Due articoli in uno. Renzi controllerà il partito se prende il il 60%. Rilancio sulla legge elettorale: la proposta del Pd è in lavorazione

Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

Ettore Maria Colombo – ROMA

1. Per blindare la sua maggioranza Renzi deve prendere almeno il 60% di voti.

“Voglio una squadra compatta e coesa su cui poter contare perché nei prossimi mesi ci giocheremo molto e su molti tavoli, dalla legge elettorale alla manovra”. Matteo Renzi è stato molto chiaro, con i suoi, nella composizione delle liste (si vota in collegi uninominali ma sulla base di liste bloccate e con metodo proporzionale) che appoggiano la candidatura alle primarie dell’ex segretario il 30 aprile. In effetti, Renzi ha un problema e questo problema si chiama 60%. Infatti, se l’ex premier aspetta, senza particolari patemi, il bagno di popolo che dovrebbe consacrarlo di nuovo segretario del Pd, il 30 aprile, non è indifferente la percentuale con cui riuscirà ad arrivare primo. Per godere di una maggioranza ‘blindata’ in Assemblea nazionale – il luogo deputato a consacrarlo segretario il prossimo 7 maggio – e, di conseguenza, nella nuova Direzione nazionale del Pd, quel numeretto – 60% – è fondamentale. Sopra di esso, Renzi potrà dettare legge, nel partito e fuori, avanzando le proposte che vuole. Sotto quella cifra dovrà, invece, venire a patti non tanto con i suoi due competitor, Orlando ed Emiliano, ma con la sua maggioranza. Una maggioranza composita: ne fanno parte due correnti ‘leali’al leader (quella del suo vice, Martina, e i Giovani Turchi di Orfini) e una di ‘tiepidi’, quella guidata dal ministro Dario Franceschini.

Ecco perché, nel silenzio dei media, i due più fidati colonnelli di Renzi, il ministro Lotti e il vicesegretario dem, Lorenzo Guerini, hanno svolto, nella composizione del listone pro-Renzi, il loro lavoro con precisione chirurgica e pazienza certosina. Sui mille componenti elettivi dell’Assemblea nazionale, il calcolo dei colonnelli renziani è stato, tuttavia, un po’ ottimistico: la stima del 60-63% – cioè la cifra percentuale con cui Renzi dovrebbe vincere le primarie – si tradurrebbe in una maggioranza pro-Renzi di circa 630/640 delegati, ben al di sopra della maggioranza assoluta (501 voti) necessaria per governare l’assemblea. Se la vittoria si attesterà su quei numeri, Renzi è in una botte di ferro: godrebbe, infatti, di 420/430 fedelissimi contro i 55 di Orfini, i 60/62 di Martina e ‘soltanto’ 85/95 riconducibili a Franceschini. Peraltro, la composizione delle liste congressuali ha anche creato non pochi traumi e liti. La compagna di Franceschini, Michela De Biase, capogruppo dem nel consiglio comunale capitolino, per dire, ha perso la battaglia a Roma e nel Lazio: ha dovuto far posto, a scapito dei suoi, ai renziani come pure a popolari e veltroniani. Ma pure ‘martiniani’ e Giovani Turchi sono usciti ridimensionati, specialmente al Sud, dove sono i renziani a farla da padrone. Il numero dei renziani doc resta, in teoria, sotto la maggioranza assoluta (501), ma ai mille componenti elettivi vanno aggiunti i circa 400 membri di diritto, così suddivisi: ministri, membri della commissione di garanzia e commissione congresso, venti segretari regionali e cento parlamentari, tutti ambiti dove i renziani godono di larga maggioranza.

I calcoli, però, sono basati sul 60% e più di vittoria alle primarie. Non è detto che Renzi raggiunga asticella, a prescindere anche dal dato dell’affluenza (alle primarie, ovviamente, non esiste quorum!). Molto dipenderà dalle performances dei suoi due avversari oltre che dall’affluenza. I sondaggisti la stimano ‘intorno’ ai due milioni o, forse, molti meno (un milione e sei/uno e otto). Intanto, la lista che fa capo a Michele Emiliano è stata esclusa, su insindacabile giudizio della commissione congressuale (la decisione finale è stata rinviata a stamane perché assai delicata), dalla possibilità di poter correre in Liguria e Lombardia, tranne che in un solo collegio ligure (su sei) e in cinque (su trenta) collegi lombardi. Un colpo duro, per Emiliano, che peraltro fa vedere  più vicina la ‘soglia 60%’ a Renzi.


 2. Renzi rilancia sulla legge elettorale e apre la strada all’accordo coi 5 Stelle. 

 

Matteo Renzi parla, in modo ossessivo, dei 5 Stelle: loro attacca e a loro fa proposte (in questo caso sfidandoli sulla legge elettorale). Anche perché sa che il principale schieramento anti-establishment (vero o falso che sia) del Paese è l’unico che può sostenerlo nella sua battaglia campale, ancorché sia ancora una drole de guerre, una guerra non dichiarata: ottenere elezioni politiche anticipate. Inoltre, Renzi vorrebbe incrociare le lame, in tv, solo con i leader di penta stellati (Grillo, in particolare, o Casaleggio, ma vanno bene pure Di Maio o Di Battista: è convinto di mandarli tutti ko). I suoi due competitor alle primarie (Orlando ed Emiliano) non li considera degni neppure di fargli da sparring partner. Infatti, il solo confronto con loro resta quello già fissato su Sky il 26 aprile. Non se ne terranno altri, tantomeno in Rai. In merito alle primarie, che Renzi considera già vinte, resta solo l’ombra sulla (scarsina) voglia di partecipazione registrata sinora. I sondaggisti stimano un tetto massimo di due milioni, forse molti meno (1.600 mila/ 1.800 mila al massimo, pare), il che vorrebbe dire un milione secco in meno rispetto alle primarie 2013.

Intanto, fioccano le polemiche tra Renzi, Emiliano e Orlando sui confronti in tv: il solo in agenda è quello su Sky, che si terrà il 26 aprile, ma Orlando ed Emiliano chiedono almeno uno, o più confronti, anche sulla Rai. La mozione Renzi ribatte: “Anche con Bersani ce ne fu uno solo”. Intanto, sabato prossimo Renzi sarà a Bergamo con Martina, il 25 aprile lo festeggerà a Milano, il 28 aprile la mozione Renzi terrà una manifestazione a Bruxelles al grido di “Europa sì, ma non così”.

Nell’attesa, Renzi va avanti nella sua campagna e fa – quasi tutto –  da solo. Ieri è tornato a parlare in tv, dopo la pausa pasquale, stavolta sulle reti Mediaset, nel talk-show Matrix, condotto da quel Nicola Porro che, quando conduceva Virus su Rai 2, ebbe con Renzi non pochi attriti fino al punto da lasciare il programma. In attesa di tornare a giocare a braccia di ferro con le (tante) istituzioni che non vogliono mandare il Paese a elezioni anticipate (il Colle, le Camere e i parlamentari, Confindustria, la Cei, la Ue), Renzi ha bisogno di avere in mano, a mo’ di spada di Damocle, una legge elettorale, se non nuova di zecca, operante.

