troppo spesso trasmette un’ansia del potere come fine. Penso a quel pugno di voti confluiti l’altro giorno su Micciché in Sicilia. Ci sono realtà dove io farei fatica a iscrivermi a questo Pd”.

Capitolo alleanze. Le liste collegate al Pd appaiono assai deboli…

“Se la domanda è “era meglio costruire una coalizione larga assieme a Grasso e Pisapia?” la mia risposta è sì. Non solo era meglio ma fino all’ultimo avremmo dovuto tentare. Ho chiesto al Pd di introdurre il voto disgiunto. Si è risposto con la miopia di chi pensa agli altri come all’intendenza che segue e il muro si è avvicinato di un altro po’. Adesso serve un cambio di direzione”.

Quale rapporto mantenere con i fratelli/coltelli di Mdp?

“Bisogna evitare una campagna fratricida, a sinistra. Io voglio battere la destra perché temo un Paese nelle mani di forze e valori ostili al minimo sindacale della civiltà e della democrazia. C’è chi lo farà dal Pd mentre altri lo faranno da posizioni e con scelte diverse. Serve rispetto tra chi negli ultimi vent’anni ha combattuto nello stesso campo. Certo, la sfida è difficile: il campo è diviso”.

Dopo il voto, si andrà a un governo di larghe intese o M5S-LeU?

“Renzi ha escluso qualunque accordo con la destra. Per me sarà così. L’obiettivo deve essere quello di gettare le basi di un’alleanza con le forze e le culture più prossime. Quando leggo di tattiche spavalde per sfidare nei collegi le personalità della sinistra uscite dal Pd viene spontaneo pensare “Quos vult Iupiter perdere dementat prius” (la traduzione, non letterale, è “Il Signore acceca chi vuol perdere”, ndr.)

Quale ruolo per Gentiloni prima e dopo il voto?

“È il capo del governo. Ha introdotto uno stile e un profilo propri. Li preservi”.

Quale contributo può dare la sua area, convocata il 13 gennaio a Roma, al Pd? Lei si candiderà? E dove?

“Lì indicheremo proposte di discontinuità. Dopo il voto bisognerà riflettere su tutto. Al centro dovranno stare la costruzione di un nuovo centrosinistra e la rifondazione del Pd. Mi candiderò se mi verrà chiesto e solo se queste idee avranno spazio e agibilità. Io non cerco posti”.

