Sinistra disunita e litigiosa: “Potere al Popolo!” denuncia l’arrivismo di LeU. D’Alema dice il contrario di Grasso e lo spettacolo dei ‘paracadutati’ è triste

Sinistra disunita e litigiosa: “Potere al Popolo!” denuncia l’arrivismo di LeU. D’Alema dice il contrario di Grasso e lo spettacolo dei ‘paracadutati’ è triste

Pubblico qui di seguito due articoli, uno su LeU, la formazione politica guidata da Pietro Grasso,  ex presidente del Senato, e uno sulla nuova lista di sinistra, “Potere al Popolo”. 

Ps. Piccola considerazione ‘personale’ di chi è appartenuto, lungo tutta la sua gioventù (fine anni Ottanta/metà anni Novanta, in parte anche fino all’inizio degli anni Duemila): LeU non ci sta facendo una gran bella figura, con il caos in corso sulle candidature. Avevano promesso rispetto del principio della “territorialità” e delle “competenze”, oltre che inneggiare, ovviamente, al “rinnovamento” delle liste. Bene, quale è il risultato? Vediamone alcuni. Il medico di Lampedusa, Pietro Bartolo, portato come un’icona all’assemblea fondativa di LeU lo scorso novembre, annuncia che non si candida per “restare vicino ai suoi immigrati a Lampedusa”. In realtà, lo avevano messo in un collegio uninominale impossibile da vincere (Pavia) e non se l’è sentita di rischiare. Un altro bel nome, il direttore generale di Unicef Italia, Andrea Iacomini, ha rinunciato. C’è da capirli: perché rinunciare a lavori faticosi, ma ricchi umanamente e appassionanti, per collegi insicuri e, forse, un oscuro lavoro da deputati semplici? Chi mette, in lista, invece, LeU? Il portavoce del presidente del Senato, Pietro Grasso, Alessio Pasquini. I giornalisti come me, ovviamente, lo conoscono: è una persona seria e perbene, ma è un paracadutato. Poi, altri due portavoce (o, meglio, ‘porta-silenzi’): Piero Martino (ex Pd, storico portavoce del Ppi, della Margherita, di Franco Marini come di Dario Franceschini) che oggi fa il “responsabile comunicazione” di LeU e lo storico uomo ombra di Bersani, Stefano Di Traglia. Li conosco entrambi, li stimo, ci parlo tutti i giorni o quasi, specie con Martino (Di Traglia parla poco…), ma che senso ha? Meglio loro di Bartolo o Iacomini?

Infine, dai territori, dentro LeU, salgono in questi giorni polemiche al fulmicotone contro il Nazionale che, chiuso in una stanza di via Zanardelli, sta componendo le liste elettorali (al tavolo sono in pochissimi: Grasso, Boldrini, Migliavacca e Stumpo per Bersani, Fratoianni per SII): i motivi della polemica sono, in pratica, sempre gli stessi. “Non vogliamo i paracadutati dall’alto”, non accettiamo “i visitors”, “scelte dissennate e non rispettose dei territori”, “se andate avanti così la campagna elettorale ve la fate da soli”. Le missive e le telefonate si ripetono uguali e monotone, in queste ore, da molte regioni: la Sicilia protesta contro l’arrivo Epifani, paracadutato nel listino proporzionale; la Calabria contro Nico Stumpo, capolista in due listini; l’Abruzzo contro una calabrese, Celeste Costantino, e perfino contro un ‘cugino’ molisano, Danilo Leva, perché gli abruzzesi sono stati esclusi; la Sardegna si rifiuta di candidare, sempre nel listino, Claudio Grassi (ex responsabile Organizzazione del Prc, poi transitato con Sel-SI); la Campania ha detto di no a un re delle preferenze e dei voti come Antonio Bassolino, ma ora deve dire di sì a molti altri ‘paracadutati’ che vengono da fuori; il Friuli non vuole Anna Falcone (presunta ‘società civile’, in quota Grasso); la Toscana e l’Emilia sono stufe di doversi sobbarcare i big di Mdp e SI che, fuori da tali regioni, non verrebbero eletti. In pratica solo il Salento non protesta: D’Alema se lo batte da mesi in lungo e in largo. Ora, con tutto l’affetto e la simpatia, se questa è la ‘Nuova Sinistra’, mille volte meglio il Pd… O, come state per leggere qui sotto, quelli di Potere al Popolo genuini, utopisti, ma onesti…


 

  1. “Potere al Popolo”: il 3% è un miraggio irraggiungibile, far male a LeU no…

 

