Due articoli in uno. Renzi controllerà il partito se prende il il 60%. Rilancio sulla legge elettorale: la proposta del Pd è in lavorazione

Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

Ettore Maria Colombo – ROMA

1. Per blindare la sua maggioranza Renzi deve prendere almeno il 60% di voti.

“Voglio una squadra compatta e coesa su cui poter contare perché nei prossimi mesi ci giocheremo molto e su molti tavoli, dalla legge elettorale alla manovra”. Matteo Renzi è stato molto chiaro, con i suoi, nella composizione delle liste (si vota in collegi uninominali ma sulla base di liste bloccate e con metodo proporzionale) che appoggiano la candidatura alle primarie dell’ex segretario il 30 aprile. In effetti, Renzi ha un problema e questo problema si chiama 60%. Infatti, se l’ex premier aspetta, senza particolari patemi, il bagno di popolo che dovrebbe consacrarlo di nuovo segretario del Pd, il 30 aprile, non è indifferente la percentuale con cui riuscirà ad arrivare primo. Per godere di una maggioranza ‘blindata’ in Assemblea nazionale – il luogo deputato a consacrarlo segretario il prossimo 7 maggio – e, di conseguenza, nella nuova Direzione nazionale del Pd, quel numeretto – 60% – è fondamentale. Sopra di esso, Renzi potrà dettare legge, nel partito e fuori, avanzando le proposte che vuole. Sotto quella cifra dovrà, invece, venire a patti non tanto con i suoi due competitor, Orlando ed Emiliano, ma con la sua maggioranza. Una maggioranza composita: ne fanno parte due correnti ‘leali’al leader (quella del suo vice, Martina, e i Giovani Turchi di Orfini) e una di ‘tiepidi’, quella guidata dal ministro Dario Franceschini.

Ecco perché, nel silenzio dei media, i due più fidati colonnelli di Renzi, il ministro Lotti e il vicesegretario dem, Lorenzo Guerini, hanno svolto, nella composizione del listone pro-Renzi, il loro lavoro con precisione chirurgica e pazienza certosina. Sui mille componenti elettivi dell’Assemblea nazionale, il calcolo dei colonnelli renziani è stato, tuttavia, un po’ ottimistico: la stima del 60-63% – cioè la cifra percentuale con cui Renzi dovrebbe vincere le primarie – si tradurrebbe in una maggioranza pro-Renzi di circa 630/640 delegati, ben al di sopra della maggioranza assoluta (501 voti) necessaria per governare l’assemblea. Se la vittoria si attesterà su quei numeri, Renzi è in una botte di ferro: godrebbe, infatti, di 420/430 fedelissimi contro i 55 di Orfini, i 60/62 di Martina e ‘soltanto’ 85/95 riconducibili a Franceschini. Peraltro, la composizione delle liste congressuali ha anche creato non pochi traumi e liti. La compagna di Franceschini, Michela De Biase, capogruppo dem nel consiglio comunale capitolino, per dire, ha perso la battaglia a Roma e nel Lazio: ha dovuto far posto, a scapito dei suoi, ai renziani come pure a popolari e veltroniani. Ma pure ‘martiniani’ e Giovani Turchi sono usciti ridimensionati, specialmente al Sud, dove sono i renziani a farla da padrone. Il numero dei renziani doc resta, in teoria, sotto la maggioranza assoluta (501), ma ai mille componenti elettivi vanno aggiunti i circa 400 membri di diritto, così suddivisi: ministri, membri della commissione di garanzia e commissione congresso, venti segretari regionali e cento parlamentari, tutti ambiti dove i renziani godono di larga maggioranza.

I calcoli, però, sono basati sul 60% e più di vittoria alle primarie. Non è detto che Renzi raggiunga asticella, a prescindere anche dal dato dell’affluenza (alle primarie, ovviamente, non esiste quorum!). Molto dipenderà dalle performances dei suoi due avversari oltre che dall’affluenza. I sondaggisti la stimano ‘intorno’ ai due milioni o, forse, molti meno (un milione e sei/uno e otto). Intanto, la lista che fa capo a Michele Emiliano è stata esclusa, su insindacabile giudizio della commissione congressuale (la decisione finale è stata rinviata a stamane perché assai delicata), dalla possibilità di poter correre in Liguria e Lombardia, tranne che in un solo collegio ligure (su sei) e in cinque (su trenta) collegi lombardi. Un colpo duro, per Emiliano, che peraltro fa vedere  più vicina la ‘soglia 60%’ a Renzi.


 2. Renzi rilancia sulla legge elettorale e apre la strada all’accordo coi 5 Stelle. 

 

Matteo Renzi parla, in modo ossessivo, dei 5 Stelle: loro attacca e a loro fa proposte (in questo caso sfidandoli sulla legge elettorale). Anche perché sa che il principale schieramento anti-establishment (vero o falso che sia) del Paese è l’unico che può sostenerlo nella sua battaglia campale, ancorché sia ancora una drole de guerre, una guerra non dichiarata: ottenere elezioni politiche anticipate. Inoltre, Renzi vorrebbe incrociare le lame, in tv, solo con i leader di penta stellati (Grillo, in particolare, o Casaleggio, ma vanno bene pure Di Maio o Di Battista: è convinto di mandarli tutti ko). I suoi due competitor alle primarie (Orlando ed Emiliano) non li considera degni neppure di fargli da sparring partner. Infatti, il solo confronto con loro resta quello già fissato su Sky il 26 aprile. Non se ne terranno altri, tantomeno in Rai. In merito alle primarie, che Renzi considera già vinte, resta solo l’ombra sulla (scarsina) voglia di partecipazione registrata sinora. I sondaggisti stimano un tetto massimo di due milioni, forse molti meno (1.600 mila/ 1.800 mila al massimo, pare), il che vorrebbe dire un milione secco in meno rispetto alle primarie 2013.

Intanto, fioccano le polemiche tra Renzi, Emiliano e Orlando sui confronti in tv: il solo in agenda è quello su Sky, che si terrà il 26 aprile, ma Orlando ed Emiliano chiedono almeno uno, o più confronti, anche sulla Rai. La mozione Renzi ribatte: “Anche con Bersani ce ne fu uno solo”. Intanto, sabato prossimo Renzi sarà a Bergamo con Martina, il 25 aprile lo festeggerà a Milano, il 28 aprile la mozione Renzi terrà una manifestazione a Bruxelles al grido di “Europa sì, ma non così”.

Nell’attesa, Renzi va avanti nella sua campagna e fa – quasi tutto –  da solo. Ieri è tornato a parlare in tv, dopo la pausa pasquale, stavolta sulle reti Mediaset, nel talk-show Matrix, condotto da quel Nicola Porro che, quando conduceva Virus su Rai 2, ebbe con Renzi non pochi attriti fino al punto da lasciare il programma. In attesa di tornare a giocare a braccia di ferro con le (tante) istituzioni che non vogliono mandare il Paese a elezioni anticipate (il Colle, le Camere e i parlamentari, Confindustria, la Cei, la Ue), Renzi ha bisogno di avere in mano, a mo’ di spada di Damocle, una legge elettorale, se non nuova di zecca, operante.

La via lunga, sulla strada della nuova legge elettorale, è cercare una (faticosa) mediazione con Berlusconi, che vuole i capolista bloccati, ma anche il premio alla coalizione: il che vorrebbe dire costruire una legge elettorale nuova di zecca, ma anche perdere molto tempo per trovare difficili convergenze in Parlamento (in ogni caso il Pd farà una proposta compiuta, sul tema, ma solo dopo l’8 maggio). La via breve è accordarsi con i 5Stelle sfruttando quello che c’è: l’Italicum alla Camera, con premio alla lista e sbarramento al 3%, e il Consultellum al Senato (nessun premio, se non quelli regionali indotti, e soglie diversificate: 20%, 8%, 4%).

Ieri, Renzi ha imboccato la via breve. A Matrix ha detto – oltre a riempire di contumelie l’M5S per le sue strambe idee sui vaccini – che è pronto a sfidare e ad andare a vedere le carte di Grillo. L’ex segretario ha ribadito la sua disponibilità a sgombrare dal tavolo i capolista bloccati (che tutti i partiti, M5S compresi, vogliono) ed è disponibile a “votare la legge che dice Grillo” (il Legalicum) o “a estendere l’Italicum al Senato” (è, in pratica, la stessa cosa). “A parte il sorteggio, mi va bene tutto – motteggia Renzi – ma chi ha vinto il referendum non può dire solo dei No”. L’obiettivo è duplice: stanare i grillini per dimostrare che, in realtà, “non vogliono alcuna riforma”, nota il costituzionalista Ceccanti, e far scendere Berlusconi a più miti consigli e, insieme, mettergli fretta.

