Rosatellum, gli studi riservati del Pd: chi ci guadagna e chi ci perde. Un articolo di analisi e di cifre…

Il mio articolo di oggi 12 ottobre 2107, qui riportato in versione estesa, è stato scritto x Quotidiano.net e pubblicato, stamane, in versione ridotta. Tratta di #leggelettorale e #Rosatellum: chi ci guadagna e chi ci perde? Studi dei partiti a confronto tra cui uno riservato del Nazareno. Ne parlano Dario Parrini Federico Fornaro #youtrend. Qui sotto trovate il link. 

http://www.quotidiano.net/politica/rosatellum-bis-1.3458530

E lo trovate on line nella home page del sito Internet di QN @Quotidianonet

modello-scheda-elettroale-rosatellum-02

La versione integrale, pubblicata qui, in esclusiva, solo per il blog, dell’articolo. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Chi ci guadagna e chi ci perde, con il Rosatellum? In Transatlantico girano previsioni terrificanti che agitano i peones democrat e li tentano in vista del voto segreto finale, previsto per stasera, dopo l’ultimo voto di fiducia, previsto questa mattina, sul testo.  Ma il Pd ha in mano uno studio riservato, di cui diamo conto, che dice il contrario: anzi, con il Rosatellum una coalizione di centrosinistra non solo guadagna più seggi (circa 40 rispetto al doppio Consultellum) ma col 33% può arrivare al 41% dei seggi.

Innanzitutto va detto che il Rosatellum è una legge elettorale che si compone di un mix di collegi uninominali maggioritari per il 37% e di collegi plurinominali scelti con metodo proporzionale per il 63% dei seggi. Ma ‘come’ il Rosatellum trasforma i voti in seggi? La base di partenza sono, ovviamente, i 630 seggi della Camera che prenderemo come base di riferimento per comodità di calcolo (al Senato i conti sono parzialmente diversi per la suddivisione dei voti in circoscrizioni a base regionale che lo contraddistingue e la per la diversa formazione dell’elettorato sia attivo che passivo, dato che si vota solo dai 25 anni in su). Il Rosatellum prevede, alla Camera, l’assegnazione di 232 seggi in collegi uninominali maggioritari (6 in Trentino-Alto Adige, 1 in Valle d’Aosta, 225 nelle altre 18 regioni), secondo il principio del first past the post (“il primo – cioè il vincitore – prende tutto”, frase icastica nella logica del maggioritario in uso, storicamente, in Gran Bretagna), e di altri 398 seggi (di cui 12 per gli italiani all’estero) in collegi plurinominali su base proporzionale. Le soglie di sbarramento sono due: il 3% per ogni lista, il 10% per le coalizioni di liste, sempre su base nazionale. Una coalizione che non ottiene il 10% dei voti garantisce solo alle liste coalizzate che hanno superato il 3% dei voti di accedere alla ripartizione dei seggi. Invece, a favore delle coalizioni di liste che superano il 10% dei voti su scala nazionale, interviene un meccanismo poco noto ma che ha un effetto ‘moltiplicatore’ dei seggi per i più grandi perché, ai partiti che hanno superato il 3% dei voti, vengono assegnati, in modo pienamente proporzionale rispetto alla circoscrizione in cui si sono presentati nella parte proporzionale, anche i seggi dei partiti presenti con loro nella stessa coalizione e che hanno superato l’1% dei voti ma non hanno raggiunto il 3% dei voti (la soglia). Invece, per ogni coalizione, che abbia o meno superato il 10% dei voti, i voti alle liste che restano sotto l’1% finiscono ‘buttati’, cioè inutilizzati: quelle liste non eleggono deputati, ovviamente (si elegge con il 3%) né contribuiscono a farli eleggere ad altri. Infine, ogni candidato di collegio usufruisce di tutti i voti raccolti dalle liste che lo sostengono: sia quelle sopra il 3%, sia quelle sotto il 3% e anche quelle sotto l’1%.

La simulazione più attendibile e più nota, invece, rispetto agli attuali sondaggi elettorali, è quella del sito di sondaggi e proiezioni You Trend. Stima in 22-247 i seggi vinti da una coalizione di centrodestra (FI-Lega-FdI), con circa il 32,9% dei voti (13,4% Fi, 14,8% Lega, 4,7% FdI); in 222-247 seggi una di centrosinistra (Pd+Ap, stimati al 27,8% e 2,4%), 163-183 seggi all’M5S (27,7%), 14 seggi a Mdp-SI (al 3%).

Ma i conti che ‘girano’ tra le forze politiche sono molto diversi. In uno studio di un senatore di Mdp, Federico Fornaro, molto esperto di sistemi elettorali, ad esempio, per il Pd si prospetterebbe una Vandea o, in pratica, un bagno di sangue. Fornaro stima in appena gli 75 eletti nei collegi uninominali per il Pd+altri, 115 quelli del centrodestra, 115 al M5S e zero per Mdp-SI. Nel proporzionale Fornaro assegna 120 eletti al Pd, 114 all’M5S, 55 a FI, 60 alla Lega, 19 a Fratelli d’Italia e 19 alla lista Mdp.

Lo studio di Fornaro ha gettato il panico nelle file dei peones dem che temono di non riuscire a farsi eleggere in molte zone del Nord, dove la Lega è forte, ma anche in Lazio e al Sud, causa l’M5S. Anche tra gli azzurri regna la paura: molti deputati temono di dover cedere troppi eletti alla Lega al Nord e di non farcela al Sud. Ma al Nazareno hanno in tasca altre stime e proiezioni. Va premesso che, con l’attuale “doppio Consultellum”, sistema di base proporzionale figlio di ben due sentenze della Consulta che prevede un doppio sistema di voto differente tra la Camera (premio alla prima lista che ottiene il 40% dei voti, soglia nazionale al 3%, mix di capolista bloccati e preferenze, nessuna possibilità di creare coalizioni) e il Senato (soglia di sbarramento regionale all’8% per le liste, al 20% per le coalizioni e al 3% per ogni lista in coalizione, solo preferenze, su base regionale, nessun premio), i big dem prevedevano 215 seggi a una coalizione di centrosinistra, 200 al centrodestra, 180 seggi a M5S, 35 a una lista di Mdp-Sinistra. Con il Rosatellum, invece, il Nazareno stima di ottenere, per il Pd e i suoi alleati molti più seggi. Seggi che sarebbero così ripartiti: nel proporzionale, 145 seggi a Pd+altri, 135 al centrodestra, 100 a M5S, 20 a quella che chiamano la “Cosa rossa” (Mdp-SI-altri). Nei 225 collegi uninominali 110 seggi vinti dal centrosinistra, 80 dal centrodestra, 40 a M5S, zero alla Sinistra. Totale, sommando le due parti (collegi e proporzionale): 255 seggi al centrosinistra, 215 al centrodestra, 140 all’M5S e 20 seggi a quella che, al Nazareno, chiamano ‘Cosa Rossa’. Morale: il Pd più alleati guadagnerebbe, rispetto al Consultellum, almeno 40 seggi, il centrodestra ne guadagnerebbe solo 15, l’M5S ne perderebbe 40, la Sinistra circa 15.

