“Liberi e Uguali” nasce con Grasso alla guida. Il presidente del Senato infiamma la platea, ma i problemi non mancano. Cronaca della giornata e un po’ di ‘colore’

  1. “Io ci sono!”.  Grasso conquista la platea dei delegati della nuova ‘Cosa Rossa’.
Guttuso

I funerali di Togliatti, quadro di Renato Guttuso

<Io ci sono! Io ci sono! Io ci sono!». E’ nato un nuovo leader, nel parco della Sinistra radicale e post-comunista italiana, pur senza averne le stimmate (del glorioso passato). Si chiama Pietro, detto ‘Piero’, Grasso. L’ex pm e poi procuratore capo di Palermo, poi ancora a capo della Procura nazionale Antimafia, amico personale di Falcone e Borsellino, venne candidato ed eletto dal Pd a guida Bersani nel 2012 e poi è diventato presidente del Senato, ieri ha dimostrato la stoffa – non scontata – dell’oratore politico. Specie quando ha attaccato, senza nominarlo, il Pd: «Mi hanno offerto d tutto», ha ricordato sprezzante, «dai seggi sicuri alla possibilità di fare la riserva della Repubblica» (il che vuol dire, tradotto, di fare il presidente della Repubblica nel post-Mattarella: sei anni, però, troppi). E già lì parte la prima standing ovation di una platea che il Pd lo odia e che, sostanzialmente, punta a far perdere le elezioni a Renzi e ai suoi oltre che aspirare – legittimamente – a rientrare in Parlamento con percentuali variabili tra il 6% e il 10% (molto dipenderà, appunto, da quanto porterà con sé in dote proprio la figura di Grasso).
Il discorso di Grasso arriva a conclusione di una decina di interventi di esponenti di «mondi» della «società civile»: applauditissimo il medico di Lampedusa, Bartolo, protagonista di Fuocoammare di Rosi (niente parentele con Francesco), pluri-premiato.
Alternati a loro parlano i «Tre Tenori» Civati-Fratoianni-Speranza. A differenza dei big (Bersani, D’Alema, Bassolino, Epifani, Errani, Rossi, Vendola) – cui tocca confondersi nelle seconde e terze file per evitare la sensazione di sinistra deja–vù – i tre sono quarantenni di belle speranze, e non solo chi, di loro, è Speranza. Anche loro infiammano la platea. Pippo Civati prima si perde nei ricordi familiari («Papà votava La Malfa»), poi, da birichino, sfotte Pisapia («Ma dove Campo vai con Alfano?!»). La sala vibra molto per Fratoianni, ex ‘bello’ di Rifondazione, che tuona contro «la schiavitù del lavoro, l’oppressione del Capitale, il liberismo di Trump e della May», ma anche contro «i nuovi neofascisti». Successo pieno pure per Speranza, che tiene forse il discorso più bello e più appassionato prima di Grasso: invoca una «Nuova Sinistra Mondiale», una sorta di neo-Internazionale, sulle orme di Bernie Sanders e Corbyn (però non cita Tsipras), mette «il lavoro» al centro della «lotta della sinistra» di cui stila un dettagliato programma, art. 18 in testa. La leader della Cgil, Susanna Camusso, è in prima fila ad applaudire e, forse, pure a candidarsi alle Politiche nelle file di Mdp (ma il suo portavoce smentisce secco).