I suoi due competitor fanno fuoco di sbarramento pure su questo. Emiliano – ieri riammesso in un collegio su 6 in Liguria e in soli 5 su 30 in Lombardia – dice no ai capolista bloccati e vagheggia impossibili ritorni al Mattarellum, cui tutti i partiti hanno detto no. Orlando scrive, via Twitter, che sull’ipotesi di estendere l’Italicum al Senato “non ci metto la firma”, un modo elegante per dire di no a Renzi. I suoi 31 senatori (di Orlando) hanno presentato una proposta di legge, a prima firma Vannino Chiti, che ripropone collegi uninominali, ma con riparto proporzionale, soglie di sbarramento basse, premio fissato al 10%. E’ destinata a restare lettera morta. “Le primarie le vince Matteo”, dicono i renziani, “e dall’8 maggio in poi, i giochi li conduciamo noi”, chiosano. In ogni caso, proprio ieri, il Pd ha riproposto – in sede della I commissione Affari costituzionali della Camera con l’on. Fiano – tre punti per una nuova legge elettorale che Quotidiano nazionale aveva anticipato cinque giorni fa (articolo rintracciabile su questo blog lo scorso 18 aprile 2017): premio alla lista da estendere dalla Camera al Senato, per garantire governabilità, reintroduzione dei collegi uninominali in luogo delle preferenze e armonizzazione delle soglie di sbarramento introducendo un’unica soglia al 5%.

NB: I due articoli sono stati pubblicati sul Quotidiano Nazionale il 19 aprile (a pagina 13) e il 20 aprile (a pagina 13). 

Archivi. Un’intervista a Martina, un pezzo su Renzi, aggiornamenti di QN sui voti ai candidati per il congresso del Pd

  1. L’intervista al ministro Martina, in ticket con Renzi: “Mai alleanze con Mdp”. Legge elettorale: “Portare l’Italicum al Senato potrebbe essere una soluzione”. 

 

maurizio martina

Il ministro Maurizio Martina (Pd)

Ettore Maria Colombo – ROMA
PARLA Maurizio Martina (nella foto, classe 1978, bergamasco, una rapida carriera dentro il Pds-Ds-Pd lombardo, dal 2013 ministro all’Agricoltura), uomo mite quanto di sinistra. Forse è per questo che Renzi lo ha scelto per fare il ticket in vista delle primarie.

La legge elettorale è ferma. Finiremo nella palude come teme Prodi o addirittura a Weimar, come dice Veltroni?
«Siamo in una condizione di fragilità politica determinata, purtroppo, anche dall’esito negativo del referendum. Questo lento scivolamento verso il proporzionalismo è da bloccare e fermare. Bisogna prendere un’iniziativa in Parlamento. Agli altri partiti dico: non basta dire no al Mattarellum. Lavoriamo subito, già dalle prossime settimane, per una soluzione, senza tergiversare, anche prima delle primarie. Sarebbe prezioso riprendere i collegi uninominali, base del Mattarellum. Poi c’è anche l’ipotesi di portare l’Italicum al Senato. In via generale dobbiamo garantire la governabilità e fare di tutto per garantire una democrazia dell’alternanza in grado di offrire un rapporto forte tra cittadini ed eletti».

Capitolo alleanze: con i centristi di Alfano o i Progressisti di Pisapia?
«Noi partiamo dal centrosinistra. Sono interessato a sviluppare un dialogo, prima di tutto, con Pisapia. Penso anche che sia importante la nascita di Alternativa popolare in un’area centrista con un giudizio molto severo verso Salvini e il centrodestra. La premessa fondamentale è allearsi con chi vuole unire e allargare il campo del centrosinistra, come è successo a Milano, e non dividere».

Lei è entrato in ticket con Renzi per il congresso: una spruzzatina di sinistra e basta?
«No, affatto. È l’idea di una squadra plurale che neppure le nostre due esperienze bastano a rappresentare, una proposta di cambiamento e rilancio del Pd che deve tornare a sentirsi protagonista di una fase nuova. Per noi il segretario è anche il candidato premier, ma chi legge il nostro ticket nell’ottica del trattino è fermo a dieci anni fa. Gli altri candidati hanno scelto un solo uomo per rappresentarsi. Noi abbiamo scelto una via corale».

Come sta andando il confronto a tre: teme che volino gli stracci?
«Noi siamo costruttivi, non facciamo polemiche interne».

Se il 30 aprile nessuno supera il 50% c’è il ballottaggio in Assemblea. Teme ribaltoni?
«Sono convinto che le primarie avranno un vincitore netto, Renzi, e che, da maggio, un Pd plurale e forte, dopo una sfida che avrà coinvolto migliaia di persone, saprà parlare meglio al Paese».

Bersani vuole dialogare con i 5 Stelle. Voi volete dialogare con Mdp?
«Io penso che il Pd deve dialogare con gli italiani, tutti, anche quelli che votano i 5 Stelle, ma penso agli elettori, non ai dirigenti. Il confronto tra gruppi dirigenti a Roma non coglie affatto il punto anche perché i loro comportamenti sono inaccettabili. Con Mdp non vedo dialogo possibile. Nelle città decideranno i Pd dei territori».

Il rapporto tra il Pd e il governo è sempre più faticoso…
«No, stiamo facendo un lavoro comune, sapendo che abbiamo le stesse responsabilità. Spetta a noi fare bene e al Pd arricchire di contenuti la proposta del governo. Obiettivo di tutti è sostenere una ripresa ancora faticosa, ma che c’è e che va irrobustita sostenendo la crescita e l’occupazione».

Avete tolto i voucher per paura della Cgil?
«Abbiamo fatto una scelta forte e chiara, eliminando uno strumento che si prestava a storture di ogni tipo per sviluppare strumenti alternativi che tutelino meglio i lavori accessori e intermittenti».

La Ue celebra i suoi primi 60 anni. Quale e come sarà l’Europa di domani?
«Dobbiamo passare dal Fiscal Compact all’Europa sociale e fare un salto di qualità su due fronti: più Europa politica, eleggendo anche il presidente della Commissione in via diretta, e più strumenti a tutela dei cittadini sui fronti del lavoro e dell’occupazione. Il compito del Pd dentro il Pse è anche questo».

NB: L’intervista è stata pubblicata a pagina 11 del Quotidiano Nazionale il 24 marzo 2017


Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

2. Renzi in testa nei voti nei circoli del Pd. Pronta la guerra al governo, Padoan in testa.

Ettore Maria Colombo – ROMA
«MATTEO è tornato tonico e combattivo», dicono i suoi. L’altro giorno, in segreto, Renzi ha riunito a pranzo «mezzo governo»: c’erano i ministri Delrio, Martina, Boschi, fedelissimi, e Franceschini (presenza, questa, che è una notizia da sola). Location ‘Rinaldi’, ristorante romano dietro il Quirinale, dove circolano politici e vip. Renzi si fa selfie con il ristoratore, altri commensali, e tutti a dire che, insomma, sì, «Matteo è tornato Lui…».

IERI, invece, è andato al circolo di Firenze, Vie Nuove, dove è iscritto, per votarsi. Ha scherzato e si è intrattenuto con i militanti e il segretario metropolitano, Fabio Incatasciato, accompagnato dal suo fido e barbuto tesoriere del Pd, Francesco Bonifazi. Anche lì aveva voglia di fare battute. Su Orlando, bloccato da giorni da una labirintite, ha detto: «Ohi, non me lo ammazzate!», poi ha ironizzato sul ministro Minniti, le cui politiche securitarie Renzi non ama, dicendo ai compagni «via, la prossima volta si vota lui!». I motivi di giubilo? Il caso Consip, spentosi. I primi voti reali dei circoli: in quattro giorni – sforna i dati, con il sorriso tra i denti, Lorenzo Guerini – «Renzi è al 68% (2.523 voti), Orlando al 30,3% (1.126), Emiliano all’1,9% (61)». L’affluenza è bassa, ma Renzi stravince ovunque: dall’Emilia alla Toscana con percentuali bulgare, circoli operai compresi.

