Due articoli in uno. Renzi controllerà il partito se prende il il 60%. Rilancio sulla legge elettorale: la proposta del Pd è in lavorazione

Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

Ettore Maria Colombo – ROMA

1. Per blindare la sua maggioranza Renzi deve prendere almeno il 60% di voti.

“Voglio una squadra compatta e coesa su cui poter contare perché nei prossimi mesi ci giocheremo molto e su molti tavoli, dalla legge elettorale alla manovra”. Matteo Renzi è stato molto chiaro, con i suoi, nella composizione delle liste (si vota in collegi uninominali ma sulla base di liste bloccate e con metodo proporzionale) che appoggiano la candidatura alle primarie dell’ex segretario il 30 aprile. In effetti, Renzi ha un problema e questo problema si chiama 60%. Infatti, se l’ex premier aspetta, senza particolari patemi, il bagno di popolo che dovrebbe consacrarlo di nuovo segretario del Pd, il 30 aprile, non è indifferente la percentuale con cui riuscirà ad arrivare primo. Per godere di una maggioranza ‘blindata’ in Assemblea nazionale – il luogo deputato a consacrarlo segretario il prossimo 7 maggio – e, di conseguenza, nella nuova Direzione nazionale del Pd, quel numeretto – 60% – è fondamentale. Sopra di esso, Renzi potrà dettare legge, nel partito e fuori, avanzando le proposte che vuole. Sotto quella cifra dovrà, invece, venire a patti non tanto con i suoi due competitor, Orlando ed Emiliano, ma con la sua maggioranza. Una maggioranza composita: ne fanno parte due correnti ‘leali’al leader (quella del suo vice, Martina, e i Giovani Turchi di Orfini) e una di ‘tiepidi’, quella guidata dal ministro Dario Franceschini.

Ecco perché, nel silenzio dei media, i due più fidati colonnelli di Renzi, il ministro Lotti e il vicesegretario dem, Lorenzo Guerini, hanno svolto, nella composizione del listone pro-Renzi, il loro lavoro con precisione chirurgica e pazienza certosina. Sui mille componenti elettivi dell’Assemblea nazionale, il calcolo dei colonnelli renziani è stato, tuttavia, un po’ ottimistico: la stima del 60-63% – cioè la cifra percentuale con cui Renzi dovrebbe vincere le primarie – si tradurrebbe in una maggioranza pro-Renzi di circa 630/640 delegati, ben al di sopra della maggioranza assoluta (501 voti) necessaria per governare l’assemblea. Se la vittoria si attesterà su quei numeri, Renzi è in una botte di ferro: godrebbe, infatti, di 420/430 fedelissimi contro i 55 di Orfini, i 60/62 di Martina e ‘soltanto’ 85/95 riconducibili a Franceschini. Peraltro, la composizione delle liste congressuali ha anche creato non pochi traumi e liti. La compagna di Franceschini, Michela De Biase, capogruppo dem nel consiglio comunale capitolino, per dire, ha perso la battaglia a Roma e nel Lazio: ha dovuto far posto, a scapito dei suoi, ai renziani come pure a popolari e veltroniani. Ma pure ‘martiniani’ e Giovani Turchi sono usciti ridimensionati, specialmente al Sud, dove sono i renziani a farla da padrone. Il numero dei renziani doc resta, in teoria, sotto la maggioranza assoluta (501), ma ai mille componenti elettivi vanno aggiunti i circa 400 membri di diritto, così suddivisi: ministri, membri della commissione di garanzia e commissione congresso, venti segretari regionali e cento parlamentari, tutti ambiti dove i renziani godono di larga maggioranza.

I calcoli, però, sono basati sul 60% e più di vittoria alle primarie. Non è detto che Renzi raggiunga asticella, a prescindere anche dal dato dell’affluenza (alle primarie, ovviamente, non esiste quorum!). Molto dipenderà dalle performances dei suoi due avversari oltre che dall’affluenza. I sondaggisti la stimano ‘intorno’ ai due milioni o, forse, molti meno (un milione e sei/uno e otto). Intanto, la lista che fa capo a Michele Emiliano è stata esclusa, su insindacabile giudizio della commissione congressuale (la decisione finale è stata rinviata a stamane perché assai delicata), dalla possibilità di poter correre in Liguria e Lombardia, tranne che in un solo collegio ligure (su sei) e in cinque (su trenta) collegi lombardi. Un colpo duro, per Emiliano, che peraltro fa vedere  più vicina la ‘soglia 60%’ a Renzi.


 2. Renzi rilancia sulla legge elettorale e apre la strada all’accordo coi 5 Stelle. 

 

Matteo Renzi parla, in modo ossessivo, dei 5 Stelle: loro attacca e a loro fa proposte (in questo caso sfidandoli sulla legge elettorale). Anche perché sa che il principale schieramento anti-establishment (vero o falso che sia) del Paese è l’unico che può sostenerlo nella sua battaglia campale, ancorché sia ancora una drole de guerre, una guerra non dichiarata: ottenere elezioni politiche anticipate. Inoltre, Renzi vorrebbe incrociare le lame, in tv, solo con i leader di penta stellati (Grillo, in particolare, o Casaleggio, ma vanno bene pure Di Maio o Di Battista: è convinto di mandarli tutti ko). I suoi due competitor alle primarie (Orlando ed Emiliano) non li considera degni neppure di fargli da sparring partner. Infatti, il solo confronto con loro resta quello già fissato su Sky il 26 aprile. Non se ne terranno altri, tantomeno in Rai. In merito alle primarie, che Renzi considera già vinte, resta solo l’ombra sulla (scarsina) voglia di partecipazione registrata sinora. I sondaggisti stimano un tetto massimo di due milioni, forse molti meno (1.600 mila/ 1.800 mila al massimo, pare), il che vorrebbe dire un milione secco in meno rispetto alle primarie 2013.

Intanto, fioccano le polemiche tra Renzi, Emiliano e Orlando sui confronti in tv: il solo in agenda è quello su Sky, che si terrà il 26 aprile, ma Orlando ed Emiliano chiedono almeno uno, o più confronti, anche sulla Rai. La mozione Renzi ribatte: “Anche con Bersani ce ne fu uno solo”. Intanto, sabato prossimo Renzi sarà a Bergamo con Martina, il 25 aprile lo festeggerà a Milano, il 28 aprile la mozione Renzi terrà una manifestazione a Bruxelles al grido di “Europa sì, ma non così”.

Nell’attesa, Renzi va avanti nella sua campagna e fa – quasi tutto –  da solo. Ieri è tornato a parlare in tv, dopo la pausa pasquale, stavolta sulle reti Mediaset, nel talk-show Matrix, condotto da quel Nicola Porro che, quando conduceva Virus su Rai 2, ebbe con Renzi non pochi attriti fino al punto da lasciare il programma. In attesa di tornare a giocare a braccia di ferro con le (tante) istituzioni che non vogliono mandare il Paese a elezioni anticipate (il Colle, le Camere e i parlamentari, Confindustria, la Cei, la Ue), Renzi ha bisogno di avere in mano, a mo’ di spada di Damocle, una legge elettorale, se non nuova di zecca, operante.

La via lunga, sulla strada della nuova legge elettorale, è cercare una (faticosa) mediazione con Berlusconi, che vuole i capolista bloccati, ma anche il premio alla coalizione: il che vorrebbe dire costruire una legge elettorale nuova di zecca, ma anche perdere molto tempo per trovare difficili convergenze in Parlamento (in ogni caso il Pd farà una proposta compiuta, sul tema, ma solo dopo l’8 maggio). La via breve è accordarsi con i 5Stelle sfruttando quello che c’è: l’Italicum alla Camera, con premio alla lista e sbarramento al 3%, e il Consultellum al Senato (nessun premio, se non quelli regionali indotti, e soglie diversificate: 20%, 8%, 4%).

Ieri, Renzi ha imboccato la via breve. A Matrix ha detto – oltre a riempire di contumelie l’M5S per le sue strambe idee sui vaccini – che è pronto a sfidare e ad andare a vedere le carte di Grillo. L’ex segretario ha ribadito la sua disponibilità a sgombrare dal tavolo i capolista bloccati (che tutti i partiti, M5S compresi, vogliono) ed è disponibile a “votare la legge che dice Grillo” (il Legalicum) o “a estendere l’Italicum al Senato” (è, in pratica, la stessa cosa). “A parte il sorteggio, mi va bene tutto – motteggia Renzi – ma chi ha vinto il referendum non può dire solo dei No”. L’obiettivo è duplice: stanare i grillini per dimostrare che, in realtà, “non vogliono alcuna riforma”, nota il costituzionalista Ceccanti, e far scendere Berlusconi a più miti consigli e, insieme, mettergli fretta.

