NEW AGGIORNATO! Il Pd ha una legge elettorale: è il Rosatellum o Fianum. Ecco la spiegazione di cos’è e come funziona

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L’aula di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica

Ettore Maria Colombo – ROMA

Questo articolo è stato scritto oggi, 17 maggio 2017, in forma originale per il blog e aggiornato oggi, 18 maggio 2017, sempre per il blog http://www.ettorecolombo.com

Il Pd trova ‘l’uovo di Colombo’ sulla legge elettorale

Un sistema ‘simil-tedesco’ con una sola scheda elettorale (due, in realtà: una per la Camera e una per il Senato), diviso a metà in quanto a distribuzione degli eletti: 50% scelti in collegi uninominali e 50% su liste plurinominali (corte e bloccate, di 4 nomi) con metodo proporzionale. Questo è il ‘Rosatellum’, dal cognome del capogruppo dem alla Camera dei Deputati, o ‘Fianum’, dal cognome del nuovo relatore del nuovo testo base, Emanuele Fiano (Pd), in commissione Affari costituzionali. Con l’appoggio del Pd e di altri gruppi politici (Lega Nord- Ala/Sc – Svp, etc.), questo testo si propone di farsi strada rapidamente alla Camera dei Deputati, dove il Pd e alleati hanno una solida maggioranza parlamentare, e di riuscire a spuntarla anche al Senato, dove i numeri sono più ballerini, ma – assicurano dal Nazareno – “ci saranno”.

L’autore di questo blog è in grado, grazie all’aiuto di alcuni esperti deputati dem, nonché di alcuni tecnici della materia elettorale, di anticiparne le linee guida prima che il nuovo modello di legge elettorale venga depositato – lo sarà solo stasera – dal Pd (relatore Fiano) presso la commissione Affari costituzionali alla Camera. Naturalmente, alcuni dettagli tecnici possono sfuggire, si prega quindi il lettore di tenerne conto nella lettura.

Definizione generale del ‘Rosatellum’ o ‘Fianum’.

Si tratta di un sistema ‘a fossato’, detto in modo tecnico, che separa in modo rigido l’elezione della quota maggioritaria a collegi uninominali (50%) da quella proporzionale (50% in collegi plurinominali).  “Simile non al sistema usato in Germania – dove i voti presi a livello nazionale, superando la soglia del 5%, guida l’assegnazione dei seggi anche nella parte uninominale, è una variante di sistemi conosciuti nell’Est Europa e usata in Giappone e Messico (in tutto una ventina di Paesi) dove l’assegnazione dei seggi tra quota maggioritaria e quota proporzionale è indipendente l’una dall’altra (da cui il ‘fossato’)”, come spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti, vicino al Pd, in una sua nota tecnica.

Di conseguenza, l’elezione del 50% degli eletti nella parte dei collegi uninominali avviene con un sistema maggioritario a turno secco che segue il principio del ‘the first past all’ (il primo prende tutto, cioè tutti i voti di ogni collegio uninominale) mentre l’elezione del 50% degli eletti ripartiti in modo proporzionale, ripartiti sulla base di circoscrizioni plurinominali (grandi quanto l’accorpamento di 2/3 collegi uninominali e corrispondenti a una popolazione di 80/100 mila abitanti) assegna il restante 50% degli eletti su base, appunto, proporzionale, ma con una soglia di sbarramento unica e fissa per tutti (5%).

Tale sistema non ha nulla a che vedere né con l’Italicum (approvato dal governo Renzi: valeva solo per la Camera, prevedeva ballottaggio, poi cassato dalla Consulta, tra le prime due forze politiche e premio di maggioranza al 40%, soglia di sbarramento al 3%) né con il Consultellum, ciò che resta del vecchio Porcellum cassato dalla Consulta (proporzionale puro su base regionale, sbarramenti al 20%, 8% e 3%, preferenza unica). In parte è ripreso da una proposta depositata dai deputati di Ala (il gruppo di Verdini) Abrignani e Parisi, che però  prevedeva l’assegnazione di un premio di maggioranza, qui assente, in parte è ricalcato sul modello di sistema elettorale in vigore, dalla fine della seconda guerra mondiale, in Germania Ovest e poi esteso alla Germania Est dal 1990 ma dove è, appunto, il voto proporzionale a ‘guidare’ il sistema. Il sistema simil tedesco si può definire invece una via di mezzo tra un sistema maggioritario semi-puro, come era il Mattarellum (75% di collegi maggioritari e 25% di quota proporzionale alla Camera, due schede, 75% di collegi al Senato con scorporo del 25% per la quota proporzionale, una scheda) e un sistema maggioritario puro corretto da una quota robusta di proporzionale, ma mai quanto quello in vigore nella Prima Repubblica, dove vigevano le preferenze.

Non vi è premio di maggioranza, come invece indicava il progetto di legge di Ala, né alla Camera né al Senato, è abolito il sistema dello scorporo previsto dal Mattarellum, la scheda elettorale è unica, la soglia di sbarramento anche e fissata al 5%, ma potrebbe scendere nella contrattazione tra i partiti nel corso della sua approvazione nelle Camere (nel Mattarellum era al 4%, nell’Italicum al 3% ma solo per la Camera, nel Consultellum la soglia per i partiti è l’8%, per le coalizioni il 20%, per i partiti dentro coalizione il 3%).

La scheda elettorale è unica (una per la Camera e una per il Senato) ma ripartita in due parti: a sinistra c’è il nome del candidato di collegio (quota maggioritaria secca), a destra il o i partiti che sostengono il candidato (quota proporzionale). La modalità di elezione è triplice (MODIFICA INTERVENUTA NELLA REDAZIONE DEL TESTO TRA IERI, 17 MAGGIO, E OGGI, 18 MAGGIO): 1) si può votare il candidato di collegio: tale voto si trasferisce al partito collegato sulla scheda nella parte proporzionale, MA DATO CHE OGNI CANDIDATO PUO’ ESSERE SOSTENUTO ANCHE DA PIU’ DI UNA LISTA, IL SUO NOME SI RIPETE PIU’ VOLTE ACCANTO A OGNI LISTA CHE LO APPOGGIA; 2) si può votare il partito o i partiti che, nella quota proporzionale, sostengono il nome scelto come candidato nella parte maggioritaria: in tale caso il voto si trasferisce automaticamente nella parte maggioritaria a sostegno del candidato di collegio collegato a tali liste; 3) si può votare, con doppia croce, il candidato di collegio e il o i partiti nella parte proporzionale (opzione, di fatto, ‘rafforzativa’).

L’alternanza di genere nelle liste non è espressamente prevista, vi è solo che ciascuno dei due sessi non possa rappresentare più del 60% in ogni listino: vuol dire che, in un collegio plurinominale con due seggi da assegnare, debbono esserci un uomo e una donna, ma se il collegio assegna tre seggi, due uomini e una donna (o viceversa) e via così. Manca cioè una netta alternanza di genere, come nelle quote rosa (uomini e donne alternati nei listini). Senza tale norma, si potrebbe verificare che tutti i capolista e i secondi posti nel listino siano uomini, relegando le donne in fondo. Un errore cui verrà di certo posto rimedio durante la discussione in Aula. 

E’ vietato, pena annullamento della scheda, votare il candidato di un collegio e il/i partiti di un altro schieramento politico (divieto del cd. ‘voto disgiunto’). Nella parte destra della scheda compaiono, accanto al simbolo del partito, i nomi della lista bloccata (fino a un massimo di quattro nomi) che vengono eletti fino a esaurimento secondo i voti al partito. C’è l’obbligo di omogeneità per i collegamenti tra liste a livello di collegi plurinominali. Vuol dire che non si può fare il voto disgiunto in nessun caso. 

Il metodo di elezione di deputati e senatori.

Nei collegi uninominali vince chi arriva primo. Nel restante 505 assegnato con metodo proporzionale prendono seggi le liste che hanno superato il 5% di voti validi sul territorio  nazionale. Stabiliti i seggi spettanti a livello nazionale, si scende nelle circoscrizioni plurinominali e si segue l’ordine di lista (fino a 4 nomi per ogni lista) al fine di stabilire gli eletti. Se un eletto risulta in più collegi plurinominali (circoscrizioni) risulta eletto automaticamente dove la lista che lo sostiene è andata peggio: eliminate dunque le ‘opzioni’ di scelta dei candidati nei listini (dette anche ‘pluricandidature’), bocciate dalla Consulta nella sentenza sull’Italicum insieme al ballottaggio senza soglia, e il metodo del sorteggio introdotto dalla stessa sentenza della Consulta. eliminate, ovviamente, anche il metodo delle elezioni con le preferenze previste sia dall’Italicum (preferenza multipla) che dal Consultellum (preferenza unica). Niente capolista bloccati.

La Camera dei Deputati (630 deputati) viene divisa in due parti: 303 deputati vengono eletti con metodo maggioritario nei collegi uninominali e 303 nei collegi circoscrizionali, cioè con metodo proporzionale e sbarramento al 5% (forse, se non verrà abbassato…).

Il totale fa ‘solo’ 606 perché ne mancano altri 24, i quali sono: a) i 12 deputati eletti nelle circoscrizioni Estero (con metodo tutto proporzionale) e b) i 12 deputati eletti nelle regioni a Statuto speciale con tutela delle minoranze linguistiche così ripartiti: un eletto in Valle d’Aosta (collegio unico maggioritario) e 12 eletti in Trentino Alto-Adige (8 collegi uninominali maggioritari e 3 collegi proporzionali secondo il Mattarellum del 1994). Di fatto, nei collegi del Trentino e della Valle d’Aosta la soglia di sbarramento è al 20% circa. mentre per il grosso del restante (303 collegi plurinominali) è al 5% su base nazionale.