Eppure, le polemiche non mancano. Emiliano attacca, duro, Orlando («un uomo buono per tutte le stagioni»), facendo infuriare gli orlandiani che gli danno dell’uomo «confuso». Poi c’è l’intervista di Martina a Qn che, nell’adombrare l’estensione dell’Italicum al Senato, solleva un vespaio. Marco Meloni, ex lettiano, dice, senza mezzi termini, che «Martina vuole solo spartirsi i capilista bloccati con Renzi» seguito da altri orlandiani e anche dai fedelissimi di Emiliano come Dario Ginefra.
Oggi l’ex segretario del Pd, sarà a Carpi (poi, in realtà, Renzi rinuncerà alla visita, ndr.) alla messa solenne per ricordare il terremoto del 2012 e la rapida ricostruzione. «Una presenza, quella di Matteo, in forma del tutto privata», spiegano i suoi, ma non pochi ci vedono la (forte e studiata) contro-programmazione al vertice dei 27 leader Ue a Roma. Tra gli «incartapecoriti leader Ue, distanti dalla gente», i pasdaran renziani mettono pure ‘l’amico’ Paolo Gentiloni. I renziani lo descrivono come «saggio e diplomatico», certo, ma anche «troppo cauto e poco energico». Renzi inciterà il governo a «fare in fretta» e «fare di più» in molti campi. Sostituire i voucher con i mini-jobs alla tedesca, per dire. Ma soprattutto, in vista del Def e della legge di Stabilità, Renzi non vuole finire infilzato come San Sebastiano e vedere il Pd schiacciato dalla propaganda di Grillo e Salvini sotto il peso delle tasse e dei tagli.
Nel mirino, per ora, sono finiti due ministri – Calenda (Sviluppo) e Padoan (Mef) –, ma le tensioni rischiano di acuirsi con Gentiloni. E il senatore Marcucci arriva a vaticinare «elezioni in autunno se Mdp continua a tirare troppo la corda e a non votare con il Pd», che poi è un modo come un altro per ottenerle, le elezioni.

RENZI, di suo, ha avvertito la Ue («ho sempre giudicato esose le loro richieste sui nostri conti, ma non è l’Europa il problema») e Padoan («sono certo che avrà la sensibilità di confrontarsi con il reggente del Pd, i capigruppo e i colleghi ministri per trovare soluzioni alla nostra portata senza alzare le tasse»): oggi a Modena e domani a Perugia – dove prenderà parte a un’iniziativa con il ministro Martina (cfr. intervista a Martina, ndr.) – tornerà a farlo in chiaro.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 25 marzo a pagina 12 del Quotidiano Nazionale
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Andrea Orlando

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando (Pd)

3. La battaglia per il congresso. Renzi davanti, gli ‘orlandiani’ polemici sull’affluenza. 
Rosalba Carbutti – BOLOGNA
MATTEO RENZI sta stravincendo il congresso. Al momento, stando ai dati del Pd, si avvicina al 70 per cento (300 circoli su 6mila). «Dati oltre le aspettative», gioiscono i renziani. Certo è che la mozione Renzi – come ha scritto il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini – ha raccolto «il 68,9% dei voti degli iscritti, segue Andrea Orlando con il 29,4% e chiude Michele Emiliano con l’1,7%». Una rivincita in grande stile per l’ex segretario? Non proprio. Negli ambienti vicini allo sfidante Andrea Orlando i dati vengono letti in tutt’altro modo. Elisa Simoni, parlamentare toscana e sostenitrice del Guardasigilli, all’Huffington Post, denuncia il calo degli iscritti e di come tra quelli rimasti «stia partecipando il 50 per cento».
CHI ha ragione? Prendendo i singoli circoli il dato dell’affluenza in valore assoluto sembra dare ragione agli orlandiani. Qualche esempio? Il circolo Andreoni, sud di Firenze, il più forte di tutta la città. Su 243 iscritti, in 104 hanno votato per Renzi, in 17 per Orlando e zero per Emiliano. Morale: ha partecipato poco più della metà degli aventi diritto al voto. Senza contare il numero degli iscritti che, nel 2013 erano oltre 400, quasi il doppio. Ed è qui il punto dolente. Un altro caso eclatante è quello dell’Emilia-Romagna. Renzi anche qui è in testa. Ma il partito è ai minimi storici, visto che ha perso un terzo delle tessere rispetto al 2013. Seguendo i dati del Pd Emilia-Romagna, sono 47mila gli iscritti del 2016 a fronte di 76mila nel 2013. Ma – fanno notare i renziani emiliani – il calo delle tessere non è un fenomeno imputabile a Renzi, visto che nel 2009 gli iscritti erano più di 100mila. Di sicuro, però, se si guardano gli ultimi dati dei circoli di Bologna e provincia, l’affluenza in valore assoluto non è confortante per i dem. A Casalecchio di Reno, circolo Tina Anselmi, dove gli iscritti sono 335, ha votato solo un terzo degli aventi diritto (115 votanti, 97 consensi per Renzi). Stessa situazione al circolo Enrico Giusti di Bologna: 34 votanti su 91; al circolo 2 Agosto (quartiere Porto) 27 su 50; al Reno 49 su su 93; in Valsamoggia, circolo di Bazzano, 35 su 57; a Minerbio hanno votato solo 31 su 190. In Piemonte il trend è lo stesso. A Carpignano Sesia su 43 iscritti hanno partecipato al congresso in 27; a Dronero la metà degli aventi diritto ha disertato, a Premosello sui 13 iscritti, hanno votato in 5. Insomma, stando a questi numeri, circolo per circolo, sembra un congresso per pochi intimi.
Ma secondo Guerini (e i renziani) l’affluenza va calcolata in valori percentuali. «Il congresso del Pd del 2013 – spiega Guerini su Facebook – a fronte di 535.959 iscritti al partito vide una partecipazione di 296.645 con un tasso finale di partecipazione pari al 55,35%. Questa sera (ieri, ndr), dopo cinque giorni di congresso 2017, ha partecipato alle convenzioni di circolo il 60,7% degli aventi diritto. Altro che flop!».
CERTO la consultazione non è finita, ma i renziani stimano che la partecipazione degli iscritti al congresso sarà, in termini percentuali, lievemente maggiore rispetto al 2013 (dove, fanno notare, si votò anche per i segretari dei circoli e i segretari provinciali). Ma al di là della guerra di cifre e di come si legga l’affluenza al congresso Pd 2017, resta un dato inequivocabile: il calo degli iscritti. Erano oltre 535mila nel 2013, a distanza di tre anni, sono 430mila. Centomila iscritti in meno in tre anni. Chiunque diventerà segretario del Pd dovrà tener conto di quest’esodo.
(Articolo di Rosalba Carbutti uscito sul Quotidiano Nazionale a pagina 13 del 26 marzo)
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NB: Aggiornamento dati  fonte redazionale da Quotidiano Nazionale del 27 marzo 2017. 

A UNA settimana dall’avvio del voto tra gli iscritti, i risultati premiano Matteo Renzi. L’ex leader ha raccolto 12.367 voti (69.36%), Orlando 4.982 (27.94%) ed Emiliano 480 (2.69%). Numeri che nessuno dei tre partecipanti contesta mentre fa discutere la partecipazione: i sostenitori dell’ex leader parlano di affluenza al 61%, 5 punti sopra il 2013, mentre il portavoce della mozione Orlando, il napoletano Marco Sarracino, parla di una partecipazione inferiore al 50% e interroga il partito chiedendo i dati ufficiali.

Renzi vince con 45 voti il congresso della Bolognina, la storica sezione del partito dove Achille Occhetto avviò  la svolta del Pci. Nel 2017, invece, vinse Gianni Cuperlo. Altre vittorie renziane in alcuni luoghi-simbolo per la sinistra sono nei circoli ‘operai’ di
Pomigliano d’Arco, Mirafiori, Hitachi di Pistoia e polo siderurgico di Piombino. Infine, pesa anche la vittoria di Renzi a La Spezia, patria del Guardasigilli Orlando, mentre Emiliano, a oggi inchiodato a numeri bassissimi, vince solo i congressi nei circoli di Chieti e Cosenza.

 

Legge elettorale, Berlusconi ‘sonda’ Renzi per il premio alla coalizione. Lo scontro a tre sulle primarie si infiamma

1. Legge elettorale. Berlusconi manda Gianni Letta in ‘ambasciata’ al Pd di Renzi: vuole il premio alla coalizione, ma per ora la risposta è picche: ‘Si parte dal Mattarellum’. 
berlusconi

Silvio Berlusconi quando era ancora in Senato

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Il Cavaliere – spiegano fonti azzurre qualificate – ha dato un mandato esplorativo a Gianni Letta per chiedere al Pd di Renzi  di trovare un compromesso sulla legge elettorale e per introdurre, al posto del premio alla lista, il premio alla coalizione”. Il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini, teorico destinatario della richiesta, nega di averla ricevuta. Si limita a confidare a un amico che “quando e se mai ci faranno una proposta, la valuteremo” e a ribadire – come fa anche, sempre parlando con dei colleghi, il capogruppo alla Camera, Ettore Rosato – “che la nostra posizione è chiara: per noi si parte dal Mattarellum”. Con una postilla non di poco conto, sia pure non ufficiale: “Per noi il premio alla lista non si tocca, mica vogliamo allearci con D’Alema e neppure con Alfano…”.