Infine, tocca a Grasso. Infiamma e conquista la platea. Si emoziona, ma non perde il filo. Racconta prima la sua storia di pm in prima fila nella lotta alla mafia. Delinea poi un programma di sinistra radicale nei temi ma «moderata» nei toni, che «rifiuta i tatticismi», ma che farà «proposte serie e credibili». Urla «ora tocca a noi!» ma invoca una leadership collettiva. Rifiuta la logica del ‘voto utile’, ma sa che non sarà né per lui né per la nascente ‘Nuova Cosa Rossa’ una passeggiata di salute, la sfida nelle urne al Pd. Però, spiegano i suoi quando ha finito, «la eserciterà in modo fermo e severo, la sua leadership». Tradotto: vigilerà sui candidati per evitare «zone grigie, errori e malintesi». E – insistono sempre i suoi – invoca «porte aperte» a chi oggi non c’è: sinistra dem, cattolicesimo democratico, femminismo, ambientalismo. La presidente della Camera, Laura Boldrini, non c’è ancora, ma i suoi consiglieri sì, dal portavoce Roberto Natale al consigliere giuridico Carlo Leoni (ex Ds): sta per arrivare pure lei, nella neo-sinistra.
Alla fine, sorrisi e abbracci. I dirigenti della ex Sinistra Radicale brindano: «Abbiamo fatto Bingo», dice Paolo Cento: «lui è il nostro uomo in più, farà la differenza». Grasso commenta che «è stata una bellissima mattinata, ma c’è ancora tanta strada da fare».
In effetti, è vero: la strada ancora da fare, per la Nuova Sinistra Unita, è ancora tanta. I tre partiti fondatori (Mdp-SI-Possibile) hanno dato vita a una lista unica, ma non ancora a un partito unico e nessuno di loro può affermare, in sincerità, che nascerà davvero:le differenze, tra chi viene da Rifondazione poi Sel poi SI e chi dal Pd (gli ex dem di Mdp) sono tante, forse troppe. Le quote per le candidature sono state ripartite col bilancino (50% Mdp, 35% SI, 15% Possibile): sono stati votati, i delegati, in assemblee provinciali, ma non tutto è filato via liscio: SI e Possibile si sono ‘alleate’ e sottratto numeri a Mdp. Sgambetti tra compagni? Si vedrà più avanti, quando le liste verranno composte (se ne occupa Nico Stumpo, già uomo d’ordine di Bersani: nel 2013 fece ‘piangere’ molti sicuri presunti candidati nel Pd, ne farà piangere altrettanti ora, compagni o meno che siano). Inoltre, i posti richiesti da molti, big di Mdp in testa a tutti (Bersani, D’Alema, Errani, Epifani, Bassolino, Panzeri, etc.) sono tanti, forse troppi, e certezze non ve ne sono, di eleggibili: i calcoli più realistici parlano di una pattuglia di 25 deputati e 10 senatori. Infine, nome e simbolo ancora non ci sono. Il simbolo, forse con una rosa stilizzata nel mezzo, avrà due diciture: sopra, «Liberi ed Uguali» (ma l’associazione dei liberal del Pd «Libertà Eguale» preannuncia già ricorso in tribunale per plagio) e, sotto, «con Grasso».
«Con Grasso possiamo puntare al 10%», è la spavalda sfida di Massimo D’Alema che si candiderà al Senato in Puglia: in un collegio, ma pure in cinque listini bloccati. Sarà dura, infatti, strappare collegi uninominali a Pd, destre, M5S, ma i dirigenti della Sinistra-Sinistra ci credono: «A Piacenza, con Bersani, a Ravenna con Errani, in Toscana con Enrico Rossi possiamo fare molto male al Pd». Altri, ben più realistici, fanno di conto: «Ci basta prendere il 6%, vuol dire 25 deputati e 12 senatori. Così andiamo alle consultazioni da Mattarella e come premier il nome di Renzi non lo faremo mai. Altri nomi? D’Alema vorrebbe Draghi, Bersani vuole appoggiare dall’esterno un governo Di Maio. Vedremo».
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2. Il ‘colore’. Le spillette del Che (e Stalin) ci sono ancora, le bandiere rosse non più. 
speranza

