Il Pd annaspa tra sondaggi in calo, l’assalto dei questuanti sui seggi, la rivalità Renzi-Gentiloni, le deroghe. Tre articoli tre

 

NB; Pubblico qui di seguito tre articoli usciti negli ultimi tre giorni sul Quotidiano Nazionale che parlano di Pd, Renzi, Gentiloni, liste e candidature nel Pd e i suoi alleati. Gli articoli sono pubblicati in ordine decrescente, cioè in testa il più recente e dopo gli altri. 

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

1, Nel Pd è partita la caccia al seggio sicuro, il guaio è che i seggi ‘sicuri’ sono pochi. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
Ieri è andata in onda una scenetta singolare, nel ‘dietro le quinte’ dell’assemblea dei mille amministratori dem che si è chiusa a Torino. Uno spingi-spingi un po’ patetico che ha costretto il segretario a rinchiudersi, prima del suo intervento conclusivo, in uno stanzino del Lingotto e a fuggire via dal Lingotto subito dopo. La causa della operazione in semi-asfissia che Renzi ha dovuto subire è l’assalto all’arma bianca cui i tanti (troppi) aspiranti al seggio sicuro lo hanno sottoposto. Per sua fortuna, Renzi ha potuto dispiegare, dopo, un discorso roboante e tutto giocato all’offensiva su quasi tutti i temi pubblici. Ha affondato il coltello contro i 5Stelle che governano, “con il modello Spelacchio”, le giunte “fallimentari” di Roma e Torino (nel Pd sono convinti che entrambe le sindache, Raggi e Appendino, non reggeranno un altro anno di più e che presto si tornerà al voto con buone chanches di riprendersi quelle due amministrazioni), ma anche contro “il centrodestra modello Spread e modello Arcore di venti anni fa” (e qui ‘la favola dimostra che’ Renzi inizia ad attaccare Berlusconi, dopo anni di reciproco appeasement). Ma se la gara vera Renzi la vuole fare contro i 5Stelle perché il suo principale obiettivo è stabilire quale sarà non la prima coalizione (il centrodestra, ormai è fuori di dubbio), ma il primo partito italiano (e qui la lotta è tra Pd e M5S), perché, davanti a Mattarella, nelle consultazioni, la cosa vale più di qualcosa, l’unica notizia davvero ‘politica’ in un discorso infarcito di citazioni colte (don Benedetto Croce e alcuni economisti obamiani che solo Renzi e Obama conoscono…) è il tentativo di piazzare l’amico Gentiloni al centro del ‘suo’ Pd. Lo schema, ormai, lo hanno capito tutti, i retroscena non servono: l’“attacco a due punte”  e la “partita di squadra” (“Non è importante chi va a palazzo Chigi, conta sia il Pd”).
Eppure, il vero cruccio di Renzi coincideva, anche ieri, forse per l’eterogenesi dei fini, proprio con l’oggetto dell’assalto subito dai tanti, troppi, questuanti dem. Infatti, se è vero, come ricorda, che “i leader i sondaggi li cambiano, non li inseguono” (qui la citazione, assai cattiva, è per il risultato del Pd conseguito nel 2013 a guida Bersani che “dilapidò una vittoria che aveva già in tasca perdendo 11 punti in un mese”, ricorda Renzi, anche se va ricordato che il Pd, nel 2013, prese il 24,5% alla Camera, ma il 27,4% al Senato), è anche vero che il leader dem batte e ribatte, ogni giorno, con i suoi, sempre sullo stesso punto: “Bisogna conquistare i voti collegio per collegio, voto per voto. E anche da chi non sarà candidato mi aspetto impegno, anzi il doppio”. (ecco, auguri…).
D’altronde, con sondaggi da “sprofondo rosso” (ormai il Pd è quotato al 23,4% e continua a scendere), gli aspiranti al seggio – che hanno tanti difetti, ma non sono stupidi – si sono fatti due conti, guarda caso gli stessi che si fanno pure al Nazareno. I collegi uninominali “sicuri”, quelli di fascia A, si contano sulle dita di una mano: sono 50 alla Camera e 25 al Senato. Certo, solo solo 1/3, i collegi uninominali. I restanti 2/3 i partiti li prendono sui listini proporzionali e qui il Pd dovrebbe, in teoria, farla da padrone, rispetto agli altri partiti, ma anche qui, invece, le più rosee previsioni dem parlano di 110/115 deputati e 55/60 senatori ‘sicuri’, non di più. La somma fa 160/170 deputati e 75/80 senatori, 240/250 parlamentari in tutto, tenendo come ‘base’ di partenza il 24% pieno di Bersani nel 2013 che peraltro al momento già pare un sogno (allora i parlamentari eletti furono, anche se solo grazie al premio di maggioranza abnorme del Porcellum, 400). Il destino di molti, se non di tutti, gli aspiranti al seggio si fa dunque assai incerto, anche se al Nazareno contano di recuperare, nella fascia B (i “contendibili”) 20/30 seggi Camera e altrettanti 20/30 al Senato, mentre per i seggi di fascia C (quelli “persi”) c’è appunto poco da fare.
E così, alla fine, Renzi – esasperato dai mille postribolatori – ha tagliato corto con tutti: “Il solo deputato dem che avrà un collegio sicuro si chiama Paolo Gentiloni”. La disperazione si è dipinta sul volto di molti, ma Renzi non scherzava. Non a caso, mercoledì prossimo, quando si terrà la prima, attesissima, Direzione del Pd sul tema liste, in realtà la discussione si fermerà ai prolegomeni. Renzi, peraltro, vorrebbe parlare solo di programmi (ha preparato, con Gentiloni, “I cento punti” di cose fatte dai due governi, pure il suo). Il punto dolente saranno, invece, le ‘deroghe’: nel Pd, per Statuto, non puoi essere ricandidato se hai completato tre legislature (intese come 15 anni in totale e, per la gioia dei derogandi, senza dover contare le varie interruzioni). Ma Renzi ha ribadito il concetto: “I soli che avranno le deroghe di default sono Gentiloni e tutti i ministri” (Franceschini, Orlando, etc.) mentre “tutti gli altri” (i vari Fioroni, Bressa, etc., ma non Luigi Zanda, che non ne ha bisogno) dovranno sudarsela, la deroga, chiedendola al loro Regionale di riferimento. Già si immaginano scene da suburra romana, tipo nel Lazio, con Fioroni che porta le sue truppe cammellate del Viterbese per farsi dare la tanto agognata deroga (Fioroni è in Parlamento dal ’92…) mentre le contro-truppe cammellate del Reatino e del Pontino si oppongono in nome dei loro relativi pupilli che aspirano a un seggio. Ci sarà da divertirsi.
NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale del 14 gennaio 2018 
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Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