Dario Parrini, deputato toscano renziano ed esperto di sistemi elettorali, la mette così: “Grazie alla disproporzionalità del sistema, dovuta alla parte maggioritaria, una coalizione che ha il Pd in mezzo e due forze nelle ali, una al centro e una a sinistra, può vincere col 33-34% dei voti. Una cifra che, grazie alla quota uninominale, può dare il 40-41% dei seggi. Inoltre, i media e gli elettori concentreranno la loro attenzione sui collegi uninominali, dove ci terranno le sfide: lì noi avremo candidati  riconoscibili, autorevoli e radicati. Il voto nel collegio, per come è strutturato, ‘trascinerà’ quello delle liste. La Cosa Rossa? Non supererà i 20 deputati”. Chi ha ragione? Beh, questo lo potranno decidere solo gli elettori alle prossime elezioni.

NB: Articolo pubblicato sul Quotidiano Nazionale a pag. 4 del 12 ottobre 2017

Annunci

Il Rosatellum, per ora, va (in commissione), ma i rischi in vista dell’Aula restano. Tira aria di fiducia ‘tecnica’ sulla legge elettorale

ettore rosato

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Chi ama il parlamentarismo e lo vuole difendere”, s’inalbera il deputato di Mdp Alfredo d’Attorre quando gli chiedono di tagliare corto il suo intervento (e non è il primo) che va avanti da oltre mezz’ora, “capisce che questo non è il momento della sintesi!”. Paradosso vuole, però, che sia solo il prode soldato D’Attorre (ieri lasciato, in diretta radio e social, dalla bella fidanzata, Sara Manfuso, ahi lui, che pare aspiri a un seggio ma nel Pd, ari-hai lui) a fare un tosto e plateale ostruzionismo alla nuova legge elettorale, il Rosatellum bis, che si va materializzando a colpi di (pochi, per ora) voti nella commissione Affari costituzionali della Camera. Infatti, i 5Stelle, che urlano ogni giorno contro l’Anti5Stellum, o Imbrogliellum, non lo fanno (contrari pure Fd’I e SI): si limitano a farsi bocciare il sistema tedesco che morì a giugno e a proporre alcuni emendamenti “qualificanti”. Mdp, invece, ha dichiarato guerra ad alzo zero, e non solo al Pd. Infatti, sempre D’Attorre tuona: “Si è formata una maggioranza alternativa che spacca quella di governo per colpire e isolare Mdp”. I demoprogressisti hanno perciò adottato la tattica del vietcong nelle paludi del Mekong: rallenta l’avanzata dell’esercito nemico se non si riesci a sconfiggerlo. Ergo, su 300 emendamenti presentati in commissione, ieri ne sono stati votati soltanto tre.

Si tratta delle preferenze e della riproposizione di modelli discussi in passato (Mattarellum e sistema tedesco): tutti, ovviamente, bocciati, anche perché in commissione si vota a scrutinio palese. Poi ci sono gli emendamenti ‘accantonati’ dal relatore (Emanuele Fiano, Pd) che sono molti e assai qualificanti: il voto disgiunto tra collegi uninominali e parte proporzionale, il numero delle pluri-candidature, la proporzione delle norme di genere, la raccolta delle firme, il numero dei collegi, le soglie di sbarramento. Su quest’ultimo punto è ancora aperta la trattativa: “Nel testo base – spiega Fiano – i voti ai partiti sotto l’1% vanno persi, sono cioè inutilizzabili anche dagli altri partiti con cui si è in coalizione per evitare la proliferazione delle liste civetta. Le liste più grandi si ripartiscono invece i voti dei partiti che prendono tra l’1% e il 3%, soglia di sbarramento nazionale valida per tutti i partiti alla Camera come al Senato, ma solo se la coalizione di cui fanno parte ha superato il 10%. In questo caso, però, non si tratta di liste civetta ma di signor partiti, quelli sopra l’1%”. Ma Forza Italia chiede di conteggiare anche i partiti sotto l’1% per ingrossare la sua coalizione con liste un po’ farlocche e un po’ no di sostegno come il partito degli animalisti della Brambilla, la Dc di Rotondi, il partito della Bellezza di Sgarbi, i liberali, i repubblicani, Scelta civica di Zanetti, etc. mentre Ap chiede di abbassare la soglia del 3%, anche se solo al Senato, e di conteggiarla solo lì su base regionale.

Eppure, anche se lento pede, il Rosatellum bis avanza, per ora, sostenuto dalla sua maggioranza ‘quadripartita’ (Pd-Fi-Lega-Ap): entro venerdì la commissione dovrebbe licenziare il testo base, anche se a tappe forzate (giovedì l’Aula sospenderà i lavori per permettere alla commissione di lavorare tutto il giorno) e dare mandato al relatore Fiano per mandarlo in Aula il 10 ottobre (tempi previsti di chiusura il 14 ottobre, dopo passerà al Senato) mentre venerdì 6 è convocata la Direzione dem per discuterne. Il deputato dem Parrini ritiene che “il consenso che si è formato è più largo nel Pd e negli altri partiti di quello che c’era, a giugno, sul sistema tedesco”. Sarà, si vedrà. Stasera, alla riunione del gruppo dem ci sarà maretta: la minoranza interna di Orlando e Cuperlo cercherà di piantare alcune bandierine (il voto disgiunto) e altri malumori non mancheranno, causa i fan delle preferenze. Infine, che ci saranno, in Aula, dove il voto segreto è ammesso, molti franchi tiratori lo sanno tutti. Nel Pd, su 90 voti segreti, ne contano già “almeno un centinaio”: potrebbero affossare la legge. Marco Meloni, deputato vicino a Enrico Letta, lo annuncia chiaro: “In Aula voterò, a scrutinio segreto o palese, tutti gli emendamenti che rimettono le preferenze”. Quanti altri lo faranno senza dirlo? Forse anche per questo aleggia, nel Pd, una tentazione: chiedere al governo di mettere la fiducia, sulla nuova legge elettorale, e blindare il provvedimento mettendolo al riparo dai voti segreti. Ma anche questo strumento ha diverse controindicazioni: comunque darebbe adito a molte polemiche politiche; coinvolgerebbe in prima persona il premier Gentiloni che non sarebbe più un osservatore né un attore ‘terzo’ davanti alla questione legge elettorale da cui si è, invece, non a caso tenuto sempre alla larga (Mdp, ostile alla riforma, è in maggioranza e così gruppi minori); sul voto finale, anche con la fiducia, ci sarebbe comunque il voto segreto e così rischierebbe non solo il Pd, ma anche il governo. Infine, FI e Lega dovrebbero dare una fiducia ‘tecnica’ a un provvedimento che diventerebbe altamente politico, subendo critiche al loro interno. Ma del resto, se non lo facessero il patto a quattro stipulato da questi due partiti di opposizione con Pd e Ap salterebbe del tutto e la legge elettorale non sarebbe più condivisa da un arco di forze politiche che supera i confini della maggioranza, il che di certo non piacerebbe al Capo dello Stato.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 4 ottobre 2017 sul Quotidiano Nazionale  

Legge elettorale. NEW! Come funziona il “Mattarellum rovesciato” o “Rosatellum bis” e il punto politico sulle trattative Pd-FI vicine all’accordo

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

  1. UN PICCOLO VADEMECUM. COS’E’ IL “MATTARELLUM ROVESCIATO”

Il nuovo testo di legge elettorale che il Pd, attraverso il relatore Fiano, presenterà domani in commissione Affari costituzionali della Camera si può definire un “Mattarellum rovesciato” perché prevede l’assegnazione dei seggi in proporzione quasi esattamente rovesciata rispetto al Mattarellum (75% di collegi maggioritari e 25% di recupero proporzionale): in questo caso il 64% dei seggi sarebbe attribuito con metodo proporzionale e il 36% in collegi maggioritari a turno unico (la proporzione, a seconda di come si calcolano i seggi attribuiti alla circoscrizione del Trentino Alto-Adige e Valle d’Aosta, collegi uninominali maggioritari per forza di Costituzione, può essere valutata in 37% di maggioritario e 63% di proporzionale). Viene anche detto ‘Rosatellum 2.0’ perché una prima versione di un sistema mix tra maggioritario e proporzionale (50% per ognuna delle due parti) era stata presentata, a maggio scorso, dal capogruppo dem alla Camera dei Deputati, Ettore Rosato.