La via lunga, sulla strada della nuova legge elettorale, è cercare una (faticosa) mediazione con Berlusconi, che vuole i capolista bloccati, ma anche il premio alla coalizione: il che vorrebbe dire costruire una legge elettorale nuova di zecca, ma anche perdere molto tempo per trovare difficili convergenze in Parlamento (in ogni caso il Pd farà una proposta compiuta, sul tema, ma solo dopo l’8 maggio). La via breve è accordarsi con i 5Stelle sfruttando quello che c’è: l’Italicum alla Camera, con premio alla lista e sbarramento al 3%, e il Consultellum al Senato (nessun premio, se non quelli regionali indotti, e soglie diversificate: 20%, 8%, 4%).

Ieri, Renzi ha imboccato la via breve. A Matrix ha detto – oltre a riempire di contumelie l’M5S per le sue strambe idee sui vaccini – che è pronto a sfidare e ad andare a vedere le carte di Grillo. L’ex segretario ha ribadito la sua disponibilità a sgombrare dal tavolo i capolista bloccati (che tutti i partiti, M5S compresi, vogliono) ed è disponibile a “votare la legge che dice Grillo” (il Legalicum) o “a estendere l’Italicum al Senato” (è, in pratica, la stessa cosa). “A parte il sorteggio, mi va bene tutto – motteggia Renzi – ma chi ha vinto il referendum non può dire solo dei No”. L’obiettivo è duplice: stanare i grillini per dimostrare che, in realtà, “non vogliono alcuna riforma”, nota il costituzionalista Ceccanti, e far scendere Berlusconi a più miti consigli e, insieme, mettergli fretta.

I suoi due competitor fanno fuoco di sbarramento pure su questo. Emiliano – ieri riammesso in un collegio su 6 in Liguria e in soli 5 su 30 in Lombardia – dice no ai capolista bloccati e vagheggia impossibili ritorni al Mattarellum, cui tutti i partiti hanno detto no. Orlando scrive, via Twitter, che sull’ipotesi di estendere l’Italicum al Senato “non ci metto la firma”, un modo elegante per dire di no a Renzi. I suoi 31 senatori (di Orlando) hanno presentato una proposta di legge, a prima firma Vannino Chiti, che ripropone collegi uninominali, ma con riparto proporzionale, soglie di sbarramento basse, premio fissato al 10%. E’ destinata a restare lettera morta. “Le primarie le vince Matteo”, dicono i renziani, “e dall’8 maggio in poi, i giochi li conduciamo noi”, chiosano. In ogni caso, proprio ieri, il Pd ha riproposto – in sede della I commissione Affari costituzionali della Camera con l’on. Fiano – tre punti per una nuova legge elettorale che Quotidiano nazionale aveva anticipato cinque giorni fa (articolo rintracciabile su questo blog lo scorso 18 aprile 2017): premio alla lista da estendere dalla Camera al Senato, per garantire governabilità, reintroduzione dei collegi uninominali in luogo delle preferenze e armonizzazione delle soglie di sbarramento introducendo un’unica soglia al 5%.

NB: I due articoli sono stati pubblicati sul Quotidiano Nazionale il 19 aprile (a pagina 13) e il 20 aprile (a pagina 13). 

Referendum, sinistra Pd pronta a dire No Ma Guerini avverte: “Tutti per il Sì”. In gioco ci sono le modifiche all’Italicum

Il Senato italiano

Interno dell’aula di palazzo Montecitorio.

Referendum, sinistra Pd pronta al No. Si accende lo scontro con i renziani.

Aut Aut dei colonnelli di Bersani: “All’Italicum modifiche immediate”. 

ROMA
OCCUPAZIONE «militare» della Rai, con relative dimissioni di Gotor e Fornaro, i due senatori pasdaran. Lettera di dieci parlamentari per il No che, assicura la sinistra dem, «presto cresceranno fino a diventare una slavina». Disappunto, per usare un eufemismo, di fronte alla lettera di Delrio e Rughetti (ex vertici Anci) ai sindaci italiani per far dire loro «Sì» al referendum. Persino la semplice notizia della presentazione dei risultati della commissione sulla forma partito. La minoranza dem – più quella che fa capo a Roberto Speranza, Area riformista, e dietro di lui a Bersani, che quella di Gianni Cuperlo, Sinistra dem – sta per dissotterrare, definitivamente, l’ascia di guerra. Lo scontro frontale con Renzi e i renziani non è attutito dal solleone e «a settembre farà molto caldo», profetizza uno dei suoi colonnelli.
Il turning point su cui ruota tutto è la legge elettorale, l’Italicum. «Tanti, da Franceschini a Orfini, da Napolitano a Veltroni, hanno chiesto a Renzi di cambiarlo, ma il premier non vuole farlo, almeno non prima del referendum», ragiona un esponente della sinistra. «Ebbene – continua – se questo è il quadro, noi non ci accontentiamo certo di qualche intervista. Vogliamo documenti, atti pubblici, impegni in Direzione che indichino la volonta di cambiare l’Italicum. Non ci saranno? Bene. Allora credo che il numero dei parlamentari e dei dirigenti della mia parte che si schiereranno per il No crescerà in modo consistente. E quando dici che voti No, poi ti chiamano a discuterne, nei circoli o altrove. Comitato formale o no, ci si schiera. E con convinzione». Una dichiarazione di guerra vera e propria che Davide Zoggia, ex responsabile Enti locali di Bersani, attenua solo di poco: «Senza una manifesta e chiara volontà di modificare la legge elettorale il mio voto al referendum ne sarà conseguenza diretta. Non dispero ancora, ma il tempo è poco. E il tentativo di militarizzare le Feste dell’Unità, la Rai, persino i sindaci, lo trovo molto triste».
Nico Stumpo, che di Bersani era il responsabile Organizzazione, è stizzito. Orfini ha annunciato la presentazione (fatta ieri, a Pistoia, con Guerini) di un documento che «rivoluzionerà il Pd, un partito più aperto, meno burocratico, che torni a radicarsi sui territori». Stumpo gli manda il suo warning: «La commissione non si riunisce da quattro mesi, aspettavamo Renzi. Barca, che non condivideva il documento, si è appena dimesso».

INOLTRE, Carlo Pegorer, altro senatore della minoranza, si scaglia contro «lo scarso bon ton istituzionale» del sottosegretario renziano, Angelo Rughetti, che invita i sindaci italiani a votare Sì. E così al referendum si torna. La minoranza sta per schierarsi sul No. «È in gioco la democrazia e le forzature del fronte del Sì, senza un reale impegno a cambiare l’Italicum, sono inaccettabili», è la sintesi. Del resto, lo stesso Bersani, quasi come D’Alema, sono giorni che parla e attacca – sulle nomine Rai, sul combinato disposto Italicum-referendum, sulle scelte sociali – un Pd che «non riconosco più». I renziani chiosano: «Ogni occasione è buona per cercare di indebolirci in vista del referendum, ma siamo tranquilli: lo vinceremo noi».

Ettore Maria Colombo

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Lorenzo Guerini

Il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, detto anche ‘il Forlani’ di Renzi.

Guerini striglia i dem: “Tutti per il Sì”. E la legge elettorale non si cambia.

Il vicesegretario Pd: “Escludo la nascita di comitati del No anti-riforma”. 

ROMA
VICESEGRETARIO Lorenzo Guerini, su referendum e Rai torna il solito refrain: «Il Pd si divide»…
«La rappresentazione di un Pd perennemente diviso è una forzatura. Sulla riforma costituzionale alcuni colleghi hanno annunciato il loro No. Scelta che non condivido, ma che rispetto, difficile da spiegare: alcuni di loro avevano votato sì in Aula. Nel Pd il diritto al dissenso è garantito, ma non si può chiederci di avere un atteggiamento neutrale sul referendum. Il Pd è schierato per il Sì a una riforma voluta, costruita, votata per cambiare in meglio l’architettura istituzionale del Paese».