NB: L’intervista a Cuperlo è stata pubblicata il 18 dicembre 2018 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale.
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5. Gentiloni e Padoan difendono Boschi sulle Banche, in realtà stanno difendendo la ‘stabilità’ del sistema. I dubbi dei ministri dem
Ettore Maria Colombo – ROMA
“Boschi ha chiarito”: parola di premier, Paolo Gentiloni. “Dal 2014 abbiamo cambiato le regole del gioco dopo anni d’immobilismo che avevano favorito l’opacità su banche”, puntualizza Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia. “Maria Elena non ha fatto pressioni né si deve dimettere”, è la difesa, questa sì per nulla d’ufficio, del ministro allo Sviluppo, Calenda. Seguono le parole d’affetto di tutti i parlamentari ‘renzianissimi’ del Pd. Il guaio è che, da un lato, i renzianissimi, ormai, sono sempre di meno (Marcucci, Romano, Ascani, Morani, Ermini, etc.) e che, dall’altro, alle loro parole fa da contr’altare il pesante silenzio dei ministri leader di due aree dem non renziane ma guidate da due big, i ministri Dario Franceschini (Cultura) e Andrea Orlando (Giustizia). Il primo, Franceschini, è missing in action, cioè del tutto muto. Il secondo, Orlando, è già sbottato (“Volere quella commissione è stata pura follia” disse ancora mesi fa a un amico deputato), ma oggi parlerà all’assemblea nazionale della sua area, Dems, e non lesinerà critiche a Renzi e Boschi.
Eppure, scorrendo i take d’agenzia, anche se solo in superficie, ieri il sottosegretario del governo, Maria Elena Boschi, ha incassato molti punti a suo favore nel match tra lei e quasi (FI tace) tutte le opposizioni che ne chiedono le dimissioni. Nel coro si distinguono 5Stelle e Mdp-LEU: due partiti che stanno dando vita a un inedito asse politico in commissione. Un asse che, peraltro, funziona alla perfezione: Zoggia (Mdp) incalza Vegas con le domande più cattive, Sibilia e Airola (M5S) urlano alla Boschi “sei come Mario Chiesa!!” (il primo reo confesso di Tangentopoli). Boschi porterà in Tribunale pure loro, come già ha fatto con Di Maio, ma ieri sempre Zoggia – che odia Boschi e Renzi di odio viscerale – ha tirato la bomba, chiedendo al presidente Casini di “audire”, appunto, anche lei, la ex ministra e oggi sottosegretaria alla presidenza del Consiglio. Se, dunque, il presidente della Commissione bicamerale, Pierferdinando Casini, negherà che venga concessa tale audizione gli daranno del “venduto!” (per un seggio visto che è alleato al Pd), se la concederà, come già accadrà quando parlerà l’ex ad di Unicredi, Ghizzoni, si annuncia il circo Barnum o forse il Terrore di Robespierre.
Inoltre, se ieri l’audizione dell’ex ad di Veneto Popolare, Consoli, ha peggiorato le cose, per la Boschi, pure nel governo e dentro il Pd, la situazione si va rabbuiando, per ‘Meb’. Il premier parla da Bruxelles: “Ha chiarito – dice secco Paolo Gentiloni – le circostante emerse durante l’audizione di Vegas”. Poi aggiunge, ed è come se sospiri,“Boschi correrà nel Pd alle elezioni, spero abbia successo”. Come dire: vedremo quanti voti prende. Fatta la difesa (d’ufficio) della Boschi, Gentiloni, poi, aggiunge: “Spero che le prossime settimane non siano dominate dai bisticci sulle banche”. Solo che, in ‘gentilonese’, “bisticci” va tradotto con “casini”. Parole, le sue, che fanno il paio con quelle del Capo dello Stato. Sergio Mattarella si erge, come sempre, a scudo del governo, dicendo che “Il lavoro compiuto nell’ambito del settore bancario è stato di sostegno all’apparato produttivo”, ma sia lui che Gentiloni avevano espresso le loro ‘riserve’, direttamente a Renzi, sia sugli attacchi sferrati al governatore di BankItalia, Ignazio Visco, quando il Pd cercò di ‘demansionarlo’, non confermandolo ai vertici di via Nazionale (respinto con perdite) che sull’opportunità di dare il via alla commissione Banche. Sul punto, peraltro, lo stesso Luca Lotti avrebbe esternato le sue, di “riserve”, ma trovandosi incredibilmente isolato nel ‘giglio magico’ (composto, ormai, da Renzi, Boschi e Bonifazi, più Matteo Orfini, diventato più renziano di Renzi, oramai). Secondo l’Huffington Post proprio Lotti è “avvelenato” con la Boschi (e con Renzi?), di certo è “in disaccordo” con la linea sua e di Renzi da far tenere ai membri della commissione Banche.
I pochi ‘gentiloniani’ (Realacci, Giachetti) del Pd e l’area ‘liberal’ dem (Tonini, Morando) avevano sconsigliato Renzi di andare allo scontro, sulle banche, perché “Ci faremo solo del male”.
E anche i ministri Minniti e Delrio avrebbero espresso perplessità, se non veri dubbi amletici: “Siamo già al 24%, così finisce al 20% o peggio. Le elezioni saranno un disastro, prepariamoci”. Parole che, per Renzi, suonano come una campana a morto.  
