Fassino vede tutti, incassa il sostegno di Prodi e, forse, di Pisapia. Dalla sinistra radicale, invece, solo porte in faccia. Intanto, D’Alema ‘cambia verso’…

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

Ettore Maria Colombo – ROMA

Pubblico qui di seguito gli ultimi due articoli usciti sul Quotidiano Nazionale negli ultimi due giorni e un articolo uscito settimane fa su D’Alema e la rivista Italiani-Europei
1. Fassino, il commesso viaggiatore della sinistra alla ricerca della perduta unità, segna due goal importanti: incassa il sostegno di Prodi e, forse, di Pisapia. 
Fassino  sta per trasformarsi in un ‘commesso viaggiatore’. Infatti, mentre sul lato sinistro della possibile coalizione di centrosinistra, ieri ha ricevuto solo porte in faccia, nel prossimo fine settimana avrà due incontri clou  e vincenti. Venerdì Fassino andrà Bologna e incontrerà Romano Prodi. Ieri, non a caso, Prodi si è fatto fotografare ‘attovagliato’ in un ristorante bolognese col ministro all’Agricoltura Martina e quello alla Cultura Franceschini con la scusa che Oscar Farinetti presentava loro il progetto Fico Eataly Word. Prodi ha rifiutato commenti, ma il clima era disteso, sereno, e la photo opportunity finale diceva più di mille parole. E così a tenda del Prof – che oggi vedrà Fassino e nei prossimi giorni anche lo stesso Renzi – sta per uscire dallo zaino per riaprirsi in casa del Pd o nelle sue immediate vicinanze. Del resto, la sua storica ex portavoce, Sandra Zampa, spiega che “noi prodiani ci siamo collocati chi nel Pd (io e Sandro Gozi) e chi nell’area di Pisapia (Santagata e Monaco), ora serve che ci rimettiamo tutti insieme per rilanciare l’Ulivo”. Progetto cui tiene molto anche Walter Veltroni, che ormai lancia solo molti appelli all’unità e a “evitare le divisioni” della sinistra, tutti in chiave ‘anti-Mdp’ e filo-Pd, e persino Enrico Letta che, da Parigi, ha fatto sapere che la svolta di Renzi in Direzione e la sua apertura alle alleanze lo ha convinto. 
E, appunto, parlando di Pisapia, il ‘leader riluttante’ di un Campo progressista ormai allo sbando e già in rotta verso Mdp, avrebbe deciso di dire “sì” all’alleanza con il Pd. In the name of Ulivo, appunto. Fassino sabato si allungherà fino a Milano per vedere l’ ex sindaco che prenderà parte –all’incoronazione di Giorgio Gori a candidato governatore della Lombardia per conto di un centrosinistra orbo di Mdp.
Il guaio è che mentre Matteo Renzi continua a sperare nelle capacità taumaturgiche del buon Fassino (“noi abbiamo messo Fassino, è una garanzia, se non ci riesce lui…”), al Pd sanno già che, se va bene, riusciranno a mettere insieme solo una mini-coalizione di centrosinistra. Sarà composta da tre ali. La prima sono i tre ‘nanetti’: il Psi di Nencini, i Verdi di Bonelli e l’Idv del Carneade Messina. Poi c’è l’area radicale di Bonino-Della Vedova (Forza Europa). Infine, la ‘terza gamba’: una serie di frattaglie centriste di partiti che furono. A questi ci pensa Lorenzo Guerini, ma pure lui ha il suo bel daffare e le sue fatiche: ieri ha telefonato a Casini (tutto bene), ha visto il ministro Galletti e D’Alia, ex Udc (idem), e ha incontrato Italia Solidale di Dellai e Olivero (tutto ok). Ma il pezzo teoricamente pregiato del mazzo, Alfano, ancora cincischia, indeciso come Amleto, e Guerini, che ieri ha telefonato a lui e a Lupi, con Ap non trova la quadra. Una Direzione di Ap, o quel che ne resta, è stata convocata per il 24 novembre. Si trasformerà in una drammatica ‘resa dei conti’ tra chi, come Lorenzin e Cicchitto (voti: zero), vuole stare col Pd e tutti gli altri (voti: tanti) che cercano FI.
 
Tornando a Fassino, ieri mattina in verità ha spiazzato tutti: prima va a trovare Pietro Grasso, al Senato, e poi Laura Boldrini alla Camera. I due presidenti, però, gli hanno detto niet. Grasso, gli ha spiegato ‘caro Piero, sbagli indirizzo, io non rappresento una parte’ (ma ne è già il leader designato) e la seconda, Boldrini, “mah, vediamo, non farti illusioni’. Altri niet, ma stavolta informali, arrivano dai ‘Tre Tenori’ (Speranza per Mdp, Fratoianni per SI e Civati per Possibile) della Sinistra Unita. I quali gli hanno fatto sapere, nell’ordine: al massimo ti mandiamo lo sherpa Guglielmo Epifani o, se proprio insisti ti vediamo, “ma la settimana prossima” oppure nemmeno quello e, comunque, “prima abbiamo la nostra assemblea del 2 dicembre (quella in cui verrà incoronato Grasso leader, ndr) e quindi vedere te è  una cosa di cui faremmo assai a meno”. Finirà che, da Fassino, andranno i capigruppo di Mdp e SI, ma la fine è nota. Esiziale, al solito, Massimo D’Alema: “A Fassino che mi ha cercato, ho detto di chiamare Speranza”. Che è come dire: scusi ho da fare, lasci detto in portineria.
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Il presidente del Senato, Pietro Grasso.

