“Gli irresponsabili”. Perché, in Italia, al Potere si perdona sempre. La recensione al bel libro di Alessandra Sardoni

Alessandra Sardoni

L’anchorman de La 7 Alessandra Sardoni

Ettore Maria Colombo  ROMA

“Finché è forte, al Potere si perdona”. Il problema è quando non lo è più o non lo è ancora. Le parole tratte dalla Introduzione dell’ultimo libro di Alessandra Sardoni (Irresponsabili. Il potere italiano e la pretesa dell’innocenza, Rizzoli, Milano, 285 pagine, 18 Euro) potrebbero anche esserne la sua conclusione o l’epitaffio. L’autrice, infatti, conduce con rigorosa analisi e dovizia di testi, richiami, citazioni, colloqui e testimonianze inedite, un ‘lungo viaggio al termine della notte’ di uno dei mali oscuri del Potere del nostro Paese, l’irresponsabilità. Se, infatti, come spiega la Sardoni, all’estero vale l’adagio del “chi sbaglia, paga”, nell’Italia figlia della Controriforma cattolica, del ‘Franza o Spagna, purché se magna’, persino di lunghe dittature alla cui fine, implacabile, arrivava l’amnistia (concessa dal Nemico, il comunista Togliatti), vale il principio opposto: “Chi sbaglia, non paga” ,appunto. Vale, di conseguenza, anche l’adagio solo da noi valido: “In qualunque altro Paese (Germania, per una tesi di laurea copiata, Gran Bretagna per i contributi non pagati alla colf, Svezia per qualsiasi cosa appena poco commendevole…) si sarebbe dimesso”. In Italia, cioè – è questa la convincente e ben argomentata tesi della Sardoni – “la responsabilità individuale, nelle sue dimensioni politiche ed etiche, è l’oggetto di multiformi tecniche di elusione e di stratificati (e autodifensivi) aggiustamenti che fanno sì che chi sbaglia non paghi”. Sardoni individua anche i suoi ‘idealtipi’, alcuni davvero mefistotelici, altri solo davvero ‘non’ furbi.

Cinque le categorie analizzate e scandite in cinque capitoli. La prima è quella degli Incolpevoli: si parla del capo della Polizia Gianni De Gennaro e della notte della scuola Diaz nelle tremende giornate del G8 di Genova del 2001 (è il capitolo più denso, vibrante e appassionato del libro) in un clima figlio del consociativismo e dell’opacità del Potere. Si passa poi agli Inconsapevoli: qui vengono raccontate le disgrazie (e le vite) ‘parallele’ di due ministri, il centrista Maurizio Lupi (governo Letta), che si dimise da non indagato per un Rolex regalato al figlio e la ministra tecnica Annamaria Cancellieri (governo Monti e Letta) che non si dimise per interessi privati in atti d’ufficio ben più gravi, interessante caso di ‘doppiopesismo’ nello stesso governo. Si arriva ai Prigionieri, dove viene descritto l’eterno conflitto tra politica e giustizia, si attraversano gli Esodati – dove la prospettiva viene invertita e, come in un giallo, si scopre che la ministra Elsa Fornero non solo non fu l’assassino, ma forse la vittima, di certo il capro espiatorio – e si finisce con i Revisionisti. Capitolo che meriterebbe un capitolo a parte perché indaga, con dovizia di particolari, il presunto ‘complotto’ del 2011 ordito ai danni di Berlusconi e del suo governo da ‘centrali’ europee e internazionali.

E qui, al di là della tesi (in buona sostanza: nessun complotto, Berlusconi cadde per le sue incapacità e incompetenze), va detto qualcosa dell’autrice. Sardoni non è solo la elegante, gentile e ferma conduttrice diOmnibus su La 7 e la inviata del tg di Mentana finita a imperitura memoria nella spassosa imitazione di Maurizio Crozza, ma anche una studiosa tenace e rigorosa che legge, analizza, si documenta, ragiona, compara, scrive tesi e analisi originali. Come già nel suo precedente libro (Il fantasma del leader), dove indagava alcune figure chiave del centrosinistra. Qui, però, ilpaso doble di Sardoni conduce a ragionamenti erga omnes escientificamente validi sulla natura del Potere italico. Con la ineluttabile e amara conclusione: “Scartare la responsabilità individuale è funzionale alla conservazione del potere, qualunque esso sia” o che, in positivo, non basta “metterci la faccia”, occorre accettarne le conseguenze.

NB: Questa recensione è stata pubblicata nell’inserto libri (Il piacere della lettura) di Quotidiano Nazionale del 13 maggio 2017.

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Pisapia vuole candidare la Boldrini come frontman della sinistra alle primarie del centrosinistra (ma in accordo con Renzi)

Camera dei Deputati. Pier Carlo Padoan in aula per il DDL salva banche

La presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini

«E SE FOSSE Laura (Boldrini, attuale presidente della Camera, ndr), donna, volitiva e di sinistra, la competitor di Matteo, alle primarie del Pd e del centrosinistra, per tutti noi?». L’idea è di Giuliano Pisapia: l’ex sindaco di Milano, nonché ex esponente di Rifondazione comunista di Bertinotti e poi Sel di Vendola, non ha più uno staff vero e proprio, è tornato a fare l’avvocato, ma ha ancora molti ‘amici’, persone che lo stimano e lavorano a testa china per lui, silenziosi e solerti.

ED E’ VENUTA fuori proprio con loro, in una chiacchierata con gli «arancioni» milanesi – solo in parte rifluiti sul nuovo sindaco, Giuseppe Sala, mentre altri hanno voluto «continuare con Giuliano» – l’idea di candidare quella che, a sinistra, è detta «la Boldrinova»: femminista anche nell’uso delle parole, la Boldrini ha messo in campo, sui luoghi del terremoto e non solo, un presenzialismo un po’ sospetto, specie di recente.
Il clan Pisapia ha soppesato l’idea, l’ha sottoposta «a Laura», che si è detta «convinta». E, ovviamente, è stato sondato Renzi, che ha dato il suo ok, dicendosi «entusiasta» all’idea di correre ‘contro’ e, insieme, ‘con’ una donna di sinistra, non foss’altro perché, oggi, il segretario del Pd interpreta le primarie di coalizione non come una competition per il Potere, ma come un modo per «allargare il campo» del centrosinistra, ma soprattutto vuole tenerle a tutti i costi – in realtà ci ha ripensato, fino a qualche settimana fa sembrava averle archiviate – per ri-legittimarsi davanti all’opinione pubblica, specie quella di sinistra. E, infine, un discreto sondaggio è stato fatto al Colle più alto, il Quirinale, per verificare se il coinvolgimento della terza carica dello Stato in una gara «iper-politica» come le primarie non avrebbe creato disappunti e fastidi (il che, appunto, non sarà).