NB. L’articolo è stato pubblicato sabato 15 dicembre su Quotidiano Nazionale.
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6. Boschi contro Travaglio, Renzi contro Formigli: l’ex ministra e l’ex premier vanno nella tv del ‘Nemico’, la 7, per difendersi. Inutile. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
L’ex ministro e oggi sottosegretario nel governo Gentiloni, Maria Elena Boschi, torna nel mirino per il suo ormai noto tallone di Achille: le sue presunte pressioni su Banca Etruria. “C’è accanimento nei miei confronti, ma se pensano di farmi mollare si sbagliano di grosso”, dirà poi lei agli amici. Ma nel tritacarne ci finisce, per forza di cose, oltre che l’ex ministro, anche il suo leader, Renzi.
Boschi prima si difende, con due post su Facebook, dalle parole del capo della Consob, Giuseppe Vegas, che parla nella sua (già prevista) audizione in commissione Banche. Poi la Boschi decide – con una strategia difensiva scelta, passo per passo, con lo stesso Renzi – di andare a Otto e Mezzo, la trasmissione di Lilli Gruber su La 7, dove accetta anche condizioni da patibolo: farsi torchiare dal direttore del Fatto, Marco Travaglio. I due fanno subito scintille. “Travaglio risponderà delle sue bugie, mi accusa di aver interferito e lo querelerò”, sbotta, per poi aggiungere “Lei mi odia, forse perché sono donna” (e Travaglio annuisce). 
Anche sulle parole del capo della Consob, Giuseppe Vegas, sempre in commissione Banche, Boschi contrattacca: “Ci sono stati più incontri con il presidente della Consob. Il 29 maggio 2014 mi chiese di incontrarci a casa sua alle otto del mattino, ho il suo sms, gli risposi che dovevamo vederci o in Consob o al ministero. Abbiamo parlato del sistema bancario…”. Lo stesso vale, secondo lei, anche per gli incontri con Ghizzoni, ex ad di Unicredit tirato in ballo per le presunte ‘pressioni’ che avrebbe subito dall’allora ministra (nel governo Renzi) Boschi sempre per acquisire Banca Etruria, di cui il padre (della Boschi) è stato consigliere e anche vicepresidente, poi dimessosi, ora indagato. Su Banca Etruria la Boschi sostiene che “Non c’è stato nessun favoritismo nei confronti della mia famiglia. È stato il governo Renzi a commissariare il Cda di Etruria, mandando a casa tutti, compreso mio padre”.
Ma fuori dalla cerchia ristretta del mondo renziano – che si schiera a tetragona difesa della sottosegretaria con le dichiarazioni a raffica di Bonifazi, Guerini e, soprattutto, di Matteo Orfini – è una Vandea. Dai 5Stelle a LEU di Grasso, da Meloni alla Lega, tutti reclamano le dimissioni della Boschi che “ha mentito al Parlamento”, quando, da ministro, garantì di non essersi mai interessata di Etruria, dove il padre era pezzo rilevante.
E Renzi? “La Boschi ha già risposto alla Gruber” risponde stizzito il leader del Pd, Matteo Renzi, stavolta ospite – in tarda serata – di Corrado Formigli, conduttore di Piazza Pulita su La 7, studio tv dove Renzi non metteva piede da  ben cinque anni. Anche quest’intervista è un crucifige con Formigli che incalza Renzi come se fosse Frost contro Nixon per farlo capitolare. “Sono sconvolto – insiste Renzi all’ennesima domanda sulla Boschi (“Che facciamo?! Ne rimandiamo le parole?”) – che il tema banche sia diventato una gigantesca arma di distrazione di massa. In Italia ci sono state ruberie (MPS), scandali clamorosi (le popolari venete), acquisizioni che gridano vendetta (Banca 121, vicina a D’Alema), ma i media parlano solo di Etruria. Anche lì – continua Renzi – hanno fatto schifezze clamorose e chi ha sbagliato deve pagare”. Sulla Boschi, Renzi però dice poco d’altro: “Le persone si giudicano per ciò che fanno, non per i padri che hanno”.
Intanto, da Bruxelles, Gentiloni si dice sicuro, anzi: certo, che la Boschi “chiarirà tutto”, ma sono in molti a chiedersi se un suo passo di lato non allenterebbe “la morsa intorno a noi”Renzi, peraltro, ieri pensava di potersi godere una giornata trionfale perché il Senato aveva approvato il bio-testamento. Quando Vegas parla, prima vacilla, poi si arrabbia e cerca di imbastire una reazione. Solo che sembra davvero ‘venire giù tutto’.
Il Nazareno sbanda e i nervi dei renziani sono tesi fino allo spasimo. Un dirigente tira fuori lo humor nero: “’Gridate sterminio e liberati i Mastini della Guerra!’, urla riecheggiando il dramma su Riccardo III. Eccola la nostra reazione” ride amaro, citando, appunto, la tragedia di Shakespeare. Ma la sensazione di una bufera in arrivo che possa travolgere tutto il Pd c’è ed è forte.
NB: L’articolo è stato pubblicato venerdì 15 dicembre sul Quotidiano Nazionale.  
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Grasso, “determinatissimo”, tesse la sua tela, ma la Sinistra è incerta sui nuovi nome e simbolo. Il Pd corre al riparo e stringe il patto coi ‘nanetti’

