Renzi compone le liste del Pd: promuove i suoi e annichilisce le minoranze. I sommersi e i salvati di una lunga notte

Necessaria premessa “metodologica”. 

Pubblico qui di seguito gli articoli sulla difficilissima composizione delle liste del Pd al Nazareno usciti tra il 25 e il 28 gennaio 2018 mettendoli, nella lettura, in ordine cronologico inverso a quello di pubblicazione (dall’ultimo, il più recente, al più vecchio). 

Segnalo che, in un caso, quello degli articoli del 27 gennaio, sono pubblicate entrambe le versioni dei pezzi usciti sullo stesso tema, ma in edizioni differenti (normale e notturna). 

Nb: per chi volesse consultare l’elenco di tutti i candidati del Pd+centrosinistra alle prossime elezioni Politiche del 4 marzo 2018 può farlo facilmente leggendo l’elenco completo ed esaustivo di tutti i nomi (collegi uninominali e listini proporzionali) uscito e pubblicato sulla rivista on-line del Pd, Democratica ( Rivista Democratica on-line ). 

Buona lettura a tutti/e !

 

Renzi e Orfini
Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

 

  1. Renzi presenta le liste elettorali del Pd: “Esperienza devastante”. Ecco perché. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
Quando ieri sera, alle 20.30 circa, Matteo Renzi scende al secondo piano del Nazareno, per presentare le liste del Pd – quelle faticosamente e drammaticamente chiuse l’altra notte con la Direzione che slittava di ora in ora fino alle 4.30 – si presenta in maniche di camicia (bianca) e sfodera anche un (finto) buonumore. Il ricordo della “più brutta e devastante esperienza che abbia mai vissuto” come aveva definito la notte trascorsa, in un impeto di sincerità, se lo è, cioè già buttato alle spalle e, durante la conferenza stampa, prova a suonare la carica. “Siamo convinti di aver messo in campo la miglior squadra per andare a vincere le elezioni”, esordisce il segretario del Pd, “i più preparati, i più competenti, i più capaci di portare avanti la fiaccola della speranza” (sic). Renzi, in effetti, può vantare alcune candidature che, specie al Sud, bilanciano quelle dei soliti potenti e ras locali come Franco Alfieri, capo-staff di De Luca e re delle “fritture di pesce”, nel Cilento, lo stesso figlio di De Luca a Salerno, Daniela Cardinale, figlia dell’ex ministro Totò, a Caltanissetta, etc. A metterci una pezza servono, allora, le figure del medico Paolo Siani, fratello del giornalista ucciso dalla camorra Giancarlo, e il maestro di strada dei bassi di Napoli, Marco Rossi Doria (entrambi in Campania), ma pochi altri. Renzi cita pure la giornalista Francesca Barra, che corre a Matera, e un altro giornalista, Tommaso Cerno, candidato a Milano.
Ma in questo caso siamo, come per Annalisa Chirico, leader del movimento iper-garantista “Fino a prova contraria”, in un campo di gioco un po’ diverso. Quello che sta metà tra la testimonianza civile, colta, impegnata e il new kurs del democrat neo-renziano: una sorta di stato d’animo che mischia l’ex posa da radical chic con personaggi glamour, forti sui social,onnipresenti nei talk-show e nello show-biz. Insomma, dei nomi che fanno pensare più al sito Dagospia che agli indipendenti di sinistra che furono (chissà come si troverà, con loro, quell’arzillo gramsciano di Beppe Vacca).
E qui, dagli ‘inclusi’, il discorso cade facile sugli ‘esclusi’. Infatti, già dal mattino presto, con un tweet assai acido, il ministro Carlo Calenda – che, peraltro, non si ricandida e annuncia il suo voto per la lista Bonino – attacca Renzi: “Che senso ha non candidare gente seria e preparata come De Vincenti, Rughetti, Nesi, Tinagli, Manconi”. Il leader dem, pur punto sul vivo, attende fino a sera per replicare, ma parla solo di De Vincenti. L’esclusione dalle liste del ministro (ex dalemiano, poi lettiano, poi renziano tiepido) ha del clamoroso, Renzi sostiene che “ha detto un secco no” (De Vincenti, non lui), ma ora spera “in un recupero”: pare che potrebbe essere nominato all’Authority dell’Energia. Solo in piena nottata si scoprirà che a De Vincenti è stato affibbiato, sia pure in extremis, il collegio rifiutato da Cuperlo: Sassuolo, in Emilia, rielezione assicurata per il ministro.
Sul resto, Renzi filosofeggia con frasi tipo “il ricambio è fisiologico, l’amarezza comprensibile”, ma difende le liste, gli dispiace un po’, forse, solo l’autoesclusione di Cuperlo. Poi incita Padoan (a Siena) e la Boschi (a Bolzano) ed è sicuro che “il collegio di D’Alema” diventerà “quello della Bellanova”, la viceministra che gli ha schierato a Lecce, nel collegio senatoriale del Salento (Lecce-Otranto-Nardò). La verità è che il segretario si è costruito, con queste liste, un Pd a sua immagine e somiglianza. Persino quando, nel cuore della notte, anche il premier, Paolo Gentiloni, è salito da lui per convincerlo a tenere dentro qualche nome escluso (tipo Luigi Manconi, paladino delle battaglie sui diritti civili) Renzi non ha voluto sentire ragioni. Fine. 
NB: L’articolo è stato pubblicato il 28 gennaio 2018 a pagina 2 del Quotidiano Nazionale. 
 
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2. Mutazione genetica del Pd: da partito delle “mille correnti” a “Partito di Renzi”. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
Matteo Renzi, l’altra notte, compilando le liste elettorali del Pd, ha compiuto, più che un repulisti interno, una novella strage di San Bartolomeo. Nella parte degli ugonotti, sterminati in una notte dai cattolici del re di Francia, però, non sono finite solo le due minoranze interne, l’area di Orlando e l’area di Emiliano, ma anche molte altre aree. E così, almeno nei gruppi parlamentari (ma nel partito, dat i risultati congressuali che recitano 73% a Renzi, 19% a Orlando, 9% a Emiliano, le cose non sono poi mai andate troppo diversamente), d’ora in poi esiste ed esisterà soltanto il partito di Renzi, renziani, affini&co.
Vediamo come, area per area. Le minoranze congressuali sono state, come è emerso chiaro dalla notte, annichilite. Quella che fa capo al ministro Andrea Orlando contava ben 113 (centotredici) parlamentari uscenti che tifavano per lui, al recente congresso (20% il modesto risultato preso allora). Orlando aveva chiesto a Renzi 40 posti, ma dopo la notte dei lunghi coltelli e dopo tanto strepitare, ne ha avuti 17, non uno in più. Due hanno già rinunciato e siamo già a 15. Uno è sconosciuto (Peppe Provenzano, vicedirettore dello Svimez, doveva correre nella sua Sicilia, a Caltanissetta, ma indignato per la presenza, come capolista, della figlia dell’ex ministro Totò Cardinale, Daniela, ha rinunciato), l’altro, molto più famoso: è Gianni Cuperlo. Alle tre di notte ha scoperto di essere essere stato paracadutato (lui, raffinato intellettuale triestino) nella ‘popular’ cittadina di Sassuolo e ha risposto niet. Certo, nella sporca dozzina di ‘salvati’, tra gli orlandiani, c’è Cesare Damiano (in Umbria, a Terni, dopo trattativa ‘personale’ condotta con Fassino, suo vecchio amico), ma mancano pezzi grossi: il coordinatore della mozione, Andrea Martella, veneziano, il portavoce Marco Sarracino, napoletano, e anche Marco Di Lello, ex del Psi. Orlando ha denunciato l’epurazione, ma alla fine ha chinato la testa e firmato il foglio che Renzi gli ha messo davanti. Comprensivo della sua candidatura, da lui scoperta di notte, nel listino bloccato dell’Emilia-Romagna e di un collegio a Parma, ovviamente blindati. Il governatore pugliese, Michele Emiliano, per sua fortuna, doveva proteggere solo dieci uscenti (9% al congresso), ma è riuscito a garantirne solo tre (Boccia, Capone e una donna), non uno solo in più, e ha dovuto sacrificare alcuni dei suoi pezzi migliori (Dario Ginefra).
Ma alle altre aree interne, in teoria alleate di Renzi, le cose non sono andate molto meglio. Area dem, fondata da Dario Franceschini, all’inizio della legislatura contava la bellezza di 90 parlamentari: bene, semplicemente non esiste più. Sono rimasti Losacco e Giacomelli, in lista e in quota Lotti, mentre Rosato e Fiano sono, ormai, renziani a 36 denti. L’area che fa capo al ministro Martina è stata ridotta a dieci unità (erano 40), i Giovani Turchi sono dimagriti da 30 fino a 12, più altri sei forse. Insomma, se il Pd, col 24%, eleggerà 250 parlamentari, ben più della metà (150) saranno renziani doc o affini alla stirpe.
Tra le correnti che esistevano dalla nascita del Pd (2007) e, di fatto, non esistono più, vanno contati i bindiani, i lettiani (ne era rimasto uno, Marco Meloni, non ricandidato), i popolari (tranne il povero Fioroni, che si butta in una corsa solitaria nel collegio di Viterbo) e, soprattutto, i liberal di Libertà Eguale (Morando e Tonini) mentre il professor Stefano Ceccanti, che pure ne fa parte, è stato candidato, a Pisa, ma ormai è considerato un renziano di complemento. Defunti anche gli ex miglioristi, vicini all’ex Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Andato via, per sua scelta, Ugo Sposetti, che comunque aveva superato il tetto dei tre mandati, è stato tolto dalle liste il toscano Manciulli e messo in Campania 3, in posizione di fatto perdente, il campano Enzo Amendola, sottosegretario agli Esteri, mentre la giovane Lia Quartapelle ha rinunciato al seggio (insicuro) in Lombardia e Nicola Latorre è stato escluso senza un perché in un amen. Minniti anche l’ha presa male. La ridotta ex-Pci non esiste più.
NB: L’articolo è uscito  il 28 gennaio 2018 a pagina 2 del Quotidiano Nazionale
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3 a. Renzi rottama mezzo partito: Orlando ed Emiliano umiliati, posti al lumicino.  
(versione dell’articolo nell’edizione notturna e straordinaria chiusa alle 24.00 del 27/01)
Ettore Maria Colombo – ROMA
 
