Le fatiche di Piero (Fassino) l’esploratore: Pisapia c’è, Prodi farà da “garante”, ma dalla Sinistra radicale il ‘niet’ è assoluto

  1. Patto Pisapia-Pd, Prodi garante. Il Prof chiama Renzi e spinge i contraenti all’intesa. 
Prodi 1

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

Ettore Maria Colombo  – ROMA

IL CENTRO della sostanziale unità ritrovata tra il Pd di Matteo Renzi (con ‘l’esploratore’ Piero Fassino) e il resto del centrosinistra (con il ‘leader riluttante’ Giuliano Pisapia) si chiama Romano Prodi. Ieri Prodi si è sentito direttamente anche con Renzi in un «lungo e cordiale colloquio», recita la nota del suo ufficio stampa (suo nel senso del Prof). Il leader dem preferiva “tenerla bassa” e non far sapere nulla, per ora. Poi, in serata, nella Enews, esulta: «La coalizione di centrosinistra cui stiamo lavorando dovrà garantire eguale dignità a tutti i componenti. Penso che avremo una coalizione di qualità e competitiva».
La nota di Prodi, invece, specifica che «non vi sarà alcuna lista intestata a lui o all’Ulivo» e che il Prof vuole «tenere unito e allargare un campo largo di centrosinistra». Ma è stato Prodi a telefonare a Pisapia («Giuliano, fidati») e a incitare Fassino («Piero, insisti»). E sarà lui il garante della coalizione: un centrosinistra formato bonsai, ma «unito», come voleva lui, e in grado di richiamare l’Ulivo. Ieri mattina l’incontro decisivo.

IL PLENIPOTENZIARIO di Renzi, Piero Fassino, va a Milano a incontrare Pisapia, che si presenta accompagnato o, meglio, «guardato a vista» dai compagni di cordata Bruno Tabacci («è il solo, tra noi, che capisce di collegi per i posti in lista che ci spettano», dicono i pisapiani) mentre a dar man forte a Fassina c’è il vicesegretario Pd, Martina.
Tutto bene dunque? Abbastanza. Pisapia – che rivelerà, poi, regolarmente autorizzato dal Prof, la telefonata di Prodi («avanti così, Giuliano!») e che, alla convention che incorona Giorgio Gori candidato governatore del centrosinistra in Lombardia, annuncia il lieto evento – pone due condizioni. Una, appunto, è politica. «Prodi deve essere il garante della coalizione», chiede Pisapia: «Vuol dire che deve stare «un passo davanti noi tutti, Renzi compreso». Martina e Fassino si guardano negli occhi e deglutiscono: far accettare a Renzi una condizione non di Imperatore, ma di ‘semplice’ generale dell’Armata del centrosinistra, non sarà facile, ma tant’è: la ‘cosa’, cioè la pretesa, non è trattabile. E solo così può tornare, tra gli elettori che ancora coltivano la nostalgia canaglia dei tempi dei governi dell’Ulivo (furono due: il primo, 1996-’98, cadde per colpa di Bertinotti; il secondo, dell’Unione, 2006-2008, cadde per colpa di Mastella, morale: 4 anni in tutto).

La seconda condizione, sgomberato dal campo l’equivoco primarie di coalizione pure avanzato («non c’è tempo: si vota il 4 marzo e le liste vanno consegnate il 3 febbraio», riconoscono i suoi di fronte ad alcune “fughe in avanti” di pisapiani troppo ‘ortodossi’), è invece trattabile. Lo Ius soli e il biotestamento scompaiono, come per magia, dal tavolo. Restano, però, per Pisapia, alcuni interventi di natura economica da fare “subito” e da mette dentro la Legge di Stabilità in corso di esame al Senato. Si tratta di tre punti: abolire il superticket (Padoan dirà che non ci sono i soldi, ma tant’è), di sgravi per chi assume contratti a tempo indeterminato e di far pagare di più il tempo determinato. Il Pd l’impegno lo prende, ma «prima di dare moneta, vogliamo vedere cammello», dicono gli uomini del leader Cp, che parlano di «pre-accordo tra gentiluomini ma da verificare».

INSOMMA, è fatta. Resta solo da capire se la presidente della Camera, Laura Boldrini, se ne andrà con Mdp e Sinistra italiana con un manipolo di ‘pisapiani’ più radical che chic. Certo, sarà il Pd a dover garantire i famosi “collegi sicuri” a Pisapia (Tabacci ne vuole dieci solo per i suoi) come al resto dei partiti che formeranno la coalizione. La quale avrà, “come in una squadra di calcio forte e competitiva che può ambire a vincere il Campionato” – sostengono, senza un filo di ironia, al Nazareno – «un attacco a tre punte». Quello cui hanno lavorato, con successo, Fassino sul fronte sinistro e Guerini sul lato centrista. Al centro, ne ruolo di ‘tornante’ ci sarà una lista di moderati formata dalla triade Lorenzin-Casini-Dellai con la Lorenzin frontwoman («è giovane, bella e non sciupata dagli scandali», pare, o almeno così dicono al Nazareno) mentre Alfano, pur presente in lista, resterà ben più «defilato». In pratica, non dovrebbe candidarsi.
Poi, sull’ala sinistra ci sarà una lista di sinistra, di ispirazione «ulivista» che vedrà nella coppia Pisapia-Bonino i frontrunner e, dentro, i vari «nanetti» (Psi, Verdi, Idv), che servono solo a fare numero. E, ovviamente, al centro, come attaccante di sfondamento, la lista del Pd. Quella che, appunto, dovrà far goal. Sperando non finisca come Italia-Svezia.


2. Le fatiche di Piero: l’accordo con Pisapia è a un passo, Prodi lo incita, il resto della Sinistra gli sbatte la porta in faccia ed è pronta a schierare Grasso e Boldrini.