I 303 collegi maggioritari sono uninominali (grandi circa 70 mila abitanti l’uno) mentre le circoscrizioni saranno tra 80 e 100 (o, forse, meno), raccogliendo due o tre collegi uninominali dalla grandezza di circa 700 mila abitanti a circoscrizione.

Il Senato della Repubblica (315 senatori eletti, essendo oggi altri 4 senatori eletti a vita) è diviso in due parti di eletti: 150 collegi maggioritari a turno unico e 151 eletti nelle 50 circoscrizioni per la parte proporzionale (la divisione non esatta dipende dal fatto che alcune regioni hanno diritto a un tot di senatori e non possono scendere al di sotto).

Il totale fa ‘solo’ 301 e non 315 perché, anche in questo caso, ne mancano 14: i 6 senatori eletti nelle circoscrizioni Estero con metodo rigidamente proporzionale e gli 8 senatori eletti nelle due regioni a statuto speciale Trentino Alto-Adige (che sono 7: 5 eletti nei collegi maggioritari e 2 con quota proporzionale, sempre seguendo il Mattarellum 1994) e uno in Valle d’Aosta (collegio maggioritario unico). La soglia di sbarramento è sempre al 5% ma calcolata su base regionale, quindi indipendente dal totale nazionale al Senato, ma la ripartizione dei seggi, ove si superi il 5% dei voti, è fatta sempre su base nazionale.

Per disegnare i collegi come le circoscrizioni verrà affidata una delega al governo con tempi certi per la loro definizione. Il governo può, in tempi celeri, ‘costruire’ i collegi (quello nazionale unico per superare la soglia del 5% non ha bisogno di altre definizioni, quello delle circoscrizioni regionali esiste già, mancano le circoscrizioni plurinominali e i collegi uninominali), diciamo entro 45 giorni. Se la legge fosse approvata a fine luglio, la delega al governo scatterebbe subito e i collegi sarebbero pronti da metà settembre 2017 il che vuol dire che, entro novembre 2017, in teoria, si potrebbe ancora andare a elezioni anticipate. 

Pregi e difetti del sistema descritto.

Il sistema è, tecnicamente chiaro ma complicato. Assomiglia molto al metodo di elezione dei sindaci nelle grandi città (sopra i 15 mila abitanti, legge elettorale risalente al 1993): quella presentava, però, il doppio turno, che qui non c’è, e la possibilità del voto disgiunto (possibilità di votare un candidato sindaco di una coalizione e un partito di un’altra), regola che qui è espressamente vietata. La scheda sarà unica, anche se forse un po’ difficile da leggere perché ‘zeppa’ di nomi (candidato nei collegi, simboli partiti, liste di nomi a sostegno dei partiti). Non vi è alcun premio di maggioranza da attribuire né a una lista né a una coalizione. I capolista bloccati vengono eliminati, le preferenze anche, mentre sono ammesse – come dice la Consulta nella sua sentenza sul Porcellum 1/2014 – le liste corte bloccate perché permettono la conoscibilità dei candidati (si parla qui della parte proporzionale). I collegi sono il metodo più chiaro e semplice per eleggere parlamentari e non escludono la possibilità di indire primarie di collegio e/o di coalizione per scegliere il leader della medesima, figura che, però, non è espressamente prevista nella legge. Eliminato l’infernale meccanismo dello scorporo, che permetteva, nel vecchio Mattarellum, il proliferare delle cd. ‘liste civetta’. Le due parti – maggioritario e proporzionale – sono separate e distinte, lo sbarramento al 5% (ma potrà scendere al 4% nella contrattazione) aiuta a combattere la frammentazione del sistema politico e il metodo scelto incentiva – anche se non obbliga – a creare delle coalizioni.

Da notare che le coalizioni possono anche limitarsi a essere di collegio o in più collegi, non devono cioè essere per forza di ambito nazionale o pluri-regionale. 

Sulla funzionalità e possibile governabilità del sistema, invece, non si può dire nulla, o poco: nei colleghi è eletto chi arriva primo e nella parte proporzionale si ha diritto a seggi solo se si supera la soglia del 5%, ma solo la prova delle elezioni e la maggiore o minore consistenza delle coalizioni o della forza dei singoli partiti potrà dire se questo sistema elettorale aiuterà la governabilità o meno del sistema politico. Di certo, però, non la peggiora come, invece, faceva un sistema totalmente o quasi del tutto proporzionale. Un sistema, quello indicato dallo schieramento iniziale (FI-M5S-Ncd-altri centristi) che portava il testo dell’ex relatore, il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Mazziotti di Celso, che corrispondeva a un proporzionale puro con sbarramento unico al 3%, capolista bloccati, preferenze plurime e un inarrivabile per chiunque premio di maggioranza fissato al 40% e peraltro diverso tra Camera e Senato.

Possibili tempi tecnici e politici di approvazione

Il nuovo relatore, Fiano, assicura che “il Pd non perderà tempo”. Forse slitterà di qualche giorno il termine per gli emendamenti (fissato al 19 maggio) e l’approdo definitivo in Aula (29 maggio) ma l’obiettivo del Pd è approvare, alla Camera, la nuova legge elettorale entro giugno per portarla in Senato per la sua approvazione definitiva entro luglio. Ovviamente, al Senato, dove Pd e alleati hanno numeri assai più ballerini, il percorso della legge elettorale sarà molto più arduo, ma il Pd non dispera di avere i numeri per approvare in via definitiva il suo testo prima che le Camere, a fine luglio, entrino nella pausa estiva. E avere una legge elettorale nuova in vigore vuol dire, poi, appunto, poter andare a votare, politicamente, prima possibile perché, se il governo cadesse, Mattarella non potrebbe opporre alle forze politiche l’assenza di una nuova normativa in materia.

NB: L’articolo è stato scritto in forma originale per il blog il 17/18 maggio 2017. 

 

Renzi, patto di ferro con 5 Stelle e Lega: Italicum anche al Senato, poi il voto

Renzi Grillo Berlusconi

Renzi, Grillo e Berlusconi.

Ettore Maria Colombo
ROMA
COLLOQUI – Riservati, riservatissimi, tenuti segreti per settimane – con il leader della Lega, Matteo Salvini. Chiacchierate in Transatlantico tra gli emissari più fidati dell’ex premier, a partire da Ettore Rosato, e gli  omologhi grillini (Toninelli, Di Maio, Di Battista).
Matteo Renzi, mentre tutti guardavano il dito (il congresso, da anticipare o tenere a scadenza naturale, la scissione di D’Alema e, forse, di Emiliano e, forse, di Bersani, il freno tirato di forzisti e centristi sulla strada delle urne), puntava alla Luna. E così, con una mossa assai spregiudicata e che farà discutere a lungo, ha fatto quella che un grande vecchio della sinistra italiana, Vittorio Foa, definì «la mossa del cavallo»: muovere in avanti, sulla scacchiera, per ‘mangiare’ a destra o ‘a sinistra’, a seconda dei punti di vista.
Accordarsi con i suoi nemici di sempre, anzi: i più accaniti (Grillo, Salvini, Meloni), per ottenere le urne al massimo entro il mese di giugno con scioglimento delle Camere entro fine marzo. Ieri – complice un articolo del quirinalista del Corsera, Marzio Breda, che intimava il prevedibile alt del Quirinale alla fretta renziana di correre alle urne senza armonizzare le due, diverse, leggi elettorali uscite da due, diverse, sentenze della Consulta sui diversi sistemi elettorali di Camera e Senato (l’Italicum rimaneggiato dalla Consulta il 14 gennaio scorso e il Consultellum, desunto dal Porcellum, nel 2014) – ha deciso che il dado era tratto. Si è chiuso coi suoi più stretti colonnelli, per tutto il giorno, al Nazareno (Guerini, Rosato, Zanda e pochi altri) e ha dato ‘luce verde’ finale all’accordo impossibile.

STA per nascere, infatti, il ‘Legalicum’, come lo chiamano, da mesi, i pentastellati. Ovvero, come dicono invece i renziani, l’estensione al Senato delle norme elettorali in vigore per la Camera: un Italicum senza ballottaggio, fatto di liste (o ‘listoni’) senza coalizioni e un’unica soglia di sbarramento, valida per tutti i partiti, alla Camera come al Senato.
Il dibattito parlamentare per scrivere una nuova legge elettorale inizierà, nell’Aula della Camera, il 27 febbraio. La data, in realtà, è ancora sub judice: manca ancora l’esame della commissione Affari costituzionali, ma anche quello potrebbe saltare, a maggioranza, e andare dritti per dritti in Aula. Non a caso, è stato stabilito anche il contingentamento dei tempi di discussione in Aula. Un elemento decisivo che poteva essere approvato solo nella giornata di ieri e, cioè, prima di stabilire il calendario d’Aula di febbraio, unica sede utile per stabilire il ‘contingentamento’ dei tempi di discussione, obbligatorio per fare in fretta. Non è neppure escluso un decreto legge e neppure una fiducia ‘tecnica’ messa dal governo “ma solo se tutti i partiti, o meglio la loro larga maggioranza, saranno d’accordo” si premura di mettere le mani avanti un renziano che ha seguito da vicino l’intero dossier.