I parlamentari del No aumenteranno, pare. Li caccerete?
«Sono certo che non accadrà. Alcune modifiche sono state proposte proprio dalla minoranza dem. Nel Pd c’è dialettica interna e nessuno caccia nessuno, ma la stragrande maggioranza del partito, dei suoi dirigenti e militanti, è a favore di questa riforma».

E se altri, come D’Alema, dessero vita a comitati per il No?
«Escludo la nascita di comitati per il No da parte di parlamentari o dirigenti del Pd. D’Alema è una figura significativa del nostro partito, ma gli ricordo che l’asse portante della riforma è coerente con la visione costituzionale che caratterizza il Pd fin dalla sua fondazione».

Alle Feste dell’Unità i comitati del No avranno cittadinanza?
«Le Feste dell’Unità indicano che il Pd è vivo e presente sui territori. Offriamo continui spazi di confronto e discussione. Le Feste, come il Pd, sono impegnate a spiegare le ragioni del Sì».

Capitolo Rai. Bersani parla di un Pd «partecipe di vecchi vizi». Gotor e Fornaro si sono dimessi e la Berlinguer è stata rimossa.
«Il Pd non si è occupato delle nomine Rai, una scelta che spetta ai vertice di quell’azienda. Si è sviluppato, però, un dibattito forzato ed esasperato: parlare di epurazioni è una ridicola forzatura. La Berlinguer è un’apprezzata giornalista che continuerà a svolgerela sua professione con nuovi, importanti, ruoli a Rai3. Governo e Parlamento valuteranno le scelte della Rai in base ai loro risultati».

L’Italicum va cambiato? Ormai lo chiedono tutti, anche dentro il Pd…
«Il tentativo di mischiare la campagna referendaria con la legge elettorale è sbagliato: crea confusione nei cittadini. Molti pensano che si voti sulla legge elettorale! Così non è: si vota sulle riforma costituzionale. Dobbiamo impegnare tempo ed energie nello spiegare la riforma costituzionale e a cosa serve. L’Italicum è ormai legge ed è stato votato dal Parlamento: è una buona sintesi tra l’esigenza di rappresentanza e quella di governabilità. Nella sua versione iniziale fu approvata anche dal centrodestra, cioè dal 70% del Parlamento. Non vedo alcuna urgenza di cambiarlo, ma non ci sottraiamo al confronto. Ci si presentino proposte congrue, dotate di numeri sufficienti, e il Pd farà la sua parte. Inviterei però tutti, a partire dalla sinistra del Pd, a lavorare per cambiare quello che c’è da cambiare davvero: la legge elettorale, questa sì ancora da fare, per la composizione del nuovo Senato e l’elettività dei senatori».

Nel Pd ogni giorno nascono nuove correnti, ora quella catto-dem. Orfini, invece, vuole scioglierle…
«Sciocchezze. Il Pd è un partito dalle molte sensibilità e culture che, se cercano unità, sono una ricchezza, se invece diventano correnti nominalistiche utili solo a cercare spazi negli assetti interni sono dannose. Su questo sono d’accoro con Orfini. Un po’ controcorrente difendo un partito fatto da militanti, valori, passione. Certo, dobbiamo migliorarci, al centro come sui territori, e il lavoro da fare è tanto, ma non mi piace chi, al nostro interno, ogni giorno contribuisce a dare una rappresentazione solo negativa del Pd magari solo per alimentare polemiche».

Se vince il No al referendum, Renzi si dimette da premier. Ma pure da segretario del Pd?
«Noi siamo impegnati a far vincere il Sì. Ci è stato rivolto l’invito a non personalizzare la campagna referendaria e io lo raccolgo. Mi limito a dire un’ovvietà: Renzi è il segretario del Pd eletto al congresso del 2013 e che resterà in carica fino al prossimo, quando decideranno i nostri iscritti ed elettori».

NB. Entrambi gli articoli sono stati pubblicati il 6 agosto 2016 a pagina 4  e a pagina 5 su Quotidiano Nazionale.

#Renzi e #CL. I ciellini si adeguano al leader del #Pd. Il premier al Meeting tra selfie, applausi e Cl che si auto-ricolloca sulla scena politica

Dal nostro inviato Ettore Maria Colombo – 

Renzi, Grillo e Berlusconi.

Renzi, Grillo e Berlusconi.

RIMINI – L’INSEGNANTE di religione al Liceo (don Paolo Bargigia, presente in sala, oggi in sedia a rotelle a causa di una brutta malattia), prete e ciellino. Le vacanze da scout e, poi, quelle cielline, cui il premier all’inizio non voleva andare, lo stesso don Bargigia, a parlare di Dio e del ‘senso religioso’, titolo del libro fondamentale scritto da don Giussani (Renzi, però, il padre fondatore di Cl non lo cita mai, davanti ai ciellini, anzi ricorda loro ed elogia un suo storico alter ego, il sindaco-santo di Firenze Giorgio la Pira, come a dire: «Veniamo dalla stessa Chiesa, ma abbiamo frequentato parrocchie diverse»). I pregiudizi verso Cl «che avevo anch’io, ma che poi ho superato» . Le citazioni, da Claudel a Chesterton, passando per Guccini, autori qui, al Meeting, molto amati (Guccini lo ha citato anche don Carron, guida spirituale di Cl, il giorno prima: “Quando non ci sei, io resto solo coi pensieri miei”…).

LE STESSE parole usate nel suo intervento («stupore», «meraviglia», «incontro», «amicizia»), classiche e abituali nel lessico del mondo ciellino.
Il premier è venuto al Meeting «lieto e grato», dice, usando la perifrasi di Graziano Grazini, capogruppo di FI alla Provincia di Firenze, ciellino di ferro, oggi deceduto, avversario che Renzi ha imparato ad apprezzare e rispettare, pur da “sponde politiche opposte”(peraltro, Grazini è stato il padre politico di Verdini e, come in un’Eterno Ritorno, tutto torna, in Cl).
Il premier ha conquistato Cl a modo suo: interloquendo con la sua storia e i suoi valori, le sue parole d’ordine, ma senza cercare facili applausi, che peraltro non ha avuto. L’accoglienza della platea è stata gentile e attenta, ma senza applausi scroscianti. È andata meglio nel giro degli stand dove, pur travolti dall’occhiuto servizio d’ordine, ossessivo e fastidioso come neppure quello di Obama, tanti ragazzi volevano un selfie.
Renzi ha saputo accattivarsi il popolo e soprattutto la dirigenza di Cl, che i voti ancora li controlla, e il popolo ciellino è un discreto bacino di voti. Giorgio Vittadini, poco dopo, dirà in un’intervista tv che “Cl non è diventata di centrosinistra, ma non è più di centrodestra” e che, soprattutto, “il Pd ora è votabile” mentre la presidente del Meeting, Emilia Guarnieri, chiuderà con le enfatiche parole “noi ci siamo” con chi “cerca di tirare il Paese fuori dalla crisi” proprio l’intervento dal palco del premier. Delusi solo quelli dello zoccolo duro di Cl dentro il centrodestra, che fanno capo al settimanale Tempi diretto da Luigi Amicone (Renzi glissa sulla richiesta di firmare la proposta di legge sulle scuole paritaria, come Amicone lo invitava a fare, ma neppure dal palco toccherà mai lo spinoso tema diritti civili) Cl si è rimessa al centro dell’agone politico, come ogni estate, non grazie a Berlusconi, al centrodestra o ai politici ciellini d’un tempo, spazzati via pure dai convegni e dal parterre, ma grazie all’arrivo di Renzi, oltre che di ben quattro ministri del suo governo e mezzo Pd.
Per non dire della presenza della first lady del premier, Agnese Renzi, venuta al Meeting una settimana fa in visita solitaria per ascoltare la principessa Rania di Giordania, della mostra centrale del Meeting, che Renzi visita, casualmente dedicata al Duomo di Firenze, della massiccia presenza di imprenditori vicini al premier, come Roberto Snaidero, di Federlegno, che Renzi citerà anche dal palco, oltre che le le principali aziende pubbliche (FS, Enel, Intesa San Paolo, etc.), o della assai assidua presenza del braccio destro del premier, quel Marco Carrai, che il giorno prima ha partecipato a un affollato dibattito, la sera ha cenato con il padre spirituale di Cl, don Carron (si dice che Carrai sia ciellino) e, ieri, ha ovviamente presenziato a tutti gli incontri di Renzi al Meeting, sia quelli pubblici (giro degli stand e delle mostre, poi discorso dal palco, davanti ad almeno 8 mila persone) sia a quelli privati, dentro il salottino vip di Cl, dove è andata pure la presidente della Rai, Monica Maggioni, altra assidua frequentatrice del Meeting e renziana di ferro a sua volta.

