BankItalia, Visco rimane dov’è. E tra Renzi e Gentiloni cala il gelo. Il ruolo decisivo di Mattarella nella riconferma

tetto del Quirinale

Il ‘tetto’ del Quirinale, detto ‘Torrino’, dove riceve i suoi ospiti il Capo dello Stato

Ettore Maria Colombo – ROMA

Ormai è sicuro: il prossimo governatore di BankItalia si chiamerà come l’attuale, Ignazio Visco. Six more years, si potrebbe dire, datt che l’incarico dura sei anni. La triangolazione tra Gentiloni, Mattarella, e palazzo Koch ha funzionato alla perfezione, come un orologio svizzero. In più, con la benedizione del governatore della Bce, Mario Draghi, da sempre ‘grande elettore’ di Visco e che oggi e domani lo ospiterà a Francoforte per la consueta riunione dell’intero board della Bce sul cruciale tema dell’allentamento del Quantitative easing. Nessuna ‘terna’, dunque. Prevedeva, all’inizio, oltre Visco, due nomi interni a palazzo Koch, quelli di Salvatore Rossi, attuale dg, gradito anche a Rennzi e Fabio Panetta, attuale vicedirettore, mentre nelle ultime ore era anche spuntata l’ardita ipotesi di un esterno: Fabrizio Saccomanni, ex ministro con un passato in Bankitalia, il più quotato proprio nel 2011 quando toccò a Visco. Ma Mattarella non ha voluto saperne, di nomi alternativi: ha deciso lui di riconfermare Visco anche se Gentiloni gli ha, appunto, proposto diverse soluzione soft e alternative.

La procedura di nomina del nuovo Governatore, da quando la carica è diventata elettiva e non più a vita, tecnicamente, è però decisamente un po’ farraginosa. Oggi il premier scriverà una lettera al consigliere anziano del Consiglio d’Istituto di BankItalia con il nome da lui indicato. Il Consiglio, formato dai tredici membri nominati nelle Assemblee territoriali, si riunirà per un parere ‘successivo’ alla lettera di Gentiloni. A quel punto il nome sarà designato dal cdm che si riunirà venerdì pomeriggio: lì il sottosegretario alla presidenza, Maria Elena Boschi, verbalizzerà e protocollerà l’atto ufficiale. Il quale atto arriverà sul tavolo del presidente della Repubblica che designerà formalmente il nuovo governatore. Al Colle fanno sapere che ‘il faro’ di Mattarella è sempre stato quello di “preservare l’autonomia e l’indipendenza di palazzo Koch”, in relazione ai rapporti con la Bce e la Ue ai mercati internazionali. Ma non è un segreto per nessuno che la riconferma di Visco è cosa fatta: Gentiloni e Mattarella hanno deciso che era “meglio fare così” e così hanno fatto.

A rimanere con un palmo di naso sarà, naturalmente, il leader Pd, Matteo Renzi. Ha fatto fuoco e fiamme contro la riconferma di Visco e da molto prima della famigerata mozione parlamentare con cui, il giorno stesso in cui ha fatto partire il suo treno in giro per l’Italia, lo ha fatto sostanzialmente sfiduciare dal suo stesso partito. Ieri, dal treno che pian piano si avvicina a Portici-Pietrarsa, dove da oggi inizia la tre giorni di conferenza programmatica del Pd (senza Renzi che oggi volerà a Parigi per incontrare il presidente francese Macron), il leader dem ostentava tranquillità: “Voglio tenermi lontano dal chiacchiericcio della politica” spiegava ai suoi, dal Rosatellum votato a colpi di fiducia al Senato fino, appunto, al caso Visco. A tuonare contro la riconferma di Visco è rimasto solo il soldato Orfini (Matteo): “Noi abbiamo chiesto e chiediamo discontinuità, a BankItalia, la nostra mozione non è stata una forzatura”. Ma anche i renziani di più stretta osservanza sanno che “Matteo si è ormai rassegnato alla riconferma di Visco. Ciò non toglie – notano però le stesse fonti del Nazareno – che si prenderà molti sfizi. A partire dalle audizioni all’interno della commissione sulle banche fino a tutta la campagna elettorale in cui tuonerà sul tema banche”.

Un’altra cosa è sicura: i rapporti tra il leader del Pd, Renzi, e il premier, Gentiloni, sono ormai al minimo storico: ‘gelidi’, come vengono descritti, è dire poco. I due non si parlano da giorni e, forse, solo la presenza di Gentiloni al fianco di Renzi sabato prossimo, quando il treno del leader dem arriverà nell’antica stazione di Pietrarsa (Portici) dove si sarà già aperta la tre giorni di conferenza programmatica del Pd potrà servire, con un colloquio franco e aperto tra i due, a rasserenarli. Se si parleranno.

NB: Articolo pubblicato a pagina 7 del Quotidiano Nazionale il 26 ottobre 2017.