I suoi due competitor fanno fuoco di sbarramento pure su questo. Emiliano – ieri riammesso in un collegio su 6 in Liguria e in soli 5 su 30 in Lombardia – dice no ai capolista bloccati e vagheggia impossibili ritorni al Mattarellum, cui tutti i partiti hanno detto no. Orlando scrive, via Twitter, che sull’ipotesi di estendere l’Italicum al Senato “non ci metto la firma”, un modo elegante per dire di no a Renzi. I suoi 31 senatori (di Orlando) hanno presentato una proposta di legge, a prima firma Vannino Chiti, che ripropone collegi uninominali, ma con riparto proporzionale, soglie di sbarramento basse, premio fissato al 10%. E’ destinata a restare lettera morta. “Le primarie le vince Matteo”, dicono i renziani, “e dall’8 maggio in poi, i giochi li conduciamo noi”, chiosano. In ogni caso, proprio ieri, il Pd ha riproposto – in sede della I commissione Affari costituzionali della Camera con l’on. Fiano – tre punti per una nuova legge elettorale che Quotidiano nazionale aveva anticipato cinque giorni fa (articolo rintracciabile su questo blog lo scorso 18 aprile 2017): premio alla lista da estendere dalla Camera al Senato, per garantire governabilità, reintroduzione dei collegi uninominali in luogo delle preferenze e armonizzazione delle soglie di sbarramento introducendo un’unica soglia al 5%.

NB: I due articoli sono stati pubblicati sul Quotidiano Nazionale il 19 aprile (a pagina 13) e il 20 aprile (a pagina 13). 

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Renzi difende Lotti: “basta bugie, ora querelo”. Tensione tra renziani e Zanda

L’ex premier passa al contrattacco «Basta bugie, ora querelo». Tensione con il governo
Ettore Maria Colombo – ROMA
luca lotti
«NON accettiamo lezioni di moralità da un pregiudicato», dice Luca Lotti in Senato, ma sembra che stia parlando Matteo Renzi. Che davanti alla tv sbotta così: «Questo è solo fango e gogna mediatica per colpire il Pd». Renzi annuncia anche, nel ‘Matteo risponde’ che scrive la sera, a risultato del voto su Lotti acquisito, che «depositerò alcune querele molto corpose. Nelle prossime settimane mi divertirò un po’ anche io. Se dici una cosa – aggiunge, riferito al blog di Grillo – che non sta né in cielo né in terra, ti presenti in tribunale e ne rispondi». Poi rincara la dose contro Di Maio e Di Battista: «Faccio loro un appello, rinuncino all’immunità parlamentare, si facciano processare sulle querele ricevute. Hanno insultato delle persone ed è giusto ne rispondano. Come su Stefano Graziano (deputato dem), accusato di cose orribili in modo vergognoso». Poi annuncia che il vicesegretario Lorenzo Guerini coordinerà la mozione Renzi, che il deputato Richetti ne sarà il portavoce (quello, in sostanza, da mandare in video, Guerini farà la politica) e che il deputato Michele Anzaldi – watch dog del renzismo rispetto al mondo dei media – guiderà la comunicazione della mozione stessa mentre Filippo Sensi, suo allievo, resta a Palazzo Chigi con Gentiloni per evitare doppi ruoli che potevano creare imbarazzi a entrambi.

 

RENZI è, ovviamente, soddisfatto del voto ‘bulgaro’ (161 voti contrari, il quorum dell’Aula) con cui il Senato ha respinto la mozione contro l’amico e ministro Luca Lotti. «Su Luca metto la mano sul fuoco», spiega e ripete ai suoi. Pare abbia fornito, Renzi, anche preziosi suggerimenti: l’eco del discorso di Renzi, nelle parole di Lotti, si sente. E pure nel discorso a difesa del senatore Andrea Marcucci. Poi, certo, arriverà la dichiarazione di voto del capogruppo dem, Luigi Zanda, che tiene un perfetto, e nobile, discorso di difesa, ma i rapporti tra Renzi e Zanda sono pessimi. Zanda è sospettato di ‘governismo’ pro Gentiloni e pro Mattarella e, a oggi, non ha firmato la mozione congressuale di Renzi. I renziani arrivano a dire che voterà per Orlando, anche se già all’altro congresso votò Cuperlo. I suoi dicono che Zanda «ha un ruolo delicato e per questo deve restare terzo, senza parteggiare per nessuno: guida un gruppo parlamentare dove i senatori con un piede fuori dall’uscio sono oltre dieci». Ma Rosato, capogruppo alla Camera, si è schierato eccome, per Renzi, e i renziani, sospettosi, dubitano della lealtà di Zanda. Si racconta, al Senato, di uno scontro al calor bianco tra i due: Renzi premeva per mettere in piedi, in funzione anti D’Alema e Mdp, una commissione d’inchiesta sulle banche, Zanda frenava, puntava i piedi. Volarono anche parole forti, ferite mai sanate.

MARCUCCI, intanto, già nel discorso dal banco del gruppo Pd dice che Marroni, l’ad di Consip, è uomo di Enrico Rossi, governatore toscano, leader di Mdp. Poi, in Transatlantico, si sfoga con un collega: gli scissionisti «sono dei vigliacchi, la loro mozione non avranno mai il coraggio di presentarla». La mozione di Mdp sarà dichiarata inammissibile, ma il guaio è – dice Renzi ai suoi – «che quelli giocano a tirare la corda contro il governo». E – si aggiunge ai piani alti del Nazareno – «se vanno avanti così, un giorno sui voucher, l’altro contro Lotti, con gli ultimatum, è la vita e la tenuta del governo che mettono a rischio».

Ma nei confronti dell’azione di Gentiloni, non è che i renziani ci vadano molto più teneri. «Il premier attuale deve sapere, e glielo diremo – si sfoga un senatore del Sud, renzianissimo – che non può deflettere dalla linea di Matteo, quella che dice niente tasse e niente nuovi sacrifici, manovrine e manovrone. Pagherà un prezzo? Che lo paghi. Come lo abbiamo pagato noi». Sarà un caso, ma a proposito di scelte di governo, ieri sera Renzi ha ribadito che evitare l’aumento dell’Iva «è la sua battaglia», che lo sia pure di Gentiloni.
NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 3 del Quotidiano Nazionale il 16 marzo 2016. 

3) Nuove regole per gli organi di garanzia (quorum Capo dello Stato e Consulta), nuovi quorum per i referendum abrogativi e leggi di iniziativa popolare. Speciale riforma costituzionale n. 3)

IL 4 DICEMBRE i cittadini italiani saranno chiamati a votare, secondo la procedura prevista dall’art. 138 della Costituzione (referendum confermativo, ovvero senza necessità di quorum), per il referendum costituzionale. Dunque, con un Sì o con un No, si potrà esprimere il proprio voto pro o contro la riforma del Senato. Il testo della riforma costituzionale è stato approvato dal Parlamento dopo sei letture (la famosa ‘navetta’): l’iter è iniziato al Senato l’8 aprile 2014 e si è concluso alla Camera il 12 aprile 2016. La riforma incide su 47 dei 139 articoli della Costituzione. In quattro puntate illustriamo i contenuti principali della riforma: lunedì scorso la composizione del Senato; ieri i poteri e le funzioni delle Camere; oggi gli organi costituzionali e i referendum; domani il rapporto Stato-Regioni e l’abolizione di Cnel e Province.

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L’aula di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica

LA RIFORMA costituzionale del governo prevede anche una serie di altre modifiche all’ordinamento della Repubblica e alla Costituzione, in particolare per quello che riguarda i quorum per l’elezione del Presidente della Repubblica, i referendum abrogativi e le leggi di iniziativa popolare.