Il nuovo sistema prevede la possibilità di stringere coalizioni ma non l’indicazione del capo coalizione. La scheda è unica. Non è ammesso lo scorporo degli eletti nella quota maggioritaria da quelli della quota proporzionale né il voto disgiunto (non si può votare il candidato nel collegio di un partito e il partito di un altra coalizione). Camera e Senato vengono suddivisi in 28 circoscrizioni  per la Camera e 20 per il Senato (pari alle regioni) e circa 70 (al massimo 77) collegi plurinominali all’interno dei quali vi saranno i collegi uninominali. La definizione delle circoscrizioni è importante per il recupero dei resti, su base nazionale, una volta superato lo sbarramento al 3%. Le coalizioni saranno possibili solo su base nazionale. La Camera (630 seggi) è così divisa: 232 collegi uninominali (231 quelli indicati da Fiano più uno in Valle d’Aosta) dove il primo arrivato prende il collegio, e 386 collegi plurinominali dove l’elenco degli eletti si calcola con metodo perfettamente proporzionale e si basa su liste bloccate corte di 2-4 nomi (probabile, se non certa, l’alternanza di genere uomo-donna), più i 12 collegi all’Estero (eletti sempre con sistema proporzionale).

Il Senato (315 seggi elettivi) avrebbe 116 collegi uninominali (115 più uno della Valle d’Aosta, 193 collegi plurinominali (sempre su liste bloccate corte di 2-4 nomi) e i 6 collegi all’Estero per un totale di 315 seggi elettivi (gli altri sono senatori a vita). Lo sbarramento nazionale è fissato in entrambe le Camere al 3% dei voti sempre e solo per la quota proporzionale mentre nei collegi il primo che vince prende tutto. Naturalmente i voti ai partiti che non superano il 3% vengono redistribuiti tra quelli che superano la soglia di sbarramento nella parte proporzionale, dando loro seggi in più.

Ma come avverrebbe il voto? Su un’unica scheda sarebbe indicato il candidato del partito e/o coalizione da votare nel collegio uninominale e, sotto o al suo fianco, i nomi dei partiti o partito che lo sostengono nella parte proporzionale: il voto al candidato nel collegio deve essere ‘rafforzato’, se si vuole votare il partito collegato, dal voto al partito mentre il voto al partito trascina il voto al candidato del collegio. Dunque, barrando il simbolo del partito, il voto andrà contemporaneamente al candidato del collegio e al partito per la parte proporzionale. Se invece l’elettore barrerà solo il nome del candidato nel collegio uninominale, e non quello del partito o di uno dei partiti che lo sostengono, verrà meno la sua scelta per la parte proporzionale. Ne consegue che la somma dei voti per i collegi uninominali e quella della parte proporzionale potranno differire.

Non  sono previsti premi di maggioranza espliciti, ma chi conquista molti collegi godrebbe di una sorta di premio di maggioranza ‘implicito’, specie se forma una coalizione: conquistare molti seggi nei collegi può favorire (anche se non impone, perché i partiti di una coalizione elettorale potrebbero separarsi subito dopo il voto) la nascita di maggioranze parlamentari più stabili.


 

2. Legge elettorale, l’ultimo azzardo del Pd. Berlusconi sempre più tentato. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

“E’ un azzardo, ma ci proviamo. Se non va in porto neanche questo tentativo vorrà dire che si voterà con le leggi attuali, ma nessuno potrà dire che il Pd ci non ha provato fino all’ultimo”. Così, dal Nazareno, si parla dell’ultimo ritrovato, in fatto di legge elettorale, di casa dem: il Fianum 2.0, dal cognome del relatore Fiano che presenterà domani il nuovo testo in commissione Affari costituzionali per cercare di approvarlo in pochi giorni e non perdere l’ultimo treno utile, il contingentamento dei tempi in Aula, che scade a fine mese. Il “Mattarellum rovesciato” ribalta le proporzioni della legge che porta la firma di Sergio Mattarella: prevede il 36% di collegi maggioritari unininominali e il 64% di collegi plurinominali, cioè di eletti con metodo proporzionale.

I renziani sono tutti convinti di farcela e di portare il nuovo testo base a dama e Renzi stesso ha chiesto loro di “provarci davvero”. Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria ci lavora da giorni e ora dice: “Abbiamo messo in campo una proposta per sbloccare l’impasse. Serve un accordo ampio, è ovvio, ma la traccia è chiara: un impianto proporzionale con una quota maggioritaria che noi avremmo preferito più ampia, ma che abbiamo ridotto per venire incontro alle esigenze degli altri (leggi FI, ndr.). Spero che tutti quelli che chiedevano a gran voce una nuova legge elettorale ora siano conseguenti (leggi Mdp, ndr.)”, sapendo che non lo saranno. Ma anche sapendo che – come dicono al Nazareno – noi rischiamo di non avercela, la coalizione, se non stacchiamo Pisapia da Mdp e Calenda e altri centristi da Alfano. Ma vale la pena rischiare”. Dario Parrini, renziano esperto di sistemi elettorali, ritiene che “è una proposta seria: favorisce la governabilità in modo equilibrato e va incontro alle esigenze di un largo arco di forze politiche”.

Il problema, dunque, sono ‘gli altri’. I contrari si fa presto a dirli: M5S (“Proposta oscena”) e Mdp (“Il Pd butta la palla in tribuna”) mentre Pisapia nicchia: di nuovo in rapporti tesi con i suoi alleati (Bersani e D’Alema), incrocia le lame con il capogruppo dem, Rosato, che gli chiede “uno scatto di coraggio”, come già Orlando, ma non chiude: “noi siamo per un legge che fornisca governabilità, rappresentanza, possibilità di scegliere i candidati”. A Lega e Fratelli d’Italia, assenti perché stanno disertando le aule, il nuovo testo del Pd non dispiace: incentiva le coalizioni e non li obbliga al ‘listone’ con FI. Ap apprezza “l’apertura di dialogo”: del resto, lo sbarramento al 3% è quanto di meglio potessero avere (e anche per Pisapia, in realtà). Il busillis resta Forza Italia: negli azzurri del Sud, timorosi di perdere i seggi nei collegi per mano di M5S e Pd, la proposta non è ben vista e Berlusconi è ostile, da sempre, ai collegi e al maggioritario. Eppure, la quota alta di parte proporzionale presente nella proposta Fiano, con le liste bloccate, ma anche di collegi dove vince solo il primo, gli garantirebbero il ferreo controllo sugli eletti (come pure al Pd). Non a caso Denis Verdini, in via di riavvicinamento al Cavaliere, ad amici dice: “ora bisogna convincere Silvio, ma si può fare. Con questa legge evita il listone, fa il pieno dei voti e si frega l’M5S”. E ieri sera il Cavaliere avrebbe dato il via libera all’accordo che, a questo punto, registra la contrarietà solo di Mdp, Fratelli d’Italia e dell’M5S mentre gode del favore di Pd, FI, Ap e di altre piccole formazioni centriste e autonomiste, compresa l’Svp. L’altro ieri, però, Renzi frenava: “Non so se ci sarà una proposta di legge condivisa, so solo che gli altri partiti stanno facendo solo melina, vedremo”. Certo è che i collegi e le coalizioni sono la carta vincente di centrodestra e centrosinistra mentre i Cinquestelle non avrebbero altrettanta fortuna: i collegi – e, dunque, un consistente premio di maggioranza sotto forma di collegi uninominali vinti (circa 100 su 231 alla Camera) potrebbe arridere e aiutare il miglior piazzato.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 20 settembre 2017 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale.

