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Elezioni. Un bilancio ‘preventivo’. Attese e aspettive di partiti e coalizioni in attesa del voto del 4 marzo

Big nazionali elezioni 2018

I principali leader dei partiti presenti alle elezioni politiche 2018

Ettore Maria Colombo  – ROMA

(questo articolo è stato scritto in forma originale per questo blog)

 

 

 

Una premessa. Lo ‘zoccolo duro’ di Occhetto

Chi vincerà e chi perderà le elezioni politiche del 4 marzo 2018? La risposta, ovvia e scontata, è “bisogna aspettare il 5 marzo”… Contare, e pesare, cioè i numeri assoluti, le percentuali e i seggi di ogni partito, singolo o in coalizione, che si presenta davanti agli elettori. Ovvio. Inoltre, lo sport nazionale largamente praticato nel nostro Paese – a differenza degli altri Paesi europei (e, ovviamente, degli Usa), dove invece lo sconfitto ammette, la sera o la notte stessa del voto, la sconfitta e si rallegra subito con il vincitore – è quello di dire “abbiamo tenuto” (quando si è perso nettamente), “abbiamo registrato una lieve flessione” (quando la sconfitta è catastrofica), “avanziamo, seppur di poco” (quando si rimane inchiodati al palo) e, naturalmente, “abbiamo vinto” (per un misero punto percentuale con il segno più davanti) e via così. Ricordate lo ‘zoccolo duro’ con cui il non ancora segretario del Pci-Pds, Achille Occhetto, commentò il risultato del Pci alle elezioni del 1983? “I risultati – disse Occhetto con aria grave – non ci hanno soddisfatti, anche se rimaniamo un partito del 30% una forza notevole nella società italiana. Del 1975 manteniamo questo zoccolo duro della nostra forza malgrado lo sforzo principale degli altri partiti sia stato quello di ridurla”. Il Pci aveva perso voti e seggi, rispetto alle elezioni del 1979, ma Occhetto, coniando una definizione poi passata alla storia politica, trasformò una disfatta in una sostanziale tenuta del Pci. Potere delle parole!

Alcune istruzioni per l’uso di questo articolo…

Eppure, tutti i partiti hanno, ragionano e sperano, in modo pubblico o in modo riservato, su delle percentuali e delle soglie che segnano, per loro, la differenza tra la vittoria e la sconfitta anche in queste elezioni. Le esaminiamo schieramento per schieramento e partito per partito. 

Tre avvertenze o “istruzioni per l’uso”:

 

1) i sondaggi e le proiezioni dei voti in seggi cui ci si riferisce in questo articolo sono quelli pubblicati fino al giorno in cui essi erano ammessi (il 15 febbraio 2018), quindi nessuna violazione delle regole imposte ai media è contenuta qui;

2) le valutazioni della vittoria e della sconfitta di ogni partito o coalizione sono, ovviamente, molto soggettive: pur mettendoci tutto lo scrupolo possibile, vanno prese sempre con dovuto beneficio d’inventario;

3) gli effetti della vittoria o dello sconfitta dei diversi partiti e/o coalizioni avranno un ovvio, e immediato, ricasco sulla possibilità o meno di formare un nuovo governo, ma anche sulla lunghezza e la complessità delle consultazioni – le quali si apriranno al Quirinale subito dopo l’insediamento delle due Camere e l’elezione dei rispettivi presidenti (atti che verranno formalizzati a partire dal 23 marzo, cioè 20 giorni dopo il voto) – ma tali considerazioni non fanno parte del presente articolo.

1) Il centrodestra vince o perde se…

Ovviamente, il centrodestra (coalizione composta da Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e Noi con l’Italia-Udc) potrà dire di aver vinto in modo netto le prossime elezioni se avrà la maggioranza assoluta in entrambe le Camere (316 deputati alla Camera, 161 senatori al Senato). Ma data la nuova legge elettorale in vigore, il Rosatellum, che è un mix di sistema di base proporzionale e di collegi maggioritari, e data la tripolarizzazione del sistema politico (centrodestra, centrosinistra, 5Stelle) – sistema dunque non più bipolare, ormai già dalle Politiche del 2013, come nella II Repubblica – è molto difficile, tecnicamente, che questo accada. Come è praticamente impossibile che altri partiti o coalizioni sortiscano identico risultato: ottenere, da soli, e cioè in modo autonomo e coerente, la maggioranza assoluta dei seggi.

In ogni caso, in tutti i sondaggi pubblicati prima del divieto, il centrodestra è sempre stato dato saldamente in vantaggio, come coalizione, rispetto agli altri poli: le percentuali variavano dal 34% (minimo) al 38% (massimo). In termini di seggi (mix degli uninominali e di quelli proporzionali) il centrodestra oscillava, alla Camera, tra i 257/263 seggi (minimo) e i 263/293 seggi (massimo) mentre, al Senato, la forcella oscillava tra i 130/140 seggi (minimo) e i 143/154 seggi (massimo). Come si vede, da un lato il centrodestra è sempre stimato al di sotto della maggioranza assoluta (315 seggi Camera, 161 seggi Senato) per poter governare in modo autosufficiente, ma dall’altro è anche l’unica coalizione che, come vedremo tra poco, analizzando le altre, si può avvicinare, almeno più facilmente, all’obiettivo. Infine, va detto che un centrodestra a cui mancassero una manciata di seggi (diciamo, a spanne, 15/20 alla Camera e 5/10 al Senato) potrebbe, forse, trovarli, data la forte capacità attrattiva acquisita dal suo successo, tra liste minori presenti in Parlamento o transfughi di altri partiti. Certo è che un risultato sopra il 38%, o vicino al 40%, farebbe cantare vittoria all’intero centrodestra mentre un risultato al di sotto del 35% equivarrebbe a una cocente sconfitta.

Per quanto riguarda i partiti all’interno del centrodestra, i conti sono presto fatti. Forza Italia potrà dire di aver vinto le elezioni, fino al punto da poter esprimere il nome del premier incaricato, se sarà largamente il primo partito, con il 16-18%, all’interno della coalizione, sopravanzando la Lega di diversi punti percentuali. La Lega potrà parlare di exploit per sé e di un possibile incarico al suo leader, Salvini, per formare un nuovo governo se sfonderà il muro del 15% dei consensi avvicinandosi o superando FI. Fratelli d’Italia potrà cantare vittoria se sfonderà il muro del 5%: è vero che basta superare il 3% per ottenere seggi nelle Camere, ma prendere o superare il 5% vuol dire averne molti di più (48-50 al massimo alla Camera e 20-30 al massimo al Senato) e avere voce in capitolo anche nelle possibili scelte di governo. Per Noi con l’Italia-Udc il confine è ancora più semplice: sotto il 3% come era quotata in tutti i sondaggi prima del divieto porterà seggi in dote alla coalizione ma non ne eleggerà per sé, sopra il 3% avrà seggi e potrà costituire gruppi parlamentari autonomi. 

2. Il centrosinistra vince o perde se…

Il centrosinistra (coalizione composta da Pd-+Europa-Civica e Popolare-Insieme-Svp), non ha, a stare ai sondaggi pubblicati prima che ne scattasse il divieto, alcuna possibilità di vincere le prossime elezioni. Le sue percentuali oscillano, come coalizione, tra il 25-26% (minimo) e il 27-28% (massimo). La proiezione di voti in seggi parla di cifre per il centrosinistra che si collocano, alla Camera, tra i 127/130 seggi (minimo) e i 139/140 seggi (massimo) e, al Senato, tra i 57/63 (minimo) e i 66/73 (massimo). Sicuramente, per il centrosinistra, un buon risultato è stimabile se raggiungerà, come coalizione, la soglia psicologica del 27-28% (oltre quella cifra, verso il 30% dei voti, sarebbe un trionfo) mentre un pessimo risultato sarebbe restare sotto il 25% e un risultato catastrofico sarebbe crollare, tutto insieme, sotto il 23%.

Per quanto riguarda i partiti, il Pd, il partito più grande, è quello che, ovviamente, rischia di più di tutti. La percentuale presa dal Pd di Bersani alle Politiche del 2013 (25,4%) sembra lontana. Infatti, il Pd è quotato sempre al sotto di quella percentuale, circa al 22-23%, e, in sette mesi, ha perso circa cinque punti percentuali (circa uno al mese), scendendo dal 27-28% al 22-23%, appunto. In ogni caso, per Renzi scendere sotto il 22%, fino al 20% o gù di lì, sarebbe un dramma dalle possibili conseguenze catastrofiche, fino all’invocare le sue dimissioni da segretario del partito, con la convocazione di un congresso straordinario per la sua successione. Prendere una cifra tra il 22% e il 25% equivarrebbe a una sconfitta dolorosa, ma potrebbe evitargli l’obbligo di dimissioni. Mantenere o superare il 25% e oltre, fino al 28%, diventerebbe, pur nella sconfitta della coalizione, una sorta di vittoria insperata.

Ma dato che lo stesso Renzi ha più volte enunciato l’ambizione (e, a volte, la certezza) di risultare “primo gruppo parlamentare”, lanciando più volte la sfida, sul punto, ai 5Stelle, anche su questo dato si misurerà il discrimine tra la sua vittoria e la sua sconfitta. Peraltro, potrebbe succedere – per la diversa combinazione dell’elettorato attivo e passivo di Camera e Senato – che il Pd risulti primo gruppo parlamentare in un solo ramo del Parlamento (il Senato, più probabilmente) e non anche nell’altro (la Camera).

Ma qui entrano in gioco anche i risultati delle altre liste collegate al Pd nella coalizione di centrosinistra. Infatti, per un esplicita norma della legge elettorale, i partiti/liste che restano sotto l’1% dei voti li disperdono e non eleggono nessuno, i partiti/liste che ottengono tra l’1% e il 3% dei voti non portano seggi per sé ma li portano in dote al partito più grande della coalizione (il Pd, cioè, nel caso del centrosinistra, le tre liste sopra il 3% nel centrodestra) mentre solo nel caso che una lista prenda più del 3% si troverà con eletti propri tali da poter costituire gruppi parlamentari autonomi. Stando agli ultimi sondaggi pubblicati, né la lista Insieme (Psi-Verdi-Ulivisti), capitanata da Giulio Santagata, né la lista Civica e Popolare, guidata dal ministro Beatrice Lorenzin, sono in grado di superare il 3% e, forse, neppure l’1% (sono quotate tra lo 0.5-0,8% e l’1-1,5%) quindi di sicuro non eleggerebbero seggi per sé e solo in caso di superamento dell’1% porterebbero seggi in dote al Pd. Per entrambe, in ogni caso, il successo, quindi, è e sarebbe superare l’1%. Invece, la lista +Europa, capeggiata da Emma Bonino, all’inizio quotata intorno al 2-2,5%, è salita costantemente nel gradimento degli elettori e, nelle ultime rilevazioni, si attesta al 3-3,5%: sarebbe, quindi, in grado di eleggere parlamentari per sé e anche parecchi (una ventina alla Camera e una decina al Senato). Ovviamente, il successo, per +Europa, è dato dal superare il 3%. Ma proprio il suo successo potrebbe causare un danno collaterale al Pd che non beneficerebbe dell’apporto dei loro voti in seggi se, pur superando ovviamente l’1%, restassero sotto il 3%. Insomma, il Pd, “per colpa” dell’exploit della lista Bonino potrebbe mancare, magari di un soffio, la possibilità di diventare primo gruppo parlamentare a scapito dei 5Stelle. Combinazioni e contraddizioni di una legge elettorale piena di trappole nascoste.

3. Il Movimento 5Stelle vince o perde se…

I 5Stelle, pur sapendo di non poter ambire a diventare prima coalizione, rispetto al centrodestra, per il semplice motivo che non si presentano in coalizione, hanno in testa due obiettivi precisi.

Il primo obiettivo è quello di risultare il primo gruppo parlamentare, sia alla Camera (dove sono agevolati dalle forti simpatie che riscuotono nell’elettorato giovanile) che al Senato (dove l’elettorato passivo più alto rende più difficile l’impresa). Il secondo è quello di incassare talmente tanti consensi da impedire sia al centrodestra di poter formare in modo autonomo un governo sia di ostacolare la possibilità di un governo di larghe intese Pd-FI o comunque di evitare che qualsiasi governo prescinda dai 5Stelle. L’obiettivo è alla portata del Movimento. Stimato, negli ultimi sondaggi pubblicati, tra il 26,8-27,5% (minimo) e il 28,0-29,0% (massimo), i 5Stelle potrebbero portare in Parlamento una pattuglia assai robusta composta, alla Camera, di 133/166 (minimo) deputati e di 175/185 (massimo) mentre, al Senato, sarebbero 67/81 (minimo) fino a 92/100 (massimo). Una forza d’urto consistente e considerevole, capace di fare da ‘blocco’ verso qualsiasi altra soluzione di governo o di essere imprescindibile, fino a fare da perno, per comporne uno. Naturalmente, invece, se l’M5S dovesse fermarsi al 25-26% (sostanzialmente la percentuale presa alle Politiche del 2013) sarebbe una sconfitta, più che una semplice battuta di arresto, mentre il 29-30% avrebbe il sapore di una vittoria clamorosa dagli esiti imprevedibili.