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Legge elettorale al Senato, tumulti in Aula sulla questione di fiducia. La De Petris occupa lo scranno di Grasso, 5Stelle bendati

Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Vergogna! “. “Siete come Mussolini! “. “Fate schifo!”. La democrazia, secondo la vulgata delle opposizioni, “è morta” ieri, in un freddo martedì di ottobre. A officiare il funerale la ministra ai Rapporti col Parlamento, Anna Finocchiaro: è lei che pone “la questione di fiducia” sul Rosatellum. Luogo del delitto, l’aula di palazzo Madama, sede del Senato. Autori del misfatto il governo Gentiloni – che secondo una nota dei senatori di Mdp Guerra, Fornaro e Pegorer “è uguale a Mussolini” (seguono vivaci proteste dei senatori dem, indignati dal paragone storico) – i partiti che hanno scritto il Rosatellum e, soprattutto, il Pd di Renzi. Complici del delitto, il presidente del Senato, Grasso – che ieri ha diretto l’Aula in modo impeccabile – e pure Mattarella. E proprio al Colle, ieri, sono saliti i gruppi di Camera e Senato di Mdp per annunciare a Mattarella, formalmente, che “Mdp è uscita dalla maggioranza” (facile e immediata l’ironia del democrat Roberto Giachetti: “Ma quante volte escono questi?”).

I voti di fiducia che affronterà l’Aula oggi, a partire dal primo pomeriggio, dopo la discussione generale (iniziata già ieri), saranno cinque, posti su sei articoli della legge (sul sesto non serve) mentre il voto finale arriverà solo giovedì. Di mattina e con la diretta tv, chiesta e pretesa dai 5 Stelle. Ma il voto finale sarà palese. Vuol dire che mentre solo i partiti di maggioranza (Pd-Ap-Psi-Autonomie) voteranno la fiducia, sul voto finale arriverà il lesto soccorso di Lega e FI. E lì problemi non ve ne saranno: i verdiniani come altri gruppi minori di centrodestra garantiranno il numero legale, mettendo in missione o in congedo alcuni dei loro senatori. Infatti, se per votare una legge come quella elettorale, non serve il plenum del quorum dell’assemblea (161 voti), ma basta la maggioranza dei presenti, in Aula va comunque garantito il numero legale. Ecco il perché del soccorso ‘azzurro’. Infatti il capogruppo di FI, Romani, calma gli animi: “vedrete, il numero legale ci sarà” mentre il verdiniano Barani assicura: “Questa è la legge che voleva Denis, il nostro voto non mancherà di certo, noi ci siamo!”. Né impensieriscono i voti in dissenso di cinque senatori dem capitanati da Chiti più Tocci, Mucchetti, Micheloni e, forse, di altri quattro eletti all’Estero, tra cui Micheloni e altri eletti sempre in quota democrat. Insomma, il Rosatellum passerà.

Il presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano, parlerà oggi, in sede di discussione generale. Il suo intervento, di certo sarà assai critico (e forse anche duro) sul merito del Rosatellum, non si trasformerà, però, in voto contrario: voterà, cioè, la fiducia. O almeno così il capogruppo dem, Zanda, si è assicurato con lui.

Che altro dire? Che la gente chiamata a protestare fuori dal Senato per “la morte della democrazia” era assai pochina e che urgeva, dunque, inventarsi qualcosa. Le vivaci e colorite proteste dei senatori pentastellati Crimi, Endrizzi, Taverna, a colpi di cartelli e occhi bendati? Scene già viste e, quindi, ripetitive. E così ecco arrivare il coup de theatre. Loredana De Petris, capogruppo dei senatori di Sinistra italiana, si catapulta sull’alto scranno di Grasso e lo occupa manu militari. I commessi intervengono, ma troppo tardi, e lei non si muove dai banchi della presidenza dove resta assisa per ore. Poi i grillini, privi di fantasia, provano a loro volta occupare i banchi del governo, respinti dal sottosegretario alle Riforme Luciano Pizzetti. Verranno tutti rimossi, ma urlando “Il Senato non esisteeee!!!”. Cosa, in effetti, vera. Il Senato, si sa, è noioso.

NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 25 ottobre 2017 pag 6

 

BankItalia, lite sulla Boschi. Ma la sottosegretaria parteciperà al cdm di venerdì che deciderà sul dopo-Visco