MATTEO RENZI ha deciso di tornare a fare quello che sa fare meglio, «il Rottamatore». Il guaio è che lo fa troppi anni dopo il successo dell’epoca e con un Pd ridotto a un campo di Agramante.
Vuole tutti volti “nuovi”, “giovani”, “freschi”, “aperti”, “diversi”. Già la Direzione dem che deve convalidare le scelte del segretario è stata, da sola, una commedia degli equivoci, a partire dall’orario: convocata alle 10.30, slitta alle 16, poi alle 20, dopo alle 22.30, infine alle 23.30, non inizia che dopo la mezzanotte, quando i suoi stanchi e provati membri, al bivacco, non ne possono più. Come dice Gianni Cuperlo, entrando in un Nazareno buio, “la trattativa sulle liste? Peggio della scissione del Pci nel 1921”.
 
ALLA FINE, dopo trattative e colloqui tra Renzi e Orlando che, negati da entrambi, sono andati avanti ore e ore, la faticosissima ‘quadra’ interna “non’ viene trovata. Fonti di entrambe le parti, all’ora dei corvi e dei gufi, le 24.00, dicono “Sì, abbiamo un accordo”, ma gli orlandiani sono sul piede di guerra, traditi persino dal loro Capo. Alla minoranza di Andrea Orlando viene concesso qualche posto in più, ma sono davvero pochi: 17/18 (forse 20, ma si tratta ancora a notte fonda), ma non tutti in posizione eleggibile rispetto ai 15 offerti da Renzi. Ma quella di Orlando è una vittoria di Pirro: di parlamentari ne aveva 111, aveva chiesto 38/40 posti per i suoi e ne avrà 17/20, di cui molti incerti. E anche se resterà, forse, tra i ‘salvati’ qualcuno dei ‘reietti’ (Cesare Damiano è di sicuro dentro le liste, Andrea Martella, invece, è sicuramente fuori, etc.) di cui il leader dem voleva imporre la cancellazione, la realtà è che non solo la minoranza dem (Area Dems di Orlando, Fronte dem di Michele Emiliano, cui vanno 5 posti massimo), ma anche le altre aree interne ‘non’ renziane o ‘a’ renziane sono state normalizzate, se non del tutto cancellate per sempre.
 
Area Dem, l’area storicamente forte di ex-Ppi ed ex-Margherita, guidata da Dario Franceschini – che però, a differenza di Orlando, ha preferito usare con Renzi non i toni dello scontro ma del sorriso – non esiste più, tranne pochi fedelissimi. Il viceministro al Mef Pier Paolo Baretta, per dire, resterà a casa. Gianclaudio Bressa si salva solo perché si fa eleggere in Trentino, terra dove, da ieri, anche la ex ministra Boschi, che lì doveva aprire la campagna, fa fatica a trovare consensi e amicizie (l’ex leader della Svp, Brugger, l’ha attaccata), nonostante i molti favori fatti dal governo Renzi agli ‘amici’ della Svp (Boschi costretta a rinviare a lunedì il suo arrivo ufficiale a Bolzano).
E anche le aree del ministro, filo-renzianissimo, Martina Martina, si deve asciugare (da trenta a non più di cinque), i Giovani Turchi pure (da quaranta a dieci). Tutte le aree composte da non renziani doc non possono superare, per il leader Pd, le 50 unità al massimo. Il calcolo, però, è furbescamente fatto sul 23% (totale: 150) e non sui duecento e rotti parlamentari che, già solo risalendo al 24%, il Pd otterrà di certo. Renzi, del resto, vuole così avere il totale controllo dei suoi parlamentari, con una maggioranza di 150 fedelissimi sul totale.     
A proposito di new entry, oltre a molti acchiappa-voti dai territori (Gianni Pittella in Lucania, Riccardo Illy in Friuli, D’Alfonso in Abruzzo), alcuni anche assai chiacchierati (il figlio di De Luca a Salerno), a notte i bei nomi della società civile devono restringersi un po’ per fare posto a qualche “orlandiano” in più. Inoltre, ogni nome di grido comporta il sacrificio di qualche soldato rimasto nella giungla. Tommaso Cerno, condirettore di Repubblica, gay dichiarato, arriva, ma Sergio Lo Giudice, ex presidente di Arcigay, bolognese, esce. L’avvocata milanese Lisa Noja, disabile, entra, Ileana Argentin, disabile ex-radicale, no. L’inventore degli 80 euro, Yoram Gutgled, torna a casa, l’economista Tommaso Nannicini, e il filosofo Giuliano da Empoli avranno seggi sicuri. Un seggio anche a Filippo Sensi, lo storico e noto (su Twitter come Nomfup) portavoce di Renzi e Gentiloni a palazzo Chigi. Alla fine, per i ‘nanetti’ alleati, restano le briciole: alla Lorenzin vanno 5 collegi sicuri (Casini, Toccafondi, Pizzolante e Dellai), ai super-nani di Insieme tre (Nencini, Bonelli e Santagata), 5 a ‘+Europa’ (Bonino, Magi, Della Vedova, Tabacci). 
NB: Questo è il testo dell’articolo pubblicato in II edizione notturna (chiusura h 24.30) per Quotidiano Nazionale il 27 gennaio 2018 a pagina 8.
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4 b. Renzi rottama mezzo partito: Orlando ed Emiliano umiliati, posti al lumicino.  