2. “Ciao, sono Piero. Mi chiami? Ti devo parlare”. Fassino prova ad agganciare i leader della sinistra radicale ma, per ora, riceve solo porte in faccia. 
Come un esploratore yankee o ‘tuta blu’ che si avventura nelle ostili terre di Apache, Comanche e Cherokee, tra oggi e domani Piero Fassino incontrerà Giuliano Pisapia (Cp). Fassino, oggi, sentirà al telefono anche Romano Prodi per chiedergli un “estremo aiuto” per rifare il centrosinistra. “Nei prossimi giorni”, ma ancora non si sa dove e quando, Fassino vedrà pure la ‘Trimurti’ della Nuova Sinistra, cioè Roberto Speranza (Mdp), Nicola Fratoianni (SI) e Pippo Civati (Possibile). Ma qui le speranze di ‘trovare la quadra’ sono prossime ai zero gradi Fahrenheit. I tre fanno sapere, dopo averlo negato per ore, che “sì, Fassino ci ha chiamati”, ma non hanno nessuna voglia di incontrarlo e pensano pure all’affronto di spedirgli solo lo sherpa Guglielmo Epifani. Perché – come dicono sibilando – “Renzi vede la Bonino di persona e invece a noi ci manda Fassino, un ex tutto…”. Pippo Civati lo sbertuccia persino e, davanti ai giornalisti, legge a tutti il suo Sms: “Ciao, sono Piero, ho bisogno di parlarti, mi chiami?”. Insomma, gli incontri di Fassino partono malissimo e il loro esito è segnato. Le parole di Bersani (“Basta chiacchiere”) dicono tutto ed Enrico Rossi offende Renzi: “Fatti da parte tu. Allora, forse, se ne parla”.
Fassino, dunque, riceverà solo dei niet, tranne che da Pisapia che sarà accompagnato dai suoi due colonnelli, Ciccio Ferrara e Massimiliano Smeriglio, e, forse, da Bruno Tabacci, il solo rimasto, in Cp, a volere un accordo col Pd. Molti dem sperano ancora in esiti “positivi”, almeno con Pisapia, ma dentro Cp e, ovvio, dentro Mdp, scuotono la testa offesi: “”Ma tu incontreresti uno che sai per certo che ti vuole vendere una patacca?”. Inoltre, la maggior parte dei dirigenti di Cp ha armi e bagagli pronti per rientrare in Mdp chiedendo una manciata di posti che, però, Mdp, che sulla composizione delle liste farà la parte del leone (60% Mdp, 30% SI, 10% gli altri l’ultimofixing), è poco propensa a concedere. La presidente della Camera, Laura Boldrini, che ha di fatto preso le redini di Cp, invece, non andrà perché “lei fa il presidente della Camera” scoprono ora i suoi. In realtà, la Boldrini ha già deciso: vuole fare la ‘seconda in comando’ della Nuova Sinistra che verrà lanciata, il 2 dicembre, da Mdp, SI e Possibile in una Grande Assemblea. ‘Seconda’ perché il leader già investito del ruolo è Grasso. In Mdp sono sicuri che “lui da solo ci porta il 5% come valore aggiunto. Noi sommati partiamo dal 5% e con lui possiamo ambire al 10%”. Speranze, ma poi quien sabe? 
A Lorenzo Guerini, invece, che sta sondando Casini, Alfano (Ap), Dellai (Democrazia solidale) e altri centristi vari, è toccato un compito più ‘facile’ politicamente, ma cui Renzi tiene molto di più: dar vita a quella gamba centrista del centrosinistra che, coi Radicali, sarà fedele alleato del Pd. 
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L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

3. D’Alema ha fatto della rivista e della Fondazione Italiani/Europei il tempio della Nuova Sinistra, sì ma quella ‘radicale’...

“Il governo riconosca unilateralmente la Palestina”. Parola di ex ministro degli Esteri e di ex premier che, quando andò in Libano, fece scoppiare un incidente diplomatico perché andò a passeggio e a braccetto coi leader di Hamas. Beh, D’Alema è sempre lui, si dirà. Filo-palestinese era e tale è rimasto. Eh, no. Tranne che su questo e su una certa attitudine a ‘bombardare’ gli avversari (il Kosovo ieri, fisicamente, Renzi oggi, ma almeno solo metaforicamente…), D’Alema è davvero cambiato che non ci si crede. E, con D’Alema – ieri amico di Berlusconi (il ‘Dalemoni’) oggi suo avversario, ieri anti-ulivista, oggi ‘prodiano’, è cambiata la sua rivista, il bimestrale Italiani/Europei.

Il numero ora in edicola contiene saggi assai interessanti: “Gli orizzonti della sinistra” (e fin qua…). ‘New Labour’ ‘Third Way’? Interviste a Tony Blair e/o a Bill Clinton che, a metà degli anni Novanta, erano i punti di riferimenti culturali, politici e ideali del D’Alema pensiero? Macché. “Socialism, do you rimember?” è il titolo di una serie di poderosi e pensosi saggi che non hanno nulla di ironico. La faccia barbuta e ispida di Karl Marx è lì a esplicitarlo. I saggi di autori che di solito scrivono su giornali di sinistra radicale pure.

Basta così? No, macché. Il neo direttore, Peppino Caldarola, oggi con D’Alema in Mdp (Caldarola è anche lo spin doctor del governatore della Toscana, Enrico Rossi), ieri guida dell’Unità  quando l’Unità intervistava tutti i lib-lab del mondo, ha fatto fare una conversione a ‘U’ alla rivista. Con il placet di D’Alema, si capisce. Oggi, I/E ricorda da vicino, Alternative per il socialismo, la rivista che Alfonso Gianni, ideologo di Fausto Bertinotti, produceva per l’allora leader del Prc. Partito e area politica, l’Estrema Sinistra, che, per una vita, D’Alema ha combattuto e osteggiato. Almeno quanto lo ha fatto con l’Ulivo di Romano Prodi, si capisce. O coi girotondi, la ‘società civile’ e gli ‘intellettuali’, tutti rappresentanti nella formidabile battuta di Nanni Moretti: “D’Alema dì qualcosa di sinistra! D’Alema dì qualcosa!”.

Basta? No, non basta. Sempre Italiani/Europei contiene un’intervista che racchiude in sé una vera e propria notizia. L’articolo s’intitola “La mia Cgil”: parla Maurizio Landini, storico leader della Fiom, storico nemico di D’Alema e dalemismo, alfiere della sinistra più radicale. Ora, va bene che Mdp – il partito, ‘a criatura’ di D’Alema (e, sub iudice, di Bersani) deve prendere voti dappertutto, se vuole sfangarla, alle prossime elezioni – ma D’Alema è sempre stato noto per essere un fiero, tenace, durissimo, oppositore della Cgil e di quello che il sindacato rosso ha rappresentato in termini di conservazione, di vetero-sinistra. Tutto passato, tutto finito. Un mesetto fa D’Alema è andato a via Po, sede della Cgil, per un seminario a porte chiuse: ha recitato il mea culpa, buttato tutte le colpe delle (sue) analisi sbagliate sulle spalle, larghe, della “globalizzazione” e proposto – per Mdp e la nascente formazione ‘La Sinistra – un programma così ‘massimalista’ che pure i duri e puri della Cgil si sono un po’ spaventati. Perché filo palestinese ok, radicale e anti-sistema passi, ma D’Alema ‘no global’, beh, ecco, questo film, a sinistra, lo devono ancora vedere.

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NB: I tre articoli qui presenti sono usciti il 15 e il 16 dicembre 2017 su Quotidiano Nazionale. Invece, quello su D’Alema, risale alla settimana precedente. 