4. LeU vince o perde se…

Per LeU, il movimento guidato da Pietro Grasso e frutto della fusione di tre sigle pre-esistenti (Mdp-SI-Possibile), i calcoli sono molto semplici. Presente alle elezioni fuori dalla coalizione di centrosinistra, il suo obiettivo è superare la soglia di sbarramento del 3%. Il secondo era, nelle intenzioni, “ottenere un risultato a doppia cifra”. Gli ultimi sondaggi pubblicati collocano Leu in una forchetta compresa tra il 5% (minimo) e il 6,5% (massimo) il che vuol dire portare in Parlamento tra i 20/25 deputati e i 10/15 senatori. Se il risultato di Leu sarà più vicino al 5% si potrà parlare di risultato assai inferiore alle attese, se supererà il 6%, o andrà verso l’8%, sarà un successo.

5) Gli altri partiti vincono o perdono se…

Ovviamente, per tutti gli altri partiti presenti alle elezioni, dai più piccoli fino agli unici due con qualche chanche di fare dei risultati statisticamente apprezzabili (Potere al Popolo a sinistra e Casa Pound a destra, quotati negli ultimi sondaggi intorno l’1,5%), l’obiettivo che farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta è dato dal superamento della soglia di sbarramento nazionale al 3%. Ma è altamente improbabile che ciò si verifichi sia perché si tratta di liste fuori da ogni coalizione sia perché simboli nuovi sia perché, per superare il 3% a livello nazionale, occorrono circa un milione di voti assoluti, che non sono affatto pochi, piccoli o grandi siano i partiti che competono a questa tornata elettorale.


NB: Questo articolo è stato pubblicato in forma originale per questo blog.


 

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Rosatellum ‘for dummies’. Tutto quello che c’è da sapere, in breve, sulla legge elettorale con cui l’Italia andrà a votare il 4 marzo 2018

Ecco un piccolo glossario, o vademecum, sulla nuova legge elettorale, il Rosatellum. Lo si potrebbe chiamare legge elettorale ‘for dummies’, ma non vorrei offendere i miei 25 lettori che sono, invece, ben lo so, ben più preparati della media nazionale. In ogni caso, con una facile ricerca, si possono trovare su questo blog altri articoli attinenti la preparazione, discussione e l’approvazione del Rosatellum in dettaglio. 

 

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  1. COS’È IL ROSATELLUM

Il «Rosatellum» è il nuovo sistema elettorale in vigore in Italia che è stato varato con la legge n. 165/2017 promossa dal governo Gentiloni e votata da un largo arco di forze politiche (Pd-Ncd-centristi vari-FI-Lega-Misto, contrari M5S-Fd’I-Sel-Mdp-gruppi minori). È un meccanismo elettorale cosiddetto «misto» perché assegna il 64% dei seggi in collegi plurinominali con metodo proporzionale e il restante 36% dei seggi in collegi uninominali con metodo maggioritario.

A) COLLEGI UNINOMINALI MAGGIORITARI

Sono 232 (231 il collegio unico della Valle d’Aosta), su 630 seggi, i collegi uninominali maggioritari assegnati alla Camera dei deputati, tolti i 12 seggi attribuiti alle circoscrizioni Estero. Sono 109, su 315, i collegi uninominali assegnati al Senato, tolti i 6 della circoscrizione Estero. In realtà, i collegi uninominali del Senato sono 116, ma vi vanno sottratti i sei collegi del Trentino Alto-Adige e il collegio unico della Val d’Aosta che vengono attribuiti in qualità di collegi uninominali puri.

B) COLLEGI PLURINOMINALI PROPORZIONALI

Sono 386, su 630, i collegi plurinominali che vengono assegnati alla Camera dei Deputati attribuiti con metodo pienamente proporzionale effettuato su base nazionale.

Sono 193 i collegi plurinominali che vengono assegnati al Senato con metodo proporzionale su base regionale. Le circoscrizioni sono 28 alla Camera e 20 al Senato.

2. LE SCHEDE PER CAMERA E SENATO

A) DUE SCHEDE ELETTORALI. Le schede (rosa per la Camera, gialla per il Senato) elettorali rappresentano un’assoluta novità per l’elettore italiano. La scheda elettorale è fatta di diverse aree corrispondenti a ciascun partito o coalizione con sopra il nome del candidato di collegio, sotto le liste che lo sostengono e in ognuno di essi i nomi de listino.

B) IL CANDIDATO NEL COLLEGIO UNINOMINALE. All’interno di ogni area presenta sulla scheda e divisa per partito e/o coalizione, c’è lo spazio rettangolare con un unico nome: è il candidato scelto da ogni partito o coalizione nel singolo collegio uninominale.

C) I SIMBOLI DEI PARTITI NELLA PARTE PROPORZIONALE. Sotto l’indicazione di ogni candidato di collegio, una serie di caselle indicano un nome e un simbolo di uno o più partiti, se in coalizione, che presentano, al loro interno, da 2 a 4 nomi del cosiddetto «listino bloccato». Le singole liste dei candidati di partito o partiti in coalizione si presentano nel proporzionale a sostegno del corrispondente candidato di collegio.

D) DUE NOVITÀ. La prima sono le «istruzioni per l’uso»: si trovano nel retro della scheda. La seconda è il «tagliando antifrode», rimovibile solo dal presidente di seggio e con un codice progressivo alfanumerico, introdotto per impedire il «voto di scambio».

3. COME SI VOTA

Il «mix» tra collegi uninominali maggioritari e collegi plurinominali proporzionali del «Rosatellum» permette all’elettore tre opzioni di voto molto facili e che spieghiamo qui.

Ma bisogna fare attenzione. Il «voto disgiunto» è vietato: l’elettore non può votare un candidato nel collegio uninominale e una lista a lui non collegata nel proporzionale.

A) L’elettore barra, sulla scheda, solo il nome del candidato del collegio uninominale. In questo caso, il voto si «trasferisce» automaticamente al partito o ai partiti che lo sostengono nella parte proporzionale. Se vi sono più partiti a sostegno di una coalizione, il voto si «spalma», in modo perfettamente proporzionale, a tutte le liste che lo sostengono in quella circoscrizione elettorale di cui fa parte il collegio uninominale.

B) L’elettore traccia un segno solo sul simbolo della lista, cioè del partito, che vuole sostenere. Sia che si tratti di un partito singolo sia che si tratti di un partito in coalizione, il voto dato al partito si «trasferisce» automaticamente anche al candidato nel collegio uninominale sostenuto dalla lista che è stata appena votata nella parte proporzionale, a prescindere che si tratti di una lista singola o facente parte di una coalizione.

C) L’elettore può tracciare un doppio segno sul candidato nel collegio uninominale e su una lista che lo appoggia nella parte proporzionale. Il voto è perfettamente valido.

Ma attenzione: il voto  è «nullo» se l’elettorale traccia due segni, uno sul nome del candidato nel collegio e uno sul simbolo di una lista, singola o in coalizione, a cui quel candidato non è collegato nella parte proporzionale. E’ il voto “disgiunto”.

4. DOVE FINISCE IL VOTO?

A) In ogni collegio uninominale vince, tra i diversi candidati presenti sulla scheda, appoggiati da un partito o una coalizione, quello che arriva primo, anche solo per un voto, su tutti gli altri. Dunque, tutte le sfide nei collegi uninominali (232 alla Camera e 109 al Senato) sono «one-to-one».

La logica è mutuata dal sistema maggioritario anglosassone, basato tutto sui collegi uninominali, e viene detta del «the first past the post» (letteralmente, «il primo oltre il palo», termine preso dall’ippica) o del «the winner takes all» (il primo prende tutto).

B) I collegi plurinominali sono raggruppati in circoscrizioni elettorali (regionali al Senato e regionali e/o sub-regionali alla Camera dei Deputati). Il metodo di elezione è proporzionale (stante lo sbarramento al 3%) e i nomi dei candidati (da 2 a 4) presenti nei listini di ogni lista servono a determinarlo. Ci si può candidare solo in un collegio uninominale ma fino a cinque collegi plurinominali (sono le pluri-candidature).

In caso di elezioni in più collegi, il candidato si ritiene eletto nel collegio uninominale o nel collegio plurinominale dove la sua lista ha preso la percentuale minore di voti.

C) Ogni lista elettorale deve rispettare, nelle candidature, la «norma di genere». Ognuno dei due sessi non può rappresentare più del 60% (e non meno del 40%) dei tutti i candidati nei collegi uninominali. Anche nei collegi plurinominali va rispettata la «norma di genere» (60% di un sesso e 40% dell’altro) per quanto riguarda i capolista mentre la collocazione dei candidati nei listini deve rispettare un ordine alternato di genere (uomo-donna o donna-uomo).

5. CHI ENTRA E CHI ESCE

A) SOGLIE DI SBARRAMENTO “ESTERNE”.

Le soglie di sbarramento presenti nella legge elettorale sono due. La prima riguarda le liste singole che si presentano nella parte proporzionale: ognuna di esse deve superare il 3% a livello nazionale per ottenere seggi.

La seconda riguarda le coalizioni: ogni coalizione, composta da più liste, deve superare il 10% e, al suo interno, vi deve essere almeno una lista che superi il 3%. In Trentino e in Valle d’Aosta la soglia di sbarramento è fissata, come norma a tutela delle minoranze linguistiche, al 20%.

B) SOGLIE DI SBARRAMENTO “INTERNE”.

Esistono anche delle soglie di sbarramento interne alle liste che compongono una coalizione. Sotto l’1% una lista che sta dentro una coalizione non ottiene seggi per sé, ovviamente, né ne porta agli altri partiti coalizzati con essa. Tra l’1% e il 3% dei voti, invece, la lista in coalizione non ottiene seggi per sé, ma contribuisce ad aumentare i seggi dei partiti (o del partito) più grandi che stanno, ovviamente, nella sua stessa coalizione in modo proporzionale. Sopra il 3%, una lista ottiene seggi per sé stessa.

6. DAL VOTO AL SEGGIO

Ma come si traducono i voti in seggi? Bisogna partire dal fatto che Camera e Senato hanno composizione ed elettorato (attivo e passivo) diversi. In ogni caso, in entrambe le Camere saranno presenti ben tre (quattro, in realtà, al Senato) diversi sistemi di elezione che comporranno gli scranni dei 630 deputati e dei 315 senatori eletti il 4 marzo con il Rosatellum.

A) CAMERA DEI DEPUTATI

Alla Camera (630 membri) siederanno 232 deputati eletti in altrettanti collegi uninominali maggioritari: 225 eletti in 18 regioni, uno in Valle d’Aosta, sei in Trentino Alto-Adige. I restanti 386 seggi della Camera saranno assegnati con il sistema proporzionale (il metodo è del «quoziente intero e dei più alti resti») ai diversi partiti a seconda che superino lo sbarramento. 12 seggi vengono assegnati alle Circoscrizioni Estero con metodo perfettamente proporizionale e la possibilità di dare due preferenze.

B) SENATO DELLA REPUBBLICA

Al Senato (315 membri) siederanno 116 senatori eletti in altrettanti collegi uninominali maggioritari: 109 eletti in 18 regioni, uno in Valle d’Aosta, sei in Trentino Alto-Adige. I restanti 193 seggi del Senato saranno assegnati con il sistema proporzionale, ma con un calcolo effettuato, al Senato, su base regionale. In più vanno conteggiati i 6 seggi delle Circoscrizioni Estero e i 5 senatori a vita (Monti, Cattaneo, Piano, Rubbia, Napolitano,), da poco diventati 6 con la nomina di Liliana Segre.

7. SCENARI POST-VOTO

A) C’È LA MAGGIORANZA

Se una coalizione riuscisse ad ottenere il 42% (o oltre) dei voti, grazie alla cosiddetta «disproporzionalità» della legge elettorale – stimata da analisti e sondaggisti tra il 4% e l’8% circa dei voti (il calcolo è frutto della ripartizione in seggi alle liste maggiori dei voti presi dalle liste che non superano il 3% e dalla vittoria in molti collegi uninominali) – potrebbe ottenere o avvicinarsi molto alla possibilità di avere la maggioranza in entrambe le Camere, cioè la metà più uno dei seggi in ognuna (316 su 630 alla Camera, 161 su 315 al Senato, dove però siedono 6 senatori a vita per un totale di 321 seggi). In questo caso, la coalizione vincente potrebbe avere i numeri per governare da sola.

B) LARGHE INTESE

Se nessuna coalizione o nessun partito singolo arrivasse a ottenere più del 40% dei voti, nessuno di essi sarebbe in grado di governare. Sarebbe, quindi, necessario dare vita al cosiddetto governo di «larghe intese», a volte detto anche “governo di unità nazionale”.

A seconda dei risultati dei vari partiti e su precisa scelta del presidente della Repubblica, potrebbe trattarsi o di un governo tra FI, Pd e centristi (di centrodestra come di centrosinistra) oppure di un governo tra M5S e Lega (ipotesi più difficile) o di un’ipotesi ancora altra ma assai più remota (e cioè un governo Pd-M5S-Leu, etc…).

C) RITORNO AL VOTO

Se nessuna coalizione o partito si avvicinasse al 35% dei voti, non ci sarebbero le condizioni per le «larghe intese», a prescindere dalle possibili combinazioni. Il capo dello Stato avrebbe, quindi, davanti a sé solo tre strade: 1) far andare avanti il governo Gentiloni, a quel punto dimissionario, cioè in carica solo per “il disbrigo degli affari correnti”, perché così si dovrà presentare davanti alle nuove Camere, o un Gentiloni bis che godrebbe di una fiducia “tecnica” o di una “non sfiducia” da parte delle Camere fino a nuove elezioni (forse in autunno); 2) dare vita a un governo «tecnico» o «del Presidente» di «emergenza nazionale» appoggiato da tutti i partiti sempre per indire nuove elezioni;  3) far nascere un governo «di minoranza», mandandolo davanti alle Camere in cerca, di volta in volta, di una maggioranza numerica. Gli obiettivi di governi simili sarebbero, nelle intenzioni del Presidente della Repubblica, quelli di garantire l’approvazione della manovra economica (ottobre-dicembre) e, forse, anche di una nuova legge elettorale.