E COSÌ, non appena Renzi dichiarerà «aperte», stile Giochi olimpici, le primarie per scegliere il futuro candidato del centrosinistra alla guida del Paese (marzo la data più probabile delle primarie, sempre che a Renzi riesca il colpaccio di andare a elezioni anticipate a giugno e sempre che la legge elettorale, specie se proporzionale, non rappresenti un problema insolubile) la Boldrini sarà della partita a nome di un campo di sinistra il più «largo» possibile. Infatti, l’area che fa capo a Pisapia – che ha deciso di non scendere in campo in prima persona, come già fece l’anno scorso quando, per le primarie del centrosinistra milanese, fece candidare la sua ex vicesindaca, Francesca Balzani, spaccando il fronte della sinistra meenghina, ma si ritaglierebbe il ruolo di «regista» dell’operazione – vuole allearsi con il Pd di Renzi, in vista delle prossime politiche.
Un campo, quello di Pisapia-Boldrini&co., che parte dalle esperienze dei sindaci «arancioni» di Cagliari (Zedda), Genova (Doria) e Milano (Sala), passa per il Pd (Sinistra dem di Cuperlo, i prodiani di Campo dem di Zampa e Gozi, il sindaco di Bologna, Virginio Merola) e arriva fino alla capacità di staccare da Sel pezzi di vendoliani critici (Stèfano in Puglia, Uras in Sardegna, il vicepresidente della Regione Lazio Smeriglio a Roma). Non a caso questo campo già si autodefinisce – nelle prime iniziative pubbliche testate con buon successo a Milano, Bologna, Roma – «campo progressista»: vuole, cioè, aiutare il Pd, non distruggerlo, e «togliere voti» a due forni entrambi molto pericolosi per il leader Renzi.

IL PRIMO è l’area che sta nascendo intorno al progetto politico di Sinistra Italiana (la ex Sel di Vendola da cui proprio la Boldrini proviene), che vuole mettere insieme pezzi sparsi della sinistra a sinistra del Pd, l’altro è la sinistra interna del Pd che fa capo a Bersani (fu lui a volere la Boldrini alla guida della Camera dopo l’esito delle politiche del 2013) e Speranza, che peraltro proprio ieri, sul quotidiano il manifesto, ha annunciato la sua candidatura al congresso del Pd ma ha escluso quella alle primarie del centrosinistra, primarie alle quali, però, potrebbe presentarsi il governatore della Puglia Emiliano.
Due forni – SI degli ex vendoliani e i bersaniani di Speranza – che, se uniti, come sogna D’Alema, il quale spinge per la scissione, potrebbero far male, in termini di voti, al Pd.

NB: questo articolo è stato pubblicato, in forma più breve, a pagina 6 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Se nel #Pd prevalesse #Speranza… Due interviste al leader di Area riformista, la sinistra interna dem

Roberto Speranza, leader di Area riformista nel Pd

Roberto Speranza, leader di Area riformista nel Pd

Pubblico due interviste fatte, in due momenti diversi, al leader di Area riformista, la minoranza interna dentro al Pd, Roberto Speranza, ex capogruppo alla Camera. 

La prima è sulla situazione politica, il Pd e le alleanze ed è uscita su Quotidiano Nazionale l’11 novembre scorso. La seconda riguarda la manovra economica del governo ed è stata pubblicata il 27 ottobre scorso sempre sulle pagine del Quotidiano Nazionale. 
1) Intervista a Speranza su alleanze, amministrative, Pd: 
Metodo delle primarie, “da fare dappertutto, tranne dove vengono ricandidati bravi sindaci uscenti come Fassino a Torino e Merola a Bologna”. Obiettivo: ricostruire e far vincere “il centrosinistra, un campo largo in cui deve stare dentro, partecipando alle primarie, anche la neonata Sinistra Italiana”. E un ‘no’ secco all’Ncd perché “è difficile, per chi vuole fare il centrosinistra, allearsi nelle città con un partito che si chiama Nuovo Centrodestra”. Parla a QN Roberto Speranza, leader di Area riformista, la minoranza del Pd.

Onorevole Speranza, sono importanti le prossime amministrative?

Non si può immaginare che quella delle amministrative non sia una partita prioritaria, per il Pd. Se vuoi governare l’Italia, non puoi non partire dalle grandi città. Capisco che Renzi punti molto sul referendum istituzionale, ma prima ci sono le amministrative. Ogni
energia deve essere spesa per costruire le vittorie nelle città. Non vedo ancora una strategia chiara, nel Pd, rispetto a questo appuntamento e perciò ho chiesto di convocare una Direzione ad hoc del partito per parlarne. Veniamo da esperienze di buongoverno e in cui si è costruito un centrosinistra largo.

Quali rischi vede?

Due. Il primo è che prevalga, anche a livello locale, l’idea di costruire il Partito della Nazione e non il centrosinistra. E’ l’idea del ministro Lorenzin per Roma: Pd e Forza Italia con Marchini. Il secondo è di perdere il rapporto con quanto si muove a sinistra del
Pd. Certo, non aiuta chi pensa addirittura a un sostegno a Grillo al secondo turno. Due errori che possono far vincere l’M5S.

Ma allora quale dev’essere il quadro generale delle alleanze?

Bisogna rivolgersi alle forze civiche, al mondo associativo, a tutto quanto si muove nel campo democratico. Incalzando anche chi è alla nostra sinistra a costruire una nuova coalizione per il governo delle città.