2. Gentiloni si prende la scena a Roma e a Torino: il candidato premier del Pd è lui. 
Ettore Maria Colombo  – ROMA
Scena prima di Paolo Gentiloni premier e, da ieri, anche e soprattutto candidato in campo del Pd in teoria per «fare squadra» con Renzi ma, in pratica, per continuare a fare il premier se il Pd dovesse «non vincere», ma almena «pareggiare» le prossime elezioni. La scena si svolge al teatro di Adriano, piazza di Pietra, cuore della Roma politica e pure della Roma ‘bene’ che beve, ama e riceva in quel ‘salottino’ chic che è piazza di Pietra. Il Pd capitolino, super-gentiloniano, ha preparato l’appuntamento con la massima cura. L’incontro si chiama «Una Costituente per Roma» e il regista dell’operazione è Roberto Giachetti. Ex sfidante (sconfitto, al ballottaggio) della Raggi, Giachetti, ormai, non è più renziano (anzi, ne è diventato un critico, ancorché leale, in qualche modo, con Renzi), ma è tornato a essere  il capo della «colonna romana» del «partito di Gentiloni». Partito che godrà di diversi posti, nel prossimo Parlamento: lui, la Bonaccorsi, Realacci, altri ancora.
Il parterre, anche senza la presenza di Gentiloni, sarebbe de roi. C’è il ministro Delrio, cattorenziano assai critico, il fondatore della comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, che a Roma ‘vale’ quanto un partito, il presidente del Coni, Giovanni Malagò (idem) e il ministro Carlo Calenda. Il quale alle Politiche non si candida, ma si sta spendendo per aiutare il Pd a “chiudere” l’accordo con i Radicali di Bonino, Magi e Della Vedova, partito che peraltro voterà. Calenda è tornato in «luna di miele» con il Pd e persino con Renzi. Lui, e soprattutto Gentiloni, vogliano puntare su Calenda come sfidante della «fallimentare» esperienza di governo della Raggi, se verrà condannata e costretta alle dimissioni, come nel Pd romano sono, peraltro, assai convinti, nel giro di un anno. Obiettivo riconquistare la Città Eterna, ma il colpo alla Raggi lo sferra il «mite» Gentiloni.
«Roma – è la staffilata del premier che lo dice col suo solito mood piano e mite, ma con fermezza– non è una città che si possa governare semplicemente cercando di gestire la sequela di emergenze che si presentano. Non sempre ci si riesce, come è evidente. Sia perché sono tante e complicate, sia perché oggi non c’è efficienza…». Un affondo pesante che non dipende solo dal fatto che proprio Gentiloni dovrebbe candidarsi nel collegio uninominale di Roma 1, oltre che in due listini proporzionali (Lazio e Lombardia).
No, è proprio il nuovo ruolo, tutto «politico», di Gentiloni ad andare in scena. Un ruolo che, da premier «neutrale» è stato, da poco, interamente rivoluzionato, dai suoi due fidati spin doctor, due ex renziani (Sensi e Funiciello). Obiettivo, fargli acquisire lo status del «capo» politico a tutto tondo di quella che proprio Gentiloni definisce la «sinistra di governo». A capirlo aiuta la scena seconda in onda, in serata, a Torino, dove il Pd ha riunito i suoi mille amministratori locali. C’è anche Renzi, che concluderà i lavori oggi, ma la scena, intanto, se la prende tutta ‘Paolo’. Fa un lungo discorso che provoca l’entusiasmo delle folle (si fa per dire) della platea democrat: plaude alla Grosse Koalition appena rinata in Germania, dice che «Noi dobbiamo essere europeisti convinti e fare la campagna elettorale per più Europa», attacca, senza nominarla, la «sinistra che ha paura della sfida del governo», tira in mezzo quei poveri ‘nanetti’ (Radicali, Ulivisti e Popolari) che il Nazareno disprezza, incitando il Pd a quella logica «coalizionale» che piace tanto a Prodi e a Veltroni, ma che a Renzi fa schifo. Infine, sprona i democratici dicendo loro «i giochi non sono fatti, possiamo vincere». Traduzione: ‘Matteo, dì che sono io il candidato premier del Pd e, forse, questa tua barca che fa acqua da tutte le parti la raddrizziamo…’.
NB: L’articolo è stato pubblicato il 13 gennaio 2018, pag 2 del Quotidiano Nazionale 
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3.  Sfilata dei segretari regionali al Nazareno: i ‘paracadutati’ non li vuole nessuno. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
In teoria, i venti segretari regionali del Pd, uno per regione, sono tutti renziani. In pratica, però, presentandosi al Nazareno per discutere di candidature, liste e posti spettanti (collegi sicuri e non) a ogni regione ognuno di loro ha detto la sua e, per il Nazareno, sono stati dolori.
C’è chi, come il segretario regionale dell’Emilia-Romagna, Paolo Calvano, ha fatto presente che “Noi emiliani non abbiamo alcuna intenzione di svenarci per dare tutti e solo seggi sicuri a candidati paracadutati da altre liste (i tre ‘nanetti’, ndr.) o dal Nazionale. Di sacrifici non possiamo mica farne troppi”. Il problema riguarda sia i tanti bei nomi della società civile che Renzi vuole in lista, sia i seggi blindati da garantire ad ‘alleati’ che c’è il serio rischio non facciano alcun quorum. Solo in Emilia, per dire, il Nazareno vuole piazzare Lorenzin (a Modena), Casini (a Bologna) e Galletti (non si sa dove…) per la lista ‘Civica e Popolare’, Magi per i Radicali (la Bonino, invece, andrà in Piemonte). In Toscana c’è Nencini (Psi), nelle Marche Bonelli (Verdi), sempre a Bologna, per gli ulivisti, il prodiano Santagata. Per far posto a tutti loro, qualcuno nel Pd deve rinunciare al posto sicuro. E questo, ai segretari regionali, forti nei territori, non sta bene. La segretaria dem campana, Assunta Tartaglione, ha “preso atto” delle richieste del Nazareno e risposto, serafica, “apriremo l’istruttoria”, che vuole dire tutto e niente perché da lei, in Campania, vuole ricandidare tutti i parlamentari uscenti. In più un posto spetta ‘di diritto’ a Piero De Luca, il figlio del governatore Vincenzo, ras a Salerno e in regione. De Luca, non pago, vuole mettere in lista i suoi consiglieri regionali tra cui Franco Alfieri, assurto alle cronache per promettere voti in cambio di “fritture di pesce”. Infine, ma il Nazareno smentisce seccamente la voce, ci sarebbe stato un vero ‘ammutinamento’, da parte di diversi segretari regionali dem (Trentino, Calabria, etc. etc. etc.) contro la ventilata candidatura dell’ex ministro Boschi. Solo il segretario regionale della Toscana, Dario Parrini, uomo temprato nel ferro e nell’acciaio, ha detto di sì a tutte le richieste del Nazionale (del resto lui è renzianissimo). E così sia la Boschi che molti altri big del renzismo militante (Bonifazi, Marcucci, Ermini e sicuramente anche la Boschi) troveranno nella terra di Dante e Petrarca il loro rifugio.
Non a caso, ieri, al Nazareno, dove di solito sono assai loquaci, regnava un silenzio tombale che neppure il Pci di Togliatti. Del resto, Renzi ha intimato a tutta la sua task force sui collegi: “basta parlare ai giornalisti delle candidature, queste cose ci fanno solo perdere voti”. La war room è, ovviamente, capitanata da Renzi in persona e composta da pochi nomi (tutti già eligendi, ovviamente), peraltro tutti maschietti. Sono i ministri Lotti e Martina, il portavoce della segreteria Richetti, il presidente dem Orfini e la vera longa manus di Renzi, il coordinatore Guerini. I cinque ‘angeli della Morte’ (per gli altri), in via del tutto eccezionale, erano accompagnati da due rappresentanti delle due minoranze (che valgono, numericamente, assai poco e avranno collegi per quanto valgono: il 19% e il 9%). Il braccio di ferro, appena iniziato, dentro il Pd, sulle liste elettorali si concluderà con due Direzioni nazionali che ratificheranno tutte le scelte (la prima il 17 gennaio, la seconda il 25), ma è appena iniziato. 
NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale del 10 gennaio 2018.
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ESCLUSIVO. Ora c’è “la mappa”. I collegi del Rosatellum e tutte le loro insidie. Un articolo solo per cultori della materia…

Pubblico qui e sul sito di @Quotidiano.net Quotidiano Nazionale   la ‘mappa’ dei collegi del Rosatellum che il cdm ha mandato alle Camere (rendendolo quindi pubblico) per il loro parere consultivo. L’articolo è di natura eminentemente ‘tecnica’ , non è un ‘retroscena’. 

IN ALLEGATO TROVATE LA MAPPA DETTAGLIATA DEI COLLEGI DEL ROSATELLUM 

Collegi del Rosatellum in dcpm   (E’ un file molto lungo e che richiede tempo per aprirsi). 

TUTTO QUELLO CHE C’E’ DA SAPERE SUL ROSATELLUM 

(QUI TROVATE IL LINK AL MIO ARTICOLO SU COME FUNZIONA IL ROSATELLUM)

ettore rosato

Il capogruppo del gruppo del Pd alla Camera dei Deputati, Ettore Rosato

 

Ettore Maria Colombo  – ROMA

1) Sono “quasi pronti”…  La mappa dei collegi del Rosatellum.

Come si sa, il Rosatellum (dal cognome del capogruppo alla Camera del Pd, Ettore Rosato) è diventata legge dello Stato. Votato, con la questione di fiducia apposta dal governo Gentiloni, dalle due Camere nello scorso mese di ottobre, il Rosatellum è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 11 novembre 2017.

Dal quel giorno il governo ha avuto un tempo massimo di trenta giorni per disegnare i collegi della nuova legge elettorale, la terza con cui voteremo nella Seconda Repubblica. Cioè a far data dal 1994, dopo il Mattarellum, con cui si è votato dal 1994 al 2001, e il Porcellum con cui si è votato dal 2006 al 2013. L’Italicum, invece, pur approvato dalle Camere nel 2015, legge dello Stato fino al 2017 e in parte cassato dalla Corte costituzionale con sentenza n. 1/2017 come lo fu anche il Porcellum con sentenza n.1/2016), non è stato applicato in nessuna elezione: un caso più unico che raro.

Il governo ha esercitato la sua delega, che per legge ha un tempo di trenta giorni ed à affidata per tradizione al ministero dell’Interno, in soli 15 giorni: quindi, ha fatto in fretta. Ma numerosi sono stati i problemi affrontati e solo in parte risolti. Infatti, il Rosatellum è un sistema a impianto proporzionale (per il 64% dei seggi), ma con una forte correzione maggioritaria (36%). Inoltre, dal 1994 – quando il Mattarellum, sistema maggioritario per il 75% dei seggi e proporzionale per il restante 25% – sono già passati ben due nuovi censimenti della popolazione italiana (2001 e 2011 mentre il censimento su cui si basava il Mattarellum era del 1991).

Dopo – così pare – un diverbio, in sede di cdm, tra il ministro dell’Interno Minniti e la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio Boschi, avvenuto nel pre-consiglio di giovedì su alcuni particolari (la distribuzione dei collegi nella patria natia della Boschi, la Toscana), il 24 novembre il consiglio dei Ministri ha dato la ‘luce verde’ alla mappa dei collegi, un dlgs, e lo ha trasmesso alle Camere per il parere (consultivo) competente.