Il ministro Boschi

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

E’ stata “una giornata di riflessione”, così viene descritta, quella che ieri Paolo Gentiloni e Sergio Mattarella (ma anche il ministro all’Economia, Piercarlo Padoan, che pure ha voce in capitolo) hanno riservato alla vicenda della successione di Ignazio Visco alla guida della Banca d’Italia. Insomma, il Colle e palazzo Chigi si sentono e si consultano, ma per ora si limitano a ‘riflettere’. Ecco anche perché non sarà di certo anticipata la decisione finale di entrambi che rimane fissata al cdm di venerdì prossimo. Secondo la nuova legge istitutiva di nomina del governatore, in vigore dal 2005, di fatto “il cdm propone e il Quirinale dispone” mentre il consiglio direttivo dell’Istituto si limita ad esprimere un parere. Cdm a cui, a quanto si apprende, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi, “sarà presente” – spiegano fonti di palazzo Chigi – “come è normale che sia. I rapporti tra lei e Gentiloni? Sono ottimi. Lavorano fianco a fianco sulla manovra come sul resto” la replica. Replica a chi sostiene – come ha fatto ieri Arturo Scotto (Mdp), presentando anche una interrogazione parlamentare alla Camera diretta a Gentiloni e a Padoan – che la Boschi dovrebbe “astenersi” dal presenziare al cdm su un vicenda come quella delle banche perché su di lei “grava un pesante conflitto di interessi che non può essere più ignorato”. Trattasi sempre della stessa vicenda: il suo ruolo nel commissariamento di Banca Etruria di cui il padre, Pierluigi, è stato vicepresidente e membro del cda. E a chi fa notare che la Boschi, anche nel recente passato, aveva detto che si sarebbe ‘astenuta’, cosa che peraltro ha poi fatto, dal presenziare ai cdm sulle banche, a palazzo Chigi si replica con una scrollata di spalle: “Ma di che parliamo? La Boschi ha diritto a esserci e ci sarà”. Ma perché la decisione sul post-Visco non è stata anticipata? “Da oggi a giovedì – spiegano fonti ben informate dei due Palazzi –Paolo e Sergio avranno la testa solo sulla legge elettorale”. Non è proprio il momento di mettere altra carne al fuoco”, è il giudizio delle fonti.

E che ‘carne’. Resta tutto aperto, infatti, il busillis: chi dopo Visco? Un nome nuovo, ma comunque interno a BankItalia? Sempre in pole sono le quotazioni del dg, Salvatore Rossi, intimo amico del governatore uscente, ma che gode anche del favor del Pd, come pure quelle del vicedirettore, Fabio Panetta. O si tratterà di una – per nulla ‘semplice’ – successione di Visco a se stesso? Sarebbe, peraltro, la prima volta. Da quando la carica del governatore di via Nazionale non è più “a vita”, cioè dal 2005, la riforma dell’Istituto prevede che la carica sia elettiva. Il motivo sta nel fatto che il governatore Antonio Fazio, in carica dal 1993 al 2005, venne travolto dallo scandalo delle banche Unipol-Mps. Dal 2005 al 2011 il primo governatore eletto fu Mario Draghi, oggi alla guida (e a sua volta in scadenza, ma nel 2018) della Bce, nonché grande sponsor di Visco, le cui chanches restano perciò alte. Va anche detto che il cdm del 27 ottobre coincide, per ironia del Destino, con il giorno esatto in cui il mandato di Visco scade. E anche con il giorno in cui il governatore terrà un importante discorso, di fatto di commiato (almeno per il suo primo mandato), per la Giornata Mondiale del Risparmio. mentre ieri ha tenuto un discorso riservato davanti ai membri dell’Istituto rivendicando l’operato di BankItalia e tra giovedì e venerdì sarà a Francoforte per difendere, davanti alla Bce, l’azione delle banche italiane. Una cosa è certa, il ruolo di Mattarella. Il Quirinale attenderà le indicazioni e le valutazioni del governo per decidere, ma il faro del Colle resta sempre uguale: “Assicurare la stabilità all’istituzione Banca Italia e al suo ruolo dentro i delicati meccanismi della Bce e della Ue”, sottolineando che  “non può passare l’idea del commissariamento della Banca da parte della politica”. Frasi che fanno pendere la bilancia per Visco. 

NB: L’articolo è stato pubblicato a pag 8 del Quotidiano Nazionale il 24 ottobre 2017

Caso Visco, parziale disgelo tra Renzi e Gentiloni. Il toto-nomi per BankItalia

Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

Ettore Maria Colombo – ROMA

BankItalia? “Non parlo neanche sotto tortura: è un compito che spetta, in parte, al governo. Non faccio indiscrezioni”. Formalmente, il premier Gentiloni se la cava così, mentre si trova a Bruxelles per il consiglio europeo, sul caso politico della settimana. Ma come si sa il fuoco cova sotto la cenere. Anche sulle tensioni tra lui e Renzi prova a glissare: “Tutte le opinioni sono legittime e i rapporti tra il governo e il Pd sono ottimi, ma noi decidiamo con in mente l’obiettivo, non per buona creanza. L’autonomia dell’istituto è un valore in sé e per i mercati, sono cose serie”. Chi ha orecchie intenda, sembra dire, ma il ‘gelo’ calato nel rapporto tra il premier e il segretario del suo partito si sta, lentamente, sciogliendo. Gentiloni, che non l’ha mai amata, ha difeso pure la Boschi. Ieri premier ed ex premier si sono sentiti più volte, anche se al telefono: “Quello che dice Paolo lo sottoscrivo, retwitto Gentiloni”, ironizza il leader dem dal suo treno in viaggio. Renzi, ormai, rivolge le sue ire ad altri attori della spy story, tipo la ministra Finocchiaro: ha autorizzato la divulgazione della chat su What App tra lei e i deputati della mozione Orlando. “Pensa di lavarsi la coscienza così, la carina – dicono i suoi – A presto!”. Velata minaccia da “scordati pure una ricandidatura”, anche se lei già ha detto che non la chiederà. Ma anche la presidente della Camera Boldrini è finita nel tritacarne renziano: “Perché invece di predervela con noi che abbiamo presentato la mozione – dicono  i fedelissimi del segretario – non ve la prendete con chi ha permesso che la nostra mozione, per dire di quelle ben più dure della nostra di M5S e Lega, fossero ammesse?”.

Il ministro Orlando e i suoi (Martella, Misiani, etc) pure sono pure nel mirino del segretario: “Attendiamo con ansia – sibilano i renziani – che, dopo tutti questi attacchi, i cento deputati di Orlando pretendano i loro cento collegi sicuri!”. Lo scudiscio del ministro Calenda, invece, non fa più male: lui è dato per perso alla causa del Pd e alleati, come Pisapia, che a sua volta critica Renzi su BankItalia mentre Mdp e SI chiedono al governo di venire a riferire subito alla Camera, il che accadrà la prossima settimana. Ma cosa dirà Franceschini, tornato dagli Usa? Attaccherà, di nuovo, e anche lui il segretario? Ieri, per dire, lo ha fatto la ministra alla Difesa Pinotti, a lui vicina, mentre persino un ‘cane da riporto’ come il vicesegretario e ministro Martina ha espresso dubbi su Renzi, non foss’altro perché, a sua volta, non ha mai saputo quello che il Capo stava preparando. I nemici interni (le minoranze) ed esterni (Prodi, Pisapia) di Renzi aspettano il redde rationem del 5 novembre: sanno che le elezioni siciliane andranno male, per il Pd, e sperano che Renzi, dopo la Waterloo siciliana, sarà costretto, se non proprio a fuggire a Sant’Elena, almeno ad andare a Canossa e concordare con loro le liste. Solo che si sbagliano: Renzi deciderà tutto da solo e già spiega che”le farò coi nomi della società civile”. Il che vuol dire, appunto, che i posti ‘sicuri’ per i suoi oppositori saranno pochi. Del resto, anche se sarà ammaccato, con il Rosatellum le candidature le decide solo lui.

Ma cosa sarà del futuro di BankItalia? Tre sono i nomi in pole position. La riconferma di Visco, per quanto goda del pieno sostegno del Colle, della Bce di Mario Draghi e della Ue, è data in calo perché sono sempre di più le voci che si levano non solo in sua difesa, ma anche in suo attacco, e non solo da parte del Pd di Renzi (Salvini, Grillo, sinistra-sinistra). Mentre salgono, invece, le quotazioni del direttore generale, Salvatore Rossi (piace a Renzi, o almeno così lui dice ai suoi, come pure a Gentiloni) e del vicedirettore, Fabio Panetta, dal profilo tecnico, le cui quotazioni sono date come ‘stabili’. Certo è che, quando, il prossimo 27 ottobre, Paolo Gentiloni riunirà il consiglio dei ministri per presentare al Quirinale una rosa (così dice la legge: il cdm propone, il Quirinale dispone), tale rosa sarà ristretta a questi tre nomi: in ogni caso, una soluzione interna, non esterna. Inoltre, si ragiona tra palazzo Chigi e Colle, “Visco è troppo compromesso, troppo esposto e troppo sotto attacco. L’intero Parlamento, di fatto, si è schierato contro di lui e la commissione sulle banche (presidente né è Casini, ndr) rischia di diventare un vaso di Pandora che gli farà solo male”. Per paradosso, alla fine, Renzi potrebbe averla vinta.

NB: L’articolo è pubblicato a pag. 4 del 21 ottobre 2017 sul Quotidiano Nazionale. 

 

Caso Visco. Mattarella, Gentiloni, mezzo governo e mezzo Pd: “Tutti contro Renzi”

NB: sull’attacco al governatore di BankItalia Ignazio Visco da parte del Pd con la mozione parlamentare di lunedì scorso sul @quotidiano.net si può leggere intervista a Matteo Renzi firmata da @davidenitrosi caporedattore del Politico del Quotidiano Nazionale (L’intervista di QN l leader del Pd Matteo Renzi 

http://www.quotidiano.net/economia/renzi-bankitalia-1.3473852). Sullo stesso sito, le reazioni degli altri protagonisti della vicenda, a partire dalla smentita di Gentiloni. 


Quirinale - Paolo Gentiloni è il Presidente del Consiglio incaricato

Il nuovo premier, Paolo Gentiloni, al Quirinale

1. Caso mozione Pd contro il governatore di BankItalia Visco. Tutti contro Renzi: mezzo governo e mezzo Pd parlano di “atti inaccettabili” 

Ettore Maria Colombo – ROMA

 

Mattarella e Napolitano, presidente in carica e presidente emerito. Mezzo governo, da Padoan (“Non ci posso credere”) a Calenda (“Non parlo per carità di patria”), senza dimenticare Franceschini che ribolle e si macera, seppure in silenzio. Mezzo partito: non solo la minoranza interna (Orlando, Cuperlo, etc.), ma pure pezzi di maggioranza dem ‘non renziana’. Il capogruppo dem al Senato, Luigi Zanda, uomo delle istituzioni, è furibondo.  E il premier Gentiloni, nonostante il silenzio glaciale, anche. 

 

Tutte le opposizioni che lo attaccano come l’intera sinistra (Pisapia, Mdp con Bersani particolarmente duro). Walter Veltroni che stigmatizza e Prodi che basta immaginarselo. Tutti schierati contro il leader dem per la sua messa in discussione del ruolo e del futuro, in scadenza, del governatore di BankItalia, Ignazio Visco. Ieri difeso da tutti, da Casini a Gianni Letta e oltre. E’ partito un gioco ormai classico, quello del “tutti contro Renzi”, gioco che al leader dem è costato molto, nel recente passato. La sconfitta al referendum istituzionale del 4 dicembre, tanto per dire.

 

Il giorno dopo, immancabile, parte la geremiade dei timorosi. “Matteo, ma chi te l’ha fatto fare? Così abbiamo messo tutto il mondo istituzionale, politico, bancario e finanziario contro il Pd!”. Esponenti dem di alto grado e lignaggio sono “sconcertati”, se non profondamente “irritati”. Stile Mattarella di ieri, per capirsi. Insomma, il ‘Renzi solo contro tutti’, sul caso Visco, “non ci aiuta – dicono al Nazareno come nei ministeri presidiati da big del Pd – “anzi ci rende molto più difficile proporci come forza di governo”. E la considerazione dei renziani ortodossi (Boschi, Lotti, Bonifazi: il ‘giglio magico’, insomma) che “solo così strapperemo sempre più armi elettorali ai grillini e ai sovranisti” non consola i big dem.

 

Inoltre, a spargere sale sulle ferite, c’è un altro dato: la mozione del Pd, quella “prima versione”, dai toni ancora più duri, era conosciuta solo nel giro più stretto del renzismo. Mezzo governo ne era all’oscuro – tranne la sottosegretaria Boschi, che l’avrebbe ‘dettata’ alla sua fedelissima e prima firmataria della mozione parlamentare dem, Silvia Fregolent,  tre quarti di Pd pure. Della tempesta perfetta che stava per scatenarsi sapevano in tre: Renzi, il “giglio magico” in quanto tale (Lotti, Bonifazi, Richetti), ormai da tempo un’entità a sé, e il capogruppo Pd alla Camera Rosato, forse il vice Guerini. La ministra ai Rapporti al Parlamento, Anna Finocchiaro, è “furibonda” perché – dice lei, ma il giorno dopo – “non sapevo nulla”, la presidente della Camera, Laura Boldrini, cade a sua volta dalle nuvole (ma le mozioni passano tutte sulla sua scrivania, prima di essere discusse, qualcosa doveva sapere), l’ufficio di presidenza del gruppo dem alla Camera non c’era o, se c’era, dormiva e un deputato dem, il romano Miccoli, raggiunge l’apoteosi del tartufismo politico e vince il premio faccia di bronzo dicendo che “ho votato una cosa che non ho capito, chiedo scusa a tutti”.

 

In ogni caso, le reazioni di rigetto sono proporzionate alla gravità dell’atto. Veltroni è glaciale: la mozione Pd è “incomprensibile e ingiustificabile”. Poi, in Transatlantico, il suo braccio destro, Walter Verini, spiega “Veltroni parla per difendere l’istituzione di BankItalia”, ma le parole di Veltroni feriscono, e molto, Renzi. Napolitano parla di “cose deplorevoli”. Zanda, che ieri ha parlato fitto fitto con Gentiloni per venti minuti, nell’aula del Senato, scudiscia: “Mozioni così meglio non farne”. L’area del ministro Orlando, tramite il suo portavoce, Andrea Martella, chiede la convocazione dell’assemblea del gruppo “perché bisogna fare chiarezza su un percorso non lineare”, ma i buoi sono scappati e fare un’assemblea a posteriori su un voto già dato suona, francamente, abbastanza ridicolo.

 

Chi resta a difendere il soldato Renzi in pubblico? Il renzianissimo senatore dem Andrea Marcucci e pochissimi altri (tipo Rosato). Parla, però, il presidente del partito, e leader dei Giovani turchi, Orfini: “La mozione l’ho condivisa e l’abbiamo limata con il governo. Comunque, certe reazioni mi sorprendono: solo il Papa è infallibile per chi crede e Visco non è il Papa” sibila. Già, peccato che, da ieri, Visco in Italia sia diventato più intoccabile del Papa.

NB: L’articolo è uscito sul Quotidiano Nazionale a pagina 2 del 19 ottobre 2017. 


mattarella

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

2. L’irritazione e lo sconcerto del Quirinale per l’attacco di Renzi e del Pd a Visco. 

Non ne sapevamo nulla. Abbiamo letto della mozione del Pd sulle agenzie”. Clic. Dire che il Capo dello Stato è “sconcertato” e “irritato” per l’attacco a freddo, e del tutto imprevisto, che il Pd ha portato al governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, è dire poco.
Eppure, Mattarella ha ‘coperto’ il Pd, sulla nuova legge elettorale. Al prezzo di dover subire una campagna – pressante, fastidiosa e peraltro solo agli inizi – contro il Rosatellum delle opposizioni. Le quali giudicano “incostituzionale” la nuova legge e che, presto, andranno a manifestare la loro contrarietà proprio sotto il Colle al grido di
“Mattarella non la firmare!”. Morale: un atto di stupidità unito a un atto di scorrettezza è, per il Colle, davvero inaccettabile.

Certo, il governo Gentiloni ha provato – e, in parte, è riuscito – a ammorbidire la mozione presentata dai dem su richiesta di Renzi, ma è dal Presidente della Repubblica che arriva l’altolà più deciso. “Le prese di posizione riguardanti la Banca d’Italia – spiega il Quirinale in una nota concessa, in esclusiva, all’agenzia Reuters, agenzia di stampa estera, tanto per stare a significare quanto al Colle ritengano grave la mossa del Pd per le sue possibili ripercussioni sui mercati italiani e, soprattutto, internazionali – devono essere ispirate ad esclusivi criteri di salvaguardia dell’autonomia e dell’indipendenza
dell’Istituto nell’interesse della situazione economica del nostro Paese e della tutela del risparmio degli italiani e che a questi principi si deve attenere l’azione di tutti gli organi della Repubblica, ciascuno nel rispetto del proprio ruolo”. Insomma, tradotto dal ‘quirinalese’, il Colle, nella precisa persona di Mattarella, è “sconcertato e irritato”.

Fuori dall’ufficialità del comunicato, per quanto duro esso sia, ambienti vicini al Capo dello Stato spiegano così la sua irritazione: “Uno. La mossa del Pd è una scorrettezza istituzionale. La nomina di Visco non passa dal Parlamento e la mozione è solo una non richiesta e inutile invasione di campo. Due, arriva nel momento sbagliato perché –
spiegano le stesse fonti – proprio in queste ore, giorni e mesi abbiamo un contenzioso aperto, e molto difficile, con la Ue, in particolare sul delicato tema dei crediti deteriorati.  Terzo – e qui la fonte del Colle si fa quasi amara – se qualcuno pensava di convincere Visco a non restare al suo posto, e in fondo lui stesso aveva fatto capire che non avrebbe fatto le barricate, ora è impossibile rimuoverlo. Visco resta dov’è. Bravi, bel risultato”.

L’altro, paradossale, risultato è che la querelle tra Pd e BankItalia è scoppiata ieri mentre Renzi era in viaggio per la prima tappa del suo viaggio per l’Italia. Il leader dem prima si è limitato a dire “per me parla Richetti” , ma il portavoce della segreteria dem è stato
altrettanto duro e via così: per l’eterogenesi dei fini, lo scontro tra Pd e BankItalia ha coperto, mediaticamente, tutti i temi del treno di Renzi. Oltre, appunto, a far “irritare”,  e molto, il Colle.

NB: L’articolo è stato pubblicato a pag. 3 del Quotidiano Nazionale il 18 ottobre 2017

Legge elettorale, il retroscena. Il triangolo Renzi-Gentiloni-Mattarella ha funzionato come un metronomo

mattarella

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

Ettore Maria Colombo – Roma

“Siete sicuri? Siete davvero convinti? Bene, non sarò certo io a mettermi di traverso”. La telefonata del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, arriva a metà mattina al premier, Paolo Gentiloni, che risponde convinto: “sì Presidente, sulla legge elettorale mettiamo la fiducia”. A Gentiloni, invece, poche ore prima, verso le dieci, era arrivata la telefonata del capogruppo del Pd alla Camera, Ettore Rosato: il padre del Rosatellum 2.0, che del suo cognome porta il nome, aveva appena finito di illustrare ai partner della maggioranza di governo “l’assoluta necessità” di porre la fiducia “altrimenti tra emendamenti, voti segreti, franchi tiratori, rischiamo che salti tutto”. Rosato chiede, Gentiloni conviene, l’ok di Mattarella c’è. E quello di Renzi? Ovviamente. Il leader dem preferisce non comparire nella trama della giornata e mantiene il low profile, ma li incita (Rosato, Gentiloni): “Questo è l’ultimo treno che passa – spiega loro – per evitare di votare con i due moncherini del Consultellum. Facciamo di tutto per non perderlo”. Fiducia dunque è e fiducia, oggi, sarà, anche se la voteranno solo i partiti che fanno parte della maggioranza di governo (Pd-Ap-Civici e Innovatori-Popolari Demos-Psi-Autonomie-altri pezzi del gruppo Misto) e non la maggioranza che ha dato vita al ‘patto a 4’ (Pd-Ap-FI-Lega) sul Rosatellum. perché Lega e FI, pur d’accordo con il Pd che venga messa, si limiteranno ad astenersi (o, forse, a uscire dall’Aula) ma voteranno, poi, il provvedimento finale.

Ma la scelta di mettere la fiducia non solo è frutto di una perfetta triangolazione tra Renzi, Gentiloni e Mattarella, ma è precedente a ieri: va retrodatata almeno al 19 settembre, quando il Rosatellum era ancora in commissione. Renzi è convinto che “senza fiducia la legge elettorale non passa”. Gentiloni, di fronte alla richiesta, non si mostra né restio né recalcitrante. Solo Mattarella continua a ripetere agli altri due suoi interlocutori: “Ci avete pensato bene?”. Poi, lunedì, davanti agli 200 emendamenti delle opposizioni (160 sarebbero stati a voto segreto) Pd e governo tirano le somme. E così Rosato alza il telefono, chiama il premier e fa la richiesta.

Gentiloni riunisce a spron battuto il cdm: i presenti – tranne il Orlando, che si dice “assai perplesso” – sono tutti già convinti, Martina perora la causa e il ministro Minniti parla secco di “dovere istituzionale” chiudendo di fatto ogni discussione. La fiducia è così autorizzata, la Finocchiaro va in Aula e la pone. La vulgata che vuole Gentiloni perplesso o tentennante è falsa: “Quando insediò il suo governo – spiegano i suoi – disse che il governo non sarebbe stato attore protagonista, sul tema, ma anche che avrebbe ‘accompagnato e facilitato’ il percorso di una legge. Senza una legge nuova, il governo dovrebbe lo stesso intervenire, e per di più con un decreto, per armonizzare il Consultellum. La maggioranza ci ha chiesto un atto di responsabilità – continuano da palazzo Chigi – il Colle ha avallato, noi l’abbiamo fatto”. Ma è il Colle, appunto, la chiave di volta dell’operazione fiducia. Mattarella fa sapere, tramite una nota ufficiosa del Quirinale, che “il Presidente non interviene né sul merito del testo né sull’ipotesi del voto di fiducia, che attiene al rapporto Parlamento e governo”, ma la nota sottolinea che “l’adozione di una legge elettorale largamente condivisa” è sempre stata una delle priorità del Colle. E questa, fanno notare dal Quirinale come da palazzo Chigi, lo è: ha l’avallo di FI e Lega che non voteranno la fiducia, ma il testo finale sì, e che hanno chiesto, a loro volta, di mettere la fiducia. “L’ultimo treno” dicono all’unisono Renzi, Gentiloni e Mattarella.

Resta da dire di un ex presidente della Repubblica, ora emerito, Giorgio Napolitano: nel sostenere, proprio ieri, con una nota diramata, guarda caso, ieri mattina, che “bisogna cancellare” dal Rosatellum “l’indicazione del capo politico” nella “compilazione delle liste elettorali” perché “è incompatibile con i nostri equilibri costituzionali”. Inoltre, Napolitano chiede “il più largo consenso” sulla legge elettorale e “si riserva” di valutarla e votarla quando il testo arriverà al Senato. Ma al di là del fatto che “l’indicazione del capo politico” era contenuta già sia nel Porcellum (approvato da Napolitano) che nell’Italicum (e mai Napolitano eccepì su tale norma), “viene il sospetto – fanno notare amari e con malizia diversi renziani di alto rango – che sia mosso solo dal volere attaccare tutti insieme, Renzi, Gentiloni e, soprattutto, Mattarella”, il quale – a differenza dell’ipotesi ventilata da Napolitano – non avrà nulla da eccepire, sul Rosatellum, quando e se arriverà sul suo tavolo per la firma.

Cosa succederà, una volta che (e se) il Rosatellum sarà passato alla Camera? Il Pd e il governo hanno intenzione di andare a spron battuto anche al Senato: dal 19 ottobre il testo potrebbe già arrivare in Commissione Affari costituzionali e, dal 23 ottobre, arrivare in Aula, dove – a causa della sicuramente enorme mole di emendamenti che saranno presentati dalle opposizioni – verrà probabilmente anche qui messa la fiducia. In teoria non servirebbe, perché al Senato i voti segreti, in materia di legge elettorale, non sono ammessi, ma non si sa mai. Meglio ‘blindare’ il Rosatellum. E votarlo in via definitiva al Senato, senza toccare un solo articolo pena ‘navetta’ con la Camera, prima che, il 5 novembre, si svolgano le elezioni regionali in Sicilia. E anche su questo punto e tale timing il trinagolo Renzi-Gentiloni-Mattarella è stato perfetto.

NB: L’articolo è stato pubblicato l’11 ottobre 2017 a pagina 6/7 del Quotidiano Nazionale

Legge elettorale, il Colle preme per la riforma, a Renzi va bene quello che c’è: la strada ora è il ‘listone’ da Alfano a Pisapia

mattarella

Sergio Mattarella, XII presidente della Repubblica italiana

Il presidente della Repubblica Mattarella, da buon siciliano, sa che la sua regione è, da sempre, un “laboratorio” della politica nazionale. Dunque segue con attenzione e preoccupazione, sia pure con discrezione, l’evolversi dello scenario politico in vista delle elezioni del 5 novembre. Ai blocchi di partenza, i poli sono quattro: M5S, centrodestra, centrosinistra e sinistra-sinistra, ma la legge elettorale siciliana è molto particolare: prevede, oltre a uno sbarramento regionale al 5%, un premio di maggioranza al primo arrivato, a prescindere dalla percentuale, del 10%. Vuol dire 7 seggi sui 70 dei componenti dell’Ars, l’assemblea regionale siciliana. Per poter governare l’isola, chi vince deve cioè prendere almeno 29 seggi per ottenerne 36, grazie al premio di maggioranza, e lasciarne gli altri 63 alle opposizioni. Ma con il 33-35% dei voti un partito o una coalizione può aspirare a ottenere circa 25 seggi (32 con il premio): troppo pochi per governare con relativa, immediata, paralisi istituzionale. Il rischio impasse, dunque, è altissimo. Come pure, per il Colle, che vinca una forza ‘inalleabile’ come l’M5S.

Per tutti questi motivi il Capo dello Stato è intenzionato a riprendere presto il pressing sui partiti affinché si scriva, in tempi ragionevoli, una buona legge elettorale nazionale. Al Colle piaceva e piace il sistema tedesco scelto dal Pd, ma che è naufragato al primo scoglio dell’Aula alla Camera e di cui si riprenderà a discutere, ma in commissione, dal 6 settembre: 5% di sbarramento, nessun premio di maggioranza, né di lista né di coalizione, che il Colle ritiene ‘destabilizzanti’ e/o ‘inefficaci’, e larghe possibilità di intesa tra forze ‘costituzionali’ dopo il voto. Solo che, il sistema tedesco, al Pd di Renzi oggi non piace più. Infatti, è il sistema attuale, derivante dalle due sentenze della Consulta che hanno abrogato sia il Porcellum che l’Italicum che ora torna a calzare a pennello al Pd. Alla Camera scatta un premio di maggioranza se si arriva al 40%: per agguantarlo il Pd – come ha appena fatto in Sicilia – offrirà presto un patto sia ai centristi (Casini e Alfano) sia alla sinistra di Pisapia e altre forze minori (Verdi, Idv, liste civiche) che li veda tutti uniti in un grande listone unitario, una sorta di ‘Democratici e Moderati’. Al Senato, invece, dove sono previste le coalizioni, il Pd lascerà che centristi da un lato e Campo progressista dall’altro corrano con i loro simboli perché lo sbarramento è al 3%, se si corre in coalizione, come alla Camera, e non al ben più proibitivo 8%, soglia ostica per formazioni come Mdp che, anche se facessero il pieno a sinistra, il leader dem vuol provare a ‘segare’ . Resta un altro braccio di ferro, con il Colle: il timing della data del voto. Il Quirinale vorrebbe sfruttare fino in fondo il fattore tempo: solo sciogliendo le Camere attuali alla data limite, il 15 marzo 2018, si guadagnerebbero mesi utili per scrivere una nuova legge elettorale, visto che non si voterebbe prima di aprile/maggio (da 45 a 70 giorni è il tempo necessario per convocare i comizi elettorali). Invece Renzi vuol votare prima, al massimo a marzo, con lo scioglimento ‘tecnico’ dell’attuale legislatura a dicembre, o a gennaio, al massimo, così da votare non oltre marzo 2018, a impedendo che il Parlamento sia tentato di accordarsi su altro, legge elettorale in testa. Gentiloni, da questo punto di vista, non vuole ‘mettersi in mezzo’ e anche a costo di dare un dispiacere al Colle sarebbe pronto a farsi da parte quando il Pd lo riterrà necessario.

NB: Questo articolo è stato pubblicato su Quotidiano Nazionale del 31 agosto 2017.