 (versione dell’articolo nell’edizione normale, non straordinaria, chiusa alle 23.30 del 27/01)
Ettore Maria Colombo  – ROMA
ANTICHI, anche se non scritti patti interni, tutti saltati. Minoranze azzerate nei numeri e insolentite persino nell’onore. Società civile dall’elezione garantita ma con sacrifici (tanti) per altri. Ricambio ben più che fisiologico della classe parlamentare. Robusto innesto di volti locali, i famosi «notabili», alcuni portentosi «acchiappa-preferenze» (Gianni Pittella in Lucania, Riccardo Illy in Friuli, D’Alfonso in Abruzzo) e altri, però, assai chiacchierati (il figlio di De Luca a Salerno). Ministri e big tutti in campo nelle sfide nei collegi, pure quelli che non avrebbero voluto rischiare l’onta della sconfitta, nell’uninominale, neppure sotto tortura. Ed ex-ministri come la Boschi che, dovendo soggiacere a tale calvario, devono subire l’onta, come le è successo ieri, di dover rinviare la sua prima visita in Alto Adige (il collegio prescelto è Bolzano) perché non è tanto gradita neppure lì, nonostante i tanti favori fatti alla Svp.
Matteo Renzi ha deciso di tornare a fare quello che sa fare meglio, «il Rottamatore». Il guaio è che lo fa troppi anni dopo e con un Pd ridotto a un campo di battaglia.
La Direzione dem che doveva convalidare le scelte del segretario e della sua piccola équipe di Angeli Sterminatori (Lotti, Guerini, Rosato, Martina, Fassino) ieri ha rappresentato una commedia degli equivoci anche solo nell’orario di convocazione. Doveva iniziare alle 10.30, slitta alle 16, poi alle 20, infine alle 22.30, poi più tardi.
Renzi e i suoi – Lorenzo Guerini su tutti, ormai specializzato in «faccia di bronzo» con cui fingere davanti ai giornalisti – negano tutto, anche l’evidenza. Prima di aver visto, in un faccia a faccia teso e drammatico, il ministro Orlando e per circa tre ore. Orlando è furibondo e spossato, ma i suoi di più: ieri molti orlandiani parlavano apertamente di boicottare le liste elettorali, di non fare campagna elettorale e incitavano Orlando stesso a non candidarsi, il preludio di una nuova scissione.
Poi Guerini nega che Renzi e i suoi vogliano «mettere il becco» nei nomi proposti dalle minoranze». Invece, Renzi lo fa eccome: oltre a dire a Orlando, che chiedeva 38 posti sicuri, «te ne devi far bastare 15, prendere o lasciare» (a Emiliano è andata peggio: otto), quando il ministro gli allunga la lista dei nomi, Renzi ne depenna, con cattiveria, ben quattro: Martella (portavoce della mozione Orlando, Renzi lo detesta), Damiano (troppe imboscate tese al suo governo), Sarracino e Di Lello.  Infine, i renziani hanno negato che il loro leader volesse aprire e chiudere la discussione in Direzione dicendo: «Datemi il mandato a chiudere le liste, poi ci penso io» (questa si è limitata solo a pensarla, pare).
E così, in questa lunga giornata, Renzi riesce a litigare con tutti.  Di Orlando ed Emiliano si è detto, ma pure con Franceschini volano parole grosse, persino Martina e Orfini si vedono asciugare le truppe, habitué del Parlamento (Fioroni, Pollastrini) vengono sbattuti fuori dalle liste, Cuperlo si salva, ma per un pelo. Infine, ogni new entry di grido comporta il sacrificio di qualche soldato rimasto solo nella giungla. Tommaso Cerno, condirettore di Repubblica, gay dichiarato, arriva, ma Sergio Lo Giudice, ex presidente di Arcigay, bolognese, esce. L’avvocata milanese Lisa Noja, disabile, entra, Ileana Argentin, disabile ex-radicale, no. L’inventore degli 80 euro, Yoram Gutgled, viene rispedito a casa, l’economista di Harvard, Tommaso Nannicini, e il filosofo Giuliano da Empoli hanno seggi sicuri.
Resterebbe da dire dei poveri tre «nanetti» alleati che protestano: la Lorenzin («Civica e Popolare») minaccia di rompere l’alleanza (volevano otto collegi, ne hanno avuti quattro), i super-nani di «Insieme» pure, ma nessuno li ascolta. Solo i Radicali di +Europa, che di posti ne avranno cinque, sanno, come dice Emma Bonino, esperta del ramo, che «fino a lunedì è tutto aperto, faremo le notti».
NB: Questo articolo è stato pubblicato in prima edizione (chiusura h 22.30) sul Quotidiano Nazionale a pagina 8 del 27 gennaio 2018. 
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5. I nanetti del Pd strappano qualche posto al sole, le minoranze dem ancora no. 
Ettore Maria Colombo  – ROMA
Le due minoranze presenti nel Pd – quella che fa capo al ministro Orlando (111 parlamentari uscenti, una quadrata legione, 20% al congresso) e quella che fa capo al governatore pugliese Emiliano (solo otto gli uscenti, 9% al congresso) – sono scese sul piede di guerra. Minacciano, gli orlandiani – come ha detto, furibondo e scuro in volto, lo stesso Orlando a un collega di corrente – di «disertare la campagna elettorale. Se Renzi continua a comportarsi così, le liste se le fa con chi vuole ma non con noi. Noi non ci candidiamo e non facciamo campagna elettorale. Voteremo per il Pd, certo, ma faremo da spettatori», ecco il warning di Orlando a Renzi. La sua area, del resto, è in rivolta, chiede almeno 60 parlamentari, di cui 38 in collegi sicuri: 30 nei listini e otto nei collegi. Le truppe di Emiliano, non meno agguerrite, fanno sapere che «noi, sotto i 20 posti, non scenderemo mai».
Al Nazareno derubricano la pratica “minoranze” al «solito tentativo di alzare la posta all’ultimo minuto come fanno in tanti» e replicano con l’offerta di 15/20 posti. Orlando ha già perso le staffe e i suoi oggi minacciano di disertare la Direzione o di votare contro.
In ogni caso, in base alle cifre prese dalle due minoranze al congresso, una fonte altolocata del Nazareno spiega, in tono gelido: «Possono dire e fare quello che vogliono, ma avranno 15/20 posti sicuri Orlando e 5/6 Emiliano. Stop».
In ogni caso, oggi Renzi avrà prima con Orlando e poi con Emiliano due incontri «chiarificatori».  E così, anche ieri è stata una giornata di passione, al Nazareno, dove Renzi è asserragliato da giorni con i suoi «Angeli Sterminatori» che hanno potere di vita e di morte sui nomi da inserire in lista, anche se l’ultima e definitiva parola spetta, ovviamente, al Segretario.  Si tratta del ministro Lotti, del «Forlani» di Renzi Guerini, del capogruppo dem Rosato, di Piero Fassino e del ministro Martina.
La giornata passa tra riunioni fiume, telefoni bollenti, Renzi che intima ai suoi di «non parlare con i giornalisti» e scene tragicomiche.  Tipo quando i tre leader della minuscola lista «Insieme» (Nencini, Bonelli e Santagata) si presentano al Nazareno per una riunione che credevano decisiva, ma vengono fermati sull’uscio: «Abbiamo altro da fare. Ripassate domani».  Del resto, nel Pd ogni giorno ha la sua pena. Le voraci pretese dei «nanetti» alleati sono state, appunto, rimbalzate a oggi. Hanno chiesto, tutti e tre, un numero siderale di collegi blindati, ma finirà con 6/8 seggi a «+Europa» (Bonino), 6/8 ai centristi di «Civica e Popolare» (Lorenzin) e tre seggi, non di più, ai piccolissimi di «Insieme».
Da giorni, inoltre, vanno avanti le «vivaci»proteste dei territori, Emilia-Romagna e Toscana su tutte, contro i «paracadutati». Ministri anche del Pd, come Fedeli a Piombino, o la Lorenzin a Prato, i dem locali non li vogliono. I radicali Magi e Della Vedova “ballano” da giorni, Nencini e Bonelli pure. Renzi ci ha messo una pezza solo su Casini, confermato a Bologna. Le Marche, gestite in modo prussiano da Matteo Ricci, dopo aver preso in carico Minniti a Pesaro, si «accolleranno» pure Lorenzin. Ma è la Toscana – dove, sostengono il senatore Marcucci e il segretario Parrini, negando anche l’evidenza, «non c’è nessuna rivolta» – che dovrà portare il cilicio più stretto di tutti, tra renziani del «giglio magico» e «nanetti» alleati. L’Emilia-Romagna, almeno, è stata ricompensata con due candidature ex-Ds doc: Fassino capolista nel proporzionale Camera contro Bersani, e Carla Cantone, ex segretaria dello Spi-Cgil, capolista nel listino proporzionale del Senato.
Ma anche al Sud sono dolori. Il segretario siciliano, Fausto Raciti, ha scritto a Renzi dicendogli che «qui la situazione è esplosiva». E in regioni come Sardegna, Campania e Calabria, liste e candidature sono ancora tutte in alto mare.
NB: Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 25 gennaio 2018.
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Pd, Renzi vuole l’election day a giugno o il congresso anticipato. Orlando lancia la sua idea (e candidatura?) di partito. Correnti interne in confuso movimento

COMUNICAZIONI DEL PREMIER RENZI ALLA CAMERA IN VISTA DEL CONSIGLIO UE
Matteo Renzi, segretario del Pd, e Lorenzo Guerini, vicesegretario dem

Ettore Maria Colombo
ROMA
IERI sono arrivati tre segnali positivi, per un Matteo Renzi che la vulgata dem descrive (sbagliando) come «nervoso, solo, depresso, arrabbiato con tutti e sospettoso di tutti».
Il primo è la sentenza della Consulta che chiede «maggioranze omogenee» tra i due sistemi elettorali di Camera e Senato, sì, ma legittima i capilista bloccati, permette leggi elettorali ‘differenti’ e insomma «con questo sistema, il Legalicum come lo chiamano i 5Stelle», dice con ironia un renziano, «si può andare a votare in ogni momento».

«LA SENTENZA ‘aiuta’ il percorso di chi vuole andare a votare subito», assicura un luogotenente del segretario che ieri presidiava il Nazareno anche quando Renzi è partito per Pontassieve, «perché, in Italia, non è stata sospesa la democrazia, votare si può, anche con il combinato disposto delle due sentenze della Consulta su Porcellum e Italicum».
Rivelatore un tweet lanciato nella serata di ieri da Matteo Ricci, sindaco di Pesaro, responsabile Enti locali, nonché fedelissimo del segretario che gli ha chiesto di digitare sulla tastiera: «#Electionday a giugno. Mille comuni, Sicilia e Politiche. Altroché congresso. Legge elettorale poi città e Italia. Stop beghe interne». Traduzione: nuova legge elettorale o, mal che vada, «trasposizione» del sistema uscito dai verdetti dei giudici da far approvare dal Parlamento nel giro di due mesi al massimo; fine del governo Gentiloni; scioglimento delle Camere entro il 25 aprile (servono dai 45 ai 70 giorni per indire i comizi elettorali) ed elezioni politiche l’11 giugno per tentare l’abbinata vincente. E cioè, appunto, il già citato election day tra politiche, elezioni comunali e regionali in Sicilia.