 

Legge elettorale, Renzi vuole andare a votare con il sistema che c’è. Intanto, dice no al Provincellum

aula-del-senato

L’aula di palazzo Montecitorio, sede della Camera dei Deputati

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Io volevo cambiare il sistema elettorale, ma ho perso. Ora c’è il proporzionale e la palude? Non venite a cercare me”, Matteo Renzi, dagli studi di Porta a Porta, scarica sugli altri, sul partito dell’accozzaglia, “quelli del proporzionale”, la responsabilità dell’attuale impasse sulla legge elettorale. Poi, però, mette in guardia tutti e avvisa i diversi naviganti: “Non facciano giochini. Hanno in testa il Provincellum. Un sistema che non ha preferenze, un sacco di collegi e poi non sai chi passa. Facciano la legge elettorale che vogliono ma il sistema sia chiaro: se io voto Renzi so che eleggo Renzi”.

Al di là del fatto che il Provincellum lo ha ideato un suo fedelissimo, il toscano Parrini (è un sistema che assegna gli eletti sulla base di circoscrizioni ampie come le attuali Province: passa il primo, ma la gara non è solo con gli altri ma anche interna ai partiti perché vale il quoziente più alto rispetto ai collegi vicini dentro ogni lista o coalizione), in realtà, il leader e presto di nuovo segretario del Pd ha in mente una cosa sola: andare a votare, appena sarà possibile, – magari a ottobre, magari il 5 novembre, quando si vota in Sicilia – “con la legge che c’è”, spiega uno dei suoi. E cioè  “con l’Italicum alla Camera e il Consultellum al Senato, facendo solo dei piccoli aggiustamenti tecnici, per armonizzarli al meglio, con un decreto del governo”. Renzi ritiene che le possibilità di fare una legge elettorale ex novo siano ridotte al lumicino,  perché gli interlocutori non sono affidabili, quindi resta, appunto, solo la strada del decreto legge per armonizzare i due sistemi. “Noi abbiamo proposto di tutto – si spiega dal Nazareno -, ma i nostri possibili interlocutori, da FI a M5S, sono e restano sfuggenti. A fine maggio si va in Aula, lì ognuno si assumerà le proprie responsabilità davanti al Paese, ma se non si esce dall’impasse e non si trova l’accordo, vorrà dire che il governo sarà costretto a fare un decreto legge per sistemare e armonizzare al meglio i due attuali sistemi elettorali e andremo a votare così. Mattarella vuole una legge tutta nuova? Anche lui dovrà farsene una ragione”.

Formalmente, il Pd è impegnato, dal vicesegretario Guerini – che ha in mano la pratica, su preciso mandato di Renzi – ai capogruppo di Camera e Senato Rosato e Zanda a trovare la quadra. E, a pelo d’acqua, sembra che qualcosa si muova. Ieri, per dire, la Prima commissione Affari costituzionali della Camera ha annunciato, per bocca del suo presidente, il civico Mazziotti di Celso, che è stato fissato al 12 maggio il termine per gli emendamenti e che, entro il 25 maggio, si darà mandato al relatore (sempre lui) di scrivere “un testo base” in vista dell’approdo in Aula fissato per il 29 maggio. E proprio in seno alla prima commissione, e con il beneplacito del presidente Mazzotti, una serie di gruppi parlamentari (i centristi di destra e di centrosinistra, la Lega, pezzi del Pd, Mdp) guarderebbero con favore proprio al Provincellum stoppato da Renzi come testo base. Il percorso di guerra, in ogni caso, è irto di ostacoli, come si sa: il Pd ha rilanciato, dopo il Mattarellum, con la proposta Fiano (collegi uninominali, premio alla lista, soglia unica al 5%), l’M5S ripropone il Legalicum, FI e centristi chiedono il premio alla coalizione e soglie di sbarramento basse, Mdp vuole togliere i capolista bloccati e i 5Stelle pure, etc. Nel merito, per Renzi le colonne d’Ercole restano due: premio da assegnare alla lista, non alla coalizione (“Anche Franceschini – spiegano dal Nazareno – si è convinto: solo così possiamo competere con i 5Stelle e spaccare la destra che, senza in premio alla coalizione, si presenterebbe divisa e noi per il primo posto ce la giocheremmo con i grillini”) e soglia di sbarramento sostanziosa, fissata almeno al 5%. Difesi a testuggine questi due capisaldi, “su tutto il resto” (collegi o preferenze, appunto) – dice Renzi ai suoi – “si può trattare, ma sapendo che i capolista bloccati quelli che, a parole, li vogliono togliere, li vogliono mantenere, 5Stelle compresi”. Dal 30 aprile si riaprono tutti i giochi.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 28 aprile 2017. 

 

Pd postConsulta. Renzi esulta: ho ancora il pallino in mano, si voterà a breve. E, alle prossime elezioni, le liste le faccio io

>>>ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO

Pubblico di seguito due articoli scritti negli ultimi due giorni (26-27 gennaio 2017) su QN.

ROMA
«LA NOSTRA dead line – spiega il renziano di prima fascia – è febbraio. Entro la fine di quel mese, una volta conosciute le motivazioni della Consulta (arriveranno il 10 febbraio, ndr) si capirà se gli altri partiti, Forza Italia in testa, vogliono fare sul serio per ‘armonizzare’ al meglio le due leggi elettorali fatte, entrambe, dai giudici (il Consultellum e l’Italicum, ndr). Altrimenti, non c’è problema. Andremo al voto a giugno con quello che c’è e cioè due leggi elettorali compatibili e applicabili, come ha detto la Consulta stessa». La data fissata per il voto anticipato nei desiderata di Renzi la conoscono, ormai, pure i sassi di Montecitorio: è l’11 di giugno, in contemporanea con le elezioni amministrative di oltre mille comuni. “Così facciamo vedere che si risparmia”, spiegano altri renziani desiderosi di ben figurare.

LA DATA della dead line (fine febbraio) per trovare un accordo – «la variabile non è il tempo, che non abbiamo da perdere, ma la volontà», dice il senatore Andrea Marcucci – è invece l’ennesima novità. Ma si sa, l’appetito vien mangiando e a ingolosire il segretario dem sono arrivati pure i soliti sondaggi in cui il Pd si colloca, stabilmente, sopra l’M5S di cinque lunghezze: intorno il 31,7%-31,8% i dem, intorno al 27% invece i grillini.
Ecco il perché del clima di felicità che si respira al Nazareno e che già dall’altro giorno, quando Renzi e i suoi attendevano ansiosi e agitati il responso della Consulta, si va trasformando in euforia, forse pure un po’ iettatoria, decisamente assai eccessiva.
Tanto che è rimasto solo lui, ‘Matteo’, a predicare la filosofia che, di solito, predica il vicesegretario Pd Lorenzo Guerini: quel «calma e gesso» di andreottiana memoria che è il nuovo mantra del segretario dem, il quale sa che i pericoli davanti sono ancora tanti. Per l’inner circle dell’ex premier, invece, i teorici impedimenta al voto cadranno come birilli.