NB: Questo articolo è stato pubblicato, in forma più succinta, sul Quotidiano Nazionale del 19 febbraio 2018. 


Elezioni politiche del 4/03/2018. “Diamo i numeri!”. Tutti i sondaggi di tutti gli istituti raccolti in un’unico articolo con illustrazione e spiegazione annessa

Contrassegni elettorali Politiche del 4 marzo 2018

Contrassegni elettorali Politiche del 4 marzo 2018

 

Nota metodologica. Propongo qui, riprendendo in mano gli articoli per il mio sito, alcune elaborazioni dei principali istituti di sondaggi di oggi: la supermedia di YouTrend di Pregliasco per Agi, l’istituto Demos per Repubblica, l’Istituto Piepoli per la Stampa e per Rai 1, l’Istituto Ipsos per il Corriere della Sera, l’istituto Ixé di Roberto Weber per Huffington Post, lo storico istituto SWG e l’Istituto Noto per Quotidiano Nazionale  (a questo link: https://www.quotidiano.net/politica/elezioni-2018-sondaggi-1.3728424).

Per ragioni di scrittura e migliore comprensione dei vari sondaggi, segnalo che analizzo, avvalendomi di analisi già scritte dalle varie fonti citate, i sondaggi uno per uno e NON facendo una media tra essi perché impossibile date le evidenti discrepanze tra gli stessi.

Segnalo anche che da domani in poi è espressamente fatto divieto, per tutti i mass media (giornali, radio, televisioni, siti Internet) pubblicare, in forma totale o parziale, sondaggi sulle elezioni politiche in base a una deliberazione dell’Agcom fino al giorno dopo il voto. 

NB: evito di ripetere qui ogni commento e analisi sulla legge elettorale in vigore, il Rosatellum, su cui tornerò però in prossimi articoli su questo sito. In ogni caso, sul mio sito sono facilmente rintracciabili diversi articoli che spiegano il funzionamento del Rosatellum, sia in sintesi che per esteso, articoli cui rimando per gli approfondimenti.


1) Una media più o meno “ponderata” degli ultimi sondaggi sulle elezioni politiche. 

Sono diversi i giornali (Corriere della Sera, Stampa, Repubblica, Quotidiano nazionale) che oggi pubblicano sondaggi di diversi istituti demoscopici (i più importanti, in genere: Demos, Noto, Piepoli, Ipsos, Ixé, etc.) in merito alle elezioni politiche del 4 marzo 2018.

A) Secondo l’istituto Ipsos, guidato da Nando Pagnoncelli, per il Corriere della Sera, che analizza ed elabora solo le proiezioni per la Camera dei Deputati e non per il Senato, i principali partiti italiani avrebbero questi risultati e questa distribuzione di seggi:

grafico sondaggi  di Pagnoncelli (Ipsos) x il Corriere

grafico sondaggi di Pagnoncelli (Ipsos) x il Corriere

Nello specifico, vediamo i risultati dei principali partiti politici (senza le aggregazioni):

Pd : 22,6% (al 16/02) – 23,1% (al 13/01) – 23,4% (al 14/12/2017) – 25,5% al (27/10/2017)

Come si vede, il Pd non è mai più riuscito a recuperare i punti persi con la scissione.

Insieme (Psi-Verdi-Ulivisti): 1,1% (al 16/02) – 1,4% al 13/01/2018.

Civica e Popolare (Lorenzin): 1,1% (al 16/02) – 1,8% al 13/01/2018.

+Europa (Bonino): 3,1% (al 16/02) – 1,2% al 13/01/2018.

Solo la lista Bonino è vicina al raggiungimento della soglia di sbarramento del 3%, entrambe le altre due liste minori di centrosinistra rischiano di non arrivare all’1%. I loro voti, in quel caso, andrebbero dispersi, perché così dice la legge elettorale.

Totale centro-sinistra: 27,9% (cui va sommato almeno lo 0,4% circa della Svp).

FI: 16,3% (al 16/02) – 16,5% (al 13/01) – 16,7% (al 6/12/2017) – 16,1% (al 27/10/2017).

Lega: 13,2% (al 16/02) – 13,8% (al 13/01) – 14,3% (al 6/12/2017) – 14,4% (al 27/10/2017).

FdI: 4,3% (al 16/02) – 4,7% (al 13/01) – 5,0% (al 6/12/2017) – 4,9% (al 27/10/2017).

Noi con l’Italia-Udc: 1,8% (al 16/01) – 0,9% (al 13/01).

Totale centro-destra: 35,6% 

Come si vede, Forza Italia ha fermato la sua crescita, la Lega ha avuto una flessione, nonostante i fatti di Macerata ed è ormai lontana dal 14% pieno della fine del 2017, Fratelli d’Italia ha perso qualcosa, ma si mantiene costante, Noi con l’Italia non decolla.

M5S: 28,6% (al 16/02) – 28,7% (al 13/01) – 28,2% (al 6/12/2017) – 29,1% (al 27/10/2017).

Impressiona la stabilità dei consensi dei 5Stelle, non scalfiti da alcuna Rimborsopoli, anche se rispetto agli ultimi dati dell’inverno 2017 anche M5S registra lievi flessioni.

LeU: 6,1% (al 16/02) – 6,4% (al 13/01) – 6,6% (al 6/12/2017) – 5,4% (ma solo come somma di Mdp al 2,8% e Sel al 2,6% al 27/10/2017).

Dopo una prima fiammata positiva a fine anno scorso, LeU resta inchiodata al 6%.

Altre liste (Casa Pound, Potere al Popolo, etc.): 1,8% (al 16/02) – 1,5% (al 13/01).

Forse un po’ troppo sottostimate, da Ipsos, le liste minori di destra e sinistra estrema.


 

B) Secondo l’Istituto Piepoli che fa i suoi sondaggi per la Stampa e per Rai 1, i dati delle intenzioni di voto dei principali partiti fotografati al 15/02/2018 sono i seguenti:

FI: 16% (stabile)

Lega: 13% (stabile)

Fratelli d’Italia: 5% (stabile)

Noi con l’Italia: 3% (+0,5%)

Totale centrodestra: 37% (+0,5%).

Come si vede, Piepoli sovrastima Noi con l’Italia (che, con il 3%, avrebbe seggi autonomi) e Fd’I. Di conseguenza, il risultato totale del centrodestra è più alto di quello di Ipsos.

Pd: 24,5% (+0,5%)

+Europa: 3% (stabile)

Insieme: 1,0% (stabile)

Civica e Popolare: 0,5% (stabile)

Svp: 0,3% (stabile)

Totale centrosinistra: 29,3% (-0,5%).

Piepoli è di manica larga con il Pd, che dà al 24,5% mentre Ipsos lo inchioda al 22,6%, segnala, come Ipsos, la lista Bonino sopra il 3% e indica risultati deludenti per gli altri.

M5S: 27% (stabile).

Piepoli, rispetto a Pagnoncelli, abbassa non di poco la percentuale dei 5Stelle.

Liberi e Uguali: 6,5% (stabile)

Altri (Casa Pound, Potere al Popolo, etc.): 0,2%

Non convince il dato sugli ‘Altri’: Piepoli stima troppo bassi sia la destra che la sinistra.


C) Secondo il sondaggio dell’Istituto Demos  per Repubblica, i dati sarebbero questi:

M5S: 27,8% (febbraio) – 28,0% (gennaio) – 28,7% (dicembre 2017) – 28,4% (dicembre 2016).

Pd: 21,9% (febbraio) – 23,0% (gennaio) – 25,0% (dicembre 2017) – 30,2% (dicembre 2016).

+Europa: 3,5% (febbraio) – 2,8% (gennaio).

FI: 16,3% (febbraio)  – 15,8% (gennaio) – 15,2% (dicembre 2017) – 12,7% (dicembre 2016).

Lega: 13,2% (febbraio) – 12,8% (gennaio) – 13% (dicembre 2017) – 13,2% (dicembre 2016).

Fd’I: 4,8% (febbraio) – 5,2% (gennaio) – 4,8% (dicembre 2017) – 4,4% (dicembre 2016).

Leu: 6,1% (febbraio) – 6,9% (gennaio) – 7,6% (dicembre 2017) – 5,0% (dicembre 2016, ma considerate come somma di Mdp e SI-Sel).

Altri: 6,4% (febbraio) – 5,5% (gennaio) – 5,7% (dicembre 2017) – 6,1% (dicembre 2016)

Come si vede il dato del Pd è davvero ai minimi storici, anche rispetto ad altri istituti, la lista Bonino supera e abbondantemente il 3%, le minori di centrosinistra sono in ‘Altri’. Forza Italia è data stabilmente al 16% e la Lega al 13%, come negli altri sondaggi, mentre i dati per Fratelli d’Italia oscillano sempre. La lista ‘Noi con l’Italia’ è computata in Altri, che arriva a quote considerevoli ma con modi e criteri a mio parere del tutto fuorvianti.


D) Restano fuori, dal panorama dei sondaggi, i dati di due istituti molto importanti e stimati: SWG (che lavora per il Pd) e Ixé di Weber che lavora per Huffington Post. Eccoli, sempre riferiti al giorno 15/02/2018.

I) Il primo che elenchiamo è quello di SWG:

M5S: 28,3% (+0,3)

Pd: 23,5% (+0,2)

+Europa: 2,9% (+0,1)

Civica e Popolare: 1,0% (+0,2)

Insieme: 0,8% (stabile)

SVP: 0,4% (stabile)

Totale centrosinistra: 28,6% (+0,1)

Leu: 5,9 (-0,6).

FI: 15,2% (-0,5)

Lega: 13,4% (+0,4)

FdI: 4,4% (-0,4)

Noi con l’Italia-Udc: 2,2% (+0,2)

Totale centrodestra: 35,2% (-0,4)

Altri: 1,1% (+0,4) e Potere al Popolo: 0,9% (+0,3)

Come si vede il centrosinistra è dato abbastanza alto, grazie soprattutto alle performance della lista Bonino, il Pd è dato lievemente più alto che altrove, mentre il centrodestra è dato stranamente molto basso, nel suo complesso, soprattutto per il dato di FI e Fd’It.

II) il secondo è di Ixé (Weber), i dati più interessanti perché ragiona in termini di seggi, oltre che di percentuali. Iniziamo con le intenzioni di voto per i diversi partiti.

Sondaggio sui partiti di Ixé del 17/02/2018

 

Passiamo alle tendenze di voto dei principali partiti analizzati in una serie storica.

Le tendenze dei principali partiti per Ixé

Le tendenze dei principali partiti per Ixé

 

Esaminiamo ora le tendenze di voto per le coalizioni, sempre con una serie storica.

Le tendenze di voto delle coalizioni per Ixé

Le tendenze di voto delle coalizioni per Ixé

 

Molto più interessanti sono però le analisi e le serie storiche di Weber per Ixé sulla trasformazione dei voti in seggi, anche questi analizzati in una serie storica. Eccole.

Serie storica seggi Camera dei Deputati x Ixé

Serie storica seggi Camera dei Deputati x Ixé

 

Serie storica Senato della Repubblica x Ixé

Serie storica Senato della Repubblica x Ixé

 

Infine, ecco le considerazioni di  Weber per Ixé – Huffington sulle proiezioni in seggi:

Molto probabilmente ai fini della  governabilità sarà decisivo l’andamento nelle regioni meridionali del paese, dove lo scarto fra centro-destra e M5S appare minimo.

Da un punto di vista qualitativo vale la pena di osservare ancora:

  • l’accelerazione della lista Più Europa con Bonino, che sembra catalizzare l’attenzione degli orfani e degli scontenti del PD attuale;
  • l’apparente fragilità di Liberi e Uguali che evidentemente pagano dazio a Potere al Popolo;
  • la virtuale impermeabilità dell’M5S alle polemiche sui rimborsi;
  • il trend in continua crescita di Forza Italia a danno diretto della Lega di Salvini.

I principali punti interrogativi – cui ahimè i nostri lettori troveranno risposta solo il 4 marzo – sono relativi:

  • alla tenuta effettiva del Pd nelle regioni del centro e segnatamente in Emilia Romagna;
  • al carattere della affermazione della Bonino: virtuale o reale come i sondaggi sembrano testimoniare?
  • al M5S che pur restando solidissimo, potrebbe aver esaurito il potenziale di crescita anche a causa delle polemiche recenti

La sensazione più generale che ricaviamo è che oggi un governo di centro-destra appare decisamente più vicino di due mesi e mezzo fa.

Fin qui il ragionamento di Weber per Ixé, molto convincente anche se – a mio avviso – sottostima troppo il risultato del Pd-centrosinistra e sovrastima troppo il centrodestra.

 


2) I sondaggi dicono che il governo è una missione (im)possibile: 

“Il M5S non perde voti e il Pd va sotto il 22 per cento. Il centrodestra prima coalizione, ma ancora lontano dalla maggioranza dei seggi”.

Ecco i numeri e le analisi di  YouTrend. Rielaborazione del sito ‘”List” di Mario Sechi, cui sono abbonato, e che pubblicamente ringrazio, come ringrazio le sempre puntuali analisi di Youtrend di Lorenzo Pregliasco.

Non c’è nessuna maggioranza di governo. Anche gli ultimi sondaggi confermano che per ora il centrodestra è largamente in testa ma è “corto”, alla coalizione guidata da Berlusconi mancano una trentina di seggi per assicurarsi il controllo della Camera e del Senato. Demos, SWG e altri sono allineati e lo scenario è quello che abbiamo raccontato.