Fino a giovedì notte scorsa una commissione, con a capo il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, ha lavorato, pur se con molto poco tempo a disposizione, cioè solo dal 15 al 21 novembre, per incrociare i cambiamenti di popolazione con il ridisegno di collegi. Questi, pur prendendo come base di partenza quelli del Mattarellum, non potevano per forza essere identici. Sia a causa delle variazione di unità della popolazione (il Sud si è spopolato per causa dell’emigrazione mentre il Centro Nord ha acquistato molti più residenti) sia a causa delle differenze ‘sistemiche’ tra una legge di impianto quasi del tutto maggioritario (Mattarellum) e una di forte impianto proporzionale (Rosatellum). Per dire, alla Camera, la Lombardia ha guadagnato due collegi, il Veneto 2, l’Emilia-Romagna 2 mentre la Sicilia ne ha perso uno, la Basilicata ben tre e l’Umbria due (al Senato sarà quasi uguale). Ma il problema è anche un altro. I collegi, nel Rosatellum, sono di due tipi: maggioritari (vince il primo che prende un voto in più) e plurinominali (si votano le liste di partito con metodo rigidamente proporzionale e soglia di sbarramento al 3%, 10% le coalizioni). Quelli plurinonominali sono a loro volta racchiusi in circoscrizioni ancor più grandi dei collegi plurinominali (65 in media a circoscrizione): 28 alla Camera e 20, pari cioè alla grandezza delle Regioni, per il Senato. Quindi, la popolazione che esse comprendono è ancora più vasta e più difficile sarà farsi eleggere.

In ogni caso, il risultato del lavoro prodotto dalla commissione e dal ministero è passato ora al vaglio delle Camere che, entro 15 giorni, dovranno fornire un parere consultivo sul ridisegno dei collegi mentre entro 20 giorni al massimo (cioè entro l’11 dicembre, quando la delega al governo) la mappa dei nuovi collegi del Rosatellum andrà sul tavolo del Capo dello Stato per la firma definitiva di quello che, tecnicamente, si chiama dlgs (decreto della presidenza del Consiglio dei ministri) nel senso che non abbisogna di ‘conversione’ (e voto) da parte delle Camere e che, a quel punto, diventerà legge statale.

Quando Mattarella firmerà il dlgs, cioè da quel giorno in poi potrà anche sciogliere le Camere e portare il Paese alle elezioni politiche (le date di cui si parla sono comprese tra il 4 e il 18 marzo 2018) perché, appunto, il Rosatellum sarà legge perfettamente operante.

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2) Le insidie nascoste nella mappa dei collegi e quelle della nuova legge elettorale…

Vediamone alcune, di ‘insidie’. Il Rosatellum è un sistema maggioritario? Mica tanto. Alla Camera i collegi uninominali sono ‘solo’ 232 e quelli plurinominali ben 386 mentre, al Senato, sono 109 i collegi uninominali (in realtà sarebbero 116, ma solo se si aggiungono i 7 del Trentino e quello in Val d’Aosta) e 200 quelli plurinominali. In totale, dunque, il Rosatellum assegna 593 collegi nella quota proporzionale (386 Camera e 207 Senato) e i collegi uninominali sono in tutto 341. Tutto questo al netto, ovviamente – per arrivare ai 630 seggi totali da assegnare alla Camera e dei 315 da assegnare al Senato – dei 12 collegi della circoscrizione Estero Camera e dei 6 all’Estero del Senato, eletti col proporzionale.

Ma, in realtà, dentro i collegi uninominali esistono dei collegi ‘di fatto’ già ‘appaltati’ ad alcune forze politiche specifiche: alla Camera, il singolo collegio uninominale della Valle d’Aosta (così stabilito in Costituzione) va sempre all’Unione Valdotaine (e idem al Senato), mentre sugli 11 collegi Camera del Trentino ben 7 sono sempre –  per Costituzione – uninominali (4 quelli plurinominali) e finiscono sempre in mano all’Svp, senza dire del fatto che la soglia di sbarramento, in Trentino, è regionale ed è fissata al proibitivo 20%. Anche al Senato i collegi uninominali del Trentino sono sempre 7, mentre sono quattro quelli plurinominali, poi c’è quello della Val d’Aosta ( a sua volta sempre uninominale). Quindi, in realtà, la competizione tra le forze politiche nei collegi uninominali si giocherà, effettivamente, ‘solo’ su 225 collegi Camera e su 109 collegi al Senato.

Infine, va detto qualcosa sulle ‘nuove’ circoscrizioni elettorali che determineranno non il ‘quantum’ delle percentuali dei diversi partiti, che è calcolato a livello nazionale (la soglia di sbarramento, ricordiamolo è il 3% per le liste singole e il 10% per le coalizioni), ma il ‘dove’ e il ‘chi’ verrà eletto. Sono 28 alla Camera e 20 al Senato le circoscrizioni e racchiudono porzioni di territorio e di abitanti molto grandi, quasi enormi. Al Senato ci sono, di fatto, circoscrizioni da uno a due milioni di abitanti che varranno per nove regioni (Liguria, Friuli, Umbria, Marche, Abruzzo, Molise, Basilicata, Calabria, Sardegna, perché ognuna di esse elegge pochi senatori a testa) e, per il resto, i collegi della Camera avranno per abitanti una densità media di 500 mila (nel Mattarellum era di 125 mila).

Infine, le liste bloccate, per quanto ‘corte’ – composte da 4 a 8 nomi alla Camera e da 5 a 8 al Senato, con alternanza di genere – comportano che, a meno di essere candidati nei primi tre grandi partiti presenti sulla base dei sondaggi (Pd, FI, Lega, M5S), i candidati – anche se, sulla carta, sono nomi forti e di grido (esempio: Meloni, per Fratelli d’Italia, o i vari D’Alema, Bersani e Grasso per Mdp) – subiranno il cd. ‘effetto flipper’: non sapendo dove verranno eletti e realisticamente perdendo i confronti nei collegi maggioritari, dovranno ‘pluricandidarsi’ (sono ammesse fino a 5 candidature nella proporzionale, più quella in un solo collegio maggioritario), senza però sapere dove, effettivamente, da eleggibili saranno eletti. Sempre che, ovviamente, la lista abbia superato il 3% di voti.

NB: L’articolo è stato pubblicato in forma originale per il sito di @Quotidiano.net

Legge elettorale, il retroscena. Il triangolo Renzi-Gentiloni-Mattarella ha funzionato come un metronomo

mattarella

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

Ettore Maria Colombo – Roma

“Siete sicuri? Siete davvero convinti? Bene, non sarò certo io a mettermi di traverso”. La telefonata del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, arriva a metà mattina al premier, Paolo Gentiloni, che risponde convinto: “sì Presidente, sulla legge elettorale mettiamo la fiducia”. A Gentiloni, invece, poche ore prima, verso le dieci, era arrivata la telefonata del capogruppo del Pd alla Camera, Ettore Rosato: il padre del Rosatellum 2.0, che del suo cognome porta il nome, aveva appena finito di illustrare ai partner della maggioranza di governo “l’assoluta necessità” di porre la fiducia “altrimenti tra emendamenti, voti segreti, franchi tiratori, rischiamo che salti tutto”. Rosato chiede, Gentiloni conviene, l’ok di Mattarella c’è. E quello di Renzi? Ovviamente. Il leader dem preferisce non comparire nella trama della giornata e mantiene il low profile, ma li incita (Rosato, Gentiloni): “Questo è l’ultimo treno che passa – spiega loro – per evitare di votare con i due moncherini del Consultellum. Facciamo di tutto per non perderlo”. Fiducia dunque è e fiducia, oggi, sarà, anche se la voteranno solo i partiti che fanno parte della maggioranza di governo (Pd-Ap-Civici e Innovatori-Popolari Demos-Psi-Autonomie-altri pezzi del gruppo Misto) e non la maggioranza che ha dato vita al ‘patto a 4’ (Pd-Ap-FI-Lega) sul Rosatellum. perché Lega e FI, pur d’accordo con il Pd che venga messa, si limiteranno ad astenersi (o, forse, a uscire dall’Aula) ma voteranno, poi, il provvedimento finale.

Ma la scelta di mettere la fiducia non solo è frutto di una perfetta triangolazione tra Renzi, Gentiloni e Mattarella, ma è precedente a ieri: va retrodatata almeno al 19 settembre, quando il Rosatellum era ancora in commissione. Renzi è convinto che “senza fiducia la legge elettorale non passa”. Gentiloni, di fronte alla richiesta, non si mostra né restio né recalcitrante. Solo Mattarella continua a ripetere agli altri due suoi interlocutori: “Ci avete pensato bene?”. Poi, lunedì, davanti agli 200 emendamenti delle opposizioni (160 sarebbero stati a voto segreto) Pd e governo tirano le somme. E così Rosato alza il telefono, chiama il premier e fa la richiesta.

Gentiloni riunisce a spron battuto il cdm: i presenti – tranne il Orlando, che si dice “assai perplesso” – sono tutti già convinti, Martina perora la causa e il ministro Minniti parla secco di “dovere istituzionale” chiudendo di fatto ogni discussione. La fiducia è così autorizzata, la Finocchiaro va in Aula e la pone. La vulgata che vuole Gentiloni perplesso o tentennante è falsa: “Quando insediò il suo governo – spiegano i suoi – disse che il governo non sarebbe stato attore protagonista, sul tema, ma anche che avrebbe ‘accompagnato e facilitato’ il percorso di una legge. Senza una legge nuova, il governo dovrebbe lo stesso intervenire, e per di più con un decreto, per armonizzare il Consultellum. La maggioranza ci ha chiesto un atto di responsabilità – continuano da palazzo Chigi – il Colle ha avallato, noi l’abbiamo fatto”. Ma è il Colle, appunto, la chiave di volta dell’operazione fiducia. Mattarella fa sapere, tramite una nota ufficiosa del Quirinale, che “il Presidente non interviene né sul merito del testo né sull’ipotesi del voto di fiducia, che attiene al rapporto Parlamento e governo”, ma la nota sottolinea che “l’adozione di una legge elettorale largamente condivisa” è sempre stata una delle priorità del Colle. E questa, fanno notare dal Quirinale come da palazzo Chigi, lo è: ha l’avallo di FI e Lega che non voteranno la fiducia, ma il testo finale sì, e che hanno chiesto, a loro volta, di mettere la fiducia. “L’ultimo treno” dicono all’unisono Renzi, Gentiloni e Mattarella.