Del resto, i voti, come i soldi (le ‘Opere’, direbbe Cl), non puzzano e a Renzi i voti servono. Si vota, per esempio, a Milano, nella primavera del 2016, il premier sa di avere lì un tallone d’Achille e i suoi crucci si appuntano su primarie che non vuole proprio fare nella (finora vana) ricerca di un uomo forte da lanciare (il commissario all’Expò, Sala, ha detto no). L’ex ministro e oggi capogruppo di Ncd alla Camera, Maurizio Lupi, pur finito nella polvere e tirato giù persino dagli inviti sul palco del Meeting, già s’è offerto, al premier, alla bisogna (correre come candidato sindaco a Milano in un’inedita alleanza Pd-Ncd-centristi) e ieri lo ha accompagnato e marcato in modo militare come a dire: «Questa è ancora casa mia, qui comando ancora io…». Ma se persino un luogo assai frequentato e amato dai politici di tutti gli schieramenti, secondo una logica classicamente bipartisan, come l’Intergruppo per la Sussidiarietà (creatura fondata proprio da Giorgio Vittadini e a lungo diretta e gestita da Maurizio Lupi), dove sfilavano politici di sinistra (Bersani, Letta, etc.) e di destra (Gasparri, Alfano), è sfiorito e appassito, tanto che quest’anno la polemica verte solo sulla presenza dell’unico, spelato, grillino che vi ha aderito, poi tutte figure minori, Cl aveva ed ha un disperato bisogno di ricollocarsi al centro dell’agenda politica e sociale.

E così, nonostante la ‘decadenza’ da un lato e la ‘lontananza’ dall’altro di Cl e della Compagnia delle opere, suo braccio tecnico-operativo, dalla politica attuale, il gotha ciellino, ieri era presente (e trepidante) in massa nell’accogliere il premier. Tutti a vedere in lui, in Matteo, il nuovo che avanza, altro che Berlusconi o (Dio li scampi e liberi) Salvini, anche perché papa Francesco così vuole. In verità, dentro Cl, il vero papa amato era (ed è) Ratzinger e il politico (era) Berlusconi, ma Cl è una salamandra: sa adeguarsi ai tempi. E Renzi pure.

Questo articolo è stato pubblicato il 26 agosto 2016 a pagina 2 e 3 del Quotidiano Nazionale

#MaggioniMonica, professione inviato speciale. Una ‘passionaccia’, quella per gli Esteri. Dai fronti di guerra più caldi alla presidenza della Rai passando per la direzione di Rainews24

Ettore Maria Colombo
ROMA –

Il primo logo della Rai-tv (1953).

Il primo logo della Rai-tv (1953)

ERA SBARCATA a Teheran da direttore di Rainews24, riparte da presidente di tutta la Rai. Un segno del destino trovarsi all’estero e, soprattutto, in un Paese difficile e al centro della questione mediorientale, per Monica Maggioni. Come tutte le donne che visitano l’Iran, Maggioni – che ha seguito in questi due giorni la delegazione italiana in visita nell’antica Persia al seguito del ministro Paolo Gentiloni – indossava foulard e abiti scuri.

Gli esteri e l’amore per il giornalismo sono iscritti nella sua vita, sin da quando era ragazza. Classe 1964, milanese, è facile dire della Maggioni d’esser stata giornalista embedded, cioè «con l’elmetto», al seguito di guerre, posti caldi, Paesi lontani.
La verità è che, come insegnano i grandi inviati (da Ettore Mo fino a Maria Grazia Cutuli) quella per gli Esteri è una ‘passionaccia’, pari soltanto al mestiere di cronista di nera, che Maggioni coltiva da sempre.

ALLA SCUOLA di Giornalismo di Perugia le brillavano gli occhi per i luoghi che, di solito, tutti scansano: voleva fare l’inviato di guerra. Laureata alla Cattolica di Milano, primi articoli per il Giorno, assunta in Rai giovanissima, Maggioni inizia a Tv7 e, per molti anni, lavora al Tg1, giornale di cui è stata conduttrice (anche di Unomattina estate) e inviata. Tra i suoi reportage più belli e intensi: Sudafrica, Mozambico, Medio Oriente, Usa. Maggioni ha raccontato la Seconda guerra del Golfo, la seconda Intifada, gli attentati alle Torri Gemelle, la Palestina, il Libano, di nuovo gli Usa. Nel 2003 è la sola giornalista italiana aggregata all’esercito Usa durante l’avanzata di terra dal Kuwait verso Baghdad: embedded, appunto. Resta in Iraq fino al 2005 e, nel 2008, segue la campagna di Obama negli Usa, poi altre guerre e crisi del mondo.

NEL 2009, da caporedattore centrale della redazione ‘speciali’, cura la realizzazione di diversi approfondimenti, conduce Speciale Tg1 e fa molto altro, ma la svolta arriva nel 2013: diventa direttore di Rainews24. La rete all news della Rai ne era, in realtà, Cenerentola dimenticata e vilipesa, oltre che iper-politicizzata dall’ex direttore (Corradino Mineo, oggi senatore Pd, pasdaran anti-Renzi). Maggioni rivolta Rainews come un guanto e, grazie anche agli investimenti decisi dal dg che l’ha voluta lì, Luigi Gubitosi, plasma una rete che oggi è all’altezza di Bbc World (che fa l’1% di share) e France24 (0,8%). Lo share sale (intorno allo 0,8%), la mattina c’è il boom (anche fino al 2-3%), la sera la tv viene potenziata. I mitici ‘zainetti’ (troupe dotate di antenne mobili) di Rainews24 iniziano ad arrivare ovunque, Italia e Mondo.