E il metodo da seguire?

Quello delle primarie, lo strumento più utile da sempre per allargare il campo del centrosinistra e il miglior antidoto al Partito della Nazione. Si scelgono i potenziali candidati, poi i cittadini decidono. Pisapia venne fuori così e non era la prima scelta del gruppo dirigente del Pd, ma poi ha vinto e governato bene. Solo dove, come a Torino e a Bologna, i sindaci sono uscenti e apprezzati, è naturale la loro ricandidatura e fare le primarie vorrebbe dire solo indebolirli. Per questo non capisco le recenti polemiche su un bis di Merola che, a Bologna, ha lavorato bene.

E se, per dire, Sala non volesse fare le primarie, a Milano?

L’ipotesi di candidati calati dall’alto è sbagliata e rischia solo di dividere. Sala vuole candidarsi? Passi per le primarie, ne uscirà rafforzato.

Roma è un rebus indecifrabile…

Capisco l’ansia del totonomi, ma non è il momento. Il Pd romano è in una fase molto difficile, bisogna ricostruirlo dal basso e rilanciare una proposta seria per la città. Primarie indispensabili.

Vuol fare un appello a quei discoli di Sinistra italiana?

Sel governa con noi in quasi tutti i comuni del Paese. Io voglio che questa esperienza continui e che loro non si sottraggano alle primarie per costruire il centrosinistra. Detto questo, loro credono sia impossibile far vivere la sinistra nel Pd, per me è impossibile che la sinistra esista senza il Pd. Mi impegnerò sempre per costruire nuovi ponti. Ma guai a pensare di appaltare la rappresentanza della sinistra a Grillo.

E se l’Ncd si offre, nelle città?

Io voglio costruire il centrosinistra, con Ncd esiste un patto per il governo nazionale. Nelle città non serve, ed è difficile immaginare di fare il centrosinistra con un partito che si chiama Nuovo Centrodestra.

2) Intervista a Speranza sulla manovra economica del governo Renzi:
“Non vorrei ci ritrovassimo a non pagare la tassa sulla casa, ma poi a dover pagare le Tac!”. Parla Roberto Speranza, leader della minoranza dem di Area riformista, ex capogruppo alla Camera.

Un giudizio complessivo sulla legge di Stabilità.

Coglie una fase nuova in cui finalmente arrivano primi segnali di ripresa, ma…

Ma? Sul limite del contante a 3 mila euro cosa pensa?

E’ un provvedimento che sposta poco, sul piano economico. Poteva essere evitato. Io di gente che gira con 3 mila euro in tasca non ne conosco mentre ne conosco tanta che non ha 100 euro per fare la spesa. Un segnale sbagliato. Ha ragione Cantone.

Anche sul versante della lotta all’evasione? E la Orlandi va difesa?

Il sottosegretario Zanetti ha pronunciato parole inaccettabili. Padoan, per fortuna, lo ha clamorosamente smentito. Il Governo deve combattere l’evasione fiscale, non l’Agenzia delle Entrate. Siamo il secondo Paese Ue per evasione fiscale con oltre 100 miliardi di euro. Lo dice anche il Def. Quando Renzi minimizza sbaglia e contraddice i documenti ufficiali del suo governo. Combattere l’evasione sul serio vuol dire trovare risorse per abbassare le tasse, combattere la povertà, aiutare i pensionati.

Quali aspetti la preoccupano di più?

L’insufficienza di investimenti, che sono il vero motore per il lavoro e la crescita. Poi la spesa per il welfare, sanità in testa, scesa a 111 miliardi contro i 115 previsti dal patto con le Regioni che ora rischiano grande difficoltà. Su scuola e sanità servono più risorse.
Poi c’è il capitolo casa…

Soddisfatti che Renzi abbia lasciato l’Imu su ville e castelli?

Sicuramente la retromarcia di Renzi è stata una nostra vittoria. Abbiamo evitato una clamorosa ingiustizia che, tra l’altro, pesa poco economicamente, circa 90 milioni l’anno, ma ancora non basta. Abbassare le tasse è giusto, ma si può fare con gli occhi del
centrosinistra o con quelli del partito della Nazione. La tassa sulla casa non esiste solo in quattro Paesi al mondo: Niger, Togo, Yemen e Thailandia… Non è accettabile un meccanismo da Robin Hood al contrario: chi ha una casa che vale molto risparmia  anche 1500 euro e oltre, chi ha una casa in periferia risparmia 100/150 euro! Serve un principio di vera progressività: ad esempio, se la tassa sulla casa la pagasse anche solo il 10% dei contribuenti, quelli più ricchi, si otterrebbe già il 37% del gettito totale. Il provento, oltre un
miliardo di euro, potrebbe essere usato per introdurre una misura universale di contrasto alla povertà.

Se i vostri emendamenti non passano o il governo mette la fiducia che succede?

Faremo le nostre proposte migliorative. Oggi è prematuro parlare di fiducia, ma è chiaro che la legge di Stabilità è un atto fondamentale, per un governo. Vedremo. Certo è che nel Pd la scelta non può essere tra chi applaude sempre Renzi e chi va via.

E’ giusto ricorrere contro l’Italicum?

Io, sull’Italicum, mi sono dimesso da capogruppo e non ho votato la fiducia. E’ una legge sbagliata nel merito e nel modo in cui ci siamo arrivati. Sulla costituzionalità si pronuncerà la Consulta.

Meglio stare nel Pd o fare una ‘Cosa Rossa’ o ‘Ulivista’ fuori?

Bisogna battersi dentro il Pd perché torni a essere il grande partito del centrosinistra e della sinistra ed evitare diventi il partito della Nazione. Uscire dal Pd è sbagliato e aiuta la seconda opzione.

Riforma del Senato ‘for dummies’: Costituzione, bicameralismo, 138, etc. Più tre misteri gloriosi (doppia conforme, art. 2 e lodi vari).

Il portone d'ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ecco a disposizione dei ‘venticinque lettori’ di questo blog un piccolo prontuario di domande e risposte, si spera il più possibile chiare, sulla battaglia in corso al Senato. Si tratta di questioni tecniche, per lo più, anche se pieni di risvolti politici trattati il più possibile in modo asettico. 