La trattativa, così, sembra finita ancora prima di iniziare, ma sottotraccia il lavoro continua. L’esame della legge elettorale giace, per ora, nei cassetti della I commissione Affari costituzionali della Camera (ben 29 le proposte, l’ultima è di Pino Pisicchio, capogruppo del Misto, giusto perché non manchi nessuno) e – spiegano dal Pd – “di portare il dibattito in Aula non se ne parla prima di aprile”. Eppure, Berlusconi – tornato al centro della scena politica – ha riscoperto interesse per un tema che, di solito, lo annoia. Infatti, se il centrodestra (FI+Lega+Fd’I) sta per ricomporsi, la legge elettorale è cruciale per decidere se la nuova alleanza avverrà sotto forma di un ‘listone’ unico o di una ‘federazione’ di più partiti. Oggi, con l’Italicum alla Camera e il Consultellum al Senato, le coalizioni non sono previste e il premio (al 40%) incentiva i ‘listoni’, ma se passasse il premio alla coalizione “Berlusconi eviterebbe – spiega un suo uomo – di cedere posti e sovranità a Salvini”. Il Cav – che già dialoga con profitto, e da tempo, con il ministro Franceschini (favorevole al premio alla coalizione) e con Emiliano – ora vuole parlarne pure con il Pd renziano. Magari in cambio del ‘livellamento’ in alto (al 5%) delle attuali soglie di sbarramento (3% Camera, 8% Senato). Una proposta, quella di livellare le soglie, che, ‘ammazzando’ gli scissionisti di Mdp, potrebbe di molto ingolosire Renzi e il Pd.

Solo che, nel Pd, c’è chi ha fretta e chi no, sulla legge elettorale, a seconda del candidato. Emiliano, di solito, sul tema non si pronuncia, se non per ribadire il suo no alle liste bloccate. “Se ne parla dopo le primarie”, dicono, invece, i pasdaran dell’ex premier. “Il Mattarellum non ha i voti per passare, serve una proposta nuova del Pd alle Camere e una legge che preveda un premio alla governabilità”, dice invece il ministro Andrea Orlando. Gli ‘orlandiani’ rilanciano, chiedendo al Pd di “fare presto”. I renziani prendono tempo e si limitano a far notare che “Orlando, lo scorso dicembre, in Assemblea nazionale, ha votato il ritorno al Mattarellum”, ergo “ora si contraddice perché cerca i voti degli ulivisti”, in vista delle primarie. E, guarda caso, ieri sera, dagli studi diPorta a Porta, Enrico Letta, ha detto che “il proporzionale equivale alla palude, l’Italicum è incostituzionale, bisogna fare una nuova legge elettorale”. Mancava solo dicesse ‘premio alla coalizione’ e la linea di Orlando era sposata in pieno. Parole che, forse, pure Romano Prodi condividerebbe.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 21 marzo 2017 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale. 
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2. Pd senza pace: Bettini ospita il confronto tra gli sfidanti ma si presenta solo Orlando. Intanto, alla Camera, accelera la legge sulle toghe in aspettativa detta “anti-Emiliano”.
Consiglio dei ministri sulla legge di Bilancio

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando a margine di un Consiglio dei ministri

Ettore Maria Colombo – ROMA
IN UN sonnacchioso sabato romano i candidati alla segreteria del Pd decidono di tirare di fioretto. Sarà che l’ospite è Goffredo Bettini. L’antico mentore di Rutelli e Veltroni, ideatore del ‘modello Roma’, oggi è lontano da ruoli attivi, ma vuole dire la sua. In splendida forma fisica – è pure dimagrito – Bettini, che tifa apertamente per Orlando, ha convocato l’Assemblea nazionale di quel Campo democratico che governa in mezzadria e bonomia con il renzianissimo Sandro Gozi, in via Rieti, ma deve aver chiesto, a tutti e tre, un volemose bene. In verità, su ben tre candidati si presenta solo il ministro Orlando.PER CONTO di Michele Emiliano parla il pugliese Dario Ginefra. Venendo dalla sinistra postdiessina, ci prova con la mozione degli affetti: tira stoccate a Renzi e Orlando, ma non infiamma la platea, che peraltro è tutto tranne che oceanica. Intanto, alla distanza, i sostenitori della mozione Emiliano attaccano le modalità con cui la Rai sta seguendo la campagna congressuale, denunciando, a loro giudizio, l’eccessiva presenza di Renzi in tv. E invocano, come soluzione, una par condicio tra i tre candidati segretari.

A NOME dell’ex premier interviene il capogruppo alla Camera del Pd, Ettore Rosato, ormai divenuto un pretoriano di ferro del renzismo: attacca Grillo a testa bassa e loda il Pd, «il solo partito che fa dibattiti interni e che fa le primarie». Poi, fuori sacco, dice papale papale che «la legge sul divieto ai magistrati di fare politica non solo la incardineremo assai presto, subito dopo quella sul fine vita» ma anche che «la vogliamo approvare in pochi mesi». All’ex pm Emiliano saranno fischiate le orecchie, ma Ginefra è già ripartito.

Tocca al ministro (della Giustizia, appunto) Orlando, il più applaudito. Tutto il Lazio sta con lui, da Bettini al governatore Zingaretti, mentre Renzi a Roma si è dovuto affidare all’ex veltroniano Roberto Morassut e alla moglie di Franceschini, Michela De Biase, capogruppo in Campidoglio, ed Emiliano ricorrere all’ex dalemiano Umberto Marroni. Certo, nei sondaggi Orlando – che pure surclassa Emiliano (20% contro 18% per Scenari politici) – vede un Renzi ad oggi inarrivabile con il suo oltre 62%. L’ex premier tra l’altro ritiene che supererà il 50% anche nel voto tra gli iscritti mentre nel 2013 prese il 44% contro Cuperlo.
Ma se contano, come contano, i buoni rapporti nei salotti buoni, ieri Orlando ne ha azzeccata un altra. A Milano, prima ha riempito con trecento persone la Fondazione Feltrinelli, luogo mitico della sinistra comunista e radical chic meneghina, poi si è intrattenuto per mezz’ora nell’abitazione privata dell’attuale sindaco milanese, Beppe Sala. Non senza aver lodato e imbrodato il ‘modello Milano’ di Sala oggi e, soprattutto, di Pisapia fino a ieri. «Il colloquio è stato ad ampio raggio», dicono i suoi. Certo, il feeling appare buono e gli ‘orlandi’ sperano che Sala – come e, forse, dopo Romano Prodi, che sarebbe il colpaccio, ed Enrico Letta – si produca in un endorsement per il loro paladino. Invece, a palazzo Marino si dice che «nonostante i pessimi rapporti che ormai ha con Renzi, alla fine il sindaco si schiererà con lui, ma lo farà così tardi e così male che Renzi si arrabbierà con lui molto e comunque».
TORNANDO a Roma, Orlando ha criticato la scelta del ticket con Martina fatta da Renzi (ne è seguita una polemica tra i due coordinatori delle due mozioni: Martella per Orlando, Guerini per Renzi) bollata da «ritorno al centrosinistra col trattino», si è scagliato contro «il partito delle correnti» (ma pure lui le ha), contro «le scissioni silenziose» dei militanti e ha rivendicato «l’europeismo» del suo Pd contro le ventate di anti-europeismo (quelle di Renzi, of course). Anche lui, però, che è ministro della Giustizia è a favore della proposta Migliore sui magistrati in politica, senza dire del fatto che sta per incassare, dopo anni di tribolazioni, la riforma del processo penale e delle intercettazioni.
NB: Questo articolo è stato pubblicato il 19 marzo a pagina 13 del Quotidiano Nazionale.

Renzi, patto di ferro con 5 Stelle e Lega: Italicum anche al Senato, poi il voto

Renzi Grillo Berlusconi

Renzi, Grillo e Berlusconi.