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo – ROMA
Piero Fassino, l’esploratore che Matteo Renzi ha spedito in terra incognita, la Sinistra, per cercare gli alleati del Pd alle Politiche, sta per riportare a casa un mezzo successo. Oggi, a Milano, vedrà l’ex sindaco della città, Giuliano Pisapia, leader di Campo progressista da cui fonti ben informate dicono: “Se il Pd apre su due, tre punti di programma, l’accordo è fatto”. Insomma, come Romano Prodi non si stanca di ripetere – e ieri lo ha detto e ridetto anche a Fassino – “Mai arrendersi. La strada dell’unità è quella che stai facendo tu, Piero. Bisogna provarci”. E la ‘mossa di Prodi’, ieri sera a Bologna con Orlando per un convegno sulle ‘migrazioni’ dove non  s’è parlato di Politica, è stata decisiva. Del resto, si sa: il Professore muove i cuori e li scalda, a sinistra. Non a caso, Pisapia domenica andrà a Bologna per un incontro di ‘superprodiani’ (Monaco, Santagata, Zampa) che vogliono stare con il Pd e vi parteciperà insieme alla Bonino.
Ma quali i punti del possibile accordo Pd-Cp? “Giuliano – spiega chi lo conosce – è come San Tommaso: vuole chiarezza e impegni sulle cose da fare oggi, non su quelle di domani”. Il catalogo è questo: il superticket, presente nella Legge di Stabilità, da abolire; qualche altra mossa da approvare in tema lavoro, ius soli e biotestamento, da fare.
Fosse facile. Il superticket si può abolire (ma convincere Padoan a farlo non sarà semplice). Lo ius soli può avere chanche di passare solo se il governo mettesse la fiducia, ma una tale mossa farebbe andare su tutte le furie Ap. Un osso duro cui invece si sta dedicando, sempre nell’ambito delle trattative per un’alleanza ‘larga’ di centrosinistra, Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria dem che, a differenza di Fassino, coltiva la sapienzale e cristiana virtù della pazienza oltre ogni limite. Guerini ci tiene molto a tenerli dentro, gli alfaniani, perché “loro c’hanno i voti” mentre gli altri centristi (Dellai, D’Alia, Casini, Olivero) “ne hanno assai pochi” dicono, preoccupati, i renziani del Nazareno (“Le liste alleate al Pd? Ad oggi valgono l’1% e vogliamo essere ottimisti…”).
Inoltre, spiegano da palazzo Chigi, “dopo la manovra, mezza Ala e Ap non ci voterà più nulla, fiducia o meno, perché scatterà il loro tana libera tutti verso… Berlusconi”.
Infine, nel pomeriggio, esce, da Campo progressista, una nota di Alessandro Capelli, che mette tanti, troppi, paletti: dice no ad alleanze con Alfano e sì a primarie di coalizione. Ma, alla fine, Pisapia oggi vedrà Fassino e poi si presenterà alla convention del centrosinistra regionale (orbo, allo stato, di Mdp) per lanciare la candidatura di Giorgio Gori a governatore della Lombardia e al teatro Verdi di Milano l’ex sindaco darà il lieto annuncio: l’accordo col Pd c’è.
Tutto bene, dunque? Mica tanto. Innanzitutto, Cp è spaccata tra Tabacci e ‘tabaccini’ (Centro democratico), favorevoli all’accordo con il Pd, e un pezzo dei ‘pisapiani’ contrari: gravitano già nell’orbita della presidente della Camera, Laura Boldrini che ha rotto con il Pd e ha deciso di voler fare ‘la numero 2’ di Mdp. Accetterà una posizione di rincalzo, cioè, dopo il presidente del Senato, Pietro Grasso, che della Trimurti della Sinistra sarà il vero front runner. I demoprogressisti hanno, ormai, verso Grasso, un atteggiamento di venerazione fideistica: dicono che “è più amato di Renzi e ci porta il 5% dei voti”. Sarà. In ogni caso, la Sinistra a sinistra del Pd – che a Fassino rifiuta, da giorni, anche uno straccio d’incontro – aspetta solo di dirgli ‘no’. Ieri, per poter partecipare allo sciopero proclamato dalla Cgil sulle pensioni, sta decidendo di spostare la data della mega assemblea che incoronerà Grasso dal 2 al 3 dicembre. Chiude la partita, con toni da Torquemada laico, Nicola Fratoianni: “Un accordo con il Pd è una cosa nemmeno pronunciabile”. Almeno per loro, con Fassino è un adieu.
________________________________________________________________________________________
NB: I due articoli sono stati pubblicati il 18 e il 19 novembre 2017 rispettivamente a pagina 8 e 10 del Quotidiano Nazionale
__________________________________________________________________________________________
Annunci

Elezioni regionali in Sicilia: il Pd crolla, Renzi nella bufera, ma la sconfitta non è ‘epocale’

Renzi, Grillo e Berlusconi.

Pubblico qui il testo completo del mio primo articolo (scritto sulla base degli exit poll della notte del 5 novembre 2017, quindi NON sui risultati reali arrivati solo nel pomeriggio del 6 novembre!) su Renzi, il Pd e le elezioni regionali in Sicilia. Poi, pubblico una breve analisi, sui dati dell’istituto Cattaneo, sui voti di lista del Pd. 

 

  1. Inizialmente avevo pubblicato solo il link al mio articolo x @Quotidiano.net e Quotidiano Nazionale. NB. L’articolo è  stato scritto domenica notte, entro e non oltre le 23.45, sulla base degli exit poll di Rai 1 (Swg) e La 7 (Emg) – (  http://www.quotidiano.net/politica/elezioni-regionali-sicilia-1.3514983/amp)

Ettore Maria Colombo  – ROMA

«TUTTO è andato come previsto. Il risultato è quello che ci aspettavamo. Sapevamo che finiva così». Il commento che Matteo Renzi condivide con i suoi sulle elezioni siciliane è questo. Non una parola di più, non una parola di meno.
Al Nazareno, in pratica, non parla nessuno e non c’è quasi nessuno. Renzi è a casa sua, Martina, Orfini e Guerini idem. A sostenere il peso delle interviste notturne ai tg e ai talk show restano in due. Il povero Davide Faraone, plenipotenziario di Renzi in Sicilia (anche il segretario regionale, Fausto Raciti, è missing in action) ha lo sguardo e la parlata triste. Poi, però, tira fuori gli artigli e graffia: «Micari ha avuto il coraggio di candidarsi. Grasso (Pietro, presidente del Senato e front runner di Mdp e della futura Sinistra ndr) questo coraggio non lo ha avuto. Lo abbiamo aspettato inutilmente per mesi. Inoltre, Mdp e SI, dopo aver proposto loro Micari, hanno rotto la coalizione». Traduzione: Grasso è un codardo e se Micari perde la colpa è della sinistra che ora lo vuole come suo candidato alle Politiche.
Poi c’è il responsabile Enti locali, Matteo Ricci che però è di Pesaro. La sua è una dichiarazione stentorea: «L’andamento degli exit poll conferma una sconfitta tanto netta quanto annunciata». Solo il coordinatore della segreteria dem, Lorenzo Guerini, a exit poll stabili, ha il coraggio delle parole: «Se i risultati confermeranno gli exit poll ci troveremmo davanti a una sconfitta tanto annunciata da tempo quanto netta e indiscutibile. Verificheremo oggi i risultati finali delle liste e dei candidati, ma la ‘sfida gentile’ che Micari ha generosamente lanciato non è bastata per vincere le elezioni. Chi alla nostra sinistra immaginava sorpassi rimane fermo ed inchiodato al risultato di 5 anni fa nonostante il battage di tutti questi mesi». Qui non serve la traduzione: per Guerini, che parla in vece di Renzi – come sempre accade nei momenti più hard della vita del Pd – i ‘colpevoli’ della sconfitta sono due. Il primo è la debolezza del candidato, Micari. Ieri neppure il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, che lo ha voluto candidato, era in città per consolarlo. Orlando era a Roma per vedere una bella mostra sui pupi che inagurerà, ma solo oggi, con Mattarella. L’ex governatore, Rosario Crocetta ha fatto di tutto, sempre in odio al Pd, per far perdere Micari mentre il «renzianissimo» Totò Cardinale, che è il più furbo di tutti, si è già messo d’accordo con Musumeci: gli ha dato i suoi voti ieri, gli darà i suoi seggi domani.
Il secondo problema, per i renziani, si chiama Sinistra: «nei sondaggi nazionali siamo competitivi (centrosinistra al 31,4%, ndr) ma il 6% di Mdp-SI rischia di farci perdere le Politiche» sibilano al Nazareno dove il ‘tradimento’ di Grasso è l’onta ancora da lavare. Del resto, dicono i renziani doc che hanno parlato con ‘il Capo’, «Il Pd di Bersani, nel 2012, ha preso il 13,4%, in Sicilia. Abbiamo vinto grazie a Crocetta e all’Udc, mica grazie al Pd. E alle Politiche, appena 4 mesi dopo, poco di più.
IL PROBLEMA è che, per il Pd ‘lista’, in Sicilia il tonfo sembra epocale, ma non lo è, anche se è sicuro che potrebbe portare con sé conseguenze politiche, per lo stesso Renzi, ieri notte ancora incalcolabili. Il Pd è inchiodato a percentuali da prefisso telefonico: gli exit-poll lo collocano tra il 8% e il 12% (Ipr) o tra il 9% e il 13% (Emg). La sconfitta di Micari, paradossalmente, è meno fragorosa: il 16%-20% è un risultato non disprezzabile. Invece, per il Pd, è come non esistere più, in Trinacria, dove – tanto per dirne una – il Rosatellum assegna ben 21 collegi uninominali. E qui sovviene un po’ di memoria storica: nel 1991 il Pds di Occhetto (plenipotenziario nell’isola era Pietro Folena) prese il 10,5%, surclassato persino da un Psi in disarmo. Macaluso e i miglioristi chiesero, subito dopo, le dimissioni di Occhetto che non arrivarono solo perché, nel 1992, venne giù tutto. Renzi, però, avverte i naviganti: «Il 13 novembre ci sarà la Direzione, spero che tutti, anche i più critici, capiscano che serve uno sforzo di squadra». Il paragone con il povero Occhetto, che ci perse la faccia, resta sullo sfondo.
_____________________________________________________________________