Il secondo segnale positivo, per Renzi, è l’intervista del ministro Andrea Orlando all’Huffington Post. Orlando chiede, sì, «una Bad Godesberg» e «un Pd da rifondare». Non è ancora detto se in accordo o meno con Renzi, stile ‘staffetta’ Prima Repubblica. «Tu ci guidi alle elezioni per tornare al governo, io mi dedico a ricostruire e a curare il partito», secondo la versione che gira al Nazareno, sarebbe la proposta di Orlando allo stesso Renzi. In ogni caso, Orlando non si oppone a Renzi («il golpe? Fandonie», dicono i suoi), punta «alla riflessione, allo stimolo delle nostre energie migliori». Il ministro sembra accettare interamente il timing renziano (modifica rapida alla legge elettorale ed elezioni, anche a breve), ma chiede in cambio «un percorso che parli all’Italia del futuro», partendo «dagli errori degli ultimi vent’anni, non solo degli ultimi tre (quelli di Renzi, ndr)». Orlando, insomma, prepara una vera e propria Opa sul partito – ha, peraltro, dalla sua, pezzi da 90 come l’ex capo di Stato Napolitano, migliorista come il suo amico Macaluso, l’ex tesoriere dei Ds Sposetti, forse persino D’Alema, di certo Fassino e tutto un pezzo della filiera ex Pcid-Pds-Ds – però non strizza l’occhio alla «scissione» né alla minoranza interna, ma si pone come ‘terzo’, se e quando mai deciderà di esserlo, tra Renzi e i suoi avversari attuali.

I ‘tre amigos’ (Speranza, Emiliano, Rossi) che si sono tutti e tre candidati per conto della minoranza come campioni – ognuno a suo modo – dell’antirenzismo hanno messo paletti assai alti per rinunciare alla scissione (fino a ieri da D’Alema invocata, ora da D’Alema esclusa…): «Congresso nei tempi stabiliti, appoggio al governo Gentiloni fino al 2018 e via i capilista bloccati dalla legge elettorale». Altrimenti, vanno via, forse con D’Alema, forse con Vendola e Fratoianni, forse con Pisapia e Merola, forse con tutti loro e anche di più.

Il terzo segnale positivo per Renzi si muove, invece, dentro la tattica parlamentare, dove i movimenti di truppe vanno un giorno in un senso e un giorno nell’altro in uno stato di (grave) confusione interna che è sicuramente politica, ma in alcuni casi anche mentale. Ieri, per dire, 17 senatori, area ‘Giovani Turchi’, vicini al leader Orfini, hanno contrapposto le loro firme di ‘lealisti’ al segretario Renzi contro quelle dei 40 senatori dem che, l’altro ieri, ispirati da Giorgio Napolitano, chiedevano invece di «arrivare fino a fine legislatura» e «appoggiare lealmente Gentiloni». Solo che 11 dei ‘17’ – che chiedono il premio alla lista invece che alla coalizione, oltre che elezioni subito – comparivano pure nell’elenco dei precedenti 40… Insomma, non si capisce se alcuni dei 40 (11, appunto) si sono ravveduti e sono tornati sia Giovani Turchi che renziani o nutrono una forte capacità di mimesis antica.

Certo è che, nelle correnti, molto si muove e tutti si riposizionano: i franceschiniani (Area Dem) sono gli unici compatti, dietro il loro leader (Franceschini, appunto), nel non volere le urne anticipate, nel chiedere il premio di coalizione e non alla lista e di non fremere per il congresso anticipato. I Giovani Turchi sono spaccati come una mela: una parte (una decina di senatori e altrettanti deputati sta con Orlando, che chiede congresso a data certa, ma non immediato, e premio alla lista (non alla coalizione), ma legge elettorale ed elezioni – ma di lui Renzi non si fida – mentre Orfini è perfettamente allineato alle scelte di Renzi (con lui una ventina di GT al Senato e una quarantina alla Camera) come pure i renziani (anche se non tutti: Richetti, per dire, s’è del tutto sfilato dal renzismo e molti altri con lui) e pochissimi altri. Ex popolari di Fioroni, un gran pezzo della corrente del ministro Martina (Damiano), ex lettiani col coltello tra i denti contro Renzi (Boccia, Ginefra, Laforgia), ex ulivisti in rotta di allontanamento (Monaco, Zampa, Lo Giudice) e, ovviamente, la minoranza di rito bersaniano ma anche cuperliano non vedono l’ora di detronizzare il re.
Eppure, segnali di speranza, per Renzi, arrivano da altri deputati che  dicono sia «no a nuove tasse» nella ‘manovrina’ che il governo Gentiloni deve far approvare e votare entro marzo, dal Parlamento (ieri il deputato renziano e toscano Fanucci ha raccolto 35 firme di deputati su un documento che promette ‘sfracelli’, sfiducia compresa, se nella manovrina compariranno nuove tasse), sia <<congresso subito» al grido, ultrarenziano, di ‘e famolo sto’ congresso’, come cinguettavano, ieri su Twitter, Esposito e Morano, Ermini e Romano.

IL PUNTO fermo è, appunto, che l’ex premier non ha ancora rinunciato ad andare a elezioni anticipate, anzi, le rilancerà alla Direzione dem allargata e già convocata per lunedì 13 febbraio in un luogo atipico (il centro congressi di via Alibert) perché dovrà contenere quasi 700/1000 persone, neanche si trattasse di un Assemblea nazionale (200 i membri della Direzione, 113 i senatori dem, 305 i deputati, 120 i segretari provinciali, 20 quelli regionali, etc.) E anche se Renzi proporrà l’alternativa, quella del «congresso subito» al posto delle urne, anch’esso andrebbe tenuto nell’ormai fatidico mese di giugno, entro e non oltre l’11. Renzi si presenterebbe dimissionario («basta una lettera agli organi di competenza», spiega uno dei suoi) e i poteri passerebbero al presidente del partito (Orfini) per convocare l’Assemblea nazionale che darebbe il via al congresso ‘sprint’. Sempre che, appunto, a Renzi non riesca il piano A: quello di andare ad elezioni anticipate.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 10 febbraio a pagina 4 del Quotidiano Nazionale.

E’ tornato il #Pd “quando era bambino”, quello che si mangia i leader. Partito il lungo assedio dei vecchi big e delle mille correnti al Rottamatore

Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd.
Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd.

BOLOGNA –  «QUANDO il Pd era bambino», i segretari venivano cotti a fuoco lento e poi costretti alle dimissioni (vedi alla voce: Veltroni). «Quando il Pd era bambino», le correnti impazzavano, i «caminetti» di big e le «notti dei lunghi coltelli» pure (vedi voce: Franceschini). «Quando il Pd era bambino», nei territori comandavano «cacicchi» e ras locali, le primarie erano blindate (vedi prima vittoria di Bersani su Renzi) o finivano a schifìo come a Napoli, Palermo e altri posti. Poi, come d’incanto, tutto finì. Il Pd era diventato «adulto»: infatti, era arrivato Renzi il «Rottamatore», con tutto il portato della sua «narrazione». Tre le tesi del renzismo dominante e imperante almeno fino a ier l’altro: 1) Le correnti sono il retaggio di un passato lontano, della fusione «fredda» tra il Pci-Pds-Ds di D’Alema-Veltroni-Fassino e la Margherita di Rutelli&co. che Renzi ha sconfitto per sempre. 2) Le primarie sono la fede laica di ogni democratico provetto: si fanno sempre e a ogni livello. In più, i ras «locali» sono banditi: il centro irradia la sua luce, la periferia, silente, ne gode. 3) C’è ora, finalmente, «un uomo solo al comando», il segretario-premier, cui si deve fedeltà, lealtà, rispetto, fiducia, amore. Il Pd è un «partito nuovo» o, appunto, «della Nazione». Quello del 40% (già sceso intorno al 32-33%, e potrebbe scendere ancora, si vedrà), che vince ‘tutte’ le elezioni (Europee: vinte; amministrative: vinte; Regionali: non vinte), che si impone come guida del Paese, faro delle riforme, cuore del cambiamento, etc. etc. etc.
Tempo un anno (Renzi è segretario del Pd dal dicembre 2013, premier dal febbraio 2014) e tutto pare tornato esattamente come era prima. Dall’Alpe alla Sicilia, da Torino a Roma.