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Renzi apre, per finta, alla sinistra ma unisce il Pd. La Boldrini ruba la scena a Pisapia. Tre articoli su Pd, Cp e dintorni

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

Pubblico qui gli ultimi articoli usciti sul Pd e scritti tutti per Quotidiano Nazionale (Giorno- Nazione- Resto del Carlino) negli ultimi quattro giorni (11-14 novembre 2017).
1. Renzi apre a sinistra, ma per finta. Orlando si astiene, ma non rompe. Il Pd, per una volta, ritrova la sua unità. Guerini e Fasssino gli ‘esploratori’. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Bisogna intendersi sulla Direzione del Pd tenuta ieri. C’è, da un lato, la parte per i media: quella del Renzi ‘buono’. Apre a sinistra, vuole dialogare con tutti, pronto a discutere pure con chi, anche ieri, lo insulta. Il Renzi che spergiura “Io non voglio essere e non sarò mai il Macron italiano”. Questo Renzi è quello cui sembra credere persino Enrico Letta (da Parigi arriva una sua dichiarazione conciliante), che fa suo l’appello di Veltroni, che può incassare il sorriso di Prodi. “Serve uno sforzo unitario, a partire da me – dice Renzi – e serve responsabilità. Io non pongo veti verso nessuno: Mdp, SI, Possibile, Pisapia, Verdi e Idv, Psi e Radicali (sigle tutte onorati di relativa certosina citazione ad partitinum, ndr). Dobbiamo costruire un centrosinistra il più largo e aperto possibile. Il Pd lo immagino alleato con un’ala moderata, centrista, robusta, e un’ala sinistra altrettanto forte. La svolta Renzi sembra farla persino sui
programmi: “Ius soli e biotestamento dobbiamo cercare di approvarli –
dice – pur senza intralciare la conclusione ordinata della legislatura
che ci chiede Gentiloni (il quale fa sapere di apprezzare “la spinta di Renzi per l’unità”, ndr.), perché sono dei diritti non modi per stringere patti o alleanze con questo o con quello”. (in realtà lo ius soli serve per parlare al popolo della sinistra, il biotestamento a far contenti i Radicali).

‘Questo’ Renzi, quello pubblico, incassa l’unanimità della Direzione
con un voto ‘bulgaro’ di quelli di moda nei Paesi satelliti dell’Urss. “Udita la relazione del segretario, l’ordine del giorno Martina-Guerini è approvato con 165 voti favorevoli, zero contrari (neanche Emiliano, che anzi si dice “entusiasta” di Renzi…, ndr.), 15 astenuti” (su 180 presenti, ndr.)” recita con tono monocorde Matteo Orfini. Diciassette interventi diciassette eppure la relazione del segretario non riceve una critica: non la prodiana Sandra Zampa, che approva, non Franceschini, che  twitta felice (“condivido la relazione del segretario”, appunto), non Cuperlo, che pure lui – l’eterno dissidente malcontento – vota a favore. La sola eccezione al coro di osanna è data dall’intervento di Andrea Orlando. Il ministro alla Giustizia ci va giù durissimo, contro Renzi: lo accusa di non aver voluto discutere della Sicilia, di aver condotto il Pd “in un vicolo cieco” e molte altre nefandezze come, per dire, quella di voler dare vita, dopo il voto, a un governo con Berlusconi tanto che tira in ballo Domine Iddio per chiedere che “Dio ce ne scampi”, manco si trattasse di un prete che deve fare un esorcismo. Però anche Orlando si riallinea: i suoi colonnelli, all’uscita, rilasciano tutti dichiarazioni concilianti verso la relazione di Renzi, da Andrea Martella a Marco Sarracino. E lo stesso Orlando – anche se il suo staff ne occulta le parole quando manda in giro, via WA, alle agenzie, la relazione – ci va giù pesante contro i nuovi punti di riferimento ideali di Mdp, i presidenti di Camera e Senato: “Con Grasso e Boldrini abbiamo creato dei mostri”.

Poi, però, c’è la realtà dei fatti e le ‘vere’ mosse di Renzi. L’apertura a sinistra, per dire, è‘finta’: appaltata all’ultimo segretario dei Ds, Piero Fassino spetterà a lui l’ingrato compito di dare vita a colloqui ‘informali’ che, non appena se ne dimostrerà la totale inutilità, verranno tosto archiviati, anche se Fassino ‘ci crede’ e fa sapere che ce la metterà tutta. Verrà aperto, invece, e sul serio, il dossier ‘rosa’: sindaci come Zedda, i socialisti di Nencini, i Verdi di Bonelli, l’Idv di Messina, quel che resta dei ‘pisapiani’ che, pur delusi da Pisapia, non vogliono imbarcarsi con Mdp (tipo Massimiliano Smeriglio nel Lazio, Capelli a Milano, etc.).

Certo, resta ancora da decidere se, a sinistra, vicino al Pd, ci sarà un listone unico o, appunto, tante micro-liste, i nanetti. L’apertura ‘vera’, quella al centro, è stata invece appaltata al coordinatore della segreteria, l’ex dc Lorenzo Guerini: parlerà fitto fitto, e con successo, invece, già prevedibile, con i vari Casini, Dellai, Alfano (“anche se di Ap resta ben poco”, sospirano ormai i dem, anche quelli più affini e vicini ad Ap) per dar vita a un’alleanza che, almeno al centro, sia più dignitosa e spessa di quella sinistra. In più ci sarà la lista dei Radicali Italiani di Magi e Bonino sotto il nome di ‘Forza Europa’ di Benedetto della Vedova.

E così, alle otto della sera di una fredda giornata romana, Renzi  accoglie il solito Guerini nel suo ufficio al terzo piano del Nazareno e gli sorride: “Hai visto che capolavoro abbiamo fatto?”. Renzi è soddisfatto. Il Pd, per una volta, “non” si spacca. Ma le occasioni non mancheranno. “A dicembre”, calma gli animi Guerini, “affronteremo i nodi candidature e deroghe”, ma Renzi è già alla ricerca di nomi della società civile: il fratello di Giancarlo Siani, giornalista ucciso dalla camorra, e il professor Roberto Burioni, immunologo di fama, noto per le sue battaglie anti-vax.

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La presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini

2. Pisapia si semi-ritira e di fatto cede il passo a Laura Boldrini. 
A sinistra è “una poltrona per due”: lei, Laura, o Pietro Grasso?

Ettore Maria Colombo – ROMA

E’ Laura Boldrini la neofrontwomen della Sinistra-Sinistra. Giuliano Pisapia, invece, compie l’ennesimo passo di lato. Alcuni dei suoi militanti sbottano: “Giuliano è tornato sulle posizioni di mesi fa, basta! Laura, invece, è tosta, chiara”. Ingenerosi. I ‘pisapiani’ hanno organizzato la liturgia degli interventi per dare a lei il proscenio migliore in una semi ideale staffetta, o passaggio di consegne, Pisapia-Boldrini.

Siamo in un Auditorium romano freddo e asettico, quello di via Manzoni, dove per oltre cinque ore (sic), si susseguono, senza soluzione di continuità, tanti – troppi – interventi di “Diversa. Proposta per l’Italia”, la conventiondi Cp. E così Campo progressista, sogno di una notte di mezz’estate di Pisapia che voleva dar vita a un ‘nuovo’ centrosinistra, muore in una piovosa giornata romana di mezzo inverno. Pisapia introduce, ma poi non tiene neppure le conclusioni. Le lascia al suo colonnello romano, Ciccio Ferrara, che peraltro dirà quasi il suo contrario: “Il Pd non ci ha dato mai ascolto ma noi saremo comunque alle elezioni, si vedrà con chi”, lasciando aperta la (velleitaria) ipotesi di una lista autonoma, cioè di un ‘Campo’ che va al voto da solo. Pisapia fa un discorso bello, raffinato, ma ambivalente: “L’autosufficienza è un delitto politico (ce l’ha col Pd, ndr). Servono unità e discontinuità (ce l’ha con Mdp, ndr)”. Poi prova a diradare la nebbia: “Siamo tutti ultimi giapponesi. Ora la palla va a Pd e Mdp, decidano, decidetevi”. Insomma, siamo ‘di capo a dodici’, come si dice a Roma. Però, chiede “discontinuità” sulla manovra economica e la “rapida approvazione” di ius soli e biotestamento e sembra che aspetti solo il segnale giusto per fare l’accordo col Pd. Pone una sola condizione: niente alleanze con Alfano&co. Lo fa più per i suoi, in spasmodica ricerca di ricollocazione (a volersi ricandidare ci sono 20 deputati e alcuni senatori) che per sé. Lui, ribadisce alla fine il suo staff milanese, “non si candiderà alle Politiche. Lo ha già detto e così farà”.