 2. I numeri ‘veri’ delle elezioni regionali in Sicilia (studio dell’Istituto Cattaneo) 

ROMA – EMC
Il centrosinistra ha perso le elezioni in Sicilia? Sì, e male. Il suo candidato, Fabrizio Micari, è arrivato terzo (18,7%) dopo il vincitore, Musumeci (39,8%) e Cancelleri (34,7%). Poi, però, a guardare i voti assoluti, quelli di lista e i seggi, ieri forniti da un’ottima analisi dell’Istituto Cattaneo, ecco emergere un quadro assai più complesso. Micari ha raccolto 230 mila voti in meno rispetto alla candidatura di Crocetta, ma i partiti della coalizione di centrosinistra hanno ottenuto più voti rispetto al loro candidato (+ 100 mila voti circa). Infine, il dato della lista del Pd: 257.274 voti nel 2012, 250.633 voti oggi, cioè -6.641 voti (-0,4%). In percentuale il Pd ‘cala’ dal 13,4% del 2012 (Bersani) al 13,0% di oggi. Ma in seggi, il Pd ne perde 6: erano 17 nel 2012, sono 11 ora. Una sconfitta, certo, ma non ‘epocale’. La lista di Fava, che come candidato fa +5 mila voti (pochi), è ferma al 5,1% cioè -26 mila voti assoluti sul 2012 (-1,4%) e 1 solo seggio. Insomma, a sinistra, “se Sparta piange, Atene non ride”. 
 
NB: I due articoli sono stati pubblicati rispettivamente il primo il 6 novembre 2017 e il secondo l’8 novembre 2017.

Elezioni regionali in Sicilia: pronti? Via! Aspettative, progetti e timori del Pd di Renzi ma anche degli altri competitor

Pubblico qui di seguito un articolo quadro sulle elezioni in Sicilia, uscito qualche giorno fa, e uno sul Pd di Renzi in relazione alle elezioni regionali siciliane e al quadro politico. 

NB: I due articoli sono stati pubblicati il primo il I novembre a pagina 10 e il secondo il 4 novembre a pagina 4 sempre, ovviamente, su Quotidiano Nazionale 

Berlusconi/2

Silvio Berlusconi, leader e fondatore di Forza Italia

 

  1. La ‘corda pazza’. Le elezioni regionali in Sicilia e le aspettative dei vari big (l’articolo è stato pubblicato il I novembre 2017 a pagina 10 del QN)

Ettore Maria Colombo  – ROMA

Il centrodestra, se vincerà, diventerà un blocco granitico, unito fino alle prossime Politiche nello schema del tridente FI-Lega-FdI più liste centriste (Udc di Lorenzo Cesa in testa) d’appoggio oppure il ‘patto dell’arancino’ siglato, a uso e consumo dei giornalisti, nella ‘trattoria del Cavaliere’ di Catania tra Berlusconi, Meloni e Salvini (testimoni inconsapevoli e pittoreschi il candidato Musumeci e soprattutto il funambolico Sgarbi) sarà presto solo un ricordo il centrodestra tornerà a dividersi anche alle Politiche? I 5Stelle, se riusciranno nel colpaccio in terra normanna e saracena, espugnandola, troveranno l’abbrivio e per scalare il Potere romano, magari chiedendo l’appoggio della Lega e, chissà, anche della Sinistra di Bersani e Fratoianni con cui ormai ‘flirtano’? Il Pd, se perderà in modo rovinoso, riaprirà la tiritera sulle alleanze, cercando di recuperare con gli scissionisti di Mdp e sulla spinta dei big che assedieranno Renzi imponendosi a suo scapito e magari scalzandolo dalla posizione di candidato premier del centrosinistra oppure Renzi continuerà a imporre se stesso e la sua strategia in vista delle Politiche?

Le elezioni regionali siciliane del 5 novembre sono un test nazionale, ma presentano anche una lunga serie di varianti locali possibili solo in terra di pupi e di pupari. Quella “corda pazza”, per dirla con Leonardo Sciascia, che è sempre stata, appunto, la Sicilia. Prendiamo la legge elettorale isolana. Si vota l’elezione diretta del governatore e, insieme, di 62 componenti dell’Ars, l’Assemblea regionale siciliana. I seggi, assegnati con metodo proporzionale e soglia di sbarramento al 5%, sono ripartiti su base provinciali. Un meccanismo infernale che prevede, per il candidato vincente, solo 7 seggi di ‘listino’ in appoggio (uno va, di diritto, al secondo candidato governatore meglio piazzato). Morale: governare è quasi impossibile, bisognerà fare accordi trasversali (centrodestra con pezzi di centrosinistra, lo scenario più probabile, o 5Stelle che chiederanno appoggio alla sinistra di Fava, scenario non irrealistico). E così i 4,6 milioni di siciliani chiamati alle urne(ma l’affluenza è prevista molto bassa, a circa 2,3-2,5 milioni di votanti) non lo sapranno neanche lunedì mattina, quando si aprirà lo spoglio reale dei voti, chi ha vinto. Dovranno aspettare, rassegnati, che i partiti facciano i loro giochi una volta dentro l’Ars (dove, non dimentichiamolo mai, un consigliere regionale gode dello status di ‘deputato’ nazionale come neppure succede alle regioni con minoranze speciali e guadagna di più).

E i candidati? Quello del centrodestra, Nello Musumeci, è in testa in tutti i sondaggi, riservati e ufficiali, ma ora è in ambascie perché ‘mascariato’ dalle polemiche sulle liste, dove indagati, rinviati a giudizio e condannati abbondano ‘a sua insaputa’. Inoltre, paga il gioco a rimpiattino di Berlusconi e Salvini che, in Sicilia, nell’arco di soli due giorni, prima decidono di farsi lo sgambetto con comizi concorrenti e poi, solo in corner, si ravvedono, pensando che è meglio farsi vedere insieme (a Catania, appunto). Il candidato dei 5Stelle, Giancarlo Cancelleri, si è portato in giro i poveri Di Maio e Di Battista e, sabato, concluderà una campagna elettorale con i fuochi d’artificio a Palermo, alla presenza del leader-non leader dell’M5S, Beppe Grillo.  Cancelleri iniziava a crederci, nella vittoria al fotofinish, ma anche lui sta subendo polemiche sulle liste ‘inquinate’. Il candidato della sinistra-sinistra, Claudio Fava, spera in un sorpasso clamoroso sul candidato del Pd, rivendica di avere le ‘mani pulite’, ed è pronto a fare accordi, dopo il voto, con l’M5S per aiutarli a governare. Scenari anche nazionali. Infine, c’è il candidato di Pd-Ap, il rettore dell’Università di Palermo Fabrizio Micari. Vittima designata di una sconfitta annunciata, è l’uomo sbagliato al posto sbagliato. Il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, lo ha imposto a Renzi e al Pd locale e nazionale, che non lo voleva, ma ora se ne disinteressa della sua sorte e si limita a fare uno sguardo grave e mesto, tipico orlandiano. Il governatore uscente, Rosario Crocetta, disarcionato dal Pd, ha ‘finto’ di non riuscire a presentare la sua lista. Accanto a Micari non si fa più vedere nessuno. Insomma, un vero disastro. Disastrose anche le possibili ripercussioni nazionali nel Pd. Renzi ha deciso di disinteressarsi da tempo del caso Sicilia. Ha demandato la pratica ai suoi luogotenenti locali (Fausto Raciti, segretario regionale, e Davide Faraone, ras renziano) e amen. Consapevole degli effetti di una debacle in Sicilia, Renzi è il solo leader nazionale che ha fatto un solo comizio con Micari e stop. Ora gira con in tasca un foglietto con segnata sopra la percentuale presa dal Pd di Bersani in Sicilia nel 2013 (quando Crocetta vinse grazie alle divisioni nel campo del centrodestra, tra Musumeci e Micciché, oggi nuovo ras incontrastato di Forza Italia e non solo nell’isola, e grazie, soprattutto, ai voti che gli arrivarono in dote dall’Udc, allora molto forte, di D’Alia e Casini, oggi ancora alleati con il Pd mentre l’Udc Cesa l’ha portata armi e bagagli con FI). In realtà, il Pd un alleato ce l’ha. L’esangue Ap di Alfano, i cui sotto-panza locali, quelli con i voti, sono però già quasi tutti saliti sul treno di Musumeci. Poi ci sono dei veri geni della Politica come Totò Cardinale che, come una spia della Guerra Fredda, fa il triplo gioco: renziano a Roma (anzi, per la precisione intimo amico e sodale del ministro allo Sport Lotti), ha fatto una lista pro Micari, ma promette voti sottobanco a Musumeci e strizza l’occhio pure a Cancelleri. Del resto, qualcuno dovrà pur governarla, la Sicilia.