Ettore Maria Colombo
ROMA
COLLOQUI – Riservati, riservatissimi, tenuti segreti per settimane – con il leader della Lega, Matteo Salvini. Chiacchierate in Transatlantico tra gli emissari più fidati dell’ex premier, a partire da Ettore Rosato, e gli  omologhi grillini (Toninelli, Di Maio, Di Battista).
Matteo Renzi, mentre tutti guardavano il dito (il congresso, da anticipare o tenere a scadenza naturale, la scissione di D’Alema e, forse, di Emiliano e, forse, di Bersani, il freno tirato di forzisti e centristi sulla strada delle urne), puntava alla Luna. E così, con una mossa assai spregiudicata e che farà discutere a lungo, ha fatto quella che un grande vecchio della sinistra italiana, Vittorio Foa, definì «la mossa del cavallo»: muovere in avanti, sulla scacchiera, per ‘mangiare’ a destra o ‘a sinistra’, a seconda dei punti di vista.
Accordarsi con i suoi nemici di sempre, anzi: i più accaniti (Grillo, Salvini, Meloni), per ottenere le urne al massimo entro il mese di giugno con scioglimento delle Camere entro fine marzo. Ieri – complice un articolo del quirinalista del Corsera, Marzio Breda, che intimava il prevedibile alt del Quirinale alla fretta renziana di correre alle urne senza armonizzare le due, diverse, leggi elettorali uscite da due, diverse, sentenze della Consulta sui diversi sistemi elettorali di Camera e Senato (l’Italicum rimaneggiato dalla Consulta il 14 gennaio scorso e il Consultellum, desunto dal Porcellum, nel 2014) – ha deciso che il dado era tratto. Si è chiuso coi suoi più stretti colonnelli, per tutto il giorno, al Nazareno (Guerini, Rosato, Zanda e pochi altri) e ha dato ‘luce verde’ finale all’accordo impossibile.

STA per nascere, infatti, il ‘Legalicum’, come lo chiamano, da mesi, i pentastellati. Ovvero, come dicono invece i renziani, l’estensione al Senato delle norme elettorali in vigore per la Camera: un Italicum senza ballottaggio, fatto di liste (o ‘listoni’) senza coalizioni e un’unica soglia di sbarramento, valida per tutti i partiti, alla Camera come al Senato.
Il dibattito parlamentare per scrivere una nuova legge elettorale inizierà, nell’Aula della Camera, il 27 febbraio. La data, in realtà, è ancora sub judice: manca ancora l’esame della commissione Affari costituzionali, ma anche quello potrebbe saltare, a maggioranza, e andare dritti per dritti in Aula. Non a caso, è stato stabilito anche il contingentamento dei tempi di discussione in Aula. Un elemento decisivo che poteva essere approvato solo nella giornata di ieri e, cioè, prima di stabilire il calendario d’Aula di febbraio, unica sede utile per stabilire il ‘contingentamento’ dei tempi di discussione, obbligatorio per fare in fretta. Non è neppure escluso un decreto legge e neppure una fiducia ‘tecnica’ messa dal governo “ma solo se tutti i partiti, o meglio la loro larga maggioranza, saranno d’accordo” si premura di mettere le mani avanti un renziano che ha seguito da vicino l’intero dossier.

La svolta di pura, ma necessaria, tecnica parlamentare  che sancisce l’accordo politico raggiunto tra tre partiti lontanissimi tra loro, arriva a tarda sera con un voto deciso a maggioranza (Pd-M5S-Lega a favore; FI, Sel-SI e Misto contrari) alla fine della conferenza dei capigruppo di Montecitorio e dietro esplicita richiesta dei grillini. Durante la riunione dire che sono volati gli stracci è dire poco, ma è solo un antipasto di quello che succederà, a breve, in Aula. Lo testimoniano le parole dei capogruppi contrari e pure del tutto ignari del complotto ordito alle loro spalle. Per Arturo Scotto (Sel) «è nato l’asse dell’avventura», Renato Brunetta (FI) parla di «comportamento inaccettabile del Pd», solo maurizio Lupi (Ncd) si limita a parlare di «forzature». La verità è che sta per nascere una legge che colpirà al cuore soprattutto FI, la quale sarà costretta presentare liste uniche con Lega e Fd’I, annacquandosi in esse. Il capogruppo dem, Ettore Rosato, parla come chi ha il pesce già in bocca: «Ho rassicurato i miei colleghi che tentavano di diluire i tempi. Per noi non è che il giorno che si approva la legge, poi bisogna andare a votare, ma da quel giorno sarà possibile. Servono solo piccoli aggiustamenti». Luigi Di Maio (M5S) esce dallo studio della Boldrini e dice trionfante: «Entro la metà di marzo la Camera può approvare la legge elettorale e, a quel punto, il Senato in pochi giorni non dovrà far altro che ratificarla».

QUESTO è un po’ meno vero: tra i ‘piccoli’ aggiustamenti, oltre quelli ovvi (doppia preferenza di genere, via l’assurdo sistema del sorteggio stabilito dalla Consulta, dimensione diversa dei collegi senatoriali, capolista bloccati da estendere anche al Senato) non è ancora chiaro se sono previsti due punti cruciali per la sopravvivenza di molti partiti, specie i più piccoli: la possibilità di creare liste e/o coalizioni e le soglie di sbarramento. Il sistema oggi in vigore per il Senato prevede la possibilità di dare vita a coalizioni, ma l’asse Pd-Lega-M5s punta a consentire solo la presentazione di listoni come accade alla Camera. Le soglie di sbarramento al Senato sono assai diverse (20% le coalizioni, 8%, le liste singole) ben più alte dell’unica della Camera (3%): potrebbe essercene una sola, la più bassa, di soglia di sbarramento per permettere a tutti i partiti, anche i piccoli, di correre. Una cosa è certa, un dato di fatto è blindato, come una regola aurea: ci saranno i capolista bloccati perché quelli li vogliono tutti, dal Pd di Renzi a FI, da Lega a M5S, da Ncd agli altri.
E Renzi? «Basta alibi» ripete come un mantra, soddisfatto, quasi euforico, «ora dobbiamo occuparci di Trump e della Ue, non di collegi». Infatti, come dice in un sms inviato alla trasmissione di Floris su La7, Di Martedì, «per me votare nel 2017 o nel 2018 è lo stesso, ma sarebbe grave, ingiusto e assurdo far scattare i vitalizi a settembre. Sarà fondamentale, invece, farsi sentire con molta forza dall’Europa, specie sui vincoli di bilancio e austerity», aggiunge, con toni che ricordano quelli grillini o dei ‘sovranisti’. Populismi di destra, grillini e di sinistra: si giocherà intorno a questi tre poli la prossima campagna elettorale.

NB: L’articolo è stato pubblicato il I febbraio 2017 a pagina 9 del Quotidiano Nazionale. 

Il patto segreto Renzi-Berlusconi: un Italicum ‘mascherato’ ed elezioni il prima possibile

berlusconi

Silvio Berlusconi quando sedeva al Senato

STA per nascere l’«Italicum mascherato»? Un sistema elettorale mezzo Italicum, mezzo proporzionale? Se ne parla da giorni al Nazareno, dove lo chiamano «il patto del Diavolo». Un ‘Nazareno 2.0’ stipulato, a breve, tra gli stessi contraenti del ‘Nazareno 1.0’, Renzi e Berlusconi, ma con obiettivi assai diversi dall’originale: per Renzi sarebbe l’assicurazione che la legislatura verrà interrotta assai prima della scadenza naturale (febbraio 2018) e che si voterà a giugno; per il Cav la polizza è già più impalpabile.
Vaghe rassicurazioni (e pressioni) sul governo Gentiloni affinché non si costituisca contro il ricorso dei legali del leader di FI che ne chiedono la riabilitazione presso la Corte europea di Strasburgo e, in rapida successione, il voto favorevole del Pd quando, prima o poi, il Parlamento si ritroverà a votare sulla legge Severino sempre ai fini dell’applicazione della sentenza di Strasburgo, altrimenti essa non avrebbe effetti giuridici e Berlusconi resterebbe incandidabile. Poi, certo, il sostegno del governo Gentiloni nel braccio di ferro Mediaset-Vivendi. Stop alle sanzioni con la Russia, nomine di enti pubblici da concordare. Ma la merce di scambio sa farsi anche concreta, se Renzi vuole e come il Cavaliere sa bene.