RAINEWS24 è oggi in ‘guerra’ di ascolti con Skytg24, che batte quasi ogni giorno, ha rinnovato studi, volti e programmi, si è aperta alla Rete e ai social. Insomma, c’è e si vede. Monica Maggioni è stata anche capace di coltivare relazioni e rapporti con il mondo della politica (ha condotto lei il confronto tra Renzi e Bersani nel 2012 su Rai 1), dell’informazione, della cultura e dell’imprenditoria che conta.
E se da oggi la Maggioni è attesa alla sfida più impegnativa della sua carriera, per una che ha visto la morte, la guerra e i drammi del mondo, i corridoi «dei mille serpenti» e gli intrighi di potere di viale Mazzini saranno una passeggiata di salute.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 6 agosto 2015 a pagina 2 del Quotidiano nazionale

#ilRetroscena/3. Ddl scuola: maggioranza sul filo del rasoio. Sinistra Pd divisa: in 28 non votano. Alla Camera solo 316 sì, al Senato numeri a rischio. I ribelli dem: sarà guerra

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l'Assemblea del Pd

Il premier e segretario del Pd Matteo Renzi parla davanti l’Assemblea del Pd

“Favorevoli 316, contrari 137. La Camera approva”. Quando, ieri mattina, alla Camera, passa la riforma della scuola (prima lettura), ai renziani presenti a Montecitorio e che escono, mesti, dall’Aula, sta per venire uno stranguglione. Alla minoranza dem, invece, che consulta, frenetica ‘confusa e felice’, i tabulati del voto, torna lesto il sorriso. Con tanto di Cuperlo, Speranza, Fassina, D’Attorre, Stumpo, Zoggia, Leva (solo Bersani non si è visto, come pure Enrico Letta) ieri attorniati (e circuiti…) dai giornalisti come non accadeva da mesi. Almeno dal no alla fiducia sull’Italicum.

Ma que pasa? Accade che il ddl scuola passa, ovviamente, perché non era richiesta la maggioranza del plenum dell’assemblea (315+1, cioè, vuol dire il ddl sarebbe passato lo stesso, per un solo voto), ma la maggioranza è, appunto, striminzita. Era dai tempi del Jobs Act che una riforma targata Matteo Renzi non aveva un ‘consenso’ parlamentare così basso, alla Camera: 316 i ‘sì’ allora e 316 ieri. Due riforme cui il premier teneva (e tiene) molto.
Due i problemi, però, paralleli e conseguenti: l’opposizione della minoranza Pd (diversamente modulata, come al suo solito: pochissimi i no, molti gli assenti, tante le astensioni, più vari voti favorevoli ma con ‘dissenso motivato’, etc. etc. etc.) e il successivo approdo, che non sarà un tappeto di rose, al Senato. Ed è proprio su Palazzo Madama che i riflettori di Renzi, una volta passato il giro di boa delle Regionali (6 a 1 l’auspicio, ma con tanti patemi d’animo che si accentrano, ormai, tutti e solo sulla Liguria), saranno puntati. Perché è lì che la minoranza promette e – tutti dicono – stavolta effettivamente darà battaglia. Il famoso Vietnam.
Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

Alla Camera, ‘quota 316’, invece, non crea grattacapi. “E’ la maggioranza assoluta, per cui diciamo che è andato bene pure il voto sulla scuola”, assicura il ministro alle Riforme, Maria Elena Boschi, che tende a vedere il bicchiere mezzo pieno forse anche perché la presenza delle opposizioni era, appunto, scarsina (137 votanti su un pacchetto di voti che, sulla carta, supera le 250 unità…).

A voler vedere il bicchiere mezzo vuoto c’è, invece, la sinistra Pd. In 40, tra i deputati dem, non hanno votato il testo, 28 per scelta ‘politica’. Volendo andare di tabellino, sono otto in meno dei 36 (erano 38, in realtà, ma prima delle uscite di Vaccaro e Civati) sull’Italicum. A loro, però, vanno aggiunti – oltre ai cinque deputati di Scelta civica, assenti non motivati, e al ‘no’ della De Girolamo (Ap) – quei deputati che, pur votando il ddl, si sono appellati, con una lettera promossa da Speranza e Cuperlo, ai colleghi senatori (cioè i loro corrispettivi della minoranza Pd, che al Senato è agguerritissima e conta almeno su 24/25 pasdaran) per ‘migliorare’, dal loro punto di vista, la riforma. Riforma che partirà dalla commissione Istruzione, dove siedono tre democrat tostissimi: Tocci, Mineo e Claudio Martini, ex governatore della Toscana e anti-renziano.

La ‘forchetta’, insomma, a Montecitorio resta ampia (la maggioranza conta, sempre sulla carta, su quasi 400 voti), ma a Palazzo Madama (quorum del plenum:161 voti) sarà tutto un altro film. La maggioranza lì può contare su circa 170/175 voti (112 senatori Pd, tranne Grasso, che per prassi non vota, 36 centristi di Ap, 19 di Autonomie-Psi, 3/4 del Gal su 15 componenti, e 3/5 del Misto di cui sono sicuri Della Vedova, il senatore a vita Monti, le new entry ex azzurre Bondi e Repetti) contro un’opposizione che, ma sulla carta, conta circa 145 voti. Una defezione della sinistra dem potrebbe essere fatale. A meno che, si capisce, le truppe ‘verdiniane’ non giungano in soccorso a compensare i ribelli della sinistra Pd.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 9 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net) il 21 maggio 2015

Calci, pugni e sputi in faccia. Quando in Parlamento vanno in onda i ‘tumulti’

L'emiciclo di Montecitorio

L’emiciclo di Montecitorio

Da tre giorni l’aula della Camera dei Deputati è tornata teatro di tafferugli e tumulti. Fascicoli di emendamenti che, lanciati dai deputati di SeL, volano verso il banco della Presidenza, rissa in aula tra deputati di Lega e Ncd, assalto dei deputati pentastellati allo scranno del presidente Boldrini con tanto di epiteti volgari e ingiuriosi. Infine, vera e propria rissa notturna, l’ultima, tra deputati M5S e del Pd e tra deputati Pd e di Sel. Risultato: 13 deputati espulsi e due in infermeria. Si discute la riforma istituzionale (del Senato e Titolo V) e l’oggetto del contendere è la fine dei tempi (detti ‘contingentati’) delle opposizioni sui lavori in aula, la richiesta di maggiori tempi per presentare emendamenti e subemendamenti, l’offerta della maggioranza di un terzo dei tempi in più ma in cambio del ritiro di tutti i subemendamenti, il rifiuto delle opposizioni e, alla fine, la richiesta e l’imposizione, da parte di governo e maggioranza, della cd. Seduta ‘fiume’ (a oltranza, notti comprese) fino a quando la riforma non verrà approvata. La seduta ‘fiume’, infatti, anche se poco usata nella storia repubblicana, permette di bypassare tutti i nuovi subemendamenti che vengono presentati a ogni ripresa di seduta, congelandoli a quelli già presentati, anche se al prezzo di un tour de force non usuale per i deputati in aula. L’intreccio delle due cose, tafferugli e seduta fiume, fa venire in mente precedenti ed episodi del passato che si perdono, in molti casi, nella notte dei tempi, ma che forse meritano essere ricordati.

3 dicembre 1947: durante l’Assemblea costituente, la prima rissa della storia repubblicana.