Supporter del Partito comunista russo inneggiano a Lenin
Marcia dei comunisti russi a Mosca – 2017
LENIN diceva che «lo Stato socialista è una macchina perfetta, anche una cuoca sa governarlo». La nota teoria della «cuoca di Lenin» si applica alla perfezione alla lista «Potere al Popolo!» che, con una stella rossa (seppur assai generica e poco ‘sovietica’) come simbolo, si presenta alle elezioni. La cuoca in questione è la portavoce della lista stessa. Si chiama Viola Carofalo, ha 37 anni («fornita di eleganza e intelligenza ironica, già buca il video» così la descrive il quotidiano comunista il manifesto, dove il richiamo della foresta ancora si sente, evindentemente…) e si definisce «meridionale e precaria». Viola è ricercatrice di Filosofia morale all’Orientale di Napoli, ma soprattutto viene da un’esperienza dal basso assai particolare, quella del centro (ex Opg) Je so’ pazz’ (qui c’entra, però, molto Pino Daniele e molto poco il maxismo-.leninismo…). La cosa curiosa è che la portavoce di «Potere al Popolo!» fa la portavoce, ma non si candida.
Del resto, si sa come sono fatti, nella sinistra-sinistra radicale: «Prima il Popolo», poi le poltrone. E infatti, nella lista, ci sono esperienze di estrema sinistra radicale di ogni tipo e provenienza. C’è il sindacalismo di base: Ubs, Cub, ex sinistra sindacale della Cgil (Giorgio Cremaschi, uno che era troppo ‘di sinistra’ e ‘radicale’ persino nella Fiom e che, alla fine, dalla Cgil se n’è dovuto andare via perché Camusso e Landini così vollero…).
Ci sono – come farne a meno? – le esperienze sociali di base dei No–Tav (Piemonte), No-Triv (Puglia), No-Mose (Veneto). E c’è quel poco che resta di esperienze floride e vivaci, nei decenni passati, ormai essiccate: i centri sociali più «duri e puri»; il movimento «no-global» o, meglio, i suoi scampoli (Haidi Giuliani, madre di Carlo, morto al G8 di Genova); i rimasugli della Lista Tsipras alle Europee. C’è, infine, quel che resta di un partito che fu glorioso, Rifondazione comunista, ma che oggi è ridotto al lumicino: guidato, dopo l’ex ministro Paolo Ferrero, dall’abruzzese iper-movimentista Maurizio Acerbo, ha mantenuto, però, quel poco di struttura e di radicamento che hanno già portato in dote, alla nuova lista, l’agevole superamento del numero di firme necessarie, come prescrive il Rosatellum, per potersi presentare in tutta la Penisola, sia nei collegi che nei listini.
L’OBIETTIVO del 3% ,è ovviamente, una chimera irraggiungibile, ma se M5S e Pd («Renzi e Berlusconi sono la stessa cosa, i 5Stelle sono contro gli immigrati», etc.) non si curano, giustamente, affatto, dal loro punto di vista, di una lista simile, LeU qualcosa da temere ce l’ha. Sia perché qualche figura autorevole (il cantautore Paolo Pietrangeli, quello di «Contessa», l’ex allenatore Renato Ulivieri, la pacifista Lidia Menapace, il mitico trotzkista che “coltiva le rose” e fece cadere il II governo Prodi, Franco Turigliatto, etc.) si è candidata con «Potere al Popolo». Sia perché, su LeU, danno il giudizio più tranchant: «E’ un ‘Pd-2’ ambiguo e poltronista, il loro, D’Alema e Bersani hanno fatto solo disastri». Parola di Viola Carofalo, in arte ‘cuoca’ di Lenin.
NB: L’articolo è pubblicato il 26 gennaio 2018 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale.  
____________________________________________________________________________________________
2. D’Alema punta, dopo il voto, al “governo del Presidente”. A LeU lo fischiano tutti. 
d'alema 2
L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema
Ettore Maria Colombo – ROMA
«Siamo disponibili a confrontarci con tutti i partiti solo per cambiare una pessima legge elettorale». La sconfessione più cocente a ‘Spezzaferro’ D’Alema arriva dal teorico leader di LeU, Pietro Grasso che reagisce in modo glaciale a Massimo D’Alema. Il quale, a sua volta, disistima Grasso: lo ritiene, come dice agli amici più cari, unfit,  «inadeguato» a rappresentare LeU. «Si impappina a parlare – sibilano i suoi pasdaran  – in tv è un disastro, la proposta sulle tasse universitarie è stata un boomerang. E non siamo stati certo noi a volerlo, ma  Bersani…».
In più, il presidente del Senato – il quale sostiene ogni giorno, cosa che fa perdere la trebisonda alla Boldrini e non solo a lei,  «la linea politica di LeU la decido solo io» – non era stato avvertito né da D’Alema (figurarsi) né da altri dell’intervista di questi  al Corsera. Quella in cui D’Alema espone la teoria, tipicamente “dalemiana”, della nascita di un  «governo del Presidente», subito dopo il voto, con tutti dentro, anche FI, ovviamente.
D’Alema ottiene l’effetto voluto: di lui e della sua ‘teoria’ si parla tutto il giorno, ma sostanzialmente per avversarla. I forzisti tacciono, leghisti e grillini se la ridono, i dem respingono sdegnati, anche quelli di sinistra come Orlando, la proposta al mittente e i renziani, da Giachetti a Marcucci, lo sbertucciano.
Il guaio è che D’Alema crea alta tensione e malumori soprattutto dentro il suo, di “partito”. Molti dirigenti di LeU, soprattutto quelli che vengono da SeL  (Fratoianni) e da Possibile (Civati) entrano in una vera e propria crisi di nervi. Fratoianni viene descritto «furibondo»,  Civati è «imbufalito». Solo  pochi, però, parlano in chiaro. Stefano Fassina tuona: «L’ultimo governo del Presidente in Italia, quello Monti, è stato un disastro. La linea di LeU dopo il 4 marzo la decideremo tutti insieme». Giorno in cui, peraltro, D’Alema varrà solo per «uno»:  dentro LeU, infatti, di dalemiani candidati, in pratica, non ce n’è, tranne due (Paolucci, Campania, e Rosati Lombardia, artefice della rottura con Gori). Pippo Civati,  inqiueto per i messaggi «contraddittori» che LeU dà «al nostro popolo», dice secco: «è un’idea  sua, io sono contrario». Chiude il trittico Laura Boldrini, a sua volta in polemica dura proprio con Grasso  sulle alleanze (Grasso guarda ai 5Stelle, lei li detesta): «Parole che disincentivano il voto». Morale: tesi respinta e con perdite.
Non che, dentro il Nazareno, tutto vada liscio. Al di là di ‘godere’ per le reazioni anti-D’Alema, c’è un triplo problema e si chiama «Gentiloni-Minniti-Boschi». Il premier sta vivendo come un’offesa personale la richiesta di Renzi di una candidatura in un collegio uninominale, a rischio sconfitta. Minniti, invece, è proprio furibondo: Renzi aveva garantitoa entrambi l’esatto contrario, cioè la loro candidatura solo in più listini proporzionali per tenerli al riparo dalla brutta figura nei collegi. Boschi, invece, fa caso a sé: Renzi fa girare la voce che correrà nel collegio di Firenze 1 (Camera) ma al Nazareno sono molto scettici: vedono per lei solo il listino bloccato, ovviamente in Toscana.
Infine, i ‘nanetti’. Lorenzo Guerini, plenipotenziario di Renzi, ha dovuto faticare non poco per contenere l’ira funesta di Beatrice Lorenzin, capocordata di «Civica e Popolare»: la ministra alla Salute si vuole candidare nel Lazio, contro Zingaretti, che li ha scaricati. Il Nazareno non considererà la scelta «un atto ostile», anche perché i voti dei ‘civici e popolari’ servono come il pane. Di collegi sicuri, però, ne avranno pochi: sei, forse otto, ma l’accordo c’è. Anche con i Radicali di «+Europa», nonostante il tira e molla sfibrante (storica tecnica radicale), sarà chiuso l’accordo, ma solo l’ultimo giorno utile, sabato 19. Avranno quattro, forse sei, seggi blindati. Insomma, la coalizione c’è, per quanto sia «mini». Solo quando sono arrivati i plenipotenziari della minuscola lista «Insieme» (Psi-Verdi-ulivisti), che di seggi ne hanno chiesti dieci, al Nazareno si sono rilassati: «Valete lo 0,1%», gli è stato risposto ridendo, «ne avrete tre. E ricordatevi pure di ringraziarci…».
NB: L’articolo è stato pubblicato il 19 gennaio 2018 sul Quotidiano Nazionale. 
________________________________________________________________________________________
Annunci