La platea è piena,ma è fredda, stanca di tante indecisioni. Si scalda solo quando arrivano gli interventi ‘di rottura’. Persino l’ex diccì Bruno Tabacci, attacca Renzi e non Mdp, a testa bassa. Quando parla la presidente della Camera, Laura Boldrini, scatta la standing ovation: la nuova vestale di Cp è lei. Propone un programma in sei punti che è un concentrato di super-sinistra alla Corbyn e alla Sanders, ma almeno scalda. Il marchio di fabbrica è il ‘laburismo’, la parola d’ordine è“I presupposti per stare col Pd non ci sono. Non siamo la loro ruota di scorta, niente accordicchi!”. Poi Arriva Roberto Speranza, segretario di Mpd, attesissimo: “Accordi col Pd? Un’alchimia elettorale”. Punto. Fine dei giochi. Speranza parla e sorride fitto fitto con la Boldrini. Intese che dicono più delle parole:con lei o con Grasso o tutti e due alla guida, la Sinistra farà una guerra totale al Pd, altro che accordi Renzi-Bersani, che – come dice Bersani tutti i giorni, ormai – “non esistono”. In serata, viene fatto filtrare una telefonata tra Grasso e Boldrini il cui senso è: ‘non c’è nessuna competizione o rivalità tra di noi’. Non è vero, ma va bene… Con Speranza, invece, all’auditorium dove Campo progressista, di fatto, muore in modo triste e melanconico, c’è pure chi fa le liste per Mdp, Nico Stumpo. Sorride a tutti e il suo sorriso sembra dire: ‘Noi vi imbarchiamo, ma è tardi, è rimasta solo la terza classe, arrangiatevi..’. Pochi posti, cioè, nella nascente lista unitaria della Sinistra-Sinistra. Gianni Cuperlo rappresenta, in teoria, il Pd, ma passa il tempo solo, assorto: deve decidere la data del suo personale addio al Pd. Un’altra micro-scissione è alle porte, ma nel Pd. La Sinistra-Sinistra pare unita.

 

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Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

3. La Verità lancia un finto scoop: la madre di Renzi è indagata a Firenze. Intanto, però, i problemi di “casa Pd” non finiscono mai…

Ettore Maria Colombo – ROMA

 

Non solo babbo Tiziano Renzi. Anche la madre, Laura Bovioli-Renzi, secondo un giornale (“La Verità”…, sic) sarebbe “indagata”. Per l’avvocato di famiglia, però, non lo è: ha ricevuto solo “richiesta di informazioni e documenti” da parte della Procura di Firenze, Ma l’eco del cognome Renzi può molto. Alcuni siti ‘sparano’ subito la notizia. L’avvocato di famiglia, Federico Bagattini, diffonde un comunicato che specifica quanto avariata sia la ‘ciccia’. E Renzi? La voglia di reagire tanta, ma la risposta migliore, in questo caso, è il silenzio. E non, cioè, la frase che Renzi ripete da mesi ai suoi: “Vogliono colpire me, non i miei, ma io non mollo di un centimetro. Combatterò a viso aperto”.

Ma cosa è successo davvero? Laura Bovoli, mamma di Renzi, è iscritta nel registro degli indagati della procura di Firenze? Per La Verità di Maurizio Belpietro, direttore e testata non certo ‘amica’ del leader, sì: “I due nomi Renzi – scrive – compaiono in contestazioni legate al crack della cooperativa Delivery service Italia, fallita nel 2015. L’ipotesi investigativa – continuaLa Verità – è che a tirare le fila dell’azienda dissestata, come di altre, ci fosse la Eventi 6: ha come presidente e rappresentante, con la figlia Matilde, Bovoli, ed è proprietà delle donne di casa Renzi (Laura all’8%, le figlie Matilde 56% e Benedetta, al 36%)”. La replica del legale di casa Renzi è puntuta e affilata come una lama: “Il presunto scoop de La Veritàrichiama una notizia già uscita oltre un mese fa. Non abbiamo ricevuto avvisi di garanzia, ma la richiesta d’informazioni e documenti in merito al fallimento di una terza società, già presentati. E il procedimento in questione, aperto dai pm di Genova tre anni fa, è stato definitivamente archiviato”.Eppure, il silenzio contagia l’interoinner circle di Renzi: nessun renziano ne vuole parlare, neppure in via informale. Solo il coordinatore della segreteria, Lorenzo Guerini, di solito sempre diplomatico e cauto, sbotta con un collega deputato: “Si tratta solo di un altro tentativo, l’ennesimo, di colpire, attraverso notizie false sulla sua famiglia, Matteo”.

Guerini, peraltro, è indaffarato in altro: tessere la rete dei ‘papabili’, cioè i possibili alleati in coalizione con il Pd. Oggi Giuliano Pisapia, a Roma, scioglierà il nodo su dove andrà il suo Campo progressista (verso Mdp e al 99,9%). Quindi, sul lato sinistra, il Pd non ‘pescherà’ un bel nulla. Lunedì mattina Renzi vedrà la Bonino e i Radicali italiani che però gli pongono molte pregiudiziali e tutte ostative. Alfano spiega che la sua Ap, a costo di subire l’ennesima scissione verso il centrodestra, c’è e che nascerà un polo moderato di centro con Casini, Dellai, De Mita, etc. etc., ma il suo peso specifico resta quello che è: lo zero virgola. Ed ecco che il ministro Graziano Delrio prova a correre ai ripari. Ieri Delrio, intervenendo alla presentazione del libro di Piero Fassino a Reggio-Emilia, sua città natale, ha fatto un’apertura assai importante a Mdp, con parole molto diversa dal mood tipico di Renzi: “Dobbiamo metterci tutti attorno a un tavolo e fare tutti un passo indietro. Per tutti – spiega e insiste Delrio – intendo tutti: noi, Pisapia, la Bonino, ma anche Bersani ed Errani. Partiamo dai contenuti, ma in modo non ideologico”. Parole, quelle di Delrio, per nulla ‘in linea’ con Renzi. Lunedì, in Direzione, il Pd ne avrà di cose da discutere…

 

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NB: Tutti questi articoli sono stati pubblicati rispettivamente sabato 11, domenica 12, lunedì 13 e martedì 14 dicembre 2017 su Quotidiano Nazionale 

Renzi-Biancaneve cambia strategia: niente nanetti. Nencini lancia l’idea di una lista con radicali, verdi e Pisapia

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo PORTICI – PIETRARSA dal nostro inviato

Renzi ‘Biancaneve’ ha cambiato strategia nei confronti dei piccoli ‘nanetti’ (Idv, Verdi, Psi, etc.) che dovrebbero accompagnare il Pd alle Politiche del 2018. Fino a ieri i vari ‘nanetti’ erano convinti che, grazie alla nuova legge elettorale, il Rosatellum, che incentiva a formare pseudo liste ‘civetta’ (ogni lista che prende tra l’1% e il 3% dei voti non conquista seggi ma li assicura alla coalizione), il Pd avrebbe scelto solo di ‘stimolare’ la presenza di tante piccole liste al suo fianco. E, appunto, di far fare loro la parte dei nanetti.