L’elezione del Presidente della Repubblica (art. 83)
Se la riforma sarà approvata, il Capo dello Stato continuerà ad essere eletto in seduta comune da entrambi i rami del Parlamento. Ma dato che il Senato sarà composto, nella sua nuova formulazione, da cento membri (74 consiglieri regionali, 21 sindaci, 5 senatori nominati dal Capo dello Stato per 7 anni), la platea di Grandi elettori sarà di 730 membri (630 deputati più cento senatori, in realtà 731: c’è un ex Capo dello Stato membro di diritto). Inoltre, proprio perché nel futuro Senato siederanno i consiglieri regionali vengono esclusi, dalla platea dei Grandi elettori, i delegati delle Regioni che, nella composizione attuale della platea portavano i Grandi elettori a mille circa (nel 2015 furono 1008: 630 deputati + 321 senatori + 58 eletti scelti dai consigli regionali).
Paradossalmente, a causa dell’ultima legge elettorale in vigore dal 2006, il Porcellum (abrogato dalla Consulta nel 2013), una maggioranza politica forte di una maggioranza semplice tra Camera e Senato o di una maggioranza assoluta nella sola Camera, poteva eleggersi il Capo dello Stato da sola. Regole scritte ai tempi del proporzionale della Prima Repubblica, infatti, oggi (art. 83) serve la maggioranza dei due terzi dei componenti ma, dal quarto scrutinio in poi, basta la maggioranza assoluta.
Eppure, nel 2013, la rielezione di Napolitano (primo caso nella storia repubblicana di rielezione) fu dovuta al fatto che i vari partiti non riuscivano a mettersi d’accordo. E pur eletto Napolitano (2013) al VI scrutinio e Mattarella (2015) al IV, ci sono stati casi in cui ci sono voluti moltissimi scrutini per elegggere un Capo di Stato fino al massimo di 23 per eleggere Leone (1971).
Con la riforma non solo cambia la platea dei Grandi elettori, che scende da 1008 a 730, ma cambiano i quorum. Nei primi tre scrutini sarà necessaria la maggioranza dei due terzi dei componenti, dal quarto scrutinio in poi la maggioranza dei tre quinti sempre dei componenti, mentre dal settimo in poi basterà la maggioranza dei tre quinti, ma dei presenti in aula. Uscire dall’aula, dunque, non peserà più come ora: basterà la maggioranza dei votanti e non più dei componenti per l’elezione, ma perché il voto sia valido dovrà essere presente la metà più uno degli aventi diritto (366 su 730).
Alcuni eccepiscono che, con la nuova legge elettorale, l’Italicum, a una manciata di deputati superiore ai 340 deputati (dati dal premio di maggioranza alla Camera) sarebbe possibile eleggere il nuovo Capo dello Stato con i tre quinti dei votanti dal VII scrutinio. Ma la ‘colpa’ sarebbe degli altri 400 assenti al momento del voto.

Elezione dei giudici della Consulta e del Csm (art. 135)
Con la riforma cambia anche la modalità di elezione dei giudici della Coste costituzionale. Oggi, infatti, il Parlamento sceglie, in seduta comune, 5 giudici su 15 (altri 5 sono nominati dal Capo dello Stato e 5 dalle alte magistrature). Con la riforma, i giudici non saranno più eletti in seduta comune ma con votazioni separate: due dal Senato, tre dalla Camera. La scelta è dovuta alla necessità, causa la sproporzione tra Camera e Senato, di garantire di più il Senato. Per eleggere i membri laici del Csm i quorum restano identici.

Le leggi elettorali (artt. 73 e 134)
Alla Consulta la riforma conferma (art. 134) il potere di giudizio preventivo della legge elettorale (compresa l’attuale, l’Italicum), già previsto nel nuovo articolo 73. Ed è l’art. 73 che specifica come si fa ricorso: entro 10 giorni dall’approvazione, un terzo dei senatori o un quarto dei deputati (norma fatta chiaramente a favore di una o più minoranze parlamentari) può fare ricorso. La Consulta avrà 30 giorni di tempo per emettere il verdetto che, se negativo, vieterà l’entrata in vigore della legge elettorale.

Referendum e leggi di iniziativa popolare (artt. 71 e 75)
Cambiano le norme sui referendum. Quello abrogativo, cui si ricorre per abolire in parte o per intero una legge, rimane com’è ora, ma cambiano i quorum per renderlo valido: con 500mila firme serve la maggioranza degli aventi diritto al voto alle politiche, ma se si raggiungono le 800mila firme il quorum si abbassa al 50,1% dei votanti alle ultime elezioni politiche (esempio: Politiche 2013: affluenza 75%, quorum referendario 38% circa). Resta il divieto di proporre referendum su leggi tributarie e di bilancio, amnistie, indulto e trattati internazionali.
La novità riguarda l’introduzione dei referendum ‘propositivi’, per introdurre nuove leggi, e ‘d’indirizzo’ (artt. 71 e 75 della Costituzione), ma si tratta di innovazioni, per ora, solo teoriche perché le modalità di funzionamento di entrambi questi istituti sono demandate, se approvata la riforma costituzionale, a una nuova legge costituzionale e a nuove leggi bicamerali ordinarie di attuazione degli stessi.
Novità anche per le leggi di iniziativa popolare: oggi per presentarne una servono 50mila firme, con la riforma saliranno a 150mila ma la legge d’iniziativa popolare dovrà essere esaminata e votata dal Parlamento (oggi è una facoltà). Saranno però i futuri regolamenti parlamentari a stabilire i tempi: per ora la novità è solo sulla carta.

La curiosità. L’Italicum, la legge elettorale già morta prima di essere nata

La nuova legge elettorale, l’Italicum, è valida solo per la Camera dei Deputati ed
è in vigore dal I luglio 2016, ma sul suo capo pende il giudizio di legittimità della Consulta che, con sentenza attesa a fine gennaio, può giudicarla incostituzionale, tutta o in parte, abrogandola prima che venga mai usata.

Ecco il grafico da me preparato, scritto e pubblicato su Quotidiano Nazionale:

terza_puntata

(3-continua)

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 30 novembre 2016 a pagina 12 (http://www.quotidiano.net)

L’Armata Brancaleone del “Fronte del No” (a Renzi) ha perso la sua prima battaglia referendaria e già litiga al suo interno in vista del referendum istituzionale di ottobre: 3 articoli ‘al prezzo’ di uno

i simboli dei diversi partiti italiani alle Europee

I simboli dei principali partiti politici presenti alle Elezioni Europee del 2014

1) La marcia dell’Armata Brancaleone. Grillo e Salvini, Sel e sinistra dem

hanno fatto ‘flop’, ma già si preparano alla battaglia su altri referendum.

ROMA
ERNESTO CARBONE, (deputato dem, renzianissimo, fino all’altro ieri era prodianissimo, poi lettianissimo, insomma: “come si cambia per non morire, come si cambia per amore”) con il suo hashtag assai sfottente, «Ciaone» – pubblicato su Twitter che ancora è domenica pomeriggio di referendum sulle trivelle, le urne sono ancora aperte, e insomma, non si fa, prendeva in giro tutti quelli del “Sì” sul ‘batti-quorum’ – li fa infuriare tutti in Rete e fuori.
Ma la verità brucia: per gli «anti-Renzi», il referendum è una prova fallita, un buco nell’acqua (del mare…), una rivoluzione mancata. Un 18 aprile non alla rovescia, ma proprio come quello del 1948 per il Fronte Popolare: una disfatta di proporzioni epocali. E allora giù insulti, al povero Carbone: «A ottobre tu e Renzi farete le valigie!» il più gentile. Del resto, il Fronte del Sì sulle trivelle corrisponde al vero Fronte del No del futuro: a Renzi e alla sua riforma, al Pd e al suo governo, nel tentativo di mandarli a casa una volta per tutte. Un fronte che definirlo L’Armata Brancaleone (film del 1966, regista Mario Monicelli, mattatore Vittorio Gasmann, titolo divenuto un’espressione paradigmatica, entrato persino nei vocabolari della lingua italiana) si fa un torto al (finto) Principe Brancaleone da Norcia e al suo seguito di smandrappati compari.

CHI c’è, infatti, in questo ‘Fronte’, neppur più ‘della Gioventù’, trattandosi di (quasi tutti) anziani e attempati signori, cui nulla importa di trivelle, mare inquinato e idrocarburi, ma solo di «mandare un segnale a Renzi», «sconfiggere Renzi», “distruggere” il renzismo (e Renzi, e il suo governo, e il Pd, e tutti gli altri) in un crescendo di parossistica ossessione?
C’è il movimento Cinque Stelle, ovviamente, in prima fila. Un Movimento che a Renzi oggi contende, palmo a palmo, le principali città al voto a giugno e domani, chissà, il Paese.
Grillini smanettoni che, sui social, il referendum l’hanno già vinto, prima ancora di andare a votare, ma solo a colpi di clic. Solo che coi voti è diverso: «Democrazia diretta», direbbe il caro vecchio Rousseau, il filosofo illuminista, però, non la ‘piattaforma’ digitale M5S.
«Io ho votato! Notizie di Renzi?!», esulta, «alle ore 9», via Twitter, il candidato premier Luigi Di Maio. «Tutti a votare, per l’Italia e la democrazia!» grida Beppe Grillo. Ma l’Italia non ha risposto all’appello: la democrazia, stavolta, ha preferito astenersi. «Votare è giusto, pochi o tanti», si mantiene più moderato, stavolta, per una volta, «Dibba», alias Alessandro Di Battista. E Virginia Raggi, assai temuta candidata grillina a Roma, tiene improvvisate lezioni di diritto costituzionale: «Votare è un diritto-dovere, oggi ancor di più». Poi ci sono, certo, ovvio i berluscones. Tutti tutti, tranne uno, Silvio Berlusconi: non vota, ma lo dice solo all’ultimo, a metà pomeriggio, appunto, e li lascia – as usual, ormai – con un palmo di naso, i suoi azzurri che, poverini, si stavano e si stanno agitando tanto.
Forzisti nuovisti che, sui social, ormai s’esaltano assai, tipo Maurizio Gasparri. E così, è sempre e ancora l’alba di domenica quando Renato Brunetta, capogruppo FI alla Camera, Renatino l’infaticabile, l’incontenibile, twitta: «Ho votato per mandare a casa Renzi!». E Guido Bertolaso, candidato a Roma – che non lo vuole nessuno ma a lui-lui, Bertolaso – dice triste: «Io voto, nonostante tutto». Magari nonostante il ritiro della corsa cui, presto, sarà costretto. Non mancano, ovvio, i leghisti, sempre così impettiti, così tronfi, sicuri. Matteo Salvini gonfia il petto: «Ho esercitato il mio diritto, spero lo facciano in tanti». Invece lo fanno in pochi, ma lui è sempre lì, sempre in mezzo, come il mediano di Ligabue.
E al suo fianco c’è e ci sarà sempre Giorgia Meloni, che ha riscoperto «lu mare, lu vientu, lu sole» delle terre a Sud, oltre che la sua maternità: chissà, forse è la forza della democrazia.
Diritto di voto – e non, la Costituzione ce ne scampi e liberi, di ‘astensione’ (si astengono, non solo sui referendum, ma pure alle elezioni comunali, regionali e politiche milioni di cittadini da settant’anni e mai nessuno che abbia rivolto loro una prece, una domanda) rivendicano non solo i presidenti di Camera (Boldrini) e Senato (Grasso) che, sorridenti e vestiti casual, si fanno fotografare mentre infilano l’urna nella scheda perché, diamine, loro «sono» le Istituzioni, ma pure gli ex premier giudiziosi del centrosinistra alla Letta (Enrico), Prodi (Romano), (Monti era via?) o i mancati premier, alla Bersani (Pier Luigi) che a votare ci vanno eccome, poi dicono che votano ‘No’ e qui l’ambientalista trasalisce, ondeggia, si preoccupa, ma quelli sono di sinistra, sì, ma ‘industrialisti’, e pace e amen.