 

Numeri e mappa del voto

A) Ecco il quadro presentato da List e YouTrend: le tendenze dei principali partiti.

Storico tendenze dei partiti in percentuale (Youtrend)

Storico tendenze dei partiti in percentuale (Youtrend)

 

Il Movimento 5Stelle (linea gialla) va dritto come un treno (la battuta di Lorenzo Pregliasco è stata: “Sembra la mappa della metropolitana di Londra”), il Partito democratico (linea rossa) è in picchiata e nell’ultimo sondaggio di oggi (Demos per Repubblica) è in ulteriore calo (21.9%), Forza Italia (linea azzurra) continua salire, così anche la Lega (guadagna ancora qualcosa dopo i fatti di Macerata), Liberi e Uguali conferma il numero del 6%, gli altri piccoli partiti oscillano tra il niente e il 3% e in ogni caso con il Rosatellum avranno un ruolo importante, in particolare la lista Bonino per il centrosinistra e Noi con l’Italia per il centrodestra.

Ecco la mappa d’Italia, con particolare riguardo al voto nei collegi uninominali:

Distribuzione seggi Camera dei Deputati (Youtrend)

Distribuzione seggi Camera dei Deputati (Youtrend)

 

B) In termini di seggi (come si vede dal grafico sopra)  significa che, per ora, nessuno ha la maggioranza e per fare un governo ci vorrà parecchia fantasia. Quando il titolare scrive nessuno, significa che anche un’alleanza tra Forza Italia e Pd non ha i numeri per andare a Palazzo Chigi. I giochi elettorali dunque, almeno per ora, non risolvono niente e il trend conferma che il 5 marzo si aprirà una vera rumba per dare un governo al Paese.

Composizione Camere in base media sondaggi You trend
Composizione Camere in base media sondaggi You trend

 

C) Conseguenze inattese della legge elettorale e delle alleanze che ha prodotto. Sembra che la lista +Europa di Emma Bonino abbia un certo gradimento e che potrebbe perfino toccare quota 3%. Forse troppo, dunque occorre prudenza. In ogni caso, se succede, tutto questo per il Pd entra nell’agenda alla voce “conseguenze inattese”: potrebbe perdere non solo voti, ma anche seggi. Guardate qui:

Voti-seggi tra Pd e +Europa e altre liste minori cs

Voti-seggi tra Pd e +Europa e altre liste minori cs

 


 

3) “Elezioni 2018: gli ultimi sondaggi.

Dal M5s al Pd: chi sale e chi scende”.

L’articolo di Rosalba Carbutti (@rosalbacarbutti) per http://www.quotidiano.net 

Secondo l’istituto di Antonio Noto, centrodestra in crescita al 38%. il Movimento 5 Stelle resta il primo partito al 28%, nonostante Rimborsopoli. In flessione il Pd, fermo al 22%, stabile la coalizione del centrosinistra al 27,6%.

L’istituto “Noto sondaggi” rileva le intenzioni di voto dei principali partiti italiani a poche ore dallo stop imposto da Agcom. Nonostante la Rimborsopoli grillina, il Movimento 5 Stelle resta il primo partito e non perde consensi. Nel sondaggio, pubblicato il 15 febbraio,  il quadro della situazione, a oggi, in sintesi prevede: il Movimento 5 Stelle in aumento con un 28% dei consensi, primo partito; il centrodestra che veleggia al 38% con Forza Italia, Lega  e Noi con l’Italia in crescita, mentre Fratelli d’Italia è in calo; ilcentrosinistra al 27,6% con il Pd in flessione al 22%. 
Chi governerà, quindi, stando all’ultimo sondaggio? Secondo Antonio Noto, “a due settimane dal voto, il livello d’indecisione è ancora al 30%, cioè a un livello molto alto. Considerando che chi è ancora in dubbio probabilmente prenderà una decisione nell’ultima settimana prima del voto, è facile immaginare che questa fascia di elettori influenzerà l’esito delle urne”. In sintesi: è difficile e scientificamente non corretto fare previsioni in tal senso.

Prendiamo, infatti, i dati per coalizione del sondaggio di Noto: il centrodestra è in crescita al 38%, con gli azzurri al 16%, la Lega al 14,5%, Fratelli d’Italia al 4,5% e Noi con l’Italia, la cosiddetta quarta gamba, al 3%; considerando uno scarto di voti, questa coalizione potrebbe prendere un minimo del 36% e un massimo del 40%. Nel secondo caso, però, spiega Noto, non è detto che riesca ad avere la maggioranza. “Fare un calcolo dei seggi, considerando che il Rosatellum è un sistema che prevede sia il proporzionale sia l’uninominale, sarebbe comunque una forzatura. Senza contare che, a seconda anche di quanti partiti superano il 3%, ad esempio, il calcolo cambierebbe. Morale: il centrodestra potrebbe avere la maggioranza con il 37% e non averla con il 42%, considerando tutto un insieme di fattori variabili”.

Restando, comunque, alle intenzioni di voto, il centrosinistra resta stabile e, anche considerando una forbice di voti, tra il 25,6% e il 29,6%, resta stabile. Buone notizie, secondo l”ultimo sondaggio, per +Europa, la lista di Emma Bonino, che nella migliore delle ipotesi potrebbe anche superare il 3% (forbice 1,7-3,7%), ma anche per Lorenzin civica e popolare che oscilla tra l’1 e il 3 per cento. Stabili, invece, Insieme (allo 0,7%) e Svp (0,4%). Restando a sinistra, Leu è in flessione al 4,5% con una differenza di consensi che va dal 3,5% al 5,5%. Mettendo anche che ci fosse un’alleanza con il Pd e gli alleati, la coalizione di centrosinistra raggiungerebbe al massimo il 35,1%.

Resta un quesito: quanto la rimborsopoli grillina potrà, nelle prossime settimane, influenzare la campagna elettorale. “Nell’opinione pubblica non si può pensare che ci sia un un rapporto di causa ed effetto. Un caso come quello dei rimborsi – spiega Noto – viene metabolizzato dagli elettori dopo qualche giorno. Ciò detto, resta il fatto che l’elettore del M5S vota il Movimento non per premiare il progetto, ma ancora per rabbia. Nonostante la svolta governista di Di Maio, quindi, il voto contro, il dare lo schiaffo agli altri partiti, resta il motore di chi sceglie alle urne i grillini”.

NOTA METODOLOGICA: Il sondaggio è stato realizzato nella giornata del 15 febbraio in esclusiva per Quotidiano Nazionale attraverso interviste in tempo reale in tutta Italia su un campione di mille persone rappresentativo della popolazione italiana maggiorenne. Ha risposto il 92% del campione.

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NB: tutti questi dati ed elaborazioni sono stati scritti in originale per questo blog. 
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“Dentro” LeU: le scelte (contradditorie) in Lombardia e Lazio, il nodo candidature, lo scontro interno sui ‘big’ da promuovere. Ben quattro articoli…

NB: Pubblico qui di seguito, in ordine temporale decrescente, quattro articoli usciti su QN  la settimana scorsa, sulla sinistra che si muove a sinistra del Pd (LeU e dintorni) 

d'alema 2

L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

 

 1. Leu ha deciso di tagliarsi la testa da sola: correrà da sola in Lombardia, con il Pd nel Lazio. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
E’ stata una liberatoria, ma scontata, standing ovation quella che ha accolto la decisione dell’assemblea regionale lombarda di LeU (Liberi e Uguali) di correre «soli» contro centrodestra 5Stelle e Pd che schiera il renziano, ma con qualche chanches di farcela, Giorgio Gori, ex sindaco di Bergamo, già ieri dato solo 5 punti sotto il leghista Fontana (la gara sarà tra il centrodestra e il centrosinistra: i 5Stelle in Lombardia pesano assai poco). Il candidato governatore di LeU sarà dunque Onorio Rosati, ex segretario della Camera del Lavoro di Milano:  a lui spetterà superare l’improbo sbarramento che la legge regionale fissa al 5%, asticella ardua da superare – in Sicilia, dove pure c’era il 5%, l’ha passata solo il candidato presidente, Claudio Fava, ma nessun consigliere è stato eletto, in Lombardia rischia di non farcela neppure Rosati – per una sinistra-sinistra (l’ex Prc-Sel, in buona sostanza), mai dotata di numeri robusti, sopra il Po. E da superare ci sarà anche l’ostilità della Cgil lombarda e nazionale: la Camusso in persona mandò, tre anni fa, gli ispettori interni del sindacato a Milano rimproverando presunte spese ‘pazze’ e mai saldate, ma messe in conto e in carico alla Cgil, proprio a Rosati e a Antonio Panzeri. Un altro ex ex cigiellino dirottato, come Rosati, all’Europarlamento: eletti dal  Pd, nel 2013, dopo anni di bella vita a Bruxelles, sono  passati armi e bagagli, ma scarse truppe, dentro Mdp. Il passato è passato e l’ispezione finì in nulla, ma di certo la Cgil non  aiuterà la corsa in solitaria di LeU.  «Noi corriamo da soli, la Sinistra nasce per uscire dalla solitudine» dice, semi-citando Gabriel Garcia Marquez, il milanese Francesco Laforgia, uno dei big di Mdp, di cui è diventato capogruppo alla Camera, ma la corsa in solitaria  ha aumentato tensioni interne già molto alte dentro LeU.
 I «moderati» e «unitari» di LeU – da Grasso a Boldrini, da Enrico Rossi  a Bersani (che, sotto sotto, però in realtà ha sempre spinto per la corsa in solitaria: Rosati e Panzeri sono uomini «suoi») – ci hanno provato a far scendere a più miti consigli l’ala «dura» e «isolazionista» del partito-non partito, movimento-non movimento, ma inutilmente. L’ala radicale, per definizione, di LeU (SI di Fratoianni e e Civati) si è alleata proprio con i lombardi di Mdp ed ha  avuto la meglio. In cambio, l’ala «trattativista» (con il Pd), presente in LeU (Grasso, Boldrini e pezzi di Mdp), ha ottenuto un sostanziale via libera a dare vita a un centrosinistra «classico» o «organico» in Lazio. Qui si ricandida il governatore uscente, Nicola Zingaretti, che – a differeza di Gori – non è un renziano, anzi all’ultimo congresso ha votato e fatto votare per Orlando, ma soprattutto viene dal Pci.  Certo, il percorso individuato dall’assemblea laziale di LeU è contorto e barocco, in puro stile da ex Politburo de’ noantri: ieri, i due presidenti dell’assemblea hanno dato «mandato» a Grasso di «esplorare» le possibilità di un accordo dopo «un confronto serrato» sui «programmi». Ma la traduzione è che l’intesa tra LeU e Zingaretti si farà, purché non ci siano in campo liste “di destra”, cioè riconducibili alla Lorenzin o ex Ncd. Non foss’altro perché, vincendo Zingaretti (sopra i suoi avversari di oltre 10 punti, nei sondaggi), LeU avrà posti sicuri e assessori, nella prossima giunta regionale del Lazio.
Non che le cose, in casa dem, vadano molto molto meglio. I sondaggi segnano «sprofondo rosso»: la super-media, impietosa, di You trend inchioda il Pd al 23,6%. Eppure, al Nazareno, si registra una «illogica allegria», per dirla alla Giorgio Gaber. Mentre a Torino si apriva la due giorni degli amministratori, a Roma i dirigenti nazionali rimasti a guardia del bidone nazarenico spargevano miele. Così  spiega Lorenzo Guerini a un amico: «I sondaggi fatti oggi non valgono nulla. Ne riparliamo tra un mese, quando avremo tutti i nostri candidati e pesato le liste collegate».
Nel frattempo, però, al Nazareno iniziano a far di conto. La suddivisione dei collegi uninominali in «sicuri», «persi» e «contendibili» e la relativa assegnazione dei posti nei listini proporzionali è un puzzle assai faticoso da comporre. La Direzione che doveva occuparsi di liste e che invece si occuperà “soltanto” di deroghe (che saranno molte: Gentiloni, Minniti, Fassino, Pinotti, Giachetti, Latorre, Realacci, etc., di certo le avranno tutti i ministri in carica), al limite dei tre mandati (15 anni in Parlamento) previsti dallo Statuto dem, ma anche di programmi e alleanze coi ‘nanetti’ (ormai i Radicali di +Europa sono dati già per recuperati) è già slittata dal 16 al 17 gennaio. Quella che non può slittare, però, è  la seconda, fissata per il 25 gennaio, dato che le liste vanno presentate tassativamente entro il 29 gennaio. E quella sì che si trasformerà in un bagno di sangue.
NB: L’articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il 13 gennaio 2018. 
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Pietro Grasso

Il presidente del Senato, Pietro Grasso.