2. Si vota in Sicilia, ma si pensa a Roma. Renzi si eclissa: prepara la guerra del dopo (articolo pubblicato il 4 novembre 2017 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale) 

Ettore Maria Colombo – Roma
 
Il segretario del Pd, Matteo Renzi, non passerà un piacevole fine settimana. Reduce dai fasti della conferenza a Chicago – dove Obama lo ha non solo voluto, ma lodato e coccolato – domenica si vota in Sicilia e, per il candidato premier del centrosinistra (ma sarà lui, alla fine?) possono arrivare solo brutte notizie, e pure tante. Il candidato del Pd, Micari, arriverà terzo, se gli va bene, e il risultato della lista del Pd rischia di essere disastroso, anche se il leader ha già in tasca un foglietto con i voti presi dal Pd di Bersani in Sicilia nel 2013 (13%). In ogni caso, Renzi,alla chiusura della campagna di Micari, unico tra i leader di partito nazionali, non c’è. Sa che i risultati in Sicilia gli verranno rinfacciati.
Infatti, mentre il ministro Dario Franceschini, in teoria in maggioranza con Renzi, tace e aspetta lunedì per dire la sua (“e non farà sconti a Renzi”, sibilano i suoi), il ministro alla Giustizia, Andrea Orlando, leader della minoranza interna (Dems) parla a ogni pié sospinto. Solo ieri Orlando ha dato due interviste, una a mane (Repubblica tv) e una a sera (Otto e mezzo). Nella prima ha asserito, minaccioso, che “dopo il voto siciliano bisognerà ragionare sul perimetro della coalizione” e, soprattutto, sul candidato premier del centrosinistra”. Sottotesto: per me non può e non deve essere Renzi. A sera, fintamente più conciliante, Orlando dice che “se perde Micari si porrà il tema di evitare lo stesso destino sul piano nazionale. E’ quindi necessario individuare il miglior candidato premier. Il Pd andrà a quel tavolo con Renzi”. Sottotesto: fingo di appoggiare lui come candidato, ma meglio se è un altro.
 
 
Il segretario dem, in realtà, parla d’altro. Ieri, nella Enews – dove ha confermato che accetta il confronto in tv con Di Maio (si terrà martedì su La 7) e che la Leopolda si terrà dal 24 al 26 novembre a Firenze – ha ribadito per intero la dura  posizione presa dal Pd sulle banche: “Troppe cose non hanno funzionato: i manager e i banchieri che hanno sbagliato devono pagare, sacrosanto. Ma se vogliamo che qualcosa cambi davvero le alte burocrazie del Paese devono smettere di buttare la croce addosso ai politici e assumersi le loro responsabilità”. Ma al di là del caso banche, gira che ti rigira, sempre là si torna: chi sarà il candidato premier del centrosinistra? Renzi o altri (Gentiloni)? Il segretario si dice “pronto” a fare le primarie, ma in realtà aspetta solo di vedere il primo che, in Direzione (già convocata per il prossimo 13 novembre) “si alzerà per chiedere di ‘rivedere’ le alleanze: lui mi tradirà”, dice ai suoi con aria grave  neanche si trattasse di Gesù Cristo che indaga ai commensali il novello e perfido Giuda.
 
Intanto, sempre ieri e alla buon’ora, persino l’indeciso Giuliano Pisapia ha deciso che è arrivata l’ora di ‘scendere in campo’. Però, come ha più volte ripetuto, lui non si candiderà. E’ chiaro solo lo schieramento: unitario, alleato al Pd e composto da tanti ‘nanetti’, la nascente Lista Civica Nazionale (il nome), sarà composto dai Radicali di Riccardo Magi, Forza Europa di Benedetto Della Vedova, il Psi di Riccardo Nencini, forse anche i Verdi di Angelo Bonelli e l’Idv di Ignazio Messina (incredibile, esiste ancora l’Idv, ma non la guida più Tonino di Pietro, passato con Mdp come del resto Bobo Craxi, ma tale Carneade Messina…). Non è chiaro, invece, il front-runner, di una tale Lista e area politica, ma potrebbe essere una front-women, cioè una donna. Emma Bonino, se vorrà, o la presidente della Camera, Laura Boldrini, assai sponsorizzata da Pisapia e dal suo Campo progressista, a meno che non vada col Pd. Sarà lei, per conto del nascente Ulivo bis a chiedere, con la benedizione di Romano Prodi, al Pd di fare le primarie. Una richiesta che, forse, Renzi non potrà più rifiutare. 
___________________________________________________________________________________________
NB: Gli articoli sono entrambi pubblicati sulle pagine del Quotidiano Nazionale 
____________________________________________________________________________________________

Renzi va e torna dagli Usa, ma i guai rimangono in casa: la Sicilia e il rapporto tra il Pd e il governo Gentiloni

renzi sul treno

Il segretario dem Matteo Renzi sul treno Destinazione Italia

Pubblico qui di seguito – con colpevole ritardo – i tre articoli scritti per QN e usciti tra il I e il 2 novembre 2017 su Renzi negli Usa da Obama e i guai del segretario e del Pd rimasti in Italia.
Ettore Maria Colombo – ROMA
1. Prove anti-Gentiloni. Renzi dagli Usa dà il via libera ai cattodem sul bonus bebé.
(L’articolo è uscito il 2 novembre 2017 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale)
Bonus famiglia. Innalzamento dell’età pensionabile. Più risorse per il contratto degli statali, degli insegnanti, etc. E’ partito il consueto “assalto alla diligenza” alla manovra che, a partire dal 7 novembre sarà all’esame della commissione Bilancio del Senato presieduta dal dem ‘rigorista’ Tonini. La cosa curiosa è che gli ‘assaltatori’ hanno avuto luce verde direttamente dal Nazareno. E, cioè, dal Pd di Renzi. Succede, infatti, che ieri, con una nota, un manipolo di senatori dem, tutti renziani convinti (Di Giorgi, Cociancich, Collina, Cucca, Fattorini, Lanzillotta, Marino, Santini, etc.), si uniscono come un sol uomo alle vibranti proteste di Ap. Il partito di Alfano, il giorno prima, aveva tuonato, con i due capogruppo alla Camera e al Senato, Lupi e Bianconi: “Senza bonus famiglia diremo no alla manovra”. Sembrava la classica tempesta in un bicchiere d’acqua (“quelli di Ap fanno la voce grossa due giorni, poi gli passa”, il commento tra i dem), ma ecco scendere in campo i ‘cattodem’ del Pd. Protestano ad alta voce, pure loro, contro la cancellazione del bonus bebé dalla manovra varata dal governo Gentiloni. Renzi è negli Usa: può esserne vittima e non regista? No. Infatti, prima in un’intervista ad Avvenire e poi a Portici, il leader del Pd ha puntato i fari, oltre che sul ddl Richetti sui vitalizi, sui temi sociali. Il leader dem ha già individuato nel maggiore sostegno ai figli a carico delle famiglie “una priorità assoluta insieme alla riduzione delle tasse sul lavoro” e ha già coniato lo slogan “mille euro a ogni figlio”. E chi pensava che quello di Renzi fosse solo un programma “elettorale” si è dovuto ricredere, dopo la nota dei senatori.
E così, con Renzi assente, ma ‘informalmente’ informato, si dice al Nazareno che, dietro la nota dei senatori ‘cattodem’, si stagli la figura di Lorenzo Guerini. Sarebbe stato lui, il coordinatore della segreteria Pd, detto ‘il Forlani’ di Renzi, a ‘ispirare’ l’uscita dei ‘catto dem’. La cui nota recita così: “La scelta del governo di non rifinanziare il bonus bebé è incomprensibile e non condivisibile”. Un uppercut al volto. Fa il paio, peraltro, con l’intemerata del ministro Martina che, pur se dal versante sinistro del partito, tuona contro il previsto aumento dell’età pensionabile a 67 anni. Richiesta che, dentro le Camere, ha due fan siamesi e scatenati: il supersinistro Cesare Damiano (Pd) e il superdestro Maurizio Sacconi (Ap). Infine, i senatori dem Ichino e Lepri chiedono di “utilizzare parte dei risparmi per costituire un fondo ad hoc perl’assistenza dei caregivers, le persone impegnate nell’assistenza a parenti gravemente disabili, proposta su cui Qn ha condotto una importante campagna stampa e su cui anche Ap ha presentato proposte.
Il premier è all’estero (un viaggio in India, molto importante, e poi in Arabia Saudita ed Emirati Arabi che si concluderà oggi quando tornerà a Roma per incontrare i sindacati al tavolo verde di palazzo Chigi sulle pensioni, altro tema su cui il Pd ha alzato il fuoco di sbarramento chiedendo di rinviare l’innalzamento dell’età pensionabile) e non ha presa bene tutte queste notizie mentre il ministro Padoan è già andato su tutte le furie e promette battaglia.
Infine, il Colle. Naturalmente, è “preoccupato”. Ieri, non a caso, è filtrato dal Quirinale, sul cui tavolo c’è la legge elettorale ancora da firmare, che Mattarella intende “vigilare” sulla manovra: nonostante lo “sfilacciamento” della maggioranza e le sue “geometrie variabili”, si tratta di un “passaggio fondamentale” per il Paese davanti alla Ue. Mattarella ha un arma segreta e atomica: sarà lui a decidere la data di scioglimento delle Camere e, dunque, le elezioni. Renzi punta tutte le sue fiches sul 4 marzo 2018, ma il Colle può rimandare lo scioglimento delle Camere fino al… 15 marzo 2018, il che vorrebbe dire, però, tenere le elezioni a maggio e dunque far slittare – a causa di tutte le procedure che servono per formare le nuove Camere – le consultazioni per la formazione del nuovo governo almeno a giugno. 
___________________________________________________________________________________________
2. Matteo e Barack si abbracciano, ma in Italia il Pd continua a perdere pezzi. 
(NB: L’articolo è uscito il 2 novembre a pagina 6 del Quotidiano Nazionale)