MATTARELLA, per dire. «Ma come?», spiega un renzianissimo che i sistemi elettorali li mangia a colazione, pranzo e cena, «proprio Mattarella ideò una legge con due modalità ben differenti di elezione: collegi e liste bloccate alla Camera, collegi e recupero dei migliori perdenti al Senato. Come potrebbe, il padre del Mattarellum, eccepire, ora, a due leggi elettorali solo di poco realmente difformi e facilmente armonizzabili?». Mah, sarà. Eppoi, davvero il Quirinale scioglierà, davanti alla richiesta del Pd, le Camere? Gli spifferi che arrivano dal Colle paiono, ai renziani, effluvi tutti largamente positivi: «La frase chiave della loro sentenza, quella sulla immediata applicabilità della legge, i giudici della Consulta, prima di scriverla nero su bianco, l’hanno sottoposta al Colle».
E Gentiloni, possibile che si faccia da parte, a uno scocchiar di dita di Renzi senza dir nulla? Possibile, per i renziani, che spiegano: «l’intesa tra Matteo e Paolo è totale nel reciproco rispetto dei ruoli». Gentiloni, peraltro, andrà a Rimini, sabato, se gli riuscirà (è a Lisbona, quel giorno), a omaggiare la rentreé pubblica dell’ex premier, come pure parleranno dal palco i due ministri nuovi fiori all’occhiello di Renzi: quello all’Interno, Minniti, con la sua nuova politica sui migranti e sui Cie, e Delrio, per i soldi, da usare in campagna elettorale.
Resterebbe la famosa ‘palude’, un Parlamento dove i tacchini non vogliono mai festeggiare il Natale, e cioè a casa prima del tempo: «il problema, se, come sarà, il Pd, cioè il partito di maggioranza relativa, a staccare la spina, non si porrà», la risposta. Tradotto: tutti a casa.
E il Pd? Al netto della minoranza bersaniana – che guarda con sempre più forza a D’Alema (l’appuntamento clou è a Roma, sabato mattina) e a una scissione dal Pd, di fatto, pronta – i big (Franceschini, Orlando) non vorrebbero arrivare al voto ‘solo’ nel 2018 passando, ‘prima’, per il congresso dem e magari trovando, per strada, un campione anti-Renzi? Ed è qui che il volto del renziano si fa beffardo: «La Consulta ha lasciato intatti i capolista bloccati. In più, molti big hanno il problema di aver già superato il limite dei tre mandati previsto dallo Statuto. Se vogliono la deroga, è a Matteo che la devono chiedere». Insomma, i renziani sono sicuri: «Non si farà alcuna modifica alla legge elettorale e andremo al voto con le leggi fatte dalla Consulta». Eccolo il fantastico mondo non di Amelie, ma dei Renzi boys. Se la realtà sarà diversa non ci vorrà molto tempo per capirlo.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 5 del Quotidiano Nazionale il 27 gennaio 2017 (http://www.quotidiano.net)


COMUNICAZIONI DEL PREMIER RENZI ALLA CAMERA IN VISTA DEL CONSIGLIO UE

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini a Montecitorio (foto Ansa)

ROMA
«ORA abbiamo la pistola carica, e la stiamo per mettere sul tavolo» – spiega il renziano di prima fascia che ieri ha atteso, fianco a fianco di Matteo Renzi, al terzo piano del Nazareno, notizie dalla Consulta mentre le ore che seguivano ai minuti e i minuti alle ore in modo lento, fiacco, ma inesorabile. «La Consulta – continua – non solo ha salvato il cuore dell’Italicum, che è e resta una buona legge, bocciando solo il ballottaggio, ma ha scritto, nero su bianco, che le due leggi elettorali che risultano dall’Italicum e dal Consultellum sono immediatamente applicabili e fruibili. Vuol dire che si può andare a votare in qualsiasi momento. Ora spetta agli altri, e segnatamente a Forza Italia – spiega la fonte – decidere se vogliono un accordo politico alto e forte, sul sistema elettorale, o no, ma in ogni caso nulla osta più al voto anticipato. Di certo, di fronte a Lega e M5S che urlano “al voto! al voto!”, non saremo noi a fare la parte di quelli che hanno paura di andarci. Infine, – e qui la voce della fonte si fa sardonica, perfida – la Consulta ha mantenuto in vita i capolista bloccati, punto che in molti, dalla minoranza nostra interna agli azzurri, credevano sarebbe stato cassato. E quelli della minoranza li vedo assai ‘spompi’ (fiacchi, ndr). Le liste elettorali, alle prossime elezioni, le facciamo noi, da qui, al Nazareno». Parole che suonano più come una minaccia che come una constatazione, anche rispetto alle altre aree interne al Pd, quelle dei vari big, che avanzano, da tempo, molte pretese, nei confronti di Renzi, ma che dovranno, ora, contrattare i posti sicuri da mettere in lista.

INSOMMA, stavolta «Matteo non è che è felice, è proprio contento, qui al Nazareno stiamo stappando lo spumante, dopo la sentenza», racconta allegra un’altra fonte. E dopo giorni di Renzi abscondito – non dava interviste, non si faceva vedere in giro, non parlava – e che appariva nervoso, sospettoso, indispettito (persino con Gentiloni, pare, si è risentito), ora è tornato «felice» e lo fa dire ai suoi. Del resto, è tutta la giornata del segretario che è andata bene. Di prima mattina lancia il suo nuovo blog, scrive che «il futuro, prima o poi, torna» (forse già vedeva elezioni), attacca le «letterine ridicole» della Ue, ribadisce che il Pd «vuole tagliare le tasse», saluta la vecchia segreteria (è un benservito, in realtà) e annuncia quella nuova, già pronta, ma che non annuncerà prima di sabato prossima.

Poi il segretario si fa lirico: «Riprendo un cammino fisico fatto di passi, incontri, sguardi con vecchi amici che non vedi da tempo, ora finalmente c’è più tempo per te, e per loro».
E così torna a splendere il sole, come d’improvviso, sul volto di Renzi e dei suoi. Ieri, in stanza con lui, al Nazareno, c’erano Guerini – sempre più potente, sempre più cruciale in ogni trattativa, sempre più ‘Forlani’ – Serracchiani, Rosato, Bonifazi, Fiano e pochi altri. E, a las cinco de la tarde, quando la Consulta emette il suo verdetto, al Nazareno si brinda. I renziani conpulsano il calendario: la data cerchiata in rosso è l’11 giugno (vorrebbe dire sciogliere le Camere, al massimo, entro il 25 aprile), Mattarella non pare ostile («al presidente va bene andare a votare anche con questa sentenza», si auto-rassicurano), la minoranza «ha le ali spuntate, gli azzurri pure» si danno di gomito i pasdaran renziani. Sarà. I più avveduti, come dice Guerini a un amico, ma lo dice pure Renzi, predicano «calma e gesso, abbiamo tanto lavoro da fare, anche FI dovrà discutere con noi, subito, senza inutili ‘parlamentarizzazioni’ di una nuova legge elettorale». E Gentiloni che si dovrebbe autosuicidare? «Ragioneremo con lui e  il partito sull’intero percorso», spiega.