La svolta di pura, ma necessaria, tecnica parlamentare  che sancisce l’accordo politico raggiunto tra tre partiti lontanissimi tra loro, arriva a tarda sera con un voto deciso a maggioranza (Pd-M5S-Lega a favore; FI, Sel-SI e Misto contrari) alla fine della conferenza dei capigruppo di Montecitorio e dietro esplicita richiesta dei grillini. Durante la riunione dire che sono volati gli stracci è dire poco, ma è solo un antipasto di quello che succederà, a breve, in Aula. Lo testimoniano le parole dei capogruppi contrari e pure del tutto ignari del complotto ordito alle loro spalle. Per Arturo Scotto (Sel) «è nato l’asse dell’avventura», Renato Brunetta (FI) parla di «comportamento inaccettabile del Pd», solo maurizio Lupi (Ncd) si limita a parlare di «forzature». La verità è che sta per nascere una legge che colpirà al cuore soprattutto FI, la quale sarà costretta presentare liste uniche con Lega e Fd’I, annacquandosi in esse. Il capogruppo dem, Ettore Rosato, parla come chi ha il pesce già in bocca: «Ho rassicurato i miei colleghi che tentavano di diluire i tempi. Per noi non è che il giorno che si approva la legge, poi bisogna andare a votare, ma da quel giorno sarà possibile. Servono solo piccoli aggiustamenti». Luigi Di Maio (M5S) esce dallo studio della Boldrini e dice trionfante: «Entro la metà di marzo la Camera può approvare la legge elettorale e, a quel punto, il Senato in pochi giorni non dovrà far altro che ratificarla».

QUESTO è un po’ meno vero: tra i ‘piccoli’ aggiustamenti, oltre quelli ovvi (doppia preferenza di genere, via l’assurdo sistema del sorteggio stabilito dalla Consulta, dimensione diversa dei collegi senatoriali, capolista bloccati da estendere anche al Senato) non è ancora chiaro se sono previsti due punti cruciali per la sopravvivenza di molti partiti, specie i più piccoli: la possibilità di creare liste e/o coalizioni e le soglie di sbarramento. Il sistema oggi in vigore per il Senato prevede la possibilità di dare vita a coalizioni, ma l’asse Pd-Lega-M5s punta a consentire solo la presentazione di listoni come accade alla Camera. Le soglie di sbarramento al Senato sono assai diverse (20% le coalizioni, 8%, le liste singole) ben più alte dell’unica della Camera (3%): potrebbe essercene una sola, la più bassa, di soglia di sbarramento per permettere a tutti i partiti, anche i piccoli, di correre. Una cosa è certa, un dato di fatto è blindato, come una regola aurea: ci saranno i capolista bloccati perché quelli li vogliono tutti, dal Pd di Renzi a FI, da Lega a M5S, da Ncd agli altri.
E Renzi? «Basta alibi» ripete come un mantra, soddisfatto, quasi euforico, «ora dobbiamo occuparci di Trump e della Ue, non di collegi». Infatti, come dice in un sms inviato alla trasmissione di Floris su La7, Di Martedì, «per me votare nel 2017 o nel 2018 è lo stesso, ma sarebbe grave, ingiusto e assurdo far scattare i vitalizi a settembre. Sarà fondamentale, invece, farsi sentire con molta forza dall’Europa, specie sui vincoli di bilancio e austerity», aggiunge, con toni che ricordano quelli grillini o dei ‘sovranisti’. Populismi di destra, grillini e di sinistra: si giocherà intorno a questi tre poli la prossima campagna elettorale.

NB: L’articolo è stato pubblicato il I febbraio 2017 a pagina 9 del Quotidiano Nazionale. 

Manovrina, palude e avversari. Ora Renzi dubita di tutti e un po’ pure di Gentiloni

Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

Ettore Maria Colombo
ROMA
MATTEO Renzi, ieri, era nervoso, o almeno così raccontano i suoi che lo hanno sentito. In realtà, lo è da giorni, e cioè da quando gli hanno raccontato che «l’amico Paolo» (Gentiloni) non solo è tornato al lavoro assai tonico  – e naturalmente la cosa a Renzi ha fatto piacere, era andato subito a trovarlo in ospedale – ma ha detto, durante il Cdm di sabato, che «bisogna rafforzare la squadra di governo,nominando dei nuovi viceministri». «Ma l’amico Paolo vuole governare fino al 2018?!», è scappato detto, invece, a un renziano. Insomma, l’umore non è dei migliori. Poi ecco arrivare la doccia gelata. La Ue chiede all’Italia una ‘manovrina’ aggiuntiva da 3,4 miliardi. E Padoan, in sostanza, ammette che ci sarà, anche se sia lui che Delrio rispediscono al mittente le critiche. E di chi è la colpa? Dell’«uomo voragine», sfottono M5S e Brunetta: lui, appunto, mica Gentiloni.

Inoltre, a ottobre, Renzi e i suoi economisti sanno bene che «la ‘manovrona’, quella vera (la Legge di Stabilità, ndr), sarà di 20 miliardi o altrimenti scattano le clausole di salvaguardia», gli aumenti di Iva e accise. Un bagno di tasse da aggiungere alle tasche degli italiani, altro che diminuirle, come Renzi aveva promesso, o impostare nuove misure di sostegno al reddito e, financo, alla povertà. E quale partito dovrebbe «portare la croce e cantare la messa», da ottobre in poi? Il Pd, si capisce. «Se andiamo al voto in autunno, o a scadenza naturale della legislatura (febbraio 2018, ndr), siamo fritti, ci massacrano», sospirano in coro i renziani.
È lo scenario Fine di Mondo. Il governo Gentiloni che prende le sembianze del governo tecnico, «alla Monti». E proprio «non possiamo finire come nel 2013», ha detto Renzi a Repubblica, cioè come Bersani che – dal governo tecnico – ne finì schiacciato e poi perse.

POI LE OPPOSIZIONI che urlano, assediando il Palazzo che non vuole sciogliersi per «rubarsi la pensione» (i vitalizi dei parlamentari che scattano a settembre 2017). Del resto, riconosce Ettore Rosato, capogruppo dem alla Camera, quasi alzando le braccia, «il partito del non voto esiste, è molto ampio e affollato di protagonisti che vogliono rimandare il voto,: tranne noi del Pd e la Lega di Salvini, nessun altro vuole votare».
Infine, dulcis in fundo, il congresso del Pd che arriva con gli avversari attuali (la minoranza dem, i governatori Rossi ed Emiliano, Bersani che parla di un “nuovo Prodi”, ma senza indicare un nome, da candidare) e quelli futuri (i ministri Franceschini e Orlando) di un leader ormai sfibrato che vengono fuori, uno a uno, allo scoperto, e gli fanno la guerra.
Gli stessi ‘amici’ che hanno lasciato parlare solo gli avversari interni dell’ex premier, sulla sua intervista di rilancio e di uscita dopo un mese di silenzio, senza proferire un solo verbo.
Ecco perché Renzi – mentre con la mano sinistra prepara la nuova Segreteria (sarà pronta per oggi e con dentro tutte le novità di cui si parla da giorni, scrittori affermati, sindaci giovani e amministratori capaci in testa) «innovativa» e si occupa di rilanciare il profilo del suo ‘nuovo’ Pd – continua a ripetere che «bisogna andare a votare al più presto, il prima possibile». Come? Cogliendo la palla al balzo di un accordo difficile, ma non impossibile con Forza Italia: via maestra, forse l’unica, per ottenere le urne.

Certo, bisognerà attendere la sentenza della Consulta, che non farà alcun sconto a Renzi né sui tempi (sentenza attesa per il 10 febbraio) né sulla sostanza (demolendo quanto più possibile potrà fare dell’Italicum), ma intanto ogni canale è buono. I colonnelli sono all’opera: Gianni Letta e Paolo Romani per parte azzurra, Guerini (e solo lui) per i dem.

IL MODELLO di legge elettorale – sempre che la Consulta non salvi il ballottaggio e cioè il cuore dell’Italicum, il che equivarrebbe a una mezza vittoria, per Renzi, o che non si trovino i voti sul Mattarellum, modello di sistema elettorale sposato dal Pd delle origini – è un proporzionale, sì, di base, ma con soglie di sbarramento alte (contro i piccoli partiti), liste bloccate e un premio (non grande e non piccolo) a scalare, cioè dis-proporzionale.
Ma, fin quando la Consulta non parlerà, non potrà neppure iniziare la ‘vera’ trattativa. Quella che ha, nel piatto, anche altro. Tipo il recepimento della sentenza di Strasburgo che dovrebbe far tornare candidabile il Cavaliere: se mai gli arriderà, però, la sentenza dovrà essere recepita dal Parlamento con un voto palese, ergo «con i voti del Pd».
Nell’attesa di iniziare il Grande Gioco sulla legge elettorale col Cav, però, il tempo passa. E il fattore Tempo – insieme alle parole e alle mosse di Ue, del Parlamento, di Mattarella e, chissà, ora forse pure di Gentiloni – è quello che gioca contro Renzi dall’inizio della partita.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale del 17 gennaio 2017.

Renzi ora teme l’assedio della Corte: “Nel mirino ci mettono pure l’Italicum”. La legge elettorale verrà discussa a gennaio ed è già a rischio bocciatura

tetto del Quirinale

Il ‘tetto’ del Quirinale, detto ‘Torrino’, dove riceve il Capo dello Stato Sergio Mattarella

MATTEO Renzi ha iniziato, ieri, la «settimana decisiva» per la sfida referendaria «che può cambiare il Paese». Tra le categorie dei ‘cattivi’ che, per il premier, bloccano il Paese e vogliono mantenerlo «impantanato» per «mantenere la Casta», «vivacchiando tra veti e controveti», rispunta «la burocrazia», storico nemico del Renzi prima ora, quello della rottamazione. Il pensiero corre subito alla sentenza della Consulta che ha bocciato la riforma Madia, peraltro già impallinata dal Consiglio di Stato. Renzi, l’altro ieri, a caldo, aveva detto: «Non commento la sentenza della Corte, ma il Paese così è ingovernabile. Siamo circondati da una burocrazia opprimente e quanto accaduto è il suo trionfo». Ieri, peraltro, sono intervenuti, ad adiuvandum, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Luca Lotti, che ha citato il caso come «un motivo in più per rimettere mano al Titolo V» e il governatore campano De Luca, schieratissimo per il Sì («il rinnovamento radicale della pubblica amministrazione è vitale»). Il bersaglio di premier e renziani doc è chiaro: non esiste solo a Bruxelles una lobby anti-riforme, quella degli «euroburocrati» che preoccupano Renzi almeno quanto essi sono preoccupati da lui, ma anche una potente lobby di burocrati italiani. Più che alti papaveri e boiardi di Stato, per Renzi si annidano nelle fila della magistratura: pm ‘d’assalto’ schierati per il No, Csm, Consiglio di Stato e, appunto, Consulta. Morale renziana: «La lobby dei burocrati di Stato boccia la riforma Madia e gli euroburocrati cercano di innervosirmi con i loro richiami e agendo sullo spread…». La Consulta, in particolare, è finita nel mirino e viene giudicata «un coacervo di antipatizzanti di Matteo», dicono i suoi, tra giudici grillini, conservatori e di sinistra. Persino un solitamente cauto Luigi Zanda, capogruppo del Pd al Senato, frequentatore assiduo delle più alte cariche dello Stato, dice che «la Corte avrebbe fatto meglio a rinviare la sentenza e a dimostrare la dote della prudenza». Ma proprio il riferimento alla «prudenza» esercitata dalla Consulta sull’Italicum sembra volere, in realtà, esorcizzare l’altro rischio.

QUANDO la Corte, a fine gennaio, valuterà l’Italicum, potrebbe non solo cassarlo (in tutto o in parte), ma adottare, come sistema base, quel Consultellum che, causa bocciatura del Porcellum, vige al Senato: un proporzionale puro, sia pure con soglie di sbarramento. Insomma, non solo la bocciatura dell’Italicum e del suo impianto maggioritario sarebbe nelle cose, ma il sistema «ideale» sarebbe quello del redivivo Senato (nel caso vincesse il No, ovviamente), cassando ogni tipo di «premio» maggioritario, anche se piccolo. E dato che l’elettorato attivo di Camera e Senato è diverso (18 e 25 anni) anche se Renzi puntasse – come continua a far dire ai suoi – a un governo Padoan «a scadenza certa» per andare al più presto a votare, sempre in caso di sconfitta al referendum, l’unica soluzione possibile per governare il Paese dopo il voto sarebbero le larghe intese coi centristi e Berlusconi. Centristi che, messaggero Alfano ma ideatore Verdini, già corteggiano il Cavaliere per sposare l’idea di un Mattarellum «rovesciato»: 400 seggi con il proporzionale e 200 con il maggioritario. Un altro modo per arrivare all’obbiettivo della Consulta: restaurare, con il proporzionale, le larghe intese e le vecchie burocrazie.

LO SCENARIO vedrebbe Renzi all’opposizione, pronto a «cannoneggiare» ogni esecutivo tecnico naturaliter anti-Renzi, come ribadito dai ministri Delrio e Boschi. Gli scricchiolii tra i «diversamente renziani», però, già si avvertono. L’altro giorno, in Transatlantico e a portata di orecchio di giornalista, il ministro Franceschini si sfogava con i suoi: «Matteo è un irresponsabile» (pausa) «a pensare di chiamarsi fuori dal governo se vince il No», cioè a voler mollare. Sembra una petizione degli affetti, ma suona come una minaccia.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 27 novembre 2016 a pagina 15 di Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Perché, in teoria, Renzi ha già perso il referendum. Conti e raffronti, sulla base di numeri reali, con le elezioni Politiche 2013, Europee 2014 e passati referendum

transatlantico montecitorio interno

Il Transatlantico di Montecitorio o ‘dei Passi Perduti’

ALCUNE PREMESSE METODOLOGICHE

Renzi perderà davvero il referendum del 4 dicembre? Se si confrontano i dati reali (cioè i voti assoluti) dei partiti pro-riforma (Pd+Ncd+Sc+centristi minori) e di quelli contro la riforma (M5S+FI+Lega+Fd’It+Sel+partiti minori di destra e sinistra), parametrandoli i voti presi alle Politiche 2013, alle Europee 2014 e ai passati referendum dai suddetti partiti, il risultato è sempre lo stesso: Renzi e il Pd perderanno il referendum di diversi milioni di voti. Tutto questo articolo, però, si basa su alcuni dati di fatto e, insieme, su proiezioni di voti assoluti basati sulle Politiche 2013, Europee 2014 e i passati referendum che, pur miscelati in modo uniforme, non sono sovrapponibili e immediatamente confrontabili né con i sondaggi attuali né con i voti reali che arrideranno, il 4 dicembre, al Sì o al No. Di conseguenza, è un articolo da prendere con le molle perché la base ‘scientifica’ c’è, ma in politica e soprattutto in un voto come quello che ci attende le varianti possibili sono imponderabili. Per il resto, vi auguro buona lettura.

1) INCREDIBILE, VINCE CHI PRENDE UN VOTO IN PIU’

La sensazione che il premier e segretario del Pd, Matteo Renzi, perderà il referendum costituzionale del 4 dicembre si fa più corposa ed evidente man mano che ci si avvicina al giorno della votazione. Naturalmente, i sostenitori del No esultano, quelli del Sì cercano di porre rimedio al fatto che, da mesi, tutti i sondaggi li danno stabilmente dietro al No e costretti faticosamente a rincorrerlo. Eppure, tutti gli scenari e le possibilità di vittoria o sconfitta vengono diffuse sulle base di sondaggi e, cioè, di percentuali, MAI sulla base di numeri assoluti. E’ con questi, invece, i numeri assoluti che in questa votazione, più che in altre, bisogna fare i conti. Va ricordato, infatti, che il referendum confermativo di leggi costituzionali non abbisogna di quorum (soglia di partecipazione al voto), ma lo vince chi prende anche solo un voto più. Per dire, se su 60 milioni di italiani andassero a votare in cinque (5) elettori di numero, con 3 (tre) voti per il No e 2 (due) per il Sì, il referendum lo avrebbe vinto il No. Insomma, mentre nelle elezioni politiche, invece, come in quelle amministrative, i voti assoluti vengono trasformati in seggi (e, dunque, in maggioranze e minoranze) grazie ai sistemi elettorali di volta in volta adottati, al referendum (ripetiamo: solo in quello confermativo come sarà quello costituzionale del 4 dicembre, NON in quello abrogativo, cui serve il quorum per essere valido, a prescindere da chi lo vinca) non esiste sistema elettorale: i voti si contano in numeri assoluti e, chi prende un voto in più, ha vinto. 

2) DIFFICILE SOMMARE MELE CON PERE

I numeri assoluti di cui parleremo tra poco hanno un valore intrinseco in sé (non sono, appunto, sondaggi, ma numeri reali, presi dai partiti in tre tornate elettorali: Politiche, Europee, referendum costituzionali precedenti), ma NON sono, chiaramente, sovrapponibili al voto che ci sarà il 4 dicembre come semplice carta carbone. Per capirsi, primo esempio: NON è affatto detto che i voti del Pd alle Politiche 2013 o alle Europee 2014 saranno i voti che il Pd porterà in dote a Renzi il 4 dicembre 2016. Non tutti gli elettori (e/o simpatizzanti e/o militanti) del Pd voteranno Sì al referendum (la minoranza dem al completo, per dire, voterà compattamente NO: si dice che valga il 15% del Pd). Secondo esempio: non tutte le somme che presto evidenzieremo sono realistiche: sulla carta, i voti del Pd si sommano ai centristi, ma quali e quanti? Tutti quelli di Ncd? E quanti sono quelli di Ala (Verdini)? E quanti voti arriveranno da Forza Italia o M5S al Sì? Terzo esempio: è evidente che, per quanto la partecipazione al voto degli italiani al referendum non sarà di certo bassa (si stima che andrà a votare almeno la metà del corpo elettorale, circa il 50%), l’affluenza dei cittadini italiani alle elezioni Politiche è e resterà comunque più alta (tra il 65-70%), mentre è più ragionevole pensare che l’affluenza a questo referendum si avvicini a quella delle Europee 2014 (dove i votanti furono 28.908.004, il 58,64%). Quindi i voti assoluti indicati andrebbero depurati di alcune milioni di unità, allo stato non quantificabili. In ogni caso, verranno contati qui SOLO i voti della Camera (diritto di voto dai 18 anni in sù, quindi la fascia più alta possibile di elettorato italiano) ma SENZA i voti degli italiani all’estero (4 milioni 23 mila votanti, di cui 2,1 in Europa e 1,3 in Sudamerica, circa 1,2 milioni di votanti stimabili al referendum).

3) SONDAGGI, QUANTO LA REALTA’ VIENE DISTORTA

In campagna elettorale si discute prevalentemente di sondaggi che, sfornati dai vari istituti di ricerca, quasi quotidianamente vengono mandati in onda sulle tv e pubblicati sui giornali. Ma i sondaggi danno una rappresentazione distorta e fallace della realtà: NON tengono, appunto, mai in considerazione i numeri veri, i voti assoluti. Prendiamo in esame i principali istituti di sondaggi e il periodo temporale compreso tra il 21 ottobre e l’11 novembre (prima, quindi, della vittoria di Trump negli Usa). Questi risultati. Per Ixé-Agorà il No ha il 40% contro il 37% del Sì (indecisi al 23%), per Tecné-Mediaset il No è al 52,9% contro il 47,1% al Sì (indecisi al 16%, affluenza al 50%), per Emg-La 7 il No è al 38,3% e il Sì al 34,8% (indecisi al 26,95, astenuti al 40,3%), per Ipr il No è al 52% e il Sì al 46,5% (affluenza al 45%). Dalla media viene fuori che il No è sempre avanti con una forchetta compresa tra i 2 e i 5 punti massimo, circa 3/4 punti percentuali di media.

Ma si possono fare i conti sulle percentuali? No, appunto. L’affluenza al voto, il reale numero dei votanti, come si orienteranno gli indecisi e coloro che non dichiarano il loro voto, i possibili spostamenti dal bacino elettorale del Sì al No e viceversa, sono, allo stato, tutte ancora delle grandi e insondabili incognite. Ecco perché bisogna, invece, ragionare sui voti assoluti. Con tutti i benefici di inventario segnalati in precedenza, ma con qualche certezza data dai voti reali che, nelle urne, valgono quanto pesano. Fatte tutte queste premesse, iniziamo a parlare di numeri assoluti.

NOTA. COME E PERCHE’ SOMMARE I VOTI ASSOLUTI

Ribadiamo qui il punto: non è assolutamente possibile trasporre il voto di elezioni precedenti (Politiche 2013 ed Europee 2014), ma anche dell’ultimo referendum abrogativo (trivelle 2016) sul voto che si terrà il 4 dicembre. Né sarebbe giusto, in teoria, creare o sciogliere alleanze ‘innaturali’ tra forze politiche che, a quelle elezioni, non erano coalizzate per riversare i loro voti in un Sì o in un No alla riforma costituzionale, ma almeno si ragiona in termini di voti assoluti. Quelli che pesano e peseranno nelle urne, il prossimo 4 dicembre.

NB: Ci si riferirà sempre ai votanti per la Camera dei Deputati (per la quale votano i 18 enni, quindi il massimo del corpo elettorale e SENZA contare i votanti per la circoscrizione Estero, circa 4,1 milioni di elettori perché il loro voto è troppo soggetto a dinamiche incalcolabili, politiche e non politiche, di diverso tipo).

1) POLITICHE 2013: IL NO VINCEREBBE IN MODO NETTO

Alle Politiche del 2013 gli aventi diritto al voto erano 46 milioni di italiani (46.905.15) e i votanti furono 35.270.926 (il 75% degli aventi diritto). Il Pd – allora guidato da Bersani, candidato premier della coalizione Italia Bene comune (Pd+Sel+Cd) – raccolse 8.646.03 voti (il 25,43%) da solo mentre Sel prese 1.089.231 voti (3,2%) e le briciole andarono ai centristi.

Gli unici voti assoluti sommabili, parametrando le Politiche di allora al referendum di oggi, a quelli del Pd sono i voti – all’epoca molti – arrisi alla coalizione che candidava premier Mario Monti (Scelta Civica per l’Italia): 3.591.541 voti (il 10,56%) totali di una coalizione che, però, comprendeva partiti che non esistono più da anni (Fli di Fini) o sono ridotti a percentuali da prefisso telefonico (Scelta civica) o sono addirittura schierati con il No (Udc di Cesa). Insomma, sottraendo i voti di Sel e concedendo, con grande ottimismo, la metà dei voti dei montiani (oggi l’Ncd vale circa 1.200 mila voti, quindi molto meno del milione e mezzo dei teorici reduci di Sc) al Fronte del Sì, tutti i voti del Pd di Bersani (8 milioni e 6oo mila) – un partito ‘pre-renziano’ e dunque lontano dalla rivoluzione portata dal premier e anche dal suo nuovo bacino elettorale – e il modesto apporto di qualche partitino satellite minore (Idv, Centro democratico, Moderati, etc.), la somma fa 10.150.000 circa di voti. Sommati al milione e 200 mila di voti attuali cui è stimato Ncd, la somma finale è di 11.350.000 voti, al massimo, per il Fronte del Sì, sulla base delle Politiche 2013. Il confronto con i voti assoluti del Fronte del No, sempre sulla base dei voti delle Politiche 2013, è impietoso. Infatti, la coalizione di centrodestra (Pdl+Lega+Fratelli d’Italia+La Destra+partiti minori) prese allora 9.923.600 voti (29,18%), quindi già quasi pareggiando, da sola, parametrati a oggi, tutti i voti per il Sì: il Pdl prese 7.332.134 voti (21,56%), la Lega 1.390.534 voti (4,09%), Fratelli d’Italia 666.765 (1,96%), la Destra 219.585 (0,65%).

Anche volendo sottrarre, causa successiva scissione e ingresso nel governo, i voti dell’attuale Ncd, come detto prima, restano 9.609.018 i voti arrisi alle principali liste di centrodestra (9.923.600 tutte comprese) che, pur diminuite di un milione di voti della futura scissione dell’Ncd, vanno a sommarsi al 1.089231 voti di Sel e, soprattutto, ai ben 8.691.406 di voti (25,56%) arrisi al M5S e a una serie di liste minori (Rivoluzione civile di Ingroia, 765.189 voti, Fare per fermare il declino, 380.044, etc.).

In totale, i voti ascrivibili al Fronte del No arrivano a 19.389.655. Una cifra astronomica, e decisamente irraggiungibile, per il Fronte del Sì. E anche presupponendo che la metà dei voti (3,5 milioni) dell’attuale Forza Italia e dell’allora Pdl (7.332.134) ribalti le sue preferenze e voti per il Sì e non per il No, il Fronte del No manterrebbe, con 15.889.655 milioni netti di voti, una distanza larga e salda dai 14.500.000 voti del Fronte del Sì. Naturalmente, va tenuto conto dell’astensione, non quantificabile, e dei consistenti spostamenti di voti avvenuti dal 2013 ad oggi.

2) EUROPEE 2014: IL Sì PERDEREBBE IN MODO ROVINOSO

Ecco perché il raffronto con le Europee del 2014 è di certo più calzante: i partiti presenti allora sono, sostanzialmente, quelli in campo oggi, con una sola differenza: il voto del Pd, allora al suo massimo storico (40,8%) è sovrastimato rispetto all’attuale (almeno 10 punti in meno vanno calcolati) mentre il voto all’M5S è sottostimato (almeno 8-9 punti in più rispetto al 21% di allora vanno calcolati). Alle Europee del giugno 2014 gli aventi diritto al voto erano 49.256.169 e i votanti furono 28.908.004 (58,64%). Una percentuale di votanti assai bassa (ben sotto il 60% e realisticamente vicina a quella che ci aspetta il 4 dicembre, dato che il 60% di votanti sarebbe, per un referendum, una cifra alta.

Il Pd prese il suo famoso 40,82% pari a 11.172.861 voti in termini assoluti . Al Pd vanno sommati i 1.199.703 voti dell’Ncd-Udc (pari al 4,38%, ma l’Udc oggi è per il No), gli appena 186.157 voti di Scelta europea (0,72%, l’ex Scelta civica), al massimo i 179.693 voti dell’Idv (pari allo 0,66%, oggi l’Idv è su posizioni moderate e di alleanza con il Pd). Il totale fa 12.738.414 voti assoluti per il Sì. Insomma, anche stimando il Pd al suo massimo storico – oggi difficilmente raggiungibile – solo un paio di milioni di voti sottratti di netto a Forza Italia garantirebbero il raggiungimento, o lo sfiorare, la quota di sicurezza che, tra poco vedremo, è sui 15 milioni di voti. La sola quota che può garantire, se toccata, chanches di vittoria in un referendum cui voteranno almeno 30 milioni di elettori.

Dall’altra parte, nel Fronte del No, vanno sommati i 4.605.331 (16,83%) di FI, i 1.686.556 voti della Lega (6,16%), i 1.004.037 (3,67%) di Fd’It, i 1.103.203 voti di Lista Tsipras (l’attuale Sel-SI+Prc + movimenti minori) e, ovviamente, i 5.792.865 voti di M5S (21.16%). Il totale, impietoso, fa 14.191.992 voti assoluti, ben superiori ai 12.738.414 voti dei partiti del Sì.

Bisognerebbe, anche in questo caso, immaginare almeno due milioni di voti azzurri moderati che traslocano in modo secco da Forza Italia e passano a un Pd che non solo non perde un voto a sinistra, a causa del No della minoranza dem (stimata nel 15% dell’elettorato dem da tutti i sondaggisti), ma che mantiene l’astronomica cifra del 41% delle Europee mentre l’M5S non solo non replica le percentuali attuali o del 2013 ma è fermo al 21%…

3) GLI ALTRI REFERENDUM: LA ‘BASE ELETTORALE’ DEL NO

Nei due precedenti referendum costituzionali (2001 e 2006) – RIBADIAMO: GLI UNICI REFERENDUM CHE NON NECESSITANO DI QUORUM – la percentuale di affluenza al voto è stata molto bassa: 16,843.420 milioni di italiani (34,05% su 49.462.222 aventi diritto al voto) hanno votato nel 2011 (referendum di approvazione della riforma del Titolo V avanzata dal centrosinistra: PROMOSSA) e 25.371.792 di italiani (53,84% su 47.120.776 aventi diritto al voto) hanno votato nel 2006 (riforma costituzionale avanzata dal centrodestra: BOCCIATA). Nel 2001 i Sì furono 10.433.574 (64,21%) e i No 5.816.527 (35,79%): la riforma del centrosinistra venne approvata.

Nel 2006 i No furono 15.467.363 (61,64%) e i Sì 9.625.414 (38,36%): la riforma del centrodestra fu bocciata. Infine, come si sa, nell’ultimo referendum – ma questa volta abrogativo, quindi necessitante del raggiungimento del quorum del 50,1% degli aventi diritto al voto, quorum che non venne raggiunto – quello sulle trivelle, svoltosi nell’aprile del 2016 ha votato solo il 32,16% degli aventi diritto al voto (15.026.940 su 46.730.317 elettori).

I sì (per l’abolizione delle trivelle da una certa distanza dalle coste) sono stati 12.822.908 (86,44%), i No 2.011.178 (13,56%). E’ opinione comune di commentatori, politici e sondaggisti che, proprio in base a questo ultimo voto referendario, i No al referendum abbiano, come possibile base elettorale, proprio i quasi 13 milioni di voti presi dal Sì alle trivelle, voto che è stato molto politicizzato in funzione anti-Renzi e antigovernativa D’altro canto va rilevato che, contro la riforma del centrodestra del 2006, si mobilitarono, più che i Ds di allora, Cgil, associazioni e sinistra diffusa: i No raggiunsero i 15 milioni e mezzo di voti mentre nel 2001 i No contro alla riforma erano stati 5.816.527. Una base, quella del ‘No’ alle riforme che conferma, dunque, un bacino potenziale di contrari alle riforme e per lo status quo che oscilla tra i quasi 6 milioni e gli oltre 15 milioni di voti senza dire dei 13 milioni di voti contrari alle trivelle nel 2016.

I Sì ‘riformatori’ e moderati – quindi favorevoli alle riforme costituzionali, anche se di centrosinistra prima e centrodestra poi – furono 10 milioni e mezzo nel 2001 e 9 milioni e 600 mila nel 2006. Una cifra considerevole, ma assai più bassa e contenuta, mentre, nel 2016, il Fronte del No (in questo caso rappresentante della parte più moderata e liberale del Paese) prese solo 2 milioni di voti perché l’indicazione del premier e di molti partiti pro-trivelle era stata, semplicemente, quella di non andare a votare e, cioè, di astenersi. 

UNA ‘NON’ CONCLUSIONE

Dunque, riassumendo, tutti i sostenitori del No ritengono di partire da una base elettorale oscillante tra i 13 e i 15 milioni di voti, senza neanche considerare le diverse ‘fedi’ politiche. D’altra parte, il Sì, senza neanche qui considerare le diverse fedi politiche, oscilla tra 5 e 10 milioni di voti. Anche in questo caso, il Fronte del No è stabilmente, e di molto, avanti al Sì.

Si tratta, evidentemente, di conti fatti ‘senza l’oste’: senza cioè considerare sia il merito della riforma che i nuovi, possibili, equilibri politici ed elettorali che si sono creati nell’arco del 2015 come del 2016, ma almeno si tratta di numeri e dati reali, concreti, non di sondaggi di opinione. Li sottopongo ai miei lettori per poter giudicare, a urne aperte, il 5 dicembre, cosa è successo nel voto.

NB: articolo scritto il 16 novembre 2016 per il sito Internet Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net)

Tre scenari futuribili per la battaglia del Senato. Quando la storia si fa con i “se”

“Se Napoleone avesse vinto a Waterloo” è il primo degli esempi storici di quella che viene chiamata “storia controfattuale”: la storia fatta con i “se”. In campo storico, è un divertissement, in politica, invece, è un classico. La politica, infatti, è piena di “se”: se succede questo, non succede quest’altro e viceversa. Insomma, la politica dei “se” è il paradiso di ogni retroscenista politico…

Abbiamo applicato il metodo della storia controfattuale alla battaglia in corso sulla riforma del Senato. Tante le variabili, forse troppe, sia tattiche che strategiche, della battaglia in corso. Chiari e definiti sono soltanto i cinque eserciti in campo: il premier Renzi, il ministro Boschi e il suo governo, più la sua maggioranza; la minoranza dei ribelli dem e gli altri senatori inquieti della maggioranza (Ncd in testa); le forze dell’opposizione; il presidente del Senato Grasso. Attore non protagonista, ma comunque sul campo come osservatore, il Capo dello Stato Mattarella.

L'attuale composizione del Senato (agosto 2015)

L’attuale composizione del Senato (agosto 2015)

Primo scenario. Renzi recupera i voti dei senatori e passa l’esame. Il governo arriva al 2018.

La minoranza del Pd, una volta il tavolo delle trattative interne con la maggioranza renziana, non si accontenta e punta all’obiettivo grosso: cercare di cambiare l’articolo 2 del ddl Boschi, trasformando il Senato da non elettivo (o, meglio, elettivo di secondo grado, così come previsto nella riforma) a elettivo, cioè eletto direttamente dai cittadini. L’operazione di forza, però, per un pelo, non riesce. Infatti, con un piccolo aggiustamento (l’art. 35 del ddl Boschi che cambia l’art. 122 Costituzione), Renzi spacca il fronte dei ribelli: al Senato vengono restituite una serie di funzioni perdute nel primo passaggio (I e II lettura) tra Senato e Camera e la mediazione offerta dal governo (un ‘listino’ di consiglieri senatori da eleggere sempre nell’ambito dei consigli regionali, ma salvaguardando la scelta dei cittadini che, sulla scheda, indicano quali consiglieri regionali inviare nel futuro Senato) viene accettata da una parte di loro. Roberto Calderoli ritira gran parte dei suoi emendamenti (513 mila) per cercare comunque l’imboscata, ma la presidente della I commissione, Anna Finocchiaro, manda il testo direttamente in Aula per rispettare la tabella di marcia (voto finale per il 15 ottobre).

Ed è qui, in Aula, che il governo trova un aiuto inaspettato. Il presidente del Senato, Pietro Grasso, riapre alle modifiche sull’articolo 2, quello sull’elettività del Senato, solo nella preposizione contestata, il comma V, quello che contiene una piccola modifica apportata dalla Camera, dove un ‘nei’ consigli regionali è diventato ‘dai’. Ma la novità è che Grasso chiude alla possibilità di emendare all’intero articolo 2. Il governo, a questo punto, sfida l’Aula, legando di fatto, anche se non con un voto di fiducia formale (impossibile) la sua sopravvivenza al voto favorevole all’art. 2. Nel caos generale, tra le proteste delle opposizioni che inveiscono contro Grasso, e sotto il ricatto della possibile fine della legislatura paventato dal premier in molti retroscena, i ribelli si dividono: sui 25-28 che erano sulla carta, ben dieci decidono di accettare la parziale mediazione del governo. Ne restano 15 ad andare avanti nella battaglia, ma nel frattempo sono successe altri tre fatti: il gruppo Ala, guidato da Denis Verdini, è cresciuto di ben cinque unità, tutti presi dal gruppo di FI, la fronda dei senatori ribelli di Ncd si è ridotta a tre irriducibili in cambio di posti di sottogoverno e cinque senatori azzurri non si fanno trovare in Aula, adducendo scuse varie, al momento del voto. La maggioranza ce la fa, sia sull’articolo 2 e con 161 voti (la maggioranza assoluta non serve, ma c’è) contro 145, che sul resto della riforma, che ovviamente viene votata molto più tranquillamente.

Il governo, forte del successo, si dedica a preparare la legge di Stabilità per il 2016 e il premier promette che governerà “di sicuro fino al 2018”. La minoranza dem mastica amaro, chiede nuovi cambiamenti e promette battaglia su altri fronti, ma il Pd riunisce i suoi gruppi dirigenti e decide che “non vi potranno più essere voti difformi nei gruppi, tranne sui temi etici, pena l’espulsione”. Un gruppetto di senatori (Gotor, Mucchetti, Mineo, etc.) e di deputati (D’Attorre, etc.) se ne va e, insieme a Fassina e Cofferati, presentano una nuova formazione politica: il Partito della Sinistra. Bersani e D’Alema restano ancora nel Pd, ma dichiarano che non sanno “fin quando sarà possibile”. Dall’altra parte, il sostegno di FI alla riforma contribuisce a spaccare il fronte del centrodestra tra Renzi e Berlusconi, che annuncia il ritiro dalla scena politica, e Grillo vede una rottura nell’M5S. Nel giugno del 2016 si celebrano le elezioni amministrative in molte grandi città (Torino, Milano, Napoli, Bologna, Genova): il Pd approfitta della ripresa economica e vince tutte le sfide, tranne Napoli. A ottobre del 2016, si celebra il referendum istituzionale: è un plebiscito per Renzi.

Renzi rinsalda l’alleanza di governo con nuovi acquisti in Parlamento. Si vota solo nel 2018 e lo slogan della campagna elettorale, di piglio obamiano, è “Quattro anni ancora! Forza Matteo!”.

Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd

Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd

Secondo scenario. Renzi non ce la fa, il Senato boccia la riforma. Si va al voto e verso il caos.

Renzi e la Boschi s’intestardiscono a non volere nessuna mediazione, con la minoranza dem, ma i tentativi di spaccarla si rivelano inutili. Lotti assicura il premier di avere comunque i numeri, ma già quando il testo del ddl Boschi va in Aula si vedono le prime crepe: sull’art. 1 (funzioni del Senato) il governo rimane sopra le opposizioni per un pugno di voti. Il presidente del Senato, Pietro Grasso, decide di aprire all’emendabilità di tutto l’articolo 2, non solo per il V comma, ma per tutti. Il clima è tesissimo: Renzi è furibondo, tutto il governo è schierato in Aula, gli appelli alla minoranza perché ragioni si sprecano, ma i ribelli non demordono e anche i tentativi di spaccarli non riescono più. Solo cinque senatori rompono il fronte, uscendo dall’Aula (al Senato l’astensione è voto contrario), ma Verdini, che aveva assicurato a Lotti nuovi ingressi per compensare le perdite dei ribelli dem, non riesce nell’intento. I senatori di Ncd, fiutata l’aria, e cioè che Renzi può promettere poco o nulla, vanno ad accrescere le fila dei ribelli e persino nel placido gruppo delle Autonomie e tra i senatori a vita, gelosi di perdere identità e futuro, si registrano defezioni. Quando si arriva al voto sull’art. 2, succede il finimondo: le opposizioni gridano al golpe e alla democrazia violata, girano voci di un Capo dello Stato irritatissimo per la forzatura che il premier ha cercato e si aprono scenari inediti: c’è chi dice che Mattarella sarebbe pronto a dare un incarico istituzionale a un alta personalità, e si fa il nome dello stesso Grasso, per un governo che trovi una maggioranza alternativa in Parlamento.

Dopo una giornata di liti e di insulti, con l’Aula del Senato ridotta a una bolgia, il governo va sotto: FI vota compatta contro il governo, come tutte le opposizioni, e insieme ai ribelli (25) e Ncd (10): finisce 160 a 137 per le opposizioni, tra urla di giubilo e sfottò di queste, renziani lividi e furibondi. Renzi ammette di non avere più la maggioranza al Senato, sale al Colle, ma si dichiara indisponibile a formare qualsiasi altra maggioranza alternativa, parlando a nome del partito di maggioranza relativa in Parlamento, il suo, il Pd. Mattarella prova comunque a formare un altro governo, che traghetti il Paese oltre la Legge di stabilità e verso il voto, ma le opposizioni sono divise tra loro e il tentativo esplorativo, affidato a Grasso, fallisce nel giro di pochi giorni. A quel punto, al Capo dello Stato non resta che riaffidare l’incarico a Renzi: si tratta però di un governo di minoranza che deve solo evitare che i mercati, già in subbuglio, le istituzioni europee e le cancellerie dei maggiori paesi, molto preoccupati per la nuova esplosione dell’instabilità politica in Italia, creino intorno al Paese un cordone sanitario come con la Grecia e costringano l’Italia a misure severe sul fronte economico. Il II governo Renzi, un monocolore Pd, fatto solo di fedelissimi, approva una Legge di Stabilità limitata negli scopi e negli obiettivi: l’Imu non viene abolita, la Ue non lo permette, le tasse salgono e il problema immigrati alle frontiere aumenta fino ad esplodere. Nel frattempo, Renzi ha preso provvedimenti durissimi contro i ribelli al Senato, tutti cacciati dal Pd, e attacca con violenza Bersani e D’Alema, accusandoli apertamente di aver fomentato il loro voto contrario. La minoranza si riunisce al teatro Eliseo con pulmann che arrivano da tutta Italia, tornano a sventolare le bandiere del Pds e persino del Pci. Civati, Cofferati e Vendola, tutti i fuoriusciti, partecipano all’assemblea e promettono che nascerà un nuovo Partito della Sinistra (PdS) unito, progressista e laburista, collegato a Cobyrn in Gran Bretagna, Podemos in Spagna e Syrizia in Grecia. E’ la scissione.

A febbraio 2016 Renzi si dimette e Mattarella scioglie le Camere. Si vota prima delle comunali. La campagna elettorale è infuocata, il problema immigrazione esplode, Berlusconi cede lo scettro del centrodestra alla Lega di Salvini, ma il M5S di Grillo candida Di Maio premier, che si accredita in tutte le capitali europee e rassicura i mercati e le ambasciate straniere. Con l’Italicum (entrato in vigore in via anticipata) alla Camera e il Consultellum al Senato, il Paese va a votare stremato. Il Pd ottiene un risultato modesto, molto inferiore alle aspettative, il 31%, l’M5S è davanti con il 33%, il centrodestra, nonostante la campagna durissima di Salvini, non supera il 25% causa crollo di FI. Soprattutto, il Fronte della sinistra conquista un inaspettato 9% dei voti. Nessuno potrebbe governare a causa dei diversi sistemi elettorali, ma molti senatori del Pds sono concentrati al Senato dove hanno vinto nelle regioni rosse. Dopo una mini-scissione e mille tormenti, il Pds decide di appoggiare, senza ministri ma con un presidente della Camera e molte assicurazioni sul programma, un governo Di Maio, e cioè un monocolore dell’M5S. Inizia una fase politica difficile e incognita.

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica

Terzo scenario. Renzi passa, ma con il governissimo. Nel Pd nasce un’alternativa di sinistra.

La minoranza dem rifiuta ogni accordo, ma si mantiene compatta. Capisce subito, però, che qualcosa non va nel resto delle opposizioni. Calderoli decide, in cambio di ‘rassicurazioni’ sulle maggiori autonomie regionali e sui nuovi poteri del Senato, ritira la sua mole di emendamenti. Forza Italia inizia a dialogare con la maggioranza e il governo sui poteri e le funzioni del Senato. Nonostante i ribelli dem restino arroccati sulle loro posizioni in un numero considerevole (25-28), Forza Italia si dichiara disposta a esaminare ‘senza pregiudiziali’ i ‘passi in avanti’ fatti sulla riforma e il presidente del Senato Grasso limita l’emendabilità dell’articolo 2 al solo contestato comma V. Molti senatori, del gruppo Misto (gli ex grillini), di Ncd e di Autonomie, temono per il loro futuro: Renzi fa sapere loro, tramite Lotti, che se non passa la riforma, si va al voto e addio legislatura. La minoranza dem pensa di essere compatta, ma tra la notte e la mattina prima del voto perde 10 unità. Il voto sull’articolo due diventa una passeggiata: sono 175 i voti a favore del governo, appena 130 quelli per le opposizioni perché Forza Italia esce in blocco dall’aula e, nonostante la fronda di una decina di senatori di Ncd, la ribellione della minoranza dem è stata piegata. Ma Renzi paga dazio.

La polemica della minoranza contro il ‘nuovo’ patto del Nazareno si fa fortissima. Anche la legge di Stabilità viene approvata con il voto favorevole degli azzurri. Berlusconi, però, decide di cedere definitivamente lo scettro della leadership del centrodestra a Salvini in cambio di un patto ‘tra gentiluomini’: non puoi fare tu il leader, sei troppo radicale, Merkel e gli altri non ti accetterebbero, invece Maroni è perfetto, ragionevole e gradito ai moderati, vedrai che con lui vinciamo le elezioni. La profezia berlusconiana, stavolta, si avvera. Il Pd non subisce alcuna scissione, tranne pochissimi senatori dissidenti, ma Bersani e D’Alema iniziano a riorganizzare la scalata al partito e a boicottare Renzi in vista delle urne. Il premier, indebolito dall’abbraccio sempre più ambiguo di Forza Italia e sottoposto al fuoco di fila delle polemiche sull’immigrazione e sulle tasse, ma anche dalla scissione silenziosa della sua minoranza che continua a punzecchiare il governo e a farlo ballare alle Camere, supera a fatica l’estate dopo aver preso una brutta legnata alle amministrative della primavera 2016. Il Pd perde a Napoli e, soprattutto, a Milano, dove rivince il centrodestra con Paolo Del Debbio, eletto a furor di popolo, e vince male e stentato a Torino e Bologna, perdendo persino Genova. Dopo un’estate di polemiche e crisi nella maggioranza, con Ncd che rientra, pezzo dopo pezzo, in FI e la Lega che, dopo la sterzata moderata, ha messo Maroni come candidato premier del centrodestra il premier si gioca la carta del tutto per tutto: apre la crisi di governo e si dimette per abbinare le elezioni politiche al referendum istituzionale sul Senato. Ma la polemica di Grillo e Lega sul Senato inutile e, comunque, non abolito, il logoramento della sinistra interna al governo e dentro il Pd, un Berlusconi rinato nella forma di regista del centrodestra, logorano il Pd fino al tonfo inaspettato. Centrodestra avanti, primo schieramento, al 35% centrosinistra secondo, a un incollatura, 34%, ma senza Sel, M5S al 31%. Impossibile formare un governo di un solo polo, grandi intese obbligate. Berlusconi, dopo l’ennesima rottura con la Lega, che non ci sta al ‘governissimo’ e viene scaricata, condiziona fortemente la nascita di un nuovo governo Renzi, cui pure concede il nuovo incarico. Renzi accetta, ma deve subire la presenza di molti ministri dichiaratamente di centrodestra e un programma semiconservatore, liberista sulle tasse, ma chiuso sui fronti immigrazione e diritti civili.

La polemica, dentro il Pd, che ha rieletto molti deputati e, soprattutto, senatori della sinistra interna, divampa sempre più forte. La minoranza chiede, e ottiene, un congresso anticipato, anche se di pochi mesi, a inizio (e non alla fine) del 2017 per poter approfittare dei colpi d’immagine che Renzi subisce uno dietro l’altro. Bersani e D’Alema fanno un passo indietro, Speranza e Cuperlo pure. Dopo anni di incubazione e di studio, un giovane deputato del modenese, Enzo Lattuca, ‘caruccio’ quanto basta, ma profondamente di sinistra, viene lanciato come il nuovo outsider di Renzi. La campagna per le primarie, dentro il Pd, diventa infuocata: un pezzo della ex sinistra che si era schierata con Renzi torna sui suoi passi e, nelle regioni rosse, la minoranza diventa maggioranza. La disaffezione di un gran pezzo dei nuovi elettori filo-renziani che sono defluiti dal Pd all’astensione fa il resto: Renzi perde le primarie e, nel 2017, si dimette anche da premier, dicendo ‘preferisco fare altro,  anche Obama e Blair lo hanno fatto. Lancerò una Fondazione, ripartirò da zero”. Il Pd, in mano al giovane Lattuca, torna di sinistra e chiede di tornare alle urne per il 2018.

NB. Questo articolo è stato scritto in forma originale per il sito di Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net)

il buio oltre la siepe. Perché il tentativo’ di Landini difficilmente aggregherà quel che resta della sinistra

Maurizio Landini, segretario della Fiom-Cgil

Maurizio Landini, segretario della Fiom-Cgil

Nutro diverse perplessità sul successo della ‘discesa in campo’ di Maurizio Landini, segretario generale della Fiom-Cgil. Discesa in campo politica, si capisce, per quanto futura e futuribile possa essere. Lo stesso Landini ha cercato di precisare, con una lettera al Fatto, il suo pensiero espresso nell’intervista di domenica scorsa. Il concetto, tra intervista e precisazione, è sostanzialmente il seguente: “Il sindacato si deve porre il problema di una coalizione sociale più larga che superi i confini della tradizionale rappresentanza sindacale e aprirsi a una rappresentanza anche politica. La sfida democratica a Renzi passa anche da qui”. Ora, la frase chiave succitata indica una serie di contraddizioni, non scioglie molti nodi sul tappeto e resta, volutamente, criptica, confusa, indefinita.

Landini – dice chi ne sa – non sopporta non solo Renzi e il suo Pd liberal, ma pure la litigiosità e frammentazione dei ‘partitini’ della sinistra radical. Come lui la pensano due intellettuali – a mio parere del tutto avulsi dalla realtà del loro tempo e chiusi da troppo nella loro torre eburnea radical – come Stefano Rodotà e Barbara Spinelli. La quale ultima, eurodeputata che di certo non brilla per presenze a Bruxelles, ha di fatto rotto i rapporti con la lista L’altra Europa con Tsipras che pure l’ha fatta votare ed eletta. Insomma, il concetto – espresso dal sindacalista e dai due intellettuali – sarebbe che i ‘partitini’ della sinistra che resta a sinistra del Pd (SeL, ma pure i rimasugli della sinistra comunista che fu, Prc e Pdci, ma anche l’accozzaglia di liste elettorali di scarso, L’Altra Europa alle Europee, o nessun successo, Rivoluzione civile di Ingroia, quando chiedono i voti) sono ‘cani morti’ e che bisogna, giustappunto, ‘ripartire dal sociale’.

Facile a dirsi, molto meno a farsi. Anche una giornalista di valore, Angela Mauro, cronista politica dell’Huffington Post, che conosce bene le vicende citate e pur mantenendo un occhio benevolo, verso Landini e la sua impresa, non mi pare riesca a venirne a capo. La Mauro spiega così il passo di Landini: costruire un “laboratorio sociale”, a meta’ strada tra un nuovo ruolo e protagonismo sindacale, i giovani e i loro network sociali dal basso in fieri nelle citta’ metropolitane e legarlo a una idea della politica ‘orizzontale’ ma non ‘alla centro sociale’, bensì alla Podemos. “C’è l’esempio greco di Tsipras, ovvio – scrive Mauro – che parla di un partito alla lotta con l’Europa dell’austerity e non di un laboratorio sociale, ma che dice che con la forza del consenso e delle urne anche chi sembra debole in partita può spuntarla. E c’è l’esempio di Podemos, il movimento spagnolo nato dalle acampandas contro l’austerity, candidato a vincere le elezioni del prossimo autunno a Madrid, almeno stando ai sondaggi. Ci può essere come punto di arrivo la lista e la candidatura, il partito e la rappresentanza democratica in Parlamento. Ma è un punto di arrivo”. Alla fine si arrende pure Mauro: “c’e’ un idea. Piu’ che un idea, un pensiero”.

Siamo, insomma, alle famose “poche idee ma confuse” di Ennio Flaiano. Soprattutto, Landini non ha dietro di sé ‘tutta’ la Cgil, ma solo la sua Fiom. E qui c’è un altro punto critico e di estrema debolezza del suo ragionamento. Quando Cofferati trascinò in battaglia la Cgil sempre contro il tentativo, ma all’epoca messo in campo dal governo Berlusconi, di svellere l’art. 18, aveva molte frecce al suo arco: un sindacato grande, ‘generale’ (e non, appunto, una semplice categoria, forte e tosta, ma sempre ‘parziale’), per quanto isolato da Cisl e Uil; una fitta rete di alleanze nel tessuto sociale (movimenti, associazioni, intellettuali, riviste: da Moretti a Flores d’Arcais); pezzi di partiti politici ancora strutturati (la sinistra Ds, tutta, Rifondazione, pur se tra mille ambiguità dovute a rivalità con Bertinotti); un vasto movimento di opinione pubblica insofferente e ribelle verso l’allora trionfante senso comune di un berlusconismo assai oppressivo; l’eco di movimenti sociali e politici che avevano infiammato il mondo, oltre che l’Italia (i no-global, le associazioni e i movimenti anti-G8, etc.). insomma, una vera ‘coalizione’ di forze politiche, sociali, sindacali, morali. Cofferati non seppe, nel 2000-2001, definito il nuovo ‘biennio rosso’ della politica italiana, sfruttare e usare tutti questi elementi a suo vantaggio e non volle buttarsi definitivamente in politica, ritirandosi nel suo ‘orto’ da piccolo Cincinnato da cui uscì tardi e male (Bologna, Bruxelles, etc.) tanto che oggi la sua azione e la sua influenza a stento interessa la … Liguria.

Ma perché dove non riuscì Cofferati, che aveva tutte le condizioni migliori e i presupposti giusti per condurre una ‘buona battaglia’, dovrebbe oggi riuscire Landini? Il segretario della Fiom, sconfitta in quasi tutte le elezioni delle Rsu di fabbrica che si tengono da mesi, non ha l’appoggio della Cgil, che anzi gli è contro sia per motivi di rivalità interna della Camusso verso Landini sia per ragioni politiche (il rapporto con la sinistra Pd e Bersani) che per motivi squisitamente sindacali (il principio dell’autonomia dalla politica). Non esiste, nel Paese, un sentimento e moti di protesta forti e di massa, ma solo un malcontento diffuso, refrattario, politicamente vano e sterile. L’autunno è passato, non è stato affatto ‘caldo’ e la Cgil non ha inciso, per segno e qualità delle proteste, neppure su un tema caldo come l’art. 18. Partiti politici in grado di organizzare la protesta e incalanare la rabbia non ve ne sono, o sono debolissimi se non del tutto scomparsi (Prc, Pdci) o (vedi Sel) alternano ricerca d’intesa con il Pd a livello locale e parlamentare a momenti di contrapposizione dura al governo Renzi ma senza numeri né mezzi per poter reggere un alto e lungo il livello dello scontro con il Pd. La minoranza dem non si sogna di uscire dal partito, è divisa in mille rivoli, spezzata in correnti (bersaniani, cuperliani, etc.) di scarso peso e spessore o rappresentazione macchiettistica di una ‘scissione’ che, troppe volte evocate, quando ci sarà si rivelerà di scarso peso e consistenza (Civati). Tutti fattori che impediscono e impediranno a Landini, debole già di suo nella sua Cgil, di porsi da ‘federatore’ e organizzatore di una sinistra sociale e politica.

Il Pd di Renzi, d’altra parte, e il suo leader nonché premier del governo, macina risultati che, per quanto ‘di destra’ e ‘liberisti’ siano, ci sono, e non trova, a fermarlo, per esempio sulla strada delle riforme istituzionali ed elettorali iper-maggioritarie o da vera dittatura della maggioranza, altro che opposizioni ‘finte’ (FI) o solo populiste e demagogiche (Lega). Cosa contrapporre a tutto questo, e cioè una vera ‘rivoluzione culturale’ in seno alla sinistra storica che finirà per stravolgerne senso e direzione, quella di Renzi, secondo il Landini pensiero? “Un’idea, più che un idea, un pensiero”. Quello del “laboratorio sociale della rappresentanza politica”. Parole confuse, vaghe, velleitarie. C’e’ solo il buio, oltre la siepe.