Com’è la Costituzione? “Rigida”.

Le costituzioni possono essere ‘rigide’ o ‘flessibili’. Quelle ‘flessibibli’ possono essere modificate attraverso la normale attività legislativa. Tali costituzioni sono tipiche dell’800 e generalmente erano concesse (ottriate) dal sovrano assoluto (come lo Statuto albertino del 1848). Quelle ‘rigide’ sono modificabili solo attraverso un procedimento aggravato che richiede cioè una maggioranza più ampia rispetto a quello ordinario. Vi è, di solito, anche un organo chiamato a sindacare l’eventuale violazione della Costituzione stessa da parte del legislatore ordinario (come la nostra Corte costituzionale). Tali costituzioni sono tipiche del’ 900 e sono garantite da meccanismi che impediscono che siano adottate leggi contrarie al loro disposto. Sono anche costituzioni lunghe (quelle ‘flessibili’ erano brevi).

Come si modifica? Chiamando il ‘138’.

L’iter da seguire per poter effettuare ogni revisione costituzionale è disciplinato dall’art. 138. Il disegno di legge costituzionale deve essere approvato da ciascun ramo del Parlamento con due distinte deliberazioni, tra le quali devono intercorrere almeno tre mesi. Attenzione: si tratta di due diverse votazioni effettuate in maniera ‘incrociata’ da Camera e Senato (Camera-Camera e Senato-Senato): vuol dire che finché il testo non è adottato in maniera perfettamente identica, NON si può parlare di passaggio dalla I alla II lettura del testo in esame. Esempio: il Senato ha esaminato e votato una prima volta il ddl Boschi, la Camera lo ha modificato una prima volta, al Senato siamo alla II lettura, ma finché la Camera non lo approva, a sua volta, in testo identico, non si passa alla II (e definitiva) lettura della Camera, ma si resta dentro la I…

Per il primo giro delle due votazioni (o ‘letture’) basta la maggioranza semplice (e non ‘qualificata’), nelle ultime due serve quella ‘assoluta’. Infine, nel caso in cui la deliberazione, nella seconda votazione di ciascuna delle Camere, non sia avvenuta a maggioranza di due terzi dei loro componenti ma a semplice maggioranza assoluta, può essere richiesto un referendum confermativo. Il referendum può essere proposto da un quinto dei membri di una delle due Camere, da cinque consigli regionali o 500 mila elettori. In sostanza, l’art. 138 della Costituzione prevede che le riforme costituzionali debbano essere approvate con un ampio consenso.

In ogni caso, nessuna legge costituzionale né riforma costituzionale può in alcun modo modificare la Costituzione nel suo “spirito” Accesissimi dibattiti sono ancora aperti sul significato da attribuire all’inciso “spirito della Costituzione”: è sufficiente affermare che per “spirito” si debba intendere la forma di stato repubblicana e il nucleo essenziale delle libertà fondamentali e dei diritti e doveri in essa espressamente previsti.

Com’è il bicameralismo? ‘Perfetto’ (o ‘paritario’). 

A) Com’è oggi.

Voluto così dai padri costituenti nella Costituzione del 1948, in particolare dalla Dc, che temeva il predominio dei comunisti in uno dei due rami del Parlamento, e dal Pci, che temeva i rischi di un ritorno ai rischi dell’autoritarismo di epoca fascista, vuol dire che entrambe le Camere (Camera dei Deputati e Senato della Repubblica) fanno le stesse cose. Principalmente, esaminano e votano le leggi (decreti legge, disegni di legge, etc.) che, per entrare in vigore, devono essere approvate con un testo identico. Quindi, se una legge viene approvata da una Camera, o l’altra Camera l’approva identica, o viene cambiata e torna indietro finché non è tale. E, se il procedimento legislativo non si completa, si avanti e indietro da una Camera all’altra (è il meccanismo della cd ‘navetta’).

In teoria, i due rami del Parlamento possono andare avanti all’infinito. In pratica, i casi di una legge rimpallata più di una volta tra una Camera e l’altra non si contano. Eppure, le due Camere erano state formate e pensate in modo difforme, nella Carta del 1948.

B) Come sarà.

Il primo articolo del ddl Boschi (riforma del Senato e del Titolo V della Costituzione, votato in I lettura dal Senato l’8 agosto 2014 e in I lettura dalla Camera il 10 marzo 2015)  modifica solo e soltanto la II parte della Carta costituzionale (il cui titolo è “Ordinamento della Repubblica”), lasciando invariata la prima parte, quella sui principi. Il ddl prevede che la funzione legislativa non venga esercitata più collettivamente dalle due Camere, ma da parte della sola Camera dei deputati, salvo alcune materie, come le leggi di revisione costituzionale, su cui dovrà intervenire anche il Senato. Rispetto a Palazzo Madama, l’aula di Montecitorio ha tolto al Senato anche le competenze su materie etiche, famiglia e sanità. Solo la Camera sarà chiamata a votare la fiducia all’esecutivo. Sulla legge di bilancio, la Camera potrà avere l’ultima parola decidendo, a maggioranza semplice, di non conformarsi ai rilievi del Senato. Da ricordare che già una prima volta (nel 2001) è stato modificato il Titolo V della II parte della Costituzione, mentre il tentativo di modifica (sempre TItolo V, II parte Costituzione) del 2006 è stato bocciato dal referendum.

Primo ‘mistero’ glorioso: cos’è la “doppia conforme”?

Come si diceva parlando dell’art. 138 della Costituzione, Camera e Senato devono approvare, per poter avanzare di lettura in lettura, il testo di revisione costituzionale in ‘doppia lettura conforme’. I testi, cioè, devono risultare perfettamente identici (per il principio del bicameralismo perfetto o paritario che vale in tale caso come per tutte le leggi dello Stato) altrimenti non si può procedere oltre. Ma c’è di più. Nel momento in cui delle parti del testo di revisione costituzionale sono stati già approvati in modo identico dalle due Camere, nel procedere dell’esame si possono cambiare (il Senato rispetto alla Camera, ad esempio, come in questa fase) solo le parti modificate NON quelle votate in modo identico.

Sta qui il punto avanzato dalla maggioranza di governo e dalla presidente della I commissione Affari costituzionali del Senato in merito all’articolo 2: le parti già votate in modo identico non possono essere rivotate, mentre la minoranza Pd, le opposizioni e alcuni costituzionalisti dicono che si può fare ed è possibile farlo anche dopo le prime due letture perché si tratterebbe di una procedura di revisione costituzionale rafforzata.

Ma l’articolo 104 del regolamento del Senato dice chiaramente che “se un disegno di legge approvato è emendato dalla Camera, il Senato discute e delibera solo sulle modifiche apportate, salva la votazione finale” e che “nuovi emendamenti possono essere presi in considerazione solo se si trovino in diretta correlazione con gli emendamenti introdotti dalla Camera dei Deputati”. In ogni caso, la decisione finale (cioè l’ammissibilità o meno degli emendamenti in aula alla riforma, a partire dall’articolo 2) spetterà comunque solo e soltanto al presidente del Senato, Pietro Grasso.

Secondo ‘mistero’ glorioso: cosa dice l’articolo 2?

Il punto più importante del dissenso sia dentro il Pd che tra maggioranza e opposizione riguarda l’elettività o la non elettività diretta dei senatori contenuto nell’articolo 2 del ddl Boschi, articolo che modifica l’art. 57 della Costituzione, ed è composto da 6 commi.

L’articolo 2 ha a che fare con la composizione del nuovo Senato, che sarà formato da «95 senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali» (74 consiglieri regionali e 21 sindaci), più 5 senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica.

Nei primi quattro commi dell’art. 2 si specifica come verranno scelti i nuovi senatori: il sistema è elettivo, ma di secondo grado (indiretto) perché avviene, con metodo proporzionale, all’interno delle assemblee regionali (vale anche per i 21 sindaci, NON vale per i cinque senatori a vita o delle assemblee provinciali per le Province Autonome di Trento e di Bolzano. Approvata dal Senato in prima lettura, tutti i primi quattro commi dell’art. 2 sono stati votati in modo identico dalla Camera in sede di prima lettura, quindi – per il principio della ‘doppia conforme’ – non sono (o non sarebbero) modificabili. La sola discrepanza tra due testi per il resto perfettamente identici riguarda il comma V dell’art. 2.

In questo caso, il testo, votato la prima volta dal Senato l’8 agosto 2014, al comma V recitava: “La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali ‘nei’ quali sono stati eletti”. Alla Camera, invece, il 10 marzo 2015, il comma V è stato così modificato ed approvato: “La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali ‘dai’ quali sono stati eletti”.

Cambia, dunque, una preposizione (da ‘nei’ a ‘dai’) ma, in parte, cambia anche il senso: nel primo caso (‘nei’) si può adombrare un principio di elettività diretta, nel secondo (‘dai’) è certificata la elettività indiretta. La domanda è: si può cambiare il comma V senza cambiare tutto l’art. 2 e senza dover ricominciare tutto da capo? Deciderà Grasso.

Terzo ‘mistero’ glorioso: ‘lodo’ Chiti-Tonini, ‘listini’ e lodo Tatarella.

Nel braccio di ferro tra la maggioranza del Pd contro la sua minoranza, spalleggiati dalle opposizioni, la questione verte sulla elettività o non elettività dei (futuri) senatori (indiretta per i primi, diretta per i secondi), ma non sono mancate le proposte di compromesso.

La prima proposta, avanzata dalla maggioranza più dialogante del Pd (Finocchiaro), è stata quella del cosiddetto ‘listino‘: l’elezione dei senatori resta indiretta, ma gli elettori possono scegliere, al momento del voto per i consigli regionali, i consiglieri da mandare al Senato da votare in un apposito listino ad hoc che l’elettore troverebbe sulla scheda elettorale, ma il cui ordine di presentazione resterebbe appannaggio dei diversi partiti.

La seconda proposta è stata avanzata da un senatore della minoranza, Vannino Chiti: il ‘lodo Chiti‘ prevede che l’elezione dei senatori sia contestuale all’elezione dei consigli regionali ma il principio andrebbe fatto scrivendolo in Costituzione, proprio all’art. 2 (comma V, passibile, in teoria, di modifiche). L’appello di Chiti è stato raccolto, in parte, dal senatore della maggioranza, Giorgio Tonini, che ha parlato di intervento ‘chirurgico’ sull’art. 2 (comma V), ma demandando le modalità di elezione dei senatori a una legge ordinaria.

L’ultima proposta in ordine temporale, e anche quella su cui si potrebbe, almeno dentro il Pd, trovare ‘la quadra’, l’ha fatta direttamente il premier, Matteo Renzi, e prende il nome da un ex ministro (oggi defunto) di An, Giuseppe Tatarella, che nel 1995 fu l’ideatore della nuova legge per le elezioni regionali, legge che, da allora in poi, si chiama ‘Tatarellum’. Introdotta nel 1995 per parificare le modalità di elezione delle Regioni a quella per i sindaci (che, dal 1993 in poi, venivano eletti direttamente dai cittadini) il Tatarellum voleva favorire il bipolarismo, ma mantenendo un impianto proporzionale. Infatti, la base del sistema era proporzionale, poi erano i previsti listini regionali che assegnavano il 20% dei seggi in modo maggioritario, garantendo una maggioranza al presidente vittorioso. Gli eletti attraverso i listini collegati al presidente, per risultare tali, dovevano, però, venire ‘ratificati’ nella loro nomina dai consigli regionali. Estendendo quel principio ai futuri senatori, questi si potrebbero ritrovare ‘eletti’ direttamente dai cittadini al momento dell’elezione dei consigli regionali, ma dovrebbero comunque venire ‘ratificati’, per entrare in carica, dai consigli. All’articolo 2, comma V, quindi verrebbe aggiunta la frase “sulla base della designazione del corpo elettorale disciplinata dalla legge di cui al comma successivo” (il comma VI).

Solo i prossimi giorni di dibattito nell’aula del Senato diranno se sarà davvero così, stante che la decisione del presidente Grasso sull’emendabilità dell’art. 2 resterà dirimente.

NB. Questo articolo è stato scritto in forma originale per il sito Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net)

Senato, Renzi accelera i tempi, ma i ribelli hanno un asso nella manica, il presidente Grasso

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)ss

PALAZZO Chigi e il Nazareno sanno di avere davanti a sé, sulla riforma del Senato, due nemici: uno interno, la minoranza del Pd, assai agguerrita, e un esterno, il presidente del Senato Grasso, assai insidioso.
Lo sfogo contro il nemico numero 1 arriva da un senatore renziano: «La minoranza vuole andare allo showdown finale? A costo di mandarci sotto e obbligarci alle elezioni anticipate? Si accomodino. Però sappiano che, come ha detto il nostro capogruppo, Luigi Zanda, il Pd non può essere meno gestibile di un’assemblea di condominio».

MAN MANO che ci si avvicina alla data fatidica (8 settembre il giorno in cui il ddl Boschi sulla riforma del Senato riprenderà il suo iter) è sempre più evidente che il problema è, appunto, «politico». Le modalità «tecniche» per venirsi incontro, volendo, ci sono. Le ha individuate la presidente Finocchiaro (spostare in capo all’art. 10, e non all’art. 2, già votato in modo identico dalle due Camere, l’elettività dei senatori) e alcuni governatori (lasciare alle singole regioni la scelta dei futuri senatori). Ma il massimo della concessione possibile individuata (un «listino» in cui eleggere i senatori tra i consiglieri regionali: indicati dai partiti, ma scelti, indirettamente, dai cittadini) non basta ai vietcong Pd: vogliono l’elettività diretta e amen. Il problema, così, resta «politico»: se la minoranza (i 25 vietcong dem, sicuramente asciugabili a 15, nel senso che un drappello di 10 pronti a cedere le armi ci sarebbe) non cede e si somma, nel voto finale, alle opposizioni, la frittata è fatta. Vero è che, in questa fase, basta la maggioranza semplice, per passare, al Senato, ma prima o poi il problema della fatidica soglia dei 161 voti (quorum del plenum dell’Aula) si riproporrà, nelle successive letture. Il governo ha numeri, allo stato, pure alti (183, grazie al nenonato gruppo Ala, i verdiniani), ma crollerebbe a 158, sotto quota 161 se tutti i ribelli restassero compatti. Sempre che al governo non arrivino nuovi apporti (forzisti inquieti, vendoliani dati in uscita come Dario Stefano, ex M5S ora Idv…) o un nuovo «patto del Nazareno» mignon sotto forma di «non ostilità», forse uscendo in un po’ dall’Aula.

Ieri della situazione a dir poco incresciosa che si sta creando al Senato, hanno di certo parlato il presidente della Repubblica Sergio MAttarella e il suo predecessore, Giorgio Napolitano, che è salito al Colle per fargli visita. peraltro, si dice che proprio MAttarella potrebbe intervenire, con una sorta di moral suasion, su Grasso per convincerlo a riaprire alla discussione e al voto solo l’emendamento sulla preposizione famosa (“dai” e “nei”) e non sull’intero articolo 2, dando di fatto una mano al governo e limitando il potere di interdizione della minoranza dem e delle opposizioni.
Resta che «Renzi vuole andare avanti, come un treno, sulle riforme», dicono i suoi, «è pronto a concedere qualcosa sulle funzioni del nuovo Senato, ma sulla non elettività dei futuri senatori non cede».
Ne consegue la strategia già studiata da Zanda e i suoi: qualche giorno di dibattito in commissione, rapida presa d’atto che la mole degli emendamenti (513 mila) è inaccettabile, seguente richiesta di passaggio al voto direttamente in Aula. Il tutto, scrive oggi Repubblica in un retroscena, con tempi che non cavallino settembre anche per permettere che la prima lettura del ddl Boschi arrivi a dama entro e non oltre il mese di ottobre, quando le Camere saranno assorbite dalla discussione sulla Legge di Stabilità per il 2016.

ED È QUI, però, che entra in gioco il secondo nemico sul campo di Renzi, anzi forse il generale Giap dei vietcong. Il presidente del Senato, Pietro Grasso, che – sospira un senatore renziano che ne segue bene le mosse – «gioca una partita tutta sua, da presunto statista del futuro». Grasso, infatti, pur smentendo i retroscena che lo vedono già pronto ad avallare la posizione delle opposizioni e della minoranza dem sulla emendabilità del famoso art. 2, non può smentire il suo passato. Culturalmente e politicamente lontano da Renzi e dal suo mondo, bersaniano prima e para-grillino poi, sacro custode di un’istituzione, il Senato, i cui alti funzionari (la segretaria generale Serafin, il suo vice Toniato e molti altri) hanno persino sfornato un dossier «anti» ddl Boschi («ne esce un Senato pasticciato e inutile», testuale), affascinato da scenari futuribili (l’incarico da premier se Renzi fallisse), Grasso ha già fatto diversi sgarbi, a Renzi. Non sostituire dei membri in I commissione, dove il governo rischia a ogni passo, e neppure in Giunta per il Regolamento, dove la maggioranza non ha la… maggioranza (sic) e dare, spesso e volentieri, ragione ai tempi e alle proteste delle opposizioni su leggi cruciali.
«Succederà anche sull’art. 2, in Aula», sospira un renziano, «e quando si aprirà lo scontro finale, lo so già: avremo anche Grasso contro, oltre alla minoranza e opposizioni». Dura la vita, a palazzo Madama, per i pur sfrontati marines yankees.

NB. Questo articolo e’ stato pubblicato il 1 settembre 2015 a pagina 9 di Quotidiano Nazionale

#Mattarella o della ‘rivoluzione silenziosa’. Così spopola il presidente ‘mite’

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

MATTARELLA ha ricevuto Mario Draghi. Mattarella ha ricevuto Ignazio Visco. E, a dirla tutta, Mattarella ha ricevuto pure l’ad di Sky, il presidente di Mediaset e di altri grandi gruppi industriali e mediatici. Se n’è accorto qualcuno? Macché. Stringato, striminzito, comunicato del Quirinale e via, sotto un altro. Mattarella vede, in rapida successione, i ministri Alfano, Pinotti, Giannini? Qualche giornalista ha strologato, scritto retroscena et similia? Nothing, nada, rien. Mattarella gira il mondo: Parigi-Berlino-Madrid subito, appena eletto; Serbia-Montenegro-Londra in soli quattro giorni a giugno; Tunisi e Malta a luglio. Viaggi «di Stato», ufficiali, ma che tracciano due direttrici di scavo, studio, analisi, gestione dei rapporti diplomatici: apertura a Balcani ed Est Europa, Paesi che vogliono entrare nella Ue, da un lato, e dialogo “mediterraneo” con il Sud del Mondo, Africa in testa, dall’altro. Riscontri mediatici? Scarsi. Ai tempi di Napolitano, a ogni fiato di «re Giorgio», giù articoli, filmati, reportage. Un genere quasi letterario che aveva pure un nome: «i moniti di re Giorgio». E giù “fiumi di parole” fino ai libri (14/15, di cui sette/otto  scritti ‘su’ Napolitano, sette/otto ‘di’ Napolitano).

E MATTARELLA? Anche qui, libri su Mattarella appena due: uno del suo portavoce (prima di sapere di esserlo, peraltro), Giovanni Grasso, che in realtà parla del fratello ucciso dalla mafia, Piersanti; l’altro di Pio Cerocchi, suo vecchio amico dai tempi della Dc e del Ppi.
Esternazioni di Mattarella? Poche, rare, misurate, centellinate (i rapporti coi media, sul Colle, li tengono Grasso, ex inviato Avvenire, Gianfranco Astori, ex deputato della Dc e, poi, direttore dell’Asca, e ora anche Claudio Sardo, ex direttore dell’Unità: insomma, il fior fiore del cattolicesimo democratico). Eppure, in quest’ultimo mese, le esternazioni del Presidente, da rade e limitate, circoscritte, sono già salite di grado e d’intensità. In meno di una settimana, ha messo i riflettori sui profughi e i migranti, dove «una Ue in affanno fa meno di quanto dovrebbe»; l’Isis e il terrorismo, definite (con genio) «forze del disordine»; i due Marò per cui «l’Italia si batterà»; la lotta a corruzione e mafie, «priorità assoluta»; la coesione sociale da «ritrovare», le riforme istituzionali da «fare al più presto».
E «l’uomo solo al comando» che non va mica bene, dice Mattarella. Quest’ultima stoccata (è a Renzi? Forse. O è a se stesso che, da vero «cattolico penitente», cerca i limiti della sua azione?) Mattarella l’ha tirata ricevendo al Quirinale l’Asp, l’Associazione Stampa Parlamentare, il primo Ventaglio ricevuto da Mattarella (“il primo – nota lui, con una punta di timido umorismo – venne dato, nel 1883, al presidente del Senato Zanardelli, faceva un caldo bollente, ora il caldo è rimasto, ma la temperatura politica è scesa, almeno qui, al Quirinale”, aggiunge, con un sorriso, forse).

Domanda: il nostro presidente della Repubblica è forse «trasparente»? «Debole»? «Freddo»? No, affatto. E non solo perché, nei sondaggi di popolarità, Mattarella spopola (62% la fiducia degli italiani, per Ixé, Renzi è al 31%, per capirsi), ma perché lui, è così: schivo, riservato, compassato («In confronto a Mattarella, Forlani è un movimentista» disse, con formidabile battuta, Ciriaco De Mita), ma è pure un «mite» che, se la storia ti ci costringe, reagisce come un leone.
Mattarella che si dimette da ministro contro il VII governo Andreotti che approva il decreto salva-Biscione (1990). Mattarella che s’inventa il Mattarellum (1994), unica legge elettorale funzionante in tutta la II Repubblica. Mattarella che, insieme, rivendica l’eredità di de Gasperi contro Berlusconi (1994) e aiuta Prodi a far nascere il «centro-trattino-sinistra» (1996). Mattarella che vive lutti e tragedie durissime: la morte del fratello, ucciso dalla mafia, e lui che si ritrova addosso il suo sangue; la morte dell’amata moglie Marisa e, da poco, la morte della sorella Caterina.
«Mattarella il mite ci stupirà», si inizia a dire, nei Palazzi, ma lui ha già iniziato a stupire, opinione pubblica, media e Palazzi: la tenuta di Castelporziano aperta alle carrozzine dei disabili (mai successo); tagli su tagli al parco auto, al faraonico personale e cerimoniale, ai lauti stipendi e pensioni del Colle (mai successo); i viaggi istituzionali ‘semplici’, fatti in treno o su aerei di linea. E, soprattutto, il palazzo del Quirinale, aperto al pubblico, 5 giorni su 7, finalmente. Non solo “mai successo” ma copiato persino da Buckingham Palace, dalla regina d’Inghilterra. I corridoi, le mille stanze, quadri, arazzi e segrete del Colle visibili a tutti e – si sparge la voce – «tutti gli alti funzionari giù nei sottoscala a masticare amaro, del resto il Presidente ha detto: via, largo alla ente».

INSOMMA, già sta vincendo, «Serghei», come lo chiamavano da ragazzo: vince, agli occhi degli italiani, il cattolico frugale, ma fermo. Vince il Presidente che abbraccia d’impeto Manfredi Borsellino, dà un buffetto ad «Astrosamanta», fa mettere la cravatta a Salvini.
Renzi vuole fare parecchi decreti? A Mattarella la cosa non sta bene. Glielo dice, così Renzi lo sa. Con quella voce un po’ nasale, bassa, quel timbro timido, pacato, gentile. «E’ un po’ sordo», dicono gli amici. «Sì, ma quando vuole parlare chiaro, i suoi interlocutori lo sentono benissimo». Mattarella si sta già facendo sentire e le sorprese del suo settennato sono appena iniziate.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 31 luglio 2015 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale. 