Resta da dire di un ex presidente della Repubblica, ora emerito, Giorgio Napolitano: nel sostenere, proprio ieri, con una nota diramata, guarda caso, ieri mattina, che “bisogna cancellare” dal Rosatellum “l’indicazione del capo politico” nella “compilazione delle liste elettorali” perché “è incompatibile con i nostri equilibri costituzionali”. Inoltre, Napolitano chiede “il più largo consenso” sulla legge elettorale e “si riserva” di valutarla e votarla quando il testo arriverà al Senato. Ma al di là del fatto che “l’indicazione del capo politico” era contenuta già sia nel Porcellum (approvato da Napolitano) che nell’Italicum (e mai Napolitano eccepì su tale norma), “viene il sospetto – fanno notare amari e con malizia diversi renziani di alto rango – che sia mosso solo dal volere attaccare tutti insieme, Renzi, Gentiloni e, soprattutto, Mattarella”, il quale – a differenza dell’ipotesi ventilata da Napolitano – non avrà nulla da eccepire, sul Rosatellum, quando e se arriverà sul suo tavolo per la firma.

Cosa succederà, una volta che (e se) il Rosatellum sarà passato alla Camera? Il Pd e il governo hanno intenzione di andare a spron battuto anche al Senato: dal 19 ottobre il testo potrebbe già arrivare in Commissione Affari costituzionali e, dal 23 ottobre, arrivare in Aula, dove – a causa della sicuramente enorme mole di emendamenti che saranno presentati dalle opposizioni – verrà probabilmente anche qui messa la fiducia. In teoria non servirebbe, perché al Senato i voti segreti, in materia di legge elettorale, non sono ammessi, ma non si sa mai. Meglio ‘blindare’ il Rosatellum. E votarlo in via definitiva al Senato, senza toccare un solo articolo pena ‘navetta’ con la Camera, prima che, il 5 novembre, si svolgano le elezioni regionali in Sicilia. E anche su questo punto e tale timing il trinagolo Renzi-Gentiloni-Mattarella è stato perfetto.

NB: L’articolo è stato pubblicato l’11 ottobre 2017 a pagina 6/7 del Quotidiano Nazionale

Regge elettorale, il retroscena. Il triangolo Renzi-Gentiloni-Mattarella ha funzionato come un metronomo

Regge elettorale, il retroscena. Il triangolo Renzi-Gentiloni-Mattarella ha funzionato come un metronomo

mattarella

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

Ettore Maria Colombo – Roma

“Siete sicuri? Siete davvero convinti? Bene, non sarò certo io a mettermi di traverso”. La telefonata del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, arriva a metà mattina al premier, Paolo Gentiloni, che risponde convinto: “sì Presidente, sulla legge elettorale mettiamo la fiducia”. A Gentiloni, invece, poche ore…

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NEW!!!! FIDUCIA E LEGGE ELETTORALE ‘for dummies’. Il Rosatellum spiegato al colto e all’inclìta… Tutto quello che c’è da sapere

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

 

 

 

 

 

 

 

Ettore Maria Colombo – ROMA

  1. Il Rosatellum bis alla prova dell’Aula. Il Pd chiede al governo Gentiloni di mettere la fiducia e il governo la approva. 

IL GOVERNO HA AUTORIZZATO LA QUESTIONE DI FIDUCIA CHE VERRA’ APPOSTA OGGI, ALLA CAMERA DEI DEPUTATI, SULLA LEGGE ELETTORALE: SARANNO TRE SU TRE RISPETTIVI MAXIEMENDAMENTI E VERRANNO VOTATE DOMANI MERCOLEDì 11 OTTOBRE. VOTO FINALE SUL PèORVVEDIMENTO IL 12 O AL MASSIMO IL 13 OTTOBRE.

Duecento gli emendamenti presentati dalle opposizioni e almeno novanta o cento i voti segreti su cui si possono esercitare i franchi tiratori. Queste le forche caudine che dovrà affrontare, a partire da oggi pomeriggio alle ore 15, il nuovo testo sulla legge elettorale (detto, in latinorum, Rosatellum bis) nell’Aula della Camera dei Deputati. Bisogna cioè superare le colonne d’Ercole di votazioni a raffica, tutte assai insidiose: si inizia dalle pregiudiziali di costituzionalità, si passa ai vari articoli del ddl, relatore il dem Emanuele Fiano. Sulla carta, il patto ‘a 4’ (Pd-FI-Lega-Ap più molti gruppi minori) gode di margini molto ampli (460 voti) e le opposizioni dichiarate (il fronte M5S-Mdp-SI-FdI) non arrivano a 160 voti: servirebbero 150 franchi tiratori: sono tanti, certo, ma sono sempre in agguato. Senza dire del fatto che molti deputati neppure si presentano, specie dentro la maggioranza, mentre le opposizioni fanno blocco. A loro potrebbero aggiungersi tanti peones democrat e azzurri che temono di non avere la rielezione garantita e vorrebbero giocarsela in proprio con le preferenze. Dall’altra parte, e cioè con il Pd, giocheranno invece i 20 deputati di Mdp che sono vicini a Pisapia: per loro, ora, il Rosatellum è diventato un’opportunità imperdibile. 

Così, al Pd, di stretto concerto con i tre contraenti del ‘patto a 4’ (FI-Lega-Ap), hanno individuato due cavalli di Troia. Il primo è già annunciato: si tratta del famoso ‘canguro’. Usato in diverse e delicati passaggi (al Senato, per dire, solo così passò il ddl sulle unioni civili) il ‘canguro’ è un super-emendamento che ne preclude altri, simili, sullo stesso argomento. Il Pd – così ha deciso il capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato – lo metterà subito in azione su due temi ad alto rischio: le preferenze e il voto disgiunto mentre non verrà usato sulle soglie di sbarramento. Ma anche se il ‘canguro’ è strumento di rara e micidiale efficacia, potrebbe non bastare. Ecco perché, alle brutte, e cioè nonostante i ‘canguri’, se la maggioranza accusasse segnali di cedimento, è pronta l’arma ‘fine di mondo’, e cioè la richiesta del Pd al governo di mettere la questione di fiducia. Qui, però, si entra in un terreno minato: il premier, Gentiloni, recalcitra (“Non vuole passare alla storia come un uomo politico divisivo”, dicono al Pd), il Colle osserva in silenzio, ma si dice che non sarebbe contrario, e persino Renzi, che pure la mise sull’Italicum, ora vorrebbe evitare un’altra forzatura. Ma entrambi Renzi e Mattarella vogliono incassare la legge elettorale, anche se per diversi motivi, prima delle elezioni regionali siciliane del 5 novembre.  Infine, FI e Lega non potrebbero certo votare la fiducia, anche se si asterrebbero per farla passare. In ogni caso, resterebbe in bilico il voto finale che sicuramente sarà a scrutinio segreto. Morale: a partire da oggi, i fuochi di artificio. Dibattito e scontri al fulmicotone in Aula, ostruzionismo delle opposizioni, voti segreti, ‘canguri’ e, alla fine, forse, il voto di fiducia sulla legge elettorale. Che alla fine è arrivato… 

Nb: L’articolo è stato pubblicato il 10 ottobre 2017 sul Quotidiano Nazionale 


2. Cos’è e come funziona il Rosatellum. Legge elettorale for dummies

Questo artico è stato pubblicato, in forma ridotta, il 10 ottobre sul sito @Quotidiano.net 

( Qui l’articolo su come funziona il Rosatellum o leggibile all’indirizzo: http://www.quotidiano.net/politica/rosatellum-bis-1.3451104)

Legge elettorale ‘for dummies’….

Abbiamo formulato alcune semplici domande cercando di fornire risposte le più possibili semplici, ma articolate, su un argomento  ostico da sempre anche per gli addetti ai lavori: la legge elettorale. Detto in altre parole, eccovi una legge elettorale ‘for dummies’… Il che non vuol dire che l’autore del presente articolo vi considera degli idioti o degli ignoranti, ma solo che la materia che tratta fa impazzire e perdere la testa anche ai costituzionalisti.

  • L’Italia sta per avere una nuova legge elettorale?

Il cosiddetto “Rosatellum bis” ha superato l’esame della prima commissione Affari costituzionali della Camera dei Deputati dopo oltre 20 ore di dibattito e di votazioni su ogni emendamento. Ma il cammino della nuova legge elettorale è solo appena iniziato. Martedì 10 ottobre, nell’Aula della Camera, inizieranno i voti sul nuovo testo presentato dal Pd (relatore Emanuele Fiano) e che ha ricevuto i voti di altri tre partiti (Forza Italia, Lega Nord, Alternativa Popolare) e di alcuni gruppi parlamentari minori (CI-Civici e Innovatori, Popolari-Demos-Cd, Direzione Italia, Ala-Sc) e la ferma opposizione di altri partiti (M5S, Mdp, SI, Fd’Italia). Solo il voto dell’Aula – dove non mancheranno di farsi sentire i cosiddetti ‘franchi tiratori’ (deputati che, nel segreto dell’urna, cambiano il loro voto rispetto all’indicazione data dal loro gruppo e che potranno esercitarsi nei ben 90 voti segreti già previsti) – dirà se il Rosatellum passerà l’esame. Poi, in ogni caso, ci sarà l’esame del Senato, dove potranno essere apportate modifiche (in quel caso la legge ritornerebbe alla Camera per confermarle o no), e solo alla fine della classica ‘navetta’ parlamentare (Camera e Senato devono, su ogni legge, varare un testo identico!) sapremo se il Rosatellum diventerà legge dello Stato. Allora potrà essere firmata dal Capo dello Stato e pubblicata nella Gazzetta ufficiale.

Fino ad allora, meglio tenersi cauti. Non fosse perché, alla Camera (ma non – attenzione! – al Senato, dove, in base al diverso Regolamento di quella Camera i voti segreti in materia di legge elettorale non sono ammessi) sono possibili i voti segreti che potrebbero far cadere, come è già successo, anche questo tentativo di dotare il nostro Paese di una nuova e coerente legge elettorale. Infine, il governo – anche se lo ha più volte smentito – potrebbe porre la questione di fiducia, sulla legge elettorale (i regolamenti di Camera e Senato non lo vietano: il governo Renzi la mise, per dire, sull’Italicum), ma anche in questo caso il voto sul testo finale del provvedimento può essere, ove richiesto da 20 deputati, a scrutinio segreto. Non resta da fare altro, dunque, che aspettare.

  • Perché ‘Rosatellum’? E soprattutto perché ‘bis’?

Questa domanda ha una risposta semplice. Nella mania, tutta italiana, di dare nomi latini o latineggianti alle leggi elettorali (come fu per il Mattarellum, nome scovato dal politologo Sartori, per il Porcellum, nome che si auto affibbiò l’estensore di quella legge, Roberto Calderoli, o per l’Italicum, nome scovato da Renzi, Consultellum per le due leggi derivate da sentenze della Consulta) anche questa legge ‘latineggia’. Rosatellum viene dal cognome del capogruppo alla Camera, Ettore Rosato, che ha ideato il sistema, ma avendoci già provato a giugno (tentativo fallito e naufragato, appunto, nell’Aula della Camera al primo voto segreto, quando la sua proposta di legge veniva anche chiamata Tedeschllum), ora i cronisti hanno ribattezzato questa legge un ‘Rosatellum bis’, nel senso che il povero Rosato è la seconda volta che ci riprova…

  • Un po’ di storia e qualche riferimento obbligatorio…

Evitiamo, invece, qui di dare spiegazioni sui sistemi elettorali in generale (insomma, ragazzi, arrangiatevi! E ripassate la materia!) e cioè su come funzionano i sistemi elettorali, quanti e quali sono e come trasformare, dal punto di vista tecnico, i voti in seggi… Vi basterà sapere che i sistemi elettorali si dividono in due categorie (maggioritari e proporzionali), che vi può essere un mix delle due categorie con una dose maggiore o minore dell’una o dell’altra, che, ovviamente, i sistemi elettorali sono strettamente collegati al sistema istituzionale del singolo Paese in cui vengono adottati  (presidenziale Usa e FR, del primo ministro GB, proporzionale) e che i metodi tecnici con cui ogni sistema elettorale trasforma, appunto, i voti in seggi (collegi maggioritari uninominali, collegi maggioritari o proporzionali plurinominali, premi di maggioranza, soglie di sbarramento, candidature, metodi di calcolo di quozienti) divergono di volta in volta, quindi è davvero inutile annoiarvi!!! Infine, non vorremmo appesantirvi con una noiosa digressione su quali e quanti sistemi elettorali ha conosciuto l’Italia dalla sua nascita come nazione (1861) ad oggi (in ogni caso sono più di dieci! invece le democrazie anglosassoni hanno lo stesso identico sistema elettorale da metà’ 800 e le democrazie europee dal ’900!) ma, in ogni caso, giusto per essere un po’ pedanti ugualmente sappiate che l’Italia ha votato con questi seguenti sistemi: 1) maggioritari uninominali, sulla base di censo e istruzione, quando non c’è il suffragio universale, cioè dal 1861 al 1912; 2) sistema proporzionale a suffragio universale maschile dal 1919 al 1922; sistema maggioritario  con premio di maggioranza (legge Acerbo) nel 1924; 3) dittatura fascista, sospensione di ogni sistema di voto e solo plebisciti dal 1929 al 1939; 4) sistema proporzionale puro, a suffragio universale pieno dal 1946 al 1948; 5) cd. ‘legge truffa’ (sistema proporzionale con premio di maggioranza) nel 1953; sistema proporzionale puro con soglia di sbarramento all’1% dal 1958 al 1992; 6) sistema maggioritario uninominale a un turno dal 1994 al 2001 con recupero proporzionale (il famoso Mattarellum, dal nome dell’attuale Capo dello Stato, Sergio Mattarella); sistema proporzionale a turno unico con premio di maggioranza alla prima lista o coalizione senza soglia di accesso e diverse soglie di sbarramento (il Porcellum di Roberto Calderoli) dal 2006 al 2013. Fine. Infatti, sia l’Italicum, diventato legge dello Stato nel 2015, sistema proporzionale con premio di maggioranza e ballottaggio, ma valido per la sola Camera dei Deputati, dichiarato in parte incostituzionale dalla Consulta nel 2016, sia il Consultellum (sistema proporzionale senza premio di maggioranza, con le preferenze e diverse soglie di sbarramento in vigore per il Senato dopo che la Consulta bocciò diverse parti del Porcellum nel 2015) non sono mai entrati, almeno fino ad ora, in vigore. Vuol dire che, finora, con nessuno di questi due sistemi si è mai votato in Italia.

  • Ma che cos’è, in buona sostanza, il Rosatellum bis?!

Il Rosatellum è una sorta di Mattarellum ‘rovesciato’, cioè un mix tra elemento maggioritario e parte proporzionale ma dove la quota di proporzionale la fa da padrona: prevede il 64% di listini plurinominali corti e bloccati (da due fino a quattro nomi) e solo il 36% di collegi maggioritari uninominali. Nel Mattarellum la proporzione era esattamente inversa: 75% di collegi maggioritari e quota proporzionale fissata solo per il 25% dei seggi restanti.

In pratica, si tratta, dal punto di vista politologico, di un sistema elettorale ‘misto’ (una quota di maggioritario a turno unico e una quota di proporzionale) in cui l’assegnazione di 231 seggi alla Camera e di 116 (109 piu i 6 del Trentino e Valle d’Aosta) seggi al Senato è effettuata in collegi uninominali con formula maggioritaria, dove vince il candidato più votato secondo la logica, di tradizione anglosassone, del first past the post (il primo prende tutto). L’assegnazione dei restanti seggi (399 seggi alla Camera e 199 al Senato, compresi i seggi all’Estero, rispettivamente 12 alla Camera e 6 al Senato, quindi in realtà si tratta di attribuire 386 seggi alla Camera e 193 al Senato) avviene con un metodo perfettamente proporzionale (metodo dei quozienti interi e dei più alti resti) nell’ambito di collegi plurinominali. Le circoscrizioni sono 20 per il Senato, una ogni regione, e 28 per la Camera. Il numero dei collegi per ogni circoscrizione sarà di 65 e toccherà al governo definirli con una delega.

La soglia di sbarramento per la Camera e per il Senato è stata fissata al 3% a livello nazionale per le liste, mentre è del 10%, sempre a livello nazionale, per le coalizioni (al 20% nelle regioni che tutelano le minoranze linguistiche). Ci sarà un’unica scheda e non è concessa la possibilità del voto disgiunto. C’è una norma di genere (60-40) e la possibilità di presentare fino a un massimo di cinque pluri-candidature nei listini proporzionali. Niente obbligo di raccolta delle firme per i partiti (cioè i gruppi) presenti in Parlamento al 31 aprile 2017 mentre per tutti gli altri partiti o gruppi le firme da raccogliere sono solo 750 a collegio. Ci sarà un tagliando anti-frode per garantirsi da possibili irregolarità e, udite udite, una scheda con tanto di ‘istruzioni per l’uso’.

Infine, non è prevista l’indicazione del ‘capo’ della coalizione, ovvero del candidato premier, come era nel Porcellum, ma solo quello del ‘capo della forza politica’ né obbligo per la coalizione stessa di presentare un programma comune (ma non è vietato!).

  • Tenetevi forte! I ‘tecnicismi’ della legge elettorale.

Il lettore, già con il mal di testa, potrebbe anche fermarsi qui…, ma ogni legge elettorale è frutto di una (lunga e faticosa) serie di tecnicismi, calcoli e norme specifiche che la contraddistinguono. Per chi, dunque, avesse ancora la pazienza di voler proseguire nella lettura, ecco i principali ‘tecnicismi’ della legge elettorale…

UNA SCHEDA, UN VOTO: diversamente dal Mattarellum, in cui c’erano due schede (una per il collegio ed una per il listino proporzionale, con la possibilità di dare il famoso voto disgiunto), con il Rosatellum 2.0 ci sarà una scheda unica. In essa il nome del candidato nel collegio sarà affiancato dai simboli dei partiti che lo sostengono. Sembra facile, vero?! Aspettate un po’ prima di dirlo!

METODI DI VOTO. Qui le cose si complicano perché sono tre. Uno. Se l’elettore vota il contrassegno di una lista il voto è attribuito automaticamente anche al candidato nel collegio uninominale. Come già detto, nei collegi uninominali il seggio è assegnato al candidato che consegue il maggior numero dei voti. Due. Se l’elettore vota solo per il candidato del collegio uninominale e barra una delle liste dei partiti che lo sostengono il voto è valido (è il cd. ‘doppio voto’). Tre. Se l’elettore vota soltanto per il candidato del collegio uninominale, senza indicare alcuna preferenza per una delle liste che lo sostengono, il suo voto si ‘spalma’, in modo proporzionale, a tutte le liste a lui collegate o, in caso sostenuto da una sola lista, a quella stessa che lo sostiene.

SOGLIE DI SBARRAMENTO. Per accedere in Parlamento è fissata una soglia d’ingresso del 3% al Senato come alla Camera. La soglia per le coalizioni sale al 10%, sempre su base nazionale, ma se una coalizione non raggiunge il 10% dei voti, i voti dei partiti che hanno raggiunto il 3% come liste valgono lo stesso!. ‘Ma’ …  I voti dei partiti in coalizione che abbiano raggiunto la soglia dell’1%, ma non sono riusciti ad arrivare e a superare la soglia del 3%, vengono ripartiti dentro la stessa coalizione. Sotto la soglia dell’1%, invece, i voti dati a quella lista vanno dispersi, cioè non vengono attribuiti a nessuno. Per i collegi plurinominali dove vigono norme specifiche per le minoranze linguistiche (Trentino Alto-Adige e Valle d’Aosta) la soglia di sbarramento è al 20%.

NIENTE VOTO DISGIUNTO. In buona sostanza, non puoi votare il candidato nel collegio appoggiato dalla lista o dalla coalizione del partito dei ‘Gialli’ e, poi, scegliere, nella parte proporzionale, il partito dei ‘Neri’, ove questo, naturalmente non faccia parte del partito/coalizione dei ‘Gialli’. Chiaro, no?!

SCORPORO E ‘BARBATRUCCO’… E’ vietato anche lo scorporo, che era invece possibile nel Mattarellum, ma… c’è un piccolo ‘barbatrucco’, per gli amanti del genere: dato che i voti degli elettori che barrano il nome del solo candidato del collegio uninominale vengono distribuiti proporzionalmente ai partiti che sostengono il candidato del collegio, anche se l’elettore non ha espresso alcuna preferenza per nessun partito, i partiti che hanno superato il 3% dei voti si ‘pappano’ anche i voti delle liste o partiti che non solo non hanno superato il 3% ma neppure l’1% dei voti! L’hanno chiamata, in commissione Affari costituzionali, la norma ‘8xmille’ perché, come si sa, chi non sceglie come destinare il suo 8xmille finisce nel cd. ‘inoptato’ che va, in ogni caso, allo Stato. In questo caso, con tale norma, ci guadagnano i partiti maggiori!

LE COALIZIONI I partiti possono presentarsi da soli o in coalizione. La coalizione è unica a livello nazionale per più liste. Le dichiarazioni di collegamento devono essere reciproche tra le liste che compongono la coalizione. I partiti o le coalizioni di liste devono depositare, insieme al deposito del contrassegno elettorale, un programma con l’indicazione del capo della forza politica. Morale: se voti FI voti per Berlusconi ‘capo’, se voti Pd c’è Renzi, per la Lega Salvini, per i 5Stelle Di Maio e via di questo passo. Inoltre, va detto che anche quando il ‘capo della coalizione’ era indicato espressamente, come nel Porcellum, la Costituzione dice che a conferire l’incarico di presidente del Consiglio è il Capo dello Stato il quale può scegliere, come ha fatto spesso in passato, personalità diverse dal capo di una coalizione per mille ragioni. Una su tutte: il governo deve avere una maggioranza parlamentare e, se non la raggiunge, cioè se non ottiene la fiducia delle Camere, non c’è santo che tiene: anche se ha vinto le elezioni, presto cadrà. Inoltre, se è vero che è possibile costituire delle coalizioni saranno ‘mini’ (tranne, forse, quella del centrodestra tra FI, Lega, FdI e altri partiti minori): vi dovete dimenticare cioè le ‘grandi coalizioni’ del passato (Casa delle Libertà per il centrodestra, Ulivo prima e Unione poi per il centrosinistra) perché, al massimo, il Pd avrà due o tre alleati alla sua sinistra e alla sua destra, ma saranno piccoli, e i Cinquestelle non si alleano con nessuno! Infine, dimenticatevi anche le coalizioni a geometria variabile (e questo è un bene): nel 1994 Berlusconi si alleò con la Lega al Nord (Polo delle Libertà) e con An al Sud (Polo del Buongoverno): ora è impossibile perché le coalizioni dovranno essere fatte per forza sul piano nazionale.  Infine, la retorica demagogica di chi dice ‘voglio conoscere la sera del voto chi governerà’ è sempre stata falsa (l’Italia è, come prevede la Costituzione, una Repubblica parlamentare in cui i governi nascono e muoiono in Parlamento che dà loro la fiducia), ma lo è a maggior ragione ora. Se un partito o una coalizione non supera, abbondantemente, il 40% dei voti non otterrà mai il 51% dei seggi, nelle due Camere, per riuscire a governare da solo! Ergo, i partiti dovranno fare accordi tra di loro in Parlamento, per formare un governo, e questi accordi potranno essere ‘trasversali’ (Pd-FI-centristi o Lega-M5S-altri, per dire) e rompere le coalizioni e i patti stipulati precedentemente (e per finta) davanti agli elettori.

CIRCOSCRIZIONI. Saranno 20 le circoscrizioni per il Senato, una per ogni regione, mentre saranno 28 quelle della Camera. Perché sono importanti? Perché, anche se la soglia di sbarramento per ogni lista o coalizione, è determinata a livello nazionale, per determinare gli eletti si ‘scende’ prima nelle circoscrizioni e poi, ancora, ci si ramifica nei collegi uninominali per la parte maggioritaria e nei collegi plurinominali per il proporzionale. Le circoscrizioni, inoltre, sono molto importanti per definire il ‘recupero’ dei resti: infatti, anche il sistema più proporzionale che si possa immaginare presenta, sempre, dei ‘resti’ da attribuire. Si tratta di un ‘quoziente’ che stabilisce la cifra degli eletti e la cifra nazionale di ogni partito. Nella nuova legge elettorale verrà usato il metodo del ‘quoziente intero e dei più alti resti’ (nella Prima Repubblica si usava il metodo d’Hare, c’è anche quello ‘d’Hondt’) ma non stiamo neanche a spiegarvelo! E’ un puro calcolo tecnico, matematico: distribuisce in modo il più proporzionale possibile i seggi ai vari partiti e, francamente, è davvero roba per malati…

COLLEGI UNINOMINALI: si tratta di 231 collegi, pari al 36% dei seggi della Camera, per i deputati, e 109 (36%) per il Senato. In realtà, però questo conto è un po’ farlocco: infatti, nei 231 collegi uninominali della Camera sono contati anche i 6 collegi uninominali del Trentino Alto-Adige e uno in Valle d’Aosta, dove i seggi li vincono sempre le rispettive minoranze linguistiche, quindi i collegi della Camera sono in realtà 225. Stesso ragionamento per il Senato: i 109 collegi uninominali sono in realtà 116 ‘al netto’ dei sei del Trentino e di uno in Valle d’Aosta, il che vuol dire che, appunto, i collegi sono solo 109. I partiti si possono coalizzare per sostenere un comune candidato nell’ambito di ogni collegio uninominale mentre corrono da soli nell’ambito dei collegi plurinominali, e cioè per la parte proporzionale.

Risulta eletto il primo candidato di un partito, lista o coalizione di liste che prende un voto in più di tutti gli altri in ogni collegio uninominale. Si tratta, cioè di un sistema uninominale maggioritario secco all’inglese. Non sono ammessi ripescaggi, non ci sono soglie di sbarramento, possibilità di voto disgiunto, voto di scorporo, preferenze, etc. Se il candidato del collegio muore o rinuncia al seggio si ripete l’elezione. Ci si può candidare in un collegio uninominale e in 5 collegi plurinominali. L’alternanza di genere è garantita in proporzione del 60/40 per ogni genere ma al Senato deve essere garantita su base regionale.

COLLEGI PLURINOMINALI: Come risulterà facile capire da un rapido calcolo, se i seggi della Camera sono 630 e quelli del Senato 315 (oggi, al Senato, siedono 320 senatori ma perché in cinque sono senatori ‘a vita’ nominati per alti meriti dal Capo dello Stato) ne mancano parecchi per arrivare a fare ‘la somma del totale’, come direbbe Totò. Quanti sono e come verranno eletti i parlamentari?

Alla Camera ‘restano’ da eleggere 399 deputati nei collegi plurinominali, ma 12 continuano ad essere eletti nelle Circoscrizioni Estere con metodo rigidamente proporzionale. Restano dunque in 386 i deputati da eleggere sempre con metodo proporzionale.

Al Senato, invece, restano da eleggere, tolti i 109 collegi uninominali (116 in realtà perché sono compresi i 6 del Trentino e uno in Val d’Aosta), 199 senatori, ma di questi sono sei gli eletti all’Estero, quindi ne restano 193 di senatori da eleggere nei collegi plurinominali. Da ricordare che il Molise elegge sempre e soltanto un senatore.

I candidati che si presentano nei collegi plurinominali, collegi divisi a livello più grande in 28 circoscrizioni della Camera e 20 del Senato, vengono eletti con un metodo che trasforma in voti in seggi in modo rigidamente proporzionale (metodo detto del quoziente interno e dei più alti resti) su base nazionale, con una soglia di sbarramento nazionale fissata, sia per la Camera che per il Senato, al 3% (al 10% per le coalizioni, al 20% per i collegi dove sono presenti minoranze linguistiche). I voti ai candidati dei collegi plurinominali contribuiscono ad aumentare i voti di ogni coalizione solo e soltanto se compresi tra l’1% e il 3% in partiti facenti parte della rispettiva coalizione mentre sotto l’1% quei voti vanno dispersi. I candidati dei collegi plurinominali sono scelti, all’interno di ogni lista, sulla base di liste bloccate corte composte da un minimo di due a un massimo di 4 nomi. A parità di voti è eletto il candidato più giovane. Sono vietate le preferenze, il voto disgiunto, lo scorporo tra maggioritario e proporzionale. La norma di genere (40/60) assicura che nessun genere possa superare l’altro nella composizione delle liste. Le pluricandidature sono ammesse fino a cinque, oltre a quella in un collegio maggioritario uninominale. Se un candidato viene eletto in più collegi plurinominali dovrà optare per quello dove ha preso meno voti e, al suo posto, scatterà il secondo classificato del suo partito in lista, sempre sulla base del collegio plurinominale di riferimento, ma privilegiando quello che ha preso meno voti in assoluto, non il contrario.

DELEGA AL GOVERNO E ASSEGNAZIONE DEI SEGGI. La legge delega il governo a definire questi collegi plurinominali: saranno circa 65 e dall’approvazione della legge il governo ha 30 giorni di tempo per disegnarli. Il problema, però qui, si fa ostico. Infatti, mentre capire come avviene l’assegnazione del vincitore nel collegio uninominale è molto facile (il primo che arriva vince!), nei collegi plurinominali il percorso è più macchinoso. In buona sostanza è questo: per i seggi da assegnare alle liste nei collegi plurinominali, il riparto avviene a livello nazionale, con metodo proporzionale, tra le coalizioni di liste e le liste che abbiano superato le soglie di sbarramento. Per le coalizioni non vengono comunque computati i voti dei partiti che non hanno superato la soglia dell’1 % mentre un partito che supera la soglia del 3% ottiene i seggi corrispettivi anche se la coalizione di cui fa parte non ha superato il 10%. Sotto la soglia dell’1% nessun partito ha diritto ad avere seggi mentre tra l’1% e il 3% non ne ottiene ma contribuisce ad arricchire quelli della coalizione di chi fa parte. Nel caso il candidato nel collegio uninominale venga eletto sia nel maggioritario che nel proporzionale, prevale la vittoria nel collegio uninominale. Al candidato in più collegi plurinominali che dovesse essere eletto in diversi listini sarà assegnato il collegio plurinominale in cui la lista a lui collegata ha ottenuto il minor numero di voti. In caso di pareggio tra due candidati, sarà eletto il candidato più giovane. Ci avete capito qualcosa? Tranquilli, anche noi facciamo fatica…

LISTINI E PLURICANDIDATURE Nei collegi plurinominali, dove vale il proporzionale, e dunque solo in quelli, sono previsti dei ‘listini’ molto corti, dai 2 ai 4 candidati al massimo. Quanto alle pluri-candidature, saranno possibili ma limitate (massimo 5), sempre nei collegi plurinominali. Nessuno può essere candidato in piuù di un collegio uninominale, a pena di nullità, ma è consentita la candidatura dello stesso candidato in un collegio uninominale e nei collegi plurinominali fino a un massimo di cinque (già detto!).

E I FAMOSI COLLEGI DEL TRENTINO ALTO-ADIGE?! Il testo della nuova legge rimane ancorato, né poteva essere altrimenti, al testo del Tedeschellum come modificato dall’emendamento Fraccaro-Biancofiore votato a scrutinio segreto l’8 giugno scorso quando il Tedeschellum, allora in votazione, naufragò proprio su questo emendamento: sei collegi uninominali e cinque proporzionali, alla Camera, altri sei e due al Senato. Non potrebbe essere altrimenti: i seggi del Trentino godono, infatti, di una riserva ‘costituzionale’: tanti sono e tanti devono essere in qualsiasi legge elettorale venga approvata dalle Camere! Così è.

QUOTE DI GENERE: il Rosatellum bis riconosce una “quota di genere”, un modo gentile per dire che bisogna rispettare, come prevedono diverse leggi italiane ed europee, una proporzione non discriminante verso le donne, il caro vecchio “sesso debole” nella compilazione delle liste elettorali, pena la loro non validità ed esclusione dalle elezioni. Per il Rosatellum la proporzione è di 60%-40%. Infatti sia nei collegi uninominali che in quelli plurinominali nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore al 60%. Le future senatrici, però, avranno più chance delle future deputate: il testo dispone che la ripartizione della quota di genere per il Senato, sia nell’uninominale che nel proporzionale, venga rispettata a livello regionale e non nazionale.

TOT FIRME, TOT LISTE. E’stato dimezzato, rispetto al testo originario, il numero delle firme da raccogliere per tutti quei partiti o nuove formazioni politiche che non sono in Parlamento o non hanno un proprio gruppo parlamentare costituito alla data del 15 aprile 2017 (la data originaria era il 31 dicembre 2016, ma Mdp sarebbe rimasta fuori dal novero e pure il Pd gli ha fatto il regalo). Il numero di firme da raccogliere passa da 1.500-2.000 a sole 750, ma attenzione la deroga sarà valida solo per le prossime politiche! Per i partiti presenti in Parlamento sotto forma di gruppi costituiti (anche quelli minuscoli, sottogruppi, nati per microscissioni…) non sarà invece necessario, come già detto, raccogliere le firme.

AVVOCATO, MI CERTIFICA? Per le prossime elezioni, e solo queste, anche gli avvocati abilitati al patrocinio in Cassazione potranno autenticare le firme per la presentazione delle liste.

  • E’ finita? Neanche per idea! Alcune cose divertenti…

Se siete arrivati a leggere fin qui vuol dire che avete preso discrete dosi di citrosodina e bicarbonato, oltre a un po’ di sana nevralgina, per curare il mal di stomaco e il mal di testa! I nostri novelli ‘padri costituenti’ hanno pensato (e hanno fatto) bene ad aiutare il povero elettore a non impazzire, nei seggi. Infatti, tra rischi di contestazioni dei voti e delle schede elettorali e rischio di lunghe code davanti alle cabine elettorali, il rischio caos (e il rischio figuraccia) sarebbe davvero vicino. Ecco dunque alcune novità, davvero mai sperimentate prima!

LA SCHEDA CON LE ISTRUZIONI ‘PER L’USO’… La scheda è unica (ma attenzione in realtà saranno due! Perché una vale per eleggere i deputati alla Camera e una per eleggere i senatori al Senato!), ma conterrà anche, e per la prima volta nella storia repubblicana, delle “istruzioni per  l’uso” che serviranno a informare gli elettori su come devono… votare! Nel frontespizio della scheda, infatti, verrà spiegato come si vota…

IL TAGLIANDO “ANTI-FRODE” La scheda sarà dotata di apposito tagliando rimovibile, dotato di codice alfanumerico progressivo, che sarà rimosso e conservato dall’ufficio elettorale prima dell’inserimento della scheda nell’urna. L’obiettivo è di evitare brogli e scambi tra schede bianche e schede pre-stampate.

MA IL SUO PARTITO ‘TRASPARE’? Sono state inserite, nel Rosatellum bis, diverse norme di cosiddetta ‘trasparenza’. Prevedono che i partiti, i movimenti e gruppi politici organizzati che si presentano alle elezioni debbano avare uno Statuto. Chi ne è o ne sarà sprovvisto (come nel caso dell’M5S, tanto per dire) potrà presentare liste elettorali solo indicando elementi minimi di trasparenza come questi tre: il legale rappresentante, il titolare del contrassegno, gli organi del partito, la composizione e le funzioni. Tutto il materiale sarà pubblicato online sul sito del ministero dell’Interno, insieme al programma elettorale di ogni partito o coalizione e al nome del capo della forza politica di ogni lista o partito. Si badi bene: capo di forza politica, non della coalizione!

Siete arrivati alla fine di questo lungo, troppo lungo, testo sulla legge elettorale?! Beh, allora siete pronti: potete andare a votare! Sempre che, si capisce, il Rosatellum bis diventerà mai legge!!! Ps. L’autore di questo articolo sarà felice di offrire un buon caffè a chiunque gli segnali possibili errori, dimenticanze, sviste etc.

NB: L’articolo, in forma meno lunga, è stato pubblicato sul sito di @Quotidiano.net

 

Legge elettorale ‘for dummies’! Il Rosatellum spiegato al colto e all’inclìta… Tutto e di più di quello che c’è da sapere

Tutto quello che c’è da sapere sulla nuova legge elettorale, il Rosatellum bis !

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Ettore Maria Colombo – ROMA

Questo articolo è stato pubblicato, in forma ridotta, sul sito @Quotidiano.net 

( L’articolo su come funziona il Rosatellum è leggibile a questo indirizzo: http://www.quotidiano.net/politica/rosatellum-bis-1.3451104)

Legge elettorale ‘for dummies’….

Abbiamo formulato alcune semplici domande cercando di fornire risposte le più possibili semplici, ma articolate, su un…

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Due pezzi facili. Renzi alla Direzione del Pd ‘apre’ a sinistra. La legge elettorale dalla commissione ora è alla prova dell’Aula

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Pubblico qui i due articoli scritti negli ultimi due giorni per Quotidiano Nazionale

  1. Renzi  in modalità “pace col mondo” apre alla coalizione di centrosinistra: “Gli ex dem non sono i nostri avversari”, ma il vero obiettivo è agganciare Pisapia. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Sarà stato il disgelo, con tanto di cordiale telefonata, con Prodi. Sarà stata la goduria di assistere alle liti, stile sfida all’Ok Corral, tra Pisapia e Bersani, oltre che, ovviamente, con D’Alema. Sarà stata la tregua interna che i big dem, da Franceschini a Orlando, gli hanno garantito da qui in avanti, in sostanza fino alle elezioni, anche perché – pare – assai rassicurati sui posti in lista per i loro. Saranno stati i consigli degli ex democristiani di destra (Guerini) e di sinistra (Richetti) che gli hanno tenuto testa per mesi a forza di dirgli, e a convincerlo, che “Matteo devi allargare, includere”. Certo è che Matteo Renzi, dopo la “fase zen”, già nota, è entrato in una modalità ancora più ambiziosa, quella da “pace col mondo”. La Direzione di ieri, convocata per discutere della legge elettorale, ne è stata la plastica rappresentazione. Lunga e serena relazione, nessun dibattito, nessuna contrapposizione, voto finale unanime.

La prima sorpresa contenuta nell’introduzione del segretario dem – che parla davanti al premier Gentiloni e al ministro Minniti – è, naturalmente, quella della sua ‘apertura’ a quanto c’è a sinistra del Pd: Premesso che “l’obiettivo è sconfiggere i populisti (M5S, Lega), oggi in difficoltà”, Renzi pronuncia una frase che non direbbe neppure sotto tortura: “I nostri avversari alle elezioni non sono quelli che sono andati via di qui”, e parla degli scissionisti (Mdp). Non vuole né cerca, ovviamente, un’alleanza con loro – anzi: se ne guarda bene anche solo dal pensarla – ma per la prima volta non li bastona (tranne per una frase en passant rivolta all’indirizzo di Bersani: per spiegare tutte le giravolte di quelli che stavano nel Pd sulla legge elettorale “ci vorrebbe la moviola”)

Il ‘merito’ del ‘nuovo corso’ sta tutto nella nuova legge elettorale che si profila se il patto ‘a quattro’ (Pd-Lega-FI-Ap) terrà in Aula. “Il Rosatellum – spiega Renzi – ha alcuni elementi di forza, perché chiama a una coalizione, e un dato di fatto: uno strumento che fa del Pd il baricentro per una coalizione più ampia del solo Pd”. Il che, peraltro, vuol dire che Renzi avalla (e invita) a costruire liste in coalizione con il Pd: i centristi cattolici, da Alfano a Dellai, i radicali laici, da Della Vedova a Bonino, e la sinistra progressista, dai sindaci a Pisapia. Renzi non lo nomina, ma aspetta, paziente, che arrivi e in area Pisapia già sottolineano “il cambio di passo”. In realtà, il messaggio sotteso del leader dem è un po’ più sottile: se passa il Rosatellum, facciamo facciamo le coalizioni perché servono per vincere, altrimenti andiamo con il Consultellum, io faccio il listone Pd “e mi candido al Senato con le preferenze”., il che vorrebbe dire, però, tornare a quella ‘vocazione maggioritaria’ che l’ex premier ha sempre perseguito e che, per ora, è finita in soffitta. Perché, come dice Renzi con un latinismo, anche questo insolito, “o passa il Rosatellum o c’è il Consultellum, tertium non datur”. Motivo, però, quello di dare fiato e corpo alla possibilità che la nuova legge passi, per cui balena, di nuovo, nel Pd, l’ipotesi della fiducia ‘tecnica’ sul Rosatellum: il Colle non gradirebbe affatto, Gentiloni recalcitra, ma all’ultimo momento, in Aula, potrebbe essere messa perché – avverte Rosato – “dobbiamo stare attenti ai voti segreti”.

Poi  Renzi manda a dire ai suoi oppositori interni che: “Siamo al rush finale, il tempo che ci separa dalle elezioni è di settimane”; quindi “basta litigi, dobbiamo giocare tutti insieme, fare squadra”. Renzi non cita mai lo ius soli, lasciando di fatto capire che spazio per far passare quella legge non ce n’è, specie a fine legislatura. Eppure, al Nazareno, c’è chi non dispera che, dopo aver chiuso la legge di Stabilità,“si possa aprire uno spazio per portarla a casa”.

Renzi, infine, ringrazia di cuore Orlando per aver detto che non intende metterne in discussione la leadership in caso di sconfitta in Sicilia, e Orlando apprezza e neppure Cuperlo parla in dissenso.  Franceschini resta in silenzio, annuisce più volte mentre Renzi parla e a chi gli chiede conto sorride: “sono naturalmente d’accordo con la relazione del segretario”. Ieri, al Pd, era proprio il giorno del volemose bene.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pag. 4 del Quotidiano Nazionale il 7 ottobre 2017


ettore rosato

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

 

2. Il Rosatellum va in Aula tra lo spettro franchi tiratori e la tentazione della fiducia

Ettore Maria Colombo – ROMA

La commissione Affari costituzionali della Camera ha dato il via libera al Rosatellum 2.0 (o bis che dir si voglia…), ma nessuno dei leader (Renzi, Berlusconi, Salvini e Alfano) dei partiti che hanno sottoscritto il ‘patto a quattro’ (Pd-FI-Lega-Ap) per dargli vita può tirare un sospiro di sollievo. Infatti, che dentro la commissione il patto avrebbe retto nessuno lo metteva in dubbio: il voto, dentro la commissione, è palese. Ma quando la nuova legge elettorale, il cui relatore Emanuele Fiano (Pd) ha passato giorni e notti insonne, approderà nell’Aula di Montecitorio, martedì 10 ottobre, può succedere di tutto. L’incognita è quella dei franchi tiratori: non vedono l’ora di affossare questa legge elettorale come già hanno fatto, a giugno, con il Rosatellum 1.0, allora anche detto Tedeschellum, quando una maggioranza ben più ampia dell’attuale crollò al primo voto.

I voti segreti, stavolta, si prevede saranno almeno una novantina e, se passassero, causerebbero l’immediato affossamento della legge: riguardano alcuni punti ‘caldi’ del Rosatellum (preferenze, voto disgiunto, soglie di sbarramento) su cui si fonda il patto a quattro. Per dire, ripristinare le preferenze, uno dei primi punti all’ordine del giorno del voto di martedì, una volta votate le pregiudiziali di costituzionalità, farebbe saltare l’accordo con Forza Italia. Il voto disgiunto aprirebbe invece molti problemi nel Pd di Renzi perché favorirebbe, di fatto, il voto per gli odiati scissionisti di Mdp.

Ma quanti franchi tiratori servono per affossare il Rosatellum? Sulla carta, è blindato. I favorevoli hanno ben 455 voti: ai quattro partiti citati vanno infatti sommati diversi gruppi minori (Ala-Sc, Civici, Popolari-Cd, Psi, Svp, Udc, etc.) mentre, sempre sulla carta, il fronte delle opposizioni (M5S-Mdp-SI-FdI) che giudica il Rosatellum “pessimo” e “inaccettabile”, arriva appena a 165 voti. Eppure, come spiega un verdiniano esperto di numeri e di conti, Ignazio Abrignani, “basta che, nel voto segreto, si spostino in 150 ed ecco che le proporzioni cambiano: 350 a favore, 300 contro. A quel punto ogni voto diventerebbe un calvario e può saltare tutto”. Inoltre, va detto che, non solo dentro Forza Italia, specie al Sud, ma anche dentro Ap (e, ovviamente, nel Pd), i peones ribollono.

Al di là del tenere le dita incrociate, dunque, e lanciare appelli, come quello di Ettore Rosato (“Il Parlamento sia responsabile”), continua perciò ad aleggiare l’ipotesi che il Pd chieda un ‘aiutino’ al governo Gentiloni e ricorra alla fiducia. Ma anche questa mossa, indigeribile per le opposizioni (Mdp già annuncia che “se verrà messa porteremo gli italiani in piazza”), non blinderebbe totalmente, il Rosatellum 2.0. Infatti, i problemi sarebbero tre: uno, Gentiloni non vuole metterla, due l’idea della fiducia al Colle non piace né poco né punto e, tre, FI e Lega avrebbero molte difficoltà a votare la fiducia, anche se fosse ‘tecnica’. L’ultima controindicazione a questa mossa rappresenterebbe un vero caso capace di far esplodere il Parlamento: nonostante la fiducia, infatti, il voto finale sul provvedimento può restare, grazie al super garantista regolamento di Montecitorio, in ogni caso segreto. E ‘andare sotto’, nonostante la fiducia, sarebbe davvero letale. Ecco perché sia Rosato che Fiano garantiscono e spergiurano davanti a tutti quelli che glielo chiedono “di un voto di fiducia non abbiamo mai neanche parlato”.

NB: Articolo pubblicato l’8 ottobre 2017 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale.