Jus soli: la resa di Gentiloni, il gelo di Renzi. “La legge si farà ma dopo l’estate”

Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

Ettore Maria Colombo – ROMA

Matteo Renzi le aveva provate tutte, pur di veder approvare lo ius soli. Aveva mandato ambasciatori persino presso Sinistra italiana: sette senatori che potevano far pendere l’ago della bilancia a favore di “una legge di civiltà – aveva fatto dire a Nicola Fratoianni – che una forza di sinistra come voi non può che votare anche se il governo mettesse la fiducia”. Ma Fratoianni aveva risposto picche: “sono d’accordo sulla legge, ma la fiducia non possiamo votarla, mi si spacca il partito”. Al Nazareno avevano fatto e rifatto i conti: senza Ap (25 senatori), il partito di Alfano, per una volta contrario come un sol uomo, e senza il gruppo delle Autonomie (18 senatori che, per la prima volta da anni, avevano alzato la voce) i numeri della maggioranza di governo tracollavano da 171 (quelli attuali) a 146, forse anche meno. Ben sotto il quorum necessario (161 voti).

Un rischio troppo grande: mandare sotto Gentiloni in un voto dove il governo avrebbe posto la questione di fiducia voleva dire, di fatto, mandare a casa il governo e, con esso, chiudere in via anticipata la legislatura con relative elezioni in autunno. Renzi ne sarebbe stato indicato come il primo e unico responsabile.

Ecco perché ieri, alla fine, il segretario dem ha gettato la spugna, dicendo a Gentiloni che lo aveva chiamato per avvertirlo di una decisione ormai presa: “Io mi giocherei il tutto per tutto, Paolo, ma so che il governo rischia troppo. Ora decidi tu, io mi adeguo”. Detto, fatto. A tarda sera, una nota ufficiale del premier informa che “tenendo conto delle scadenze non rinviabili in calendario al Senato e delle difficoltà emerse in alcuni settori della maggioranza non ritengo ci siano le condizioni per approvare il ddl prima della pausa estiva. Si tratta però di una legge giusta. L’impegno del governo per approvarla in autunno rimane”. A palazzo Chigi si sottolinea di aver lavorato di concerto con Renzi e che “l’estate, così difficile sul tema immigrazione, mentre si cerca di gestire i flussi degli sbarchi in sede europea”, non permetteva errori né inciampi, dato anche che “è pieno di irresponsabili (politici, ndr) che cercano incidenti e tensioni”. Ma se sempre da palazzo Chigi si fa notare che “quella di Gentiloni non è una rinuncia, ma una scelta improntata al realismo e a ridurre le tensioni su una legge di civiltà”, i tempi non ci sono più. Palazzo Madama ha ancora 45 giorni di lavoro effettivi, da qui alla fine della legislatura. Pare assurdo, ma tra ferie estive, invernali, altri provvedimenti e futura sessione di bilancio (che occupa l’intero autunno) è così. Ergo, la legge sullo ius soli, che dovrebbe comunque tornare alla Camera per il voto finale, non vedrà la luce, certo non in questa legislatura.

Il Pd si limita a far buon viso a cattivo gioco con una sola dichiarazione del ministro Martina, mentre il leader di Ap, Alfano, esulta: “Gentiloni ha gestito la vicenda dello ius soli con realismo, buonsenso e rispetto per chi sostiene il suo governo. Apprezziamo molto”. Poi aggiunge un “noi la vogliamo approvare, ma in un clima più sereno” che sa tanto di sberleffo, specie verso il Pd. Esulta, ovviamente, il centrodestra, da Salvini a Meloni a Brunetta, e butta la croce addosso al Pd la sinistra, da SI a Mdp. Ma pure coi loro voti, lo ius soli non sarebbe passato e il governo sarebbe caduto. Ecco perché Renzi ha fatto morire la legge.

NB: L’articolo è stato  pubblicato il 17 luglio 2017 sul Quotidiano Nazionale a pag. 7

Pisapia vuole candidare la Boldrini come frontman della sinistra alle primarie del centrosinistra (ma in accordo con Renzi)

Camera dei Deputati. Pier Carlo Padoan in aula per il DDL salva banche

La presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini

«E SE FOSSE Laura (Boldrini, attuale presidente della Camera, ndr), donna, volitiva e di sinistra, la competitor di Matteo, alle primarie del Pd e del centrosinistra, per tutti noi?». L’idea è di Giuliano Pisapia: l’ex sindaco di Milano, nonché ex esponente di Rifondazione comunista di Bertinotti e poi Sel di Vendola, non ha più uno staff vero e proprio, è tornato a fare l’avvocato, ma ha ancora molti ‘amici’, persone che lo stimano e lavorano a testa china per lui, silenziosi e solerti.

ED E’ VENUTA fuori proprio con loro, in una chiacchierata con gli «arancioni» milanesi – solo in parte rifluiti sul nuovo sindaco, Giuseppe Sala, mentre altri hanno voluto «continuare con Giuliano» – l’idea di candidare quella che, a sinistra, è detta «la Boldrinova»: femminista anche nell’uso delle parole, la Boldrini ha messo in campo, sui luoghi del terremoto e non solo, un presenzialismo un po’ sospetto, specie di recente.
Il clan Pisapia ha soppesato l’idea, l’ha sottoposta «a Laura», che si è detta «convinta». E, ovviamente, è stato sondato Renzi, che ha dato il suo ok, dicendosi «entusiasta» all’idea di correre ‘contro’ e, insieme, ‘con’ una donna di sinistra, non foss’altro perché, oggi, il segretario del Pd interpreta le primarie di coalizione non come una competition per il Potere, ma come un modo per «allargare il campo» del centrosinistra, ma soprattutto vuole tenerle a tutti i costi – in realtà ci ha ripensato, fino a qualche settimana fa sembrava averle archiviate – per ri-legittimarsi davanti all’opinione pubblica, specie quella di sinistra. E, infine, un discreto sondaggio è stato fatto al Colle più alto, il Quirinale, per verificare se il coinvolgimento della terza carica dello Stato in una gara «iper-politica» come le primarie non avrebbe creato disappunti e fastidi (il che, appunto, non sarà).