Nemo propheta in patria, si potrebbe dire. Matteo Renzi viene esaltato all’estero, direttamente da Barack Obama, ma in Italia lo aspettano a solo guai. In più, crolla nei sondaggi. “La politica deve diventare più attraente per coinvolgere più persone come è avvenuto nelle campagne elettorali mie e di Matteo”. Parola di Barack Obama. Bisogna rafforzare l’idea – aggiunge l’ex presidente Usa – che la politica può fare la differenza, battere il cinismo dei giovani e riportarli a votare”. Un endorsement in piena regola quello di Barack Obama che interviene a sorpresa a un panel dei lavori della sua Fondazione cui partecipava proprio Matteo Renzi coordinato da Caroline Kennedy, ex ambasciatrice e figlia dell’ex presidente JFK. Il segretario dem si trova, ormai da due giorni, a Chicago. Idem sentire di Barack e Matteo anche sui media che “non devono rafforzare l’idea di una politica che non offre risposte”, dice Obama. Renzi, che mal tollera i giornalisti e i talk show, non può che annuire. Il leader dem, nel suo intervento, ha parlato di “stagione di incredibili cambiamenti strutturali in Italia e in Europa e nessuno può fermare il cambiamento, che piaccia o no”, citando a  esempio “la rivoluzione, 10 anni fa, dell’IPhone”.

Peccato che, dall’Italia, arrivino solo brutte notizie, per il leader del Pd. La manovra economica rischia di finire a gambe all’aria, anche se proprio per colpa dei renziani che hanno aperto il fuoco sul bonus bebé e l’età pensionabile, facendo irritare, nell’ordine, Gentiloni, Padoan e il Colle. Le elezioni regionali in Sicilia che si terranno domenica rischiano di tramutarsi in un bagno di sangue, per il Pd. E, soprattutto, il percorso politico e le strategia del premier attuale, Paolo Gentiloni, si va sempre più divaricando da quello di Renzi. Gentiloni vuole imporre lo ius soli, subito dopo la manovra economica, al Senato, con la fiducia, e invece Renzi – che di ius soli non vuole sentir parlare – vorrebbe trovare lo spazio per il ddl Richetti sui vitalizi. Gentiloni, reduce da un importante viaggio di tessitura con molti Paesi chiave (India, Arabia Saudita, EAU), domani vedrà i sindacati sulle pensioni al famoso ‘tavolo verde’ di palazzo Chigi che Renzi aveva di fatto mandato in soffitta.

Infine, ci si mettono anche i sondaggi a incattivire i rapporti tra i due, anche se i rispettivi staff li definiscono “ottimi”. Secondo i dati dell’Istituto Ixé di Roberto Weber “Gentiloni gode di una fiducia superiore a quella di Renzi. E’ la rivincita dell’uomo tranquillo e batte Renzi 39 punti a 27”. Inoltre, Gentiloni “garantisce un maggiore valore aggiunto e farebbe un migliore risultato se fosse lui a guidare il Pd”. Ma anche altri dati del sondaggio Ixé sono interessanti: Luigi Di Maio, candidato M5S, è in crescita e si posiziona al secondo posto con il 32% mentre Matteo Salvini (Lega) gode di un gradimento molto alto (il doppio della Lega) e batte Silvio Berlusconi che si attesta solo al 21%. Per Ixé le prossime elezioni potrebbero essere” una sfida a due tra centrodestra e M5S col M55 che raccoglie i delusi del Pd”. Una prospettiva da far tremare le vene nei polsi a Renzi.

____________________________________________________________________________________________

3. Renzi vola a Chicago da Obama che se lo coccola. I guai sono rimasti tutti a Roma.
(NB: L’articolo è uscito a pagina 11 del Quotidiano Nazionale il I novembre 2017). 
“Buongiorno da Chicago, amici! Sono qui per il primo summit mondiale della Fondazione Obama!”. Matteo Renzi parla così in un post su Instagram. Parole entusiastiche, certo, ma comprensibili. Il leader dem è volato negli Usa, a Chicago, perché l’ex presidente Obama – che già lo aveva ricevuto come ultimo leader mondiale prima delle elezioni Usa – gli ha “fatto un altro invito”. Obama ha voluto Renzi al primo summit mondiale della “Fondazione Obama” che segna anche la ‘ridiscesa in campo’ dell’ex presidente dopo dieci mesi di silenzio, dall’elezione di Trump in poi. La kermesse, cui partecipa un parterre d’eccezione (tra cui il principe Harry Windsor, erede al trono di Gran Bretagna), sarà, di fatto, il trampolino di lancio per l’ex first lady, Michelle Obama: potrebbe sfidare Trump nel 2020. 
E così, stamattina, il leader dem parlerà, a Chicago, davanti a una sessione dei 500 giovani leader coordinati da Obama. Il feeling tra i due è cosa nota. Renzi lo definisce “un grande presidente” per mille motivi, ma soprattutto perché “si è battuto per la crescita e contro l’austerity”. Chicago, per Renzi, accompagnato solo da Giuliano da Empoli, fondatore del think thank ‘Volta’, di area dme, è stata anche l’occasione anche per incontrare la comunità dei ricercatori scientifici italiani. Sono quelli del Fermilab, tra cui Francis Cordova, direttrice della National Science Foundation. Renzi è andato anche alla Northwestern University dove ha tenuto un intervento sul futuro dell’Europa. “Leggo di ironie sui social per la mia visita” – puntualizza poi, Renzi, sempre su Instagram – “ma stavolta è comprensibile la critica: noi siamo dalla parte di scienza e ricerca mentre i 5Stelle criticano i vaccini e inseguono le scie chimiche”.
Fin qui l’ufficialità. Ma Renzi non perde mai il contatto con la madrepatria. Ieri, per dire, di buon mattino, legge sul sito Dagospia lo splash di ripresa di un articolo di Lettera43.it. Lo scoop vede una fonte interna dei servizi rivelare due cose: il capitano Ultimo avrebbe tenuto in piedi, per anni, una struttura ‘parallela’ dei servizi; essa avrebbe inquinato le prove dell’inchiesta Cpl Concordia, intercettando illegalmente Napolitano, Renzi e Adinolfi, generale GdF, e del caso Consip. Renzi manda subito sms indignati ai suoi: “Ma avete letto?! Io non sono un complottista, credo nelle istituzioni, ma è inquietante sapere che servizi ‘deviati’ mi monitoravano!”. Michele Anzaldi, suo fedelissimo, dirama subito una nota, presto anche interrogazione parlamentare. “Il Pd – mette a verbale Anzaldi – vuole sapere se è vero che è esistita una centrale di ascolto, non si capisce quanto legale, coinvolta nei casi Cpl Concordia e Consip; se è vero che ora tale centrale è smantellata in tutta fretta; se questa centrale fosse alle dipendenze del Capitano Ultimo e della sua squadra, dato il suo coinvolgimento in quei casi. Non è accettabile che resti il sospetto di manovre di apparati dello Stato contro l’allora premier Renzi”. E c’è chi ricorda che Renzi avesse più volte detto, con fare sibillino, ai suoi: “L’inchiesta Consip in realtà è il caso Cpl Concordia”.
___________________________________________________________________________________________
NB: Tutti i 3 articoli sono stati pubblicati su Quotidiano Nazionale a novembre 2017.
____________________________________________________________________________________________