SULL’ALPE vedi caso Milano: al post-Pisapia si sono già candidati in cinque, forse presto diventan dieci, proprio come i piccoli indiani. Alla Sicilia: il governatore Crocetta resiste, a dispetto di pupi, pupari e renziani siculi (Faraone). E a Roma, dove pure i sampietrini e i gatti sanno che Renzi avrebbe voluto cacciare Marino per andare al voto e dove, invece, Marino ha fatto pure il rimpasto (l’ennesimo) ed è li che governa, a dispetto dei santi. Così, quasi non c’è più città o regione dove Renzi riesca a imporsi. Fino a veri e propri «schiaffi» non di Anagni ma di Sesto Fiorentino (la sindaca, sua pupilla, è stata sfiduciata) o pugnalate alle spalle. Tipo quelle di Ladylike Alessandra Moretti, una che sa fiutare il vento: bersianana di ferro, poi renziana al cubo, ora è già pronta a nuove avventure.
E ahivoglia il povero vicesegretario Guerini (la Serracchiani non parla: se parla, fa danno) a correre, mediare, limare, cercar la quadra. I governatori del Sud remano naturaliter contro il governo (Emiliano ha iniziato, De Luca arriverà), quelli del Centro-Nord sono freddi, distanti (Chiamparino, Rossi), nella «rossa» Bologna la sinistra dem s’è ripresa il partito, in altre città e federazioni «lo faremo presto», garriscono i suoi colonnelli.

E LE PRIMARIE? Le primarie meglio farne poche o farle solo per il segretario-leader, certo non per i segretari locali. E anche per sindaci e governatori meglio sceglieri “dall’alto”. E il partito? Ecco, quello meglio rifarlo un po’ più pesante, rispetto al tanto evocato partito “leggero” veltronian-renziano, dare un’aggiustina allo Statuto, metter giù regole nuove dure, un po’ sovietiche, contro i dissidenti (succederà anche ai gruppi parlamentari), riaprire l’Unità (grafica nuova, contenuti light), riprovarci col finanziamento pubblico, dopo il flop di quello privato, provare a riaprire sedi e luoghi (mica tanto “ideali”, ormai, ahiloro, come invocava e predicava il povero Luciano Barca). Solo che, «nel» partito, è ripartita la sarabanda delle correnti. Come prima, più di prima. Vecchie e nuove. I Giovani Turchi, «leali» a Bersani (e a Letta) quasi quanto a Renzi poi (sic) si son messi in proprio: Orfini puntella Marino, lo incita, ne sceglie lui gli assessori, Raciti fa lo stesso con Crocetta.

CENTO fiori nascono: «Progetto democratico» (ex-lettiani, ex-Ppi, ex-prodiani, direttrice tosco-emiliana), «Campo democratico» (Bettini, Gozi, Zampa), «l’area 29 giugno» (Simoni, Garofani, etc.: la data è quella della rielezione di Napolitano, mah), «Sinistra E’ Cambiamento» (Martina, Mauri, Ginefra, Amendola: la sigla è SEC: ri-mah). Vecchie cordate riemergono dopo lungo sonno (fioroniani, veltroniani, franceschiniani) o si confondono, confondono le acque, si uniscono e s’ingrossano come fiumi in piena: i «cattorenziani» (Delrio, Richetti), i renziani «2.0» (ex lettiani, ex-Ppi) e quelli «3.0»: in arrivo, dopo gli ex-Sel di Migliore, gli ex-Sc di Romano, gli ex-Psi di Di Lello e Di Gioia.
E la tanto temuta «sinistra», quella che tutti i giorni regala il titolo «il Pd si divide» provocando travasi di bile a Renzi e al «giglio magico» (Lotti, Boschi: fine) più ristretto?

La sinistra, per i renziani, «trama» nell’ombra: obiettivo, riprendersi la cara vecchia «Ditta». Ma ormai – come diceva la canzone – <la paura dà il coraggio di arrivare fino al bosco>, ergo tutto o quasi avviene alla luce del sole. Sinistra dem di Gianni Cuperlo (25 parlamentari) e Area Riformista di Roberto Speranza (45 parlamentari, di cui 25 senatori: i «vietcong» che hanno fatto, fanno, o presto faranno, il «Vietnam» su ogni legge) a ottobre si fondono. Bersani, tornato tonico, gira le Feste dell’Unità e attacca Renzi (giù applausi).
Enrico Letta non manca un’intervista, un tweet («chi di spada ferisce», etc.) per attaccare il premier a testa bassa. L’ex rottamata Rosy Bindi sfida il premier, lo sfotte e se la ride: «voi dal Pd non mi caccerete mai!». E D’Alema? Ah, beh, D’Alema è il «solito» D’Alema: «io mi occupo di Europa», dice, «di Medio Oriente», di “Fondazioni” (la mitica Feeps…) e, intanto, cena con la leader della Cgil, Susanna Camusso a Ponza, tesse trame, strategie, sottili come i tanto amati origami. Tanto l’obiettivo è sempre quello: riprendersi il partito.
Riprendersi «la Ditta», appunto, come se ancora fosse quella dei tempi del Pci-Pds-Ds. «Lo spezzo in due, il ragazzino», dice «Baffino». Come reagirà Renzi? Non si sa, forse ricorrendo alle elezioni. Ma quali? Politiche? Arduo, almeno fino al 2016, anche 2017. Certo è che, nel Pd, chi perde troppe elezioni locali, tipo le amministrative di giugno 2015, poi perde pure la poltrona da segretario. E’ un must. Di «quando il Pd era bambino».

NB. Questo articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale il I agosto 2015 a pagina 4. 

#VersoleRegionali/9. #Campania: #DeLuca corre, contro Caldoro, ma rischia di decadere in attesa della sentenza sulla sua incandidabilita’

Il pool di Milano nella fiction tv 1992 di Sky
Il pool di Milano nella fiction tv 1992 di Sky

“L’eleziune, ’accà’ (in Campania, ndr.) se fanne (si vincono, ndr.) a Napùle. O’ sanne pure ’e pietre! (lo sanno pure i sassi, ndr.)”. Le parole, dette in napoletano stretto e ‘sbuffate’, come si dice sotto il Vesuvio, le pronunzia un deputato dem che non ha in gran simpatia Vincenzo De Luca. Il deputato preferisce l’anonimato, ma che un pezzo di Pd non tifi per ‘Enzo’ – almeno di certo non quanto Renzi, che ormai viene in Campania un giorno sì e l’altro pure per cercare di sorreggerne le sorti – non è più una notizia. De Luca ha vinto sì le primarie contro Cozzolino – ex bassoliniano che prima ne contestò l’esito, poi fece buon viso a cattivo gioco e ora spera di sostituire Assunta Tartaglione, segretaria regionale del Pd campano che quasi è sciuta pazza, a cercare di sbrogliarne i guai, dopo che avevano gettato la spugna ben due renziani doc (prima Picierno, poi Migliore) – ma nessuno lo ama, a Napoli.

Per dire, ‘o Re’, Antonio Bassolino (sindaco prima, governatore poi: dieci anni più dieci), piuttosto che farsi vedere al fianco di De Luca, sembra quasi si sia ritirato a vita privata coi suoi amati gatti, O accade che le fuoriuscite, per ‘colpa’ di De Luca, di Guglielmo Vaccaro (salernitano, ex lettiano, oggi anche ex deputato Pd), non si contino più, tra i dem. Ad Ercolano e a Pompei come altrove.

O accade che pezzi di Cgil campana, e pure di minoranza dem, voteranno per il candidato di SeL, l’operaio ed ex dirigente del Pci che fu, Salvatore Vozza, invenzione del ‘sellino’ Arturo Scotto. Ecco, la corsa di De Luca, l’incandidabile (causa legge Severino: ieri, però, la Consulta ha rimandato la palla al giudice ordinario, e non più al Tar, che reintegrò il sindaco di Napoli, De Magistris, solo che il giudice ordinario non potrà che attendere si pronunzi la Consulta, ergo se ne parla non prima di ottobre del 2015…) e delle sue liste, zeppe di tanti ‘impresentabili’ (Saviano ha tuonato) può rivelarsi piuttosto impervia a dispetto delle previsioni della vigilia.

Il candidato presidente del Pd, infatti, sfida il governatore uscente, Stefano Caldoro. Appoggiato da tutto il centrodestra, per una volta compatto e comprensivo di Salvini e Storace, Meloni e Mussolini, Caldoro un suo sistema di potere da guanto di velluto in pugno di ferro lo ha creato, in cinque anni. E se Caldoro sconta l’ormai congenita debolezza di Forza Italia, squassata da liti intestine che, al confronto, quelle romane, so’ pe’ guaglione (per ragazzi), resta in piedi un apparato burocratico, mediatico e anche di potere locale non da sottovalutare.

Senza dire che Caldoro già ha vinto, e bene, contro De Luca, cinque anni fa, e che De Luca è di Salerno. E, cioè, della ‘provincia’. Salerno, infatti, è una piccola città (140 mila anime), mentre Napoli di ‘anime’ ne conta oltre 961 mila. Ne discende che De Luca, se vuole vincere (e, in effetti, è in testa), deve vincere a Napoli città. Infatti, il beneventano è il regno di Nunzia de Girolamo (Ncd) e di Clemente Mastella (Udeur), che tirano la volata entrambi per Caldoro, mentre l’avellinese è il regno di De Mita (Ciriaco), che ha rotto con Casini (ma non con Cesa…) per portare il grosso dell’Udc armi e bagagli a De Luca.

Napoli, dunque. Ma ‘quale’ Napoli? La buona borghesia del Vomero ‘schifa’ a De Luca, ma non ama Caldoro. I quartieri più popolari e più a rischio camorra, dai Quartieri spagnoli a Forcella, da Bagnoli alle vere terre di ‘Gomorra’ (che salgono su, a Nord, verso Sant’Antimo e Casal di Principe, regno dei ‘Casalesi’ come di Nicola Cosentino, Nick o’ Americano, che sta con Caldoro, pur se dal carcere, come di Luigi Cesaro, alias ‘Giggino ‘a purpett’, che sta con De Luca) starebbero con De Luca. Merito, pare, degli impresentabili. La gara è aperta. Chi vincerà? E cchi ‘o sape…

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 23 maggio 2015 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale. 

#IldiavolovesteItalicum/9. Letta paragona Renzi a Berlusconi, il premier vede l’ultima tappa. Minoranza dem e opposizioni in ordine sparso

La sede del Parlamento dell'Unione europea, interno dell'aula di Bruxelles
La sede del Parlamento dell’Unione europea, interno dell’aula di Bruxelles

“Voterò contro un provvedimento di cui non condivido metodo, percorso e contenuti; perché l’Italicum è un parente stretto del Porcellum e perché Renzi fa come Berlusconi nel 2005 contro cui dicemmo ‘mai più mentre ora è il Pd a scriversi le regole del gioco da solo”. L’ex premier, oltre che ex braccio destro di Prodi e di Bersani, Enrico Letta, ha perso le prudenze di una vita. Si sente “libero”, da quando ha deciso di abbandonare la politica attiva per dedicarsi allo studio (dirigerà, da settembre, la scuola SciencesPo di Parigi), “molto libero di dire quello che penso” (e i risultati si vcdono) e, pure, nel frattempo, di fare politica, ma più fuori dal Pd che dentro, e promuovere il suo libro, per dire, con molte associazioni cattoliche impegnate nel sociale e di area centrista come l’Mcl.

Ieri, il suo affondo contro Renzi e contro l’Italicum, Letta lo ha lanciato dagli studi di ‘In mezz’ora, ospite di Lucia Annunziata. Tutelato solo il ruolo del Capo dello Stato, con cui ha un ottimo rapporto (“se Mattarella firma l’Italicum non mi scandalizzo”), Letta ha demolito la legge elettorale pezzo per pezzo, poi è passato a Renzi: “io e lui siamo molto diversi” (nessuno nutriva dubbi); “nel suo racconto del Paese c’è sempre questa idea che lui decide e gli altri non decidevano e nessuno ha mai deciso nulla prima…”.

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l'Assemblea del Pd
Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l’Assemblea del Pd

Il premier non risponde direttamente a Letta, ma a tutti (avversari e ‘gufi’) da Bologna, dove partecipa alla Festa dell’Unità speciale, quella per i 70 anni della Liberazione, con tanto di polemiche per i mancati inviti ai big della minoranza e di pesanti contestazioni. Renzi spiega che “non ci fermeremo a cento metri dal traguardo”, “le riforme le completeremo tutte, Italicum in testa”, “per cambiare ho rischiato l’osso del collo, ma questo è fare Politica”. Renzi riesce a recuperare, in parte, un pezzo del dissenso interno sull’Italicum, quello di Gianni Cuperlo e dei suoi che, in 14 su 20, si sono astenuti nel voto di fiducia come i 17 bersaniani e altri 6 (totale: 37 dissidenti): “Caro Gianni, questa è anche casa tua. Lavoreremo insieme su vari progetti, a partire dalla nuova Unità”.

Cuperlo annuncia per stamane la riunione di tutti i ‘ribelli’ per decidere ‘come votare’, ma dipende da cosa faranno le opposizioni perché i dissidenti del Pd vogliono marcare una posizione ‘terza’. Ecco perché quello dei ribelli del Pd sarà un astensione o un ‘no’ (più probabile) se resteranno in Aula, in caso di voto palese, o sceglieranno l’uscita dall’Aula se sarà chiesto dalle opposizioni il voto segreto.

Ma questo – la richiesta o meno del voto segreto, richiesta legittima, sulla legge elettorale, purché avanzata da 20 deputati o un gruppo politico –  dipende, appunto, dalla scelta politica di opposizioni tornate divise al loro interno. Si va da SeL (Scotto è per chiedere il voto segreto) a FI (Brunetta ha cambiato idea ed ora vuole il voto palese, per non dare alibi ai verdiniani interni) mentre F’d’It, Lega, M5S sono per la via drastica, quella dell’Aventino.

E se i 50 ‘responsabili’ – ma per i bersaniani doc Stumpo e Leva “sono molti meno, millantano, oggi si vedrà palesemente, molti dei presunti firmatari del loro documento, almeno 15, voteranno con noi e Speranza” – ormai già ex Area riformista, voteranno sì all’Italicum, coerenti con il sì alla fiducia, Come annuncia uno di loro. Il pugliese quarantenne Dario Ginefra, lo zoccolo duro dei ribelli resiste, tetragono, alle sirene renziane. “Quello della fiducia” – spiega Alfredo D’Attorre, bersaniano ma con un piede fuori dal Pd – è una ferita profondissima. Ci sarà un prima e un dopo Italicum”. Se è vero lo si vedrà a partire da oggi.

NB. Questo articolo è’ stato pubblicato il 3 maggio 2015 sulle pagine di Politica del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Renzi striglia i cattorenziani: “basta correnti, sono pagliacciate”. Tensione anche con la minoranza Pd. Ira di Bersani: “Siamo al limite”

Renzi parla all'Assemblea nazionale del Pd del 15 giugno (Roma hotel Ergife)
Renzi parla all’Assemblea nazionale del Pd del 15 giugno (Roma hotel Ergife)

“Col massimo rispetto per il doveroso dibattito interno al Pd tra aree culturali, sensibilità diverse e gruppi organizzati, vorrei che il nostro confronto fosse sui contenuti più che sulle etichette. Che fiorissero idee più che correnti”. Renzi attacca le correnti e, per una volta, non ce l’ha con la minoranza dem, che pure risponde a brutto muso, a partire da Bersani, ma sull’idea del confronto partito/parlamentari, ma con i suoi. E cioè con i ‘diversamente renziani’ fondati da Matteo Richetti – da tempo in ‘freddo’ con il premier – e da due pezzi da novanta del renzismo, lontani dal ‘giglio magico’ (Lotti, Boschi), i sottosegretari Graziano Delrio e Angelo Rughetti.

La corrente si chiama ‘Spazio democratico’, ma è detta dei ‘cattorenziani’ perché la sua spina dorsale dell’area è costituita dai Popolari di Fioroni, anche se all’esordio, che si è tenuto ieri sera nella sala Berlinguer della Camera, c’erano anche veltroniani (Martella), ex Area dem (Rosato), nuovi acquisti del Pd (Romano) ed ex bersaniani (Malpezzi). A sovraintendere alla nascita della corrente c’è, peraltro, il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, ex-dc ed ex-ppi, che pur con un ruolo ‘defilato’ (stessa definizione che fa circolare Delrio) ha benedetto e gestito tutta l’operazione fino alla cena di tregua dell’altra sera tra lui, Lotti e Rosato. Obiettivo: ingrossare le fila, specie tra i giovani deputati di provenienza ideologica incerta e che non hanno un rapporto diretto e privilegiato con il premier né con il ‘giglo magico’, e creare “un luogo comune” che dia “senso compiuto alle riforme del governo”, scrivono nel loro manifesto.

Renzi, però, aveva ed ha tutt’altra idea. Vedeva con favore la nascita di un mega ‘correntone’ di maggioranza che aggregasse tutte le aree lontane e diverse dalla minoranza bersaniana: Areadem, lettiani, Giovani Turchi, veltroniani e, ovviamente, renziani di prima come di seconda fascia. Resosi conto dell’impossibilità di far nascere un ‘correntone’ così largo, ha rispolverato il suo antico disprezzo per le correnti al punto che ieri ai suoi ha detto: “basta con questa pagliacciata delle correnti, basta giochetti”. Da qui la sconfessione di fatto della nuova area, anche se ieri sera Boschi e Lotti dovrebbero farsi vedere, ma per annacquare l’intera operazione, e anche se Richetti nega la sconfessione (“Ci siamo sentiti, è d’accordo”).

L'ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani in un espressione rilassata
L’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani in un espressione rilassata

Altri dolori, per Renzi, arrivano dalla minoranza. Ieri, la lettera in cui il premier ha annunciato il timing di incontri su tutte le riforme in vista (scuola, Rai, ambiente, fisco) in un solo pomeriggio, e per un’ora ciascuno, quello di venerdì 27, è stata vissuta malissimo dalla pancia dei deputati. “Ci siamo trovati la lettera sul blog, non nelle nostre caselle di posta, inoltre il venerdì c’è aula, io non ci vado né mando contributi scritti!”, la risposta seccata di molti. Durissima la reazione dell’ex segretario Bersani: “Non si può far finta di discutere, in un’ora e davanti a 400 persone! Sono i gruppi parlamentari a invitare il segretario, così si fa in democrazia”. Sottotraccia c’è anche il tentativo di Renzi di mettere sotto tutela, se non di sostituire direttamente, il capogruppo alla Camera, Roberto Speranza: pur leader della minoranza dialogante, dentro Area riformista, ha criticato con durezza il governo per come ha gestito i decreti delegati del Jobs Act. E la minoranza già guarda alla convention unitaria del 24 marzo a Roma.

NB. Questo articolo è stato pubblicato a pagina 4 del giornale Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net) il 26 febbraio 2015.

#QuirinaleNEW/3. Grandi elettori: numeri, maggioranze possibili, franchi tiratori

L'emiciclo di Montecitorio
L’emiciclo di Montecitorio

In breve, ecco alcuni numeri sui Grandi elettori da sapere in vista delle elezioni per il Quirinale aggiornato con le possibili maggioranze su Mattarella, Prodi, Bersani e … Feltri, 

I ‘Grandi elettori’. Il collegio elettorale che elegge il presidente della Repubblica è speciale sin dalla sua composizione. Consta, ad oggi, di ben 1009 ‘Grandi Elettori’. I parlamentari sono 951, così suddivisi: 630 deputati e 315 senatori eletti, cinque senatori a vita già in carica (di cui quattro nominati da Napolitano: Cattaneo, Piano, Rubbia, Monti e uno, Ciampi, in qualità di ex presidente della Repubblica) e un ‘nuovo’, senatore a vita, il sesto, che lo è diventato dal giorno stesso delle dimissioni, Napolitano. A loro vanno aggiunti i 58 delegati eletti da ognuna delle venti Regioni (tre per ciascuna regione, tranne la Valle d’Aosta che ne ha uno) in base ai risultati delle elezioni regionali più recenti e che vengono scelti secondo questo metodo: governatore della Regione, presidente del Consiglio regionale (entrambi di maggioranza), vicepresidente o, comunque, un membro dell’opposizione. In questa occasione, tutti i governatori regionali, tranne quello del Molise, saranno presenti.

Quorum. E’ fissato dalla Costituzione: maggioranza di due terzi nei primi tre scrutini (in questo caso pari a 673 voti), maggioranza assoluta (in questo caso pari a 505 voti) dal quarto scrutinio in poi.

Consistenza dei vari gruppi. Il Parlamento è molto cambiato, dal 2013 a oggi, quando si verificò il fenomeno dei 101 franchi tiratori che affossarono la candidatura di Romano Prodi e si procedette poi alla rielezione di Giorgio Napolitano per il suo secondo mandato, che si è chiuso il 14 gennaio 2015. il Pd aveva 430 Grandi Elettori, SeL 45, M5S 163, Scelta civica 69, Udc 12, Pdl 211, Lega 40, Fd’It 9, Autonomie e Minoranze 18, 10 Gal, 6 Centro democratico, piu’ altri per un totale di 1007 Grandi elettori.

1) Pd (446 voti). Il Pd è il partito cresciuto più di tutti, salendo da 430 delegati a 446 delegati, dal 2013 a oggi, grazie ai molti ingressi provenienti da Sel e Sc e alla conquista di 5 regioni (Abruzzo, Calabria, Piemonte, Sardegna, Friuli) sul piano dei delegati regionali. I 446 Grandi elettori del Pd sono così suddivisi: 307 deputati e 108 senatori (uguale a 415 parlamentari) più 31 delegati regionali tra cui figurano i governatori di centrosinistra di 12 regioni su 20: Liguria (Burlando), Piemonte (Chiamparino), Friuli (Serracchiani), Emilia-Romagna (Bonaccini), Toscana (Rossi), Umbria (Marini), Abruzzo (d’Alfonso), Lazio (Zingaretti), Basilicata (Pittella), Sicilia (Crocetta), Calabria (Oliverio), Sardegna (Pigliaru), ma non Spacca (Marche) che ha fondato un suo movimento autonomo e non Frattura (Molise) per scelta regionale.

NB. Due Grandi elettori – il presidente del Senato facente funzioni di Capo dello Stato, Pietro Grasso, e la vicepresidente del Senato, facente funzioni di presidente vicaria dell’Assemblea che eleggerà il Capo dello Stato, Valeria Fedeli – pur essendo iscritti al Pd, non votano mai, per prassi consolidata, alle elezioni presidenziali dato il ruolo terzo e dunque vanno sottratti  dal computo del Pd. Ecco, dunque, che da 446 Grandi elettori il Pd scende, di fatto, a 444 voti.

2) FI (142 voti). Il gruppo di Forza Italia è crollato dai 211 delegati dell’allora Pdl (nel 2013) ai 143 attuali. I parlamentari azzurri sono 130 (70 deputati e 60 senatori) cui vanno aggiunti 12 grandi elettori (dieci di FI puri,c due – Tondo in Friuli e Iorio in Molise – liste personali di dentrodestrariconducibili all’ex Pdl) molti meno di due anni fa, causa le diverse sconfitte subite nelle elezioni regionali, per un totale di 142 voti.

3) Area popolare (NCd+Udc): 75 voti. Il Pdl unito aveva 211 delegati nel 2013, Ncd, nato dalla scissione del Pdl, da solo ha 63 delegati, ma sale a 70 (34 deputati e 36 senatori) grazie alla fusione con Udc ed ex Popolari per un totale finale di 75 Grandi elettori grazie ai 5 delegati regionali (3 Ncd, 2 Udc).

4) Area centrista (Sc+Popolari): 45 voti. Scelta civica-lista Monti, dai 73 delegati del 2013, si è frantumata in due rivoli: 32 sono i parlamentari ‘civici’ attuali (erano 69 nel 2013 piu’ 12 dell’Udc) e, inizialmente, erano i 28 parlamentari del gruppo Popolari per l’Italia che si è di fatto dissolto proprio di recente. Oggi, i parlamentari di Scelta civica sono, appunto, 32 (25 deputati e 7 senatori) mentre con gli ex Popolari per l’Italia – Italia solidale di Dellai-Olivero sono rimasti solo in 13 (tutti deputati, dato che i tre senatori affiliati all’area sono stati costretti a confluire nel gruppo Autonomie-Psi), ma i due gruppi hanno stabilito una forma di consultazione permanente comune.

5) Autonomie-Estero-Psi-Pli (32 voti). Qui il discorso si fa complesso. Dentro quest’area, presente come gruppo autonomo al Senato e come sotto-componente dentro il Gruppo Misto alla Camera, vanno contabilizzati componenti, aree e partiti diversi ma affini tra loro (per dire, votano sempre con il governo). In sostanza, il gruppo Autonomie-Estero-Psi del Senato e’ composto da 17 esponenti in totale (cui vanno sottratti i tre ex Popolari per l’Italia che fanno parte politicamente dell’area Sc-Popolari-centristi) più vanno aggiunti, ma alla Camera, iscritti come sotto componente nel Misto, i sei deputati del Psi, i cinque espressione delle Autonomie (Svp-Patt-Uv) e i quattro del Maie-Estero. A loro vanno aggiunti i tre delegati eletti in Trentino (uno Patt e uno Svp) e il presidente della Val d’Aosta (Rollandin, Uv). Totale: 32 voti. Dicevamo della composita e complessa composizione dell’area Autonomie-Psi-Estero tra Camera e Senato. Si parte dagli otto parlamentari (due senatori e sei deputati) del Psi di Nencini, si passa per i 7 senatori e i cinque deputati dei gruppi autonomisti Svp-Patt-Uv (cui vanno aggiunti i tre delegati regionali eletti due in Trentino e uno in Val d’Aosta: in tutto 15 Grandi elettori delle varie minoranze linguistiche. A questi vanno aggiunti i sei parlamentari (2 senatori e quattro deputati) del Maie, cioè gli eletti all’estero, e i tre senatori a vita iscrittisi al gruppo Autonomie del Senato (Cattaneo, Rubbia e, da poco, Napolitano). Da ricordare che, sempre tra i senatori a vita, Ciampi e Piano sono iscritti al gruppo Misto, Monti dentro Sc.

6) Gal (Grandi Autonomie e Libertà): 15 voti. E’ il gruppo dove trionfano gli  ‘ascari’ azzurri (in 11 sono ex di Forza Italia) per lo più’ vicini a Fitto e dunque contabilizzabili tra i ribelli anti maggioranza e anti Patto del Nazareno. il gruppo di Gal (erano 10 due anni fa) comprende da poco anche la pattuglia dei Popolari per l’Italia (tre), guidati dall’ex ministro Mario Mauro e non entrati volutamente in Area Popolare. poi vi sono ex Ncd (Naccarato), ex leghisti (Davico) e un ex ministro come Giulio Tremonti. Di solito votano contro il governo.

7) M5S (129 voti): da 163 parlamentari l’M5S è sceso a 143, poi a 138 e ora a soli 129 Grandi elettori, che comprendono anche un delegato regionale, eletto in Lazio (e’ la prima volta che ne eleggono uno), avendo perso, nel frattempo, 18 deputati e 16 senatori. Un vero tracollo.

8) Ex grillini fuoriusciti dall’M5S (32 voti). Si tratta di 18 deputati (9 usciti in precedenza e ben nove solo il 27 gennaio) e 15 senatori, tutti usciti in precedenza, piu’ un senatore che ha gia’ annunciato la sua uscita dall’M5S, ma per ora non l’ha ancora formalizzata (Molinari). I nove parlamentari usciti ora (i deputati Tancredi Turco, Walter Rizzetto, Aris Prodani, Samuele Segoni, Mara Mucci, Eleonora Bechis, Marco Baldassarre, Sebastiano Barbanti, Gessica Rostellato) formeranno un gruppo autonomo (“Alternativa libera”) forte di 13 deputati grazie all’apporto di alcuni dei fuoriusciti in precedenza (Curro’, Artini, Pinna, Tacconi) e che, con l’aggiunta di altri 10-11 senatori, può’ raggiungere una massa di manovra considerevole, forte di 24-25 parlamentari. Tutti gli altri ex grillini si sono invece persi in mille rivoli. Tra gli ex grillini gia’ fuoriusciti figurano un deputato (Zaccagnini) entrato in Sel, un deputato (Catalano) iscritto al sottogruppo Psi-Pli nel Misto, un senatore (Pepe) che ha fatto resuscitare i Verdi, un altro che si e’ iscritto al Gruppo Autonomie-Psi (Battista) e un senatore (Nitori) che si è’ iscritto ad Area popolare. Tra i tredici senatori ex grillini iscritti al Misto vi sono tre senatori (Buccini, Mussini, Romani) che hanno fondato il Movimento X e altri otto che sono iscritti come indipendenti al gruppo Misto del Senato, dove c’e’ anche Campanella (Italia lavori in corso), dovrebbe pescare il neo gruppo di Alternativa libera.

9) Lega Nord ( 38 voti): si tratta di 35 parlamentari (20 deputati e 15 senatori), cui vanno aggiunti i tre delegati regionali leghisti che comprendono i governatori Maroni e Zaia.

10) Fratelli d’Italia (10 voti). Il partito di Fratelli d’Italia conta nove parlamentari e un delegato regionale.

11) SeL (34 voti). I grandi elettori di SeL comprendono 26 deputati e 7 senatori, che siedono nel gruppo Misto, e un delegato regionale: il governatore della Puglia e leader di SeL Vendola. SeL ne ha persi ben dieci, di Grandi elettori, dal 2013 ad oggi, quando ne aveva 44. Nel gruppo c’e’ però anche Laura Boldrini che per prassi non vota in quanto presidente della Camera. Quindi di fatto saranno in  33.

12) Non ascrivibili a nessuna componente: 11 voti. Sono 11 i deputati e senatori che siedono nei rispettivi Gruppi Misti di Camera e Senato e che non sono ascrivibili a nessuna componente o a componenti singole: tra essi vi sono Nesi (ex Sc), Margiotta (ex Pd), Pisicchio (ex Cd), Formisano (Idv).

Maggioranze tutte teoriche, ma possibili, almeno sulla carta. La maggioranza di governo avrebbe, sulla carta, i numeri per eleggersi il nuovo Presidente della Repubblica da sola. Infatti, sommando i delegati di Pd (446), Area popolare (75), Autonomie-Psi (32) e area centrista (45 in tutto: composta da Sc, 32, e dai Popolari, 13), il totale fa 598 voti, ben superiori alla maggioranza assoluta (505) richiesta a partire dal IV scrutinio. Ma una presenza di franchi tiratori mirata, tra Pd e centristi, di soli cento voti metterebbe subito a rischio l’elezione di un Capo dello Stato scelto solo dalle forze politiche che sorreggono il governo anche se dal IV scrutinio in poi. Ecco perche’ servono i voti di Forza Italia.

La somma di maggioranza di governo (598 voti) e FI (142) fa addirittura 740 voti che diventerebbero 755 con i 15 senatori della pattuglia del Gal. Cifra astronomica che consentirebbe, volendo, di eleggere il Capo dello Stato subito, dal primo scrutinio. Basti pensare che il Napolitano II fu rieletto con 738 voti. naturalmente, pero’, se si iniziano a sottrarre 40-50 franchi tiratori del Pd e 30-40 azzurri di area Fitto piu’ mal di pancia vari si scende a 600-620 voti. non bastevoli tuttavia a impedire che, dal IV scrutinio, la maggioranza di governo piu’ Fi possa eleggersi senza troppi patemi il Capo dello Stato.

Una maggioranza di centrosinistra ‘stretto’ che escludesse Area popolare (75 voti) ma si allargasse a SeL  (34 voti) e a parte degli ex grillini (i 25 di Alternativa libera su 32 fuoriusciti) per candidare Mattarella conterebbe su 444 del Pd (-Grasso e Fedeli), 45 di Sc, 32 di Autonomie, 25 ex-M5S, 33 (-Boldrini) di Sel per un totale, sulla carta, di 582 voti (579 effettivi) che, pur scontando un pacchetto di franchi tiratori (20-30?), danno un buon margine di 60-80 voti sopra il quorum di 505 a partire dalla IV votazione.

Il patto del Nazareno versione stretta (Pd+FI) ha, sulla carta, 588 voti (446 del Pd e 142 di FI) ma perderebbe un numero enorme di consensi e potrebbe finire ben sotto i 505 voti. La sola maggioranza ‘anti-Nazareno’ oggi immaginabile, stipulata magari mettendosi dietro la bandiera di Prodi o di Bersani ha, sulla carta, dai 200 ai 300 voti: 130 grillini, 34 di Sel, una decina di democrat certi (i civatiani) cui potrebbero sommarsi altri 100 (?) Pd e a molti dei 32 ex grillini.

La candidatura annunciata di Vittorio Feltri da parte di Fratelli d’Italia e Lega ha 48 voti di partenza.

Una candidatura di bandiera di Fi e Area popolare, che pure hanno annunciato che nei primi tre scrutini voteranno scheda bianca, ha, in partenza, 217 voti cui potrebbero aggiungersi i 15 voti di Gal fino a 232.

I franchi tiratori in generale. Tutti questi calcoli scontano però, ovviamente, la molto concreta fronda di quasi duecento (e oltre?) ‘franchi tiratori’ provenienti dalle fila di quasi tutti i partiti.
A spanne possono essere così divisi: da 40-50, nelle previsioni più’ ottimistiche, fino ai 140-150, nelle previsioni più nere, nel Pd (25-30 dalemiani, 60-80 bersaniani, 10 civatiani, 20 area Cgil, 20-30 di Fioroni, 10 malpancisti a vario titolo), 40-50 tra i parlamentari vicini a Fitto dentro FI, 20-30 centristi a vario titolo, piu’ la nebulosa dei 32 grillini dissidenti.

La possibile dissidenza nelle file dem. Secondo una ricostruzione uscita giorni fa sul quotidiano Il Foglio, riguardante il solo Pd, i numeri dicono che alla Camera i voti con l’ok, quelli che con ogni probabilità dovrebbero votare a favore di ciò che verrà deciso da Renzi, sono 204 su 307 totali. Di questi 307, quelli a rischio sono 84, quelli che voteranno sicuramente no saranno 19. Al Senato la proporzione è più o meno identica: 71 voti sicuri, 15 a rischio, 22 quasi certamente contrari. Sommando questi numeri, è il calcolo di Palazzo Chigi ed è anche il calcolo delle correnti alleate ai renziani, si arriva a 275 voti sicuri, 99 a rischio (alcuni dei quali forse recuperabili), 41 già persi in partenza. In linea di massima i parlamentari sicuri sono quelli che fanno parte di tre correnti che hanno un peso importante nel patto del Nazareno: i renziani (50 alla Camera, 21 al Senato, sono aumentati rispetto all’inizio della legislatura, quando erano soltanto 51); i giovani turchi (45 alla Camera, 14 al Senato, anche loro aumentati rispetto all’inizio della legislatura, quando erano meno di 50); Area dem (37 alla Camera, 17 al Senato). Occhi puntati, invece, sulla minoranza dem, il cui grosso e’ composto da Area riformista (leader Bersani) e che conta circa 140 parlamentari che diventano 150 con i delegati regionali. Tra questi una ottantina sarebbe costituito dallo zoccolo duro dei bersaniani, una ventina da civatiani o comunque ribelli irriducibili e circa 40-60 quello piu’ vicini al capogruppo alla Camera Speranza e considerati, dai renziani, recuperabili. Ecco perché’ li si considera in un range che va da 40-50 duri e puri a un totale di 140-150 al massimo.

NB. Questo articolo è stato pubblicato sul blog ‘I Giardinetti di Montecitorio’ facilmente rintracciabile sul sito internet di Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net)