A SCANSO di equivoci e di problemi che potrebbero sorgere – FI che fa melina, i centristi che sguazzano nella palude, i big del Pd, da Franceschini a Orlando, che tifano perché «la legislatura duri» – Renzi fa dire ai suoi che «il Pd è per il Mattarellum, gli altri partiti dicano se vogliono il confronto, sennò l’unica strada è il voto». Quello anticipato, ovvio. Poi fa ribadire il concetto a tre fidati uomini d’ordine: il già citato Guerini; Ettore Rosato, capogruppo dem alla Camera, che però si spinge un po’ troppo in là nel dire che «le leggi uscite dalla Consulta sono del tutto omogenee»; Lele Fiano, che parla su esplicito mandato di Renzi per ribadire che «discuteremo, con tutti, ma il tempo della melina è finito». Pure il tempo del Renzi abscondito è finito. Matteo è tornato e, dicono i suoi, «ora non ce n’è più per nessuno». A Rimini, sabato, quando Renzi tornerà sul palco, si vedrà se è davvero così.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 26 gennaio 2017 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Pd, intesa tra big per il governo Gentiloni e congresso anticipato a marzo ma Renzi punta anche al voto anticipato

Renzi parla all'Assemblea naz Pd

Renzi parla all’Assemblea nazionale del Pd (Roma)

SE NON FOSSE per un particolare importante e non di poco conto – «Matteo non decide più nulla da solo! Ora deve e dovrà concordare tutto con noi, chiaro?! Mettetevelo in testa anche voi giornalisti!», come sbotta un franceschiniano ancora incredulo all’idea che il suo capo-corrente abbia ‘ceduto’ il passo a Renzi – si potrebbe dire che il premier dimissionario, ma ancora saldamente segretario Pd, stia per vincere «game, set, match».
Incredibile a dirsi, ma il «patto di sindacato» interno al Pd stretto tra il segretario e i big di maggioranza (Franceschini, Orfini-Orlando, Martina) _ patto che sembrava sul punto di rompersi in mille pezzi – non solo regge, ma sta per trovare una nuova formula, quella del rilancio almeno per buona metà del prossimo 2017, ma aggiornata: Renzi 2.0+tutti gli altri.

INFATTI, il «patto di sindacato» che sta per portare il ministro uscente, Paolo Gentiloni, ‘nativo’ Pd, liberal e democrat, al governo, è stato stretto tra i renziani (50 parlamentari, non uno di più, ma il 57-60% dei componenti dei membri della Direzione nazionale) e le tre principali aree di maggioranza – non ‘renziane’ ma neppure ‘anti-renziane’, diciamo ‘a-renziane’ del Pd: i 60 Giovani Turchi guidati da una diarchia tra il presidente Orfini («Matteo è un togliattiano e come Togliatti sarà leale, fino alla fine, con Badoglio…», tira un sospiro di sollievo un renziano doc) e il ministro Orlando (assai più freddo e cauto verso Renzi, che potrebbe poi e in ogni caso sfidare al congresso, 15% in Direzione nazionale), i 50 ex bersaniani di «Sinistra è cambiamento», guidati dal ministro Martina, e Area dem di Franceschini che conta ben 122 parlamentari (90 deputati e 30 senatori, ma minoritari in Direzione nazionale) su un totale di 414 parlamentari dem (301 deputati e 113 senatori).

La gamba più traballante del tavolo, si sa, era, appunto, quella capeggiata da Franceschini: avrebbe voluto un «governo che duri», traghettare il Paese a fine legislatura, anche sulla scorta dei desiderata del Capo dello Stato di cui è, da tempo, “il primo dei corazzieri”. «Lo strappo tra lui e Matteo c’è, inutile negarlo, anche sul piano personale i rapporti si sono lacerati, Dario era tentato dal fare un governo lui, ma ha capito che, senza di noi, non avrebbe guidato il governo, mentre con noi può giocare un ruolo cruciale in ogni scenario futuro», sospirano i renziani mentre gli uomini di Franceschini garantiscono: «Dario non tradisce, il rapporto con Matteo, che è segretario del Pd, è franco ma leale. Senza di lui non abbiamo mai inteso fare nulla». Sarà, certo è che i rapporti tra i due sono rimasti gelidi.

INSOMMA, trovare la quadra è stato faticoso (Mattarella premeva per un governo Padoan o per un Renzi bis da re-inviare alle Camere visto che alle Camere non ha mai perso la fiducia, che però il premier ha escluso in modo netto: «Perderei solo la faccia, non resto lì a farmi rosolare»), ma è stata trovata all’interno della war room che ieri si è reistallata a palazzo Chigi anche a causa della crisi di Mps che è scoppiata per la decisione della Bce. Lì sono saliti Gentiloni (due volte), Padoan, e non solo per la grana Mps, ma anche Orfini e Martina, più Lotti, Boschi, mentre il vicesegretario Guerini tesseva, paziente, tutta la tela e Renzi si sentiva al telefono con tutti quelli che non era riuscito a vedere (Delrio, Alfano).
A fine serata è arrivato, a palazzo Chigi, anche Franceschini: «È fatta, l’accordo regge» (incontro che si è rivisto anche questa mattina, tanto per dire quanto sia fragile la tregua). Un accordo siglato su tre punti chiave: nuovo governo, data delle elezioni, congresso anticipato del Pd.
Il governo Gentiloni – che avrà ministri quasi tutti fotocopia (dovrebbero saltare solo la Giannini all’Istruzione, la Madia alla Pa e la Boschi alle Riforme, “ma per te, Maria Elena, penso a un posto di primo piano al partito”, le avrebbe assicurato il premier dimissionario) avrebbe un solo obiettivo che esplicita il senatore renzianissimo Andrea Marcucci: «La legislatura è finita il 4 dicembre. Inutile accanirsi. Aspettiamo la legge elettorale e poi si voti, ma il prima possibile». Insomma, legge elettorale e poco più: le emergenze sociali e finanziarie (decreto terremoto, decreto salva-banche, manovrina di aggiustamento dei conti a marzo, ma anche la celebrazione dei 60 anni dei Trattati di Roma, a fine marzo).
Il che vuol dire votare o ai primi di aprile (l’ipotesi più caldeggiata, sempre che si riesca ad andare a votare con una sentenza ‘autoapplicativa’ della Consulta sul combinato disposto tra Italicum decapitato alla Camera e Consultellum ritoccato al Senato, ma è  un azzardo) o, se non ci si riesce, ai primi di giugno (le date che i renziani prendono in esame, calendario alla mano, iniziano il 4 aprile, domenica, poi iniziano i vari ponti e Festività pasquali, e arrivano al 15 giugno) con una legge elettorale ex novo, fatta dal Parlamento sempre sulla scorta della sentenza della Consulta, quindi aspettando comunque il dopo 24 gennaio. L’idea di ‘nuovo’ sistema elettorale che gira, tra i renziani e non, è un «simil tedesco» (ideatore, in tempi non sospetti, cioè prima della sconfitta referendaria, Denis Verdini), metà collegi e metà liste bloccate (un mix tra proporzionale e maggioritario con anche, dentro, un piccolo premio di maggioranza da ricavare dalla quota di proporzionale) che può incontrare il favor di Berlusconi e FI perché prevede il proporzionale ma senza preferenze, sistema che il leader di FI ha sempre aborrito e non gli permetterebbe di scegliersi i suoi. Ma i renziani, però, ragionando meglio, non credono che «un Parlamento così delegittimato riesca nell’impresa di scrivere una nuova legge elettorale. <Meglio – spiega un esperto di sistemi elettorali che milita nel Pd ed è un renziano di ferro– fare subito una leggina per sistemare il Consultellum e applicare la sentenza della Corte sull’Italicum».
In ogni caso, si voterebbe «in una data compresa tra i primi di aprile e metà giugno, considerando che, a fine maggio, al G7 di Taormina, sarebbe meglio arrivarci con un governo eletto», dicono i renziani. E, cioè, sperano, con un governo Renzi bis, ma stavolta eletto dal popolo ad elezioni politiche vere, o con un governo di grosse koalition ma eletto.