Infine, ci sono «loro», la sinistra. Variamente intesa: quella interna al Pd («Speranza ha votato a Potenza!» informa lieto e garrulo il comunicato del suo ufficio stampa, e non si capisce se è un auspicio, o una cantilena). Quella esterna al Pd, un po’ triste, un po’ cupa, di Sel-SI e di Stefano Fassina («Forza Roma, forza Lupi, so’ finiti i tempi cupi…»). Quella ‘sempe incazzat’ ma po’ pe’ chi?’ (la citazione è di Pino Daniele) di Fratoianni, De Magistris, Ingroia, Ferrero, etc. etc. etc. E, soprattutto, quella di Michele Emiliano. Il governatore pugliese c’ha creduto, c’ha sperato, di prendere due piccioni con una fava: vincere il referendum del fronte «No-Triv», che ha capeggiato con il coraggio degno di un leone ferito, e mandare a casa Renzi, di cui si proponeva e si propone, nel Pd, come l’alter ego: un alter ego roccioso, pugliese, rotondo, barbuto, tonante. E, invece, niente: lui e tutta la sinistra radical chic, solo radical o anche solo liberal, dovranno aspettare ancora un giro. Stavolta, Renzi ‘non’ va a casa. E, nel frattempo, ecco, riemergere i ‘cacadubbi’ della sinistra «vera». Norma Rangeri, direttora del manifesto, donna raffinata e di gusto, di buone letture e di buona scuola (Rossanda-Pintor) si chiede: «Ma ‘noi’, co’ Lega e M5S, che c’entriamo?». Contraddizioni in seno al popolo della novella Armata Brancaleone.

NB. Questo articolo è stato pubblicato a pagina 4 del Quotidiano Nazionale (httt://www.quotidiano.net)  il 18 aprile 2016.

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2) La poco gioiosa macchina da guerra dei referendari.

Tutti uniti, ma tra mille polemiche, e solo per dire “No” al premier

ROMA –

FORSE sono troppi i referendum su cui chiedere un parere o, meglio, un rotondo, definitivo, «No»: quello contro il ddl Boschi (riforma istituzionale, voto probabile a ottobre 2016) e quello contro l’Italicum (la legge elettorale, voto plausibile non prima del 2017). Ma ci sono, pure, i referendum promossi dalla Cgil: sono ben otto, cinque ‘solo’ sulla riforma della scuola (legge di Renzi) e altri tre sul Jobs Act (legge sempre di Renzi). E così si scopre, nelle more della presentazione della richiesta di raccolta firme avvenuta ieri alla Corte di Cassazione su tutti i quesiti (la somma totale è nove: c’è n’è pure un altro sulle trivelle…), che la Cgil «non appoggia», anche se non lo dice, il «Comitato del No» sull’Italicum e sul ddl Boschi. Perché – spiega un cigiellino – «Susanna Camusso (leader della Cgil, ndr) ad Alfiero Grandi (presidente vicario del Comitato del No, ex esponente della sinistra interna Cgil, ex Pci-Pds-Ds, ndr) – dalla Cgil lo ha fatto fuori ma, ancora oggi, non lo può vedere…». La Cgil, dunque, raccoglierà le firme per i suoi referendum (otto), ma non sugli altri (tre), pur se promossi da tanta bella ex intellighèntzia della sinistra che fu. Tra gli altri Giulia Rodano, figlia di Franco Rodano, inventore del «compromesso storico» e ideologo di Berlinguer, il professor ‘Pancho’ Pardi, ex ‘Girotondi’, l’ex capogruppo del Prc al Senato, Giovanni Russo Spena, molti professori emeriti, ex membri o addirittura presidenti della Consulta, in ogni caso severi studiosi di diritto costituzionale.

MA già la rottura con la Cgil è un guaio in sé: nei tre mesi che ha davanti il comitato del «No» per raccogliere le firme – devono essere formalmente 500 mila, ma se ne raccolgono almeno 700 mila perché poi la Cassazione qualcosina t’invalida sempre – già si è messo di mezzo il 17 aprile (referendum sulle trivelle); poi ci saranno le elezioni amministrative  (5/19 giugno), week-end interi in cui la raccolta firme, per legge, non si può fare. Poi c’è il problema della composizione politica del «Fronte del No»: tanto varia che raccoglie quasi tutto l’arco, costituzionale e non. Si va dalla Lega a Sel, da FI a M5S, dal Prc a Fratelli d’Italia, etc. Grillo, all’inizio di raccoglier le firme non ne voleva sapere («Fate voi, poi noi aderiamo», disse ai promulgatori) ma poi, morto Casaleggio, ha cambiato idea. E così quando, oggi, i parlamentari del «Fronte del No» si presenteranno in Cassazione per presentare le loro, di firme, ma solo sul referendum «anti» ddl Boschi, l’M5S vuole «uno dei nostri» (sarà Danilo Toninelli, esperto della materia) a mettere la prima firma sulla richiesta, necessitata, sempre per legge, di un quinto di parlamentari. L’altra firma sarà di un azzurro, Renato Brunetta che, essendo Brunetta, vuole fare un comitato del «No» tutto suo, coi suoi nomi (si parla del professor Francesco Saverio Marini, figlio di Annibale, a sua volta ex presidente della Consulta). E qui, invece, sono stati i ‘professoroni’ di sinistra (c’è pure Stefano Rodotà) a tirare un bel sospiro di sollievo. Ma pure Mario Mauro – ex ministro, ex montiano, ex Popolare per l’Italia, rimasto orfano di altri Popolari ma non della voglia di combattere e, potendo, morire combattendo – vuol fondare i «Popolari del No». Morale, un vero caos. Senza dire che, sul fronte dei media – sospirano dal manifesto, giornale ‘comunista’, ancora, sempre in bilico di sopravvivenza, ma dove sono assai generosi, di default – «quelli del Fatto quotidiano hanno deciso che saranno loro, e solo loro, ‘il’ giornale del “Fronte del No”». Come a dire: a noi ci tocca restare in seconda fila, ma siamo uomini di mondo, l’importante è battere Renzi e il Pd.

INFINE, hanno fatto un po’ di confusione pure i costituzionalisti. Lana caprina, si dirà, ma «consustanziale» alla medesima riforma della medesima Costituzione. «Meglio proporre quesiti diversi sul referendum Boschi!», avrebbe detto il professor Alessandro Pace, che poi del «Comitato del No» è il presidente. «Meglio un solo quesito, per far cadere subito Renzi!», gli avrebbe risposto Gustavo Zagrebelski, che del Comitato pure è presidente, ma ‘emerito’, manco stessimo parlando di ex presidenti della Repubblica… Dissidi, diverbi, gelosie, ritrosie, ire (funeste) e dubbi (amletici). L’«Armata Brancaleone» che si oppone oggi a Renzi e, domani, vuole scalzarlo da palazzo Chigi (quando? subito, subitissimo), inizia il suo percorso in modo confuso. Come si diceva un tempo, «contraddizioni in seno al popolo», il Popolo del ‘No’. E resta la domanda: tanti ‘No’ potranno mai fare un ‘Sì’?

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 19 aprile 2016 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

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3) Preghiere e digiuni per il “Sì”. Tutto inutile, stavolta.