Roberto Speranza

Ettore Maria Colombo – ROMA

Pala Atlantico, molto oltre l’Eur, grande sala per concerti: 1500 posti a sedere, agibilità per 2700 se una parte resta in piedi. Ce ne sono almeno altri 2500 fuori, di persone: «compagni e compagne» in carne e ossa, corpo e spirito, arrivati dalle lande più lontane.
Morale: un successo, almeno in termini numerici, incontestabile. Fila per entrare interminabile, infinita, ma la gente attende paziente. Pure alcuni giornalisti restano fuori per ore, ma non protestano come di solito sono abituati a fare. Del resto, tra i giornalisti, la Sinistra-Sinistra ‘tira’ assai. Presenta la giornata un collega, Luca Telese, anchorman de La 7, ex del Giornale, fondatore di Pubblico. Cattiverie e maldicenze fioccano solo per lui: «Ha scritto libri peggiori di Pansa per rivalutare i fascisti e ora chiama alla mobilitazione contro i neofascisti?! Lavorava per Berlusconi e ora torna di sinistra?! Maddai, Telese!!!».
Il servizio d’ordine è inflessibile: deve arrivare Pietro Grasso, e le camionette della Polizia sono così tante che sembra debbano respingere gli assalitori del G8 di Genova. E, guarda un po’, chi ti spunta? Luca Casarini, leader delle ‘Tute Bianche’: è un po’ ingrassato, ma si è sposato e con prole, ora veste elegante e vive a Palermo: da dirigente di SI (è, addirittura, il segretario regionale di Sinistra Italiana in terra di Sicilia) si candiderà pure lui, pare. La gente un po’ si arrabbia («Fanno entrare gli invitati e non i delegati!»), ma l’organizzazione regge. Tutto è nelle mani – nodose e nervose – di Nico Stumpo, storico uomo macchina di Pier Luigi Bersani: sarà lui, peraltro, a fare le liste.
Ma per ora non è tempo di argomenti così «volgari». Oggi c’è da festeggiare la nascita della Nuova Sinistra Unita. Il nome ci sarebbe già: bello, facile e comprensibile, «la Sinistra». Invece si chiamerà «Liberi ed (ma la ‘e’ eufonica ci sarà o no? Non si sa) Eguali» e, più sotto, «con Grasso». Epperò, guai a chiamarla «Cosa Rossa»: i giovani ed efficienti addetti stampa di Mdp-SI-Possibile (equamente distribuiti tra uomini e donne, peraltro tutti bravissimi, tosti, efficienti e assai ‘svelti’ sui new media) ti bacchettano  sulle dita.
Si alternano, rapidi e commoventi, l’operaio, la sindacalista, la ricercatrice, il cassintegrato, etc. Silenzio religioso per tutti, grandi applausi per «i Tre Tenori» Civati-Fratoianni-Speranza (ma solo per ‘Bob Hope’ è vera standing ovation pari solo a quella per Enrico Bartolo, il medico degli immigrati che li cura nella martoriata Lampedusa). Intanto, non sventola una bandiera rossa che sia una (ordine di scuderia: «compagni, non ci facciamo riconoscere!»). Poi la sala è scossa da un fremito: «Parola a Grasso!».
Lui si emoziona, la platea – che scatterà in piedi ad applaudirlo un’infinità di volte – pure. E il «colore» tipico delle liturgie comuniste? Scarsino. Bisogna uscire fuori, tra gli infreddoliti rimasti ad ascoltare dai maxi-schermi, per trovare il ‘solito’ – per queste occasioni della Sinistra – stand de il manifesto dove si vendono immaginette, spille e magneti di Che Guevara e Castro, Mao e Ho Chi Min, Lenin, Trotzskij e persino di Stalin.
E i big? Bersani è seduto parecchie file dietro, accanto al senatore Fornaro. Vendola si sbraccia già più file davanti. La deputata Simoni, cugina di Renzi, sfoggia una mise elegantissima e l’inseparabile Toscano. L’ex ‘re’ di Napoli, Bassolino, è intabarrato in una sciarpa azzurra. Infine, soprattutto, c’è D’Alema. Il guaio è che è il «solito» D’Alema. Ai giornalisti che gli si fanno sotto per strappargli dichiarazioni risponde con l’odio che nutre per ‘noi’: «Vi consiglierei di parlare con il dottor Bartolo (il medico di Lampedusa, ndr), gli chiederei come mai è qua. Sarebbe il vostro mestiere, ‘disciamo’. Ma a voi dove vi pigliano?». Ah, se non ci fosse lui, D’Alema, come sarebbe stata più ‘noiosa’ la giornata.
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NB: Gli articoli sono usciti il 4 dicembre alle pagine 4-5 del Quotidiano Nazionale.
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Renzi chiude il Lingotto: “il Pd fa da solo” e torna la vocazione maggioritaria. Caso Lotti: “il garantismo vale per tutti”