E IL CONGRESSO del Pd? Anticipato. Innanzitutto, il 18 dicembre si terrà l’Assemblea nazionale che, per Statuto, va fatta due volte l’anno: «l’incoronazione a Matteo avverrà già lì e a furor di popolo», assicura un suo fedelissimo, <poi primarie aperte e nuova legittimazione di Matteo sia nel pd che nel Paese con un tour in giro per l’Italia> . Nel mezzo, appunto, via alla pratica congresso anticipato, cui sopraintende il solito uomo, d’ordine e ordinato del Pd, Lorenzo Guerini. Due le ipotesi. Se si riuscisse a votare subito (entro fine marzo-aprile) i renziani vorrebbero fare un congresso a razzo («volante») che si limiti alla sola scelta del candidato premier («tra l’altro, se c’è il proporzionale, la scelta del candidato premier neppure serve», azzarda un renziano, «perché, per Statuto, è già il segretario…»). «Primarie volanti», dunque, rimandando a un secondo momento la conta congressuale interna, anche se questa – per paradosso –  è la strada più rischiosa e meno gradita perché, appunto, «a Matteo serve una nuova e doppia legittimazione popolare, tra gli iscritti nel Pd e alle politiche». Chi ne uscirebbe con le ossa rotte sarebbe, pur avendo vinto al referendum costituzionale appoggiando il No, la sinistra interna: i suoi 25 deputati e 25 senatori non sarebbero determinanti per far nascere un nuovo governo (Ala, Gal, Ncd pensano già alla  bisogna…) e i suoi scarsi voti in Direzione (15%) non bastano comunque per fermare le macchine del congresso anticipato come pure, se ci sarà, del voto anticipato mentre lanciarebbero, se non gli riesce l’accordo con Orlando, un candidato di bandiera al congresso (Speranza, forse Zingaretti) che non riuscirebbe mai a vincerlo o a imporsi, sempre che il patto di sindacato tra le aree di maggioranza e i ‘maggiorenti’ del Pd regge, mentre Cuperlo punta a un patto interno/esterno con il campo progressista (Pisapia e i sindaci ex Sel come Zedda) che però rinsalderebbe l’alleanza con Renzi, non la indebolisce.
Se, invece, per fare una nuova legge elettorale non si può votare prima di giugno, allora si farà un congresso vero. Magari eleggendo solo i delegati a livello provinciale e nazionale, dove si nominano Assemblea nazionale e Direzione, saltando i congressi di circolo e quelli regionali (che, per Statuto, si eleggono dopo il nazionale). Con Renzi «candidato unico» a segretario e premier. Sempre che i big ci stiano e che «il patto di sindacato» regga. Se poi qualcuno, tipo il ministro Orlando, oltre ai vari Speranza, Emiliano, Rossi, vorrà candidarsi contro Matteo, “prego, si accomodi”, è l’ultima voce dei renziani, “tanto rivinciamo noi”.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 4 del Quotidiano Nazionale il 10 dicembre 2016 (http://www.quotidiano.net)

Italicum e non solo: chi, come e perché vuole superare l’attuale legge elettorale

L'aula di Montecitorio vista dall'internoUfficialmente, non esistono trattative, sulla legge elettorale in vigore, l’Italicum. Esiste solo una mozione parlamentare votata a metà settembre dalle forze della maggioranza di governo (Pd+Ap+Misto+Popolari+Ala) che impegna, in modo molto generico, la Camera dei Deputati ad “avviare una ricognizione tra le forze politiche” sulla revisione della legge elettorale. Eppure, si sussurra in Transatlantico e si scrive sui giornali, Renzi avrebbe dato mandato a suoi emissari (in primis il vicesegretario dem, Lorenzo Guerini) a discutere con le forze politiche di opposizione e predisporre un tavolo di modifiche – molto diverse tra di loro – per avviare una reale modifica alla legge elettorale prima che si tenga il referendum costituzionale del 4 dicembre. Una tappa importante di questa discussione, molto ampia e approfondita non solo tra i diversi partiti ma anche all’interno del partito del premier, il Pd, sarà la Direzione nazionale del Pd che si terrà il prossimo 10 ottobre. La singolarità della discussione è data da diversi fattori. Il primo: potrebbe trattarsi della prima legge elettorale (l’Italicum è in vigore dal I luglio 2016) che viene modificata, o del tutto stravolta, prima ancora della sua effettiva utilizzazione (potrebbe cioè essere ‘nata morta’). Il secondo: tutti i partiti, e le correnti dei vari partiti, fanno i conti senza l’oste, e cioè senza sapere i possibili rilievi di costituzionalità della Corte costituzionale sull’Italicum. La Consulta doveva pronunciarsi il 4 ottobre, ma ha deciso di rinviare la decisione a dopo il referendum e la Corte potrebbe bocciare, in tutto o in parte, l’Italicum o addirittura promuoverlo e così comunque cambiare radicalmente lo stato della discussione tra le forze politiche. Il terzo: sulla legge elettorale – causa il suo presunto ‘combinato disposto’ con la riforma costituzionale – si accapigliano di più le varie correnti e anime del Pd che tutti gli altri dei partiti (Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia) che hanno rinviato ogni discussione e trattativa a dopo il referendum o non intendono trattare tranne sulla loro proposta (M5S)…

In ogni caso, ecco le diverse proposte in campo, sulla legge elettorale, cosa prevedono e a chi potrebbero tornare utili.

 ITALICUM

Che cos’è. E’ la legge elettorale in vigore in Italia dal I luglio 2016 e vale solo per la Camera dei Deputati. E’, di base, un sistema proporzionale con sbarramento nazionale al 3%, premio di maggioranza e ballottaggio.

Come funziona. Attribuisce 340 seggi su 630 (25 in più dei 316 necessari per avere la maggioranza assoluta, fissata a 315) alla lista che supera il 40% al primo turno o, se nessuna lista raggiunge tale soglia, alla lista vincente il ballottaggio (o secondo turno) tra le prime due meglio piazzate. Gli altri 290 seggi vengono distribuiti alle altre liste con metodo proporzionale e sbarramento unico nazionale fissato al 3%. Si basa su 100 collegi, capolista bloccati, poi preferenze. Ammesse le multi-candidature.

A chi conviene. Banalmente, conviene a qualsiasi partito vinca il ballottaggio cui garantisce la maggioranza assoluta di seggi alla Camera. Produce maggioranze di governo stabili, premia le liste o listoni singoli (Pd e M5S soprattutto) e punisce le forze piccole che si presentano da sole in quanto le priva della possibilità di partecipare al governo con la forza politica più grande e, teoricamente, alleata della più piccola (esempio: Ncd versus Pd) ma non le priva affatto della rappresentanza (soglia al 3%). Non conviene al centrodestra, plausibilmente presente sempre come coalizione.

MATTARELLUM 2.0

Che cos’è. E’ la proposta avanzata dalla minoranza bersaniana del Pd e depositata al Senato sotto forma di proposta di legge da 21 senatori dem.