Anche la Chiesa e i vescovi hanno perso il referendum….

ROMA –
HANNO pregato, tanto. Hanno manifestato, il giusto. Hanno digiunato anche, seppur moderatamente. La Chiesa cattolica si è schierata per il «Sì», al referendum anti-trivelle (un «Sì» che, appunto, voleva dire «No» e già questo confonde il buon cristiano cui il Signore diceva «il tuo sia Sì, sì; No, no»), ma ha perso. Uno smacco che, nel giorno del post-voto, con quelle percentuali di astensione così alte, così tristi, per un cattolico «formato» e «informato», come si dice, pesa. Sabato 2 aprile, la mobilitazione dei cattolici «No-Triv» si era raccolta, con una forma di protesta civile e sommessa, si capisce, fin sotto le finestre del Papa, in piazza San Pietro. Ottanta diocesi ottanta avevano cercato di «attirare l’attenzione» dei media e della politica: preghiera e digiuno, digiuno e preghiera. Niente, non è bastato. Eppure, la protesta contro le trivelle e per il «Sì» al referendum aveva sponsor illustri, nella Chiesa e in Cei. Si parte dal Papa medesimo, Papa Francesco, uno che sull’ambiente e il rispetto della Natura, oltre che dell’Uomo, ci ha scritto pure una (bella) Enciclica, Laudato sì.

Si passa per Avvenire, il giornale dei vescovi italiani: sempre così attento a quieta non movere, nei confronti della politica dei governi, si è schierato, e attivamente, sul «Sì».
Si sono mosse, e mobilitate, e tanto, non solo associazioni cattoliche storicamente «catto-progressiste» – le Acli, la Fuci, i padri comboniani di padre Alex Zanotelli, uno che i movimenti per l’Acqua (Pubblica), la Terra (di Tutti) e contro le Ricchezze e l’Egoismo (dei Pochi) li ha benedetti tutti – ma movimenti «catto-moderati» come il Movimento cristiano lavoratori di Carlo Costalli. «La Chiesa è un corpo grande», dice Marco Tarquinio, direttore di Avvenire: «Soprattutto dalle Chiese del Sud (Abruzzo, Molise, Puglia, Calabria, Basilicata, Sicilia, ndr) il segnale è resistere a pratiche che non rispettano natura e territori».
Ecco, le Chiese del Sud. Posizioni forti, chiare, nette, quelle espresse dalle comunità e dai loro vescovi. Vescovi, si sa, «in prima fila». «La Chiesa non è sorda e muta», ammoniva il vescovo di Catanzaro, Vincenzo Bertolone. Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto, che ancora ieri invocava un nuovo modello di sviluppo, dettava alle agenzie: «La nostra azione pastorale comporta il bene della persona. Quindi della vita, quindi del territorio» (sillogismo, forse poco ‘aristotelico’). Il vescovo di Campobasso, già vescovo della Locride, Giancarlo Bregantini, ha pregato e digiunato con quel suo phisyque du role così imponente, così austero.

Monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo e di Pantelleria, l’ha messa sul glocal: «Il Mediterraneo è un mare chiuso, così morirebbe per sempre». Certo, il vescovo di Ravenna, Lorenzo Ghisleri, ha detto, secco: «Non intendo esprimermi», ma a Ravenna erano in gioco migliaia di posti di lavoro, e non era il caso. Vero è che la Cei, di cui il cardinal Angelo Bagnasco di Genova è ancora il primus inter pares, sta cambiando pelle. La «rivoluzione» di papa Francesco dilaga: travolte Bologna e Palermo, sta per tracimare a Milano e Roma, poi toccherà a Bagnasco andare in pensione. E così pure lui, ieri, ammoniva: «La politica deve dirigere le energie di tutti i cittadini verso il bene comune, ma non in forma meccanica o dispotica, bensì come forza morale alla luce di libertà e coscienza». Del resto, monsignor Nunzio Galantino, che della Cei è il segretario, ma fidato uomo del Papa, aveva sì chiesto «luoghi di confronto», ma il suo richiamo all’Enciclica papale Laudato Sì era chiaro. Il buon cattolico non poteva far finta di non capire, ecco. Il guaio è che il cattolico, buono o meno che sia, stavolta proprio non ha capito.

NB. Questo articolo è stato pubblicato giovedì 19 aprile 2016 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

Riforme ‘for dummies’. Domande (e risposte) sul ddl Boschi: iter, tappe, tempi…

L'aula di Montecitorio vista dall'internoLe riforme istituzionali sono a buon punto, se non a un vero punto di svolta. Tra il voto di lunedì scorso, 11 gennaio, della Camera (il primo ‘sì’ definitivo, cioè la prima ‘vera’ prima lettura) e quello del 18-19 gennaio al Senato (il secondo ‘sì’ definitivo del Senato, cioè la seconda ‘vera’ seconda lettura – TRA POCO SPIEGHEREMO TALI OSSIMORI…), mancherà un solo passaggio (la seconda ‘vera’ seconda lettura della Camera, l’11 aprile) per dichiarare concluso il percorso delle riforme, noto anche come ‘ddl Boschi’, dal nome del ministro proponente, Maria Elena Boschi, ministro alle Riforme nel I governo Renzi. Dopo, non resterà che attendere l’esito del referendum confermativo, previsto a ottobre. Ma restano, sul tappeto, nodi, dubbi, criticità e soprattutto domande, su queste riforme. Cerchiamo, nel modo più semplice e comprensibile possibile, di spiegarne i principali. Ricordando, prima, due cose. La prima sono i tempi:  mancano solo due passaggi veri (il 18 19 gennaio il voto del Senato, già giunto alla sua definitiva seconda lettura, quella finale, e l’11 aprile 2016 il voto della Camera, quando arriverà la sua definitiva seconda lettura). La seconda sono i contenuti: come sarà il nuovo Senato, un po’ perché leggibile dappertutto, un po’ per non appesantire il lettore, un po’ perché ce ne riserviamo in altra occasione, e come sarà modificata la II parte della Costituzione lo rimandiamo ad altra sede di analisi. Ps. In questa sede è evitato per scelta ogni giudizio di merito sul testo e i contenuti della riforma.

Cinque domande di base o ‘for dummies’. 

  1. Com’è la nostra Costituzione? “Rigida”.

Le costituzioni possono essere ‘rigide’ o ‘flessibili’. Quelle ‘flessibili‘ possono essere modificate attraverso la normale attività legislativa. Tali costituzioni sono tipiche dell’800 e generalmente erano concesse (ottriate) dal sovrano assoluto (come lo Statuto albertino del 1848). Quelle ‘rigide‘ sono modificabili solo attraverso un procedimento aggravato: richiede cioè una maggioranza più ampia rispetto al procedimento ordinario. Vi è, di solito, anche un organo chiamato a sindacare l’eventuale violazione della Costituzione da parte del legislatore ordinario ( la nostra Corte costituzionale). Tali costituzioni sono tipiche del’ 900 e sono garantite da meccanismi che impediscono che siano adottate leggi contrarie ai loro principi. Sono perlopiù costituzioni lunghe (quelle ‘flessibili’ erano brevi).

2. Come si modifica la Costituzione? Chiamando il ‘138’…

L’iter da seguire, in Italia, per poter effettuare ogni qualsivoglia revisione costituzionale (anche di un solo comma o articolo, figurarsi di parti intere della Carta costituzionali, detti ‘Titoli’: per dire, il Titolo V è quello sul federalismo) è disciplinato dall’art. 138 della Costituzione – Il disegno di legge costituzionale in questione deve, cioè, essere approvato da ciascun ramo del Parlamento con due distinte deliberazioni, tra le quali (prima lettura definitiva Camera – seconda lettura definitiva Camera, Prima Senato – Seconda Senato) devono intercorrere almeno tre mesi che il Costituente volle come pausa di riflessione. Una procedura di revisione costituzionale, quella prevista dall’art. 138 della Costituzione, che i padri Costituenti (cattolici, comunisti, socialisti, azionisti, liberali, etc.) vollero fosse proprio così, e cioè ‘rafforzato’ (due deliberazioni diverse per ognuna delle due Camere, la prima a maggioranza semplice, la seconda a maggioranza assoluta, possibilità di chiedere e indire un referendum confermativo sul testo della riforma medesima) perché timorosi di nuove derive fasciste, golpiste o comunque dittatoriali o reazionarie, anche se la procedura di revisione costituzionale allora (1948) messa in vigore si basava su un sistema elettorale proporzionale puro o semi-puro e non immaginava potesse a esso subentrare un sistema maggioritario o proporzionale con premio di maggioranza (Mattarellum il primo, Porcellum il secondo) o immaginare un maggioritario a doppio turno con soglia di sbarramento (Italicum) che falsa, a favore dei partiti o del partito che vincono/vince la contesa elettorale, la rappresentanza, per garantire governabilità, ma penalizzando fortemente le minoranze/opposizioni che sono sottorappresentate. 

3. Com’è il bicameralismo? ‘Perfetto’ o ‘paritario’.

Le differenze tra la prima e la seconda votazione ‘definitiva’ di ognuna delle due Camere si possono riassumere in tre, sostanzialmente. Ma prima va fatta una fondamentale premessa: fino a quando una Camera non ha approvato in modo identico all’altro il testo di una legge, ordinaria o costituzionale che sia, quel testo non si può intendere approvato. E’ il cd. principio del ‘bicameralismo perfetto‘: ogni legge (ordinaria o costituzionale) va approvata in modo identico da ognuna delle due Camere che continuano a votare, dando vita alla ‘navetta‘ tra una Camera e l’altra, fino a che non si ottiene un testo identico: viene pure detto principio della ‘doppia lettura conforme’. Di solito, per le leggi ordinarie, non è necessaria la maggioranza assoluta dei componenti l’Assemblea, basta la semplice.

I) Devono intercorrere tre mesi di pausa di riflessione, tra un voto e l’altro di ognuna delle due Camere dopo che ognuna di esse ha effettuato la sua prima, e definitiva, lettura, prima di poter effettuare, sempre in ognuna delle due Camere, la seconda definitiva lettura; ergo, il primo passaggio (prima lettura Camera – prima lettura Senato) è un passaggio in cui il testo si può cambiare, limare, modificare, sostituire, cambiare. Nel secondo passaggio (seconda lettura Camera – seconda lettura Senato) il testo è immodificabile. Morale: tre mesi di ‘pausa di riflessione’ servono a far maturare (in teoria…) nei parlamentari il senso del passaggio epocale, per una legge di rango costituzionale: riflettere, e solo dopo votare.

II) Mentre nell’ambito della ‘prima’ lettura di ognuna delle due Camere il testo può essere modificato ad libitum (cioè, volendo, all’infinito…), secondo il metodo della ‘navetta‘ tra le due Camere e in base al già citato meccanismo del ‘bicameralismo perfetto’, nell’ambito della ‘seconda’, definitiva, lettura, il testo in questione (in questo caso SOLO della legge costituzionale, NON anche delle leggi ordinarie) va votato e approvato (o bocciato, ovvio, in qual caso l’iter riparte da capo, cioè da zero) nel suo complesso, un prendere o lasciare che non permette più possibilità di modifiche né, tantomeno, di ‘navette’ parlamentari. Morale: quello che è stato votato nella prima lettura di ognuna delle due Camere (e magari oggetto di scambi tra o dentro i partiti) è passato, il resto resterà così com’è. 

III) A differenza della ‘prima’ lettura, dove è possibile e lecito approvare una riforma dell’intera Costituzione (articolo per articolo, parte per parte o interamente) a maggioranza semplice (basta, cioè, un voto in più della maggioranza sulla minoranza, senza quorum dei presenti in aula, eccezion fatta per il numero legale, come in ogni seduta ‘normale’) di ognuna delle due Camere, nella ‘seconda’ e definitiva lettura, il testo di riforma va votato e approvato a maggioranza assoluta dei membri di ognuna delle due Camere (vuol dire: 161 voti, quorum per il Senato, e 316 voti, quorum per la Camera). Morale: ove il testo non venga approvato a maggioranza assoluta, si intende respinto. 

4) Com’è la tempistica delle ‘navette’? Complicata. 

Traduzione (e tempistica) pratica (E QUI BISOGNA FARE ATTENZIONE): Il Senato ha votato per la prima volta il ddl Boschi l’8 agosto 2014 (primo step della prima lettura), la Camera ha votato il testo, ma lo ha modificato, per la prima volta, il 10 marzo 2015 (secondo step). E’ partita la ‘navetta’. Il Senato ha dovuto riprendere in mano il testo, cambiato dalla Camera, e lo ha ri-modificato il 13 ottobre 2015 (terzo step della prima lettura), la Camera lo ha ri-ri-modificato lo scorso 11 gennaio 2016 (quarto step), ma senza toccare nulla. Ergo: tra tre mesi (l’11 aprile 2016) la Camera potrà effettuare la sua vera ‘seconda’ lettura con un voto che, a maggioranza assoluta dei membri, sarà appunto un voto complessivo, senza possibilità di modificare più il testo. Invece, il Senato potrà entro pochi giorni, il 18-19 gennaio 2015, votare e licenziare in via definitiva la riforma, arrivando e votando, cioè, la sua ‘seconda’, definitiva, lettura perché né la Camera né, tantomeno, il Senato ha più modificato il testo. Testo che il Senato approverà, dunque, in via definitiva e finale, sempre che, ovviamente, voti sì a maggioranza assoluta (161). 

5) Com’è il referendum? ‘Confermativo’. 

In Italia conosciamo, di solito, il referendum ‘abrogativo’, che può essere richiesto da un tot di cittadini (500 mila), sulla base di un numero di firme vidimate in corte di Cassazione e di quesiti che poi devono avere il nulla osta di conformità dalla corte Costituzionale. Esiste, però, sia pure poco usato (mai nella Prima Repubblica, due volte già nella Seconda), anche il referendum confermativo che riguarda, appunto, le leggi di natura costituzionale.

I) Se una legge costituzionale, dopo aver seguito l’iter indicato in precedenza, viene votata e approvata con i due terzi dei componenti di ognuna delle due assemblee legislative e nessuno soggetto indicato in Costituzione chiede il referendum, la legge passa all’esame del Capo dello Stato per la promulgazione e la relativa pubblicazione in Gazzetta ufficiale. Il tutto avviene entro un mese dal voto finale dell’ultima delle due Camere: ciò vuol dire che, senza referendum, a partire dal 11 aprile 2016 entro  l’11 maggio sarebbe approvata.

II) Se invece la deliberazione finale, nella seconda votazione di ciascuna delle Camere, non avviene a maggioranza di due terzi dei suoi componenti, ma a semplice maggioranza assoluta (maggioranza comunque indispensabile perché la legge abbia validità) può essere richiesto un referendum confermativo da parte di alcuni soggetti specifici, istituzionali e non. Il referendum può essere richiesto e proposto da un quinto dei membri di almeno un quinto dei componenti di una delle due Camere, oppure da cinque consigli regionali oppure da 500 mila elettori o da tutti e tre. Morale: l’art. 138 della Costituzione prevede che le riforme costituzionali debbano essere approvate con un ampio consenso.

III) Quando l’iter della riforma istituzionale sarà completato definitivamente (ricordiamolo ancora una volta: l’11 aprile 2016 si terrà la seconda lettura-voto finale della Camera dei Deputati, mentre voto finale del Senato si terrà a breve, il 18 gennaio 2016, il che vuol dire che al Senato l’iter si è quasi del tutto completato, alla Camera lo sarà entro aprile), si scoprirà l’ormai non più tale novità: OLTRE ALLE OPPOSIZIONI, CUI E’ RICONOSCIUTO PER COSTITUZIONE TALE DIRITTO, ANCHE LA MAGGIORANZA – CON PROCEDURA DEL TUTTO INNOVATIVA E, IN PARTE, COSTITUZIONALMENTE ANOMALA – ADIRA’ LA VIA REFERENDARIA, tenendo comunque il quorum (anche se avesse i 2/3 dei voti, il che, peraltro, almeno al Senato è matematicamente impossibile) più basso del necessario, proprio per poter andare a referendum. Referendum che si terrà a ottobre del 2016 (forse il 2 ottobre) e che – va ricordato e sottolineato – non abbisogna di quorum (metà più uno dei votanti) come nel caso del referendum abrogativo, introdotto nel 1970, basterà, per decidere se vincerà il ‘sì’ (alla riforma) o il ‘no’ il 50% dei voti validi. Morale: non importa in quanti andranno a votare, ma chi voterà deciderà le sorti future della nostra Costituzione. A quel punto, entro un mese, il presidente della Repubblica promulgherà la riforma costituzionale e la legge sarà pubblicata in Gazzetta ufficiale. Per motivi ‘tecnici’, invece, dall’ultima approvazione della riforma (aprile 2016), il referendum non si potrà tenere prima del mese di ottobre. Entro novembre 2016, però, la legge di riforma istituzionale diventerà, se vinceranno i ‘sì’, legge della Repubblica. Cambiando, per la prima volta in maniera così sostanziale, la nostra Costituzione. 

Post scriptum. In ogni caso, nessuna legge costituzionale né riforma costituzionale può in alcun modo modificare la Costituzione nel suo “spirito” Accesissimi dibattiti sono ancora aperti sul significato da attribuire all’inciso “spirito della Costituzione”: è sufficiente affermare che per “spirito” si debba intendere la forma di stato repubblicana e il nucleo essenziale delle libertà fondamentali e dei diritti e doveri in essa espressamente previsti.

NB. Questo articolo è scritto in versione originale per il blog di Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net/ettorecolombo

 

 

Tutto il potere a una Camera sola. Analisi dettagliata della riforma del Senato

Palazzo Montecitorio. Portone d'ingresso della Camera dei Deputati.

Palazzo Montecitorio. Portone d’ingresso della Camera dei Deputati.

Da ieri in poi, anche se concretamente solo dopo ultime due, definitive, letture (questo secondo passaggio al Senato è ancora dentro il primo ‘giro’ della riforma: finché il testo non viene votato identico in tutte le sue parti non si passa al ‘secondo’ giro: terza e quarta lettura), si può iniziare a dire addio al vecchio Senato. Il nome resterà quello di sempre, ma si tratterà di una nuova Camera delle Autonomie territoriali: scrive il nuovo testo “il Senato della Repubblica rappresenta le autonomie territoriali”.

Ecco una rassegna, il più possibile rapida e ragionata, delle principali modifiche.

TITOLO V. Corpose le modifiche al Titolo V della Costituzione: vengono ampliate le competente esclusivamente statali (energia, trasporti, infrastrutture) in senso inverso alla riforma del 2001 (Bassanini) voluta dall’allora centrosinistra e dalla forte impronta federalista. Lo Stato potrà esercitare una “clausola di supremazia” verso le Regioni per tutelare l’unità della Repubblica e l’interesse nazionale, ma alle Regioni potranno essere attribuite forme di autonomia su temi come formazione professionale, territorio, etc.

FINE DEL BICAMERALISMO PERFETTO. Finirà il bicameralismo perfetto e quelle famose ‘navette’ tra le due Camere che duravano mesi, se non anni, e che vent’anni di Seconda Repubblica hanno cercato, vanamente, di cambiare con molte Bicamerali finite tutte con un buco nell’acqua. Qui, invece, il cambiamento passa per una legge di ordinaria revisione costituzionale, anche se attraverso la fatica regolamentare di quattro letture. La vera, grande, novità (e ‘rivoluzione’) di questa riforma sta, però, nell’articolo 55 della nuova Costituzione: da quando entrerà in vigore, sarà solo la Camera dei Deputati a votare le leggi e a svolgere funzioni di controllo e indirizzo politico sul governo, a partire dall’atto fondamentale per eccellenza: la questione di fiducia. Il Senato, che mantiene in pieno la funzione legislativa sui rapporti tra Stato, Unione europea ed enti territoriali, conserverà la funzione legislativa anche su alcune materie prettamente statali: riforma della Costituzione, leggi di revisione della Costituzione e altre leggi costituzionali, leggi sui referendum, leggi elettorali e di funzione degli enti locali, ratifiche di trattati internazionali. Per il resto, la funzione legislativa spetterà solo alla Camera. Certo, resterà un piccolo potere di intervento sulle materie di competenza della Camera: il Senato potrà esprimere proposte di modifica alle leggi della Camera, ma molto limitate e, in ogni caso, il Senato deve votare le modifiche entro 15 giorni altrimenti le leggi entrano in vigore, la Camera può comunque ignorare le modifiche del Senato, votando le leggi nella versione precedenza, o – su leggi che riguardano competenze delle Regioni o leggi di bilancio – superare le modifiche volute dal Senato a maggioranza assoluta dei suoi componenti. Molto importante la novità per i disegni di legge ritenuti “essenziali” dal governo: la Camera,  sola a esaminarli, dovrà pronunciarsi entro 70 giorni e alla scadenza il ddl va comunque votato.

ELEZIONE DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA. Di certo, grazie al combinato disposto con l’Italicum, diventerà più facile eleggere il nuovo Presidente della Repubblica per la futura maggioranza di governo. Continuerà ad eleggerlo il Parlamento in seduta comune (630 deputati e 100 senatori), ma scompaiono i delegati regionali (58) e cambiano i quorum, tutti livellati verso il basso: nei primi tre scrutini serviranno i due terzi dei componenti dell’assemblea (pari a 487 voti), dal quarto scrutinio si passa ai tre quinti sempre dei componenti (pari a 438 voti), dal settimo basteranno i tre quinti dei votanti. Cambiano, in parte, anche i poteri del presidente della Repubblica: potrà sciogliere solo la Camera, e non più anche il Senato; sarà il presidente della Camera la seconda carica dello Stato; solo la Camera proclamerà lo stato di guerra a maggioranza assoluta e solo la Camera approverà le leggi di amnistia e indulto (i due atti vanno firmati dal Capo di Stato).

CORTE COSTITUZIONALE. Saranno deputati e senatori, come oggi, a scegliere i cinque membri della Consulta di nomina parlamentare, ma non più in seduta comune:  su 15 membri della Consulta, restano i 9 nominati dal Capo dello Stato, i 5 eletti dalle supreme magistrature, mentre la Camera ne eleggerà tre e il Senato, in seduta separata, altri due.

REFERENDUM.  Molte le novità nel campo dei referendum (abrogativo, più il propositivo). Il quorum varierà in base alle firem raccolte: con 500 mila firme resta in piedi il vecchio quorum (metà più uno degli aventi diritto al voto); con 800 mila firme basterà la metà più uno degli elettori votanti all’ultime tornata di elezioni politiche; infine viene introdotto un referendum propositivo di indirizzo i cui dettagli sono stati però rinviati a una legge a hoc. Salgono da 50 mila a 150 mila, invece, le firme necessarie per una proposta di legge di iniziativa popolare.

CNEL E PROVINCE. Due enti storici, quanto inutili, della Repubblica, verranno aboliti.

LEGGE ELETTORALE. Per la prima volta nella storia d’Italia, viene introdotto il controllo di costituzionalità preventivo sulla legge elettorale (che era e resta una legge ordinaria). A chiederlo dovrà essere un quarto dei deputati. Ammesso, grazie a una norma transitoria, anche il controllo di costituzionalità sulla legge elettorale da poco approvata, l’Italicum.

COMPOSIZIONE DEL FUTURO SENATO ED ELETTIVITA’ DEI FUTURI SENATORI.
Il vero inghippo della riforma, e il vero rischio di confusione, sta invece nella tanto discussa, specie dentro il Pd, questione dell’elettività diretta o indiretta dei futuri senatori. I senatori, che – va detto – non riceveranno alcuna indennità ma manterranno in pieno l’attuale immunità parlamentare, saranno degli strani ‘ibridi’: per metà indicati dai cittadini e per metà eletti dai consigli regionali. In totale saranno cento: 5 di nomina presidenziale (in carica 7 anni, ma non più a vita) e 95 eletti dalle Regioni (74 consiglieri regionali e 21 sindaci). Scompare la differenziazione di elettorato passivo e attivo con la Camera e scompaiono pure i senatori eletti all’Estero. Eletti dentro i consigli regionali, dunque, ma “in conformità alle scelte espresse dagli elettori”, come recita il compromesso all’articolo 2.

I cittadini votano e i consigli ratificano? Non sarà così semplice. I cittadini scelgono, o meglio ‘indicano’ i futuri senatori nelle liste dei partiti presenti alle elezioni regionali, ma come? Molto probabilmente ci sarà un listino in cui attingere i nomi dei futuri senatori, il che limiterà il potere di scelta dei cittadini. Inoltre, il potere dei consigli regionali non sarà di mera ratifica: ad esempio, la loro consistenza ne determinerà il numero perché i consigli eleggono “con metodo proporzionale i senatori tra i propri componenti”. Altro esempio:  i 21 sindaci (uno per regione) saranno tutti indicati indirettamente, non certo dagli elettori, né è stabilito espressamente che si tratti dei sindaci dei maggiori capoluoghi: lo decideranno i consigli regionali e, dentro di essi, le loro maggioranze politiche. Inoltre, considerando che molte regioni esprimeranno solo due senatori ciascuna (Abruzzo, Molise, Basilicata, Liguria, Umbria, Marche, Friuli, Val d’Aosta) o tre (Calabria e Sardegna), che le Province Autonome di Trento e Bolzano ne avranno quattro mentre solo le regioni più popolose ne avranno un numero alto (7 il Piemonte, la Sicilia, il Venento, 5 la Toscana, 6 la Campania, la Puglia e l’Emilia, 8 il Lazio, ben 14 la Lombardia) e che le forze politiche vanno rappresentate in modo proporzionale, sarà molto difficile scogliere alcuni busillis. Ad esempio, le maggioranze di governo delle regioni piccole saranno tentate di mandare al Senato un sindaco di loro appartenenza e il governatore, registrando così dei monocolori mentre solo nelle regioni più grandi i consigli regionali potranno dare voce alle opposizioni. Una legge elettorale quadro dovrà sciogliere molti di questi enigmi, ma in attesa che tutte le Regioni rinnovino i consigli regionali con le nuove norme, saranno gli attuali consigli regionali a scegliere sindaci e consiglieri regionali da mandare al Senato (via indiretta). Perché la riforma arrivi a regime e vengano ovunque rispettate le scelte dei cittadini, bisognerà attendere almeno il 2020, a causa dei tempi differenti in cui le regioni voteranno.

IMMUNITA’ E INDENNITA’. I futuri senatori non percepiranno alcuna indennità (resta che percepiranno lo stipendio da consiglieri o sindaci), ma manteranno il diritto all’immunità.

NB. Una forma breve di questo articolo è stato pubblicato a pagina 5 del Quotidiano Nazionale del 14 ottobre 2015.

#Riforme. Ecco chi, al #Senato, alla fine aiuterà #Renzi. Viaggio tra i numeri dei senatori “moderati”, “responsabili” e “stabilizzatori”

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

«QUANTE divisioni» ha, non il Papa, ma il fronte «anti-Renzi»? La domanda corre tra gli austeri stucchi di palazzo Madama, sede del Senato: oggetto, la riforma del Senato medesimo. L’esame della «madre di tutte le riforme» che dovrebbe archiviare per sempre il bicameralismo perfetto riprenderà il suo iter dall’8 di settembre (in teoria in I commissione Affari costituzionali, forse direttamente in Aua: dipende da cosa deciderà il governo), pur se orbato dai 513 mila emendamenti, di cui ben 510 mila a firma Roberto Calderoli, il che ha provocato un suplus di lavoro e ferie cancellate per un manipolo di funzionari del Senato che dovranno fornire ogni senatore (sono 312…) di ognuno dei 513 mila testi.
Su siti e giornali circolano, da giorni, cifre iperboliche: 175/177 sarebbero i voti contrari a Renzi. Mele sommate a pere: austeri autonomisti trentini, paciosi moderati e innocui democrat tutti inconsapevoli di esser diventati pasdaran anti-Renzi vestiti alla vietcong.

ORA, SE TALI cifre fossero reali la vita del governo Renzi sarebbe già bella che segnata. Perché se è vero che il voto sul ddl Boschi «non è» né equivale a un voto di fiducia, è stato Renzi stesso a legare l’esito delle riforme alla durata della legislatura. Persino uno “stabilizzatore” per eccellenza come Paolo Naccarato (Gal), rassicura e, insieme, ammonisce: «non ci sono rischi per il governo, ma Renzi si può complicare la vita a forza di pareri contrari su materie calde come l’elettività dei futuri senatori. Il mio modesto consiglio alla Boschi è di mediare, mediare, mediare e, se gira male, di rimettersi all’Aula, è meglio». Tradotto: per evitare che la maggioranza vada ‘sotto’ nelle migliaia di votazioni che ci saranno, il governo – che, su ogni ddl, può esprimere parere favorevole, contrario o astenersi nella formula, appunto, del ‘mi rimetto all’Aula’ – dovrebbe lavarsene le mani.
Sulla battaglia parlamentare, quella sui – presunti – contenuti, a partire dal famigerato art. 2, quello che verte, e divide, sull’elettività o meno dei senatori si vedrà: il ddl potrebbe andare direttamente in Aula, senza passare per la commissione (ma questo dipende dalle decisioni che prenderà il presidente Grasso come pure sulla questione dell’ammissibilità o meno delle modifiche all’art. 2, modifiche che la Finocchiaro in commissione boccerà…), il governo potrebbe forzare la mano o, invece, mediare con l’opposizione dem o cercare un nuovo abboccamento con FI facendo resuscitare il patto del Nazareno, ma una cosa è certa: sui numeri urge chiarezza.

l'attuale composizione del Senato (agosto 2015)

l’attuale composizione del Senato (agosto 2015)

SI ENTRA qui, però, nei misteri gloriosi di palazzo Madama: giungle di gruppi, sottogruppi, gruppi in nuce o neo-gruppi. Una giungla da far invidia a quelle salgariane. Partiamo dai fatti: perr sopravvivere, al Senato, bisogna godere di 161 voti o plenum dell’Assemblea, composta da 321 membri (315 quelli eletti e 6 i senatori a vita). La maggioranza di governo (epoca Renzi) viaggia, sui vari provvedimenti, su una media di 168-170 voti, a volte 173-175, ma furono ben 184 i sì al governo proprio alla I lettura del ddl Boschi (8 agosto 2014).
Voti così composti: 112 del Pd (sarebbero 113 ma Grasso non vota), 35 di Ap (Ncd+Udc), 19 (su 19) del gruppo Autonomie, tre (Naccarato, D’Onghia, Davico) su 11 in Gal, sei (Monti, che siede qui, a differenza degli altri senatori a vita, che stanno tutti nelle Autonomie, Della Vedova, Rossi, ex Sc, Margiotta, ex Pd, e la coppia Bondi-Repetti) sui 30 del Misto. Più, a partre da domani, i 10 verdiniani di Ala. Morale: il “tesoretto” di 172 voti potrebbe arrivare fino a 182. Ma a complicare la vita a Renzi è arrivata la minoranza dem: a firmare emendamenti a favore del Senato elettivo sono stati in 28, numero assai alto per dei vietcong. Se davvero 28 senatori dem si sfilassero dal gruppo del Pd non ci sarebbe più storia: 182 – 28 fa 154. Addio maggioranza e governo, anche con i verdiniani a favore.

Senza i verdiniani, ma con un’emorragia di soli 15 senatori dem (ipotesi molto più realistica), si scende a quota 167 e la maggioranza regge: non è altissima, ma resta piena.
Difficile pensare che Renzi, al netto dei pasdaran (Gotor, Chiti, Mineo, Tocci, Casson, Corsini, Fornaro, Dal Moro: non si arriva a dirne dieci mai, neppure pensandoci molto), non riesca ad assottigliarne le fila. Anzi, sia a palazzo Chigi che il capogruppo al Senato, Luigi Zanda, sono sicuri di recuperarne 10-15, «quelli che non parlano mai, stufi dei protagonismi dei vari Mineo e Gotor…», malignano i renziani.

UNA COSA è certa. Il conto delle presunte quadrate legioni pronte a fare opposizione alla riforma di Renzi e al suo governo non torna. Partiamo dai dati certi: la somma di M5S (35), Lega Nord (12), FI (45), Conservatori e riformisti (10, i fittiani), 24 senatori su 30 del Misto (7 di Sel e 12 ex M5S: tra loro, vendoliani ed ex grillini, presto costituiranno un gruppo nuovo; i tre tosiani di “Fare”, etc.), 8 su 11 di Gal, fa 135 voti. Davvero pochini, insomma, per impensierire il governo. Certo, uniti ai 28 senatori dem della minoranza, la somma fa 163, quindi supera, anche se di poco, i 161 voti (quorum del plenum si usa dire, con un brocardo latino) ma sarebbe né più né meno di un’armata Brancaleone che difficilmente riuscirebbe ad esprimere una linea politica alternativa a quella di Renzi. Senza dire che i 45 senatori azzurri dovrebbero, invece che acconciarsi a un nuovo Nazareno, dovrebbero trasformarsi in altrettanti vietcong pronti a morire. Direbbe Totò, la somma non fa il totale.

Impossibile, infine, arrivare alla tanto strombazzata quota 175/177, per il fronte delle opposizioni, senza l’apporto di due gruppi minori e poco noti ma consistenti: quello di Per le Autonomie (19) e quello di Gal (11). Ora, il gruppo “Per le Autonomie” è composto da cinque silenziosi senatori di Svp-Patt, che chiedono solo garanzie per le loro, di Autonomie, dentro la riforma; due eletti all’Estero (Maie), tre socialisti di cui solo uno (Buemi) crea grattacapi al governo, anche perché l’altro (Nencini) al governo ci sta, come pure ci stanno, comodi, altri tre Popolari (ex Per l’italia…), quieti e pii; più 5 senatori a vita (Naapolitano, super tifoso delle riforme, Rubbia e Piano, molto assenti ma più scettici, Cattaneo e Ciampi, non pervenuti). Prima che uno qualsiasi di questi senatori faccia cadere il governo, nuovi mondi abitabili saranno scoperti e nuovi soli sorgeranno.
E se persino dentro il fritto misto del gruppo Misto spuntano, come fiori di serra, i nuovi “stabilizzatori” (la coppia Bondi-Repetti), è dentro Gal (Grandi Autonomie e Libertà) che molto si muove: oggi votano con Renzi in tre, ma domani, questo è sicuro, cresceranno. Alcuni ex grillini (De Pin, Pepe) sono approdati lì, nel Gal, e presto, con Davico (ex Lega), daranno vita ai “Moderati”, formazione collegata a una analoga presente alla Camera e guidata dal piemontese Giacomo Portas: altri e nuovi voti in cascina per il governo. Perché la vera funzione del senatore è “stabilizzare”, “moderare”, “temperare”. La vita, pur romantica, ma assai perigliosa e sempre all’adiaccio, del vietcong armi in pugni, non s’addice al senatore – antico e moderno – proprio come il lutto non si addiceva ad Elettra.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 10 agosto 2015 a pagina 6 su Quotidiano.net