Ma se ancora non si sa come si muoveranno i centristi di Alfano (Ap) e altri pezzi di moderati (Dellai, etc.), il segretario del Psi, Riccardo Nencini, ha proposto ai big del Pd tutt’altra strada. Strada che, nel 2006, non portò fortuna all’unione di Radicali, socialisti e laici che diedero vita alla Rosa nel Pugno (2,6% e 18 parlamentari), nonostante il fatto che la Rosa nel Pugno si presentò non da sola ma in coalizione tra partiti.

Far nascere una Lista Civica Nazionale che punti a conquistare il 3% dei voti e, dunque, a ottenere seggi, ma in alleanza con il Pd. Una lista “laica, socialista, ambientalista, verde e radicale”, è dunque la ‘pazza idea’di Nencini che ieri ne ha parlato con Renzi e che oggi la lancerà ufficialmente dal palco dell’hotel Ergife di Roma dove sono dati appuntamento per un convegno sui massimi sistemi (“Stati Uniti d’Europa”) tutti i pezzi della galassia laica, verde, socialista e radicale. C’è già pure la benedizione di Emma Bonino, che potrebbe essere la vera ‘madrina’ dell’ambizioso esperimento. Cinque saranno i petali di questa nuova Lista Civica Nazionale. I Radicali italiani di Magi. I laici-liberali di della Vedova. I Verdi, ancora in vita, grazie alla tigna del coriaceo Angelo Bonelli. E, ovviamente, il Psi (il simbolo di ognuno dei due, Verdi e Psi, vale l’1% dei voti) ma anche l’Idv di Ignazio Messina.

Più, forse, se ci sta, Campo progressista di Pisapia. Lui, all’Ergife, parlerà domenica: dovrebbe dare la benedizione all’esperimento non tanto per lui, che non si candiderà, ma perché i suoi scalpitano. Come sbotta uno di loro, “ci siamo esposti per mesi, correndo dietro ai tentennamenti di Giuliano, ma se lui può tornare a fare l’avvocato ricco, noi viviamo dei seggi da deputato”.

NB: Questo articolo, pubblicato in forma succinta su Quotidiano Nazionale del 29 ottobre, viene pubblicato qui in forma estesa e originale per i lettori del mio blog.

C’è il patto sulla legge elettorale, ma ci sono anche i franchi tiratori già pronti

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Ettore Maria Colombo – ROMA

“Se son rose fioriranno – spiega Matteo Renzi ai suoi – altrimenti pazienza, vuol dire che andremo al voto con i due Consultellum”. Che succede? Che fatta (o, meglio, presentata) la nuova legge elettorale, ecco trovato (o, meglio, pronto) il franco tiratore per affossarla. Nel Pd non lo dicono apertamente, ma hanno già paura dell’ultima proposta di legge elettorale partorita in casa propria, il Rosatellum bis. La legge presentata da Fiano in Prima commissione prevede poco più di un terzo (36%) dei deputati e senatori eletti in collegi uninominali maggioritari (231 alla Camera, 102 al Senato) dove sono ammesse le coalizioni, ma solo nazionali, e due terzi (64%) di eletti in collegi plurinominali (386 alla Camera e 206 al Senato). Qui si presentano i partiti che eleggono, con metodo proporzionale, i loro candidati in liste corte bloccate (da due a quattro i nomi). Due le soglie di sbarramento: il 3% per le liste singole, il 10% per le coalizioni di partiti.

(per un analsisi dettagliata della proposta di legge si rimanda agli articoli precedenti pubblicati su questo blog NEW! La nuova legge elettorale: il Mattarellum rovesciato o Rosatellum bis, tutto quello che c’è da sapere )

Il nuovo sistema elettorale ha, sulla carta, tanti voti, alla Camera: 458, sommando la consistenza dei partiti principali che l’appoggiano (Pd, FI, Lega, Ap) e dei gruppi parlamentari minori (Ala-Sc, Popolari, Civici-Innovatori, Fitto, Psi, Svp, Misto) contro gli appena 160 voti dei gruppi che lo osteggiano (M5S, Mdp, SI, Fd’I) e lo hanno già bollato come ‘Imbrogliellum’ o ‘Inciucellum’. La discussione in commissione Affari costituzionali si aprirà e chiuderà in pochi giorni, tra il 27 e il 29 settembre e, dal 4 ottobre, sarà possibile l’approdo in Aula con l’obiettivo di chiudere il voto finale per il 15 ottobre, naturalmente alla Camera perchè poi dovrà passare, in seconda lettura, al Senato.

Ma non a caso i l capogruppo dem Rosato chiede di “fare in fretta” e ai gruppi politici che sostengono la legge di non presentare emendamenti per blindarla. Infatti, ieri, in Transatlantico, hanno iniziato a girare strane voci. “Cinque Stelle e Mdp presenteranno uno o più emendamenti per abolire i listini bloccati – spiegava un alto dirigente democrat – e introdurre le preferenze che, a scrutinio segreto, possono passare (alla Camera è ammesso il voto segreto sulla legge elettorale mentre al Senato no). A quel punto Berlusconi, ma anche Renzi, che vogliono far vedere entrambi a Mattarella che ‘ci hanno provato’, a fare la legge, diranno game over”. Al centro dei possibili smottamenti c’è, come al solito, il Pd, ma servono almeno cento deputati dem (e diversi azzurri malpancisti) in funzione di franchi tiratori, grazie al voto segreto, per riuscirci.

Un democrat di estrazione popolare, sotto garanzia di anonimato, è pronto: “Saremo il 40% del gruppo, almeno cento deputati. Con le preferenze ce la possiamo ancora giocare, tra Camera e Senato, ma i collegi ci sfavoriscono perché non abbiamo una coalizione da presentare e nei listini bloccati, che tanto li decide tutti Renzi, passeranno solo i primi. Siamo pronti a morire, ma combattendo”. E se questi sono gli umori dei democrat del Centro-Sud, anche al Nord i mal di pancia sono tanti: “In Lombardia e Veneto per il Pd sarà un ecatombe. Non abbiamo la coalizione, ci batte pure M5S”. Ma senza un consistente aiuto degli azzurri, in sofferenza specie nel Centro-Sud, non ce la farebbero.

Invece, il coordinatore della segreteria dem, Lorenzo Guerini, ottimista, dice a un amico: “L’intesa è chiusa, è buona, noi faremo la coalizione con i centristi (un asse che va da Alfano a De Mita e Casini e potrebbe avere come front runner il ministro Calenda, ndr) e con sindaci, movimenti civici e di sinistra, sperando ci stia anche Pisapia. Possiamo arrivare a guadagnare, solo nei collegi, 40-50 deputati in più come coalizione. In ogni caso, ci giocheremo davvero la partita cercando di portare in porto questa legge”. Intanto, la sinistra interna di Orlando-Cuperlo è soddisfatta dell’apertura alle coalizioni.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 8 del Quotidiano Nazionale il 22 settembre 2017

#Riforme. Ecco chi, al #Senato, alla fine aiuterà #Renzi. Viaggio tra i numeri dei senatori “moderati”, “responsabili” e “stabilizzatori”

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

«QUANTE divisioni» ha, non il Papa, ma il fronte «anti-Renzi»? La domanda corre tra gli austeri stucchi di palazzo Madama, sede del Senato: oggetto, la riforma del Senato medesimo. L’esame della «madre di tutte le riforme» che dovrebbe archiviare per sempre il bicameralismo perfetto riprenderà il suo iter dall’8 di settembre (in teoria in I commissione Affari costituzionali, forse direttamente in Aua: dipende da cosa deciderà il governo), pur se orbato dai 513 mila emendamenti, di cui ben 510 mila a firma Roberto Calderoli, il che ha provocato un suplus di lavoro e ferie cancellate per un manipolo di funzionari del Senato che dovranno fornire ogni senatore (sono 312…) di ognuno dei 513 mila testi.
Su siti e giornali circolano, da giorni, cifre iperboliche: 175/177 sarebbero i voti contrari a Renzi. Mele sommate a pere: austeri autonomisti trentini, paciosi moderati e innocui democrat tutti inconsapevoli di esser diventati pasdaran anti-Renzi vestiti alla vietcong.

ORA, SE TALI cifre fossero reali la vita del governo Renzi sarebbe già bella che segnata. Perché se è vero che il voto sul ddl Boschi «non è» né equivale a un voto di fiducia, è stato Renzi stesso a legare l’esito delle riforme alla durata della legislatura. Persino uno “stabilizzatore” per eccellenza come Paolo Naccarato (Gal), rassicura e, insieme, ammonisce: «non ci sono rischi per il governo, ma Renzi si può complicare la vita a forza di pareri contrari su materie calde come l’elettività dei futuri senatori. Il mio modesto consiglio alla Boschi è di mediare, mediare, mediare e, se gira male, di rimettersi all’Aula, è meglio». Tradotto: per evitare che la maggioranza vada ‘sotto’ nelle migliaia di votazioni che ci saranno, il governo – che, su ogni ddl, può esprimere parere favorevole, contrario o astenersi nella formula, appunto, del ‘mi rimetto all’Aula’ – dovrebbe lavarsene le mani.
Sulla battaglia parlamentare, quella sui – presunti – contenuti, a partire dal famigerato art. 2, quello che verte, e divide, sull’elettività o meno dei senatori si vedrà: il ddl potrebbe andare direttamente in Aula, senza passare per la commissione (ma questo dipende dalle decisioni che prenderà il presidente Grasso come pure sulla questione dell’ammissibilità o meno delle modifiche all’art. 2, modifiche che la Finocchiaro in commissione boccerà…), il governo potrebbe forzare la mano o, invece, mediare con l’opposizione dem o cercare un nuovo abboccamento con FI facendo resuscitare il patto del Nazareno, ma una cosa è certa: sui numeri urge chiarezza.

l'attuale composizione del Senato (agosto 2015)

l’attuale composizione del Senato (agosto 2015)

SI ENTRA qui, però, nei misteri gloriosi di palazzo Madama: giungle di gruppi, sottogruppi, gruppi in nuce o neo-gruppi. Una giungla da far invidia a quelle salgariane. Partiamo dai fatti: perr sopravvivere, al Senato, bisogna godere di 161 voti o plenum dell’Assemblea, composta da 321 membri (315 quelli eletti e 6 i senatori a vita). La maggioranza di governo (epoca Renzi) viaggia, sui vari provvedimenti, su una media di 168-170 voti, a volte 173-175, ma furono ben 184 i sì al governo proprio alla I lettura del ddl Boschi (8 agosto 2014).
Voti così composti: 112 del Pd (sarebbero 113 ma Grasso non vota), 35 di Ap (Ncd+Udc), 19 (su 19) del gruppo Autonomie, tre (Naccarato, D’Onghia, Davico) su 11 in Gal, sei (Monti, che siede qui, a differenza degli altri senatori a vita, che stanno tutti nelle Autonomie, Della Vedova, Rossi, ex Sc, Margiotta, ex Pd, e la coppia Bondi-Repetti) sui 30 del Misto. Più, a partre da domani, i 10 verdiniani di Ala. Morale: il “tesoretto” di 172 voti potrebbe arrivare fino a 182. Ma a complicare la vita a Renzi è arrivata la minoranza dem: a firmare emendamenti a favore del Senato elettivo sono stati in 28, numero assai alto per dei vietcong. Se davvero 28 senatori dem si sfilassero dal gruppo del Pd non ci sarebbe più storia: 182 – 28 fa 154. Addio maggioranza e governo, anche con i verdiniani a favore.

Senza i verdiniani, ma con un’emorragia di soli 15 senatori dem (ipotesi molto più realistica), si scende a quota 167 e la maggioranza regge: non è altissima, ma resta piena.
Difficile pensare che Renzi, al netto dei pasdaran (Gotor, Chiti, Mineo, Tocci, Casson, Corsini, Fornaro, Dal Moro: non si arriva a dirne dieci mai, neppure pensandoci molto), non riesca ad assottigliarne le fila. Anzi, sia a palazzo Chigi che il capogruppo al Senato, Luigi Zanda, sono sicuri di recuperarne 10-15, «quelli che non parlano mai, stufi dei protagonismi dei vari Mineo e Gotor…», malignano i renziani.

UNA COSA è certa. Il conto delle presunte quadrate legioni pronte a fare opposizione alla riforma di Renzi e al suo governo non torna. Partiamo dai dati certi: la somma di M5S (35), Lega Nord (12), FI (45), Conservatori e riformisti (10, i fittiani), 24 senatori su 30 del Misto (7 di Sel e 12 ex M5S: tra loro, vendoliani ed ex grillini, presto costituiranno un gruppo nuovo; i tre tosiani di “Fare”, etc.), 8 su 11 di Gal, fa 135 voti. Davvero pochini, insomma, per impensierire il governo. Certo, uniti ai 28 senatori dem della minoranza, la somma fa 163, quindi supera, anche se di poco, i 161 voti (quorum del plenum si usa dire, con un brocardo latino) ma sarebbe né più né meno di un’armata Brancaleone che difficilmente riuscirebbe ad esprimere una linea politica alternativa a quella di Renzi. Senza dire che i 45 senatori azzurri dovrebbero, invece che acconciarsi a un nuovo Nazareno, dovrebbero trasformarsi in altrettanti vietcong pronti a morire. Direbbe Totò, la somma non fa il totale.