2. LeU è una pentola pronta a esplodere. Tra i big del partito è “tutti contro tutti”. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
LeU, «Liberi e Uguali», è una pentola in ebollizione e sul punto di esplodere. La formazione politica (non è un «partito» perché i tre soggetti fondatori non si sono mai sciolti finora né intendono farlo in fyuturo) è guidata, formalmente, da Pietro Grasso (eletto presidente per acclamazione, ma – attenzione – mai in alcuno organo dirigente e ‘qualcuno’, dentro LeU, prima o poi farà notare la singolarità del caso, per destituirlo), ma informalmente pesano molto i tre segretari dei tre partiti fondatori: Roberto Speranza, giovane di belle speranze e pupillo di Bersani (ma non di D’Alema) per Mdp, Nicola Fratoianni, figlioccio di Nichi Vendola, per SI, Pippo Civati, ex rottamatore, ex amico di Renzi, che odia dalla prima Leopolda perché non gli diede un ruolo, per «Possibile». I “tre Tenori” o i “Tre Amigos”, i “Tre della Croce del Sud”, insomma, i tre, hanno mantenuto in piedi strutture, dirigenti, simboli dei loro rispettivi partiti di appartenenza: Mdp viene dagli scissionisti della minoranza del Pd che se ne sono andati prima dell’ultimo congresso, SI viene da Sel di Vendola e Fratoianni (i quali, a loro volta, vengono da una sanguinosa e sfortunata scissione, quella del 2009 dal Prc di Bertinotti che poi finì nelle mani del valdese Ferrero) e Possibile, i civatiani, vengono pure loro, ma alla lontana, dal Pd (erano renziani, per dire), da cui però si sono presto allontanati per entrare nella galassia della sinistra radicale.  Da quando LeU è ‘non nata’ (è un partito che non esiste, appunto, né ha organi o struttura democratica interna) le cose, di norma, vanno così: Mdp, che ha conquistato, nelle assemblee di base (provinciali e regionali), il 50% dei delegati, sembra fare la parte del leone e propone alleanze o con il Pd (nel Lazio) o con i 5Stelle (a livello nazionale), poi arrivano quelli di Sinistra italiana (35% di delegati) e Civati (15%), che sommati tra loro possono vantare l’altro 50% dei delegati, ma che sono molto più ‘sinistri’, e scompaginano i giochi, dicendo ‘no’ a ogni alleanza. Succede sulle alleanze e succederà, molto presto, pure su come ripartirsi le candidature, dato che le quote previste (50% di posti a LeU, 35% a SI, 15% a Possibile vuol dire, su un parco non pensabile sopra i 24 deputati e i 12 senatori, circa 12 deputati e 6 senatori a Mdp, 8 deputati e 4 senatori a SI, 4 deputati e 2 senatori a Civati sempre partendo dalla base del 6% come possibile base d’asta per tutta LeU).
Peraltro, il neonato  soggetto in fieri della sinistra ha sì nominato il suo leader (Grasso) per acclamazione, ma mantiene, in «cabina di regia» molte,  troppe, personalità, tutte ingombranti: D’Alema e Bersani vengono dal Pd, come pure Civati e il governatore toscano Enrico Rossi, che con il Pd ci governa, addirttura,, Vendola viene dal Prc, altri ancora dai movimenti e dai centri sociali, la Boldrini dalla (presunta) ‘società civile’.
«L’amalgama» , decisamente ‘malriuscito’, come disse Prodi del Pd (e, ai tempi, fu un epitaffio) sembrava funzionare,  all’inizio, ma ora i nodi stanno  venendo tutti al pettine.
Prendiamo le alleanze «a sinistra» per le Regionali in Lazio e Lombardia. Insensibili al «grido di dolore» levato – via Repubblica, vero e unico house organ del centrosinistra – dai padri nobili dell’Ulivo e del Pd (Prodi e Veltroni), i dirigenti lombardi di LeU, che oggi terranno a Cisinello Balsamo (in periferia di Milano, il tipico vezzo di presunti ‘sinistri’) la loro assemblea definitiva sul tema, hanno deciso che il candidato del Pd, Giorgio Gori (peccato originale: è renziano), è un nome «inaccettabile». E così, LeU correrà da sola, in Lombardia, ma rischia di finire come finì la lista di Claudio Fava in Sicilia nel 2017: infatti, pure in Lombardia bisogna superare lo sbarramento, per ogni partito, del 5%. A stento verrà eletto, se ci riesce, il candidato presidente, Onorio Rosati, il quale per paradosso ha un lungo passato di segretario della Camera del Lavoro di Milano, dove peraltro era considerato un ‘destro’, negli anni Novanta, da tutta la sinistra a sinistra del Pd. Ieri, sia la Camusso che la segretaria della Cgil Lombardia, Lattuada, si sono appellati a LeU – la cui aspirazione, sarebbe, in teoria, proprio quella di diventare il «Partito del Lavoro» della Cgil (ma a parti rovesciate: con la Cgil che comanda) – affinché ci ripensassero («Un no a Gori provocherà danni irreparabili»), ma loro sono rimasti sordi. Anche molti big nazionali (da Grasso alla Boldrini, dal governatore della  Toscana Rossi, che con il Pd ci governa,  a Bersani, che li ha esortato «a cercare un’intesa») hanno provato a portare i lombardi a più miti consigli. Ma poi Civati e Fratoianni, che oggi sarà a Milano per suggellare il niet a Gori, si sono scatenati e amen, l’alleanza non ci sarà.
Certo, in Lazio LeU correrà al fianco di Nicola Zingaretti, ma «lui viene dal Pci-Pds-Ds –  spiega un vecchio ex Pci  di LeU – e, soprattutto,  vincerà, noi andremo al governo e ci darà gli assessori. Gori perderà, tanto valeva mollarlo…». In realtà, anche in Lazio, l’ala di Sinistra italiana, guidata da Stefano Fassina e Paolo Cento, sta provando, fino all’ultimo giorno, a far saltare l’accordo e correre da soli. Ma stavolta è stato D’Alema – assai preoccupato per LeU, ma sereno per sé: avrebbe fatto un accordo segreto con Emiliano  per farsi votare e vincere il collegio uninominale – a tagliare corto: «Zinga non è Renzi e la nostra mission resta quella di far fuori Renzi, e per sempre». Eppure, rendite di posizione, dentro LeU, non ce ne sono più. Per dire, l’altro giorno, Arturo Scotto, ex capogruppo alla Camera, ma che viene dai Ds (mai stato in Sel), ha dovuto replicare duro a Nicola Fratoianni, che invece viene da Rifondazione, sulla presenza o meno in lista, in Campania, dell’ex «viceré di Napoli» Antonio Bassolino: per Fratoianni «o lui o noi, rappresenta il vecchio», per Scotto «è una grande risorsa».
In Emilia,  pezzi di LeU dicono no all’ex uomo d’ordine di Bersani, Maurizio Migliavacca, bollato come «esempio di vecchia politica». Come sospira Grasso, «siamo una forza plurale, è normale che ci siano posizioni diverse». Contraddizioni in seno al popolo.
NB: L’articolo è stato pubblicato  il 12 gennaio 2018 su Quotidiano Nazionale
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3. Grasso e la Boldrini stanno nello stesso partito ma sono divisi su (quasi) tutto… 
Ettore Maria Colombo – Roma
Il dibattito a sinistra si infiamma. Il Pd di Renzi chiude all’ipotesi di ogni accordo post-elettorale con Berlusconi («Altro che Beatiful, è fantapolitica», taglia corto il leader dem dagli studi di Bruno Vespa) e crede – come spiega a un amico il plenipotenziario di Renzi, Lorenzo Guerini, che «non riusciremo a chiudere un’alleanza con Leu, in Lombardia, perché loro ci odiano, ormai, ma ci proveremo fino all’ultimo, come è giusto provarci». Ma è dentro LeU, la formazione guidata dal presidente del Senato, Pietro Grasso, che si stanno aprendo parecchie contraddizioni, foriere di problemi di «linea» politica. La presidente della Camera, Laura Boldrini, ieri, per dire, durante Otto e mezzo (La 7), ha chiuso seccamente a ogni ipotesi di governo con i 5Stelle (e molti giorni dopo, in tv, dirà “Grasso non decide da solo, siamo un collettivo” mentre Grasso le risponderà “decido io”, ndr.). Prospettiva che, invece, affascina non solo Bersani («Io resto sempre quello dello streaming»), ma anche Grasso stesso, il quale ha detto: «Noi saremo una forza di governo responsabile e non chiudiamo le porte in faccia a nessuno, tantomeno ai 5Stelle».
«Per quanto mi riguarda – afferma, invece, la Boldrini – non ci sono punti di congiunzione tra LeU, che è una forza di sinistra, e l’M5S». Poi aggiunge, con tono di sfida: «Di Maio ha ragione: lui non vuole fare un governo con me e io non voglio farlo con lui». Potrebbe sembrare un semplice posizionamento pre-elettorale di entrambi, che hanno elettorati contigui. Proprio Di Maio sta studiano una «strategia», con i suoi, per rubare voti all’elettorato della sinistra-sinistra più ‘arrabbiata’. O il frutto dell’ormai atavica antipatia tra il presidente della Camera e il suo vicepresidente. Ma la Boldrini dice la sua pure sugli 80 euro del governo Renzi: «Gli italiani li hanno graditi». A Mdp sarà venuto lo stranguglione: gli 80 euro, li hanno combattuti, specie chi stava nel Pd.
Insomma, quella della Boldrini sembra una vera «contro-strategia», rispetto a quella di Grasso e Bersani che invece ai grillini vogliono aprire eccome, sia dopo il voto che prima. Poi c’è D’Alema, che invece vuole tutt’altro: un ‘governissimo’ con FI e Pd, ovviamente dopo aver ‘ucciso’ Renzi. Infine, l’altro tema che sta squassando Leu sono le alleanze in vista delle Regionali. Grasso ha ‘aperto’ a Gori in Lombardia, ma gli ex Pd, oggi in Mdp, lombardi hanno chiuso ogni trattativa con il Pd e hanno fatto sapere a Grasso che «è meglio se pensi a te e alle cose tue…». E anche in Lazio, dove, in teoria, Leu appoggerà Zingaretti (sì, alla fine finirà così), l’area di Stefano Fassina e Paolo Cento sta meditando lo ‘strappo’ per correre in solitaria contro persino il ‘comunista’ Zingaretti. Per Boldrini, invece, si deve dialogare con il Pd: «Su Lazio e Lombardia c’è un confronto in atto con Grasso che gestisce direttamente la partita. Bisogna trovare un equilibrio sui programmi». Che è come dire, al Pd, appunto, «cari amici, alleiamoci».
Ovviamente, al Nazareno, brindano per le «contraddizioni in seno al popolo» come le chiamano con facile ironia, ma pure lì hanno le loro gatte da pelare. Anche ieri, infatti, è andato in scena «l’assalto». Quello dei venti segretari regionali sfilati per discutere «i criteri» delle candidature, cioè i posti sicuri. Sono risuonati alti e forti gli ukase e i niet di molti segretari sui nomi che il Pd nazionale vuole ‘paracadutare’ nei collegi blindati.
Renzi e la sua piccola squadra di ‘facilitatori’ (Guerini, Lotti, Martina, Orfini) hanno, perciò, tanti grattacapi, a partire dallo «spingi-spingi» di tanti, troppi, aspiranti ai seggi. Ci sono però due ministri che potrebbero togliere a Renzi l’incomodo da soli: quello al Lavoro, Poletti fa sapere di non volersi candidare (nessuno cercherà di fermarlo). Quella all’Istruzione, Fedeli, Renzi la ritiene responsabile di gaffe ed errori marchiani. Se rinunciasse, sua sponte, alla candidatura, ne sarebbe ben felice (ma lei correrà).
NB: L’articolo è stato pubblicato l’11 gennaio 2018 su Quotidiano Nazionale. 
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4. Anche dentro LeU ci si scontra sulle candidature e i (pochi) collegi ‘sicuri’.  

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Anche Leu (Liberi e Uguali) ha i suoi bei problemi, con i posti, nel senso di collegi ‘sicuri’ o ‘blindati’ da assegnare, anche perché saranno assai pochi: se tutto va bene LeU prenderà 6-8% (il 10% di cui parla D’Alema è una chimera di fatto irraggiungibile), solo che LeU – con una legge a forte correzione maggioritaria che assegna ai collegi uninominali 1/3 dei seggi – concorre solo per i 2/3 di posti assegnati con il sistema proporzionale, perché è evidente che non vincerà neppure un collegio (e anche se D’Alema vincesse la sfida che porterà al Pd nel collegio senatoriale di Lecce sempre di un solo collegio si tratta). Quindi, con l’8% dei voti prendi, in realtà, il 6% dei seggi e così via, a scalare fino alla soglia del 3% (un milione e 200 mila voti circa) sotto la quale sei fuori. Il nuovo capo comunicazione di Leu, l’ex dem di rito franceschiniano Piero Martino, è un’artista nel ‘sopire e troncare’, ma i problemi interni restano. In quota ‘società civile’, Grasso aveva chiesto ben dieci posti (e la Boldrini cinque): poco mancava venisse uno stranguglione al vero ‘mago’ delle candidature, e plenipotenziario di Mdp, Nico Stumpo. Grasso è dovuto scendere a più miti consigli: gli verranno concessi cinque posti. Ci saranno il medico di Lampedusa, Pietro Bartolo, l’ex capo di Legambiente, Rossella Muroni, l’avvocato Anna Falcone, già leader dei ‘civici’ di sinistra del Brancaccio, ma il colpo grosso sarebbe la candidatura di Pier Franco Roberti, ex capo della Direzione nazionale antimafia, oggi magistrato in pensione ma ‘tentato’ dall’avventura in politica. Sempre Grasso sarà candidato a Roma, in un collegio e in più listini proporzionali e al Senato, mentre la Boldrini, che sarà candidata in Lombardia, vuole tornare alla Camera. Scontate le candidature dei tre segretari di Mdp (Speranza, in Basilicata, ma forse anche in Toscana, contro Renzi o contro la Boschi, ma la vera leonessa pronta a competere nella sfida one to one con Renzi è Elisa Simoni, ex Pd), SI (Fratoianni, Lazio) e Civati (Lombardia). Di sicuro Mdp farà la parte del leone, con circa 20 deputati e dieci senatori sicuri, SI ne avrà almeno dieci, i civatiani cinque, non di più. Leu è sicura di prendere l’8%, il che vuol dire portare a casa almeno 60 parlamentari (40 deputati e 20 senatori), ma meglio tenersi bassi, nelle previsioni, e fare i calcoli sul 6%: vuol dire contare, per sicuri, ‘solo’ su 25 deputati e 12 senatori. Assai pochini, dati gli appetiti.