Nonostante lo ‘spirito costituente’ che animava forze politiche di segno ideologico molto diverso (Dc da un parte, Psi e Pci dall’altra) nello scrivere la Costituzione, anche durante i lavori dell’Assemblea Costituente (1946-’47) non mancarono intemperanze e scontri verbali. Il 3 dicembre 1947 si discuteva, in seno all’assemblea costituente, l’ultimo articolo della Costituzione, il 131, quello sulla forma repubblicana ‘immutabile’. Presiedeva l’on. Umberto Terracini (Pci). Lo scontro si anima all’improvviso tra deputati monarchici (Covelli) e comunisti (Rossi). Covelli: “Comunisti! Assassini!”. I deputati comunisti Pajetta, Moranino, Moscatelli, Invernizzi: “Fascisti! Carogne! Tornate nelle fogne!”. Terracini: “Onorevoli colleghi! Cercate di rimanere ai vostri posti! Ma santa miseria!”. Terracini suona la ‘martinella’ (la campanella che veniva usata e suonata dal presidente di turno per richiamare i deputati indisciplinati o sospendere la seduta) e attiva la ‘sirena’ (un bottone rosso che indicava ai commessi che era il momento di sgomberare la tribuna per evitare che il pubblico casuale assistesse a spettacoli ritenuti ‘indegni’). Segue la prima rissa che, a memoria d’uomo si ricordi, della storia repubblicana: tavolette che sbattono, lancio di oggetti da una parte e dall’altra, urla, spintoni e veri e propri incontri di pugilato a suon di pugni e calci tra ex monarchici da una parte, comunisti dall’altra. Alla fine, ‘la Camera approva’ (l’art. 139).

18 marzo 1949: adesione al Patto Atlantico, dc e comunisti si affrontano a mani nude. E si menano.

Il governo De Gasperi, che ha vinto le elezioni del 1948 e mandato le sinistre all’opposizione, presenta ufficiale richiesta di adesione al Patto atlantico (Nato) a gennaio 1949 e e chiede un voto di ratifica in Parlamento che, dopo l’approvazione, porterà all’adesione alla Nato il 4 aprile. Si inizia con la seduta fiume del 16 marzo e si finisce il 18 marzo 1949, sempre alla Camera dei Deputati. La seduta definitiva, quella dei tumulti, è lunghissima, da incubo. Inizia il pomeriggio di mercoledì 16 e termina la sera di venerdì 18: 52 ore ininterrotte di dibattito. Anzi, interrotte continuamente da screzi, urla, insulti e scontri fisici. Il presidente dell’Assemblea è Giovanni Gronchi (Dc), cui si alternano i vicepresidenti Fuschini, Martino e Targetti. Togliatti lascia mano libera ai suoi di ‘scatenare l’inferno’ mentre la consegna dei capigruppo dc è di non cedere alle provocazioni. I comunisti cercano, in ogni modo, di bloccare i lavori, chiedendo in continuazione delle ‘sospensive’ ma i democristiani le bloccano e respingono ogni volta. All’una di notte del 16 marzo il primo scontro fisico. La parola va al presidente del Consiglio De Gasperi, ma dai banchi della sinistra si comincia a urlare in modo assordante “Abbasso il Patto! Abbasso la guerra!”. De Gasperi resta immobile e cerca con lo sguardo Togliatti: i due si sfidano con gli occhi. Calandrone (Pci) intona l’inno di Garibaldi, i democristiani rispondono con l’Inno di Mameli, i comunisti passano all’Internazionale. Gronchi sospende la seduta, ma i comunisti partono all’assalto dei banchi dc: al vicepresidente del consiglio, Piccioni, malato di cuore, viene quasi un infarto, gli altri vengono alle mani. Gronchi decide di far riprendere subito la seduta per placare gli animi, ma a De Gasperi che rinfaccia il Cominform (l’alleanza dei partiti comunisti al Pc bolscevico dell’Urss) al Pci, Togliatti stesso urla “Buffone!”. E’ notte fonda: i comunisti si alternano come oratori, tutti iscritti a parlare, i dc organizzano i turni di guardia in aula, gli altri gruppi, pure i socialisti, cedono: vanno a dormire. Divani e poltrone del Transatlantico sono tutte occupate dai democristiani, allora il capogruppo del Pci, Antonio Giolitti, ha il colpo di genio: fa urlare ai suoi ‘si vota, si vota!’, quelli si svegliano per correre in aula, i comunisti occupano i divani per riposare. La Buvette sforna panini e caffé a ripetizione, arriva l’alba. Quando il 17 marzo è ormai un giorno pieno di sole, nuovi scontri in aula tra la deputata comunista Viviani (“Mascalzone!”) e il dc Leone (“Stupida!”), nuovi ostruzionismi, nuove piccole risse. Torna la notte: Pajetta è afono, i deputati dormono sui banchi, le luci sono quasi tutte spente, la buvette viene presa d’assalto specie quando, al mattino, arrivano i cornetti. La votazione finale, per chiamata nominale, inizia alle ore 16 del 18 marzo 1949 dopo 48 ore di dibattito ininterrotto e quattro di brevi sospensioni. Gronchi legge i risultati: ‘la Camera approva’. Per qualche istante regna un silenzio surreale, poi partono i cori dai banchi della sinistra (“Viva la pace! Abbasso la guerra! Traditori!”), poi tutti in piedi a intonare l’inno di Garibaldi (“Va fuori d’Italia, va fuori stranier!”). dai banchi della Dc parte “Fratelli d’Italia”. La tensione è alle stelle. De Gasperi abbandona l’aula seguito dai membri del governo, Togliatti resta immobile nel suo banco. Gronchi prova a sospendere la seduta, ma ormai il gong è suonato. Un comunista estrae un dollaro e lo sventola verso i banchi della Dc. Pajetta serra i pugni e, con dietro Amendola, va verso i diccì, ma la scintilla vera parte dai banchi del governo che confina con il settore del Pci. Semeraro (Pci) e Malvestiti, sottosegretario, iniziano a darsele di santa ragione: pugni e schiaffi. E’ il segnale. I socialisti e comunisti si lanciano verso il centro dell’aula, i diccì pure, i commessi vengono travolti. Giuliano ‘Giaguaro’ Pajetta, fratello minore di Giancarlo, si lancia a pesce sulle teste dei colleghi. Seguono schiaffi, pugni, calci. Volano sedie e tavolette, cassette di legno e poltrone. Il deputato Tomba (dc), assai corpulento, mena mazzate a tutti. Saranno quindici minuti di follia collettiva.

4 dicembre 1952: Legge truffa/1. Alla Camera vanno in onda quindici minuti di vero pugilato.

Siamo nel 1952, si avvicinano le elezioni politiche del 1953 e il governo De Gasperi è in difficoltà: screzi con gli alleati minori e calo di popolarità mentre le sinistre avanzano. De Gasperi prova a uscirne proponendo la cd. ‘legge truffa’, come verrà ribattezzata dalle opposizioni: una legge che assegna il 65% dei seggi al partito o coalizione che raccoglie il 50,1% dei voti. Alle elezioni politiche del 7 giugno 1953, peraltro, la ‘legge truffa’ non scatterà, anche se per un soffio, e resterà in vigore, per altri 40 anni, il sistema proporzionale puro caratterizzante la I Repubblica. Ma la legge va presentata e votata dalle Camere, prima di poter entrare in vigore. L’opposizione sa di avere una sola arma a disposizione: l’ostruzionismo nel tentativo di rallentare i tempi e ‘svegliare’ il Paese sul rischio di ‘svolta autoritaria’. La scena della più grande, plateale e incredibile ‘maxi-rissa’ della storia repubblicana si svolge però in due tempi: dicembre 1952 alla Camera e marzo 1953 al Senato. Il 4 dicembre 1952 alla Camera è tarda sera quando si sta discutendo una legge innocua, il risarcimento dei danni di guerra ai reduci. Prende la parola il dc Scalfaro e chiede di invertire l’ordine dei lavori del calendario: la richiesta di modifica dei lavori è data dalle festività natalizie in arrivo, dal timore dell’ostruzionismo e dal fatto che De Gasperi, nel 1953, sa di avere le elezioni. Socialisti e comunisti mangiano la foglia. Togliatti e Gullo (Pci), ma pure Nenni (Psi), intervengono autorevolmente per opporsi al cambio in corsa del calendario dei lavori e per lungo tempo (mesi). Il dibattito in punta di regolamento, sotto la regia del vicepresidente di turno Martino (Dc), sulla richiesta di sospensiva in merito all’inversione dell’ordine dei lavori, andava avanti da due ore in modo placido, quando scoppia il finimondo. Sono le 22.30. Togliatti scatta in piedi, sbatte la tavoletta del seggio e urla: “Questo non è più un Parlamento!”. Martino sospende la seduta, fa sgomberare la tribuna e se ne va ma non prima di aver schierato i commessi davanti ai banchi del governo. I deputati comunisti, però, sono una marea irrefrenabile: scendono urlando dai loro scranni a centinaia, travolgendo tutto e tutti. Anche il governo, De Gasperi in testa, batte in ritirata tranne i ministri La Malfa e Pacciardi. I fratelli Pajetta guidano l’assalto: strappano microfoni, i tavoli degli stenografi vengono divelti e i loro fogli volano in aria. I dc, il corpulento Tomba in testa che lancia un cassetto contro gli avversari, iniziano a reagire. De’ Cocci (nomen omen) solleva una sedia e la scaraventa contro ‘il nemico’ ma becca un commesso, Faraldi prende una guantiera d’argento e la fa volare in aria, per fortuna senza colpire nessuno. Il corpo a corpo tra i deputati più dotati fisicamente va avanti a lungo, quasi 15 minuti di rissa: da una parte i comunisti Pajetta jr e sr, Audisio e Amendola, dall’altra i dc Tomba, Caiato, Spiazzi. Alla fine, si conteranno tre feriti di entrambe le parti che verranno curati in infermeria.

Il portone d'ingresso di palazzo Madama.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama.

29 marzo 1953: legge truffa/2. Al Senato vola di tutto e i comunisti aggrediscono il povero Ruini.

Il 29 marzo 1953, domenica delle Palme, sempre in merito di approvazione (questa volta finale) della legge truffa, ma al Senato, va in onda quella che ancora oggi è la rissa più lunga della storia repubblicana: 40 minuti di botte da orbi. Il dibattito sulla nuova legge elettorale a Montecitorio era iniziato il 7 dicembre 1952 e si era concluso solo il 21 gennaio 1953 grazie all’ostruzionismo delle opposizioni social-comuniste ma anche laiche e repubblicane dopo settanta ore di dibattito. Al Senato la legge arriva l’8 marzo. Si voterà in giugno e il tempo stringe. De Gasperi, che teme le insidie di un Senato dove la maggioranza della Dc non è così ferrea come alla Camera, vuole mettere la fiducia sul testo intero del disegno di legge, ma la richiesta viene giudicata inammissibile dal presidente del Senato, Giuseppe Paratore, che dopo poco si dimette, temendo scontri al fulmicotone. Al suo posto il 25 marzo viene eletto Meuccio Ruini, che ave guidato anche la Costituente. Il 26 marzo inizia la vera discussione sulla legge elettorale, ma gli oratori della sinistra si alternano a prendere la parola, grazie al Regolamento sfruttato in tal senso giorni prima, su una legge a favore delle…mondine. Chiaro l’obiettivo: prender tempo e innervosire l’avversario. Le dichiarazioni di voto sulla legge per le mondine vanno avanti ininterrottamente per tre giorni, da giovedì 26 marzo a sabato 28, da parte dell’opposizione, organizzata e guidata dal socialista ed ex partigiano Sandro Pertini. Palazzo Madama si trasforma in un bivacco sporco e maleodorante di senatori, commessi e giornalisti. Domenica 29 marzo, domenica delle Palme, è il giorno del Giudizio. Finalmente, la legge sulle mondine viene votata (e ovviamente non passa) dopo tre giorni di dichiarazioni di voto delle opposizioni. Il governo è presente al gran completo. Nel pomeriggio, Ruini sta per passare all’esame della legge elettorale, quando i senatori comunisti, tra cui Terracini, chiedono di intervenire in via preliminare “per fatto personale”. Ruini nega la possibilità. L’aula esplode. Socialisti e comunisti urlano “Traditore! Venduto ai gesuiti! Mascalzone! Porco!”. Scoccimarro (Pci), come morso dalla tarantola, inizia ad alzare i pugni e gesticolare contro Ruini. Si scatena il finimondo. I commessi cercano di arginare la furia dei comunisti che si scagliano contro i banchi del governo. Il comunista Colla afferra il socialdemocratico Bocconi e gli sferra un montante mentre copie del regolamento volano da tutte le parti. De Gasperi e Scelba abbandonano l’aula. Il povero Ruini è oggetto di un vero tiro a segno e utilizza la borsa per riparare la testa. Sotto di lui, sono rimasti i ministri La Malfa e Pacciardi e il sottosegretario di De Gasperi, Andreotti. Impassibile, le carte ordinate davanti a sé, usa una precauzione: si mette in testa un cestino dell’immondizia per ripararsi dai colpi. Ruini riprende la parola e indice la votazione per appello nominale mentre Scoccimarro continua a urlargli contro e Negarville e altri deputati del Pci, sgusciando tra i commessi, si aggrappano alle colonnine di legno che decorano la Presidenza e circondano Ruini al grido di “Venduto! Veduto!” e “Porco! Porco!”. Il senatore Palermo (Pci) riesce impossessarsi del sacchetto delle palline per l’appello nominale e le butta per aria. I commessi riescono a creare una barriera difensiva attorno a Ruini con le poltrone dei segretari d’aula. Menotti (Pci) stacca come una furia una colonnina dorata dal banco della presidenza e la scaglia contro Ruini che trova un commesso che si immola per lui e se la prende in pieno. La votazione prosegue tra le urla. I senatori Castagno e Bei staccano le loro tavolette dal banco e inizano a batterle incessantemente come tamburi di guerra. La senatrice Merlin viene colta da un attacco isterico. Lussu raggiunge i banchi del governo, prende alle spalle la Malfa e gli molla due ceffoni. Pacciardi perde gli occhiali in un’altra colluttazione, Spezzano (Pci) strappa un microfono e lo lancia, ormai al solito, contro Ruini. Il quale, alla fine, legge i risultati: ‘il Senato approva’. Bilancio: 78 ore di seduta ininterrotta, tre microfoni divelti, venti tavolette di scranno distrutte, due poltrone e tre macchine per stenografi distrutte, tre feriti, 200 mila lire di danni in totale.

4 dicembre 1981: loggia P2. Per colpa di un vignettista, Vincino, i Radicali insultano la Jotti.

Curiosamente, negli anni Sessanta e fino alla fine degli annii Settanta, in aula succede poco, dal punto di vista delle risse e delle incontinenze verbali. Bisogna aspettare il 1978, ma con il Pci passato in maggioranza nei governi di solidarietà nazionale, la scena se la prendono i Radicali. Siamo nel 1981, seduta del 4 dicembre, e alla Camera si discute la legge di scioglimento della P2 in attuazione dell’art. 18 della Costituzione, ma il fatto scatenante è la presenza del disegnatore satirico del ‘Male’, Vincino, nelle tribune parlamentari e non in quelle riservate alla stampa. Solo che nelle tribune del pubblico è vietato scrivere. L’onorevole Tessari (Pr) rimprovera alla Jotti, presidente dell’Assemblea, di aver proibito a Vincino di poter assistere e scrivere dalla tribuna. Tessari, Aglietta e Cicciomessere si scagliano contro i banchi della Presidenza a suon di insulti. I comunisti scendono nell’emiciclo a difesa della loro presidente, offesa dai radicali. Cicciomessere con un salto si proietta sui banchi della Presidenza e finisce ai piedi del sottosegretario Costa che si alza e fa precipitare Cicciomessere a ruzzoloni nell’emiciclo dove i comunisti provano a colpirlo. Risultato: Cicciomessere espulso per dodici giorni e discussione interrotta.