#Mattarella o della ‘rivoluzione silenziosa’. Così spopola il presidente ‘mite’

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana
Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

MATTARELLA ha ricevuto Mario Draghi. Mattarella ha ricevuto Ignazio Visco. E, a dirla tutta, Mattarella ha ricevuto pure l’ad di Sky, il presidente di Mediaset e di altri grandi gruppi industriali e mediatici. Se n’è accorto qualcuno? Macché. Stringato, striminzito, comunicato del Quirinale e via, sotto un altro. Mattarella vede, in rapida successione, i ministri Alfano, Pinotti, Giannini? Qualche giornalista ha strologato, scritto retroscena et similia? Nothing, nada, rien. Mattarella gira il mondo: Parigi-Berlino-Madrid subito, appena eletto; Serbia-Montenegro-Londra in soli quattro giorni a giugno; Tunisi e Malta a luglio. Viaggi «di Stato», ufficiali, ma che tracciano due direttrici di scavo, studio, analisi, gestione dei rapporti diplomatici: apertura a Balcani ed Est Europa, Paesi che vogliono entrare nella Ue, da un lato, e dialogo “mediterraneo” con il Sud del Mondo, Africa in testa, dall’altro. Riscontri mediatici? Scarsi. Ai tempi di Napolitano, a ogni fiato di «re Giorgio», giù articoli, filmati, reportage. Un genere quasi letterario che aveva pure un nome: «i moniti di re Giorgio». E giù “fiumi di parole” fino ai libri (14/15, di cui sette/otto  scritti ‘su’ Napolitano, sette/otto ‘di’ Napolitano).

E MATTARELLA? Anche qui, libri su Mattarella appena due: uno del suo portavoce (prima di sapere di esserlo, peraltro), Giovanni Grasso, che in realtà parla del fratello ucciso dalla mafia, Piersanti; l’altro di Pio Cerocchi, suo vecchio amico dai tempi della Dc e del Ppi.
Esternazioni di Mattarella? Poche, rare, misurate, centellinate (i rapporti coi media, sul Colle, li tengono Grasso, ex inviato Avvenire, Gianfranco Astori, ex deputato della Dc e, poi, direttore dell’Asca, e ora anche Claudio Sardo, ex direttore dell’Unità: insomma, il fior fiore del cattolicesimo democratico). Eppure, in quest’ultimo mese, le esternazioni del Presidente, da rade e limitate, circoscritte, sono già salite di grado e d’intensità. In meno di una settimana, ha messo i riflettori sui profughi e i migranti, dove «una Ue in affanno fa meno di quanto dovrebbe»; l’Isis e il terrorismo, definite (con genio) «forze del disordine»; i due Marò per cui «l’Italia si batterà»; la lotta a corruzione e mafie, «priorità assoluta»; la coesione sociale da «ritrovare», le riforme istituzionali da «fare al più presto».
E «l’uomo solo al comando» che non va mica bene, dice Mattarella. Quest’ultima stoccata (è a Renzi? Forse. O è a se stesso che, da vero «cattolico penitente», cerca i limiti della sua azione?) Mattarella l’ha tirata ricevendo al Quirinale l’Asp, l’Associazione Stampa Parlamentare, il primo Ventaglio ricevuto da Mattarella (“il primo – nota lui, con una punta di timido umorismo – venne dato, nel 1883, al presidente del Senato Zanardelli, faceva un caldo bollente, ora il caldo è rimasto, ma la temperatura politica è scesa, almeno qui, al Quirinale”, aggiunge, con un sorriso, forse).

Domanda: il nostro presidente della Repubblica è forse «trasparente»? «Debole»? «Freddo»? No, affatto. E non solo perché, nei sondaggi di popolarità, Mattarella spopola (62% la fiducia degli italiani, per Ixé, Renzi è al 31%, per capirsi), ma perché lui, è così: schivo, riservato, compassato («In confronto a Mattarella, Forlani è un movimentista» disse, con formidabile battuta, Ciriaco De Mita), ma è pure un «mite» che, se la storia ti ci costringe, reagisce come un leone.
Mattarella che si dimette da ministro contro il VII governo Andreotti che approva il decreto salva-Biscione (1990). Mattarella che s’inventa il Mattarellum (1994), unica legge elettorale funzionante in tutta la II Repubblica. Mattarella che, insieme, rivendica l’eredità di de Gasperi contro Berlusconi (1994) e aiuta Prodi a far nascere il «centro-trattino-sinistra» (1996). Mattarella che vive lutti e tragedie durissime: la morte del fratello, ucciso dalla mafia, e lui che si ritrova addosso il suo sangue; la morte dell’amata moglie Marisa e, da poco, la morte della sorella Caterina.
«Mattarella il mite ci stupirà», si inizia a dire, nei Palazzi, ma lui ha già iniziato a stupire, opinione pubblica, media e Palazzi: la tenuta di Castelporziano aperta alle carrozzine dei disabili (mai successo); tagli su tagli al parco auto, al faraonico personale e cerimoniale, ai lauti stipendi e pensioni del Colle (mai successo); i viaggi istituzionali ‘semplici’, fatti in treno o su aerei di linea. E, soprattutto, il palazzo del Quirinale, aperto al pubblico, 5 giorni su 7, finalmente. Non solo “mai successo” ma copiato persino da Buckingham Palace, dalla regina d’Inghilterra. I corridoi, le mille stanze, quadri, arazzi e segrete del Colle visibili a tutti e – si sparge la voce – «tutti gli alti funzionari giù nei sottoscala a masticare amaro, del resto il Presidente ha detto: via, largo alla ente».

INSOMMA, già sta vincendo, «Serghei», come lo chiamavano da ragazzo: vince, agli occhi degli italiani, il cattolico frugale, ma fermo. Vince il Presidente che abbraccia d’impeto Manfredi Borsellino, dà un buffetto ad «Astrosamanta», fa mettere la cravatta a Salvini.
Renzi vuole fare parecchi decreti? A Mattarella la cosa non sta bene. Glielo dice, così Renzi lo sa. Con quella voce un po’ nasale, bassa, quel timbro timido, pacato, gentile. «E’ un po’ sordo», dicono gli amici. «Sì, ma quando vuole parlare chiaro, i suoi interlocutori lo sentono benissimo». Mattarella si sta già facendo sentire e le sorprese del suo settennato sono appena iniziate.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 31 luglio 2015 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale. 

#Mattarella o della ‘rivoluzione silenziosa’. Così spopola il presidente ‘mite’

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

MATTARELLA ha ricevuto Mario Draghi. Mattarella ha ricevuto Ignazio Visco. E, a dirla tutta, Mattarella ha ricevuto pure l’ad di Sky, il presidente di Mediaset e di altri grandi gruppi industriali e mediatici. Se n’è accorto qualcuno? Macché. Stringato, striminzito, comunicato del Quirinale e via, sotto un altro. Mattarella vede, in…

View On WordPress

Il Pantheon inesistente di Salvini. Don Milani, Fallaci, don Sturzo, i turchi. Travisamenti, citazioni sbagliate, libri non letti, autori non capiti

Matteo Salvini, leader della Lega Nord, parla a piazza del Popolo
Matteo Salvini, leader della Lega Nord, parla a Roma, in piazza del Popolo.

Meglio dirlo subito. Il problema della manifestazione organizzata sabato scorso a Roma, in piazza del Popolo, dalla nuova Lega Nord guidata da Matteo Salvini e dai suoi alleati minori non sono i numeri. Non importa che non ci fossero, ovviamente, le centomila persone di cui si sono vantati gli organizzatori. E neppure i 20 mila stimati da forze dell’ordine e giornalisti presenti. Piazza del Popolo non veniva riempita da bandiere leghiste dal lontano 1999, è stata una piazza a lungo prediletta dall’Msi di Almirante come da FI di Berlusconi, ma tutti gli ultimi comizi che si ricordino della sinistra che fu ‘radicale’ si rivelarono, negli anni Duemila, un sonoro flop. Eppoi, la vera ‘piazza’ di Salvini sono le tv e i talk-show che, un po’ compiacenti, un po’ sudditi e un po’ interessati all’audence, invitano Salvini nei loro studi da ora di colazione a quella di cena. E Salvini sa bene che, oggi, solo così si parla al vero, unico, grande pubblico, quello che sta ‘a casa’ e che, però, prima o poi vota.

La piazza di Salvini e l’abbraccio tra i post-padani e i neofascisti 

Né si può dire che sia andato male o non sia riuscito, almeno visto dalla piazza, l’incontro e la contaminazione tra i militanti leghisti ‘padani’ e, un tempo, indipendentisti (peraltro ormai anche un po’ anzianotti, a livello anagrafico, invecchiati male, come il loro ex leader, Umberto Bossi) e i giovani e garruli neofascisti di Casa Pound, di Fratelli d’Italia e delle altre piccole etichette della destra sociale, fascista e postfascista. Baci, abbracci, pacche sulle spalle e saluti. ‘Romani’, in alcuni casi, di pura simpatia in altri. Inoltre, anche il tentativo di Salvini di sfondare al Sud, con le liste ‘Noi con Salvini’, procede discretamente bene: molti gli striscioni di pattuglie di militanti e aderenti entusiasti provenienti dalla Sicilia e dalla Sardegna, dalla Calabria e dalla Puglia fino al Molise. Tra un’imbarcata di riciclati ex diccì, ex movimenti autonomisti, ex grillini, ex azzurri e l’altra, i leghisti meridionali (fino a ieri, in pratica, un ossimoro della politica) quasi quasi fanno tenerezza.

Un blocco sociale e, forse, un blocco politico

Infine, poche storie anche sul tema che scuote, forse a pari grado, le coscienze di quel che resta della borghesia ‘democratica’ come dei centri sociali e dell’ultrasinistra: sciovinismo, razzismo, xenofobia, anti-islamismo feroce, nazionalismo (una novità, certo, in quanto a ideologia, per un leghista), sovversismo delle plebi arrabbiate contrapposto alle ‘plutocratiche’ classi dirigenti, non sono certo una novità nella storia patria, da Mussolini in poi. Si tratta solo di capire se restano a livello di parole inconcludenti (così fu a lungo per l’Msi, ma non certo per i neofascisti anni ’70 che mitra e bombe li usarono eccome, in nome del ‘polo escluso’) o se possono tradursi in atti e azioni politiche fino a diventare partito e/o coalizione che aspira davvero a governare il Paese, magari con qualche chances e aggregando via via altri pezzi (questo fu, in sostanza, il percorso seguito da Mussolini che domò e istituzionalizzò il fascismo delle origini, occupando lo Stato).

Quello che non funziona è il Pantheon

E allora, cos’è che non va? A livello di presa di posizione ‘partigiana’, e cioè ‘di parte’, si potrebbe dire cosa ‘mi fa paura’. Mi fa paura, infatti, il tentativo di Salvini di formare un ‘blocco sociale’ presupposto di un ‘blocco politico’ che, grazie a lui, a una Lega ‘debossizzata’ e ‘nazionalizzata’, all’apporto degli ex An, della nuova destra ripulita di Fratelli d’Italia, della destra neofascista sempieterna di Casa Pound, della sua propaggine politica placebo (il movimento ‘Sovranità’), vari piccoli movimenti e ‘sentiment’ No-Euro e anti-Ue che agitano strati intellettuali (economisti) e pezzi di società (agricoltori, pescatori, esodati, etc) si pone come unica, vera, reale alternativa al governo Renzi e al Pd, scalzando di fatto e relegando ai margini, se non svuotando, la ex opposizione di un centrodestra moderato e ‘costituzionale’, quello che resta del vecchio centrodestra (oggi ridotto a FI+Ncd), tanto da non citare mai né questi né Berlusconi. Ma questa è, appunto, una considerazione da attore, non da osservatore. No, quello che non va – e qui parlo da osservatore esterno, obiettivo il più possibile, non certo da partigiano o militante – è il Pantheon.

il don Milani che non esiste…

Altri osservatori, ben più illustri, già si sono esercitati, sul tema, ma conviene tornarci sopra. Salvini ha citato, nel suo discorso, tutto diretto contro la (ormai defunta) intellighentija (ex) comunista “che legge tanti libri ma non li capisce, io invece ne ho letti solo due, ma li ho capiti”, sia autori che non si tengono tra loro sia travisando e flettendo il pensiero di questi stessi autori in modo abnorme, senza alcun rispetto per la verità storica,oltre che per gli autori citati e i loro stessi testi. Partiamo dal più facile, don Lorenzo Milani. Il prete sovversivo, amico dei ‘rossi’, confinato dal Vaticano nella scuola di Barbiana, impedito nella pubblicazione e nell’esercizio del libero pensiero da una doppia censura, quella dello Stato democristiano e conformista del II dopoguerra che temeva il diffondersi del suo pensiero e quella di una Chiesa cattolica del tutto pre-conciliare, viene da Salvini decontestualizzato, sradicato e usato per una frase (“L’obbedienza non è una virtù”) che parlava di tutt’altro (l’obiezione di coscienza, allora vietata, essendo don Milani un antimilitarista convinto) e, svuotata di senso, usata per incitare alla ‘rivolta’ contro lo Stato “opprimente, ladro e tassatore”, quello del Fisco, di Equitalia, dell’Agenzia delle Entrate, etc.

Ora, sarebbe facile sfidare Salvini a trovare un solo passo di don Milani in cui si incita alla ribellione fiscale. Anzi, la citazione ‘giusta’ di don Milani, tratta proprio da L’obbedienza non è una virtù, è questa: “Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri”. La ribellione del don era tutta antimilitarista, antinazionalista, antisciovinista e pure antifascista. Non a caso, il pensiero di don Milani sta alla base non del Concilio Vaticano II (troppo hard le sue idee) ma della rivolta del 1968-’69 specie nella parte in cui contesta in modo radicale le istituzioni scolastiche e punta a rovesciare la piramide delle classi (sociali).

La Oriana Fallaci sbagliata...

Anche con Oriana Fallaci non ci siamo. Salvini non cita, come sarebbe stato prevedibile, la Fallaci dell’ultimo periodo, quella della crociata anti-islamica de ‘La Rabbia e l’Orgoglio’ (libro violento ma che, con l’Isis oggi alle porte, sarebbe da ridiscutere) ma quella libertaria e antifascista del romanzo ‘Un uomo’, ispirato alle vicende del suo compagno, il combattente e resistente alla dittatura dei colonnelli greci, Alexis Panagulis. Ora, se è vero che Panagulis non era comunista, ma ‘solo’ socialista, è anche vero che la sua cifra era quella del ribelle, partigiano, eroe epigono di una lunga serie di eroi e attentati dei partigiani greci che avevano fatto di antifascismo e antinazismo la loro religione. Cosa c’entra, dunque, ‘quella’ Fallaci, che fa dell’uomo Panagulis un inno alla libertà e alla lotta contro ogni tiranno e oppressione, con gli alleati di Salvini, eredi minori del fascismo greco in salsa italica? Nulla, ovviamente.

Il don Sturzo non capito

Infine, l’ultima citazione: i ‘liberi e forti’ di don Luigi Sturzo, fondatore del Partito popolare italiano, progenitore della Dc degasperiana. Una citazione, i ‘ liberi e forti’, obbligata per chiunque mastichi di pensiero e azione politica dei cattolici, ma che nasce in un contesto altrettanto particolare: il fascismo originario e già sfrontato dei primi squadristi e la degenerazione delle istituzioni liberali nel primo dopoguerra. La ricetta di don Sturzo è un mix di liberalismo democratico e socialmente temperato (anti-marxista, ovvio, ma sensibile alla questione sociale) e di federalismo autonomista, ma anche e sopratutto di meridionalismo democratico. Tutte caratteristiche che avrebbero dovuto costituire le fondamenta di un nuovo stato italiano aperto alle istanze sociali, liberale e federalista, autonomista e civico. Sturzo, dunque, si colloca a pieno titolo nei migliori risultati del dibattito sulla Questione meridionale che in Italia è durato 150 anni e che sono negli ultimi vent’anni è stato accantonato, eccezion fatta per spinte isolazioniste, corporative e neoborboniche oggi non a caso entusiaste della Lega di Salvini.

I turchi che erano cattivi ma non erano musulmani

Infine, l’ultima chicca. Salvini cita le Foibe, per ingraziarsi la sua destra (ma non dice mai una parola su Olocausto, nazismo, etc.), e un libro sul genocidio armeno perpetrato dai turchi negli anni Venti e Trenta e narrato in un bestseller internazionale, “La masseria delle allodole” di Antonia Arslan, “per capire cosa è stato il genocidio armeno, fatto da quelli – i turchi – che a Bruxelles vogliono far entrare in Europa”.
Peccato che ‘i turchi’ che perpetuano il genocidio degli armeni non sono islamici religiosi e fanatici, ma il loro esatto contrario: forze armate e classi borghesi elevate che avevano rovesciato il potere del Sultano (la Sublime Porta), caduto nel 1908, distrutto l’Impero turco (islamico) e proceduto a una rapida, e pervasiva, laicizzazione e nazionalizzazione del Paese. Insomma, è il regime autoritario e repressivo, ma laico e nazionalista, di Ataturk che prende di mira e stermina gli armeni, non l’Islam di Maometto.

A cosa serve il ‘culturame’? A dare respiro a qualsiasi proposta politica. 

Sottigliezze intellettualistiche, si potrebbe rispondere. ‘Culturame’, avrebbe con disprezzo liquidato la cosa Mussolini. Forse è vero, ma come il fascismo (delle origini, dello Stato totalitario, della Rsi) e il neofascismo (delle origini, degli anni 70, degli anni 90), il leghismo (della prima fase indipendentista, di quella padana e di quella federalista, inserito nel centrodestra) e il berlusconismo (della prima fase liberale e poi di quella neocons) hanno avuto specifici, delimitati e identificabili campi di azione e, in alcuni casi, di pensiero, configurandosi come vere ‘ideologie’ politiche, il post-leghismo anti-europeo, sciovinista e xenofobo di Salvini ha bisogno come il pane di riferimenti culturali, politici e ideologici un po’ più saldi, concreti, seri e non così smaccatamente velleitari, confusi, incoerenti.

Altrimenti, proprio come Grillo e il suo movimento, la ‘rivoluzione’ di Salvini si limiterà al ‘regno del turpiloquio’, a tanti sonori ‘vaffa’ già elevanti nei confronti di chiunque capiti a tiro (l’Europa, la finanza, le banche il complotto plutocratico verso ‘l’alto’, i rom, i profughi, gli immigrati, gli islamici verso ‘il basso’), a un neoqualunquismo alleato, oltre che ai neofascisti, ai neoborbonici, ma che si limiterà solo a protestare, a intorbidare e avvelenare le acque di una politica italiana già triste e brutta di suo, senza riuscir mai davvero a diventare destra di governo. Il che, si capisce, per l’Italia potrebbe non essere affatto un male.

NB. Questo articolo è stato pubblicato sul blog ‘I giardinetti di Montecitorio’ che tengo sulle pagine di Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net)

Il Pantheon inesistente di Salvini. Don Milani, Fallaci, don Sturzo, i turchi. Travisamenti, citazioni sbagliate, libri non letti, autori non capiti

Matteo Salvini, leader della Lega Nord, parla a piazza del Popolo

Matteo Salvini, leader della Lega Nord, parla a Roma, in piazza del Popolo.

Meglio dirlo subito. Il problema della manifestazione organizzata sabato scorso a Roma, in piazza del Popolo, dalla nuova Lega Nord guidata da Matteo Salvini e dai suoi alleati minor non sono i numeri. Non importa che non ci fossero, ovviamente, le centomila persone di cui si sono vantati gli organizzatori. E neppure i 20…

View On WordPress

Mattarella e la sinistra Dc. Una lunga storia di valori, testimonianza, identita’ che parte da don Sturzo, passa per Moro e arriva all’Ulivo

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana
Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

E’ quando Lorenzo Guerini, “l’Arnaldo” (nel senso di Forlani, storico ex segretario della Dc) di Renzi, e Beppe Fioroni, capofila degli ex-Popolari (oggi si chiamano, piu’ modernamente, Pop dem), si sciolgono in un caldo abbraccio che stempera mille tensioni accumulate in questi giorni che capisci. Il mondo che sta intorno a Sergio Mattarella, nuovo Capo dello Stato, non e’ banalmente il ‘Risorgimento’ della ‘Balena Bianca’ in quanto tale, ma di una particolare filiera di quella storia. Quella, appunto, della sinistra dicci’. Una storia che parte da lontano e arriva ad oggi.

Il PPI di don Sturzo.

All’origine, c’e’ addirittura il Partito popolare italiano, quello primigenio, fondato nel 1919 da don Luigi Sturzo, altro siciliano e che si oppose in modo fermo, dopo qualche tentennamento, all’avvento e all’ascesa del fascismo. Una storia di cui si trova traccia e memoria nel Domani d’Italia, stesso nome di allora, oggi diretto da un ex senatore erede e custode di quella storia, Lucio D’Ubaldo (www.ildomaniditalia.it). Dopo il ventennio della dittatura fascista, quando dopo (anzi durante) la II Guerra mondiale, nacque la Dc e Alcide De Gasperi ne era il dominus, i ‘sinistri’ venivano chiamati ‘i professorini’.

La sinistra Dc dei ‘professorini’.

Intorno a una figura carismatica come Giorgio La Pira, sindaco santo della Firenze del dopoguerra (“Papa’ chi e’ quello che sembra un prete ma senza abito talare che e’ venuto a trovarti?” chiese uno dei figli di Mattarella al padre, “e’ La Pira”, la risposta) e al padre costituente Giuseppe Dossetti si chiamavano Giovanni Gronchi, eletto capo dello Stato nel 1955, Aldo Moro, Amintore Fanfani, che poi prese pero’ una strada tutta sua. Rigidi, impeccabili, un po’ funerei nell’aspetto e nel contegno, erano implacabili e occhiuti nel chiedere che la Costituzione venisse attuata, nella moralita’ interna di un partito, la Dc, che sull’argomento lasciava a desiderare e nella volonta’ di aprire le alleanze di governo prima al Psi, come avvenne negli anni Sessanta, e poi al Pci, negli anni Settanta.

La stagione di Moro e dei morotei.

Moro e altri formarono una corrente apposita, quella dei Morotei, opposta ai Dorotei, centro manovratore e conservatore del potere dc. Il centrosinistra con il coinvolgimento del Psi fu il loro storico successo, il periodo del compromesso storico e dei governi di solidarieta’ nazionale (1976-’79) il loro grande insuccesso, interrotto dal tragico rapimento e uccisione proprio di Moro. Testimone di quegli anni e protagonista triste e doloroso di quella stagione fu Benigno Zaccagnini, non a caso detto “l’onesto Zac” in un partito che, ai tempi, era travolto da scandali di ogni tipo.

La sinistra ‘di Base’ di De Mita.

Negli anni Ottanta, nonostante gli anni della Segreteria De Mita, che rinnovo’ la sinistra interna, rifondata con il nome di sinistra ‘di Base’ (i suoi erano infatti chiamati ‘basisti’), e del suo governo, le loro piu’ cocenti sconfitte: il governo Craxi, la rottura definitiva con il Pci, il teorema del ‘CAF’ (Craxi-Andreotti-Forlani) che faceva il bello e il cattivo tempo. E proprio negli anni Ottanta, il giovane Sergio Mattarella, morto il padre Bernardo, che fu ministro con Moro, debutto’ in politica dopo l’omicidio, da parte della mafia, di suo fratello, Piersanti, presidente dell’Assemblea siciliana. Silenzioso, impacciato, timido, Mattarella appariva ‘grigio’, ma l’indole del carattere non si cambia e quello del fratello Piersanti era invece allegro, giocoso, spavaldo, ma la sua morte chiuse ancora di piu’ Sergio nel suo riserbo. “Ho l’orgoglio della storia migliore della DC che e’ un momento importante della storia migliore del Paese”, diceva il futuro Capo dello Stato in una rara intervista. Ma la sinistra dc, in Sicilia, si interseca con quella della contiguita’ con i poteri e lo strapoteri mafiosi che si ripercuote anche, è tragicamente, nella famiglia Mattarella: il padre, Bernardo, un notabile vecchio stampo, che non affrontava di petto il tema della contiguita’ con i poteri mafiosi, il fratello un eroe della lotta alla mafia. Lui, Sergio, l’uomo che sceglierà Leoluca Orlando nell’estremo tentativo di rinnovare la Dc dando vita alla ‘Primavera palermitana’ a fine anni 80 e che diceva nei comizi che la sua Dc era “quella che doveva essere e non quella che purtroppo era”. Vice segretario di Forlani e ministro all’Istruzione nel governo Andreotti, Mattarella condusse una battaglia a viso aperto contro la destra Dc, l’accordo con Craxi, l’avvento dell’era Berlusconi, dimettendosi quando il governo Andreotti varo’ la legge Mammi’ che aiutava le tv del Biscione.

La battaglia del nuovo Ppi contro Berlusconi.

Come ricorda Guido Bodrato, altro storico esponente della sinistra Dc, “quella non fu una battaglia contro Berlusconi o contro Craxi, ma un modo per opporsi alla degenerazione dell politica che prendeva forma in quegli anni”. Ma non fu l’ultima battaglia, sia pur di retroguardia, di Mattarella. Negli anni Novanta, infatti, ve ne fu un altra e che vide tutta la sinistra Dc come quasi rinascere. Quella che vide i principali esponenti della ex sinistra Dc (Castagnetti, Bodrato, Bianco, Mattarella) opporsi al tentativo, poi riuscito, di portare i resti dello scudocrociato in dote al Cavaliere nel 1994. Ne nacquero due scissioni: il Cdu, poi Ccd, di Buttiglione e Casini, e il Ppi di tutti gli altri ora citati. Una battaglia che si trasferi’ anche in Europa, quando nel 2004 Forza Italia chiese, dopo lunghe trattative, di entrare nel PPE della Merkel e la pattuglia del Ppi, dopo lunga opposizione, ne usci’. Poi, Mattarella fu ministro della Difesa nei governi D’Alema è Amato, infine giudice della Consulta.

La stagione dell’Ulivo.

Nel frattempo, il Ppi era diventato una delle costole principali che diedero vita all’Ulivo, incoronando leader della coalizione con il Pds-DS e altri partiti minori quel Romano Prodi che era un’altro figlio della storia della sinistra democristiana, candidatura voluta da Beniamino Andreatta e dal grumo degli ex professori della sinistra Dc che avevano prima frequentato e poi insegnato all’Universita’ Cattolica di Milano. cosi’, dopo vent’anni di inabissamento nelle sabbie di partiti in cui quella storia si era annacquata (la Margherita prima, il Pd poi) e di strapotere dei leader della ‘Ditta’ Pds-DS (D’Alema, Veltroni, Fassino, Bersani) ecco l’anima del popolarismo cattolico e della sinistra dicci’ risorge e si impone, con l’elezione di Mattarella a presidente della Repubblica.

Gli strateghi e gli uomini dell’operazione Mattarella.

Non a caso, oltre lo stratega ultimo, nell’opera di convincimento di Renzi sull’operazione Mattarella, quel Castagnetti ultimo segretario del Ppi, spuntano tutti i giovani figli di quella stagione dimenticata. Si tratta dei giovani deputati Francesco Saverio Garofani, ultimo direttore del Popolo, che probabilmente lo seguira’ al Quirinale, di Piero Martino, ex portavoce del ministro Dario Franceschini, altro figlio putativo di Castagnetti come di un altro storico leader della sinistra (ma sindacale) interna alla Dc, Marini, di oscuri deputati come il catanese Giovanni Burtone, che spinse Mattarella a entrare in politica, e di molti altri. Oltre che, ovviamente, di Guerini e Fioroni che, organizzando la cena degli ex-ppi al ristorante ‘Scusate il ritardo’, sono stati, un paio di settimane fa, i King-maker dell’operazione. Scusandoli per il ritardo, oggi, vent’anni dopo, la sinistra Dc si e’ presa la sua storica rivincita.

NB. Questo articolo è’ stato pubblicato sul blog I giardinetti di Montecitoro che tengo sulla versione on-line di Quotidiano.net (http//www.quotdiano.net)

Mattarella e la sinistra Dc. Una lunga storia di valori, testimonianza, identita’ che parte da don Sturzo, passa per Moro e arriva all’Ulivo

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

E’ quando Lorenzo Guerini, “l’Arnaldo” (nel senso di Forlani, storico ex segretario della Dc) di Renzi, e Beppe Fioroni, capofila degli ex-Popolari (oggi si chiamano, piu’ modernamente, Pop dem), si sciolgono in un caldo abbraccio che stempera mille tensioni accumulate in questi giorni che capisci. Il mondo che sta intorno a Sergio…

View On WordPress