Tra i big Bersani sfiderà il Pd a Bologna ed Errani a Ravenna, Bassolino a Napoli e D’Alema nel Salento, ma per tutti sono previste candidature multiple sicure nei listini. Curioso, infine, il dialogo intercettato ieri, negli studi de La 7, tra il napoletano Arturo Scotto, già capogruppo di Sel alla Camera, e il pentastellato Alessandro Di Battista. I due hanno parlato, al telefono, prima di come cercare di “mettere sotto” il governo, chiedendo di convocare l’aula (e non le commissioni, come era previsto) in visto della ratifica dell’operazione militare in Niger, nell’ambito delle missioni militari all’estero, poi hanno convenuto sulla proposta di LeU sulle tasse universitarie. Ma c’è chi dice abbiano parlato anche di alleanze. Di Battista – che, contattato, nega – avrebbe incitato Scotto a costruire un governo sull’asse  M5S-LeU, idea diversa dalla linea ‘destra’ di Di Maio. L’accordo M5S-LeU è un pallino di Grasso e Bersani, mentre D’Alema punta a un governissimo con Fi e il Pd. Senza Renzi, naturalmente, che per D’Alema “è già morto”.

NB: L’articolo è uscito il 10 gennaio 2018 sulle pagine di Quotidiano Nazionale.

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NEW!!!! FIDUCIA E LEGGE ELETTORALE ‘for dummies’. Il Rosatellum spiegato al colto e all’inclìta… Tutto quello che c’è da sapere

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

 

 

 

 

 

 

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

  1. Il Rosatellum bis alla prova dell’Aula. Il Pd chiede al governo Gentiloni di mettere la fiducia e il governo la approva. 

IL GOVERNO HA AUTORIZZATO LA QUESTIONE DI FIDUCIA CHE VERRA’ APPOSTA OGGI, ALLA CAMERA DEI DEPUTATI, SULLA LEGGE ELETTORALE: SARANNO TRE SU TRE RISPETTIVI MAXIEMENDAMENTI E VERRANNO VOTATE DOMANI MERCOLEDì 11 OTTOBRE. VOTO FINALE SUL PèORVVEDIMENTO IL 12 O AL MASSIMO IL 13 OTTOBRE.

Duecento gli emendamenti presentati dalle opposizioni e almeno novanta o cento i voti segreti su cui si possono esercitare i franchi tiratori. Queste le forche caudine che dovrà affrontare, a partire da oggi pomeriggio alle ore 15, il nuovo testo sulla legge elettorale (detto, in latinorum, Rosatellum bis) nell’Aula della Camera dei Deputati. Bisogna cioè superare le colonne d’Ercole di votazioni a raffica, tutte assai insidiose: si inizia dalle pregiudiziali di costituzionalità, si passa ai vari articoli del ddl, relatore il dem Emanuele Fiano. Sulla carta, il patto ‘a 4’ (Pd-FI-Lega-Ap più molti gruppi minori) gode di margini molto ampli (460 voti) e le opposizioni dichiarate (il fronte M5S-Mdp-SI-FdI) non arrivano a 160 voti: servirebbero 150 franchi tiratori: sono tanti, certo, ma sono sempre in agguato. Senza dire del fatto che molti deputati neppure si presentano, specie dentro la maggioranza, mentre le opposizioni fanno blocco. A loro potrebbero aggiungersi tanti peones democrat e azzurri che temono di non avere la rielezione garantita e vorrebbero giocarsela in proprio con le preferenze. Dall’altra parte, e cioè con il Pd, giocheranno invece i 20 deputati di Mdp che sono vicini a Pisapia: per loro, ora, il Rosatellum è diventato un’opportunità imperdibile. 

Così, al Pd, di stretto concerto con i tre contraenti del ‘patto a 4’ (FI-Lega-Ap), hanno individuato due cavalli di Troia. Il primo è già annunciato: si tratta del famoso ‘canguro’. Usato in diverse e delicati passaggi (al Senato, per dire, solo così passò il ddl sulle unioni civili) il ‘canguro’ è un super-emendamento che ne preclude altri, simili, sullo stesso argomento. Il Pd – così ha deciso il capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato – lo metterà subito in azione su due temi ad alto rischio: le preferenze e il voto disgiunto mentre non verrà usato sulle soglie di sbarramento. Ma anche se il ‘canguro’ è strumento di rara e micidiale efficacia, potrebbe non bastare. Ecco perché, alle brutte, e cioè nonostante i ‘canguri’, se la maggioranza accusasse segnali di cedimento, è pronta l’arma ‘fine di mondo’, e cioè la richiesta del Pd al governo di mettere la questione di fiducia. Qui, però, si entra in un terreno minato: il premier, Gentiloni, recalcitra (“Non vuole passare alla storia come un uomo politico divisivo”, dicono al Pd), il Colle osserva in silenzio, ma si dice che non sarebbe contrario, e persino Renzi, che pure la mise sull’Italicum, ora vorrebbe evitare un’altra forzatura. Ma entrambi Renzi e Mattarella vogliono incassare la legge elettorale, anche se per diversi motivi, prima delle elezioni regionali siciliane del 5 novembre.  Infine, FI e Lega non potrebbero certo votare la fiducia, anche se si asterrebbero per farla passare. In ogni caso, resterebbe in bilico il voto finale che sicuramente sarà a scrutinio segreto. Morale: a partire da oggi, i fuochi di artificio. Dibattito e scontri al fulmicotone in Aula, ostruzionismo delle opposizioni, voti segreti, ‘canguri’ e, alla fine, forse, il voto di fiducia sulla legge elettorale. Che alla fine è arrivato… 

Nb: L’articolo è stato pubblicato il 10 ottobre 2017 sul Quotidiano Nazionale 


2. Cos’è e come funziona il Rosatellum. Legge elettorale for dummies

Questo artico è stato pubblicato, in forma ridotta, il 10 ottobre sul sito @Quotidiano.net 

( Qui l’articolo su come funziona il Rosatellum o leggibile all’indirizzo: http://www.quotidiano.net/politica/rosatellum-bis-1.3451104)

Legge elettorale ‘for dummies’….

Abbiamo formulato alcune semplici domande cercando di fornire risposte le più possibili semplici, ma articolate, su un argomento  ostico da sempre anche per gli addetti ai lavori: la legge elettorale. Detto in altre parole, eccovi una legge elettorale ‘for dummies’… Il che non vuol dire che l’autore del presente articolo vi considera degli idioti o degli ignoranti, ma solo che la materia che tratta fa impazzire e perdere la testa anche ai costituzionalisti.

  • L’Italia sta per avere una nuova legge elettorale?

Il cosiddetto “Rosatellum bis” ha superato l’esame della prima commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati dopo oltre 20 ore di dibattito e di votazioni su ogni emendamento. Ma il cammino della nuova legge elettorale è solo appena iniziato. Martedì 10 ottobre, nell’Aula della Camera, inizieranno i voti sul nuovo testo presentato dal Pd (relatore Emanuele Fiano) e che ha ricevuto i voti di altri tre partiti (Forza Italia, Lega Nord, Alternativa Popolare) e di alcuni gruppi parlamentari minori (CI-Civici e Innovatori, Popolari-Demos-Cd, Direzione Italia, Ala-Sc) e la ferma opposizione di altri partiti (M5S, Mdp, SI, Fd’Italia). Solo il voto dell’Aula – dove non mancheranno di farsi sentire i cosiddetti ‘franchi tiratori’ (deputati che, nel segreto dell’urna, cambiano il loro voto rispetto all’indicazione data dal loro gruppo e che potranno esercitarsi nei ben 90 voti segreti già previsti) – dirà se il Rosatellum passerà l’esame. Poi, in ogni caso, ci sarà l’esame del Senato, dove potranno essere apportate modifiche (in quel caso la legge ritornerebbe alla Camera per confermarle o no), e solo alla fine della classica ‘navetta’ parlamentare (Camera e Senato devono, su ogni legge, varare un testo identico!) sapremo se il Rosatellum diventerà legge dello Stato. Allora potrà essere firmata dal Capo dello Stato e pubblicata nella Gazzetta ufficiale.

Fino ad allora, meglio tenersi cauti. Non fosse perché, alla Camera (ma non – attenzione! – al Senato, dove, in base al diverso Regolamento di quella Camera i voti segreti in materia di legge elettorale non sono ammessi) sono possibili i voti segreti che potrebbero far cadere, come è già successo, anche questo tentativo di dotare il nostro Paese di una nuova e coerente legge elettorale. Infine, il governo – anche se lo ha più volte smentito – potrebbe porre la questione di fiducia, sulla legge elettorale (i regolamenti di Camera e Senato non lo vietano: il governo Renzi la mise, per dire, sull’Italicum), ma anche in questo caso il voto sul testo finale del provvedimento può essere, ove richiesto da 20 deputati, a scrutinio segreto. Non resta da fare altro, dunque, che aspettare.

  • Perché ‘Rosatellum’? E soprattutto perché ‘bis’?

Questa domanda ha una risposta semplice. Nella mania, tutta italiana, di dare nomi latini o latineggianti alle leggi elettorali (come fu per il Mattarellum, nome scovato dal politologo Sartori, per il Porcellum, nome che si auto affibbiò l’estensore di quella legge, Roberto Calderoli, o per l’Italicum, nome scovato da Renzi, Consultellum per le due leggi derivate da sentenze della Consulta) anche questa legge ‘latineggia’. Rosatellum viene dal cognome del capogruppo alla Camera, Ettore Rosato, che ha ideato il sistema, ma avendoci già provato a giugno (tentativo fallito e naufragato, appunto, nell’Aula della Camera al primo voto segreto, quando la sua proposta di legge veniva anche chiamata Tedeschllum), ora i cronisti hanno ribattezzato questa legge un ‘Rosatellum bis’, nel senso che il povero Rosato è la seconda volta che ci riprova…

  • Un po’ di storia e qualche riferimento obbligatorio…

Evitiamo, invece, qui di dare spiegazioni sui sistemi elettorali in generale (insomma, ragazzi, arrangiatevi! E ripassate la materia!) e cioè su come funzionano i sistemi elettorali, quanti e quali sono e come trasformare, dal punto di vista tecnico, i voti in seggi… Vi basterà sapere che i sistemi elettorali si dividono in due categorie (maggioritari e proporzionali), che vi può essere un mix delle due categorie con una dose maggiore o minore dell’una o dell’altra, che, ovviamente, i sistemi elettorali sono strettamente collegati al sistema istituzionale del singolo Paese in cui vengono adottati  (presidenziale Usa e FR, del primo ministro GB, proporzionale) e che i metodi tecnici con cui ogni sistema elettorale trasforma, appunto, i voti in seggi (collegi maggioritari uninominali, collegi maggioritari o proporzionali plurinominali, premi di maggioranza, soglie di sbarramento, candidature, metodi di calcolo di quozienti) divergono di volta in volta, quindi è davvero inutile annoiarvi!!! Infine, non vorremmo appesantirvi con una noiosa digressione su quali e quanti sistemi elettorali ha conosciuto l’Italia dalla sua nascita come nazione (1861) ad oggi (in ogni caso sono più di dieci! invece le democrazie anglosassoni hanno lo stesso identico sistema elettorale da metà’ 800 e le democrazie europee dal ’900!) ma, in ogni caso, giusto per essere un po’ pedanti ugualmente sappiate che l’Italia ha votato con questi seguenti sistemi: 1) maggioritari uninominali, sulla base di censo e istruzione, quando non c’è il suffragio universale, cioè dal 1861 al 1912; 2) sistema proporzionale a suffragio universale maschile dal 1919 al 1922; sistema maggioritario  con premio di maggioranza (legge Acerbo) nel 1924; 3) dittatura fascista, sospensione di ogni sistema di voto e solo plebisciti dal 1929 al 1939; 4) sistema proporzionale puro, a suffragio universale pieno dal 1946 al 1948; 5) cd. ‘legge truffa’ (sistema proporzionale con premio di maggioranza) nel 1953; sistema proporzionale puro con soglia di sbarramento all’1% dal 1958 al 1992; 6) sistema maggioritario uninominale a un turno dal 1994 al 2001 con recupero proporzionale (il famoso Mattarellum, dal nome dell’attuale Capo dello Stato, Sergio Mattarella); sistema proporzionale a turno unico con premio di maggioranza alla prima lista o coalizione senza soglia di accesso e diverse soglie di sbarramento (il Porcellum di Roberto Calderoli) dal 2006 al 2013. Fine. Infatti, sia l’Italicum, diventato legge dello Stato nel 2015, sistema proporzionale con premio di maggioranza e ballottaggio, ma valido per la sola Camera dei Deputati, dichiarato in parte incostituzionale dalla Consulta nel 2016, sia il Consultellum (sistema proporzionale senza premio di maggioranza, con le preferenze e diverse soglie di sbarramento in vigore per il Senato dopo che la Consulta bocciò diverse parti del Porcellum nel 2015) non sono mai entrati, almeno fino ad ora, in vigore. Vuol dire che, finora, con nessuno di questi due sistemi si è mai votato in Italia.

  • Ma che cos’è, in buona sostanza, il Rosatellum bis?!

Il Rosatellum è una sorta di Mattarellum ‘rovesciato’, cioè un mix tra elemento maggioritario e parte proporzionale ma dove la quota di proporzionale la fa da padrona: prevede il 64% di listini plurinominali corti e bloccati (da due fino a quattro nomi) e solo il 36% di collegi maggioritari uninominali. Nel Mattarellum la proporzione era esattamente inversa: 75% di collegi maggioritari e quota proporzionale fissata solo per il 25% dei seggi restanti.

In pratica, si tratta, dal punto di vista politologico, di un sistema elettorale ‘misto’ (una quota di maggioritario a turno unico e una quota di proporzionale) in cui l’assegnazione di 231 seggi alla Camera e di 116 (109 piu i 6 del Trentino e Valle d’Aosta) seggi al Senato è effettuata in collegi uninominali con formula maggioritaria, dove vince il candidato più votato secondo la logica, di tradizione anglosassone, del first past the post (il primo prende tutto). L’assegnazione dei restanti seggi (399 seggi alla Camera e 199 al Senato, compresi i seggi all’Estero, rispettivamente 12 alla Camera e 6 al Senato, quindi in realtà si tratta di attribuire 386 seggi alla Camera e 193 al Senato) avviene con un metodo perfettamente proporzionale (metodo dei quozienti interi e dei più alti resti) nell’ambito di collegi plurinominali. Le circoscrizioni sono 20 per il Senato, una ogni regione, e 28 per la Camera. Il numero dei collegi per ogni circoscrizione sarà di 65 e toccherà al governo definirli con una delega.

La soglia di sbarramento per la Camera e per il Senato è stata fissata al 3% a livello nazionale per le liste, mentre è del 10%, sempre a livello nazionale, per le coalizioni (al 20% nelle regioni che tutelano le minoranze linguistiche). Ci sarà un’unica scheda e non è concessa la possibilità del voto disgiunto. C’è una norma di genere (60-40) e la possibilità di presentare fino a un massimo di cinque pluri-candidature nei listini proporzionali. Niente obbligo di raccolta delle firme per i partiti (cioè i gruppi) presenti in Parlamento al 31 aprile 2017 mentre per tutti gli altri partiti o gruppi le firme da raccogliere sono solo 750 a collegio. Ci sarà un tagliando anti-frode per garantirsi da possibili irregolarità e, udite udite, una scheda con tanto di ‘istruzioni per l’uso’.

Infine, non è prevista l’indicazione del ‘capo’ della coalizione, ovvero del candidato premier, come era nel Porcellum, ma solo quello del ‘capo della forza politica’ né obbligo per la coalizione stessa di presentare un programma comune (ma non è vietato!).

  • Tenetevi forte! I ‘tecnicismi’ della legge elettorale.

Il lettore, già con il mal di testa, potrebbe anche fermarsi qui…, ma ogni legge elettorale è frutto di una (lunga e faticosa) serie di tecnicismi, calcoli e norme specifiche che la contraddistinguono. Per chi, dunque, avesse ancora la pazienza di voler proseguire nella lettura, ecco i principali ‘tecnicismi’ della legge elettorale…

UNA SCHEDA, UN VOTO: diversamente dal Mattarellum, in cui c’erano due schede (una per il collegio ed una per il listino proporzionale, con la possibilità di dare il famoso voto disgiunto), con il Rosatellum 2.0 ci sarà una scheda unica. In essa il nome del candidato nel collegio sarà affiancato dai simboli dei partiti che lo sostengono. Sembra facile, vero?! Aspettate un po’ prima di dirlo!

METODI DI VOTO. Qui le cose si complicano perché sono tre. Uno. Se l’elettore vota il contrassegno di una lista il voto è attribuito automaticamente anche al candidato nel collegio uninominale. Come già detto, nei collegi uninominali il seggio è assegnato al candidato che consegue il maggior numero dei voti. Due. Se l’elettore vota solo per il candidato del collegio uninominale e barra una delle liste dei partiti che lo sostengono il voto è valido (è il cd. ‘doppio voto’). Tre. Se l’elettore vota soltanto per il candidato del collegio uninominale, senza indicare alcuna preferenza per una delle liste che lo sostengono, il suo voto si ‘spalma’, in modo proporzionale, a tutte le liste a lui collegate o, in caso sostenuto da una sola lista, a quella stessa che lo sostiene.

SOGLIE DI SBARRAMENTO. Per accedere in Parlamento è fissata una soglia d’ingresso del 3% al Senato come alla Camera. La soglia per le coalizioni sale al 10%, sempre su base nazionale, ma se una coalizione non raggiunge il 10% dei voti, i voti dei partiti che hanno raggiunto il 3% come liste valgono lo stesso!. ‘Ma’ …  I voti dei partiti in coalizione che abbiano raggiunto la soglia dell’1%, ma non sono riusciti ad arrivare e a superare la soglia del 3%, vengono ripartiti dentro la stessa coalizione. Sotto la soglia dell’1%, invece, i voti dati a quella lista vanno dispersi, cioè non vengono attribuiti a nessuno. Per i collegi plurinominali dove vigono norme specifiche per le minoranze linguistiche (Trentino Alto-Adige e Valle d’Aosta) la soglia di sbarramento è al 20%.

NIENTE VOTO DISGIUNTO. In buona sostanza, non puoi votare il candidato nel collegio appoggiato dalla lista o dalla coalizione del partito dei ‘Gialli’ e, poi, scegliere, nella parte proporzionale, il partito dei ‘Neri’, ove questo, naturalmente non faccia parte del partito/coalizione dei ‘Gialli’. Chiaro, no?!

SCORPORO E ‘BARBATRUCCO’… E’ vietato anche lo scorporo, che era invece possibile nel Mattarellum, ma… c’è un piccolo ‘barbatrucco’, per gli amanti del genere: dato che i voti degli elettori che barrano il nome del solo candidato del collegio uninominale vengono distribuiti proporzionalmente ai partiti che sostengono il candidato del collegio, anche se l’elettore non ha espresso alcuna preferenza per nessun partito, i partiti che hanno superato il 3% dei voti si ‘pappano’ anche i voti delle liste o partiti che non solo non hanno superato il 3% ma neppure l’1% dei voti! L’hanno chiamata, in commissione Affari costituzionali, la norma ‘8xmille’ perché, come si sa, chi non sceglie come destinare il suo 8xmille finisce nel cd. ‘inoptato’ che va, in ogni caso, allo Stato. In questo caso, con tale norma, ci guadagnano i partiti maggiori!

LE COALIZIONI I partiti possono presentarsi da soli o in coalizione. La coalizione è unica a livello nazionale per più liste. Le dichiarazioni di collegamento devono essere reciproche tra le liste che compongono la coalizione. I partiti o le coalizioni di liste devono depositare, insieme al deposito del contrassegno elettorale, un programma con l’indicazione del capo della forza politica. Morale: se voti FI voti per Berlusconi ‘capo’, se voti Pd c’è Renzi, per la Lega Salvini, per i 5Stelle Di Maio e via di questo passo. Inoltre, va detto che anche quando il ‘capo della coalizione’ era indicato espressamente, come nel Porcellum, la Costituzione dice che a conferire l’incarico di presidente del Consiglio è il Capo dello Stato il quale può scegliere, come ha fatto spesso in passato, personalità diverse dal capo di una coalizione per mille ragioni. Una su tutte: il governo deve avere una maggioranza parlamentare e, se non la raggiunge, cioè se non ottiene la fiducia delle Camere, non c’è santo che tiene: anche se ha vinto le elezioni, presto cadrà. Inoltre, se è vero che è possibile costituire delle coalizioni saranno ‘mini’ (tranne, forse, quella del centrodestra tra FI, Lega, FdI e altri partiti minori): vi dovete dimenticare cioè le ‘grandi coalizioni’ del passato (Casa delle Libertà per il centrodestra, Ulivo prima e Unione poi per il centrosinistra) perché, al massimo, il Pd avrà due o tre alleati alla sua sinistra e alla sua destra, ma saranno piccoli, e i Cinquestelle non si alleano con nessuno! Infine, dimenticatevi anche le coalizioni a geometria variabile (e questo è un bene): nel 1994 Berlusconi si alleò con la Lega al Nord (Polo delle Libertà) e con An al Sud (Polo del Buongoverno): ora è impossibile perché le coalizioni dovranno essere fatte per forza sul piano nazionale.  Infine, la retorica demagogica di chi dice ‘voglio conoscere la sera del voto chi governerà’ è sempre stata falsa (l’Italia è, come prevede la Costituzione, una Repubblica parlamentare in cui i governi nascono e muoiono in Parlamento che dà loro la fiducia), ma lo è a maggior ragione ora. Se un partito o una coalizione non supera, abbondantemente, il 40% dei voti non otterrà mai il 51% dei seggi, nelle due Camere, per riuscire a governare da solo! Ergo, i partiti dovranno fare accordi tra di loro in Parlamento, per formare un governo, e questi accordi potranno essere ‘trasversali’ (Pd-FI-centristi o Lega-M5S-altri, per dire) e rompere le coalizioni e i patti stipulati precedentemente (e per finta) davanti agli elettori.

CIRCOSCRIZIONI. Saranno 20 le circoscrizioni per il Senato, una per ogni regione, mentre saranno 28 quelle della Camera. Perché sono importanti? Perché, anche se la soglia di sbarramento per ogni lista o coalizione, è determinata a livello nazionale, per determinare gli eletti si ‘scende’ prima nelle circoscrizioni e poi, ancora, ci si ramifica nei collegi uninominali per la parte maggioritaria e nei collegi plurinominali per il proporzionale. Le circoscrizioni, inoltre, sono molto importanti per definire il ‘recupero’ dei resti: infatti, anche il sistema più proporzionale che si possa immaginare presenta, sempre, dei ‘resti’ da attribuire. Si tratta di un ‘quoziente’ che stabilisce la cifra degli eletti e la cifra nazionale di ogni partito. Nella nuova legge elettorale verrà usato il metodo del ‘quoziente intero e dei più alti resti’ (nella Prima Repubblica si usava il metodo d’Hare, c’è anche quello ‘d’Hondt’) ma non stiamo neanche a spiegarvelo! E’ un puro calcolo tecnico, matematico: distribuisce in modo il più proporzionale possibile i seggi ai vari partiti e, francamente, è davvero roba per malati…

COLLEGI UNINOMINALI: si tratta di 231 collegi, pari al 36% dei seggi della Camera, per i deputati, e 109 (36%) per il Senato. In realtà, però questo conto è un po’ farlocco: infatti, nei 231 collegi uninominali della Camera sono contati anche i 6 collegi uninominali del Trentino Alto-Adige e uno in Valle d’Aosta, dove i seggi li vincono sempre le rispettive minoranze linguistiche, quindi i collegi della Camera sono in realtà 225. Stesso ragionamento per il Senato: i 109 collegi uninominali sono in realtà 116 ‘al netto’ dei sei del Trentino e di uno in Valle d’Aosta, il che vuol dire che, appunto, i collegi sono solo 109. I partiti si possono coalizzare per sostenere un comune candidato nell’ambito di ogni collegio uninominale mentre corrono da soli nell’ambito dei collegi plurinominali, e cioè per la parte proporzionale.

Risulta eletto il primo candidato di un partito, lista o coalizione di liste che prende un voto in più di tutti gli altri in ogni collegio uninominale. Si tratta, cioè di un sistema uninominale maggioritario secco all’inglese. Non sono ammessi ripescaggi, non ci sono soglie di sbarramento, possibilità di voto disgiunto, voto di scorporo, preferenze, etc. Se il candidato del collegio muore o rinuncia al seggio si ripete l’elezione. Ci si può candidare in un collegio uninominale e in 5 collegi plurinominali. L’alternanza di genere è garantita in proporzione del 60/40 per ogni genere ma al Senato deve essere garantita su base regionale.

COLLEGI PLURINOMINALI: Come risulterà facile capire da un rapido calcolo, se i seggi della Camera sono 630 e quelli del Senato 315 (oggi, al Senato, siedono 320 senatori ma perché in cinque sono senatori ‘a vita’ nominati per alti meriti dal Capo dello Stato) ne mancano parecchi per arrivare a fare ‘la somma del totale’, come direbbe Totò. Quanti sono e come verranno eletti i parlamentari?

Alla Camera ‘restano’ da eleggere 399 deputati nei collegi plurinominali, ma 12 continuano ad essere eletti nelle Circoscrizioni Estere con metodo rigidamente proporzionale. Restano dunque in 386 i deputati da eleggere sempre con metodo proporzionale.

Al Senato, invece, restano da eleggere, tolti i 109 collegi uninominali (116 in realtà perché sono compresi i 6 del Trentino e uno in Val d’Aosta), 199 senatori, ma di questi sono sei gli eletti all’Estero, quindi ne restano 193 di senatori da eleggere nei collegi plurinominali. Da ricordare che il Molise elegge sempre e soltanto un senatore.

I candidati che si presentano nei collegi plurinominali, collegi divisi a livello più grande in 28 circoscrizioni della Camera e 20 del Senato, vengono eletti con un metodo che trasforma in voti in seggi in modo rigidamente proporzionale (metodo detto del quoziente interno e dei più alti resti) su base nazionale, con una soglia di sbarramento nazionale fissata, sia per la Camera che per il Senato, al 3% (al 10% per le coalizioni, al 20% per i collegi dove sono presenti minoranze linguistiche). I voti ai candidati dei collegi plurinominali contribuiscono ad aumentare i voti di ogni coalizione solo e soltanto se compresi tra l’1% e il 3% in partiti facenti parte della rispettiva coalizione mentre sotto l’1% quei voti vanno dispersi. I candidati dei collegi plurinominali sono scelti, all’interno di ogni lista, sulla base di liste bloccate corte composte da un minimo di due a un massimo di 4 nomi. A parità di voti è eletto il candidato più giovane. Sono vietate le preferenze, il voto disgiunto, lo scorporo tra maggioritario e proporzionale. La norma di genere (40/60) assicura che nessun genere possa superare l’altro nella composizione delle liste. Le pluricandidature sono ammesse fino a cinque, oltre a quella in un collegio maggioritario uninominale. Se un candidato viene eletto in più collegi plurinominali dovrà optare per quello dove ha preso meno voti e, al suo posto, scatterà il secondo classificato del suo partito in lista, sempre sulla base del collegio plurinominale di riferimento, ma privilegiando quello che ha preso meno voti in assoluto, non il contrario.

DELEGA AL GOVERNO E ASSEGNAZIONE DEI SEGGI. La legge delega il governo a definire questi collegi plurinominali: saranno circa 65 e dall’approvazione della legge il governo ha 30 giorni di tempo per disegnarli. Il problema, però qui, si fa ostico. Infatti, mentre capire come avviene l’assegnazione del vincitore nel collegio uninominale è molto facile (il primo che arriva vince!), nei collegi plurinominali il percorso è più macchinoso. In buona sostanza è questo: per i seggi da assegnare alle liste nei collegi plurinominali, il riparto avviene a livello nazionale, con metodo proporzionale, tra le coalizioni di liste e le liste che abbiano superato le soglie di sbarramento. Per le coalizioni non vengono comunque computati i voti dei partiti che non hanno superato la soglia dell’1 % mentre un partito che supera la soglia del 3% ottiene i seggi corrispettivi anche se la coalizione di cui fa parte non ha superato il 10%. Sotto la soglia dell’1% nessun partito ha diritto ad avere seggi mentre tra l’1% e il 3% non ne ottiene ma contribuisce ad arricchire quelli della coalizione di chi fa parte. Nel caso il candidato nel collegio uninominale venga eletto sia nel maggioritario che nel proporzionale, prevale la vittoria nel collegio uninominale. Al candidato in più collegi plurinominali che dovesse essere eletto in diversi listini sarà assegnato il collegio plurinominale in cui la lista a lui collegata ha ottenuto il minor numero di voti. In caso di pareggio tra due candidati, sarà eletto il candidato più giovane. Ci avete capito qualcosa? Tranquilli, anche noi facciamo fatica…

LISTINI E PLURICANDIDATURE Nei collegi plurinominali, dove vale il proporzionale, e dunque solo in quelli, sono previsti dei ‘listini’ molto corti, dai 2 ai 4 candidati al massimo. Quanto alle pluri-candidature, saranno possibili ma limitate (massimo 5), sempre nei collegi plurinominali. Nessuno può essere candidato in piuù di un collegio uninominale, a pena di nullità, ma è consentita la candidatura dello stesso candidato in un collegio uninominale e nei collegi plurinominali fino a un massimo di cinque (già detto!).

E I FAMOSI COLLEGI DEL TRENTINO ALTO-ADIGE?! Il testo della nuova legge rimane ancorato, né poteva essere altrimenti, al testo del Tedeschellum come modificato dall’emendamento Fraccaro-Biancofiore votato a scrutinio segreto l’8 giugno scorso quando il Tedeschellum, allora in votazione, naufragò proprio su questo emendamento: sei collegi uninominali e cinque proporzionali, alla Camera, altri sei e due al Senato. Non potrebbe essere altrimenti: i seggi del Trentino godono, infatti, di una riserva ‘costituzionale’: tanti sono e tanti devono essere in qualsiasi legge elettorale venga approvata dalle Camere! Così è.

QUOTE DI GENERE: il Rosatellum bis riconosce una “quota di genere”, un modo gentile per dire che bisogna rispettare, come prevedono diverse leggi italiane ed europee, una proporzione non discriminante verso le donne, il caro vecchio “sesso debole” nella compilazione delle liste elettorali, pena la loro non validità ed esclusione dalle elezioni. Per il Rosatellum la proporzione è di 60%-40%. Infatti sia nei collegi uninominali che in quelli plurinominali nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore al 60%. Le future senatrici, però, avranno più chance delle future deputate: il testo dispone che la ripartizione della quota di genere per il Senato, sia nell’uninominale che nel proporzionale, venga rispettata a livello regionale e non nazionale.

TOT FIRME, TOT LISTE. E’stato dimezzato, rispetto al testo originario, il numero delle firme da raccogliere per tutti quei partiti o nuove formazioni politiche che non sono in Parlamento o non hanno un proprio gruppo parlamentare costituito alla data del 15 aprile 2017 (la data originaria era il 31 dicembre 2016, ma Mdp sarebbe rimasta fuori dal novero e pure il Pd gli ha fatto il regalo). Il numero di firme da raccogliere passa da 1.500-2.000 a sole 750, ma attenzione la deroga sarà valida solo per le prossime politiche! Per i partiti presenti in Parlamento sotto forma di gruppi costituiti (anche quelli minuscoli, sottogruppi, nati per microscissioni…) non sarà invece necessario, come già detto, raccogliere le firme.

AVVOCATO, MI CERTIFICA? Per le prossime elezioni, e solo queste, anche gli avvocati abilitati al patrocinio in Cassazione potranno autenticare le firme per la presentazione delle liste.

  • E’ finita? Neanche per idea! Alcune cose divertenti…

Se siete arrivati a leggere fin qui vuol dire che avete preso discrete dosi di citrosodina e bicarbonato, oltre a un po’ di sana nevralgina, per curare il mal di stomaco e il mal di testa! I nostri novelli ‘padri costituenti’ hanno pensato (e hanno fatto) bene ad aiutare il povero elettore a non impazzire, nei seggi. Infatti, tra rischi di contestazioni dei voti e delle schede elettorali e rischio di lunghe code davanti alle cabine elettorali, il rischio caos (e il rischio figuraccia) sarebbe davvero vicino. Ecco dunque alcune novità, davvero mai sperimentate prima!

LA SCHEDA CON LE ISTRUZIONI ‘PER L’USO’… La scheda è unica (ma attenzione in realtà saranno due! Perché una vale per eleggere i deputati alla Camera e una per eleggere i senatori al Senato!), ma conterrà anche, e per la prima volta nella storia repubblicana, delle “istruzioni per  l’uso” che serviranno a informare gli elettori su come devono… votare! Nel frontespizio della scheda, infatti, verrà spiegato come si vota…

IL TAGLIANDO “ANTI-FRODE” La scheda sarà dotata di apposito tagliando rimovibile, dotato di codice alfanumerico progressivo, che sarà rimosso e conservato dall’ufficio elettorale prima dell’inserimento della scheda nell’urna. L’obiettivo è di evitare brogli e scambi tra schede bianche e schede pre-stampate.

MA IL SUO PARTITO ‘TRASPARE’? Sono state inserite, nel Rosatellum bis, diverse norme di cosiddetta ‘trasparenza’. Prevedono che i partiti, i movimenti e gruppi politici organizzati che si presentano alle elezioni debbano avare uno Statuto. Chi ne è o ne sarà sprovvisto (come nel caso dell’M5S, tanto per dire) potrà presentare liste elettorali solo indicando elementi minimi di trasparenza come questi tre: il legale rappresentante, il titolare del contrassegno, gli organi del partito, la composizione e le funzioni. Tutto il materiale sarà pubblicato online sul sito del ministero dell’Interno, insieme al programma elettorale di ogni partito o coalizione e al nome del capo della forza politica di ogni lista o partito. Si badi bene: capo di forza politica, non della coalizione!

Siete arrivati alla fine di questo lungo, troppo lungo, testo sulla legge elettorale?! Beh, allora siete pronti: potete andare a votare! Sempre che, si capisce, il Rosatellum bis diventerà mai legge!!! Ps. L’autore di questo articolo sarà felice di offrire un buon caffè a chiunque gli segnali possibili errori, dimenticanze, sviste etc.

NB: L’articolo, in forma meno lunga, è stato pubblicato sul sito di @Quotidiano.net

 

Legge elettorale ‘for dummies’! Il #Rosatellum spiegato al colto e all’inclìta… Tutto quello che c’è da sapere

Tutto quello che c’è da sapere sulla nuova legge elettorale, il Rosatellum bis !

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Ettore Maria Colombo – ROMA

Questo articolo è stato pubblicato, in forma ridotta, sul sito @Quotidiano.net 

( L’articolo su come funziona il Rosatellum è leggibile a questo indirizzo: http://www.quotidiano.net/politica/rosatellum-bis-1.3451104)

Legge elettorale ‘for dummies’….

Abbiamo formulato alcune semplici domande cercando di fornire risposte le più possibili semplici, ma articolate, su un…

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I dubbi dell’Amleto di sinistra. Pisapia capeggerà il listone di tutta la sinistra, andrà con Renzi o farà un Ulivo bonsai?

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo – ROMA

Percorso e lista unitaria con Mdp-Articolo 1, il che vuol dire, però, imbarcare anche Sinistra Italiana (Fratoianni), Rifondazione comunista, Possibile (Civati) e tutto ciò che si muove nella sinistra della sinistra, compresi i ‘civici’ di Montanari e Falcone, oltre a dover subire, ogni giorno di più, i diktat di Massimo D’Alema? Alleanza organica con il Pd, specie se vedrà la luce il Rosatellum, con una lista autonoma di Campo progressista che superi il 3% e una manciata di candidati in collegi sicuri, il che però vuol dire diventare un ‘vassallo’ di Renzi e fare col suo Pd il centrosinistra? Dare vita a un ‘mini-Ulivo’ o un ‘Ulivo bonsai’ che attragga personalità del calibro di Romano Prodi, Enrico Letta, Popolari di centrosinistra come Dellai, ambientalisti e civici, rompa con Mdp ma, dall’altra parte, non si accodi a Renzi, anzi ne provochi il disarcionamento, specie se dovesse perdere le elezioni siciliane, o addirittura ottenere che l’area Orlando, se non anche Franceschini, se ne vadano per dar vita a un ‘nuovo’ e autonomo centrosinistra?

Giuliano Pisapia,  il “leader riluttante” come lo ha definito uno dei suoi consiglieri, Gad Lerner, è in preda a questi tre amletici dubbi. Il guaio è che non solo i suoi uomini più vicini, ma proprio lui-lui, non ha ancora deciso, davvero, che cosa vuole fare ‘da grande’. Ieri sera, l’ex sindaco di Milano e avvocato di chiara fama, per dire, ha partecipato, alla Fondazione Feltrinelli di Milano, a un incontro con il teorico della ‘quarta via’ (oltre, cioè, quella delle ormai bolse socialdemocrazie), Yanis Varoufakis, ex ministro delle Finanze della Grecia di Tsipras e ben più a sinistra di questi. “Parlo solo di Europa”, ha detto un laconico Pisapia davanti una folla strabocchevole. L’equazione  sarebbe facile: se gli piace Varoufakis, è fatta, Pisapia capeggerà una lista di sinistra-sinistra dove la linea economica la fa Fassina. E invece niente, non si sa. Ieri, infatti, per dire, Bruno Tabacci, ex dc di lungo corso, ma che sta con Pisapia, tuonava, in pieno Transatlantico, contro le parole di D’Alema che sul Corriere aveva detto “Mai col Pd, Pisapia sia più coraggioso”: “Ma chi si crede di essere? Mdp ha stancato me e Pisapia. Vogliono fare l’assemblea nazionale con i delegati? E chi lo ha deciso? Vogliono fare la Linke italiana o Melanchon, con Fratoianni e altri? Se lo scordano, se la fanno da soli quella lista”. Anche altri deputati (Ragosta, Capelli) vicini al Campo di Pisapia esondano stile fiumi in piena: “Siamo in crisi di rigetto con Mdp”. E infine: se i ‘pisapiani’ fanno una loro iniziativa il 14 ottobre al teatro Brancaccio di Roma (lo stesso dove si sono ritrovati i ‘civici’ di Montanari e Falcone, e già qui si rischia la confusione: due Brancacci agli antipodi) parteciperanno anche all’iniziativa cui lavora Mdp per il 19 novembre e che D’Alema, sempre nell’intervista al Corriere, ha indicato come l’assemblea programmatica e l’inizio della fase costituente del nuovo soggetto politico della sinistra? E questo soggetto sarà unitario tra Mdp e Campo progressista e basta o sarà allargato a terzi (SI, Civati, etc.)? E l’organismo nazionale che ne nascerà, sulla base delle iniziative costituenti precedenti, stabilirà le quote del nuovo soggetto in re ipsa? E come? Primarie? Elezione indiretta? Quote stabilite a priori per aree e partiti-non partiti che lo o li formano? E chi deciderà le candidature alle prossime elezioni? L’organismo nazionale? Quelli locali? E chi avrà l’ultima parola in merito? Pisapia da solo? Pisapia, Bersani, D’Alema e Speranza insieme? Non si sa. Ma allora, se non va così, Pisapia farà una lista autonoma in coalizione col Pd. No, macché. L’ultima tentazione è, appunto, il ‘Nuovo Ulivo’ con Prodi, Letta, ulivisti storici e doc, forze civiche e molti pezzi di Pd che, in odio a Renzi, non appena perderà le elezioni in Sicilia, diranno ‘banco’ mettendolo in minoranza o facendo la scissione. Questo farà Pisapia? No, non si sa, ci sta ancora pensando su. “E’ più nobile soffrir dardi d’atroce fortuna o prender armi contro un mare d’affanni e por loro fine?” si tormentava il principe Amleto.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 28 settembre 2017 a pagina 11 del Quotidiano Nazionale

Lo scudo di Ettore

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