Renzi spiega la ‘linea’ del Pd che non è quella di Gentiloni. Ciclone Grasso in arrivo a sinistra

NB: pubblico, con colpevole ritardo, gli ultimi due articoli scritti per QN dalla conferenza organizzativa del Pd che si è tenuta a Portici-Pietrarsa (Napoli) dal 28 al 20 ottobre 2017.

  1. Renzi fa il contro-contro canto a Gentiloni e finge di ‘aprire a sinistra’.
renzi sul treno

Il segretario dem Matteo Renzi sul treno Destinazione Italia

Ettore Maria Colombo – PIETRARSA – PORTICI – dal nostro inviato

“Prima parliamo dei contenuti”. E passa un’ora abbondante. Si va dall’elogio della Politica, quella con la ‘P’ maiuscola, alla promessa di abbassare “le tasse su lavoro e famiglie”, (“se torniamo al governo bonus di mille euro a chi ha figli”). Fino alla polemica contro l’Europa “della burocrazia e della tecnocrazia” per non dire degli attacchi al “sistema bancario” (a Gentiloni sarà venuto un colpo, ma è in India). Poi c’è il capitolo “lotta ai populismi” di M5S e Lega. Infine, la promessa: “vogliamo portare avanti e far votare la legge su”. Tutti si aspettano dica ‘ius soli’ ma non lo dice. Solo dopo, sul treno, dirà “Se il governo metta la fiducia, il Pd ci sta”, ma dietro precisa domanda e solo a denti stretti. Parla, invece, Renzi, della “legge sui vitalizi”: sta al Senato, i senatori dem la osteggiano, ma l’ideatore Richetti ci crede. Sono i minuti finali del lungo discorso del leader dem alla conferenza programmatica di Pietrarsa, museo gioiello. Dopo un’ora e mezza Renzi tocca il capitolo ‘contenitori’. Cioè le alleanze. Non vorrebbe farlo, ma tutti i big del Pd (Franceschini, Orlando, Emiliano) gli hanno chiesto, per validare la pax interna (Orlando usa parole evangeliche: “Se anche perde in Sicilia non chiederò le sue dimissioni”) di farlo: lui finalmente stavolta lo fa nel senso che ne parla.

“Condivido dalla A alla Z il discordo di Gentiloni quando dice che il Pd è il perno del prossimo governo” la premessa. “Il problema non è chi andrà al governo ma se ci andiamo noi o gli altri…”, spiega, didascalico, a chi pensa che lui pensi soltanto a voler tornare a fare il premier. E aggiunge, a chi lo rimprovera di volere le larghe intese, che “il solo modo per non farle è votare il Pd, solo così non si faranno”. Ma ecco la (vera?) apertura sulle alleanze: “Non metto veti nei confronti di nessuno, dobbiamo superare gli insulti ricevuti. Nessun veto a sinistra”. E’ chiaramente una finta, ma Speranza ci casca subito: “Renzi è un disco rotto”, dice. E Renzi sorride coi suoi: “Visto? Con loro si perde tempo”.

Se proprio c’è una novità, nella nuova versione renziana del capitolo alleanze, è l’apertura al centro, pur se indefinita. Gli esegeti del renzismo spiegano che “il ragionamento non è solo verso Ap e Alfano, ma verso tante realtà di moderati. Dellai e i suoi, Tabacci, la comunità di Sant’Egidio, Cl…”. Mondi a cui Renzi tiene tantissimo (e da cui proviene pure) perché pensa – come spiega un alto dirigente del Nazareno – che “la battaglia per recuperare voti a sinistra oltre il Pd è persa, ma quella per prendere i voti dei moderati italiani, e dei cattolici, spaventati da un centrodestra a trazione Lega e dal M5S anti-sistema, ce la possiamo giocare ancora tutta”.

Fine delle parole, persone (militanti in testa) presenti in sala assai annoiate (tranne i campani, alla spasmodica ricerca di un seggio), fuggi-fuggi generale, e via tutti sul treno. Con Renzi sale mezzo governo (Pinotti, Fedeli, Madia, Boschi, elegantissima, vari parlamentari, Giachetti cupo, Minniti, che finge di essere a suo agio, Franceschini che finge amore fraterno, etc) ma la scena è a uso e consumo dei giornalisti cui poi, in realtà, risponderà solo Richetti perché Renzi si limita a qualche, vaga, battuta. La foto di gruppo. serve a far vedere che regnano, nel Pd, la pace e l’armonia. Poi Renzi – che s’improvvisa capotreno e dà appuntamento a “marzo del 2018” – sfotte Franceschini (“I collegi li sa già tutti a memoria”) e diventa chiaro che la guerra per i posti in lista nel Pd è solo iniziata.


2. Ciclone Grasso in arrivo sulla politica italiana. Il presidente del Senato già ai box 

Ettore Maria Colombo PORTICI – PIETRARSA

Pier Luigi Bersani, quando ne parla con i suoi, gli brillano gli occhi, manca solo che si commuova. Massimo D’Alema – che, si sa, non si commuove mai – ha accettato la cosa. Roberto Speranza, invece, si è convinto subito. Perché è un generoso e perché il fallimento dell’operazione Pisapia – “che si ritirerà a vita privata e tutti i suoi, tranne Tabacci, ci chiederanno, inutilmente, qualche posto in lista”, sibila Dario Stefano, appena transitato dall’area Pisapia al Pd – ha fatto capire a Speranza che urgeva trovare un volto ‘nuovo’ e ‘unitario’. Infatti lo ha voluto e lanciato lui alla festa di Mdp. I ‘civici’ di Montanari e Falcone, invece, ne diffidano, ma dovranno subirlo. Come pure Fratoianni (SI), Civati (Possibile), Acerbo (Prc): si dovranno accodare a Mdp, pur assai perplessi, come molti partiti della ex sinistra radicale (Prc in testa) si dovettero accodare, nel 2012, dietro il leader più triste e sfortunato del mondo, il pm Antonino Ingroia (1% i voti della sua Rivoluzione civile). Si dovranno far andare bene Pietro Grasso (almeno sorride), quelli di Sinistra italiana, altrimenti il rischio è di restare fuori dal ‘listone’ di sinistra. E’ Pietro Grasso, l’ex procuratore capo di Palermo e attuale presidente del Senato che ha appena stracciato la tessera del Pd, il nuovo ‘ciclone’ che ha investito la politica italiana.