Impossibile, infine, arrivare alla tanto strombazzata quota 175/177, per il fronte delle opposizioni, senza l’apporto di due gruppi minori e poco noti ma consistenti: quello di Per le Autonomie (19) e quello di Gal (11). Ora, il gruppo “Per le Autonomie” è composto da cinque silenziosi senatori di Svp-Patt, che chiedono solo garanzie per le loro, di Autonomie, dentro la riforma; due eletti all’Estero (Maie), tre socialisti di cui solo uno (Buemi) crea grattacapi al governo, anche perché l’altro (Nencini) al governo ci sta, come pure ci stanno, comodi, altri tre Popolari (ex Per l’italia…), quieti e pii; più 5 senatori a vita (Naapolitano, super tifoso delle riforme, Rubbia e Piano, molto assenti ma più scettici, Cattaneo e Ciampi, non pervenuti). Prima che uno qualsiasi di questi senatori faccia cadere il governo, nuovi mondi abitabili saranno scoperti e nuovi soli sorgeranno.
E se persino dentro il fritto misto del gruppo Misto spuntano, come fiori di serra, i nuovi “stabilizzatori” (la coppia Bondi-Repetti), è dentro Gal (Grandi Autonomie e Libertà) che molto si muove: oggi votano con Renzi in tre, ma domani, questo è sicuro, cresceranno. Alcuni ex grillini (De Pin, Pepe) sono approdati lì, nel Gal, e presto, con Davico (ex Lega), daranno vita ai “Moderati”, formazione collegata a una analoga presente alla Camera e guidata dal piemontese Giacomo Portas: altri e nuovi voti in cascina per il governo. Perché la vera funzione del senatore è “stabilizzare”, “moderare”, “temperare”. La vita, pur romantica, ma assai perigliosa e sempre all’adiaccio, del vietcong armi in pugni, non s’addice al senatore – antico e moderno – proprio come il lutto non si addiceva ad Elettra.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 10 agosto 2015 a pagina 6 su Quotidiano.net

Il caso. Anatomia di un salvataggio. Quello del #Pd su #Azzollini: “In quelle carte non c’è niente, vedrai che Antonio la sfanga…”.

Il portone d'ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Aggiornamento delle ore 12 del 29 luglio 2015. 

Con il voto che si è tenuto questa mattina nell’aula di palazzo Madama, il Senato della Repubblica ha bocciato la richiesta di arresto (domiciliari) avanzata dalla procura di Trani nei confronti del senatore Ncd Antonio Azzollini, richiesta che era stata portata in Aula con il sì (a maggioranza) della Giunta per le Autorizzazioni a procedere  del Senato. La richiesta di arresto per il senatore Azzollini è stata respinta con 189 ‘no’, 96 ‘sì’ e 17 astenuti. Il Pd – che aveva votato sì alla richiesta di arresto in Giunta – ha lasciato, con una lettera del capogruppo dem al Senato, Luigi Zanda, “liberà di voto ai suoi senatori”.

Questo articolo pubblicato è stato pubblicato su Quotidiano nazionale a pagina 10 del 29 luglio 2015. 

«IL SEGRETO dell’urna serve a ripristinare lo stato di diritto, il principio di legalità e la libertà di coscienza dei senatori, valore che deve valere per tutti, anche per i magistrati. Spero che domani (oggi, ndr.) il Senato abbia il coraggio di ribadirlo». Il senatore del Psi-Autonomie Enrico Buemi è un garantista doc, si sa, ma le sue parole non sono scontate come sembrano. Oggi, infatti, nell’aula del Senato, si vota l’autorizzazione a procedere contro Antonio Azzollini. Tutti credevano, fino a ieri, che il Senato avrebbe votato «sì». A partire da ieri, invece, dentro il Senato, si dubita assai, a partire dal gruppo del Pd.

La vicenda inizia il 10 giugno, quando una richiesta di autorizzazione a procedere per Azzollini arriva al Senato da parte del tribunale di Trani, richiesta poi confermata dal Tribunale della Libertà, per il crack della casa di cura “Divina Provvidenza” di Bisceglie. Rinviato a giudizio per «associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta fraudolenta», Azzollini faceva – dice l’accusa – il bello e il cattivo tempo dentro e fuori tale ospedale (pischiatrico, peraltro), in teoria gestito da pie suore (di scarsa “carità”, a dirla tutta). Suore cui, secondo il relata refero di un testimone (uditivo, non oculare: sentiva, ma non vedeva), Azzollini disse: «O fate come dico io o vi piscio in bocca».

Al di là delle parole, forse «dal sen fuggite», la domanda che i senatori oggi si dovranno fare è: il prode collega Azzollini – assai amato, dentro palazzo Madama, assai potente, assai influente, ieri persino presente: sorrisi, battute, qualche ammiccamento, molte strette di mano e una battuta che merita di passare alla storia: “Se mi danno i domiciliari mia moglie, già disperata, stavolta divorzia…” – merita gli arresti, seppur domiciliari? Ecco, oggi, nel segreto dell’urna, quando l’aula di palazzo Madama voterà – a scrutinio segreto, come sempre quando e se il voto del Senato verte sulle persone – i dubbi e i ripensamenti affiorano copiosi, nelle menti e negli animi dei senatori del Pd.

EPPURE, in un sol mese, al Senato, si è lavorato, e assai, sul caso Azzollini: il 10 giugno la richiesta è arrivata alla Giunta per le autorizzazioni, presieduta da Dario Stèfano (Sel), che ha dibattuto e votato: 13 i «sì», 7 i «no»con il Pd compatto nel dire «sì». Capogruppo Giuseppe Cucca in testa. Il quale, però, ora dice: «In Aula confermerò il mio sì, ma c’è libertà di voto e voto segreto, non so dirle come finirà…».

Il Pd, dunque, non è più tanto compatto e sono assai buone le possibilità che l’ex presidente della commissione Bilancio (carica che, prima di dimettersi causa inchiesta, ha ricoperto 15 anni, tra una legislatura e l’altra: una sorta di usucapione…) Antonio Azzollini (classe 1953, nativo di Molfetta, già sindaco del paese natale, nonché recidivo: inquisito per una mega usura speculativa relativa al porto della medesima ridente cittadina pugliese, la procura di Trani già aveva emesso, al Senato, nel 2009, richiesta di autorizzazione a procedere contro il buon Azzollini, anche se solo per usarne le intercettazioni telefoniche: la richiesta rimase nel cassetto per circa un anno, al Senato,, poi fu bocciata e archiviata) riesca a scamparsela. Eppure, sulla carta, spiega Lucio Malan (FI) «non c’è storia: noi di FI, Ncd, Gal, verdiniani, autonomisti, Psi, cioè gli unici e veri garantisti, siamo 90-100. Contro abbiamo i forcaioli sicuri di M5S, SeL, Lega: sono circa 60. A loro, in teoria, va aggiunto l’intero gruppo Pd, 110. Dipende da loro. Certo è che quella richiesta d’arresto è una vera maialata e pure i dem lo sanno», chiude Malan.

Dal gruppo dem al Senato mettono le mani avanti: Lega e grillini potrebbero fare il gioco sporco. Voterebbero, cioè, «no» all’arresto, nel segreto dell’urna. Obiettivo: far ricadere sul Pd la colpa del salvataggio di Azzollini, esponendo il governo all’ennesima figuraccia. Sarà. A un certo punto del tardo pomeriggio, lo stesso Zanda, fiutato il clima e probabilmente per togliersi d’impaccio dalla canea estiva che percuote gli animi dei suoi senatori, riscopertosi garantisti come il sole all’improvviso, scrive una lettera ai suoi colleghi: «formatevi in Aula una vostra opinione (non per sconfessare il voto in Giunta, si capisce, ndr.) e votate secondo coscienza». In pratica, per Azzollini è fatta. «La sfanga, la sfanga pure stavolta» sorride sornione un senatore renziano: «i motivi dell’arresto sono deboli, lui ha molti amici e qualcuno vuol dare un “colpettino” a Orfini che ci “ordinò” di arrestarlo, ma noi senatori, abituati a leggere le carte, abbiamo visto e rilevato il fumus».

Eccolo, il fumus. Per dire di «no» a un arresto i senatori possono invocare due storici brocardi. Il primo è il fumus persecutionis che il Senato può ravvedere quando, a suo insindacabile parere, non sussistano i tre motivi (pericolo di fuga dell’indagato, reiterazione del reato e inquinamento delle prove: quest’ultima la fattispecie avanzata dalla procura di Trani per chiedere l’arresto del povero Azzollini) solitamente addotti da una Procura per motivare una limitazione (grave) della libertà personale come l’arresto (in carcere o ai domiciliari che sia). Il secondo è il vulnus al plenum. Del primo si è detto, il secondo sottende un principio costituzionale: se togli un senatore al Senato compi un vulnus che stravolge la composizione dell’organo (il Senato) dalla sua interezza (il plenum). Tradotto: “voi giudici ci volete sottrarre un collega senza motivo alcuno! E cavoli questo è il Senato!, non si fa”. In tema di brocardi antichi, comunque, uno molto noto dai tempi di Roma, repubblicana come imperiale, recita e recitava: senatores probi viri, Senatus mala bestia.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 29 luglio 2015 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale. 

#Renzi va, a sorpresa, alla festa del #Pd. Nel frattempo, verdiniani ed ex socialisti ‘pensano’ di affratellarsi con il ‘Partito della Nazione’

Il ministro dell'Interno Angelino Alfano

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano

ARRIVA a sorpresa il premier Matteo Renzi alla festa dell’Unità di Roma (del Pd, cioè) per rassicurare i militanti che Verdini non entrerà mai nel partito, per sondare le opinioni sul sindaco Marino e parlare di flessibilità in uscita per le pensioni. Gioca a biliardino in squadra con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Luca Lotti, e ‘contro’ la coppia Matteo Orfini, commissario del Pd a Roma e presidente del partito, e Luciano Nobile, giovane renziano romano che lavora all’Organizzazione centrale del partito. Parla con qualche militante, ma non con i giornalisti, scambia battute e sorrisi, sotto i flash dei fotografi, e poco più. In questo modo, evita di dover presenziare, stasera, al dibattito preannunciato che doveva avere lui stesso, il premier, come protagonista unico, dribblando, di fatto, anche eventuali domande scomode sul caso Marino e su molto altro. Verdini e verdiniani in testa, anche se il premier assicura: “Verdini non entrerà nel Pd”.

Ecco, Verdini e i verdiniani, ma anche gli altri pezzi – sparsi – del centrodestra che ‘guarda’ al Pd di Renzi e, soprattutto, al Partito della Nazione sono in pieno, attivo, fermento.  Domani, mercoledì 30 luglio, sarà infatti un giorno importante per il futuro di un pezzo minoritario, ma non ‘minore’, almeno sul piano dell’elaborazione politica e culturale, di un centrodestra tutto particolare. Quello che, appunto, rovesciando l’ordine degli addendi rispetto al famoso adagio degasperiano sulla Dc («Partito di centro che guarda a sinistra»), non vuole ‘cambiare il prodotto finale’: far parte integrante e autorevole di un centrosinistra che – sperano loro – ‘guardi’ a destra e non più a sinistra. Una galassia, quella di cui parliamo, formata da partiti, movimenti, aree che, dal centrodestra, dove ora si trovano, guardano al Pd. O, meglio ancora, al «partito della Nazione» dell’attuale premier.

Infatti, mentre al Senato Denis Verdini presenta il suo progetto politico («Azione liberal-popolare», sede in quella vecchia del Psdi di Saragat, ma pure di Nicolazzi e Longo…), al teatro Capranichetta  di piazza Montecitorio l’associazione ReL («Riformismo è Libertà»), fondata dall’ex socialista, oltre che ex Pdl ed ex FI (come Verdini), oltre che (attuale) presidente della commissione Esteri della Camera, Fabrizio Cicchitto, organizza un convegno dal titolo assai esplicito: «Il governo Renzi. Perché sostenerlo, cosa deve cambiare». Interverranno diversi esponenti politici centristi: l’Udc Ferdnando Adornato, il ministro Beatrice Lorenzin, l’ex ministro Maurizio Lupi, il (forse) prossimo ministro Gaetano Quagliariello, il presidente dell’Ncd al Senato, Renato Schifani, e deputati Ncd «pro-Renzi» ma anche, fieramente, ex Psi, come Sergio Pizzolante. Che cosa lega i due eventi? Un sottile fil rouge (rosso garofano acceso, in questo caso): la convinzione che, fuori o dentro l’Ncd di Alfano, l’Udc di Casini, l’Azione liberal-popolare di Verdini e altri pezzi sparsi (e impazziti) del centrodestra, oggi l’unica speranza riformatrice – quella che già ne infiammò gli animi quando, un po’ più giovani e meno canuti, militavano nel Psi di Craxi o nella Dc del «Preambolo» nel bel mezzo degli anni Ottanta – è riconoscersi in Renzi e tifare per lui.

NEL suo progetto di governo e schieramento politico con il Pd al centro e (pochi) partiti «satelliti» intorno, cioè. Proprio come faceva la Dc d’antan (non il Psi, però, che tale schema – quadripartito o pentapartito che fosse – subiva). Mollando ‘definitivamente’, iniziano a dire ormai apertis verbis questi «ex» socialisti e diccì, il centrodestra attuale, che abbia il volto truce di Matteo Salvini o il fascino decadente del Cavaliere. Stabilito che uno come Casini ha già deciso dove stare (con Renzi), resta solo da capire cosa voglia fare, da grande, il presunto leader di quel che resta dell’Ncd, il ministro Angelino Alfano. Per il resto, come già diceva Antonello Venditti in una nota canzone, gli amori – come quelli dei socialisti ieri per Craxi e oggi per Renzi – “fanno dei grandi giri, ma poi ritornano”. ve

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 28 luglio 2015 a pagina 5 del Quotidiano Nazionale