E COSÌ, non appena Renzi dichiarerà «aperte», stile Giochi olimpici, le primarie per scegliere il futuro candidato del centrosinistra alla guida del Paese (marzo la data più probabile delle primarie, sempre che a Renzi riesca il colpaccio di andare a elezioni anticipate a giugno e sempre che la legge elettorale, specie se proporzionale, non rappresenti un problema insolubile) la Boldrini sarà della partita a nome di un campo di sinistra il più «largo» possibile. Infatti, l’area che fa capo a Pisapia – che ha deciso di non scendere in campo in prima persona, come già fece l’anno scorso quando, per le primarie del centrosinistra milanese, fece candidare la sua ex vicesindaca, Francesca Balzani, spaccando il fronte della sinistra meenghina, ma si ritaglierebbe il ruolo di «regista» dell’operazione – vuole allearsi con il Pd di Renzi, in vista delle prossime politiche.
Un campo, quello di Pisapia-Boldrini&co., che parte dalle esperienze dei sindaci «arancioni» di Cagliari (Zedda), Genova (Doria) e Milano (Sala), passa per il Pd (Sinistra dem di Cuperlo, i prodiani di Campo dem di Zampa e Gozi, il sindaco di Bologna, Virginio Merola) e arriva fino alla capacità di staccare da Sel pezzi di vendoliani critici (Stèfano in Puglia, Uras in Sardegna, il vicepresidente della Regione Lazio Smeriglio a Roma). Non a caso questo campo già si autodefinisce – nelle prime iniziative pubbliche testate con buon successo a Milano, Bologna, Roma – «campo progressista»: vuole, cioè, aiutare il Pd, non distruggerlo, e «togliere voti» a due forni entrambi molto pericolosi per il leader Renzi.

IL PRIMO è l’area che sta nascendo intorno al progetto politico di Sinistra Italiana (la ex Sel di Vendola da cui proprio la Boldrini proviene), che vuole mettere insieme pezzi sparsi della sinistra a sinistra del Pd, l’altro è la sinistra interna del Pd che fa capo a Bersani (fu lui a volere la Boldrini alla guida della Camera dopo l’esito delle politiche del 2013) e Speranza, che peraltro proprio ieri, sul quotidiano il manifesto, ha annunciato la sua candidatura al congresso del Pd ma ha escluso quella alle primarie del centrosinistra, primarie alle quali, però, potrebbe presentarsi il governatore della Puglia Emiliano.
Due forni – SI degli ex vendoliani e i bersaniani di Speranza – che, se uniti, come sogna D’Alema, il quale spinge per la scissione, potrebbero far male, in termini di voti, al Pd.

NB: questo articolo è stato pubblicato, in forma più breve, a pagina 6 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Meb e Luca, simul stabunt simul cadent. I destini incrociati di Lotti e Boschi, gemelli diversi del ‘giglio magico’ di Renzi oggi nel governo Gentiloni

Italy Politics

Lotti e Boschi alla cerimonia del giuramento del governo Gentiloni

MARIA Elena e Luca, ‘la’ Boschi e ‘il’ Lotti, ‘Meb’ e ‘Lampadina’, l’aretina e l’empolese, il giovane avvocato di Laterina che scopre la politica sul lato dalemiano (parteggiava per Michele Ventura che perse male le primarie a candidato sindaco di Firenze contro Renzi) e, solo dopo, su quello renziano, e il “carrarmato” di Matteo Renzi da quelle primarie in poi, cioè da sempre. I loro destini sono legati da anni, da quando il loro ‘Re Sole’, Renzi, decise il grande salto: da presidente di Provincia a sindaco di Firenze, dal locale al globale, candidato alle primarie contro Bersani (perse) e poi contro Cuperlo, (vinte) segretario del Pd e poi successore di Enrico Letta a palazzo Chigi. L’ascesa, il trionfo, dietro «Cesare» e, ora, da poco, la caduta, ben più repentina e drammatica del trionfo, e per entrambi, causa quel maledetto referendum costituzionale del 4 dicembre per cui si erano impegnati, entrambi, anima e corpo (tanta ‘anima’ e pure tanto ‘corpo’). Insomma, come dicevano i latini, ‘simul stabunt, simul cadent’: cade l’uno, cade l’altro, se restano, lo fanno insieme. Ma sarà poi così vero o, invece, anche i loro due destini stanno per separarsi per sempre?

TANTO che la caduta della Boschi, esposta per forza di cose al pubblico ludibrio in quanto «madre regina» della riforma costituzionale da lei voluta – con Renzi – seguita, partorita, nata, promossa (in Parlamento) e bocciata (nelle urne referendarie), è stata più eclatante e pesante di quella di Lotti, sempre spettinato e sempre vestito un po’ male, finto casual, parco di dichiarazioni, interviste, comizi. Ieri era lei a sorridere, felice e soddisfatta, nel salone delle Feste di palazzo Chigi mentre lui sorrideva timido nel Salone delle Cerimonie del Quirinale. Tailleur nero formale, assai lontano dal completo blu elettrico indossato 2 anni fa quando giurò da ministra nelle mani di Napolitano, Maria Elena è tornata radiosa.
Eppure, dicono i renziani ‘cattivi’, «la sua è una evidente diminutio. Esce da ministro di Renzi ed entra sottosegretario nel governo Gentiloni. Seguirà le sedute del consiglio dei ministri, ma è una pura funzione notarile: scriverà l’ordine del giorno, terrà l’agenda delle riunioni, punto». Le cose, in realtà, sono sempre meglio di come appaiono: quel ruolo, che fu di Gianni Letta è «un ruolo importante, un ruolo chiave» dicono i suoi, senza dire che terrà, pare, due deleghe ereditate dal ministero precedente (Pari Opportunità e Adozioni). Eppure, alle Riforme, Lei non poteva restare. Per dialogare con gli altri partiti, sulla legge elettorale, serviva una persona meno divisiva. Ed ecco, infatti, che alle Riforme va la paziente, e glaciale, oltre che esperta, Anna Finocchiaro, che pure di Meb è stata – al Senato e, più in generale, al partito e con gli altri partiti – una vera ‘madrina’ (“Mi è scattato il maternage”, disse di lei, dopo aver detto, invece, di Renzi, che era “un miserabile” perché voleva escluderla dalle liste alle Politiche) su riforme e legge elettorale.
Inoltre, Renzi non si fa vedere in pubblico con lei da troppo tempo: Leopolda 2015, per la precisione, quando il crac di Banca Etruria piombò tutto e solo sul capo di suo padre.
Infine, i suoi sms continui, quasi insistenti, di certo pieni di pathos, per convincere il neo premier, Gentiloni, quasi stupito – così si dice – da tanta gentile insistenza, che di certo non l’hanno aiutata a fare una bella figura, ieri nel partito, oggi nell’opinione pubblica.
Renzi, di certo, non l’ha mollata («Farai quello che vorrai, decidi tu», le ha detto), anzi, l’ha aiutata quello che basta, ma per vincere il congresso e le elezioni serve Lui, Luca Lotti. Promosso ministro allo Sport, che a una prima occhiata sembra una delega assai «leggera», mantiene le deleghe (pesanti, pesantissime) all’Editoria e al Cipe, cioè i soldi che – più o meno a pioggia – arriveranno al governo e verranno distribuiti, specie al Sud, per non dire del fatto che il capitolo ‘nomine’ degli enti e cda di Stato sempre a lui resterà.
CERTO, non arriva la delega ai Servizi segreti, delega che Gentiloni si tiene ben stretta e a cui Lotti mirava perché era suo vecchio pallino, anche se i suoi dicono che “non è vero” e che “non ci ha mai pensato a volere quel posto” e che, casomai, puntava a un altro bersaglio grosso, il ministero degli Interni, che invece è andato a un suo vecchio rivale, Marco Minniti (già dalemiano, poi veltroniano, ora renziano di complemento) che aveva in mano proprio i servizi. Ma il vero «bingo» Lotti lo fa nel solo essere diventato ministro e, di conseguenza, nel partecipare alle riunioni del cdm. Pochi sanno che pur avendo il ruolo di sottosegretario, Lotti, fino a ieri, non ci entrava nemmeno, nel consiglio dei ministri: a verbalizzare le sedute – atto che, da oggi, sarà compito della Boschi – era De Vincenti.
Ma è lì dentro che si decide «la Politica», scelte di governo e non solo. «Nel cdm sono entrati, o rientrati, tutti i capi corrente del Pd (Franceschini, Orlando, Martina, ndr) – spiega un ‘lottiano’ – ma mancava proprio un… renziano e Luca è il capocorrente di Renzi. Prima non serviva, perché al governo c’era Matteo, e Luca gli stava subito dietro, sempre, ora serve, eccome se serve». Eccola, dunque, la spiegazione: Lotti agirà da «dante causa» di Renzi, senza dire che «darà una mano a Renzi per preparare il congresso, vincerlo e andare al voto».Certo, Lotti – ombroso e silenzioso di suo – dovrà diventare più loquace, forse persino «simpatico», agli occhi di un opinione pubblica che lo conosce assai poco.
Ma tant’è, à la guerre comme à la guerre. E Maria Elena? Sorriderà, guardando il cdm dentro e il governo da vicino, da palazzo Chigi, ammaliante, come sa fare solo lei.
Alla faccia delle polemiche e dei tormentoni contro il suo volto, e il suo ruolo, che sono già partite. Alla faccia anche di quei renziani che, ieri, perfidi, più che cattivi, dicevano: «Mantenere Maria Elena al governo è peggio di un delitto, è un grave errore politico».

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 13 dicembre 2016 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Come e perché Renzi sceglierà Teresa Bellanova al posto della Guidi e chi è lei, la poco vispa Teresa…

tetto del Quirinale

Il ‘tetto’ del Quirinale, detto ‘Torrino’, dove riceve i suoi ospiti il Capo dello Stato, oggi Mattarella

IL ‘RISIKO’ IN CORSO, DA MESI, AL MISE…

Quasi sicuramente la nuova ‘ministra’ allo Sviluppo Economico sarà l’attuale viceministro al Mise, il ministero di via Veneto, Teresa Bellanova che, fino all’ultimo rimpasto di governo, quello di fine gennaio 2015, ha visto nominare, da parte del premier, tre vice ministri e otto sottosegretari, che hanno giurato il 29 gennaio, tra cui peraltro, l’ex sottosegretario alle Riforme, Ivan Scalfarotto, proprio allo Sviluppo economico al posto di quel Carlo Calenda che è volato a Bruxelles. Nomina che, però, è diventata operativa solo il 18 marzo, quando il neo-rappresentante italiano a Bruxelles è entrato effettivamente in carica nel suo nuovo ruolo ‘europeo’. Senza dire del fatto che, sempre al Mise, regna quello che l’ex ministro del dicastero durante il governo Monti, Corrado Passera (ex banchiere oggi diventato fondatore e leader del movimento politico ‘Italia Unica’: si presenta, da solo, alle comunali di Milano) ha giustamente definito “un preoccupante vuoto” a causa della dipartita non solo di Calenda ma anche di Claudio De Vicenti, ex sottosegretario del Mise che, quando si dimise il ministro alle Infrastrutture, Maurizio Lupi (Ncd-Ap), venne sostituito dall’allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, e – al posto, strategico e cruciale, di Delrio – arrivò lui, De Vincenti. Morale: non solo Renzi dovrà nominare un nuovo ministro al Mise (la Bellanova, quasi sicuramente, appunto), ma anche un ‘nuovo’ viceministro al posto della medesima Bellanova, senza dire del fatto che il ministero ha perso due nomi competenti e di peso come erano, appunto, sia Calenda per le imprese che De Vincenti. Ma perché Renzi sceglierebbe, dopo un breve, molto probabilmente, interim presso la Presidenza del Consiglio, proprio la Bellanova, che viene dalla Cgil ed è lontanissima – per storia personale e politica, formazione sociale, politica e sindacale – dal premier? Per una lunga serie di motivi, politici, tattici ed umani.

I MOTIVI, NOBILI E MENO NOBILI, DI UNA SCELTA…

Certo, il primo problema che Renzi ha davanti risponde al quesito cherchez la femme. Infatti, come si sa, il premier ci tiene molto al cosiddetto “equilibrio di genere” all’interno del suo governo. Un governo che era nato con una perfetta parità tra uomini e donne. Erano, infatti, otto le donne e otto gli uomini del governo Renzi, all’atto del suo insediamento, il secondo governo (dopo quello Letta) della XVII legislatura, nonché il 63esimo governo della Repubblica (giurò, nelle mani di Napolitano, il 25 febbraio 2015).

Solo che, nel frattempo, il premier ha ‘perso’ ben due donne: l’ex ministro degli Esteri, Federica Mogherini, diventata ‘Lady Pesc’, cioè promossa a capo di tutta la diplomazia della commissione Ue a partire dal I novembre 2014 (rimase ministro fino al 30 ottobre, nonostante Renzi avesse formalizzato la richiesta alla Ue a luglio), che è stata sostituita, dopo un lungo cercare, sempre tra le ‘donne’. Si parlò, a lungo, per dire, della deputata dem Lia Quartapelle, ma retroscena e gossip dell’epoca dicono che, solo a sentirne il nome, l’allora Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, si fece una furia, giudicandola “una ragazzina priva di esperienza internazionale”. Anche per questo, ma non solo per tale motivo, la scelta, alla fine, cadde su un antico sodale di Renzi, il deputato Pd Paolo Gentiloni che, prima nella Margherita di Rutelli e poi nel Pd di Veltroni-Franceschini-Epifani-Bersani, favorì l’ascesa del giovane Matteo.

L’altra donna al governo, Maria Grazia Lanzetta, mollò ben prima, anzi quasi subito, il 30 gennaio 2015, il suo incarico di ministro (senza portafoglio) agli Affari regionali. Teoricamente, la Lanzetta lasciò l’incarico per andare a fare l’assessore a Cultura, Istruzione, Pa e molto altro nella neonata giunta calabrese guidata da quel Mario Oliverio (Pd) che aveva da poco vinto le elezioni da governatore della Calabria, ma dopo pochissimi giorni mollò anche tale incarico a causa di quello che ritenne un “insuperabile contrasto” con Oliviero che aveva nominato, nella sua giunta, un assessore indagato a giudizio. E così, l’ex sindaco di Monasterace, si è di fatto ritirata a “vita privata”, finendo in un cono d’ombra.

Morale: le donne, nel governo Renzi, sono ‘tracollate’ da otto a sei mentre gli uomini son saliti da otto a dieci, colle nomine, appunto, di Gentiloni agli Esteri e di Enrico Costa (Ncd-Ap) alla Famiglia. Ma non c’è solo questo motivo di ‘riequilibrio’ di genere nella possibile scelta della donna Bellanova al posto della donna Guidi.

C’è anche un motivo tutto ‘politico’. Infatti, la Bellanova, che pure viene da una storia tutta iscritta dentro la ‘sinistra’ social-sindacale, oltre che politica, dopo la rottura interna alla sinistra dem dell’asse Cuperlo-Speranza, si iscrive nell’area dei più riformisti e meno oltranzisti dell’area della (ex) sinistra bersaniana e post-dalemiana. I quali, capitanati dal ministro all’Agricoltura, Maurizio Martina, si staccano, in seguito al voto negativo della sinistra sull’Italicum, per formare l’area di ‘Sinistra E’ Cambiamento’, ancora oggi attiva. Bellanova entra, dunque, in un’area sostanzialmente ‘filo-renziana’ come è, per un altro verso, ormai anche quella dei ‘Giovani Turchi’ guidati dal presidente Orfini, dal ministro Orlando e da Raciti: tutte ‘aree’ nella maggioranza del Pd, poco critiche e bendisposte, più che al ‘dialogo’, ad accettare tutti i principi del renzismo.

Infine, terzo motivo che non pesa poco nella scelta che farà Renzi, c’è una questione tutta locale o meglio, per la precisione, ‘pugliese’ dato che la Bellanova è nativa del Tavoliere e che, in Puglia, regna ormai di fatto, non solo come governatore, ma pure come ‘reuccio’ del Pd locale e fa, in Puglia e limitrofi, il bello e il cattivo tempo.

Morale: la Bellanova, acquistando peso e prestigio, potrà di certo creare un contraltare di potere – locale e non solo – ad Emiliano. Infine, passando da una ‘confindustriale’ come la Guidi a una ‘cigiellina’ come la Bellanova, Renzi vuole anche dare una sterzata più sociale e più collaborativa – con i sindacati che ‘collaborativi’ sono, ovviamente, e cioè Cisl e Uil, non certo la Cgil e la Fiom… – al suo governo, in vista delle elezioni amministrative di giugno e, ancora più in là, del referendum costituzionale di ottobre 2016 e, infine, in vista di elezioni politiche che potrebbero arrivare presto, di certo non alla fine naturale della legislatura, e cioè marzo 2018.

 

CHI E’ LA ‘SCONOSCIUTA’ E POCO VISPA TERESA…

A questo punto, però, serve il whos’who. Chi è Teresa Bellanova? Del fatto che, da sottosegretario al Lavoro, nominata il 28 febbraio 2014, nel governo Renzi è stata promossa, il 29 gennaio 2015, viceministro allo Sviluppo economico, s’è detto. Ma cosa ha fatto, la Bellanova, ‘prima’ di andare al governo? La sindacalista, appunto, e per tutta una vita. Teresa Bellanova è nata a Ceglie Messapica, provincia di Brindisi, nel 1958. Ha iniziato a lavorare giovanissima, ancora adolescente, e si è iscritta da subito alla Cgil, partecipando alle lotte contro il caporalato particolarmente forti, nel Tavoliere pugliese, e sempre fatte sotto l’egida del grande leader della ricostruzione e della Cgil del dopoguerra, Di Vittorio.

La Bellanova inizia a lavorare in un settore durissimo, per gli uomini come per le donne, quello dei braccianti e diventa subito coordinatrice regionale delle donne della sua categoria, la Federbracccianti. Poi si sposta nel Sud-Est barese e, ancora dopo, in provincia di Lecce, a Casarano, per contrastare la piaga del caporalato. Il suo percorso, o cursus honorum, dentro la Cgil, la porta, piano piano, a ricoprire diverse e sempre più importanti funzioni. Fino a quando, nel 1988, viene nominata segretaria generale provinciale della Flai (Federazione Lavoratori AgroIndustria) nella provincia di Lecce. Nel 1996, poi, lo scatto vero: Bellanova viene nominata, durante la segreteria Cofferati, del cui gruppo dirigente post-Trentin e di ‘sinistra’, è, di fatto, espressione, segretaria generale della Filtea (Federazione italiana Tessile Abbigliamento Calzaturiero), incarico che ricopre fino al 2000, quando entra a far parte della segreteria nazionale Filtea con delega alle politiche per il Mezzogiorno, politiche industriali, mercato del lavoro, conto-terziarismo e formazione professionale mentre segretaria generale diventa la ben più ‘riformista’ e di fatto assai più moderata, Valeria Fedeli che ricoprirà tale incarico fino all’inizio degli anni Duemila spostando la Filtea su posizioni molto meno massimaliste e ben più moderata, su spinta dell’allora segretario generale della Cgil, l’ex socialista riformista Epifani. Anche per questo motivo, la Bellanova decide di lasciare, per sempre, il sindacato (dove, volendo, si può rimanere ‘a vita’…) e di tentare la strada della politica, come pure hanno fatto e faranno molti sindacalisti di peso prima e dopo di lei: Sergio Cofferati, ex sindaco di Bologna, ex europarlamentare dem e, oggi, uscito dal Pd ‘a sinistra’: Guglielmo Epifani, ex segretario del Pd per un breve periodo, deputato dem e presidente della commissione Industria della Camera; Valeria Fedeli, vicepresidente del Senato, Achille Passoni, ex senatore e oggi numero due di Marco Minniti, nel Comitato sui Servizi; Paolo Nerozzi, ex senatore della sinistra; Giorgio Airaudo, deputato di Sel e candidato sindaco a Torino, etc.

Nel 2006 Bellanova si candida, per la prima volta, alle elezioni della Camera su richiesta del partito di cui è attiva militante, i Democratici di Sinistra (Ds), su richiesta del segretario di allora, Piero Fassino. Dopo aver partecipato alla fase costituente del Pd, la Bellanova viene eletta alla Camera dei Deputati per la seconda volta nel 2008, messa in lista dall’allora segretario Veltroni. Dal 21 maggio 2008 è componente della XI Commissione (lavoro pubblico e privato). Infine, è riconfermata deputato nel 2013 – messa in lista dal segretario di allora, Bersani, di cui era seguace – e diventa segretario del gruppo Pd alla Camera. In sostanza, la Bellanova è stata eletta nelle liste del Pd tre volte: XV, XVI e XVII legislatura fino a quando, il 28 febbraio 2014, viene nominata sottosegretario di Stato al Lavoro nel Governo Renzi, il 29 gennaio 2015 viceministro allo Sviluppo economico e, ora, forse, tra poco, direttamente ministro dello stesso dicastero. Per una donna partita dalle lotte bracciantili in Puglia un bel salto. Discreta, schietta, silenziosa, gran lavoratrice, tessitrice di rapporti e molto esperta di relazioni sociali e sindacali con le parti sociali (imprenditori come sindacati) come con quelle politiche, teresa è forse poco ‘vispa’ di carattere, un po’ scontroso e un po’ ombroso, ma di certo ‘roccioso’ e ‘impegnato’. Un carattere forte, dunque, che in un ministero delicato e importante come il Mise le sarà sicuramente di aiuto nel risolvere le tante ‘grane’ del ministero.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 2 aprile 2016 sul sito Internet Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net

Renzi contro la Ue del ‘Grande Complotto’, da Juncker alla Merkel. Due articoli diversi ma sullo stesso argomento

Matteo Renzi vota al suo seggio di Pontassieve (Firenze).

Matteo Renzi vota al suo seggio di Pontassieve (Firenze).

Il premier grida al ‘grande complotto’ tedesco e continua ad attaccare la Ue: <rassegnatevi, l’italia=”” è=”” tornata=””> (20 gennaio 2016)

«A BRIGANTE, brigante e mezzo». Il vecchio adagio popolare ben si attaglia al clima che si vive a palazzo Chigi. Un clima da assediati, ma pronti a reagire colpo su colpo contro gli assedianti (Juncker, certo, ma soprattutto la Merkel) perché – direbbe un altro adagio – «molti nemici, molto onore». Specie se è in corso un «Grande Complotto» ai danni del nostro Paese. La miccia l’hanno accesa gli «euroburocrati» di Bruxelles ma «l’ordine è stato eseguito» su preciso ‘mandato’ tedesco.
«Matrice geografica degli attacchi» chiara, dunque: «Non ci sfugge – dicono i renziani – che tutto inizia con la richiesta di chiarimenti avanzati da Renzi su Northstream (il gasdotto russo, ndr)…».
Persino i «tonfi» delle borse italiche e le sofferenze delle nostre banche più esposte sui mercati (Mps, Carige) vengono ritenuti una parte del «diabolico piano» che le istituzioni europee avrebbero ordito «contro» il nostro Paese. Piano cui non sarebbero estranei, però, «manine» e «manone» italiche di poteri «non renziani» che puntano a disarcionare Renzi da palazzo Chigi e mandare al governo l’ennesimo premier «tecnico», oltre che benvoluto a Bruxelles.
Proprio come avvenne nel 2011 al governo Berlusconi con la lettera della Bce: corsi e ricorsi storici.EPPURE, come scrive il premier, «chi preferiva averci più deboli e marginali, come purtroppo è spesso accaduto in passato, se ne faccia una ragione: l’Italia è tornata, più solida e ambiziosa». E pensare che, quando Matteo Renzi scriveva queste parole su Facebook – orgoglioso e soddisfatto per aver appena chiuso l’accordo di investimenti con il gruppo Usa Cisco – la guerra campale è solo iniziata.
Dopo i ripetuti attacchi dei massimi vertici della Commissione, dal presidente Juncker in giù, ecco arrivare il durissimo attacco del leader del Ppe, Manfred Weber, allo stesso Renzi. Attacco fatto nel bel mezzo della sessione plenaria di Strasburgo e, guarda caso, subito dopo i (plateali) complimenti di Weber a Federica Mogherini per il suo ruolo di lady Pesc, con Renzi che che da mesi, ormai, l’accusa di ‘intendenza’ con il nemico.

UN «NEMICO» tutto teutonico, appunto: Juncker attacca l’Italia mentre si trova in visita dalla Merkel, ieri parla il tedesco Weber. Infine, ciliegina sulla torta, ecco il commissario europeo alla concorrenza, Verstager, che apre l’indagine per gli aiuti di stato all’Ilva.
E se il diplomatico sottosegretario agli Affari Europei, Sandro Gozi sul caso Ilva si limita a parlare di «atto dovuto», al leader dei Popolari europei replica duro: «La sua è una visione fallimentare. La delusione e l’indifferenza crescenti verso l’Ue sono la conseguenza delle ricette economiche e politiche sostenute da Weber». Durissimo anche il capogruppo del Pse al Parlamento europeo, Gianni Pittella: «Weber? Ridicolo e irresponsabile. Noi lavoriamo per risolvere i problemi, ma non accettiamo anelli al naso». E a chi fa notare che nessun esponente del Pse, oltre quelli italiani, si sia speso in difese d’ufficio di Renzi e del nostro governo, Pittella assicura: «Io rappresento tutto il gruppo socialista al Parlamento Ue, e il gruppo condivide la mia linea».
Ma come si articolerà la replica del governo italiano all’offensiva tedesca ed europea? I colloqui con la Merkel del 29 gennaio e con Juncker a febbraio saranno di certo dei turning point, ma la nomina dell’attuale viceministro allo Sviluppo economico, il montiano Carlo Calenda, a nuovo rappresentante dell’Italia a Bruxelles al posto dell’ambasciatore Sannino, troppo filo-Ue, ha un sapore antico. «Volevate un interlocutore? Eccolo. È un europeista convinto, ma anche un mio uomo, fidatissimo», il ragionamento del premier, pronto alla guerra anti-tedesca. Perché – come dice ai suoi il premier – «il tempo dell’Italia che si lascia telecomandare è finito».

NB. Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 20 gennaio 2016 a pagina 3

Il premier: <Non mi faccio intimidire>. E accusa la Ue di stare con Berlino

(15 gennaio 2016)

NOI non ci facciamo intimidire da nessuno. L’Italia merita rispetto. La flessibilità è stata introdotta dalla Ue solo dopo le molte insistenze da parte dell’Italia». Ribatte così Matteo Renzi, via Twitter, poi intervistato dal Tg5, infine pure con una
e-news ad hoc, a Juncker. Renzi replica così: «La stagione in cui l’Italia poteva essere telecomandata da Bruxelles o in cui andava a Bruxelles col cappello in mano è finita. Non abbiamo attaccato Bruxelles o la Commissione ma non ci facciamo intimidire». Infine, la stoccata politica: «Juncker è stato eletto in base a un accordo politico che comprendeva flessibilità e investimenti». Tradotto (in questo caso da fonti del Pd) vuol dire: «Juncker ha scelto di allearsi con la Merkel e ha scelto di stare dalla parte di chi crede che sia il più forte, politicizzando il merito delle nostre richieste». Insomma, «Juncker ci attacca perché così vuole Berlino». La vera battaglia, per palazzo Chigi, è con la Germania, sia pure via Juncker, ma sia i renziani doc che lo stesso Renzi sono convinti che sarà l’Italia a vincere la partita perché «il fronte anti-rigore, nella Ue, si va rafforzando e sta accerchiando il partito del rigore». Sarebbe solo questione di tempo: la Francia stessa, per Renzi, starebbe per ricompattare il fronte socialista, abbracciare una linea anti-Merkel e «filo-obamiana».

EPPURE, ieri, a Palazzo Chigi, non c’è stato alcun vertice straordinario, solo un ordinario consiglio dei ministri durante il quale sono piombate le parole di Juncker. La prima reazione, soft, si è preferita affidarla al ministro dell’Economia, il mite Padoan, poi la tensione è tracimata mentre non sono piaciuto le parole troppo «diplomatica» di lady Pesc, Federica Mogherini. La cerchia governativa di Renzi parla di attacchi «inauditi, immotivati, abnormi e irricevibili». E, soprattuto, di un «falso storico colossale»: lo Juncker che dice «l’ho voluta io, maggiore flessibilità, l’ho voluta io!». Ecco, qui Renzi e i suoi sono saltati sulla sedia, assai imbufaliti.

LA RICOSTRUZIONE di Palazzo Chigi di come è andata la vicenda è puntuale, date e appunti alla mano: «dopo le elezioni di giugno 2014, si tenne, a Ypres, un vertice dei capi di governo della Ue che durò un’intera notte, una notte da lunghi coltelli. Ne uscimmo con un impegno solenne sulla flessibilità. Senza quella frase – si spiega da palazzo Chigi – fortemente voluta dall’Italia, la flessibilità non sarebbe entrata nel programma della Commissione e l’Italia, primo partito dentro il Pse, vincolò la fiducia al nuovo presidente, Juncker, sponsorizzato dal Ppe, solo con questo programma».

LO SPIEGA in chiaro il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Sandro Gozi: «Il governo italiano non ha mai inteso offendere nessuno; abbiamo criticato, e continueremo a farlo, atteggiamenti, ritardi, rinvii, timidezze, miopie in contrasto con quel carattere politico che tale Commissione vuole avere in discontinuità con Barroso».
Tanto è vera, per l’Italia, la richiesta di distanza di politiche, tra l’era Barroso e quella Juncker, che, proprio ieri, il capo delegazione del Pse, che conta ben 192 deputati, l’italiano Gianni Pittella, è stato a palazzo Chigi da Renzi. All’uscita, Pittella – che pure specifica di parlare «a nome del Pse, non come italiano» – ammonisce: «fiducia né scontata né eterna, verso Juncker, se non vedremo una svolta sul fronte economico e sociale». Fino a una mozione di sfiducia? Difficile, ma «i tempi sono stretti», dice Pittella, e, non a caso, Renzi venerdì vedrà tutti gli eurodeputati del Pd, primo partito dentro il Pse, per serrare le fila. Poi, con la Ue, c’è il contenzioso sul fronte migranti. Pure qui, il premier non ci sta e i suoi la mettono così: «Su relocation, rimpatri, controlli esterni a Schengen e, soprattutto, superamento del trattato di Dublino, è la Ue a essere inadempiente, non l’Italia». Morale: tutte le accuse di Juncker rigettate al mittente. La guerra politico-diplomatica tra Italia e Ue è appena iniziata.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 16 gennaio 2016 a pagina 5 del Quotidiano Nazionale

Grasso, Serafin, Toniato. La “Trimurti” che governa il Senato e che a palazzo Chigi temono per le loro ‘manine’ sulla strada delle riforme

Schermata 2015-05-25 alle 18.19.34MATTEO Renzi, più che alla minoranza dem – che, per carità, ogni giorno porta la sua croce, ogni giorno richiede la sua pena… – e ai 28 senatori vietcong pronti a impallinarlo, nel Vietnam di palazzo Madama, con i loro 17 emendamenti killer, deve stare attento, da qui all’8 settembre, quando si riapriranno i giochi sulla riforma del Senato, a tre persone. Tre che governano e comandano per davvero, tra gli austeri stucchi e i raffinati saloni del Senato della Repubblica.
Il primo dei tre è il presidente Pietro Grasso: lì assurto, dalla notte per la mattina, da Pier Luigi Bersani, detesta Renzi, cordialmente ricambiato, e coltiva il sogno di scalzarlo e, prima o poi, di sostituirlo al governo. Un governo di emergenza istituzionale, si capisce. Seconda e terzo sono assai meno noti. La prima si chiama Elisabetta Serafin e ricopre, da tre anni, il ruolo di segretario generale del Senato (la prima volta, per un donna). Reddito annuo 427 mila euro, la sua retribuzione, a inizio incarico (2012), era di 419 mila euro, ma Palazzo Madama prevede incrementi automatici del 2% a biennio: ergo, il suo stipendio è aumentato di 10 mila euro e corrisponde a quasi il doppio di quanto guadagna il Capo dello Stato. E anche se il vero record del privilegio resta(va, fino a mesi fa) al segretario generale di Montecitorio, Ugo Zampetti, che ne prende(va) 478 mila, fin a quando Zampetti è diventato segretario generale del Quirinale, al posto di Donato Marra, a titolo gratuito, cioè senza percepire alcun compenso, stipendio né indennità o cumulo, è a stipendi come i suoi che Renzi si riferiva quando tuonò, un anno fa, contro gli stipendi dei grand commis.

IL TERZO si chiama Federico Toniato: dopo essere stato, a 36 anni, il più giovane vicesegretario generale della presidenza del Consiglio, sotto Mario Monti, Toniato, a soli 39 anni, è diventato, un anno fa, il più giovane vicesegretario generale della storia del Parlamento. A Toniato è affidata la delega alla cruciale «prima area» (settori legislativi, Assemblea, commissioni, etc.): è considerato lui la vera eminenza grigia, ancorché giovane, del Senato, il vero gran suggeritore di Grasso e la vera bestia nera di Renzi. A livello di stipendi, Toniato, pur non percependo indennità aggiuntive, nel passaggio Senato-palazzo Chigi-Senato, guadagna quanto un consigliere parlamentare (sono ben 97, al Senato): può arrivare, dunque, a percepire fino 300 mila euro (per i consiglieri parlamentari, si va dai 271 mila euro con 23 anni di servizio ai 358 mila con 35 anni).
Ora, la voce che gira nei Palazzi è che queste tre figure apicali, coadiuvati dal cospicuo stuolo di funzionari di palazzo Madama (97 consiglieri, 34 stenografi, 130 segretari, 263 coadiutori, 171 assistenti: un totale di 696 unità in organico, stipendi da 1.668 mila euro ai 3.268 mila euro mensili, sempre netti), abbiano qualche perplessità, proprio come i senatori, a fare la parte dei tacchini che festeggiano il Natale. Non amerebbero, cioè, né poco né punto che il ddl Boschi (riforma del Senato e del Titolo V) passi così com’è, specie nella parte che riguarda l’abolizione dei senatori eletti, del Senato elettivo e dei suoi poteri di cui tali funzionari sono i solerti, silenziosi e, invero, preparatissimi civil servant.

E questo ragionamento lo farebbero, sostanzialmente, per tre motivi: potrebbero perdere posti (la sola Camera dei Deputati, che oggi consta di dipendenti, tutto compreso, peraltro ben più lautamente pagati,,arriverebbe all’astronomica cifra di 2190 unità con quelli del Senato); potrebbero perdere, tra le altre cose, indennità e funzioni; e, infine, perderebbero potere. E il Potere, come recita un antico adagio siciliano, ha note virtù afrodisiache.
Non a caso, si dice sempre tra i senatori renziani – abituati (lo si sa), a pensar male – sarebbero stati loro tre – Grasso, Serafin e, pare, in pole position proprio il giovane Toniato, già ribattezzati «la Trimurti di Palazzo Madama» – a “ispirare” i senatori della minoranza dem e di altre opposizioni (M5S, Sel, Misto, FI), spesso zoppicanti o digiune di tecnica parlamentare e diritto costituzionale, nella stesura degli emendamenti.
Quelli «killer». Quelli che, appunto, puntano a far tornare il Senato com’era e (ancora) è: elettivo. Infine, il terzo indizio che, diceva Sherlock Holmes, fa una prova. Persino il dossier che gli uffici del Senato ha preparato, sul ddl Boschi, sarebbe pieno di «capziosità e tendenziosità che, travestite dal gergo tecnico degli addetti ai lavori, gettano solo cattiva luce sulla riforma del governo» dicono professori-deputati ferrati in materia costituzionale.

LA DOMANDA dei renziani, dunque, è – da alcune settimane – sempre la stessa: per chi lavora il vertice di palazzo Madama e i loro (bravi, non c’è che dire) funzionari, quella «tecnostruttura» che persino dentro palazzo Chigi temono perché potrebbe mettersi di traverso al buon esito della «madre di tutte le riforme», il ddl Boschi? Per il «re di Prussia», e cioè per il fronte colorito delle opposizioni: vietcong dem, grillini, leghisti e senatori di ogni colore, ordine e grado che vogliono continuare a contare da eletti nel Senato del futuro.
Come ha detto il castigamatti del premier, come di ogni senatore e/o funzionario, il leghista Roberto Calderoli – presentatore, da solo, di quei 510.293 emendamenti (su 513.449) al ddl Boschi che hanno costretto proprio la Serafin a richiamare dalle ferie 150 dei suoi solerti funzionari per farvi fronte, stampandoli, raggruppandoli e rendendoli pronti all’uso – «conviene anche a loro, ai funzionari del Senato, lavorare d’estate ché tanto stanno per diventare, anche loro, tutti dei precari…».

Questo articolo è stato pubblicato il 14 agosto 2015 a pagina 2 del Quotidiano Nazionale 

Il Pd e la sua battaglia interna/2. #Renzi fa slittare le riforme a ottobre: “non voglio liti alle Feste dell’Unità”. Dopo l’Assemblea nazionale, presto via al rimpastino.

Matteo Renzi vota al suo seggio di Pontassieve (Firenze).

Matteo Renzi vota nel suo seggio di Pontassieve (Firenze).

«NON ci conviene andare ai materassi con la minoranza sulle riforme a luglio, agosto e settembre, quando ci sono le Feste dell’Unità: i militanti ci aggredirebbero per una lite di troppo con Bersani o Speranza o per aver imbarcato in maggioranza Verdini e i suoi. Molto meglio aspettare ottobre: faremo tutto insieme, riforme istituzionali, da chiudere a stretto giro, e legge di Stabilità, che sarà improntnta a una forte logica di crescita». Il ragionamento arriva dai piani alti del Nazareno e la sua, stringente, logica (e tattica) è: meglio la gallina domani dell’uovo oggi. O, per dirla con il caro vecchio Pier Luigi Bersani, “non si può tenere il piccione sul tetto”, massima che Renzi definì, allora, incomprensibile.

E fa il paio, il «ragionamento» dei renziani più «trattativisti» (quelli «radical-oltranzisti», tipo la ministra Boschi, vorrebbero vedere le loro riforme fatte «bene, tutte e anche subito»)
con un altro scenario che sta prendendo piede nel «giglio magico» (toscano, certo ma pure proveniente da altre regioni): far slittare il referendum confermativo sulle riforme istituzionali dal giugno 2016, quando si voterà per le amministrative in molte città e quando si credeva che Renzi avrebbe voluto tenerlo, cioè insieme alle prossime comunali, a ottobre del 2016. Lo slittamento servirebbe al nuovo percorso individuato da Renzi: fare in modo che, sull’onda dell’inevitabile ‘plebiscito’ ottenuto nel referendum, il premier-segretario possa chiedere (o essere tentato) da elezioni politiche anticipate (data probabile: primavera 2017), un anno prima la teorica fine naturale della legislatura (2018).
Scenari, si capisce, ma di cui si ragiona assai, tra palazzo Chigi e il Nazareno, in vista della consueta e annuale Assemblea nazionale del Pd che si aprirà oggi a Milano.

Certo che, «dall’Alpe alla Sicilia», per citare il Poeta, il Pd è nei guai. Renzi, le personalità politiche improvvisate e «populiste» come Crocetta, Marino (ed Emiliano), le detesta e le vorrebbe rovesciare. Ma mezzo Pd, per la prima volta da quando ne è diventato leader, gli rema contro: la minoranza, vari ras locali, tutti molto potenti, e ora pure i Giovani Turchi (Orfini a Roma, Raciti in Sicilia).  Urgeva una qualsivoglia strategia per uscire da un cul de sac fatto, anche, di fastidiose intercettazioni che coinvolgono direttamente i piani alti di palazzo Chigi.

Il premier-segretario aprirà l’Assemblea che il Pd farà all-’Expo (assenti Bersani, D’Alema, Bindi, presenti Speranza e Cuperlo, sul piede di guerra per il possibile approdo dei verdiniani e cosentiniani al governo), con un discorso dei suoi: «Parlerà poco del Pd, molto del governo e soprattutto dell’Italia perché ora mettiamo il turbo», dicono i suoi.

ECCO, mica pare ci sia, il ‘turbo’. Unioni civili e riforma Rai impantanate, riforme istituzionali rinviate a settembre per il «quieto vivere» di cui si diceva prima, etc. Anche il rimpasto di governo della «fase 2» del «Renzi 1» (sic), sarà più che altro un «rimpastino». Enzo Amendola (quota «Sinistra è cambiamento» di Martina&co.) andrà agli Esteri, Cesare Damiano non andrà allo Sviluppo Economico («io ho fatto il ministro, non farò mai il vice di altri», pare abbia detto lui, declinando). Scelta Civica avrà il suo strapuntino (ma non Valentina Vezzali, la schermitrice campionessa), e Ncd pure (agli Affari regionali andrà Gaetano Quagliariello) più altri spiccioli ai partiti minori. Più interessante la partita delle Commissioni parlamentari: al Senato è tutto rinviato a settembre (dove pure c’è da sostituire Azzollini, alla cruciale commssione Bilancio, Nitto Palma alla Giustizia, etc.), ma alla Camera si decide tutto martedì prossimo, 21 luglio. Non a caso, il Pd, per quel giorno, ha convocato la sua assemblea di gruppo, alla Camera. Al fianco di Ettore Rosato, neo capogruppo già nominato, di ascendenza franceschiniana, ma oggi renziano di ferro, come vicario reggente ci sarà il lombardo Matteo Mauri, dell’area del ministro Martina («È lui il Giuda che si è venduto per trenta denari», sibilano dalla minoranza dei duri e puri). Le presidenze delle quattro commissioni oggi in mano a FI (Capezzone alle Finanze, Sisto agli Affari costituzionali, Vito alla Difesa, Galan alla Cultura) salteranno tutte: al loro posto andranno un ‘civico’ di Sc, un ‘Popolare per l’Italia’ o Ncd e due Pd. I nomi forti che girano tra i dem sono quelli del veltroniano Andrea Martella (Finanze) e del catto-renziano Matteo Richetti o di Lele Fiano (Affari costituzionali) mentre Li Causi (veltroniano) dovrebbe essere dirottato a fare il vicesindaco di Marino nel rimpasto della nuova giunta capitolina. Intanto, quasi ogni giorno, nuove correnti nascono all’ombra del renzismo ortodosso: dagli ex popolari ed ex lettiani tosco-umbro-emilian-lombardi di ‘Progetto Democratico’ (Benamati, Senaldi, Cova, Bazoli, etc) ai post-civatiani e post-ulivisti di Scalfarotto, Zampa e altri. E pure questo non è buon segno, direbbe ogni ex segretario Pd che ne ha memoria.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 18 luglio 2015 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale (http://ww.quotidianonazionale.net)