di ETTORE MARIA COLOMBO – TORINO
>>>ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO

Renzi e Orfini alla Direzione del Pd

1. Renzi chiude il Lingotto: “Gli scissionisti non ci distruggeranno, altri neppure”. 
«OGGETTIVAMENTE c’è stato, nelle scorse settimane, il tentativo di distruggere il Pd, approfittando della debolezza di una leadership, la mia. Ma questa comunità non si rompe». Matteo Renzi inizia così il discorso di chiusura della tre giorni del Lingotto. Parole che riecheggiano quelle, dette giorni fa, dal presidente del Pd Matteo Orfini. Certo, Renzi assicurerà poi, nel backstage, che «ce l’avevo con gli scissionisti, non fatevi venire strani pensieri», ma molti pensano, appunto, all’azione della magistratura, ai Poteri forti già messi all’indice da Orfini, ai ‘giornaloni’ come li chiamava, con disprezzo, Bettino Craxi, ai circoli della ‘buona’ (o ‘cattiva’?) finanza e ai loro salotti. Per non dire dei gufi di Bruxelles.MA LA DENUNCIA del ‘compluttuni’ e pure la polemica sulla giustizia è solo un attimo del discorso finale di Renzi. Il «Maradona del Pd», come lo chiama il suo antico mentore Delrio, è assai soddisfatto. Evoca l’unità del partito, «una comunità solida» e, soprattutto, non si aspettava così tanta gente, almeno cinquemila persone, il calore dei militanti per un leader ‘ammaccato’ persino negli affetti più cari. E gli endorsement – di cui oggi, ha bisogno come il pane – anche ingombranti, di personalità come Fassino e Chiamparino, dei filosofi ex Pci Vacca e De Giovanni, dei molti ministri che ne hanno sposato la linea dal palco. Si va da Minniti alla Madia, dalla Fedeli alla Pinotti fino al sempiterno poco convinto Franceschini. Lo dimostra, ovviamente, la presenza – in teoria silente, in pratica eloquente – di Paolo Gentiloni. Arriva al Lingotto e subito twitta, ascolta Renzi e applaude convinto, alla fine sale pure sul palco, sorride e l’ex inquilino di casa sua (palazzo Chigi) gli dice «Benvenuto a casa tua, Paolo», intendendo per ‘casa’ il Pd.
Insomma, alla fine della tre giorni di un Lingotto ereditato da un Walter Veltroni a lungo bistrattato ma che ora tutti rimpiangono, Renzi riesce a far passare il risultato, nient’affatto scontato che la narrazione del Pd sta per passare dall’Io (il suo, ipertrofico) al Noi (il partito, la comunità, il popolo, etc). Ed è riuscito pure a far vedere che esiste una nuova generazione di dirigenti democrat che s’è messa al suo fianco (Martina, certo, il numero due, poi gli emiliani, i piemontesi, etc.), nella battaglia congressuale all’ultimo sangue che sta per aprirsi. Nel suo discorso Renzi non offre mai spunti eclatanti: attacca, senza mai nominarli, Massimo D’Alema («la Xylella dell’Ulivo che lo ha distrutto») e «l’amarcord da macchietta» degli scissionisti, quelli “pugno chiuso e bandiera rossa” (Bersani), fa la lezione sul che cosa vuol dire essere di sinistra (elogio in simultanea a Marchionne e al prete del Cottolengo, don Andrea) e definisce il Pd «una forza tranquilla» che mira al bene del Paese. La definizione, ripresa da Leon Blum, è di Mitterrand, colui che distrusse la sinistra comunista in Francia facendo vincere il Psf e rendendolo egemone.

RENZI, di alleanze, a sinistra o destra, per ora non si cura, punta a un partito ‘pigliatutto’ e dice che «la nostra prima alleanza è con i cittadini che credono in noi». E così è al vicesegretario, Lorenzo Guerini, comparso al Lingotto solo l’ultimo giorno, che tocca una frase assai tranchant che riporta i piedi di tutti per terra: «Non sappiamo con quale legge elettorale andremo a votare, ci vorrà tempo per farla, parlare di alleanze è prematuro. Noi ci vogliamo alleare con i 13 milioni di italiani che hanno votato sì al referendum». Frase che è una pietra tombale, almeno per ora, sul tema delle alleanze, quelle a sinistra.

2. GARANTISMO PER TUTTI. MA LUCA LOTTI RESTA NEL BACKSTAGE IN DISPARTE

e. m. c. – TORINO
«UN GRANDE abbraccio di solidarietà a…». Matteo Renzi, da attore consumato, sospende la frase a mezz’aria mentre sta infiammando la platea del Lingotto su un tema ormai vitale, per il Pd, la ‘giustizia giusta’ come la definirono i Radicali. Tutti si aspettavano che l’ex premier citasse due drammi interni al Pd vissuti da due campani presenti ieri al Lingotto: il giovane militante dem Tommaso Nugnes, figlio di un ex assessore della giunta Iervolino che si uccise in seguito all’eco mediatica di un’inchiesta che coinvolgeva Alfredo Romeo (poi assolto), e il deputato e dirigente dem Stefano Graziano, uscito pulito da accuse gravissime, di collusione con la camorra. Invece Renzi, tra lo stupore della sala, cita solo il sindaco di Roma, Virginia Raggi: è stata indagata – dice – e noi siamo al suo fianco, il garantismo vale per tutti». Boato. La frase a sorpresa sottende una battaglia campale.
«Il Pd – prosegue Renzi – fa alleanze su legalità e giustizia, ma la giustizia giusta c’è chi la confonde col giustizialismo. Ogni cittadino è innocente fino al terzo grado di giudizio!». Renzi quasi urla, la platea si spella le mani, il leader ripete come un mantra la parola abbraccio e il pensiero di tutti corre al caso che aleggia da settimane, sul capo del leader e di tutto il Pd. Quel caso Consip che ha visto babbo Renzi finire triturato in una bolla più mediatica che giudiziaria e l’amico fraterno, il ministro Luca Lotti, che mercoledì si dovrà difendere nell’Aula del Senato dove i pentastellati ne chiederanno le dimissioni.‘LAMPADINA’ (il soprannome di Lotti, ndr) sul palco del Lingotto non è salito per la foto opportunity finale (a onor del vero, neppure alle Leopolde lo faceva: lui è fatto così, schivo), ma alla fine del discorso di Renzi è nel retropalco, cercato da tutti. La processione di solidarietà sa di ‘bacio della pantofola’ e coinvolge parlamentari (le deputate e senatrici Ascani, Morani, De Giorgis, etc.), big di peso (il ministro Franceschini), amici di una vita, prima ancora che compagni di partito (il tesoriere dem Bonifazi).
ABBIGLIAMENTO casual, il ministro dello Sport si schernisce. Il Lingotto? «Bellissimo». Perché è venuto qui solo oggi? «Seri problemi familiari». Il discorso di autodifesa al Senato? «Lo sto preparando, certo!», frasi secche, tirate. Poi, via Twitter, ringrazia «il popolo del Lingotto» ed esce. In attesa di mercoledì.

NB: I due articoli sono stati pubblicati il 13 marzo 2017 a pagina 6 e 7 del Quotidiano Nazionale.