#Verdini ha i numeri: “Silvio addio”. Al #Senato farà da sponda a #Renzi. L’ex coordinatore di FI vede #Lotti a cena e poi strappa definitivamente a pranzo con il Cavaliere

Silvio Berlusconi al Senato

Silvio Berlusconi al Senato, accanto Antonio Razzi

DI CERTO non è stato un pranzo da «lasciamoci così, senza rancor». Due ore e passa di colloquio, travestito da pranzo, in quel di Palazzo Grazioli, tra l’ormai «senatore semplice» Denis Verdini, nelle parti del povero Renzo Tramaglino, e Silvio Berlusconi (in quelle, ovviamente, dell’Innominato di manzoniana memoria) hanno registrato quelle che, quando vuoi far finta (ma solo finta) di non litigare, vengono definite, via dichiarazioni alle agenzie di stampa, «posizioni politiche che restano distanti». E a nulla, come era prevedibile, sono serviti i tentativi di mediazione che l’Innominato (il Cav) ha fatto recitare ai buoni (o cattivi) di turno: conte Zio (Fedele Confalonieri), dottor Azzeccagarbugli (l’avvocato Niccolò Ghedini), don Ferrante (Gianni Letta). Denis, coriaceo come solo uno nato a Fivizzano (provincia di Firenze) sa essere, non ha ceduto di un millimetro, ha salutato, preso il cappello e detto addio.

È finita così, sotto il solleone di una Roma semi-deserta e, sostanzialmente, disinteressata alla cosa, la «lunga storia d’amore» tra l’ex premier, ex Cavaliere, ex tutto – tentato un giorno dalla fuga ad Antigua, un giorno di correre «a Mosca! A Mosca!» dall’amico Putin, e il giorno dopo ancora di fondare «L’Altra Italia», e cioè una FI ormai, di fatto, «3.0» – e il suo principale uomo d’ordine, non solo in quanto organizzatore della macchina del partito o estensore delle liste elettorali, ma in quanto mente politica di FI fino al patto del Nazareno.

Resta, in piedi, però, la domanda: quante «divisioni» ha Verdini? E, soprattutto, quanto potranno essere d’aiuto, al governo Renzi che, al Senato, balla sul filo di sette-dieci voti di scarto, a quota 173-175, per farlo arrivare, magicamente, a quota 183-185, se non di più? Alla Camera, dove i verdiniani sono ininfluenti, il conto è facile: i soldati sono solo otto (per formare un gruppo parlamentare ne servono venti, di deputati), capitanati da Ignazio Abbrignani, che di FI è, da sempre, l’esperto responsabile elettorale, Giovanni Mottola e Luca D’Alessandro, ex mitici portavoci dell’ufficio stampa di palazzo Grazioli, e pochi altri (Faenzi, Parisi, etc.). Al Senato, invece, Verdini sa che la nascita di un nuovo gruppo (nome «Alleanza liberalpopolare», sede in via del Corso, dove c’era il Psdi, presentazione ufficiale non prima di mercoledì, ma statuto già depositato dal notaio) vale come oro, agli occhi di Renzi. Ed è stato proprio sugli scranni dei “nuovi ascari” di palazzo Madama, che la trattativa – tra caffé e aperitivi al bar «Ciampini», cene, incontri serrati, faticosissimi, tra Verdini e i suoi soldati: Denis ha visto almeno trenta senatori, tra promesse e blandizie – ha rischiato di subire un clamoroso stop. Ancora mercoledì sera, per dire, Berlusconi ha riunito i senatori azzurri per i saluti estivi: il suo fascino, ancorché ammaccato, sembrava aver fatto rientrare la scissione, facendo perdere pezzi su pezzi a «quello», come ormai chiama Verdini, con disprezzo, il Cav. Invece, alla fine, Verdini ci è riuscito: dieci senatori doveva avere, dieci (anzi, forse undici…) ne avrà. I nomi degli «ascari»-«Responsabili» meriterebbero, peraltro, ognuno una storia e un racconto a sé.

In ogni caso, Lucio Barani, ex Psi craxiano sanguigno e verace che gira con il garofano all’occhiello, sarà il neo-capogruppo dei verdiniani e il focoso campano Vincenzo D’Anna, vicino all’ex deputato (oggi in carcere) Nicola Cosentino, il portavoce. Gli altri tre senatori sicuri sono due campani (Ciro Falanga e Eva Longo), appena trasmigrati da Fi al gruppo di Raffaele Fitto, e un toscano, fedelissimo di Denis, Riccardo Mazzoni, ancora in FI. Ne mancavano ancora quattro. Solo in corner, dopo formali rassicurazioni date più da Lotti che da Verdini, all’ex governatore siciliano Raffaele Lombardo sul «post-Crocetta» (cosa succederà, cioè, in Sicilia, quando si voterà), si sono mossi i fedelissimi di quest’ultimo, i due Sancho Panza di Cuffaro Giuseppe Compagnone e Angelo Scavone. Si dibattono ancora, invece, tra dubbi amletici, Giuseppe Ruvolo, seguace di un altro ex ras siculo, Totò Cuffaro (oggi in galera), e un’altro campano, Domenico Auricchio, che però avrebbe assicurato a Berlusconi che lui “mai e poi mai andrà con ‘quello'”. Ne mancavano, a star sicuri, altri due, ma i tentativi di moral suasion con i fittiani e i «tosiani» (e cioè i seguaci dell’ex governatore veneto Flavio Tosi, uscito dalla Lega, che poi sono tre e tutte donne) non erano andati a buon fine, ma Verdini, da giocatore di poker, sapeva di avere una doppia coppia di assi nella manica. La prima coppia è formata da Pietro Langella, ora in Ap (Ncd-Udc), e da Riccardo Conti (toscano, ex FI, ora nel Misto). Laa coppia Bondi-Repetti, che ha già abbandonato il Cav e pure con tanto rancore, forma la seconda doppia coppia. E così, Verdini è arrivato a undici senatori. Numero sufficiente per far gruppo e pesare, tra commissioni e Aula, a favore «delle riforme» di Renzi e far pesare meno, d’altro canto, la minoranza dem. A questo giro di poker, Denis, col Cav, ha vinto lui. Con Renzi si vedrà.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 24 luglio 2015 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale.