Renzi, il Pd e la legge elettorale. Due giorni di passione e un pugno di mosche. Le posizioni del Quirinale e di Gentiloni

  1. Renzi insiste: subito al voto. Legge elettorale e la legislatura sono ‘game over’. 
Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

“E’ evidente che questo Parlamento non è in grado di fare una legge elettorale e i 5Stelle sono degli irresponsabili”. Sbuffa di malumore, Matteo Renzi, mentre – asserragliato al Nazareno  – osserva il sistema tedesco morire alla Camera. In cuor suo, il piano B è già pronto. Renzi ne aveva parlato anche ai giardini del Quirinale: “Se l’accordo salta, si va a votare con il Consultellum, le due leggi che ci sono, sono immediatamente applicative, noi con le preferenze facciamo il pieno, il problema sarà tutto dei 5Stelle…”. Già, ma il problema è ‘quando’ andare a votare. Con il sistema tedesco, il voto a settembre era un azzardo, ora diventa una chimera. A prescindere dal fatto che, prima del voto, servirebbe comunque un decreto per armonizzare al meglio due sistemi elettorali diversi, il Colle prima di acconsentire a usare tale arma definitiva, le proverà tutte.

Intanto, i commenti nei capannelli democrat criticano apertamente la strategia ‘perdente’ di Renzi. I malumori allignano tra orlandiani, veltroniani, franceschiani, accusati di aver ingrossato le fila dei franchi tiratori, ma pure tra l’ala delle ‘colombe’ renziane vicine a Gentiloni. Invece, i pasdaran scalpitano, vogliono bruciare le tappe, fino al punto di ‘creare’ l’incidente che mandi gambe all’aria il governo Gentiloni e dichiari finita la legislatura. E’ Renzi, per paradosso, a mediare, a frenare i bollenti spiriti dei suoi. Le posizioni del Colle, contrarie al voto anticipato, sono note. Renzi presto andrà da Mattarella. Ieri sera, poi, il segretario del Pd ha visto Paolo Gentiloni. Berlusconi – che ha chiamato Renzi per ‘fare il punto’ sul da farsi – consiglia cautela, propone di sedersi al tavolo, di riprovarci. Certo, 5Stelle e Lega urlano e tifano per il voto anticipato, “con le leggi che ci sono”, cioè la linea di Renzi. Ma servirebbe un incidente: i renziani ortodossi si aspettano che il governo – per colpa di Ap sullo ius soli o di Mdp sulla manovrina – vada sotto per poter dichiarare, lo stesso, ‘game over’ alla maggioranza di governo e alla legislatura. Intanto Renzi pensa anche alle alleanze e torna a guardare all’area di Pisapia: “Al Senato ci sono le coalizioni – spiega – col Consultellum un’alleanza è possibile”. 

Nel frattempo tutto il Pd renziano si mobilita per dimostrare che “i 5Stelle sono inaffidabili come quando parlano di vaccini e di scie chimiche” dà la linea il segretario ai suoi. Rosato, capogruppo dem alla Camera, grida loro “traditori”. Gli altri seguono a ruota. Spetta invece a Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria convocata in via permanente al Nazareno come un gabinetto di guerra, dichiarare il game over: La legge elettorale è morta, i 5Stelle l’hanno ammazzata. Non ci sono le condizioni per andare avanti”. Gli fa eco il presidente del Pd, Matteo Orfini: “Questo Parlamento non è in grado di varare alcuna legge elettorale. Ci sono due leggi elettorali per definizione auto-applicative, quelle uscite dalla Consulta. Andremo al voto con quelle”. “Il Pd deciderà lunedì cosa fare”, annuncia Matteo Richetti, portavoce della segreteria. Di mezzo ci sono le elezioni comunali, dove il Pd si aspetta che l’M5S vada malissimo e inizi a fare il diavolo a quattro per correre al voto. Renzi, a sera, spiega ai suoi: “Se vogliamo andare avanti in queste condizioni fino al 2018 proviamoci, ma bisogna interrogarsi su cosa è meglio per il Paese. Se non troviamo l’intesa sulla legge elettorale come la troveremo sulla legge di bilancio?” – sono le sue domande retoriche. Per Renzi è già game over.

NB: L’articolo è pubblicato il 9 giugno 2017 a pagina 3 del Quotidiano Nazionale 


2. Mattarella: no al decreto legge, solo a fine legislatura. Servono sistemi omogenei. 

Gentiloni tranquillo, Mattarella “preoccupato” per lo stallo che si registra nel dialogo sui partiti sulla legge elettorale, ma dal Colle si sottolinea “la maggioranza di governo c’è”. Questo il sentiment che si respira negli altri due maggiori Palazzi della Politica italiani, palazzo Chigi e il Quirinale. Le ultime parole in chiaro del presidente del Consiglio sulla situazione politica risalgono al 30 maggio. A domanda rispose: “Il governo è nella pienezza dei suoi poteri. Ha in impegni in corso che intende mantenere. E resterà in carica finché avrà la fiducia del Parlamento”. Parole ovvie? No. “Non potrò essere io a spegnere la luce” disse allora ai suoi. In sostanza, il ragionamento di Gentiloni era e resta questo: se le maggiori forze politiche decidono che  il lavoro della legislatura è finito, non sarò io a mettermi di traverso; se il mio partito e il suo leader mi tolgono la fiducia, e allora io non resto un minuto di più. Concetto, quest’ultimo, ribadito anche ieri da chi lavora con lui a palazzo Chigi: “Noi lavoriamo tranquilli e sereni. Ora vedremo come e se il Parlamento ripartirà, sulla legge elettorale. Noi tifiamo per Renzi, siamo suoi amici, e qui siamo tutti renziani. Se il segretario del Pd dice che non si può più andare avanti… Il governo c’è finché il Pd lo sostiene, ma fino ad allora c’’è”.   

Certo, l’incidente parlamentare potrebbe essere alle porte. La prossima settimana, al Senato, si vota la manovrina. Mdp si sfilerà facendo mancare numeri alla maggioranza? Probabile, ma Ap la voterà compatta, Ala potrebbe venire in soccorso, Forza Italia può far abbassare il numero legale. Poi c’è lo ius soli, sempre al Senato, il biotestamento, la riforma del processo penale, alla Camera. Bisognerà vedere se la maggioranza tiene o crolla e si apre una crisi di governo.

A quel punto, la palla passerà al Colle. Il ruolo del Capo dello Stato è sempre più forte e centrale. Dal Colle, ieri, nessuno voleva drammatizzare la situazione. Per Mattarella, la priorità resta la riforma elettorale: il Colle attende che martedì la commissione decida come procedere. Insomma, non tutto è perduto, una nuova legge si può ancora varare. In ogni caso, per il Colle non si può andare a votare “con due leggi disomogenee nel meccanismo di distribuzione dei seggi”: serve quantomeno l’armonizzazione dei due sistemi. Un decreto legge del governo per aggirare l’ostacolo non è visto oggi, dal Colle, come fattibile. Solo a fine legislatura, una volta acclarata l’incapacità delle Camere a legiferare, la fattibilità di un decreto legge per ‘armonizzare’ gli aspetti più stridenti di due leggi monche (preferenza di genere, quoziente di calcolo dei seggi, metodo del sorteggio, etc. che riguardano il Porcellum cassato dalla Consulta nel 2014 per il Senato e l’Italicum dimezzato dalla Consulta nel 2017 per la Camera), e comunque solo su aspetti tecnici verrebbe preso in esame. Peraltro, per varare un decreto siffatto, servirebbe “una maggioranza non larga, ma larghissima, ben più ampia di quella di governo”, a causa della delicatezza della materia. Nel frattempo, per il Colle, c’è un’altra urgenza e priorità di pari peso, l’approvazione della legge di bilancio in autunno: va messa in sicurezza per scongiurare l’esercizio provvisorio. E i partiti, Pd su tutti, se dovranno fare carico.

NB: L’articolo è pubblicato il 9 giugno 2017 a pagina 5 del Quotidiano Nazionale 

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3. L’ira di Renzi: i patti vanno rispettati. E pensa al decreto legge per votare subito. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Beppe Grillo e i franchi tiratori nel Pd minano l’accordo a quattro (Pd-M5S-Lega-FI) sulla legge elettorale. Il patto vacilla, scricchiola e il Pd vive una giornata di nervi tesi. E’ Roberto Giachetti, di prima mattina, ad avvertire Matteo Renzi: “Guarda che i 5Stelle presenteranno emendamenti per introdurre le preferenze e il voto disgiunto”. Renzi chiede lumi ai suoi e capisce che bisogna contrattaccare. “La legge elettorale in discussione alla Camera – scrive una prima volta, su Facebook – non è la nostra. Adesso il Parlamento è sovrano. Se passa, bene. Se qualcuno si tira indietro, gli italiani avranno visto la serietà del Pd”. La scena si sposta nel Transatlantico di Montecitorio ma, stavolta, a ballare è il gruppo democrat. Infatti, il primo voto, quello sulle pregiudiziali di costituzionalità presentato dalle opposizioni, viene bocciato con soli 310 voti contrari. Rosato parla, in prima battuta, di cento franchi tiratori e dice che gli ricordano “i 101 contro Prodi”, vecchia ferita mai rimarginata, nel Pd. In realtà sono meno (77), ma di certo trenta vengono proprio dalle fila del suo gruppo.

Il sospetto che il partito del non voto (anticipato), mixato con le sbandate dei 5Stelle, stoppi la legge elettorale c’è. Rosato convoca, seduta stante, un’assemblea di gruppo e gli orlandiani, che sono almeno un centinaio nel gruppo dem (molti dei quali a rischio ricandidatura) ribollono: “Se i 5Stelle confermano i loro emendamenti anche noi faremo altrettanto. Le regole devono valere per tutti”. I renziani sibilano: “Napolitano ha parlato attaccando la legge e loro subito gli vanno dietro. I franchi tiratori sono tutti loro”.

Ma ecco che piomba l’altra notizia. Grillo demanda al blog la decisione finale sul testo di legge che uscirà dalla Camera. I lavori d’aula, magicamente, slittano a martedì. Rosato sospira: “rispetteremo la loro esigenza. Voteremo gli articoli e gli emendamenti, ma il voto finale sarà dopo. Noi abbiamo la Direzione, loro hanno il blog…”. Però dice anche: “O il testo è quello concordato dai quattro partiti oppure non c’è blog che tenga, fuori da quel testo non c’è la possibilità di fare la legge elettorale”. A questo punto, e siamo solo a metà pomeriggio, Renzi riprende la parola: “I grillini cambiano idea sulla legge elettorale che loro stessi hanno voluto e votato. Sono passati due giorni e già hanno cambiato posizione? Due giorni! Ci sarebbe da arrabbiarsi”.

Intanto, nell’Aula della Camera, riprendono i lavori, la maggioranza tiene, anche se sempre con numeri scarsini, ma i voti segreti che possono far saltare la legge arrivano oggi e sono, appunto, quelli sugli emendamenti dei 5Stelle. “Se salta anche solo una virgola dell’accordo salta tutto”, dicono in coro Guerini e Rosato, anche se Guerini sparge ottimismo con i suoi colleghi: “L’accordo terrà, vedrete”. Renzi  si limita a sibilare “Vedremo lunedì”. Il piano B del Pd? Semplice e, insieme, difficilissimo: “Un minuto dopo che l’accordo salta – spiega Guerini a un amico – dirò che si può andare al voto con il Consultellum perché le due sentenze della Consulta sono autoapplicative”. Ma così salta il voto in autunno? Qui è Rosato che dice a un collega: “Il clima nella coalizione di governo, già deteriorato, diventerebbe invivibile e sarebbe impensabile approvare la legge di Bilancio in autunno. A quel punto le elezioni anticipate sarebbero obbligate”. Insomma, per Renzi sempre lì si torna: come riuscire a votare al più presto. 

NB: L’articolo è stato pubblicato l’8 giugno 2017 a pagina 4 di Quotidiano Nazionale

Tre articoli invece di uno. Renzi sceglie l’M5S come nemico numero 1 e intanto offre un patto ai grillini: “legge elettorale ed elezioni subito”

  1. Renzi Grillo Berlusconi

    Renzi, Grillo e Berlusconi.

    Renzi sfida Casaleggio jr (“Democrazia vs dinastia”) ma i suoi offrono un patto all’M5S: “Pronti a votare il Legalicum in cambio di elezioni subito (l’articolo è uscito su Quotidiano Nazionale il 10 aprile 2017)

“Renzi app”, già scaricabile da ogni piattaforma (htttp://io.my/appmatteo). Piattaforma e sito web ‘Bob’ (Kennedy) per smascherare le fake news grilline. “Democrazia vs dinastia”, il mantra. L’Avversario con la ‘A’ maiuscola di Matteo Renzi sono i 5 Stelle, non i suoi competitor alla segreteria, Orlando ed Emiliano, cui propone un ‘patto tra gentiluomini’, anche se alla sua maniera: “Non potete passare i futuri quattro anni a sparare sul quartier generale” (traduzione: ‘se volete fare come Bersani&co., quella è la porta’) e pur rifiutandosi di spostare la data delle primarie solo perché Emiliano si è fatto male e non può correre (Orlando era d’accordo, i renziani sono stati irremovibili) almeno fisicamente.

Eppure, per paradosso non tanto paradossale, l’ex  premier proprio ai grillini offre, tramite i suoi ambasciatori Orfini e Guerini, un patto sulla legge elettorale che nelle parole di questi ultimi due ai 5 Stllee suona così: “Noi vogliamo votare e siamo pronti a offrirvi un patto sul vostro Legalicum (estensione dell’Italicum al Senato, ndr.) e siamo pronti a togliere i capolista bloccati, voi ci state?”. E anche se l’offerta potrebbe essere solo ‘trabocchetto’ (“Un modo per stanare i grillini, far vedere a tutti che non vogliono fare nessun accordo e poi farlo con Berlusconi”, ragiona un machiavellico renziano di alto grado, ma ben informato, specie su un punto: “Se facciamo credere a FI che siamo pronti a togliere i capolista bloccati, quelli si  mettono paura, ci cascano subito nel tranello e fanno l’accordo con noi”), l’offerta ai pentastellati sembra una cosa seria e a un buono stadio di lavorazione.

L’ex premier – che nel retropalco dell’Ergife si prende un caffè in amicizia con il premier Gentiloni – si sente già vincitore delle primarie aperte del 30 aprile, forte di consensi che – dicono i suoi – “non saranno inferiori al 55-60% dei voti”. Insomma, sarà un trionfo. Solo un tasto preoccupa i renziani, quello dell’affluenza: faranno di tutto perché la partecipazione superi bene i due milioni.

Per il resto, la Convenzione nazionale del Pd tenuta ieri all’hotel Ergife di Roma scorre via come un fiume tranquillo (le liste dei candidati collegati si chiudono oggi, solo lì sono previste frizioni). Del resto, se Orlando è quotato al 20-30% ed Emiliano all’8-15%, è anche perché tre quarti del Pd – la ‘macchina’ o la ex ‘Ditta’ – sta con Renzi. Specie nell’Italia centrale (le regioni ‘rosse’) e nel Mezzogiorno, dove la mozione Renzi stravince su tutte le altre con percentuali bulgare e dove il Pd ha ormai più tesserati che al Nord.

Orlando, però prima di Renzi, fa un discorso affatto conciliante: picchia come un fabbro su tutto, dal rapporto con gli operai (“Tu vai da Marchionne, io vado ai cancelli della Fiat”), alle riforme (“Rischiamo un riformismo senza popolo”) alla legge elettorale (“Basta a proporre il Mattarellum se tutti ci dicono di no”), etc. Il governatore pugliese, teorico candidato anti-establishment, nel Pd, s’è rotto lui il tendine, ballando la tarantella: in un videomessaggio dall’ospedale, tiene una mozioni degli affetti dai toni soporiferi – non a caso molto apprezzato da Renzi, che invece ribatte duro a Orlando – il cui spunto originale è lodare “gli elettori 5 Stelle”.

Renzi spiega i punti su cui vuole imbastire la campagna elettorale, ma quella delle Politiche, come un vero derby Pd versus M5S: “democrazia contro dinastia, scienza contro paura, lavoro al posto dell’assistenzialismo”. Pensa che i 5Stelle abbiano trovano il loro nuovo leader in Davide Casaleggio, smania all’idea di potersi confrontare con lui o con chi per lui e si dedica poco al resto del Mondo. Sul vero punto di impasse, la legge elettorale, ribadisce che “Per noi c’è il Mattarellum, al Senato c’è stato un fatto di una gravità enorme (il caso Torrisi, ndr), ora tocca al Fronte del No parlare”. Ma, appunto, Renzi – via Guerini e Orfini – parla invece ai M5S e fa sapere: “La vostra proposta sul Legalicum? Fatela, pronti a discuterne”.

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2 Renzi teme Casaleggio ma è pronto a trattare con M5S sulla legge elettorale 

(l’articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale l’8 aprile 2017) 

3) Nuove regole per gli organi di garanzia (quorum Capo dello Stato e Consulta), nuovi quorum per i referendum abrogativi e leggi di iniziativa popolare. Speciale riforma costituzionale n. 3)

IL 4 DICEMBRE i cittadini italiani saranno chiamati a votare, secondo la procedura prevista dall’art. 138 della Costituzione (referendum confermativo, ovvero senza necessità di quorum), per il referendum costituzionale. Dunque, con un Sì o con un No, si potrà esprimere il proprio voto pro o contro la riforma del Senato. Il testo della riforma costituzionale è stato approvato dal Parlamento dopo sei letture (la famosa ‘navetta’): l’iter è iniziato al Senato l’8 aprile 2014 e si è concluso alla Camera il 12 aprile 2016. La riforma incide su 47 dei 139 articoli della Costituzione. In quattro puntate illustriamo i contenuti principali della riforma: lunedì scorso la composizione del Senato; ieri i poteri e le funzioni delle Camere; oggi gli organi costituzionali e i referendum; domani il rapporto Stato-Regioni e l’abolizione di Cnel e Province.

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L’aula di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica

LA RIFORMA costituzionale del governo prevede anche una serie di altre modifiche all’ordinamento della Repubblica e alla Costituzione, in particolare per quello che riguarda i quorum per l’elezione del Presidente della Repubblica, i referendum abrogativi e le leggi di iniziativa popolare.

L’elezione del Presidente della Repubblica (art. 83)
Se la riforma sarà approvata, il Capo dello Stato continuerà ad essere eletto in seduta comune da entrambi i rami del Parlamento. Ma dato che il Senato sarà composto, nella sua nuova formulazione, da cento membri (74 consiglieri regionali, 21 sindaci, 5 senatori nominati dal Capo dello Stato per 7 anni), la platea di Grandi elettori sarà di 730 membri (630 deputati più cento senatori, in realtà 731: c’è un ex Capo dello Stato membro di diritto). Inoltre, proprio perché nel futuro Senato siederanno i consiglieri regionali vengono esclusi, dalla platea dei Grandi elettori, i delegati delle Regioni che, nella composizione attuale della platea portavano i Grandi elettori a mille circa (nel 2015 furono 1008: 630 deputati + 321 senatori + 58 eletti scelti dai consigli regionali).
Paradossalmente, a causa dell’ultima legge elettorale in vigore dal 2006, il Porcellum (abrogato dalla Consulta nel 2013), una maggioranza politica forte di una maggioranza semplice tra Camera e Senato o di una maggioranza assoluta nella sola Camera, poteva eleggersi il Capo dello Stato da sola. Regole scritte ai tempi del proporzionale della Prima Repubblica, infatti, oggi (art. 83) serve la maggioranza dei due terzi dei componenti ma, dal quarto scrutinio in poi, basta la maggioranza assoluta.
Eppure, nel 2013, la rielezione di Napolitano (primo caso nella storia repubblicana di rielezione) fu dovuta al fatto che i vari partiti non riuscivano a mettersi d’accordo. E pur eletto Napolitano (2013) al VI scrutinio e Mattarella (2015) al IV, ci sono stati casi in cui ci sono voluti moltissimi scrutini per elegggere un Capo di Stato fino al massimo di 23 per eleggere Leone (1971).
Con la riforma non solo cambia la platea dei Grandi elettori, che scende da 1008 a 730, ma cambiano i quorum. Nei primi tre scrutini sarà necessaria la maggioranza dei due terzi dei componenti, dal quarto scrutinio in poi la maggioranza dei tre quinti sempre dei componenti, mentre dal settimo in poi basterà la maggioranza dei tre quinti, ma dei presenti in aula. Uscire dall’aula, dunque, non peserà più come ora: basterà la maggioranza dei votanti e non più dei componenti per l’elezione, ma perché il voto sia valido dovrà essere presente la metà più uno degli aventi diritto (366 su 730).
Alcuni eccepiscono che, con la nuova legge elettorale, l’Italicum, a una manciata di deputati superiore ai 340 deputati (dati dal premio di maggioranza alla Camera) sarebbe possibile eleggere il nuovo Capo dello Stato con i tre quinti dei votanti dal VII scrutinio. Ma la ‘colpa’ sarebbe degli altri 400 assenti al momento del voto.

Elezione dei giudici della Consulta e del Csm (art. 135)
Con la riforma cambia anche la modalità di elezione dei giudici della Coste costituzionale. Oggi, infatti, il Parlamento sceglie, in seduta comune, 5 giudici su 15 (altri 5 sono nominati dal Capo dello Stato e 5 dalle alte magistrature). Con la riforma, i giudici non saranno più eletti in seduta comune ma con votazioni separate: due dal Senato, tre dalla Camera. La scelta è dovuta alla necessità, causa la sproporzione tra Camera e Senato, di garantire di più il Senato. Per eleggere i membri laici del Csm i quorum restano identici.

Le leggi elettorali (artt. 73 e 134)
Alla Consulta la riforma conferma (art. 134) il potere di giudizio preventivo della legge elettorale (compresa l’attuale, l’Italicum), già previsto nel nuovo articolo 73. Ed è l’art. 73 che specifica come si fa ricorso: entro 10 giorni dall’approvazione, un terzo dei senatori o un quarto dei deputati (norma fatta chiaramente a favore di una o più minoranze parlamentari) può fare ricorso. La Consulta avrà 30 giorni di tempo per emettere il verdetto che, se negativo, vieterà l’entrata in vigore della legge elettorale.

Referendum e leggi di iniziativa popolare (artt. 71 e 75)
Cambiano le norme sui referendum. Quello abrogativo, cui si ricorre per abolire in parte o per intero una legge, rimane com’è ora, ma cambiano i quorum per renderlo valido: con 500mila firme serve la maggioranza degli aventi diritto al voto alle politiche, ma se si raggiungono le 800mila firme il quorum si abbassa al 50,1% dei votanti alle ultime elezioni politiche (esempio: Politiche 2013: affluenza 75%, quorum referendario 38% circa). Resta il divieto di proporre referendum su leggi tributarie e di bilancio, amnistie, indulto e trattati internazionali.
La novità riguarda l’introduzione dei referendum ‘propositivi’, per introdurre nuove leggi, e ‘d’indirizzo’ (artt. 71 e 75 della Costituzione), ma si tratta di innovazioni, per ora, solo teoriche perché le modalità di funzionamento di entrambi questi istituti sono demandate, se approvata la riforma costituzionale, a una nuova legge costituzionale e a nuove leggi bicamerali ordinarie di attuazione degli stessi.
Novità anche per le leggi di iniziativa popolare: oggi per presentarne una servono 50mila firme, con la riforma saliranno a 150mila ma la legge d’iniziativa popolare dovrà essere esaminata e votata dal Parlamento (oggi è una facoltà). Saranno però i futuri regolamenti parlamentari a stabilire i tempi: per ora la novità è solo sulla carta.

La curiosità. L’Italicum, la legge elettorale già morta prima di essere nata

La nuova legge elettorale, l’Italicum, è valida solo per la Camera dei Deputati ed
è in vigore dal I luglio 2016, ma sul suo capo pende il giudizio di legittimità della Consulta che, con sentenza attesa a fine gennaio, può giudicarla incostituzionale, tutta o in parte, abrogandola prima che venga mai usata.

Ecco il grafico da me preparato, scritto e pubblicato su Quotidiano Nazionale:

terza_puntata

(3-continua)

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 30 novembre 2016 a pagina 12 (http://www.quotidiano.net)

Italicum, la sinistra Pd non si fida di Renzi. Bersani: “Basta coi segnali di fumo”

Pier Luigi Bersani sorride

L’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani

NON accettiamo segnali di fumo, aperture verbali» anche perché «non stiamo qui per pettinare le bambole». Pier Luigi Bersani, ieri sera alla Festa nazionale dell’Unità di Catania, risponde così, con i suoi consueti modi di dire, all’offerta del premier e segretario Pd, Matteo Renzi, avanzata l’altra sera a Porta a Porta («Siamo pronti a cambiare l’Italicum, a prescindere dalla sentenza della Consulta»). In gioco c’è la tanto agognata pax interna tra maggioranza e minoranza in vista del referendum.
L’ex segretario – accolto prima del dibattito a forza di cori «C’è solo un segretario!» scanditi dai giovani democratici che lo commuovono – la spiega così la sua metafora: «Il governo e il Pd hanno fatto la scelta di votare l’Italicum con la fiducia, adesso non si può scoprire l’autonomia del Parlamento. Governo e Pd – conclude – prendano un’iniziativa visibile e efficace per garantire che i senatori saranno eletti e la legge elettorale verrà radicalmente modificata». Gli fa eco, dalla festa dell’Unità di Ravenna, con parole anche più dure e nette, il leader di Sinistra riformista, nonché pupillo di Bersani, Roberto Speranza: «A oggi non me la sento di votare sì al referendum. Solo cambiando una legge elettorale sbagliata si creerebbero le condizioni per una maggiore serenità al referendum». Insomma: o cambia l’Italicum, o voto no.

I colonnelli bersaniani, inoltre, usano espressioni più colorite e sapide, che vanno da parole tranchant («Da Renzi vogliamo fatti, non farci prendere per il sedere ogni giorno dalle sue battutine!») a ragionamenti più freddi ma non meno ostici all’offerta renziana.
SI PRENDA, per dire, Davide Zoggia, colonnello bersaniano e, oggi, tra i più recalcitranti all’accordo, pronto a costruire, il giorno dopo la constatata impossibilità di siglarlo, comitati per il No al referendum (Bersani, invece, assicura da Catania che «No, io non li farò»): «Quelle di Renzi sono parole vaghe e il tempo delle parole è finito. È il momento degli atti formali. Serve un mandato formale della Direzione del Pd per andare in Aula con tempi e modi definiti a modificare la legge elettorale». Zoggia offre anche un timing, assai celere: «Riunione della Direzione Pd, unico luogo deputato a fare la proposta, entro pochissimi giorni, non oltre metà settembre. Poi, atto di indirizzo ai gruppi parlamentari per aprire subito il confronto in Parlamento con le altre forze politiche». Il senatore Miguel Gotor, altro bersaniano di ferro, non è da meno, in quanto a paletti: «Renzi ha ripetuto le solite cose, ma il tempo della melina è scaduto. Si può e bisogna cambiare l’Italicum prima del referendum: basta volerlo». E anche un senatore che, con la maggioranza renziana, sulla modalità di elezione dei futuri senatori del nuovo Senato, ha trattato, Federico Fornaro, diffida: «Noi non facciamo tattica, Renzi sì. Le parole dette a Porta a Porta non c’interessano, servono atti concreti: il tempo per decidere è settembre».
Persino davanti quella che pareva ai più un altra apertura di Renzi, l’elettività diretta dei nuovi senatori, Fornaro scuote la testa: «Che vuol dire elettività diretta? Si sceglie su più schede o chi prende più voti? E, in ogni caso, non c’è un impegno chiaro a fare subito la legge elettorale del nuovo Senato. Se non la si fa subito, a regime la riforma ci va nel… 2023 e nel 2018 si vota con le norme transitorie, e cioè l’elettività indiretta».

DEL RESTO, le parole non a caso pronunciate ieri dal capogruppo dei senatori, Luigi Zanda («Al Senato una maggioranza per cambiare l’Italicum oggi non c’è o è molto difficile trovarla») sembrano dire proprio quello che la sinistra teme: quella di Renzi è una “finta apertura”, un modo per fare melina e anche le parole della Boschi («C’è la disponibilità a migliorare l’Italicum se ci sono le condizioni in Parlamento, ma la legge elettorale andrebbe migliorata…») non aiutano a diradare la nebbia.
Morale: la sinistra interna del Pd, almeno quella che si regge sull’asse Bersani-Speranza (Cuperlo è diverso e, per ora, resta in silenzio) non si fida del premier-segretario. Vuole impegni scritti, certificati e, soprattutto, in tempi certi. Come direbbe lo stesso Bersani: «Vedere cammello, pagare moneta»…

NB: Questo articolo è stato pubblicato l’8 settembre 2016 sul Quotidiano Nazionale a pagina 6.

Il premier suona la carica per il Sì, la Boschi attacca chi vota No al referendum

Il ministro Boschi

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

La sfida del referendum spacca i partiti. Il premier suona la carica. il Sì è in testa. Si voterà il 20 o il 27 novembre.

Pd (già) spaccato, opposizioni (già) ognuna per conto suo. È lo score o tabellone del referendum costituzionale al primo giorno di una gara che sarà assai poco ‘olimpica’.
La Corte di Cassazione ieri ha dato il via libera ufficiale alla raccolta firme avviata dai Comitati del Sì per il referendum sulla riforma costituzionale. Per ora la vittoria, ai punti, è dei comitati del Sì: 550mila firme raccolte e 3mila comitati locali, coordinati dal senatore dem, ex scout, Roberto Cociancich. Il che vuol dire avere diritto per legge a 550mila euro di rimborsi, più 88mila raccolti finora dai privati. Per contro ci sono le 316mila firme raccolte dal comitato principale del No, quello dei ‘professori’ Zagrebelsky, Pace e Rodotà (vicepresidente operativo l’ex Pds-Ds Alfiero Grandi, sostegno operativo di Sel-SI, Anpi, Fatto e Manifesto) che ha mancato di oltre 200mila firme l’obiettivo e che, perciò, non intascherà un euro, tranne i contributi volontari. Le tante opposizioni a Renzi e alla sua riforma, poi, si sono divise in troppi fronti del No: c’è la sinistra di cui sopra; Forza Italia è assai light, sul tema, tranne Brunetta e Toti, attivissimi; i Fratelli d’Italia sono i più ironici con il loro «No, Grazie»; i pentastellati sono divisi tra Di Battista che batte in moto le spiagge italiche per dire No e un Di Maio assai poco entusiasta di occuparsene; ex-Ncd, ex Udc, ex FI e altri rami minori del centrodestra che si disputano comitati, proessoroni (e -ini) e sponsor.
L’unica richiesta che li unisce è che il governo fissi, «e subito», una «data certa» al referendum. Il primo cdm utile per convocare le urne sarebbe il 10 agosto, ma Renzi aspetterà fino all’11 settembre: infatti, solo allora potrà celebrare il referendum il 20 o il 27 novembre (si può arrivare a 60 giorni per indire, ne servono 50/70 per celebrare).
Nel centrosinistra, i giochi paiono già fatti. La minoranza si sta schierando, per una volta compatta e con grande anticipo sui tempi, sul No (dopo Gotor, Zoggia, Speranza, Cuperlo, manca solo il «No» di Bersani…): la motivazione è che non c’è un reale impegno di Renzi e del Pd a voler cambiare l’Italicum, secondo il teorema dei nefasti effetti del «combinato disposto» legge elettorale-referendum. E, in effetti, Renzi evita di parlarne né lo farà prima del 4 ottobre, quando si riunirà la Consulta per il primo giudizio di legittimità sull’Italicum. Se verrà bocciato, anche solo in parte, Renzi annuncerà la volontà di modificarlo senza dover, per questo, perdere la faccia, ma per necessità. Se l’Italicum passerà l’esame indenne, fino al referendum (e oltre) Renzi ci metterà una pietra sopra.
Gli alleati minori del Pd (Ncd, Ala-Sc, Psi-laici, etc.) si è impegnato per il Sì con comitati autonomi. Pezzi di maggioranza che co-gestiscono, con Renzi, il Pd (Franceschini, Orfini, Orlando, Martina) si stanno già preparando al «dopo» Renzi ove mai il premier dovesse perdere. Garantiscono lealtà nella battaglia per il Sì, ma hanno idee assai diverse da Renzi sul partito e non vedono l’ora di riprenderselo.

E IL PREMIER? Tra un tweet di gioia («Adesso possiamo dirlo, questo il referendum degli italiani») e una E-news di puntualizzazioni («Per vincere il referendum basta entrare nel merito, la legge elettorale non c’entra»), finge di non accorgersi dell’ultima querelle sollevata dalle opposizioni, quella sulla data del referendum, ma sa che è decisiva: punta al 20 o 27 di novembre. Tre i motivi. Sfruttare, per tre mesi pieni, la maggiore potenza di fuoco mediatica di governo e Pd. Due, varare e approvare la Legge di Stabilità, in almeno uno dei due rami del Parlamento per dispiegarne i benefici effetti sull’opinione pubblica prima del voto e per tranquillizzare Mattarella. Tre, se venisse sconfitto al referendum e si dimettesse, come promesso, da premier, Renzi vuole accorciare al massimo i tempi di un possibile governo di scopo in mani altrui, ma che potrebbe nascere solo con i voti decisivi di un Pd di cui vuole restare segretario. E si sa, il tempo, in politica, è tutto.

NB. Questo articolo è stato pubblicato martedì 9 agosto 2016 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale. 

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La Boschi scivola sul referendum: “Chi vota no è contro il Parlamento”. Coro di critiche poi il ministro fa dietrofront

MARIA Elena Boschi, primo siluro: «Chi propone di votare No e ricominciare da capo, pensando che in questa legislatura si possa fare una riforma diversa, non rispetta il lavoro fatto dal Parlamento in ben due anni con sei votazioni e maggioranze che hanno sfiorato il 60%. Un dibattito vero».
Seguono proteste di vari esponenti delle opposizioni, tutti inorriditi: «La Boschi dice che chi vota No non rispetta il Parlamento? Lei non rispetta la Costituzione!» (Elio Vito, FI). «Boschi manipola la realtà!» (Campanella, M5S). «Ma di cosa parla la Boschi? Questo è un Parlamento di trasfughi!» (Roberto Calderoli, Lega Nord).
Segue precisazione dell’ufficio stampa del ministro: «La frase ‘non rispetta il lavoro parlamentare’ era evidentemente riferita solo a chi chiede di ripartire da capo con il percorso delle riforme in Parlamento, non a chi vota No»…

SECONDO siluro della ministra, meno citato, ma non meno micidiale: «Mi auguro che nel 2026 non si debba discutere dell’ennesimo tentativo di riforma che non è andato in porto e che ci siano gli stessi che per trent’anni ci hanno spiegato come si fanno le riforme senza riuscirci». E qui saranno fischiate le orecchie ai vari D’Alema&co. che, fino a ieri animati dallo spirito ‘costituente’ delle varie Bicamerali, ora militano per il No.
Non solo Matteo Renzi è tornato, da Rio, con il suo doppio intervento alle feste dell’Unità emiliano-romagnole. Pure il ministro alle Riforme, Maria Elena Boschi, ha iniziato, da giorni, a battere in lungo e largo l’Italia, prendendo per le corna il tema riforme, le ‘sue’ riforme, e cioè, appunto, il ddl Boschi.
Ieri parlava da un convegno a Roma dal titolo inequivocabile, «Perché Sì. Meglio la riforma dello status quo». Messaggio semplice, chiaro, diretto e, va detto, unidirezionale, tanto che la minoranza dem è già sugli scudi: contro la riforma e, ovviamente, contro la «militarizzazione» delle Feste dell’Unità, il cui logo, «L’Italia che dice Sì», campeggia dalle Alpi alla Sicilia.
Intanto, la madrina del Sì va dritta come un treno: spiega che «votare Sì servirà per i prossimi 30 anni, non per i prossimi 6 mesi» (come dire: okkio, ragazzi, la riforma è ‘epocale’), riconosce che «la riforma non è perfetta», ma aggiunge subito: «Sono rincuorata a pensare che anche quando venne approvata la Costituzione nel 1948 non mancavano le voci critiche» (e qui cita Mortati, Salvemini, Ruini, insomma il gotha dei costituenti…).
Poi però rivendica l’iter seguito: «Abbiamo rispettato in toto la procedura dell’articolo 138 per modificare la Costituzione, la strada più dura, un impegno notevole che però ora è un elemento di forza». Ed è qui che, appunto, arriva la frase poi contestata (e poi meglio precisata), quella su chi, «buttando a mare due anni di lavoro che il Parlamento ha fatto e vuole ricominciare da capo immaginando una maggioranza per una riforma diversa. Ma questo vuol dire non rispettare il lavoro del Parlamento». In un Paese dove tutti s’improvvisano costituzionalisti, il Parlamento è diventato la vera ‘vacca sacra’.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 10 agosto 2016 a pagina 7 del Quotidiano Nazionale

 

 

Referendum, sinistra Pd pronta a dire No Ma Guerini avverte: “Tutti per il Sì”. In gioco ci sono le modifiche all’Italicum

Il Senato italiano

Interno dell’aula di palazzo Montecitorio.

Referendum, sinistra Pd pronta al No. Si accende lo scontro con i renziani.

Aut Aut dei colonnelli di Bersani: “All’Italicum modifiche immediate”. 

ROMA
OCCUPAZIONE «militare» della Rai, con relative dimissioni di Gotor e Fornaro, i due senatori pasdaran. Lettera di dieci parlamentari per il No che, assicura la sinistra dem, «presto cresceranno fino a diventare una slavina». Disappunto, per usare un eufemismo, di fronte alla lettera di Delrio e Rughetti (ex vertici Anci) ai sindaci italiani per far dire loro «Sì» al referendum. Persino la semplice notizia della presentazione dei risultati della commissione sulla forma partito. La minoranza dem – più quella che fa capo a Roberto Speranza, Area riformista, e dietro di lui a Bersani, che quella di Gianni Cuperlo, Sinistra dem – sta per dissotterrare, definitivamente, l’ascia di guerra. Lo scontro frontale con Renzi e i renziani non è attutito dal solleone e «a settembre farà molto caldo», profetizza uno dei suoi colonnelli.
Il turning point su cui ruota tutto è la legge elettorale, l’Italicum. «Tanti, da Franceschini a Orfini, da Napolitano a Veltroni, hanno chiesto a Renzi di cambiarlo, ma il premier non vuole farlo, almeno non prima del referendum», ragiona un esponente della sinistra. «Ebbene – continua – se questo è il quadro, noi non ci accontentiamo certo di qualche intervista. Vogliamo documenti, atti pubblici, impegni in Direzione che indichino la volonta di cambiare l’Italicum. Non ci saranno? Bene. Allora credo che il numero dei parlamentari e dei dirigenti della mia parte che si schiereranno per il No crescerà in modo consistente. E quando dici che voti No, poi ti chiamano a discuterne, nei circoli o altrove. Comitato formale o no, ci si schiera. E con convinzione». Una dichiarazione di guerra vera e propria che Davide Zoggia, ex responsabile Enti locali di Bersani, attenua solo di poco: «Senza una manifesta e chiara volontà di modificare la legge elettorale il mio voto al referendum ne sarà conseguenza diretta. Non dispero ancora, ma il tempo è poco. E il tentativo di militarizzare le Feste dell’Unità, la Rai, persino i sindaci, lo trovo molto triste».
Nico Stumpo, che di Bersani era il responsabile Organizzazione, è stizzito. Orfini ha annunciato la presentazione (fatta ieri, a Pistoia, con Guerini) di un documento che «rivoluzionerà il Pd, un partito più aperto, meno burocratico, che torni a radicarsi sui territori». Stumpo gli manda il suo warning: «La commissione non si riunisce da quattro mesi, aspettavamo Renzi. Barca, che non condivideva il documento, si è appena dimesso».

INOLTRE, Carlo Pegorer, altro senatore della minoranza, si scaglia contro «lo scarso bon ton istituzionale» del sottosegretario renziano, Angelo Rughetti, che invita i sindaci italiani a votare Sì. E così al referendum si torna. La minoranza sta per schierarsi sul No. «È in gioco la democrazia e le forzature del fronte del Sì, senza un reale impegno a cambiare l’Italicum, sono inaccettabili», è la sintesi. Del resto, lo stesso Bersani, quasi come D’Alema, sono giorni che parla e attacca – sulle nomine Rai, sul combinato disposto Italicum-referendum, sulle scelte sociali – un Pd che «non riconosco più». I renziani chiosano: «Ogni occasione è buona per cercare di indebolirci in vista del referendum, ma siamo tranquilli: lo vinceremo noi».

Ettore Maria Colombo

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Lorenzo Guerini

Il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, detto anche ‘il Forlani’ di Renzi.

Guerini striglia i dem: “Tutti per il Sì”. E la legge elettorale non si cambia.

Il vicesegretario Pd: “Escludo la nascita di comitati del No anti-riforma”. 

ROMA
VICESEGRETARIO Lorenzo Guerini, su referendum e Rai torna il solito refrain: «Il Pd si divide»…
«La rappresentazione di un Pd perennemente diviso è una forzatura. Sulla riforma costituzionale alcuni colleghi hanno annunciato il loro No. Scelta che non condivido, ma che rispetto, difficile da spiegare: alcuni di loro avevano votato sì in Aula. Nel Pd il diritto al dissenso è garantito, ma non si può chiederci di avere un atteggiamento neutrale sul referendum. Il Pd è schierato per il Sì a una riforma voluta, costruita, votata per cambiare in meglio l’architettura istituzionale del Paese».

I parlamentari del No aumenteranno, pare. Li caccerete?
«Sono certo che non accadrà. Alcune modifiche sono state proposte proprio dalla minoranza dem. Nel Pd c’è dialettica interna e nessuno caccia nessuno, ma la stragrande maggioranza del partito, dei suoi dirigenti e militanti, è a favore di questa riforma».

E se altri, come D’Alema, dessero vita a comitati per il No?
«Escludo la nascita di comitati per il No da parte di parlamentari o dirigenti del Pd. D’Alema è una figura significativa del nostro partito, ma gli ricordo che l’asse portante della riforma è coerente con la visione costituzionale che caratterizza il Pd fin dalla sua fondazione».

Alle Feste dell’Unità i comitati del No avranno cittadinanza?
«Le Feste dell’Unità indicano che il Pd è vivo e presente sui territori. Offriamo continui spazi di confronto e discussione. Le Feste, come il Pd, sono impegnate a spiegare le ragioni del Sì».

Capitolo Rai. Bersani parla di un Pd «partecipe di vecchi vizi». Gotor e Fornaro si sono dimessi e la Berlinguer è stata rimossa.
«Il Pd non si è occupato delle nomine Rai, una scelta che spetta ai vertice di quell’azienda. Si è sviluppato, però, un dibattito forzato ed esasperato: parlare di epurazioni è una ridicola forzatura. La Berlinguer è un’apprezzata giornalista che continuerà a svolgerela sua professione con nuovi, importanti, ruoli a Rai3. Governo e Parlamento valuteranno le scelte della Rai in base ai loro risultati».

L’Italicum va cambiato? Ormai lo chiedono tutti, anche dentro il Pd…
«Il tentativo di mischiare la campagna referendaria con la legge elettorale è sbagliato: crea confusione nei cittadini. Molti pensano che si voti sulla legge elettorale! Così non è: si vota sulle riforma costituzionale. Dobbiamo impegnare tempo ed energie nello spiegare la riforma costituzionale e a cosa serve. L’Italicum è ormai legge ed è stato votato dal Parlamento: è una buona sintesi tra l’esigenza di rappresentanza e quella di governabilità. Nella sua versione iniziale fu approvata anche dal centrodestra, cioè dal 70% del Parlamento. Non vedo alcuna urgenza di cambiarlo, ma non ci sottraiamo al confronto. Ci si presentino proposte congrue, dotate di numeri sufficienti, e il Pd farà la sua parte. Inviterei però tutti, a partire dalla sinistra del Pd, a lavorare per cambiare quello che c’è da cambiare davvero: la legge elettorale, questa sì ancora da fare, per la composizione del nuovo Senato e l’elettività dei senatori».

Nel Pd ogni giorno nascono nuove correnti, ora quella catto-dem. Orfini, invece, vuole scioglierle…
«Sciocchezze. Il Pd è un partito dalle molte sensibilità e culture che, se cercano unità, sono una ricchezza, se invece diventano correnti nominalistiche utili solo a cercare spazi negli assetti interni sono dannose. Su questo sono d’accoro con Orfini. Un po’ controcorrente difendo un partito fatto da militanti, valori, passione. Certo, dobbiamo migliorarci, al centro come sui territori, e il lavoro da fare è tanto, ma non mi piace chi, al nostro interno, ogni giorno contribuisce a dare una rappresentazione solo negativa del Pd magari solo per alimentare polemiche».

Se vince il No al referendum, Renzi si dimette da premier. Ma pure da segretario del Pd?
«Noi siamo impegnati a far vincere il Sì. Ci è stato rivolto l’invito a non personalizzare la campagna referendaria e io lo raccolgo. Mi limito a dire un’ovvietà: Renzi è il segretario del Pd eletto al congresso del 2013 e che resterà in carica fino al prossimo, quando decideranno i nostri iscritti ed elettori».

NB. Entrambi gli articoli sono stati pubblicati il 6 agosto 2016 a pagina 4  e a pagina 5 su Quotidiano Nazionale.

AGGIORNAMENTO! #Morireperl’articolo2? Vademecum in attesa della battaglia sulla riforma del #Senato

L'attuale composizione del Senato (agosto 2015)

L’attuale composizione del Senato (agosto 2015)

PREMESSA
Il prossimo 8 settembre riprenderà, in I commissione Affari costituzionali (presidente Anna Finocchiaro, Pd) del Senato, l’esame del ddl Boschi (riforma del Senato e Titolo V).
La questione ‘politica’ – scontro interno al Pd tra maggioranza e minoranza sul Senato elettivo; scontro tra il Pd e le opposizioni sulla riforma in sé; problemi di tenuta interna alla maggioranza tra Pd-Ncd-etc. – nasconde una serie di questioni ‘tecniche’, comunque rilevanti. Per una volta, evitiamo di affrontare la questione ‘politica’ per affrontare solo quelle ‘tecniche’, sperando di fare servizio utile ai ’25 lettori’ di questo blog.

1) IL TESTO DEL DDL BOSCHI E LE SUE MODIFICHE

Il ddl Boschi (n. 1429) a prime firme Renzi-Boschi (nome intero: “Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di finanziamento delle istituzione, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della II parte della Costituzione”) è stato approvato, in prima deliberazione, dal Senato l’8 agosto 2014 (183 i sì, compreso il gruppo di FI, quattro gli astenuti e tutte le altre forze di opposizione uscite dall’Aula), e, con modifiche, sempre in prima deliberazione, dalla Camera l’11 marzo 2015 (357 sì, 125 no, 7 astenuti). Ergo, siamo ancora ‘dentro’ la I lettura (finché il testo non è identico).

L’ARTICOLO 1: FUNZIONI DEL FUTURO SENATO
All’art. 1 (Modifiche al Titolo I della II Parte Cost) il ddl modifica l’art 55 Cost (poteri e funzioni del futuro Senato).
Qui sono, e di certo ci saranno, diverse possibili modifiche, come ammettono anche gli esponenti della maggioranza Pd. Infatti, nel primo passaggio parlamentare (Senato-Camera) competenze e funzioni, modalità di elezione degli organi di garanzia (CSM, Consulta, Capo dello Stato, etc.), ma anche politiche pubbliche locali, rapporti Ue-regioni-enti locali, etc., sono state di molto ridotte o elencate come mera funzione ‘concorrente’ alla Camera. Poche le funzioni del solo Senato, esercitate in “via esclusiva” che resterebbero tali: evaporate i rapporti con la commissione Ue, il controllo sulle authority, le competenze sui temi di bioetica, famiglia, diritti, etc. In più, tolte dalla Camera al Senato materie su cui la Camera alta sperava di poter avere diritto di parola anche in futuro: protezione civile, immigrazione, ordine pubblico, sicurezza, tutela del paesaggio. Inoltre, verrebbero ridotti i tempi per le osservazioni possibili nel procedimento legislativo. Problematico e assai discusso dai costituzionalisti anche la futura deliberazione dello stato di guerra che, nel ddl Boschi, è affidato a una sola Camera, il che avviene in pochissimi paesi (Irlanda, Polonia, Slovenia, peraltro tutti eletti con il sistema proporzionale) e che così, ‘grazie’ all’Italicum, finirebbe in mano al partito di maggioranza relativa.
Altra delicata questione è quella dei quorum per eleggere i diversi organi di garanzia costituzionale (art. 21 ddl Boschi che riforma l’art. 83 Costituzione): elimina gli attuali ‘grandi elettori’ (delegati regionali) per eleggere il Capo dello Stato e prevede un nuovo sistema di quorum, ben più alto rispetto quello originario (due/terzi della maggioranza del Parlamento in seduta comune, dal IV scrutinio basterà la maggioranza dei tre/quinti assemblea e, dal settimo scrutinio in poi, dei tre/quinti degli aventi diritto).

Ma data la riduzione dei senatori a 100 e l’entrata in vigore dell’Italicum (340 seggi al primo partito) per la Camera, anche questa formulazione è considerata poco di garanzia: un partito potrebbe eleggersi, solo con qualche senatore di soccorso, il Capo di Stato. Problemi simili si riscontrano per l’elezione dei cinque giudici costituzionali (Consulta) che la Camera ha riportato nelle competenze delle Camere riuniti con i senatori che hanno poche chances di pesare nell’elezione dei giudici rispetto alla gran massa dei 630 deputati (nella versione originaria il Senato ne eleggeva due su cinque).
La Finocchiaro, strenuo difensore della riforma, a partire dalla non elettività dei futuri senatori, ha detto – nella sua relazione in I commissione, a fine luglio – che delle funzioni del nuovo Senato bisogna parlarne (e, quindi, modificarle) perché “se la Camera è il perno della forma di governo, il Senato deve essere il perno della forma di Stato”.
Peraltro, è possibile e abbastanza agevoli apportare modifiche all’art. 1 come ad altri articoli del ddl, perché già modificati dalla Camera, dove tornerebbero solo nelle parti modificate e non dovendo ricominciare da capo. Morale: l’iter del nuovo esame sarebbe assai velocizzato e non supererebbe i tempi tecnici richiesti dalla sua approvazione.

L’ARTICOLO 2: ELETTIVITA’ DEI FUTURI SENATORI
All’art 2 (composizione ed elezione del Senato, che modifica l’art. 57 della Costituzione), l’articolo più “incandescente” e al centro del braccio di ferro tra la maggioranza e la minoranza Pd, in quanto riguarda l’elettività indiretta, come propone il testo del governo, o diretta, come chiede la minoranza, dei futuri senatori, la situazione è la seguente:
Il I comma resta identico: “il Senato è composto da 95 senatori “rappresentativi delle istituzioni territoriali e da cinque senatori nominati dal Presidente della Repubblica”.
Il II comma resta identico. “I consigli regionali e delle province autonome di Trento e Bolzano eleggono i senatori con metodo proporzionale e, uno per ciascuno, tra i loro sindaci.

Il III comma resta identico: “Nessuna regione può avere meno di due senatori, ciascuna delle Province aut di Trento e Bolzano ne ha due” (in totale: 4, ndr.).
Il IV comma resta identico. “La ripartizione dei seggi tra le Regioni si effettua in proporzione alla loro popolazione, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti”.
Il V comma è stato invece MODIFICATO dalla Camera. “La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali ‘NEI’ quali sono stati eletti”, come era scritto nel TESTO ORIGINARIO, è DIVENTATO ‘DAI’ QUALI (modifica apportata dalla Camera) “sono stati eletti”.
Il VI comma resta  identico: “con legge approvata da entrambe le Camere sono regolate le modalità di attribuzione dei seggi e di elezione dei membri del Senato tra i consiglieri regionali e i sindaci, nonché quelle per la loro sostituzione in caso di cessazione dalla carica elettiva regionale o locale. i seggi sono attribuiti in ragione dei voti espressi e della composizione di ciascun Consiglio”.

2) IL BUSILLIS: UNA PREPOSIZIONE VA RIVOTATA?

Il problema che sta nel cambiamento della preposizione citata riguarda, in realtà, non l’elezione di ‘tutti’ i futuri senatori (100 in totale, di cui: 74 consiglieri regionali, 21 sindaci, cinque ex Capi di Stato o senatori a vita, ma eletti per 7 anni e non rinnovabili, a differenza degli altri 95, eletti invece per 5 anni), ma solo dei 21 sindaci: secondo il testo modificato dalla Camera i 21 sindaci resterebbero in carica al Senato anche dopo la cessazione del loro mandato in Comune! Ergo, il numero dei senatori potrebbe crescere o decrescere, a ‘fisarrmonica’….
“Una evidente contraddizione che va risolta” ha detto più volte anche il presidente del Senato, Pietro Grasso (la prima volta alla cerimonia del Ventaglio a fine luglio, poi ora, a fine agosto), parlando di “possibile contraddizione che riguarda il mandato dei senatori sindaci che potrebbero mantenere il ruolo di senatori senza più esercitare le funzioni di governo locale, per tutto il tempo della consiliatura che li ha eletti” (questo il ‘baco’).
La posizione originaria del governo e della maggioranza era che l’art. 2 era intoccabile a causa di un “doppio voto conforme” (di questa opinione la presidente della I commissione, Finocchiaro) e che la modifica intervenuta (da ‘dei’ a ‘nei’) era solo lessicale, dunque non inficiava l’immodificabilità dell’art. 2.
Ma a causa della voglia di Grasso di riaprire la partita, ora la nuova posizione (il capogruppo Zanda, ma anche Tonini a QN) è di aprire alla modifica solo del IV comma, senza toccare tutto il resto dell’art. 2, dunque senza ulteriore ‘navetta’ parlamentare.
La possibilità di emendare (o non emendare) l’art. 2 sta in capo all’art. 104 del regolamento del Senato, che dice che “nuovi emendamenti possono essere presi in considerazione solo se si trovino in diretta correlazione con gli emendamenti introdotti dalla Camera”. Secondo il Regolamento, dunque, non si potrebbe, ma il precedente c’è e lo ha tirato fuori Michele Ainis. La riforma della Devolution, poi bocciata dal referendum confermativa, fu rivotata nel passaggio in cui il Senato diceva “in ogni caso in cui” e quello della Camera “in ogni caso che”: il Senato lo rivotò da capo, in nuova dizione, il 15 marzo 2005.
L’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha scritto che non si può tornare indietro sull’elettività (o, meglio, la non elettività) perché a quel punto sarebbe “insostenibile” sottrarre al Senato il potere di dare la fiducia al governo e si ricadrebbe nel bicameralismo paritario. Peraltro, i senatori eletti direttamente lo sarebbero eletti, negli emendamenti della minoranza dem, con il proporzionale puro mentre la Camera è prevista eletta con un sistema, l’Italicum, che è di fatto un sistema maggioritario: così si tornerebbe a una totale discrepanza tra i due sistemi elettorali. I costituzionalisti sono divisi sul punto, chi a favore e chi contro.
La Finocchiaro ha comunque detto, nella sua relazione a fine luglio, che, se c’è da correggere e riaprire la discussione sull’art. 2 si può farlo solo su quel comma (il passaggio da ‘dei’ a ‘nei’, altrimenti “si finisce con il mettere in discussione tutto il disegno riformatore, assumendosi la responsabilità di riavviare l’intero procedimento e così ponendo nel nulla il lavoro fin qui compiuto”. Inoltre, la Finocchiaro ha sottolineato che l’ultima parola, pur dovendo tenere in conto la sua opinione, spetta però al presidente Grasso (“è ineludibile che ogni decisione sull’ammissibilità degli emendamenti debba trovare di concorde avviso presidente della commissione e presidente del Senato”).
In ogni caso, la questione va risolta: quando decadono i senatori-sindaci se vengono sfiduciati prima della fine del loro mandato o se si dimettono in via anticipata? Nella versione originaria (organi ‘nei’ quali sono stati eletti, cioè i consigli regionali) dovevano dimettersi subito anche da senatori, nella versione votata alla Camera (organi ‘dai’ quali sono stati eletti) l’ambiguità potrebbe far restare senatori anche degli ex sindaci!
Infine, non essendo mai esplicitata la dicitura ‘governatori’ delle regioni, questi potrebbero risultare non eletti, se non votati dal consiglio regionale e/o dagli elettori, nel futuro Senato. Questo uno dei tanti ‘bachi’ (tra gli altri, lo stato di guerra, che dichiara solo la Camera, i poteri del Senato, molto ridimensionati, i quorum per eleggere gli organi costituzionali di garanzia, troppo alti, etc.) che il Servizio Studi del Senato (la ‘trimurti’ composta da Grasso-Serafini-Toniato più i funzionari del centro studi diretto dal dott Luca Borsi, come raccontato su QN ad agosto) hanno trovato al ddl Boschi ed evidenziato, con buona perfidia, nel dossier del Senato pubblicato ad agosto e disponibile online.

3) UNA BATTAGLIA A COLPI DI EMENDAMENTI

La I commissione Affari costituzionali è stata convocata per l’8 settembre. davanti a sé ha una mole mostruosa di emendamenti: 513 mila di cui 510 mila ‘solo’ a prima firma Roberto Calderoli. Dopo qualche giorno di dibattito che di certo ci sarà, quasi sicuramente la Finocchiaro chiederà di passare Direttamente all’Aula, anche se facendo così il testo vi finirebbe senza relatore.
C’è anche un problema legato alle presenze e alle sostituzioni in I commissione: allo stato, se i senatori ribelli vengono computati nelle opposizioni e NON nella maggioranza, il governo è sotto (14 a 13 per le opposizioni, sulla carta sarebbe 15 a 12 per il governo, computando però anche la presidente Finocchiaro, che di solito per prassi non vota, e i tre senatori della minoranza dem Gotor, Lo Moro e Migliavacca), ma Mario Mauro (Gal-Popolari per l’Italia, anti-ddl Boschi e anti-governo Renzi) sarà sostituito a breve per un riequilibrio dentro Gal che dovrebbe favorire la maggioranza. Problemi per la maggioranza ve ne sono anche dentro la Giunta per il Regolamento a cui Grasso potrebbe decidere di demandare e dirimere la questione sull’emendabilità dell’art. 2. Anche qui, Grasso ritarda le sostituzioni che vedono sotto, numericamente, il governo.

A) 170 EMENDAMENTI PRO SENATO ELETTIVO
Sono 170 i senatori (compresi i 28 della minoranza dem) e sei i gruppi parlamentari (FI-Lega-Gal-Autonomie-M5S-Misto con Sel) che hanno firmato emendamenti a favore dell’elettività diretta dei senatori. In ogni caso, se le firme sugli emendamenti della minoranza Pd sono 28, la minoranza (dai dati loro forniti) è fissata a 25 unità (i firmatari degli emendamenti contrari all’Italicum) e i loro emendamenti contro il ddl Boschi sono 17. Gli emendamenti all’art. 2 sono comunque ‘solo’ 2800, in totale, ma poi ci sono i circa 3 mila gli emendamenti degli altri gruppi (1.075 di Forza Italia, 1.043 quelli di Sel, 259 di ‘Fare’, i tosiani, 215 delle Autonomie, 194 dell’M5S), 63 quelli del Pd (31 dei renziani, 17 della minoranza dem) a tutti gli altri articoli del ddl. In definitiva, il numero degli emendamenti in totale presentati, ‘solo’ in commissione Affari costituzionali, è arrivato alla cifra record di 513.450 mila, di cui il 99,3% (510.293) solo da parte della Lega Nord, ma Roberto Calderoli, padre del Porcellum e ideatore dello slogan “li seppelliremo sotto una montagna di carta”, già ne promette circa 6,5 milioni (dic) anche per l’Aula.

B) L’ENNESIMA ‘CALDEROLATA’ (513 MILA)
Infatti, in base a un articolo del Regolamento del Senato del 1971 che impone di stampare e distribuire una copia integrale di tutti gli emendamenti a una legge a ogni senatore, ha fatto andare in tilt la macchina del Senato. Facendo i conti, 321 copie, con una copia che consta di 100 tomi da mille pagine, per un peso di 2,5 tonnellate, solo per stamparle costerebbe 2.900 euro a fascicolo. I tomi da stampare diventerebbe 32.100, le pagine impiegate 32 milioni e 100 mila per un perso complessivo di 80.290 chili e un costo stratosferico di 930.900 euro. Una task force messa in piedi dal segretario generale del Senato, Elisabetta Serafin, ha lavorato tutta l’estate per affrontare l’emergenza: con un budget annuale per la stampa degli atti di 681 mila euro, già corrosi dai 50 mila emendamenti presentati da Calderoli e altri gruppi all’Italicum, 150 funzionari del Senato hanno lavorato per fornire un supporto informatico (una chiavetta Usb) a ogni senatore con tutti gli emendamenti e alla presidente Finocchiaro sarà riservata l’unica copia cartacea.
In ogni caso, il sottosegretario alle Riforme, Luciano Pizzetti (Pd), già fa sapere che, “quando la commissione dovrà formulare i pareri di conformità degli emendamenti, dovrà stabilire se così come sono espressi rendono il testo uscito dalla Camera sostanzialmente o formalmente ‘conforme’ a quello uscito dal Senato. Se c’è una conformità sostanziale, una serie di articoli non potranno essere emendati perché i testi sono sostanzialmente identici, mentre se la conformità è solo formale, allora l’emendamento si allarga ed estende assai”. Il che vuol dire che il testo diventa emendabile. Un modo per sfrondare un po’ la ‘mole’ degli emendamenti, molti dei quali, specie quelli leghisti, scritti con la carta carbone, o modifiche e correzioni solo formali (virgole, avverbi, etc.), ma di certo – come annunciava lo stesso Pizzetti a Repubblica – “se restano così tanti la soluzione sarà di andare subito in Aula”, bypassando la commissione, con il consenso della Finocchiaro, cui invece il governo vorrebbe affidare il compito di relatore per l’Aula del ddl Boschi. Trattative con Calderoli e la Lega per il ritiro degli emendamenti sono ancora in corso.

C) QUANTI VOTI SERVONO PER ‘PASSARE’ IN AULA?
Da notare il fatto che, in questo passaggio, non trattandosi del voto finale del procedimento di revisione costituzionale, quando – alla III e IV lettura – sono necessari i voti della maggioranza assoluta dell’assemblea (il cd. ‘quorum’ del ‘plenum’: 161 voti al Senato, 316 voti alla Camera), un provvedimento, ancorché se di rango costituzionale, può passare a maggioranza semplice dei voti (basta, cioè, un voto in più delle opposizioni, anche se bisogna sempre ricordare che, al Senato, l’astensione ‘in’ Aula vale come voto contrario, a differenza del regolamento Camera). Quindi, per la maggioranza, di fatto, un problema in meno… Invece, in terza e quarta lettura, servono 161 voti al Senato e 316 voti alla Camera, cioè la maggioranza assoluta dell’Aula e, per evitare il referendum, sarebbero necessari i 2/3 dei voti.
Per quanto riguarda la tanto discussa questione dei numeri, riassumendo movimenti e sommovimenti tra i partiti, che sono continui e spesso carsici, specie a palazzo Madama, è questa.
I senatori sono 321 (315 eletti e sei senatori a vita: due presidenti ‘emeriti’, Napolitano e Ciampi, e quattro senatori nominati per meriti: Piano, Rubbia, Cattaneo, Monti), la maggioranza assoluta dell’assemblea è fissata a 161 voti (tecnicamente si dice quorum del plenum). La maggioranza, che di solito, da quando c’è il governo Renzi, veleggia sui 170 voti (voti minimi presi: 163 – voti massimi presi: 175), ha sulla carta 183/185 voti. Infatti, vanno conteggiati i 112 senatori del Pd (113 con il presidente Grasso che, però, per prassi, non vota mai), 35 senatori di Ap (Ncd-Udc), 19 del gruppo Psi-Autonomie (dove siedono tutti 5 senatori a vita, tranne Monti, che sta nel Misto), 10 del neonato gruppo Ala (i verdiniani), cinque senatori su 30 del gruppo Misto che votano con il governo (oltre Monti, Della Vedova, Margiotta, ex Pd, Bondi e Repetti, ex FI), tre senatori su 11 del gruppo Gal che pure votano con il governo (Naccarato, Davico, D’Onghia): il totale è di 183 voti, così suddivisi: 173 i voti ‘certi’ (Pd+Ap+Autonomie+Misto+Gal) più 10 (Ala) incerti. Ma dalla maggioranza vanno scomputati, a stare alle dichiarazioni dell’estate, i 28 firmatari degli emendamenti sul Senato elettivo della minoranza del Pd, così suddivisi: tre in certi e 25 voti che la minoranza considera ‘sicuri’, mentre i renziani pensano di ridurli a dieci/quindici e puntano a recuperarne a loro favore o tra gli incerti tra gli otto e i dieci. Nelle opposizioni la situazione è: 44 senatori di FI, 10 Conservatori e Riformisti (fittiani), 12 Lega Nord, 36 M5S, 25 senatori su 30 del gruppo Misto (7 Sel, tre ‘tosiani’ di Fare, 14 ex grillini, un senatore ex Scelta civica), otto senatori su 11 di Gal (Ferrara, Ruvolo e Caridi, Grande Sud, Mauro G. e Mauro M., Popolari per l’Italia, De Pin e Pepe, ex M5S, Tremonti, ex Lega) ma dove la situazione è assai fluida (i due ex M5S stanno per far rinascere, al Senato, l’Idv ed entrare in maggioranza): in ogni caso, le opposizioni sono a quota 135.
Diverse le ipotesi, per ora tutte di scuola: 183-28 (ribelli dem) fa 158, 183-25 (ribelli dem quasi tutti) fa 168, 183-15 (ribelli assai asciugati) fa 168, 183-20 (15 ribelli e 5 tra centristi vari) fa 163, 183-25 (15/20 ribelli e 5/10 centristi vari) fa 158, 183-30 (25 ribelli e 5 centristi vari) fa 153 e via a scendere, a seconde delle possibili perdite della maggioranza.

La somma delle opposizioni, che parte da una base di 135 voti, arriva invece a 160 voti (161 il quorum) solo sommandosi a ben 25 ribelli dem e li supera, fino a quota 163-165 voti, solo con 25 ribelli Pd e 5 centristi o una ventina di ribelli dem e una decina di centristi. Dunque, molto difficile cadere, per il governo e la maggioranza, nonostante le fosche previsioni della vigilia, ma solo perché va ricordato che in questo passaggio parlamentare non servono i 161 voti!!! (ma nella III e IV lettura saranno obbligatori, per la riforma).

4) LA PROPOSTA DI MEDIAZIONE PD: “IL LISTINO”

L’idea di base è stata partorita dall’ex ministro Quagliariello (Ncd), recepita dalla presidente della I commissione Finocchiaro e adottata dai tecnici del ministro alle Riforme Boschi e di palazzo Chigi. Si tratta di un’elezione “semidiretta” dei senatori e cioè di “contaminare” il nuovo Senato con il voto popolare. L’idea appoggiata anche dalla Conferenza delle Regioni, il cui presidente Sergio Chiamparino, sarebbe – con i governatori Rossi e altri – fautore di un’altra proposta di mediazione ancora: ogni Regione sceglie il modo di elezione dei suoi senatori. Proposta rilanciata dal sottosegretario Pizzetti sul Corriere della Sera, con un’aggiunta, non di poco conto: “lasciare alle regioni la possibilità di far diventare senatore chi ha preso più preferenze” (quindi fuori dal ‘listino’).

Invece, l’ipotesi del ‘listino’ prevede un elenco di consiglieri regionali ‘speciali’ (scelti, dunque, dai partiti) che, una volta eletti e ‘se’ eletti, sempre all’interno dell’elezione che si tiene per rinnovare il consiglio regionale (elezione diretta, anche se ogni regione ha la sua legge elettorale), vanno a comporre, di diritto, il nuovo Senato, che resterebbe ancorato a una forma di elettività di secondo grado. I partiti, ovviamente, sceglierebbero i nomi del listino e cioè dei senatori che ogni partito manderebbe a Roma, sempre ‘se’ eletti. Per la minoranza la soluzione va bene se, però, nell’articolo 2, viene scritto, nero su bianco, che l’elezione dei futuri senatori è “diretta” e non “indiretta”, modificando dunque la ratio dell’art, mentre per il governo e la maggioranza l’art. 2 resta scritto così e poi, nell’art. 10 (che disciplina il procedimento legislativo) o nell’art. 35 (che disciplina i limiti agli emolumenti dei consiglieri regionali, e qui va ricordato che i futuri senatori non percepiranno alcuna indennità, come Renzi ha più volte detto) del ddl viene inserita la norma che introduce il ‘listino’ direttamente nel testo del ddl o rimandandone l’attuazione alla legge ordinaria.

Il ministro alle Riforme, Maria Elena Boschi

Il ministro alle Riforme, Maria Elena Boschi

5) I TEMPI TECNICI DELLA RIFORMA (IN TEORIA…)

Una revisione costituzionale comporta quattro letture (art. 138). Ma ogni lettura deve essere identica nelle due Camere, altrimenti il testo continua a fare la cd. ‘navetta’ in entrambe e la lettura resta sempre quella: in sostanza, ‘non’ avanzano le letture. Inoltre, dal 15 ottobre le Camere saranno impegnate a discutere la Legge di Stabilità (sessione di bilancio). Ecco perché Renzi vuole che il ddl Boschi venga licenziato entro e non oltre quella data.
Perché, nonostante l’attuale ‘navetta’ e il sicuro ritorno del testo dal Senato alla Camera siamo dentro la I lettura (!!!). L’ipotesi è: prima lettura definitiva entro dicembre 2015 con la Camera che accetta le modifiche del Senato (quelle del passaggio in corso). Poi, fatti i due passaggi delle prime due letture compiute dalle due Camere finalmente in copia conforme, devono passare i tre mesi di intervallo (o di ‘riflessione’) previsti dalla Cost (art. 138). Le ultime due letture, di solito, per una sorta di prassi costituzionale, quando si tratta di revisione della Costituzioni, sono veloci e identiche, una sorta di ‘prendere o lasciare’ che non modifica, precludendo le modifiche del testo approvato tra la I e la II lettura delle Camere (così dicono i regolamenti parlamentari delle Camere sui procedimenti di revisione costituzionale).
A quel punto, presumibilmente a marzo 2016, si chiude il processo di revisione costituzionale dentro il Parlamento, ma per indire il referendum – sicuro che si farà perché chiesto da Renzi, ma comunque anche perché non ci saranno mai i 2/3 dei voti in Parlamento – servono sei-sette mesi di tempi ‘tecnici’ per indirlo. Ergo, il referendum non si terrebbe prima di settembre-ottobre (naturalmente del 2016), ma più probabile in ottobre, anche se Renzi aveva più volte parlato di referendum entro giugno 2016.
A quel punto, spetterà al popolo italiano dire sì o no al ddl Boschi e al suo ambizioso tentativo di riformare la Costituzione, con due precedenti: nel 2001 la revisione costituzionale del Titolo V proposta dall’allora centrosinistra al governo venne approvata dai cittadini mentre, nel 2005, la Devolution proposta dal centrodestra allora al governo, venne bocciata. Nel primo caso la riforma costituzionale entrò in vigore, nel secondo no.

FONTI:

1) ddl Boschi (rubricato come Atto Senato 1429-B)
http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Ddliter/45358.htm

2) dossier dell’ufficio servizio studi del Senato della Repubblica
http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00930268.pdf

3) diversi articoli di stampa usciti nel mese di agosto su vari quotidiani (Repubblica, Corsera, QN, etc.) e, in particolare, quelli di Andrea Fabozzi su il manifesto del 29 luglio/19 agosto.

NB. Questo articolo è stato scritto in forma originale per il blog di QN (http://www.quotidiano.net)