Come funziona. Prevede l’elezione di 475 deputati (su 630) in collegi uninominali a turno unico e i candidati dei partiti scelti con primarie per legge. Gli altri 143 seggi, al netto dei 12 seggi da eleggere nelle circoscrizioni Estero con il proporzionale, vengono così ripartiti: 90 seggi assegnati come premio di governabilità alla prima lista o coalizione, ma con un limite di 350 deputati, 30 seggi alla seconda lista o coalizione, 23 seggi divisi tra le liste che superano il 2% dei voti e con meno di 20 eletti.

A chi conviene. Secondo i suoi proponenti garantisce comunque la governabilità alla lista o coalizione vincente. Secondo i suoi detrattori, in una situazione come quella attuale di tripolarismo non garantisce mai un vincitore perché tra collegi e premio non si supererebbero mai i 290 seggi. La lista o coalizione vincente potrebbero dover fare accordi in Parlamento. Garantisce una buona rappresentanza a tutte le forze politiche oggi presenti e anche a forze politiche piccole ma nuove (es: un partito di D’Alema che nascesse a sinistra del Pd) dato lo sbarramento al 2%. Conviene a chi – nel centrodestra come nel centrosinistra – vuole mantenere intatte le proprie forze e trattare poi, in Parlamento, la nascita di un governo di coalizione (es: Pd partito maggiore + partiti minori) o di grande coalizione (Pd+FI).

PROVINCELLUM

 Che cos’è. E’ l’idea del deputato toscano del Pd Dario Parrini, renziano.

Come funziona. E’ un sistema di base proporzionale che mantiene il premio di maggioranza e il doppio turno ma elimina capolista bloccati, multi-candidature e preferenze. L’Italia verrebbe divisa in 630 collegi di base provinciale, simili ai collegi uninominali: 618 collegi nel territorio più i 12 seggi all’Estero, ma con ogni collegio non superiore ai 100 mila abitanti di grandezza contro i 600 mila abitanti dei collegi dell’Italicum. I collegi, però, non sono maggioritari: i partiti presentano ciascuno un nome di candidato per ogni collegio ma passa il candidato che, nell’ambito provinciale della circoscrizione, ha ottenuto il miglior risultato nei collegi. Dato che ogni partito ha un solo candidato per collegio, il ballottaggio viene effettuato qui: se nessuno candidato raggiunge la soglia indicata al primo turno (40%) si va al ballottaggio. La lista più votata otterrebbe 345 seggi, il 55% del totale (premio di maggioranza del 15% al primo turno).

A chi conviene. Mantiene ferme le basi dell’Italicum (ballottaggio e premio di maggioranza) e ne cancella il metodo di selezione dei candidati (collegi provinciali invece del mix capolista bloccati/preferenze). Assicura comunque una maggioranza solida alla lista o coalizione vincente. Aiuta i candidati forti nei diversi collegi più che i partiti. Potrebbe penalizzare FI e, in parte, anche M5S, mentre potrebbe aiutare soprattutto il Pd e la Lega.

PREMIO ALLA COALIZIONE

Che cos’è. I piccoli partiti, Ncd su tutti, ma anche Ala di Denis Verdini e l’area che fa capo a Dario Franceschini nel Pd, propone di tenere fermi i principi fondanti dell’Italicum (premio di maggioranza, ballottaggio, preferenze, capolista bloccati) con una sola modifica ma fondamentale: assegnare il premio di maggioranza non alla prima lista, ma a una coalizione di più partiti, incentivando il potere coalizionale delle liste. L’alternativa, in subordine, è prevedere la possibilità dell’apparentamento tra diverse liste tra il primo turno in cui ogni partito si presenta da solo e il secondo turno dove si corre e si vince insieme (il premio sarebbe dato qui).

A chi conviene. Conviene ai partiti che riescono ad aggregare le coalizioni quindi in primis al centrodestra, meno al centrosinistra, per nulla all’M5S.

ALTRE PROPOSTE MINORI

Matteo Orfini, capofila dei Giovani Turchi del Pd, propone un sistema proporzionale sul modello greco: turno unico e premio di maggioranza al primo partito fissato al 15% (50 deputati su 350). Se nessuno lo raggiunge, i seggi vengono ripartiti tutti proporzionalmente.  Sbarramento al 3%. Il deputato del Pd Giuseppe Lauricella vuole cancellare il ballottaggio dall’Italicum: solo se un partito o una coalizione supera da solo il 40% dei voti ottiene il premio di maggioranza, altrimenti c’è un proporzionale puro. Il presidente del gruppo Misto, Pino Pisicchio, propone di assegnare il premio di maggioranza alla coalizione e che il ballottaggio sia valido solo se va a votare il 50% degli aventi diritto (in caso contrario i seggi vengono ripartiti proporzionalmente secondo i risultati ottenuti al primo turno). Il capogruppo di Ap alla Camera, Maurizio Lupi, ha avanzato la proposta di sistema proporzionale a turno unico ma senza ballottaggio e con premio di maggioranza alla coalizione (e non alla lista) di 90 seggi, tenendo ferme preferenze e capilista bloccati.

A chi conviene. Come nel caso del premio assegnato alla coalizione vincente e non alla lista, tutte queste proposte ‘minori’ tendono a non far ottenere mai nessuna maggioranza larga a una coalizione o partito vincente e a obbligare i partiti a formare grandi coalizioni o accordi dopo il voto.

DEMOCRATELLUM

Che cos’è. E’ la proposta di legge elettorale avanzata dal Movimento Cinque Stelle e scritta dal deputato Danilo Toninelli.

Come funziona. E’ un sistema proporzionale basato su collegi intermedi, soglie di sbarramento e preferenze, sia positive che negative. Preferenze negative vuol dire che, al momento del voto, si hanno a disposizione due schede elettorali, una per il voto di lista e una per il voto di preferenza. Il voto di preferenza può essere anche negativo, e quindi il cittadino può decidere di penalizzare un candidato cancellando il nome dalla lista votata. La preferenza, singola o doppia, può essere diretta anche al candidato di una lista diversa da quella votata (si chiama sistema del voto disgiunto). Le circoscrizioni elettorali sono 42, dalle più piccole alle più grandi, divise al loro interno in collegi plurinominali che assegnano da 9 a 13 seggi. Vuol dire che 33 circoscrizioni assegnano il 60% dei seggi e le restanti 10 ne assegnano il restante 40%. Per il senatori le circoscrizioni sono regionali. La soglia di sbarramento non è fissata a livello nazionale, ma esiste di fatto a livello di circoscrizioni e si può calcolare attorno al 5%. In questo modo, i partiti minori, sotto il 5%, verrebbero esclusi dal Parlamento, tranne quelli più forti a livello regionale. Non è previsto premio di maggioranza.

A chi conviene. In un sistema come quello attuale, che è tripolare, il ‘Democratellum’ dei Cinque Stelle si limiterebbe a registrare i rapporti di forza tra le principali forze politiche e costringerebbe a governi di coalizione tra almeno due di esse (esempio: Pd-centrodestra o Pd-M5S). Tranne che per la Lega Nord, forte a livello territoriale, sancirebbe l’esclusione dal Parlamento di tutti i piccoli partiti attuali, da Ncd in giù.

NB. Queste schede sono state pubblicate, in estrema sintesi, sul Quotidiano Nazionale di sabato I ottobre 2016 e vengono presentate qui, invece, in forma estesa e argomentata.