In realtà solo un pezzo della sinistra (Bersani-D’Alema) pensa che Grasso possa suscitare un ‘effetto Monti’ (che prese il 15% da solo) e portare una sfida mortale al Pd. Scendere in campo con Grasso leader per Mdo vuol dire puntare al 10%. Un sondaggio di Ipr-Marketing conferma l’intuizione: valuta in un “buon 5% il suo potenziale perché Grasso – spiega Antonio Noto – gode di un’alta reputazione e viene percepito come uomo di Stato che come il Che…”.

E così ecco Nichi Vendola, ex discepolo di Bertinotti, dire ieri che “Grasso è il nostro programma politico vivente”. Addirittura. Seguita Vendola: “la sinistra ha bisogno di lui”. Infine, lo difende dall’attacco che gli ha portato, dal palco di Portici, il leader Pd Matteo Renzi: “Se Grasso è un ultras, Renzi è il capo degli hoolingans”. Ma cosa ha detto, ieri, Renzi, di tanto grave contro Grasso? “Non possiamo accettare che si dica – ha scandito dal palco – che la fiducia parlamentare è un atto di violenza. Noi non vogliamo un vocabolario da estremisti e da ultras. Ho vissuto con grande dolore (sic) – continua Renzi – il fatto che abbia lasciato il gruppo del Pd e noi non facciamo polemiche con la seconda carica dello Stato, ma – e qui il tono della voce si alza – non è violenta la fiducia, non è vigliacco chi non la pensa come te, non è eversiva una mozione parlamentare approvata col governo. Le parole sono importanti diceva Nanni Moretti!”. In realtà, per Renzi, Grasso è sempre stato un nemico: lo ha ritenuto ‘colpevole’ di aver messo sulla sua strada, quando era premier, ostacoli infiniti, a colpi di regolamenti del Senato. Presto i due saranno veri avversari. Alle Politiche.

NB: Gli articoli sono stati pubblicati sul Quotidiano Nazionale del 30 ottobre 2017. 

 

Il retroscena. Complotto dentro e fuori il Pd per disarcionare Renzi: “Il voto in Sicilia farà crollare tutto”

Il segretario dem Matteo Renzi sul treno Destinazione Italia

Ripubblico qui, sul mio blog, con alcuni particolari in più, l’articolo che ho già lanciato stamane dal sito di @Quotidiano.net

http://www.quotidiano.net/politica/matteo-renzi-1.3491382 

(ecco Il link al mio articolo di oggi x @Quotidiano.net in originale)

Ettore Maria Colombo – ROMA

Due ministri. Dario Franceschini, capo di Area dem, e Andrea Orlando, capo di Dems (i due nomi si assomigliano curiosamente). Sono considerati, dal leader del Pd, Matteo Renzi, il primo alla stregua di un traditore seriale e un infingardo; il secondo un oppositore leale ma cattivo: di certo, due “pronti a tradirmi “. Poi due ex premier. Romano Prodi  ha piazzato la sua tenda prima “lontano” dal Pd e poi l’ha arrotolata nello zaino portandosela via: domani manderà un video alla reunion di Della Vedova e Bonino che, in nome dello slogan ‘Forza Europa’, vogliono dar vita a una sorta di ‘Lista civica nazionale’ che ricorda tanto un Ulivo 2.0. Ed Enrico Letta: medita “vendetta, tremenda vendetta” da Parigi, cioè da lontano, in teoria, ma qualcuno, nel Pd, lo vedrebbe bene come neo-leader di un ‘nuovo Ulivo’ o premier di futuri governi col Pd. Un ex Padre Fondatore del Pd, Walter Veltroni, che pure aveva fornito i suoi consigli a Renzi, ma che se n’è subito e assai pentito e che ora, come pure Piero Fassino, scuote la testa sconsolato. A tal punto che i – pochi – parlamentari che gli sono rimasti vicini ormai si adontano ogni volta che Renzi parla. “Vuole fare la campagna elettorale come se stesse all’opposizione dicendo che vuole tornare ai parametri di Maastricht, il che però vuol dire passare dal rapporto deficit/Pil, oggi all’1,6%, almeno al 2,9%, una scelta davvero impossibile e inconcepibile sul piano della finanza pubblica che ci farebbe saltare tutti i conti e la credibilità e il rispetto delle regole Ue. Ormai parla come un Grillo o un Salvini qualsiasi – dice Giorgio Tonini, sfogandosi con un collega, alla fine del voto al Senato – e questo è inaccettabile: manca di rispetto a Gentiloni come a noi!”. E un lungo stuolo di deputati e senatori di tutte le aree: sanno di non avere chanches alle politiche perché, grazie al Rosatellum, “Renzi metterà tutti i suoi fedelissimi nei collegi blindati e a noi darà le briciole”: non vedono l’ora di fargliela pagare anche loro. E un premier attuale, Gentiloni, con cui i rapporti si sono fatti gelidi per la nomina di Visco e non solo (Rosatellum, ius soli, Stabilità) per non parlare di quelli col ministro Padoan.

Ecco sono queste le forze che starebbero alla base del ‘complotto’ per disarcionare Renzi il prima possibile scalzandolo di certo da candidato premier del centrosinistra, prefigurando un modello ‘Unione’ o ‘Ulivo allargato’, cioè alleandosi con Mdp, come chiedono apertamente Franceschini e Orlando, e, se possibile, anche da segretario. C’è pure la data: dopo il 6 novembre quando “verrà giù tutto, Renzi perderà e ‘noi’ scenderemo in campo”, profetizza l’ex tesoriere dei Ds, Ugo Sposetti, intendendo per ‘noi’ la ‘carne viva’ degli ex Pci-Pds-Ds, non certo i demoprogressisti di Mdp (“Se osi scrivere che sto con quelli ti querelo!”, scherza, ma neanche troppo, il rude Sposetti).

Il cumpluttuni, però, va declinato così, in dialetto siciliano, perché sarà il 6 novembre che arriveranno i risultati delle elezioni regionali. Il candidato del Pd, Fabrizio Micari, imposto dal sindaco della città, Leoluca Orlando, andrà “male, forse malissimo” prevedono tutti. Di sicuro si piazzerà terzo, a larga distanza dal probabile vincitore, Musumeci (centrodestra) o Cancelleri (M5S). Il guaio – temono i dem – è che “Fava (il candidato di Mdp-SI, ndr) può doppiarlo”. Una sconfitta di Micari e un Pd esangue, al 10-15%, sarebbe una tragedia non solo locale, ma dalle pesanti ripercussioni nazionali. C’è un solo, piccolo, particolare: per disarcionare Renzi bisogna avere, in Direzione nazionale prima e in Assemblea poi, il 51% dei voti del partito. Solo che le liste le hanno fatte Guerini e Lotti, due fedelissimi: Renzi non rischia nulla. Tranne un’altra scissione.

L’articolo è stato pubblicato a pagina 5 del Quotidiano Nazionale il 27 ottobre 2017. 

Due pezzi facili. Renzi alla Direzione del Pd ‘apre’ a sinistra. La legge elettorale dalla commissione ora è alla prova dell’Aula

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Pubblico qui i due articoli scritti negli ultimi due giorni per Quotidiano Nazionale

  1. Renzi  in modalità “pace col mondo” apre alla coalizione di centrosinistra: “Gli ex dem non sono i nostri avversari”, ma il vero obiettivo è agganciare Pisapia. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Sarà stato il disgelo, con tanto di cordiale telefonata, con Prodi. Sarà stata la goduria di assistere alle liti, stile sfida all’Ok Corral, tra Pisapia e Bersani, oltre che, ovviamente, con D’Alema. Sarà stata la tregua interna che i big dem, da Franceschini a Orlando, gli hanno garantito da qui in avanti, in sostanza fino alle elezioni, anche perché – pare – assai rassicurati sui posti in lista per i loro. Saranno stati i consigli degli ex democristiani di destra (Guerini) e di sinistra (Richetti) che gli hanno tenuto testa per mesi a forza di dirgli, e a convincerlo, che “Matteo devi allargare, includere”. Certo è che Matteo Renzi, dopo la “fase zen”, già nota, è entrato in una modalità ancora più ambiziosa, quella da “pace col mondo”. La Direzione di ieri, convocata per discutere della legge elettorale, ne è stata la plastica rappresentazione. Lunga e serena relazione, nessun dibattito, nessuna contrapposizione, voto finale unanime.

La prima sorpresa contenuta nell’introduzione del segretario dem – che parla davanti al premier Gentiloni e al ministro Minniti – è, naturalmente, quella della sua ‘apertura’ a quanto c’è a sinistra del Pd: Premesso che “l’obiettivo è sconfiggere i populisti (M5S, Lega), oggi in difficoltà”, Renzi pronuncia una frase che non direbbe neppure sotto tortura: “I nostri avversari alle elezioni non sono quelli che sono andati via di qui”, e parla degli scissionisti (Mdp). Non vuole né cerca, ovviamente, un’alleanza con loro – anzi: se ne guarda bene anche solo dal pensarla – ma per la prima volta non li bastona (tranne per una frase en passant rivolta all’indirizzo di Bersani: per spiegare tutte le giravolte di quelli che stavano nel Pd sulla legge elettorale “ci vorrebbe la moviola”)

Il ‘merito’ del ‘nuovo corso’ sta tutto nella nuova legge elettorale che si profila se il patto ‘a quattro’ (Pd-Lega-FI-Ap) terrà in Aula. “Il Rosatellum – spiega Renzi – ha alcuni elementi di forza, perché chiama a una coalizione, e un dato di fatto: uno strumento che fa del Pd il baricentro per una coalizione più ampia del solo Pd”. Il che, peraltro, vuol dire che Renzi avalla (e invita) a costruire liste in coalizione con il Pd: i centristi cattolici, da Alfano a Dellai, i radicali laici, da Della Vedova a Bonino, e la sinistra progressista, dai sindaci a Pisapia. Renzi non lo nomina, ma aspetta, paziente, che arrivi e in area Pisapia già sottolineano “il cambio di passo”. In realtà, il messaggio sotteso del leader dem è un po’ più sottile: se passa il Rosatellum, facciamo facciamo le coalizioni perché servono per vincere, altrimenti andiamo con il Consultellum, io faccio il listone Pd “e mi candido al Senato con le preferenze”., il che vorrebbe dire, però, tornare a quella ‘vocazione maggioritaria’ che l’ex premier ha sempre perseguito e che, per ora, è finita in soffitta. Perché, come dice Renzi con un latinismo, anche questo insolito, “o passa il Rosatellum o c’è il Consultellum, tertium non datur”. Motivo, però, quello di dare fiato e corpo alla possibilità che la nuova legge passi, per cui balena, di nuovo, nel Pd, l’ipotesi della fiducia ‘tecnica’ sul Rosatellum: il Colle non gradirebbe affatto, Gentiloni recalcitra, ma all’ultimo momento, in Aula, potrebbe essere messa perché – avverte Rosato – “dobbiamo stare attenti ai voti segreti”.

Poi  Renzi manda a dire ai suoi oppositori interni che: “Siamo al rush finale, il tempo che ci separa dalle elezioni è di settimane”; quindi “basta litigi, dobbiamo giocare tutti insieme, fare squadra”. Renzi non cita mai lo ius soli, lasciando di fatto capire che spazio per far passare quella legge non ce n’è, specie a fine legislatura. Eppure, al Nazareno, c’è chi non dispera che, dopo aver chiuso la legge di Stabilità,“si possa aprire uno spazio per portarla a casa”.

Renzi, infine, ringrazia di cuore Orlando per aver detto che non intende metterne in discussione la leadership in caso di sconfitta in Sicilia, e Orlando apprezza e neppure Cuperlo parla in dissenso.  Franceschini resta in silenzio, annuisce più volte mentre Renzi parla e a chi gli chiede conto sorride: “sono naturalmente d’accordo con la relazione del segretario”. Ieri, al Pd, era proprio il giorno del volemose bene.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pag. 4 del Quotidiano Nazionale il 7 ottobre 2017


ettore rosato

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

 

2. Il Rosatellum va in Aula tra lo spettro franchi tiratori e la tentazione della fiducia

Ettore Maria Colombo – ROMA

La commissione Affari costituzionali della Camera ha dato il via libera al Rosatellum 2.0 (o bis che dir si voglia…), ma nessuno dei leader (Renzi, Berlusconi, Salvini e Alfano) dei partiti che hanno sottoscritto il ‘patto a quattro’ (Pd-FI-Lega-Ap) per dargli vita può tirare un sospiro di sollievo. Infatti, che dentro la commissione il patto avrebbe retto nessuno lo metteva in dubbio: il voto, dentro la commissione, è palese. Ma quando la nuova legge elettorale, il cui relatore Emanuele Fiano (Pd) ha passato giorni e notti insonne, approderà nell’Aula di Montecitorio, martedì 10 ottobre, può succedere di tutto. L’incognita è quella dei franchi tiratori: non vedono l’ora di affossare questa legge elettorale come già hanno fatto, a giugno, con il Rosatellum 1.0, allora anche detto Tedeschellum, quando una maggioranza ben più ampia dell’attuale crollò al primo voto.

I voti segreti, stavolta, si prevede saranno almeno una novantina e, se passassero, causerebbero l’immediato affossamento della legge: riguardano alcuni punti ‘caldi’ del Rosatellum (preferenze, voto disgiunto, soglie di sbarramento) su cui si fonda il patto a quattro. Per dire, ripristinare le preferenze, uno dei primi punti all’ordine del giorno del voto di martedì, una volta votate le pregiudiziali di costituzionalità, farebbe saltare l’accordo con Forza Italia. Il voto disgiunto aprirebbe invece molti problemi nel Pd di Renzi perché favorirebbe, di fatto, il voto per gli odiati scissionisti di Mdp.

Ma quanti franchi tiratori servono per affossare il Rosatellum? Sulla carta, è blindato. I favorevoli hanno ben 455 voti: ai quattro partiti citati vanno infatti sommati diversi gruppi minori (Ala-Sc, Civici, Popolari-Cd, Psi, Svp, Udc, etc.) mentre, sempre sulla carta, il fronte delle opposizioni (M5S-Mdp-SI-FdI) che giudica il Rosatellum “pessimo” e “inaccettabile”, arriva appena a 165 voti. Eppure, come spiega un verdiniano esperto di numeri e di conti, Ignazio Abrignani, “basta che, nel voto segreto, si spostino in 150 ed ecco che le proporzioni cambiano: 350 a favore, 300 contro. A quel punto ogni voto diventerebbe un calvario e può saltare tutto”. Inoltre, va detto che, non solo dentro Forza Italia, specie al Sud, ma anche dentro Ap (e, ovviamente, nel Pd), i peones ribollono.

Al di là del tenere le dita incrociate, dunque, e lanciare appelli, come quello di Ettore Rosato (“Il Parlamento sia responsabile”), continua perciò ad aleggiare l’ipotesi che il Pd chieda un ‘aiutino’ al governo Gentiloni e ricorra alla fiducia. Ma anche questa mossa, indigeribile per le opposizioni (Mdp già annuncia che “se verrà messa porteremo gli italiani in piazza”), non blinderebbe totalmente, il Rosatellum 2.0. Infatti, i problemi sarebbero tre: uno, Gentiloni non vuole metterla, due l’idea della fiducia al Colle non piace né poco né punto e, tre, FI e Lega avrebbero molte difficoltà a votare la fiducia, anche se fosse ‘tecnica’. L’ultima controindicazione a questa mossa rappresenterebbe un vero caso capace di far esplodere il Parlamento: nonostante la fiducia, infatti, il voto finale sul provvedimento può restare, grazie al super garantista regolamento di Montecitorio, in ogni caso segreto. E ‘andare sotto’, nonostante la fiducia, sarebbe davvero letale. Ecco perché sia Rosato che Fiano garantiscono e spergiurano davanti a tutti quelli che glielo chiedono “di un voto di fiducia non abbiamo mai neanche parlato”.

NB: Articolo pubblicato l’8 ottobre 2017 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale.