“Il caso Torrisi è il nostro sparo di Sarajevo”. Renzi prepara la guerra e, forse, le urne. Crisi con Ap già aperta

  1. Il soldato Torrisi rischia di creare l’incidente di Sarajevo, le urne anticipate. 
Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ettore Maria Colombo – ROMA

“L’incidente di Sarajevo” – come lo chiamano, con malcelata soddisfazione, i pasdaran renziani – si materializza al Senato alle cinco de la tarde di un pomeriggio qualsiasi. Si deve votare il nuovo presidente della prima commissione Affari costituzionali di palazzo Madama, dato che la presidente uscente, Anna Finocchiaro (Pd), è diventata, e ormai già da quattro mesi, ministro del governo Gentiloni. Il Pd, sulla carta, ha i numeri per eleggere un successore, ma solo dentro il perimetro della traballante maggioranza di governo (Pd+Ap+Psi+Autonomie+Mdp, gli scissionisti). Nei mesi passati si erano fatti vari nomi, tutti renzianissimi (Conciancich, Mirabelli, Marcucci), ma, alla fine, il Pd punta su Giorgio Pagliari, capogruppo nella medesima commissione. Il presidente della ‘Prima’ ha un ruolo strategico: istruisce l’ordine dei lavori, in Commissione e in Aula, sulla materia più incandescente che c’è, la riforma della legge elettorale. Il Pd vuole un fan del sistema maggiortario, che – una volta che alla Camera sia passato il Mattarellum o, meglio ancora, l’estensione dell’Italicum della Camera anche al Senato, dove ora vige il Consultellum – dia il ‘visto si stampi’ per forzare sui tempi. Quasi tutti gli altri gruppi vogliono, invece, un alfiere del proporzionalismo puro. Perfetto per il ruolo è il vicepresidente che ha svolto il ruolo di presidente supplente, finora, Salvatore Torrisi (avvocato catanese, Ncd, ma “già passato con Berlusconi”, sussurrano tra i dem). Il capogruppo del Pd, Luigi Zanda, consapevole di quanto i numeri, in Senato, siano ballerini e sfavorevoli, per il Pd, prova in extremis a convincere i suoi senatori a votare Torrisi, ma i renziani sono irremovibili: “Andiamo avanti con Pagliari, l’ordine arriva da Firenze, non accettiamo nessuna subordinata”. “Una forzatura e una drammatizzazione eccessiva”, dicono dalle parti di Zanda, ormai in rotta di aperta collisione con Renzi su quasi tutto (commissione banche, rapporti col governo, legge elettorale, posizionamento congressuale). Ma Renzi e i renziani – ringalluzziti dai dati registrati tra gli iscritti nella prima fase del congresso – erano irremovibili e c’è chi sostiene che volevano l’incidente.

Il patatrac si consuma subito, alla prima votazione. Su Torrisi convergono tutte le opposizioni (4 FI + 3 M5S + uno Lega + uno di SI + un fittiano) che, però, sulla carta, disponevano solo di 10 voti. A loro si aggiungono almeno altri sei voti: vengono da partiti che, in teoria, stanno in maggioranza. Sarebbero quelli di un senatore di Gal (l’ex cossighiano Paolo Naccarato), uno di Autonomie (Palermo), dei due senatori di Mdp (Migliavacca e Lo Moro), di una del Misto (la Bisinella, tosiana) e, ovvio, di Torrisi. Il tabellino è impietoso: finisce 16 a 11 per Torrisi, e cioè proprio il quorum richiesto. I componenti sono 30, ma i votanti 28 perché i due senatori di Ala si astengono. Pagliari, dunque, incassa solo 11 voti: gli otto del Pd (ma non è sicuro, almeno un franco tiratore nel Pd ci sarebbe, forse addirittura due e c’è chi dice che siano renziani…), uno di Ap, uno del Misto (Repetti) e uno del gruppo Autonomie (Romano). Pochini davvero, dato che sulla carta Pagliari ne aveva almeno 14. ‘Ballano’, dunque, almeno tre/quattro voti. Mdp dichiara di fatto il suo, il Pd accusa gli scissionisti di “inciucio proporzionalista” con Fi. Zanda parla di “manovre politiche volgari e ipocrite” a cui si sono aggiunti “pezzi della maggioranza, ma non del Pd”. Invece Quagliariello (Idea) esulta: “L’accozzaglia vince”.

A sera, la tragedia si trasforma in pochade: il presidente del Senato, Pietro Grasso, non fa in tempo a congratularsi con Torrisi, “democraticamente eletto”, che il leader di Ap, Alfano, va in crisi e, timoroso di possibili contraccolpi da parte di Renzi sul governo, dice:: “Noi siamo leali agli accordi, quindi tu, caro Salvatore (Torrisi), ti devi dimettere”.  Solo che Torrisi non ci pensa neppure e annuncia il suo passaggio nel gruppo Misto, ma non è che quelli di Ap lo scarichino più di tanto (la capogruppo Bianconi lo difende a spada tratta). Invece, nel Pd di marca renziana scoppia il pandemonio. Il sempre cauto Lorenzo Guerini, vicesegretario dem, parla di “episodio molto grave” e una nota anonima del Nazareno chiede “un incontro, al più presto, al premier Gentiloni” e, addirittura, “al capo dello Stato”. In serata, Guerini e Matteo Orfini, che definisce l’episodio “una grave ferita alla maggioranza”, salgono da Gentiloni, a palazzo Chigi. La miccia è innescata e, come lo sparo di Sarajevo, i tamburi di guerra già si sentono.


2. Renzi: Frattura insanabile. Parte pressing su Gentiloni: alle urne. Altolà del Colle

Matteo Renzi parla alla kermesse di Rimini

Renzi a Rimini – Assemblea Nazionale Amministratori Locali del Pd (28/01/2017)

Ettore Maria Colombo – ROMA

“E’ un fatto politico enorme” dice, senza giri di parole, Matteo Renzi ai suoi in merito al ‘caso Torrisi’. “Un fatto che apre un problema molto serio dentro la maggioranza”. L’ex premier era già furibondo di suo, e dal mattino presto. Il settimanale Panorama anticipa un’intervista che doveva servire da appeasement con il mondo del centrodestra a trazione berlusconiana (“Io sono il solo che può battere Grillo”, il titolone in copertina) ma le agenzie titolano “Se perdo, me ne vado sul serio”. Renzi smentisce (“Ho detto che senza i voti non farei più politica”) e Andrea Marcenaro, autore dell’intervista, conferma.

Poi scoppia, come una mina in mezzo al campo, il caso Torrisi. I vertici dem chiedono che a pagarne il conto sia Alfano e pure Mdp. Guerini e Orfini salgono da Paolo Gentiloni. Ma Gentiloni, “né sminuendo né drammatizzando”, dicono i suoi, si è già attivato sentendo Alfano (che ha chiesto, peraltro inutilmente, a Torrisi di dimettersi) e vedendo Mpd. Però, preso atto della gravità dell’episodio, Gentiloni non pensa certo che il Paese stia precipitando, a causa del soldato Torrisi, verso le sue dimissioni e elezioni anticipate.

A Renzi e ai suoi tutto ciò non basta. “Quanto è accaduto è gravissimo  – scandisce Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd, di solito sempre prudente e misurato. Poi aggiunge: “C’è stato un tradimento delle corrette modalità di stare in maggioranza”. Gli fa eco Matteo Orfini: “Ci è stato inferto un vulnus molto grave, vedremo se e come è possibile rimarginarlo”. I due vanno a palazzo Chigi per investire del casus belli Gentiloni, ma una nota di fonti anonime del Pd – che si dice sia stata ispirata direttamente “da Firenze” (cioè da Renzi) – chiede che della vicenda, addirittura, si occupi anche “il Capo dello Stato”. Dal Colle si fa sapere che a Mattarella “non è arrivata alcuna richiesta” (il Pd ribatte che la formalizzerà oggi), ma che (ci mancherebbe) “la moral suasion del Presidente è sempre in campo” e che “le tensioni politiche non vanno scaricate sulle istituzioni”. Intanto il Pd, alla Camera e al Senato, entra in fibrillazione.

I colonnelli di Renzi sono convinto che, nel voto di ieri, si sia saldato un largo fronte proporzionalista: “Alla Camera non hanno i voti, hanno studiato questa mossa per bloccare tutto al Senato e prt dimostrare che la legge elettorale non si farà mai”. D’altro canto, non è che i renziani siano rimasti con le mani in mano, o legate dietro la schiena. Lo schema di gioco era di eleggere un loro uomo alla I commissione del Senato e, dopo aver esteso ‘quel che resta dell’Italicum’ al Senato, arrivare a palazzo Madama, blindare la riforma in commissione e mandarla in Aula per approvarla costi quello che costi. Pur consci dello scarto di voti minimo al Senato, la tattica renziana vietcong era: o passiamo noi, con una forzatura, sennò era facile addossare la colpa alla ‘palude’ proporzionalista.

Eppure, come sempre, non tutti i mali vengono per nuocere. Non a caso un esponente di alto rango del Nazareno già definisce il caso Torrisi “il nostro incidente di Sarajevo”. “Può portarci – spiega – a ottenere le elezioni anticipate”. E anche se renziani doc come Roberto Giachetti ritengono impossibile le urne a settembre, e anche a novembre, la trincea dei pasdaran renziani ci spera ancora: “il nostro Gavrilo Princip oggi è Torrisi”.

NB: I due articoli sono stati pubblicati a pagina 6 e 7 del Quotidiano Nazionale il 6 aprile 2017. 

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“Almanacchi, almanacchi freschi!”. Gli impegni dei principali partiti e attori politici per il 2017 e qualche previsione sul futuro politico che ci aspetta…

Renzi Grillo Berlusconi

Renzi, Grillo e Berlusconi

 

“Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?” (dal “Dialogo di un Venditore di Almanacchi e di un Passeggere” di Giacomo Leopardi)

Sarà un anno politicamente impegnativo, quello che in realtà si è già aperto, il 2017. Una serie di appuntamenti, interni e internazionali, attendono l’Italia, dalla celebrazione della firma dei Trattati di Roma (marzo) al G7 a Taormina (fine maggio) a una possibile ‘manovrina’ economica. Potrebbe essere anche un anno di elezioni politiche anticipate, ma è troppo presto per dire se davvero si terranno o se la legislatura andrà al suo naturale scioglimento (febbraio 2018). Anche perché decisiva sarà la definizione di una nuova legge elettorale che, in ogni caso, prima di essere approntata (e poi varata e votata in Parlamento) dovrà attendere il responso della Consulta, la cui prima udienza si terrà il 24 gennaio, sul tema. Consulta che, invece, l’11 gennaio esaminerà i quesiti avanzati dalla Cgil per un referendum popolare sul Jobs Act che potrebbe tenersi a giugno (salvo eventuali elezioni politiche anticipate), mese in cui – e in ogni caso – andranno a votare più di mille comuni italiani e mese in cui potrebbero tenersi le elezioni politiche anticipate. Di certo, per i principali partiti politici italiani, sarà un anno di impegni importanti (il congresso ordinario del Pd, teoricamente previsto a fine 2017, le possibili primarie del centrodestra, nuove evoluzioni nel magmatico mondo a Cinque Stelle, la nascita di un nuovo soggetto politico a sinistra, etc.), ma lo sarà anche per gli appuntamenti che attendono il nostro Paese. Proviamo a ricostruire qui, senza alcuna pretesa di esaustività, i principali appuntamenti, dividendoli –  per comodità di chi scrive – per marco aree politiche e non in base al mero calendario, di cui pure terremo debito conto. Il pezzo si compone di molte date e appuntamenti e qualche previsione, che invariabilmente sarà sbagliata.

Le due sentenze della Consulta (gennaio). 

L’11 gennaio la Corte costituzionale dovrà esprimersi sui tre quesiti (reintroduzione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori del 1970; norma sui voucher; norme sugli appalti) su cui la Cgil, guidata da Susanna Camusso, ha raccolto oltre mezzo milione di firme per un referendum abrogativo che ha già passato l’esame (formale) della Corte di Cassazione. Dubbi sulla possibilità che la Consulta dia il via libera a tutti e tre i quesiti ci sono perché, soprattutto il primo, quello sull’art. 18 che punta a scardinare il cuore del Jobs Act di Renzi, è a rischio ammissibilità in quanto ritenuto, da diversi giuristi, di fatto ‘sostitutivo’ e non meramente ‘abrogativo’, come deve essere, per legge, il quesito referendario. Si vedrà. In ogni caso, se la Consulta decidesse per l’ammissibilità di uno o più quesiti, il referendum della Cgil si terrebbe nel mese di giugno, a meno di elezioni politiche anticipate che, sempre in base alla legge istitutiva del referendum, fanno slittare il referendum di mesi.

Il 24 gennaio sempre la Corte deciderà sull’Italicum, la legge elettorale in vigore per la sola Camera dei Deputati dal I luglio 2016. Si tratta di una legge di impianto proporzionale ma dalla forte torsione maggioritaria grazie al premio di maggioranza (55% dei seggi) garantito dal ballottaggio (privo di soglia di accesso) alla lista vincente al primo o al secondo turno. Altri due aspetti dell’Italicum (le multicandidature o candidature plurime in dieci collegi e i capolista bloccati) sono sub judice del giudizio della Consulta. Impossibile prevedere l’esito della decisione: la Corte potrebbe cassare il ballottaggio ma mantenere il premio, lasciandolo per il turno unico (soglia al 40%), cassare ballottaggio e premio, intervenire o meno su capolista bloccati e multicandidature, abolendo le preferenze o introducendo soglie di sbarramento diverse dalle attuali (il 3%). Da considerare che, sempre la Corte, con sentenza n. 1/2015 abolì la precedente legge elettorale, il Porcellum, introducendo di fatto, nel nostro ordinamento, un sistema elettorale semi-proporzionale ma con diversificate soglie di sbarramento (‘eredi’ del Porcellum) tra Camera e Senato (è il cd. Consultellum). Infine, da notare che se la prima udienza della Corte sull’Italicum si terrà il 24 gennaio, la decisione finale e, a maggior ragione, le motivazioni arriveranno non prima di febbraio.

Il Pd e il centrosinistra (gennaio-marzo 2017, ottobre 2017 e, forse, oltre…). 

Matteo Renzi, ormai ‘solo’ segretario del Pd, ha in animo di costituire la nuova segreteria del partito subito dopo l’Epifania, tra il 7 e l’8 gennaio: in essa entreranno diversi nuovi volti, specialmente dai territori (il presidente dell’Anci, e sindaco di Bari, Antonio Decaro, quello di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà, Ciro Bonajuto, sindaco di Ercolano), e alcuni volti a dir poco ‘consolidati’ (l’ex sindaco di Torino, Piero Fassino, agli Esteri, i ministri Maurizio Martina all’Organizzazione, forse, e Delrio).

Dal 10 gennaio partirà un ‘tour’ del segretario in giro per l’Italia, nei circoli del Pd e nei territori, a partire dalle maggiori città. Il 21 gennaio è prevista una mobilitazione nazionale di tutte le strutture locali del partito (circoli, federazioni, segreterie locali, etc.). Il 27 e 28 gennaio, a Rimini, terrà una conferenza programmatica – full immersion di tutti gli amministratori locali del Pd. Il 4 febbraio il Pd organizzerà a Roma un’iniziativa sull’Europa e i temi sociali. E questo è il programma – sicuro e già approntato – delle iniziative di partito, ma è probabile che, tra febbraio e marzo, Renzi lanci le primarie per la premiership del centrosinistra tra lui stesso, un candidato moderato e uno della sinistra (Pisapia o Boldrini i nomi gettonati). L’obiettivo del leader dem, non più premier, è sempre lo stesso: elezioni anticipate ‘subito’, cioè al più presto, non appena approvata dalle Camere la nuova legge elettorale. In ogni caso, non appena l’attività delle Camere riaprirà normalmente (dal 10 gennaio), il Pd chiederà a tutti i partiti di cimentarsi in un ‘tavolo’ sulla nuova legge elettorale senza aspettare l’esito della sentenza della Consulta, ma è molto difficile che la manovra riesca, sia che proponga il Mattarellum (nella sua formula originaria del 1994 o in una nuova e rivisitata, un ‘Mattarellum 2.0’ con più proporzionale) sia che si adegui al Consultellum (il quale, nessuno lo dice, ma presenta soglie di sbarramento proibitive per i piccoli partiti,ergo lo osteggeranno).

Certo è che, per scrivere una nuova legge elettorale, o anche solo per ‘armonizzare’ – come chiede a gran voce il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella – servono almeno 2 mesi (se non tre…) perché bisogna votare una nuova legge in entrambe le Camere (la famosa ‘navetta’) né si possono fare decreti governativi in materia di legge elettorale, per non dire del tempo (almeno due mesi) che ci vuole per ridisegnare i nuovi collegi elettorali. Tra i renziani si compulsa il calendario: escluse, per ragioni pratiche, le urne ad aprile (le Camere andrebbero sciolte a febbraio…), l’obiettivo più realistico è il mese di giugno. Circola già una data (domenica 11 giugno) quando le elezioni politiche si potrebbero accorpare con le elezioni amministrative che porteranno al voto più di mille comuni. Ove, invece, a Renzi non riuscisse di centrare l’obiettivo agognato delle urne in primavera, resterebbe la carta delle elezioni a ottobre, ma di certo sarebbe uno smacco, per Renzi. Anche perché, a quel punto, tra legge di Stabilità da varare e fine anno incipiente, la forza inerziale della legislatura per arrivare al suo scioglimento naturale (febbraio 2018) prevarrebbe in tutte le forze politiche, Pd compreso. In ogni caso, a partire da settembre, si aprirà il percorso ordinario per il congresso del Pd (scadenza naturale: autunno 2017) che vedrà Renzi, di certo il leader della minoranza, Roberto Speranza, ma anche altri candidati (il governatore pugliese Emiliano, il toscano Rossi, etc.) contendersi la leadership del Pd nella fattispecie della carica di segretario.

Forza Italia e il centrodestra (date imprecisate…). 

Berlusconi potrebbe non solo ‘tirarla in lungo’ per scrivere una nuova legge elettorale (FI punta apertamente a un sistema proporzionale semi-puro), ma anche per far durare la legislatura fino alla sua scadenza naturale. Infatti, a Berlusconi serve la ‘protezione’ di un governo in carica per difendersi al meglio dalla scalata ostile del gruppo Vivendi di Bolloré alla sua Mediaset. Infine, solo a fine anno (2017) è probabile che arrivi la sentenza della Corte europea dei Diritti dell’Uomo che potrebbe concedere a Berlusconi ‘l’onore perduto’ e cioè riabilitarlo politicamente dopo la sentenza definitiva di condanna che, in base alla legge Severino, lo ha escluso – il voto del Senato avvenne nel 2016, la pena è stata espiata il 14 aprile 2015, anche grazie all’indulto, è un ex senatore ormai decaduto dalla carica e anche un incandidabile, per la legge Severino, fino al 2019 – dall’attività politica. Senza dire che Berlusconi ha bisogno di tempo per riorganizzare e strutturare una nuova FI dal volto ‘moderato’ che possa allearsi, o competere, da pari a pari con il blocco Lega-FdI. Il quale, invece, punta davvero ad andare a elezioni anticipate (con il Mattarellum, se possibile, ma anche con il Consultellum, alla bisogna) per disarcionare definitivamente il Cav dal trono di dominus del centrodestra e inventarsi un ‘nuovo’ centrodestra a trazione Salvini che, magari attraverso l’indizione di primarie per la premiership, vuole diventare lui il nuovo ‘padrone’ del centrodestra, allineandolo alle pulsioni populiste d’Oltralpe (Le Pen). In ogni caso, anche se la Corte di Starsburgo fosse favorevole a Berlusconi, ci vorrebbe tempo per recepire, in Italia e nel nostro ordinamento giuridico, la sua riammissibilità a cariche elettive politiche: anche per questo motivo non conviene, a Berlusconi, andare a votare entro il 2017. Per ora, l’unico appuntamento fissato dagli azzurri è il consueto happining invernale di FI, ‘Neve azzurra’, il 7/8 gennaio nel corso del quale Berlusconi si collegherà per telefono. Il 17 gennaio, gli occhi azzurri sono puntati sul voto nell’Europarlamento dove bisogna scegliere il successore di Martin Schultz, carica per la quale il candidato del PPE, l’azzurro Antonio Tajani, è in pole position contro il candidato del PSE, Pittella (Pd). Per quanto riguarda la Lega, lo stato maggiore leghista e quello meloniano – l’asse Lega-FdI detto anche dei ‘lepenisti all’amatriciana’ – si incontrerà presto per stabilire la proposta sulla legge elettorale (un Mattarellum corretto?) e anche le regole per le primarie del centrodestra che il duo Salvini-Meloni, in barba a Berlusconi, vorrebbe indire a marzo.

Il Movimento Cinque Stelle (anno 2017).

Anche i pentastellati hanno bisogno di tempo e non hanno alcuna fretta, al di là delle roboanti dichiarazioni di facciata, di andare a votare. Caso Raggi a Roma, dove sul capo della sindaca pende un avviso di garanzia, docet, per non dire della strutturazione di un movimento che – tra nuovo Codice etico e nuovi organi di garanzia (probiviri) e decisione (un nuovo Direttorio?) – ha bisogno di tempo per organizzarsi e presentarsi alle Politiche. Ecco perché, tranne il molto can can ad usum dei tanto vituperati mezzi d’informazione, l’M5S cercherà di opporsi a ogni sbocco immediato verso elezioni politiche anticipate, dicendo sostanzialmente di no a ogni nuova legge elettorale (maggioritaria o proporzionale che sia) con la scusa che ‘li penalizza’ o che è fatta ‘per farli fuori’. Nel frattempo, però, dovrà chiarirsi ai vertici: Grillo farà solo il garante del Movimento? Di Maio sarà davvero il candidato premier? Che ruolo avrà Di Battista? E la Raggi per quanto ancora sarà grillina? Tutte domande, ad oggi, senza risposta, anche se molti osservatori si aspettano nuovi viaggi e scorribande di Grillo a Roma.

La sinistra-sinistra (febbraio-marzo 2017).

Quel che resta di Sel – un pezzo della formazione nata per scissione dal Prc, partito ormai defunto, si è accostata al Pd in un ottica di ‘competizione-collaborazione’ con Renzi e parteciperà alle primarie (i senatori Uras e Stefano, pezzi sul territorio romano e laziale, i sindaci ex ‘arancioni’ di alcune città in mano al centrosinistra come Pisapia, Zedda, etc.) – si avvia a costituire un nuovo soggetto politico, quello di Sinistra Italiana, attraverso un congresso fondativo che si terrà dal 17 al 19 febbraio a Roma e che vedrà partecipare, oltre a quello che resta di Sel, capeggiata da Nicola Fratoianni (erede politico di Nichi Vendola), gli ex fuoriusciti dal Pd Fassina, D’Attorre, Galli, etc. e altri pezzi di movimenti sparsi. Invece, il 28 gennaio, a Roma, si terrà l’assemblea dei Comitati del Nuovo Ulivo fondati da Massimo D’Alema, ormai praticamente e di fatto fuori dal Pd, eredi dei Comitati per il No al referendum costituzionale del 4 dicembre, mentre il 28 gennaio a Parma Pippo Civati (altro fuoriuscito dal Pd) lancerà gli Stati generali della sua nuova associazione, Possibile. In attesa, tutti questi pezzi di sinistra a sinistra dal Pd, che la minoranza dem oggi ancora dentro il partito, quella che fa capo a Bersani e Speranza, decida di andarsene a sua volta. Infine, anche micro-partiti della ex sinistra radicale (Prc, Pdci, Comunisti di Rizzo, etc.) terranno i loro congressi, ma si tratta di formazioni politiche ormai cancellate dalla storia, oltre che dall’attualità politica. Infine, da segnalare che il 21 gennaio, a Roma, si riuniscono i comitati dei ‘professori’ del No (al referendum costituzionale del 4 dicembre scorso) legati alla rivista on-line ‘Micromega’ (Falcone, Pace, Grandi, Besostri, Rododtà, Zagrebelsky, Carlassarre, Spataro, Villone, Vita, Pardi, Smuraglia, Montanari, Landini) in un teatro di Roma.

Il centro-centro (date imprecisate). 

Per quanto riguarda, invece, i centristi, la situazione è molto confusa. Scelta civica di Monti è morta, spersa in tre rivoli: una parte è finita direttamente nel Pd, un altra si è fusa con Ala di Verdini (quella che fa capo a Zanetti), un altra ancora ha fondato i ‘Civici innovatori’ ma se ne erano già andati sia i Popolari per l’Italia di Mario Mauro (verso il centrodestra) che i Popolari-Demos di Lorenzo Dellai (verso il centrosinistra). La fusione tra Ncd e Udc che aveva portato alla nascita di Ap (Azione popolare) è fallita: Ncd è rimasta alleata al Pd e punta, in teoria, a costruire un’area liberal-popolare alleata al centrosinistra (congresso, forse, a marzo) mentre l’Udc di Cesa, De Poli (ma non quella di Casini, D’Alia e Galletti…) è confluita dentro il calderone del centrodestra come pure il movimento Idea di Quagliariello e quello dei Conservatori e riformisti di Raffaele Fitto che, insieme ad altri micro-partiti, vorrebbero concorrere, invece, alla rinascita di un area liberal-popolare nel..centrodestra. Per tutti costoro – movimenti e partiti di centrodestra come di centrosinistra – con quale legge elettorale si andrà a votare è esiziale: soglie di sbarramento troppo alte (superiori, cioè, al 3-4% dei voti…) ne decreterebbero, una buona volta, la definitiva sparizione. Ecco perché il loro unico vero interesse, oltre ad arrivare a fine legislatura, è il proporzionale. E di tutti loro si dovrà tenere conto: nel Paese sono inesistenti, ma in Parlamento contano.

Gli impegni delle Camere (l’intera legislatura). 

Come ormai sanno anche i sassi, la maggior parte dei parlamentari – molti di prima nomina – agogna a raggiungere la pensione (il cd. ex ‘vitalizio’) che, da quando il sistema è stato riformato ed è passato dal metodo retributivo a quello contributivo, matura solo dopo quattro anni, sei mesi e un giorno dall’inizio della legislatura, e cioè dal I settembre 2016. Eppure, non sono pochi i parlamentari che, invece, per ragioni di partito o di fede politica, vorrebbero interrompere in via anticipata la loro esperienza politica, anche se è la prima. Peraltro, le Camere dovrebbero comunque versare, a ognuno di loro, e subito, non ai 65 anni di età, 100 mila euro di mancati contributi per i 5 anni interrotti (un bel gruzzoletto). In ogni caso, oltre alla legge elettorale – di cui si è parlato prima – che abbisogna di almeno due/tre mesi per essere varata e alla legge di Stabilità, di cui si parlerà a partire da ottobre, c’è da espletare la ‘normale’ attività delle Camere che riprenderà a partire dal 10 gennaio. Un’attività (e, spesso, un ‘dolce far niente’) che non dispiace mai a nessun parlamentare. Da segnalare che, in Senato, bisognerà eleggere il nuovo presidente della prima commissione Affari costituzionali (Chiti sarà, forse, la proposta dei renziani) in sostituzione di Anna Finocchiaro, oggi ministro alle Riforme, e il nuovo vicepresidente del Senato, in sostituzione di Fedeli (oggi ministro): due cariche istituzionali in quota Pd che, però, il Pd potrebbe cedere. Infine, notizia dell’ultima ora: i due provvedimenti più corposi in itinere nelle Camere (ddl salva-banche e dl Mille Proroghe) partiranno dal Senato e non dalla Camere per ‘liberare’ la Camera da ogni ingombro possibile per lasciare campo libero alla possibile riforma della legge elettorale che avrebbe, in questo caso, ‘campo libero’ per passare.

Gli impegni del governo Gentiloni (2017 e oltre…). 

Oltre agli impegni internazionali dell’Italia (che trovate qui sotto), il nuovo governo guidato da Paolo Gentiloni (già ministro degli Esteri nel governo Renzi) che si è insediato appena prima di Natale, si troverà di fronte una serie di impegni interni, alcuni previsti (e prevedibili), altri imprevisti (e imprevedibili). Essendo impossibile enumerare i secondi (esempio: uno o più attentati terroristici, di matrice Isis o altra, colpiranno l’Italia?), è meglio passare in rapida sintesi i primi (peraltro, l’agenda del governo è consultabile sul sito di palazzo Chigi: http://www.palazzochigi.it). Sul fronte economico, l’Italia dovrà affrontare, quasi sicuramente, il varo di una ‘manovrina’ di aggiustamento dei conti entro marzo (così chiede, in modo insistente, la Commissione Ue), il Def entro giugno e la legge di Stabilità per ottobre (se ancora sarà in sella, ovviamente), ma anche misure tampone su vari fronti (voucher, misure di contrasto alla povertà e a favore famiglie, bonus bebé, bonus giovani) per non dire del piano di salvataggio delle quattro banche in crisi (Mps in testa) che vale almeno 20 miliardi. Sul piano sociale i temi saranno gli stessi più, ovviamente, le misure – tampone o strutturali si vedrà – di contrasto all’immigrazione clandestina (riapertura dei Cie?), rimpatri, sbarchi e, in generale, il modo per affrontare l’emergenza immigrazione.

Sul piano più prettamente politico il governo Gentiloni ha già messo in chiaro che non sarà parte attiva nelle trattative sulla legge elettorale, ma  si limiterà al ruolo di ‘facilitatore’ delle trattative tra i partiti che dovrebbero ripartire non appena si pronuncerà la Consulta, mentre sul tema voucher potrebbe varare nuove leggi per depotenziare il possibile effetto negativo (sul Pd e i suoi alleati minori che reggono il governo) dei referendum della Cgil. Infine, vi sono molte leggi che giacciono in Parlamento e che attendono una loro definitiva approvazione, già calendarizzate dalle Camere e varate o proposte dall’ex governo Renzi: la riforma del processo penale (con dentro le norme sulla prescrizione), legge sulle adozioni, legge sul giusto processo, legge sulla cittadinanza agli immigrati nati in Italia, etc. etc. etc. Insomma, o il governo Gentiloni (retto, a oggi, da una maggioranza composta da Pd+Ncd+Psi+Popolari+altri partiti minori, senza l’apporto dei verdiniani di Ala) deciderà di autoaffondarsi da solo o verrà sfiduciato dal partito di maggioranza relativa che lo sostiene (il Pd, appunto) oppure, impegni e calendario alla mano, ne avrà parecchie di cose da fare. Da non dimenticare, per dire, la tornata di nomine negli enti di nomina statale che scadono entro giugno e che – dicono indiscrezioni di stampa – il governo effettuerà sempre che non sia caduto e non si debba andare a nuove elezioni anticipate entro maggio. Infine, il caso Rai: l’11 gennaio, il dg Campo Dall’Orto presenterà il suo nuovo piano industriale al Cda Rai e, subito dopo, in commissione di Vigilanza Rai che ha già silurato Verdelli.

Gli appuntamenti internazionali dell’Italia (marzo e maggio). 

I principali appuntamenti internazionali che attendono il nostro Paese sono tre: 1) l’Italia è, dal I gennaio 2017, membro non permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e lo resterà per tutto l’anno; 2) la celebrazione della firma dei Trattati di Roma (1957), di cui ricorre il 60 esimo anniversario, che si terrà e celebrera’ il 25/26 marzo nella Capitale; 3) il G7 che si terrà dal 26 al 28 maggio a Taormina perché, nel 2017, l’Italia è paese ospitante del vertice. Sul piano della politica europea sono infine molti i temi e i dossier caldi che attendono misure e decisioni urgenti da parte del governo (immigrazione, terrorismo, bilanci della Ue, etc.).

Gli impegni istituzionali del Capo dello Stato (tutto l’anno). 

L’agenda degli impegni istituzionali del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è facilmente consultabile sul sito del Quirinale ( http://www.quirinale.it ), ma in ogni caso il primo appuntamento sarà il 7 gennaio, a Reggio Emilia, per la ormai consueta Festa del Tricolore, e il secondo a Bologna, il 12 gennaio, per la visita all’Università di Bologna Alma Mater e alla casa dei Fratelli Cervi. Non mancheranno i soliti impegni istituzionali e, sicuramente, altre visite nei centri del Centro Italia colpiti dal terremoto, cui Mattarella tiene molto, oltre che diversi viaggi all’estero. Una cosa è certa: sarà Mattarella, in ultima istanza, a decidere se e quando, come e perché, si andrà a votare con elezioni politiche anticipate o a (aprile? giugno? ottobre?) o alla scadenza naturale della legislatura (febbraio del 2018). Infatti, il potere principale che ha in mano, quello di sciogliere le Camere, tale resta, nelle sue mani e sicuramente, con il suo consueto stile sobrio e pacato, egli lo eserciterà.

NB: questo articolo è stato scritto in forma originale per il sito di Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

#Renzi va, a sorpresa, alla festa del #Pd. Nel frattempo, verdiniani ed ex socialisti ‘pensano’ di affratellarsi con il ‘Partito della Nazione’

Il ministro dell'Interno Angelino Alfano

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano

ARRIVA a sorpresa il premier Matteo Renzi alla festa dell’Unità di Roma (del Pd, cioè) per rassicurare i militanti che Verdini non entrerà mai nel partito, per sondare le opinioni sul sindaco Marino e parlare di flessibilità in uscita per le pensioni. Gioca a biliardino in squadra con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Luca Lotti, e ‘contro’ la coppia Matteo Orfini, commissario del Pd a Roma e presidente del partito, e Luciano Nobile, giovane renziano romano che lavora all’Organizzazione centrale del partito. Parla con qualche militante, ma non con i giornalisti, scambia battute e sorrisi, sotto i flash dei fotografi, e poco più. In questo modo, evita di dover presenziare, stasera, al dibattito preannunciato che doveva avere lui stesso, il premier, come protagonista unico, dribblando, di fatto, anche eventuali domande scomode sul caso Marino e su molto altro. Verdini e verdiniani in testa, anche se il premier assicura: “Verdini non entrerà nel Pd”.

Ecco, Verdini e i verdiniani, ma anche gli altri pezzi – sparsi – del centrodestra che ‘guarda’ al Pd di Renzi e, soprattutto, al Partito della Nazione sono in pieno, attivo, fermento.  Domani, mercoledì 30 luglio, sarà infatti un giorno importante per il futuro di un pezzo minoritario, ma non ‘minore’, almeno sul piano dell’elaborazione politica e culturale, di un centrodestra tutto particolare. Quello che, appunto, rovesciando l’ordine degli addendi rispetto al famoso adagio degasperiano sulla Dc («Partito di centro che guarda a sinistra»), non vuole ‘cambiare il prodotto finale’: far parte integrante e autorevole di un centrosinistra che – sperano loro – ‘guardi’ a destra e non più a sinistra. Una galassia, quella di cui parliamo, formata da partiti, movimenti, aree che, dal centrodestra, dove ora si trovano, guardano al Pd. O, meglio ancora, al «partito della Nazione» dell’attuale premier.

Infatti, mentre al Senato Denis Verdini presenta il suo progetto politico («Azione liberal-popolare», sede in quella vecchia del Psdi di Saragat, ma pure di Nicolazzi e Longo…), al teatro Capranichetta  di piazza Montecitorio l’associazione ReL («Riformismo è Libertà»), fondata dall’ex socialista, oltre che ex Pdl ed ex FI (come Verdini), oltre che (attuale) presidente della commissione Esteri della Camera, Fabrizio Cicchitto, organizza un convegno dal titolo assai esplicito: «Il governo Renzi. Perché sostenerlo, cosa deve cambiare». Interverranno diversi esponenti politici centristi: l’Udc Ferdnando Adornato, il ministro Beatrice Lorenzin, l’ex ministro Maurizio Lupi, il (forse) prossimo ministro Gaetano Quagliariello, il presidente dell’Ncd al Senato, Renato Schifani, e deputati Ncd «pro-Renzi» ma anche, fieramente, ex Psi, come Sergio Pizzolante. Che cosa lega i due eventi? Un sottile fil rouge (rosso garofano acceso, in questo caso): la convinzione che, fuori o dentro l’Ncd di Alfano, l’Udc di Casini, l’Azione liberal-popolare di Verdini e altri pezzi sparsi (e impazziti) del centrodestra, oggi l’unica speranza riformatrice – quella che già ne infiammò gli animi quando, un po’ più giovani e meno canuti, militavano nel Psi di Craxi o nella Dc del «Preambolo» nel bel mezzo degli anni Ottanta – è riconoscersi in Renzi e tifare per lui.

NEL suo progetto di governo e schieramento politico con il Pd al centro e (pochi) partiti «satelliti» intorno, cioè. Proprio come faceva la Dc d’antan (non il Psi, però, che tale schema – quadripartito o pentapartito che fosse – subiva). Mollando ‘definitivamente’, iniziano a dire ormai apertis verbis questi «ex» socialisti e diccì, il centrodestra attuale, che abbia il volto truce di Matteo Salvini o il fascino decadente del Cavaliere. Stabilito che uno come Casini ha già deciso dove stare (con Renzi), resta solo da capire cosa voglia fare, da grande, il presunto leader di quel che resta dell’Ncd, il ministro Angelino Alfano. Per il resto, come già diceva Antonello Venditti in una nota canzone, gli amori – come quelli dei socialisti ieri per Craxi e oggi per Renzi – “fanno dei grandi giri, ma poi ritornano”. ve

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 28 luglio 2015 a pagina 5 del Quotidiano Nazionale

Caso #Azzollini: l’Ncd lo difende, il Pd sembra volerlo scaricare, ma i dubbi tra i senatori dem già affiorano…

Il portone d'ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Magari, chissà, su Antonio Azzollini – oggi senatore dell’Ncd, nonché presidente di una commissione-chiave del Senato, la Bilancio, ormai sua per usucapione (2001-2006, prima, dal 2008 fino ai giorni nostri, 2015, poi) – ha ragione l’ex presidente del Senato Renato Schifani, nonché esponente del suo partito, l’Ncd, che lo descrive come “una persona intelligente, magari estrosa, ma onesta”.

Resta un doppio guaio, per lui come per l’Ncd, per il Pd e per il governo. Il primo guaio è formale. E sta nella richiesta di autorizzazione al suo arresto che la procura di Trani ha recapitato al Senato e dove gli si contesta il reato di bancarotta fraudolenta nel crack (500 milioni di euro) della Casa ‘Divina Provvidenza’ di Bisceglie. e, per sovrannumero, nelle intercettazioni (o, meglio, in una testimonianza de relato riferita da un testimone) l’estroso Azzollini pronuncia una frase ormai divenuta celebre (“Se non fanno come dico io, alle suore gli piscio in bocca”, sic). Sia come sia, la frase, la richiesta di arresto per Azzollini è planata ad horas nella Giunta per le Immunità di palazzo Madama, presieduta dal Dario Stefàno (SeL) che assicura: “verrà esaminata al più presto”.

Si inizia a tamburo battente martedì prossimo, con due audizioni a settimana e con l’obiettivo di chiudere i lavori entro il 24 giugno. Il che vuol dire che, dopo la sintesi del relatore (sempre Stefàno), il dibattito (si presume acceso) e un voto in Giunta che, se il Pd votasse a favore, non avrebbe storia (12/13 voti contro 7/8 su 22), “entro l’estate” (luglio) il ‘caso’ Azzollini sbarcherebbe in Aula.

E lì, però, che si aprirà tutt’altro gioco, e tutto da verificare. Infatti, non solo il voto sulle persone, come sulle autorizzazioni a procedere, al Senato, è segreto (ove richiesto), ma già una volta, nel 2013, l’estroso Azzollini fu salvato in Aula e, guarda caso, proprio grazie ai voti del Pd. Il quale Pd, però, per il suo deputato siciliano, Fracantonio Genovese, alla Camera, autorizzò, e subito, l’arresto, solo un anno fa.

L’altro guaio è, invece, tutto politico: cosa farà il Pd, su Azzollini? Infatti, l’Ncd ha fatto ‘quadrato’ intorno a lui e tuona con tutti i suoi esponenti, da Giovanardi a Cicchitto, schierati a testuggine a sua difesa (anche se i maligni dicono che il vicepremier, Alfano, sia molto più interessato a ‘salvare’ il suo amico, e sottosegretario, Castiglione…), mentre le opposizioni (Lega, M5S, SeL) ne chiedono la testa. Inoltre, l’Ncd è una gamba decisiva per tenere in piedi, al Senato, governo e maggioranza. La risposta, a mezzogiorno, sembra facile. La offre subito Matteo Orfini, presidente del Pd: “leggeremo le carte, ma mi pare sia inevitabile votare a favore dell’arresto”.

Ed è lì, nel primo pomeriggio, che il panico inizia a correre sul filo. Da palazzo Chigi viene sollecitata un’immediata virata ‘garantista’. che investe tutti i vertici del partito. Prima arriva una dichiarazione del vicesegretario, Lorenzo Guerini, che getta acqua sul fuoco (“Guarderemo le carte con attenzione e senza pregiudizi”). Poi, lo stesso Orfini viene costretto a telefonare a Quagliariello, che già tuonava indignato via agenzia contro il Pd, per cercare di rabbonirlo e per rettificare: “Non ci saranno decisioni pregiudiziali, leggeremo tutte le carte”.

Infine, e soprattutto, diversi senatori del Pd, ripetuto il refrain abituale (“prima dobbiamo leggere le carte”) si riscoprono, oltre che garantisti, pure raffinati giuristi e iniziano a chiedersi dubbiosi: “ma non ci sarà fumus persecutionis contro il povero Azzollini?”. Stefano Esposito, ‘giovane turco’ come Orfini, e altri, come Salvatore Margiotta, lo dicono in chiaro, via agenzie di stampa o via Twitter. Altri, invece, a microfoni spenti, sbottano: “Se va in galera Azzollini, poi cade il governo e si vota! Siam matti?”. L’unica certezza che offrono, da Francesco Verducci a Paolo Corsini, i senatori del Pd è questa: “Azzollini si dovrebbe dimettere subito, ma da presidente della Bilancio, per opportunità politica”. Ecco.

Nb. Questo articolo è stato pubblicato il 12 giugno 2015 a pagina 9 del Quotidiano Nazionale. 

Ddl #buonaScuola: lo sgambetto stavolta non è della minoranza dem, ma dei centristi. Il governo inciampa al Senato

Il portone d'ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Cherchez l’homme! Centriste, in questo caso, e non guachiste. Palazzo Madama, auletta della I commissione Affari costituzionali. All’odg ci sono le pregiudiziali di costituzionalità sul ddl scuola, quella cui il premier, Renzi, “tiene un casino, più del Jobs Act”, dicono solerti i suoi. Sembra, ai più, un voto di routine. E, invece, ‘l’incidente’ si materializza subito: la maggioranza ‘va sotto’.

Solo che, stavolta, la minoranza dem, quella dei bersaniani, non c’entra. Sono tre, in I commissione: Gotor, che di Bersani era il maitre a penser, Migliavacca, che ne era l’organizzatore, e Lo Moro, ex lettiana. Votano tutti, disciplinatamente, ‘contro’ le pregiudiziali. Infatti, al Senato, il voto a favore equivale a un ‘no’ al governo, il voto contrario ‘sì’, quando si tratta di pregiudiziali.

Facendo di conto, i senatori del Pd, in I commissione, sono in tutto dieci. Nove del Pd, che in realtà dieci sono meno uno perché la presidente, Finocchiaro, per prassi non vota, ma nove più uno perché Palermo, gruppo Psi-Autonomie, vota sempre con il Pd. Con i tre di Ap e uno di Autonomie la maggioranza fa quattordici.

Le opposizioni (Fi-M5S-Lega-SeL), però, incassano, non certo a sorpresa, il voto di due senatori che si chiamano tutti e due Mauro. Uno è Mario Mauro, ex ministro del governo Letta, che oggi definisce il governo Renzi “il nuovo fascismo che avanza”, e l’altro è Giovanni Mauro (GaL), sconosciuto ai più, ma decisivo. La partita finisce – anche grazie all’assenza del senatore Romano (Autonomie, ma ex Sc, ex Popolari) che era “impegnato altrove” – ‘dieci a dieci’ e le pregiudiziali, s’intendono così bocciate. Scatta, immediato, lo psicodramma e tutti pensano all’agguato tra i dem.

Invece, a far la differenza sono tre assenti speciali, tutti e tre di Ap (Alleanza popolare, una sorta di fusione fredda tra Ncd e Udc). Si tratta dell’ex ministro (sempre di Letta), Gaetano Quagliariello, che teorizza la ‘fuoriuscita’ di Ap dal governo, ma “non subito”; di Andrea Augello (ex An), che vuole uscire dal governo “subito”; e del Carneade Salvatore Torrisi, catanese. Tutti e tre sostengono di “non essere stati avvertiti in tempo della convocazione”.

A palazzo Chigi, e al Nazareno, non crede loro proprio nessuno, ma il capogruppo dem al Senato, Luigi Zanda, si limita, con flemma british, a parlare di “incidente di percorso che non cambia nulla nell’iter della riforma”. Il parere è orale e non è vincolante, si consolano nel Pd. Sarà. Intanto, però, la bocciatura fa notizia. “E’ un segnale: vogliono posti nel prossimo rimasto di governo”, sospira un senatore renziano realista. L’inguacchio finale lo ha fatto il gruppo GaL (Grandi Autonomie Libertà): avrebbe diritto, ormai, a un solo membro, in I commissione, invece ne conta due e ancora non si decide a rinunciare a uno perché “la I (commissione, ndr.) fa status…”.

Morale: caos al Senato con le opposizioni che urlano “fermatevi” e il Pd che ribatte: “andiamo avanti”. Ma, dato che le sventure non arrivano mai da sole, per la maggioranza di governo, dopo poco batte un colpo anche la minoranza del Pd. La sinistra dem chiede “un referendum tra gli iscritti del Pd sul ddl scuola” e, da Speranza a Fassina, da Epifani a D’Attorre chiede “ampie modifiche al ddl”. L’iter del ddl scuola, al Senato, si preannuncia lungo e tormentato.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 10 giugno 2015 a pagina 7 del Quotidiano Nazionale.

Alfano prova a riposizionare l’Ncd. Ora gli alfaniani, tagliati fuori dal centrodestra, guardano a Renzi anche per le alleanze locali

Il ministro dell'Interno Angelino Alfano

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano

ROMA – Da ministro dell’Interno ha dovuto affrontare l’ennesima richiesta di dimissioni.
Da segretario del Nuovo centrodestra (Ncd) è chiamato a sciogliere il nodo del riposizionamento e i malumori che ne deriveranno.
Sono tempi duri, per Angelino Alfano. Ma sono anche tempi carichi di cambiamenti.
I confini del ‘Partito della Nazione’, già allargati a dismisura con l’ingresso nel gruppo Pd di Andrea Romano (ex Scelta civica) e Gennaro Migliore (ex Sel), potrebbero presto conglobare anche il suo Ncd. Ipotesi affascinante, per alcuni. Spaventosa, per altri.
PIZZOLANTE: «COSA CI FACCIO IO A DESTRA?». «Vedi», ragionava il parlamentare alfaniano Sergio Pizzolante con un collega alla Buvette di Montecitorio, «non solo è finita la Guerra Fredda, non solo è imploso e fallito dopo 20 anni il centrodestra, ma Renzi sta finalmente distruggendo la sinistra comunista del Pd e il sindacato rosso, la Cgil».
Per poi chiedersi: «Cosa ci faccio ancora io a destra? Io sono un socialista riformista e il nuovo Pd di Renzi a me piace».
QUAGLIARIELLO: «L’ASSE COL PD DURERÀ A LUNGO». Ancora più esplicito l’ex ministro e coordinatore nazionale del partito, Gaetano Quagliariello, nell’intervista a Un giorno da pecora (Rai Radio Due) del 3 novembre. «L’ex centrodestra è morto, il patto del Nazareno è un sarchiapone, il Pd è diventato di centrodestra, potrebbero iscriversi a Ncd…». E a Formiche.net: «L’asse tra Ncd e Pd durerà più di mille giorni, è di legislatura».
Risultato? «Il nome Ncd in una fase è servito, ora la fase è nuova. Sceglieremo il nuovo nome più avanti».
Insomma, il percorso c’è: cambiare nome, posizionarsi come ‘ala destra’ del centrosinistra e allearsi con il Pd dove si può (in Campania, forse, e altre Regioni).
SALTAMARTINI: «IO COI DEM? MAI, MEGLIO LA LEGA». Tutti d’accordo? Mica tanto. L’attuale portavoce del gruppo alla Camera, Barbara Saltamartini (ex An), piuttosto che lavorare a una prospettiva simile farebbe le valigie. «Io con il Pd? Mai. Sono una persona di destra. Casomai me ne vado con Fratelli d’Italia e la Lega, loro fanno un buon lavoro».
Altrettante resistenze arriverebbero da Carlo Giovanardi e Roberto Formigoni (troppo ingombrante, per Renzi), mentre il ministro Maurizio Lupi ha un solo sogno: candidarsi a sindaco di Milano.
Felice dell’idea sarebbe, invece, il ministro Beatrice Lorenzin: lei si trova bene a lavorare con il premier, che la stima, e coltiva da tempo l’alleanza organica tra Ncd e Pd.

de girolamo e berlusconiL’alleanza con Forza Italia, d’altronde, sembra appartenere al passato.
Ne sa qualcosa il capogruppo Ncd alla Camera, Nunzia De Girolamo. In Campania, dove si vota a marzo 2015, ha provato a unire le forze con l’attuale governatore, l’azzurro Stefano Caldoro, che si ricandida, ma Silvio Berlusconi non ne vuole sentir parlare.
Caldoro vorrebbe l’alleanza perché sa che i numeri sono risicati (il partito di Alfano è decisivo anche solo per reggere in piedi l’attuale giunta), ma Ncd e la stessa De Girolamo chiedono ‘pari dignità’ anche nelle altre Regioni al voto.
«La Campania non deve costituire un’eccezione, ma essere un laboratorio-modello per ricostruire un centrodestra vincente», ha spiegato De Girolamo dopo un incontro con Lorenzo Cesa (Udc) e Mario Mauro (Popolari), «per ora ci sospendiamo da giunta e consigli».
FORZA ITALIA TAGLIA FUORI IL NUOVO CENTRODESTRA. Il ‘taglia-fuori’ di Forza Italia contro il Ncd sta calando come una mannaia dalle Alpi alla Sicilia. In Emilia-Romagna, l’alleanza Fi-Lega-FdI ha prodotto la candidatura di un leghista, Alan Fabbri, costringendo Ncd e Udc a presentare una lista e un candidato autonomo privo di ogni speranza, Alessandro Rondoni.
In Calabria, il candidato azzurro, Wanda Ferro, fa a meno del Ncd, cui tocca andare da solo senza speranza di agguantare il quorum (all’8%) e con Antonio Gentile furibondo per la campagna acquisti e pronto all’ennesimo addio.
Le cose non vanno meglio nel resto delle Regioni italiane, dove il diktat di Berlusconi, che dei ‘traditori’ del Ncd non vuole neppure sentir parlare, impedisce al partito di Alfano di toccare palla ovunque: a dare le carte, ormai, è Matteo Salvini. Ed ecco perché nel Ncd si fa strada l’ipotesi di un asse col Pd a livello locale.
«NON ABBIAMO NULLA A CHE FARE CON SALVINI». Il ministro dell’Interno, superata la mozione di sfiducia presentata nei suoi confronti da Sel dopo gli scontri a Roma tra polizia e operai dell’Ast (votata ieri sera, il 5 novembre, ha visto) 367 contrari, 125 favorevoli, tra cui i civatiani del Pd), ora può lavorare a tempo pieno alle alleanze.
Nei pensieri di Alfano, oltre al futuro del suo partito, c’è anche il ‘dispetto’ della Lega, i cui deputati hanno appoggiato la richiesta di sfiducia. Un motivo in più per far dire ai suoi: «Non abbiamo nulla a che fare con Salvini». Sottotesto: e neppure con Berlusconi. Il futuro è Renzi.

NB. Questo articolo è stato pubblicato sul sito di notizie Lettera43.it (http://www.lettera43.it) il 6 novembre 2014.