ED ECCO che un Renzi ringalluzzito, che a Roma si sta cercando pure casa (palazzo Chigi non c’è più, la soluzione di scendere in albergo, di solito quello vicino alla stazione Termini, è stata scartata), ieri pomeriggio è andato a trovare Gentiloni al Gemelli («tra i due la sintonia è perfetta», dicono fonti di governo e ribadiscono fonti del Nazareno) e lì è rimasto per un’ora, poi ha avuto raffiche di incontri al Nazareno: Zanda (per i numeri al Senato), Cuperlo (per ‘aprire’ a sinistra), il ‘solito’ Guerini, sempre più calato nel suo ruolo di «numero due» del Pd. L’ex segretario dei Ds ed ex sindaco di Torino, Piero Fassino, e il ministro all’Agricoltura Maurizio Martina avranno un ruolo, nella nuova segreteria, dove entreranno lo scrittore Carofiglio e vari sindaci (Bonajuto, Palazzi, Falcomatà, Ricci, etc.), ma non l’Organizzazione, che resterà in capo a Guerini. Infine, Renzi si è preparato per un’intervista sulle «Ragioni della Sinistra» che darà oggi a Ezio Mauro per Repubblica. A Guerini e Zanda, però, resta il compito più arduo. Far arrivare, via Paolo Romani e Gianni Letta, un sms al Cavaliere, che di Renzi non si fida più e da tempo: «Preferisci l’uovo oggi (una legge elettorale concordata e seria, ndr) o l’incerta gallina (una legge elettorale ‘minacciosa’, nei tuoi confronti, ndr) domani?». La cosa curiosa è che Berlusconi ci sta pensando, stavolta, e sul serio. Specie dopo che, spiega l’autorevole fonte del Nazareno, «gli abbiamo recapitato due messaggi: con il proporzionale puro non governa nessuno, neanche tu, e neppure con la grosse koalition, dopo le elezioni; se vuoi avere la certezza di poterti scegliere i parlamentari, solo noi, che abbiamo uguali ‘problemi’ in casa nostra (leggi: la minoranza del Pd, ndr), siamo la tua unica garanzia di avere le liste bloccate».

ECCOLO, dunque, il «patto del diavolo». Premessa metodologica: non si possono «fare i conti senza l’oste». Bisogna aspettare, cioè, che la Consulta (udienza il 24 gennaio, sentenza non prima del 10 febbraio) si pronunzi. Poi, serve che la Consulta ritagli, dall’Italicum, la legge elettorale in vigore solo per la Camera dal I luglio 2016, un sistema di base proporzionale, senza il ballottaggio (e, forse, senza le multi-candidature, di certo senza i capolista bloccati), ma tenga intatto il premio di maggioranza al 40%, da assegnare però al primo turno, o meglio turno unico. Ne risulterebbe un sistema proporzionale sì (anche l’Italicum lo è, persino il Porcellum lo era…), ma con soglie di sbarramento alte e da limare in Parlamento («in un mese e mezzo ce la si fa», assicurano al Nazareno mentre altri sono assai più scettici). La proposta del ‘patto del Diavolo’ fatta a FI, e scritta pure già nero su bianco, da parte dei democrat, sulle soglie di sbarramento è questa: l’8% al Senato, ma il 5% alla Camera per i partiti che corrono da soli, mentre le soglie scenderebbero al 4% al Senato e al 2,5% alla Camera per i partiti «coalizzati», che corrono in una coalizione.
E, soprattutto, nel Patto, c’è un premio di maggioranza «variabile»: non più «fisso» come nell’Italicum (55% di seggi, pari a 340 deputati), ma 55% dei seggi con il 40% dei voti, meno del 55% se prendi meno e via a scalare con un premio che ‘scende’ dal 15% al 5%. Infine, niente preferenze, ma liste ‘corte’, come nel sistema spagnolo, o collegi maggioritari «grandi», non come nel Mattarellum, ma come nel Senato della Prima Repubblica. L’obiettivo è identico: poter sapere chi verrà eletto, riuscendo a controllare le proprie truppe parlamentari. Desiderio e volontà care a Forza Italia come al Pd di Renzi.
I possibili intoppi, sulla strada del «patto del Diavolo», però, sono tanti. Uno per tutti: Renzi non è più premier, Berlusconi non controlla più la coalizione di centrodestra.

NB: questo articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 14 gennaio 2017. 

Due pezzi (difficili) sull’Assemblea del Pd e i nuovi equilibri interni ai democrat. Le mosse di Renzi e quelle degli altri big

>>>ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO

Pubblico qui, anche se a scoppio ritardato, due articoli sull’Assemblea Nazionale del Pd che si è tenuta domenica scorsa, 18 dicembre. Domani, mercoledì 21 dicembre, Matteo Renzi riunirà i segretari provinciali e regionali al Nazareno e varerà la nuova Segreteria nazionale del Pd. Probabili diversi nuovi innesti: si parla dell’ex sindaco di Torino (Piero Fassino), del sindaco di Mantova, Mattia Palazzi, di altri dirigenti locali (il sindaco di Pesaro, Matteo Ricci, e il governatore dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini) e, probabilmente, di un forte avvicendamento con nomi che non hanno ben figurato o che sono rimasti del tutto inerti (Capozzolo, Covello, Paris, Braga) mentre alcuni super-renziani (Carbone, Ermini) potrebbero essere sostituiti per fare posto a esponenti di altre aree del partito, dai Giovani Turchi all’area Martina fino all’area di Cuperlo, mentre di certo la minoranza bersaniana non entrerà nel nuovo organismo diretto da Renzi. Qualche incertezza anche sul ruolo dei due attuali vicesegretari nazionali: Deborah Serracchiani, attuale governatore del Friuli, contestata molto anche a casa sua, e Lorenzo Guerini (inamovibile, nonostante qualche voce malevola si sia levata anche contro di lui, perché vero ‘numero 2’ del Pd). 

  1. Il congresso del Pd slitta a fine anno. Renzi: “Al voto subito, anche senza primarie”. La strategia del leader: Avete voluto così, ma le liste le faccio io… 

MATTEO Renzi ha una strada sola, davanti a sé: votare subito, nel più breve tempo possibile. Ecco il perché di quattro mosse, da parte sua, e studiate in quattro tempi. Prima mossa, dai tempi lunghi. Niente congresso anticipato, che si farà a scadenza naturale (ottobre-novembre 2017). «A quel punto – dice con un ghigno uno dei suoi  uomini– si può candidare chi vuole, anche Andrea (Orlando, ndr.) se vuole, vedremo chi ha più filo da tessere, ma la sinistra interna si sarà già messa fuori gioco. Perché le liste, se si va al voto anticipato, le farà Matteo. Se Bersani&co. avessero accettato il congresso subito – spiega il pasdaran – avrebbero avuto diritto ai loro posti, parecchi, così chi può dirlo: quien sabe?».

SECONDA mossa, tempi medi. Primarie di coalizione per scegliere il candidato premier del centrosinistra, magari in competizione (leale) con il ‘campo progressista’ che hanno lanciato ieri, da Bologna, Giuliano Pisapia e altri sindaci di centrosinistra? Forse, si vedrà. Il bagno di popolo che Renzi pure sognava dalla caduta del suo governo (“Voglio almeno due milioni di voti, alle primarie”, Prodi nel 2005 ne prese quattro) è tornato sub judice. Non è più sicuro, il segretario dem, di volerle, le primarie: «Dipende, vedremo, non voglio impiccarmi a nessuna formula» – dice ora. «Dipende quale sarà la legge elettorale», taglia corto: «Se c’è il maggioritario è un conto, se c’è il proporzionale un altro». Sottotesto: se c’è il proporzionale, non serve nemmeno farle, le primarie, per candidarsi.
Terza mossa, tempi brevi: la nuova legge elettorale. È dirimente, e Renzi lo sa, sia per il suo personale destino sia per la durata stessa della legislatura: si scioglierà presto o no? Gentiloni dura o no? Gli altri big del Pd seguiranno davvero Renzi nel suo tentativo di portare il Paese a elezioni immediate prima che la legislatura vada a compimento, a febbraio 2018, come previsto? Sono questi i veri interrogativi che si pone l’ex premier, anche perché Renzi vorrebbe andare  al voto “entro aprile, al massimo ai primi di giugno”.

«Noi proponiamo il Mattarellum, ha la firma del Capo dello Stato – scandisce Renzi, con voce ferma, dal palco durante la sua relazione introduttiva. Dopo, con i suoi aggiunge: «Vedremo chi ci sta. Io voglio stanarli tutti, da Forza Italia alla Lega ai Cinque Stelle, così sarà chiaro chi non vuole cambiare il sistema elettorale, chi è affezionato alla palude del proporzionale». E qui parla chiaramente dei Cinque Stelle. Insomma, o passa il Mattarellum – naturalmente, ragionano i suoi, «non nella versione originaria, quella 75% di maggioritario e 25% di proporzionale, perché qualcosa a Berlusconi andrà concessa»: la mediazione sarebbe il Verdinellum, 50% collegi, 50% di proporzionale, ma a liste bloccate – oppure, in ogni caso, si va a elezioni anticipate, il prima possibile. «Con la legge che uscirà dalla sentenza della Consulta – spiega Renzi – li voglio vedere, soprattutto i partiti più piccoli, dover votare con il Consultellum e le soglie di sbarramento alte che impone quella legge, specie al Senato, sarà un piacere». Perché il vero obiettivo di Renzi sempre quello resta: «urne tra fine aprile o, al massimo, a metà giugno», ragiona. Anche perché, se Renzi perde quella finestra elettorale, si porrebbero di mezzo due ostacoli troppo grossi da affrontare anche per lui: il referendum sul Jobs Act della Cgil (a giugno), che slitterebbe solo se ci fosse il voto anticipato, e una legge di Stabilità (a ottobre) che sarà ‘lacrime e sangue’ perché, spiega l’ex premier, «chi oggi governa la Ue non ci concederà più nulla».

QUARTA mossa, tempi rapidissimi. Riorganizzazione del partito, il Pd. Il 21 dicembre riunione dei segretari provinciali e regionali, il 28 dicembre nuova segreteria (entreranno dei sindaci ed esponenti dei territori, un ruolo potrebbe averlo Martina, un altro Nannicini, uno Bonaccini), il 28 gennaio mobilitazione di tutti i circoli sul territorio, il 28 gennaio la tanto richiesta (dai big) ‘conferenza programmatica’. Strumento, il Pd, che Renzi – il quale non farà tour in solitaria, ma una «campagna di ascolto del Paese», a gennaio –vuole rivitalizzare e perciò resterà nelle mani sapienti dell’attuale vicesegretario, Lorenzo Guerini, per affrontare una breve ma dura campagna elettorale. Il vero obiettivo di Renzi.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 19 dicembre a pagina 2 del Quotidiano Nazionale. 

2. I colonnelli si smarcano da leader. Nasce il tridente Orlando-Franceschini-Martina. Dubbi sul ritorno al Mattarellum e toni soft con la sinistra. Ticket Speranza-Emiliano. 

<<MA IO posso votare anche senza la delega, Matteo?». «Certo, Matteo, sei il segretario…». Il dialogo, bisbigliato, si svolge alla fine dei lavori dell’Assemblea nazionale. Si sta per votare sulla relazione del segretario e Matteo (Renzi) chiede, quasi intimidito, a Matteo (Orfini), che i lavori li presiede, se, appunto, può votare sulla (sua) relazione. Sta tutto in questa piccola scenetta la trasformazione del Pd di Renzi. Dal Renzi «1.0», quello del ‘ghe pensi mi’, del ‘ghe fasi mi’, sul partito, oltre che sul governo, al Renzi «2.0». Quello che, dopo quattro anni di guida in solitaria, deve condurre il Pd in terra incognita. Quella della co-reggenza con gli altri capi-corrente del partito, i big.

IL RISULTATO del voto in Assemblea nazionale parla, paradossalmente, assai chiaro: 481 voti a favore sulla relazione del segretario, solo due voti contrari, 10 astenuti e la minoranza – i bersaniani per non dover votare contro il Mattarellum e i cuperliani perché volevano il congresso – che non partecipa al voto. A occhio paiono tanti, ma non lo sono. In Assemblea nazionale, organismo elefantiaco (mille membri, poi ce ne sono altri 150-180 membri ‘di diritto’ tra parlamentari, dirigenti locali, personalità fondative del Pd, la cosa un po’ ridicola e un po’ assurda è che nessuno sa mai darti il numero esatto: il Pd avrebbe dovuto modificare, dimezzandoli radicalmente, la composizione dei suoi organi dirigenti, dall’Assemblea nazionale alla Direzione, una commissione interna ci ha lavorato un anno, ma non se n’è mai fatto più nulla, vorrà dire che il lavoro tornerà buono per la prossima volta), serve il 50,1% dei voti (500 delegati, nel senso di persone fisiche presenti, e più) se si vuole cambiare lo Statuto. E la maggioranza Renzi la può ottenere solo se regge il ‘patto di sindacato’ con le tre aree maggiori della maggioranza interna: Area dem (Franceschini), Giovani Turchi (retti da una diarchia, Orfini e Orlando) e Sinistra è cambiamento (Martina). Senza dire del fatto che la minoranza ha già fatto di calcolo, calcolatrice alla mano: “Le percentuali di membri dell’Assemblea nazionale sono state fatte sui voti all’ultimo congresso (2012: Renzi batté Cuperlo con il 68% contro il 18%, 14% andò a Civati, ndr) . Come minoranza avevamo 300 delegati, un terzo dell’assemblea, poi se ne sono andati i Giovani Turchi e l’area di Martina, quindi siamo rimasti con 200-230 delegati al massimo, ma Renzi non ne ha presi nemmeno la metà di mille avendone sulla carta oltre 950…”. I conti della minoranza si traducono così: Renzi, da solo, non può cambiare alcuno Statuto.

NON a caso, ieri, tutti e tre i capi-corrente, oltre a molti altri big (Fassino, Epifani) hanno fatto a gara per andare sul palco. Franceschini ha preso la parola subito: si è detto, certo, «d’accordo con Renzi», ma se c’è stato uno che lo ha fatto desistere dal proposito di fare il congresso anticipato è stato lui. Inoltre, ha detto chiaro che «non dobbiamo regalare Forza Italia a Salvini» e che se la legge elettorale è proporzionale, «con FI bisognerà dialogare».

SOLO il ministro Delrio e altri renzianissimi (Ascani, ecc.) hanno chiesto a gran voce il voto anticipato, gli altri hanno lodato il governo (ma quello seduto in prima fila in platea, Gentiloni…) e hanno detto che, insomma, ‘c’è tanto da fare, nei prossimi mesi’…. Martina ha fatto un lungo ragionamento sul partito, da ‘vice’ in pectore, criticando, sia pur se con toni soft, la sinistra interna: «Non vedo Golia dentro il Pd, li vedo fuori. Qui siamo tutti Davide», replica a Speranza che aveva detto «io mi candido a Davide contro Golia».
La minoranza bersaniana era, ovviamente, inviperita contro l’intemerata di Giachetti (quell’avete la «faccia come il culoooo» di Speranza che ha indispettito il segretario perché l’uscita del suo fedelissimo rovina la pax nel partito e la presunta nuova fase zen): si è limitata a dichiarare, a margine dei lavori, che il congresso va fatto «nei tempi stabiliti», «il governo deve fare tante cose», ecc. Speranza lavora a un ticket, per il congresso, con il governatore pugliese Emiliano, e rifiuta ogni scenario di voto anticipato, mentre da fuori – ormai – dal Pd D’Alema vorrebbe solo Emiliano, ma candidato premier.
Cuperlo ha chiesto il congresso subito, ma la sua è un’opposizione che i bersaniani già chiamano, con disprezzo, ‘di sua Maestà’: in caso di primarie, lui appoggerà Pisapia.

L’INTERVENTO più atteso era, però, quello del ministro Orlando (sponsorizzato da Giorgio Napolitano) che molti – nella minoranza e non solo – già vedono (o sperano di ritrovarsi), come candidato anti-Renzi, anche se il prossimo congresso si farà a scadenza naturale. Il ministro ha fatto un intervento calibrato, accorto, tutto incentrato sul partito e le ragioni della ‘Sinistra’, ma, in cauda venenum, ha espresso «seri dubbi>>, guarda caso, sul Mattarellum, come Franceschini. I guai interni, per Renzi, se ci saranno, verranno da lì.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 19 dicembre 2016 a pag. 5 di Quotidiano Nazionale. 

Pd, intesa tra big per il governo Gentiloni e congresso anticipato a marzo ma Renzi punta anche al voto anticipato

Renzi parla all'Assemblea naz Pd

Renzi parla all’Assemblea nazionale del Pd (Roma)

SE NON FOSSE per un particolare importante e non di poco conto – «Matteo non decide più nulla da solo! Ora deve e dovrà concordare tutto con noi, chiaro?! Mettetevelo in testa anche voi giornalisti!», come sbotta un franceschiniano ancora incredulo all’idea che il suo capo-corrente abbia ‘ceduto’ il passo a Renzi – si potrebbe dire che il premier dimissionario, ma ancora saldamente segretario Pd, stia per vincere «game, set, match».
Incredibile a dirsi, ma il «patto di sindacato» interno al Pd stretto tra il segretario e i big di maggioranza (Franceschini, Orfini-Orlando, Martina) _ patto che sembrava sul punto di rompersi in mille pezzi – non solo regge, ma sta per trovare una nuova formula, quella del rilancio almeno per buona metà del prossimo 2017, ma aggiornata: Renzi 2.0+tutti gli altri.