  1. Grasso tesse la sua tela dal suo ufficio, quello di presidente del Senato. 
Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ettore Maria Colombo – ROMA

Ieri Pietro Grasso, nella sua veste ‘politica’ di nuovo leader della Sinistra (secondo D’Alema “è uno abituato a comandare”), si è dato molto da fare. Mentre l’esame della Legge di Stabilità ancora arrancava dentro la commissione Bilancio, Grasso ha ricevuto i vertici di Mdp-SI-Possibile, noti come i Tre Tenori (Speranza, Fratoianni, Civati), nel suo ufficio. I quali lo hanno trovato “determinatissimo” a impegnarsi. Altro che “non ha ancora sciolto la riserva”, come insistono i suoi. E se sul simbolo regna l’incertezza (garofano rosso?) comunque il cognome di Grasso, sotto il nuovo nome, ci sarà. In realtà, sul nuovo nome della Sinistra, regna ancora molta confusione. ‘Liberi ed Eguali’ piaceva tanto a molti, specie a Grasso (e pure a Civati) perché privo di riferimenti ideologici ‘comunisti’, ma è in mano all’area liberal del Pd. Si chiama, infatti, Libertà Eguale, un’area di ex veltroniani, Morando e Tonini: hanno già diffidato Mdp&co. di usarlo. Almeno il nuovo nome, se non il simbolo, sarà presentato, comunque, il 3 dicembre al Pala Atlantico di Roma. L’altra cosa certa è che in quel catino di bandiere rosse Grasso sarà acclamato come “leader” dai 1500 delegati eletti dalle 158 assemblee di base di Mdp, SI e Possibile (42 mila i votanti).

Le assemblee hanno determinato un altro punto chiave: le ‘quote’ che avrà ognuno dei tre partiti (Mdp, SI e Possibile) in vista delle prossime candidature alle Politiche. Quote che saranno così rigidamente ripartite: 50% a Mdp, 35% a SI e 15% a Possibile: la somma dei due partiti più ‘di sinistra’ eguaglia cioè la quota di Mdp, che si aspettava molto di più. Ma se in molte realtà Mdp ha stravinto, in molte altre gli uomini di Fratoianni e di Civati si sono uniti per ‘arginarla’. Ora, però, i posti in lista, sono stati fissati sulle quote citate (50% Mdp, 35% SI, 15% Possibile). E così Mdp dovrà sacrificare alcuni dei suoi – molti – parlamentari (43 deputati e 16 senatori) per far largo ai tanti big fuori dal Parlamento (D’Alema, Errani, Bassolino, Panzeri, etc.).

Tornando a Grasso: ieri ha spedito molti inviti e fatto altrettante telefonate. Certo, non sulla carta intestata del Senato o consegnati dai motociclisti, cui pure ha diritto, ma pur sempre dal suo ufficio, quello di presidente. Inviti diretti ai molti ‘mondi’ che conosce a correre con lui per non far apparire la nuova ‘Cosa Rossa’ troppo ‘rossa’. Ma proprio ieri, Grasso ha ricevuto un ‘no’ che brucia. Sandra Bonsanti, a nome dei circoli di ‘Libertà e Giustizia’, animatori dei Comitati del No al referendum anti-Renzi, di cui è presidente, gli ha risposto dura “Pietro, noi si fa altro”. Infatti, Libertà e Giustizia organizza, proprio il 3 dicembre, un’iniziativa a Firenze cui partecipano il direttore del Fatto, Travaglio, l’ormai ex leader delle assemblee del Brancaccio (Tomaso Montanari) e tutti i ‘professori’ del No anti-Renzi (Zagrebelsky in testa) che si sentono ‘più a sinistra’ di tutti. Non ha accettato l’invito di Grasso neppure la presidente della Camera, Laura Boldrini, su cui Grasso invece contava. Potrebbe capeggiare, dato che Pisapia non si candiderà ma sta per chiudere l’accordo col Pd, una lista di ‘Progressisti’ che porterebbe la dicitura “con Boldrini”, sempre con il Pd.

NB: Articolo pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 29 novembre 2017 a pag. 6. 

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2. Il Pd ci prova, a cercare l’accordo con i ‘nanetti’, ma quanto valgono davvero?