INFATTI, il «patto di sindacato» che sta per portare il ministro uscente, Paolo Gentiloni, ‘nativo’ Pd, liberal e democrat, al governo, è stato stretto tra i renziani (50 parlamentari, non uno di più, ma il 57-60% dei componenti dei membri della Direzione nazionale) e le tre principali aree di maggioranza – non ‘renziane’ ma neppure ‘anti-renziane’, diciamo ‘a-renziane’ del Pd: i 60 Giovani Turchi guidati da una diarchia tra il presidente Orfini («Matteo è un togliattiano e come Togliatti sarà leale, fino alla fine, con Badoglio…», tira un sospiro di sollievo un renziano doc) e il ministro Orlando (assai più freddo e cauto verso Renzi, che potrebbe poi e in ogni caso sfidare al congresso, 15% in Direzione nazionale), i 50 ex bersaniani di «Sinistra è cambiamento», guidati dal ministro Martina, e Area dem di Franceschini che conta ben 122 parlamentari (90 deputati e 30 senatori, ma minoritari in Direzione nazionale) su un totale di 414 parlamentari dem (301 deputati e 113 senatori).

La gamba più traballante del tavolo, si sa, era, appunto, quella capeggiata da Franceschini: avrebbe voluto un «governo che duri», traghettare il Paese a fine legislatura, anche sulla scorta dei desiderata del Capo dello Stato di cui è, da tempo, “il primo dei corazzieri”. «Lo strappo tra lui e Matteo c’è, inutile negarlo, anche sul piano personale i rapporti si sono lacerati, Dario era tentato dal fare un governo lui, ma ha capito che, senza di noi, non avrebbe guidato il governo, mentre con noi può giocare un ruolo cruciale in ogni scenario futuro», sospirano i renziani mentre gli uomini di Franceschini garantiscono: «Dario non tradisce, il rapporto con Matteo, che è segretario del Pd, è franco ma leale. Senza di lui non abbiamo mai inteso fare nulla». Sarà, certo è che i rapporti tra i due sono rimasti gelidi.

INSOMMA, trovare la quadra è stato faticoso (Mattarella premeva per un governo Padoan o per un Renzi bis da re-inviare alle Camere visto che alle Camere non ha mai perso la fiducia, che però il premier ha escluso in modo netto: «Perderei solo la faccia, non resto lì a farmi rosolare»), ma è stata trovata all’interno della war room che ieri si è reistallata a palazzo Chigi anche a causa della crisi di Mps che è scoppiata per la decisione della Bce. Lì sono saliti Gentiloni (due volte), Padoan, e non solo per la grana Mps, ma anche Orfini e Martina, più Lotti, Boschi, mentre il vicesegretario Guerini tesseva, paziente, tutta la tela e Renzi si sentiva al telefono con tutti quelli che non era riuscito a vedere (Delrio, Alfano).
A fine serata è arrivato, a palazzo Chigi, anche Franceschini: «È fatta, l’accordo regge» (incontro che si è rivisto anche questa mattina, tanto per dire quanto sia fragile la tregua). Un accordo siglato su tre punti chiave: nuovo governo, data delle elezioni, congresso anticipato del Pd.
Il governo Gentiloni – che avrà ministri quasi tutti fotocopia (dovrebbero saltare solo la Giannini all’Istruzione, la Madia alla Pa e la Boschi alle Riforme, “ma per te, Maria Elena, penso a un posto di primo piano al partito”, le avrebbe assicurato il premier dimissionario) avrebbe un solo obiettivo che esplicita il senatore renzianissimo Andrea Marcucci: «La legislatura è finita il 4 dicembre. Inutile accanirsi. Aspettiamo la legge elettorale e poi si voti, ma il prima possibile». Insomma, legge elettorale e poco più: le emergenze sociali e finanziarie (decreto terremoto, decreto salva-banche, manovrina di aggiustamento dei conti a marzo, ma anche la celebrazione dei 60 anni dei Trattati di Roma, a fine marzo).
Il che vuol dire votare o ai primi di aprile (l’ipotesi più caldeggiata, sempre che si riesca ad andare a votare con una sentenza ‘autoapplicativa’ della Consulta sul combinato disposto tra Italicum decapitato alla Camera e Consultellum ritoccato al Senato, ma è  un azzardo) o, se non ci si riesce, ai primi di giugno (le date che i renziani prendono in esame, calendario alla mano, iniziano il 4 aprile, domenica, poi iniziano i vari ponti e Festività pasquali, e arrivano al 15 giugno) con una legge elettorale ex novo, fatta dal Parlamento sempre sulla scorta della sentenza della Consulta, quindi aspettando comunque il dopo 24 gennaio. L’idea di ‘nuovo’ sistema elettorale che gira, tra i renziani e non, è un «simil tedesco» (ideatore, in tempi non sospetti, cioè prima della sconfitta referendaria, Denis Verdini), metà collegi e metà liste bloccate (un mix tra proporzionale e maggioritario con anche, dentro, un piccolo premio di maggioranza da ricavare dalla quota di proporzionale) che può incontrare il favor di Berlusconi e FI perché prevede il proporzionale ma senza preferenze, sistema che il leader di FI ha sempre aborrito e non gli permetterebbe di scegliersi i suoi. Ma i renziani, però, ragionando meglio, non credono che «un Parlamento così delegittimato riesca nell’impresa di scrivere una nuova legge elettorale. <Meglio – spiega un esperto di sistemi elettorali che milita nel Pd ed è un renziano di ferro– fare subito una leggina per sistemare il Consultellum e applicare la sentenza della Corte sull’Italicum».
In ogni caso, si voterebbe «in una data compresa tra i primi di aprile e metà giugno, considerando che, a fine maggio, al G7 di Taormina, sarebbe meglio arrivarci con un governo eletto», dicono i renziani. E, cioè, sperano, con un governo Renzi bis, ma stavolta eletto dal popolo ad elezioni politiche vere, o con un governo di grosse koalition ma eletto.

E IL CONGRESSO del Pd? Anticipato. Innanzitutto, il 18 dicembre si terrà l’Assemblea nazionale che, per Statuto, va fatta due volte l’anno: «l’incoronazione a Matteo avverrà già lì e a furor di popolo», assicura un suo fedelissimo, <poi primarie aperte e nuova legittimazione di Matteo sia nel pd che nel Paese con un tour in giro per l’Italia> . Nel mezzo, appunto, via alla pratica congresso anticipato, cui sopraintende il solito uomo, d’ordine e ordinato del Pd, Lorenzo Guerini. Due le ipotesi. Se si riuscisse a votare subito (entro fine marzo-aprile) i renziani vorrebbero fare un congresso a razzo («volante») che si limiti alla sola scelta del candidato premier («tra l’altro, se c’è il proporzionale, la scelta del candidato premier neppure serve», azzarda un renziano, «perché, per Statuto, è già il segretario…»). «Primarie volanti», dunque, rimandando a un secondo momento la conta congressuale interna, anche se questa – per paradosso –  è la strada più rischiosa e meno gradita perché, appunto, «a Matteo serve una nuova e doppia legittimazione popolare, tra gli iscritti nel Pd e alle politiche». Chi ne uscirebbe con le ossa rotte sarebbe, pur avendo vinto al referendum costituzionale appoggiando il No, la sinistra interna: i suoi 25 deputati e 25 senatori non sarebbero determinanti per far nascere un nuovo governo (Ala, Gal, Ncd pensano già alla  bisogna…) e i suoi scarsi voti in Direzione (15%) non bastano comunque per fermare le macchine del congresso anticipato come pure, se ci sarà, del voto anticipato mentre lanciarebbero, se non gli riesce l’accordo con Orlando, un candidato di bandiera al congresso (Speranza, forse Zingaretti) che non riuscirebbe mai a vincerlo o a imporsi, sempre che il patto di sindacato tra le aree di maggioranza e i ‘maggiorenti’ del Pd regge, mentre Cuperlo punta a un patto interno/esterno con il campo progressista (Pisapia e i sindaci ex Sel come Zedda) che però rinsalderebbe l’alleanza con Renzi, non la indebolisce.
Se, invece, per fare una nuova legge elettorale non si può votare prima di giugno, allora si farà un congresso vero. Magari eleggendo solo i delegati a livello provinciale e nazionale, dove si nominano Assemblea nazionale e Direzione, saltando i congressi di circolo e quelli regionali (che, per Statuto, si eleggono dopo il nazionale). Con Renzi «candidato unico» a segretario e premier. Sempre che i big ci stiano e che «il patto di sindacato» regga. Se poi qualcuno, tipo il ministro Orlando, oltre ai vari Speranza, Emiliano, Rossi, vorrà candidarsi contro Matteo, “prego, si accomodi”, è l’ultima voce dei renziani, “tanto rivinciamo noi”.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 4 del Quotidiano Nazionale il 10 dicembre 2016 (http://www.quotidiano.net)