 

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo – ROMA

Con Pisapia l’accordo “non è ancora chiuso, ma speriamo in un accordo con Campo progressista, Radicali e forze di centro per dare vita a una coalizione di centrosinistra”. E’ verso sera e negli studi di Otto e mezzo il luogo e l’ora in cui Matteo Renzi delinea ufficialmente le alleanze del Pd in vista delle prossime elezioni politiche. Il leader del Pd ha parlato, e molto, di politica anche alla presentazione del nuovo libro di Gianni Cuperlo (Sinistra, e poi?Titolo enigmatico, ma forse profetico) al Tempio di Adriano, ma trattandosi di Cuperlo in quel caso tutti hanno volato alto. Renzi dice anche, ma qui trattasi più di aspirazione che di certezza, che “il Pd sarà il primo gruppo parlamentare” (vuol dire prendere un voto in più non solo di Forza Italia, ma anche dei 5Stelle e l’impresa, allo stato dei sondaggi attuali, non sarà facile) e che “la nostra coalizione andrà sopra il 30% e vicina al 40%”. Ecco, il problema, però, per il Pd, sono proprio le liste collegate. Il Pd, nei sondaggi interni e riservati, segna ‘profondo rosso’: oscilla, come partito, tra il 22 e il 24%, cioè molto sotto persino il modesto 25,4% preso dal Pd di Bersani nel 2013. Renzi non si può permettere di non agguantare tale soglia, pena la sua fine politica. Il guaio è che le liste collegate – che saranno tre: centristi, Radicali europeisti e progressisti (Pisapia più qualche sindaco) – sono al momento stimate in modo ancora più catastrofico. I centristi (Casini-Galletti-Dellai-Olivero più Ap di Alfano, se ci sta: decidono oggi), le cui orme sono seguite passo passo da Lorenzo Guerini, sono quotati intorno all’1-2%. I Radicali devono pure raccogliere le firme (traguardo ambizioso) e non valgono più dell’1%. Li guiderà una personalità forte, Emma Bonino, avranno un logo oggi impolverato, ‘Forza Europa’ e pongono ‘problemi’, al Pd, di posti e programmi.

Infine, c’è la lista ispirata a Pisapia, tra mille contraddizioni esplose anche ieri. Prima esce la notizia che andrà in piazza con la Cgil, poi esce la smentita, Tabacci si arrabbia molto (“Cp non aderisce”)ma una parte dei suoi in piazza ci sarà. Quanto può valere, dato che ‘il leader riluttante’ non si candida e la Boldrini, che ne sarebbe la vice, lo ha mollato per andarsene, anche lei, con Mdp-SI al seguito di Grasso? Il 2-3%, se va bene. Ieri mattina, Cp ha visto Piero Fassino, ma alla Camera, per conto di Cp, non c’era Pisapia, ma tre colonnelli. Tutti fidatissimi, si capisce, ma diversissimi: Ciccio Ferrara viene dal Prc, Luigi Manconi sta ancora nel Pd e Bruno Tabacci viene dalla… Dc. Smentito con vigore che “Cp abbia chiesto una manciata di collegi sicuri al Pd”, l’incontro è stato, ancora una volta, assi interlocutorio. Il Pd ha offerto un po’ di tutto, ma i colonnelli di Pisapia hanno ripiantato tutti i loro paletti: rapida approvazione di ius soli e bio-testamento al Senato, abolizione del super-ticket in Stabilità, far slittare l’innalzamento dell’età pensionabile. Il più ostico, però, è la richiesta del ‘garante’ della coalizione, che avrebbe dovuto essere Prodi. Renzi lo straloda, in tv, ma non ne vuole neppur sentir parlare, i suoi ancor meno: “A noi non ci serve il preside per decidere chi comanda”. Oggi, infine, si apre la Leopolda 2017 con 8 mila giovani di cui Renzi è molto orgoglioso, molti ministri ma nessun Vip.


NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano nazionale il 24 novembre 2017. 

Fassino vede tutti, incassa il sostegno di Prodi e, forse, di Pisapia. Dalla sinistra radicale, invece, solo porte in faccia. Intanto, D’Alema ‘cambia verso’…

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

Ettore Maria Colombo – ROMA

Pubblico qui di seguito gli ultimi due articoli usciti sul Quotidiano Nazionale negli ultimi due giorni e un articolo uscito settimane fa su D’Alema e la rivista Italiani-Europei
1. Fassino, il commesso viaggiatore della sinistra alla ricerca della perduta unità, segna due goal importanti: incassa il sostegno di Prodi e, forse, di Pisapia. 
Fassino  sta per trasformarsi in un ‘commesso viaggiatore’. Infatti, mentre sul lato sinistro della possibile coalizione di centrosinistra, ieri ha ricevuto solo porte in faccia, nel prossimo fine settimana avrà due incontri clou  e vincenti. Venerdì Fassino andrà Bologna e incontrerà Romano Prodi. Ieri, non a caso, Prodi si è fatto fotografare ‘attovagliato’ in un ristorante bolognese col ministro all’Agricoltura Martina e quello alla Cultura Franceschini con la scusa che Oscar Farinetti presentava loro il progetto Fico Eataly Word. Prodi ha rifiutato commenti, ma il clima era disteso, sereno, e la photo opportunity finale diceva più di mille parole. E così a tenda del Prof – che oggi vedrà Fassino e nei prossimi giorni anche lo stesso Renzi – sta per uscire dallo zaino per riaprirsi in casa del Pd o nelle sue immediate vicinanze. Del resto, la sua storica ex portavoce, Sandra Zampa, spiega che “noi prodiani ci siamo collocati chi nel Pd (io e Sandro Gozi) e chi nell’area di Pisapia (Santagata e Monaco), ora serve che ci rimettiamo tutti insieme per rilanciare l’Ulivo”. Progetto cui tiene molto anche Walter Veltroni, che ormai lancia solo molti appelli all’unità e a “evitare le divisioni” della sinistra, tutti in chiave ‘anti-Mdp’ e filo-Pd, e persino Enrico Letta che, da Parigi, ha fatto sapere che la svolta di Renzi in Direzione e la sua apertura alle alleanze lo ha convinto. 
E, appunto, parlando di Pisapia, il ‘leader riluttante’ di un Campo progressista ormai allo sbando e già in rotta verso Mdp, avrebbe deciso di dire “sì” all’alleanza con il Pd. In the name of Ulivo, appunto. Fassino sabato si allungherà fino a Milano per vedere l’ ex sindaco che prenderà parte –all’incoronazione di Giorgio Gori a candidato governatore della Lombardia per conto di un centrosinistra orbo di Mdp.
Il guaio è che mentre Matteo Renzi continua a sperare nelle capacità taumaturgiche del buon Fassino (“noi abbiamo messo Fassino, è una garanzia, se non ci riesce lui…”), al Pd sanno già che, se va bene, riusciranno a mettere insieme solo una mini-coalizione di centrosinistra. Sarà composta da tre ali. La prima sono i tre ‘nanetti’: il Psi di Nencini, i Verdi di Bonelli e l’Idv del Carneade Messina. Poi c’è l’area radicale di Bonino-Della Vedova (Forza Europa). Infine, la ‘terza gamba’: una serie di frattaglie centriste di partiti che furono. A questi ci pensa Lorenzo Guerini, ma pure lui ha il suo bel daffare e le sue fatiche: ieri ha telefonato a Casini (tutto bene), ha visto il ministro Galletti e D’Alia, ex Udc (idem), e ha incontrato Italia Solidale di Dellai e Olivero (tutto ok). Ma il pezzo teoricamente pregiato del mazzo, Alfano, ancora cincischia, indeciso come Amleto, e Guerini, che ieri ha telefonato a lui e a Lupi, con Ap non trova la quadra. Una Direzione di Ap, o quel che ne resta, è stata convocata per il 24 novembre. Si trasformerà in una drammatica ‘resa dei conti’ tra chi, come Lorenzin e Cicchitto (voti: zero), vuole stare col Pd e tutti gli altri (voti: tanti) che cercano FI.
 
Tornando a Fassino, ieri mattina in verità ha spiazzato tutti: prima va a trovare Pietro Grasso, al Senato, e poi Laura Boldrini alla Camera. I due presidenti, però, gli hanno detto niet. Grasso, gli ha spiegato ‘caro Piero, sbagli indirizzo, io non rappresento una parte’ (ma ne è già il leader designato) e la seconda, Boldrini, “mah, vediamo, non farti illusioni’. Altri niet, ma stavolta informali, arrivano dai ‘Tre Tenori’ (Speranza per Mdp, Fratoianni per SI e Civati per Possibile) della Sinistra Unita. I quali gli hanno fatto sapere, nell’ordine: al massimo ti mandiamo lo sherpa Guglielmo Epifani o, se proprio insisti ti vediamo, “ma la settimana prossima” oppure nemmeno quello e, comunque, “prima abbiamo la nostra assemblea del 2 dicembre (quella in cui verrà incoronato Grasso leader, ndr) e quindi vedere te è  una cosa di cui faremmo assai a meno”. Finirà che, da Fassino, andranno i capigruppo di Mdp e SI, ma la fine è nota. Esiziale, al solito, Massimo D’Alema: “A Fassino che mi ha cercato, ho detto di chiamare Speranza”. Che è come dire: scusi ho da fare, lasci detto in portineria.
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Il presidente del Senato, Pietro Grasso.

2. “Ciao, sono Piero. Mi chiami? Ti devo parlare”. Fassino prova ad agganciare i leader della sinistra radicale ma, per ora, riceve solo porte in faccia. 
Come un esploratore yankee o ‘tuta blu’ che si avventura nelle ostili terre di Apache, Comanche e Cherokee, tra oggi e domani Piero Fassino incontrerà Giuliano Pisapia (Cp). Fassino, oggi, sentirà al telefono anche Romano Prodi per chiedergli un “estremo aiuto” per rifare il centrosinistra. “Nei prossimi giorni”, ma ancora non si sa dove e quando, Fassino vedrà pure la ‘Trimurti’ della Nuova Sinistra, cioè Roberto Speranza (Mdp), Nicola Fratoianni (SI) e Pippo Civati (Possibile). Ma qui le speranze di ‘trovare la quadra’ sono prossime ai zero gradi Fahrenheit. I tre fanno sapere, dopo averlo negato per ore, che “sì, Fassino ci ha chiamati”, ma non hanno nessuna voglia di incontrarlo e pensano pure all’affronto di spedirgli solo lo sherpa Guglielmo Epifani. Perché – come dicono sibilando – “Renzi vede la Bonino di persona e invece a noi ci manda Fassino, un ex tutto…”. Pippo Civati lo sbertuccia persino e, davanti ai giornalisti, legge a tutti il suo Sms: “Ciao, sono Piero, ho bisogno di parlarti, mi chiami?”. Insomma, gli incontri di Fassino partono malissimo e il loro esito è segnato. Le parole di Bersani (“Basta chiacchiere”) dicono tutto ed Enrico Rossi offende Renzi: “Fatti da parte tu. Allora, forse, se ne parla”.
Fassino, dunque, riceverà solo dei niet, tranne che da Pisapia che sarà accompagnato dai suoi due colonnelli, Ciccio Ferrara e Massimiliano Smeriglio, e, forse, da Bruno Tabacci, il solo rimasto, in Cp, a volere un accordo col Pd. Molti dem sperano ancora in esiti “positivi”, almeno con Pisapia, ma dentro Cp e, ovvio, dentro Mdp, scuotono la testa offesi: “”Ma tu incontreresti uno che sai per certo che ti vuole vendere una patacca?”. Inoltre, la maggior parte dei dirigenti di Cp ha armi e bagagli pronti per rientrare in Mdp chiedendo una manciata di posti che, però, Mdp, che sulla composizione delle liste farà la parte del leone (60% Mdp, 30% SI, 10% gli altri l’ultimofixing), è poco propensa a concedere. La presidente della Camera, Laura Boldrini, che ha di fatto preso le redini di Cp, invece, non andrà perché “lei fa il presidente della Camera” scoprono ora i suoi. In realtà, la Boldrini ha già deciso: vuole fare la ‘seconda in comando’ della Nuova Sinistra che verrà lanciata, il 2 dicembre, da Mdp, SI e Possibile in una Grande Assemblea. ‘Seconda’ perché il leader già investito del ruolo è Grasso. In Mdp sono sicuri che “lui da solo ci porta il 5% come valore aggiunto. Noi sommati partiamo dal 5% e con lui possiamo ambire al 10%”. Speranze, ma poi quien sabe? 
A Lorenzo Guerini, invece, che sta sondando Casini, Alfano (Ap), Dellai (Democrazia solidale) e altri centristi vari, è toccato un compito più ‘facile’ politicamente, ma cui Renzi tiene molto di più: dar vita a quella gamba centrista del centrosinistra che, coi Radicali, sarà fedele alleato del Pd. 
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L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

3. D’Alema ha fatto della rivista e della Fondazione Italiani/Europei il tempio della Nuova Sinistra, sì ma quella ‘radicale’...

“Il governo riconosca unilateralmente la Palestina”. Parola di ex ministro degli Esteri e di ex premier che, quando andò in Libano, fece scoppiare un incidente diplomatico perché andò a passeggio e a braccetto coi leader di Hamas. Beh, D’Alema è sempre lui, si dirà. Filo-palestinese era e tale è rimasto. Eh, no. Tranne che su questo e su una certa attitudine a ‘bombardare’ gli avversari (il Kosovo ieri, fisicamente, Renzi oggi, ma almeno solo metaforicamente…), D’Alema è davvero cambiato che non ci si crede. E, con D’Alema – ieri amico di Berlusconi (il ‘Dalemoni’) oggi suo avversario, ieri anti-ulivista, oggi ‘prodiano’, è cambiata la sua rivista, il bimestrale Italiani/Europei.

Il numero ora in edicola contiene saggi assai interessanti: “Gli orizzonti della sinistra” (e fin qua…). ‘New Labour’ ‘Third Way’? Interviste a Tony Blair e/o a Bill Clinton che, a metà degli anni Novanta, erano i punti di riferimenti culturali, politici e ideali del D’Alema pensiero? Macché. “Socialism, do you rimember?” è il titolo di una serie di poderosi e pensosi saggi che non hanno nulla di ironico. La faccia barbuta e ispida di Karl Marx è lì a esplicitarlo. I saggi di autori che di solito scrivono su giornali di sinistra radicale pure.

Basta così? No, macché. Il neo direttore, Peppino Caldarola, oggi con D’Alema in Mdp (Caldarola è anche lo spin doctor del governatore della Toscana, Enrico Rossi), ieri guida dell’Unità  quando l’Unità intervistava tutti i lib-lab del mondo, ha fatto fare una conversione a ‘U’ alla rivista. Con il placet di D’Alema, si capisce. Oggi, I/E ricorda da vicino, Alternative per il socialismo, la rivista che Alfonso Gianni, ideologo di Fausto Bertinotti, produceva per l’allora leader del Prc. Partito e area politica, l’Estrema Sinistra, che, per una vita, D’Alema ha combattuto e osteggiato. Almeno quanto lo ha fatto con l’Ulivo di Romano Prodi, si capisce. O coi girotondi, la ‘società civile’ e gli ‘intellettuali’, tutti rappresentanti nella formidabile battuta di Nanni Moretti: “D’Alema dì qualcosa di sinistra! D’Alema dì qualcosa!”.

Basta? No, non basta. Sempre Italiani/Europei contiene un’intervista che racchiude in sé una vera e propria notizia. L’articolo s’intitola “La mia Cgil”: parla Maurizio Landini, storico leader della Fiom, storico nemico di D’Alema e dalemismo, alfiere della sinistra più radicale. Ora, va bene che Mdp – il partito, ‘a criatura’ di D’Alema (e, sub iudice, di Bersani) deve prendere voti dappertutto, se vuole sfangarla, alle prossime elezioni – ma D’Alema è sempre stato noto per essere un fiero, tenace, durissimo, oppositore della Cgil e di quello che il sindacato rosso ha rappresentato in termini di conservazione, di vetero-sinistra. Tutto passato, tutto finito. Un mesetto fa D’Alema è andato a via Po, sede della Cgil, per un seminario a porte chiuse: ha recitato il mea culpa, buttato tutte le colpe delle (sue) analisi sbagliate sulle spalle, larghe, della “globalizzazione” e proposto – per Mdp e la nascente formazione ‘La Sinistra – un programma così ‘massimalista’ che pure i duri e puri della Cgil si sono un po’ spaventati. Perché filo palestinese ok, radicale e anti-sistema passi, ma D’Alema ‘no global’, beh, ecco, questo film, a sinistra, lo devono ancora vedere.

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NB: I tre articoli qui presenti sono usciti il 15 e il 16 dicembre 2017 su Quotidiano Nazionale. Invece, quello su D’Alema, risale alla settimana precedente. 

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