20 ottobre 1994: riforma della Rai. An all’assalto di Paissan, “frocio, pederasta e busone”…

Cambia totalmente lo scenario, arriva la II Repubblica. Lo scontro verte tra berlusconiani, al governo, e antiberlusconiani dell’Ulivo, all’opposizione. Si discute la riforma della Rai (‘salva Rai’). Siamo alla seduta del 20 ottobre 1994 e presiede l’onorevole Pivetti (Lega). L’aula si trasforma in una bolgia dantesca durante l’intervento dell’on. Mauro Paissan (Verdi), relatore del dl e vice presidente della commissione di Vigilanza Rai, che scatena l’ira dei deputati di An cui affibbia la definizione di “tangentari e tangentisti”. Francesco Storace inveisce subito: “Vergognati, frocio!”. Altri gli urlano “Bastardo!”. La Pivetti prega Paissan di continuare e schiera i commessi in aula, ma gli chiedere di “smetterla di provocare”. L’on Passetto (An) aggira i commessi e prende Paissan per il collo, strattonandolo mentre i suoi colleghi gli continuano a urlare “Frocio!. La Pivetti sospende la seduta, ma ormai l’aula è già un campo di battaglia: Storace e La Russa guida una parte dei deputati di An al centro dell’emiciclo per distrarre i commessi mentre un gruppo di loro colleghi (Pasetto, Landolfi, Paolone) li aggira alle spalle. I microfoni vengono divelti, i fascicoli volano in aria e i deputati del Pds circondano un Paissan sempre più terreo in volto, ergendosi a sua difesa. Zaccheo prende di mira un commesso, Paolone affronta il verde Reale e lo stende con un pugno mentre almeno altri dieci fanno a botte. Volano calci, pugni, spintoni e insulti mentre dalla sinistra si urla “Squadristi! Fascisti!”. I commessi scortano Paissan fuori dall’aula. Storace profferisce parole destinate agli annali: “Quella checca di Paissan mi ha graffiato con le sue unghie laccate di rosso, io non lho toccato. Vi sfido a trovare le mie impronte digitali sul suo culo!”. Buontempo, detto ‘er Pecora’, si difende così: “Io non gli ho fatto niente perché non mangio i finocchi”. Morselli (An): “Paissan, fai bene a farti scortare: sei un pusillanime porco, pederasta e busone!”. Bonsanti commenta: “I topi sono usciti dalle fogne!” e Mussi di rincalzo: “sì, i topi fascisti!”.

L'ex premier e fondatore dell'Ulivo Romano Prodi

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

24 gennaio 2008: fine del governo Prodi. I berluscones festeggiano con champagne e mortadella.

Il II governo Prodi, che ha sempre avuto vita stentata, da quando è nato, appena due anni prima, affronta il voto di fiducia dell’aula di palazzo Madama, dove si regge solo grazie al voto dei senatori a vita. L’Udeur di Mastella ha deciso di ritirargli la fiducia e il finale appare scontato, ma c’è spazio per l’ennesimo, ultimo, dramma farsesco da raccontare. Prende la parola il senatore Nuccio Cusumano (Udeur) e, a sorpresa, annuncia che voterà con il governo a differenza del suo gruppo. Nino Strano (An), catanese, inizia a urlargli contro “Sei un cesso!” per ben tre volte e poi, ancora, “Sei un cesso corrotto e frocio!”, poi “Sei una merda!” (altre tre volte). Cusumano barcolla, Strano insiste: “Sei un frocio mafioso! Sei una checca squallida! Venduto!”. Il capogruppo dell’Udeur Tommaso Barbuto, fedelissimo di Mastella, pensa che ci debba mettere del suo e gli urla: “Sei un cornuto e venduto! Sei un pezzo di merda!”, accompagnando le parole con sputi vari e gestacci. Cusumano non regge all’emozione e si accascia sul seggio: è svenuto. La seduta è sospesa. Quando riprende, e si vota, Marini annuncia l’esito della votazione: ‘il Senato non approva”, il governo Prodi è caduto. Tra le urla di gemito della ormai ex maggioranza e quelle trionfanti dell’opposizione, c’è spazio per l’ultimo atto osceno: il senatore di An Domenico Gramazio estrae dallo scranno due bottiglie di champagne mentre l’ormai incontenibile Nino Strano estrae, sventola e finge di mangiare due fette di mortadella. Il presidente dell’assemblea, Franco Marini, cerca inutilmente di riportare la calma in aula: “Togliete via quella bottiglia, non siamo in osteria!”. Cala il sipario.

Nb. Questo articolo è stato pubblicato nella sezione ‘I giardinetti di Montecitorio’ del sito Quotidiano.net (htttp://www.quotidiano.net)

Mai una riga sotto, mai una riga sopra. Il bellissimo ricordo di Bruno Ambrosi nelle parole di sua figlia, Carlotta Dazzi

Pubblico, sapendo di fare cosa gradita, il bellissimo ricordo che Carlotta Dazzi, figlioccia del Bruno Ambrosi, e figlia di MIchela Dazzi, ha letto al funerale del Bruno che si è’ tenuto a Milano il 26 giugno scorso nel cortile interno della Rai di Milano.

Carlotta Dazzi
Eccoti il mio ricordo di Bruno

Carlotta Dazzi legge il suo ricordo di Bruno Ambrosi.

Carlotta Dazzi legge il suo ricordo di Bruno Ambrosi.

Ciao dolce Bruno, salutarti oggi è durissima. Il bene che ti voglio è difficile descriverlo in poche parole. Sei entrato nella mia vita che avevo 14 anni e sei stato per me come e più di un padre e questo è il più prezioso dei doni che che serbo nel cuore. Se io e Zita siamo quello che siamo lo dobbiamo anche a te, al tuo esempio nella vita, e alla tua passione per il giornalismo. Ho avuto bisogno di un padre e tu c’eri, con la tua ironia, la tua attenzione e la protezione che serviva. Mai un rigo sopra, mai uno sotto.
Ho imparato molto crescendo sotto le tue ali con l’amore e il senso di famiglia che tu e mamma ci avete saputo dare stando assieme sempre uniti. Anche nelle burrasche della vita.

Bruno Ambrosi nella sua casa di Levanto.

Bruno Ambrosi nella sua casa di Levanto.

Nonno bambino che giocava con i suoi nipoti con giocattoli d’altri tempi, barchette di latta a candela, la fabbrica del vapore che facevi funzionare come un deus ex machina sotto lo stupore dei bambini, solo per vederli ridere sulla terrazza di Levanto. Sei stato un nonno e un papà meraviglioso, affettuoso, sempre ironico anche in queste ultime difficili settimane. Ci mancherai maledizione, tantissimo. Resta il bene immenso che ci siamo voluti, i mille ricordi di più di trent’anni vissuti assieme e resta, anche se drammatica, la poesia di tutto quel ci siamo raccontati a parole e detti anche solo con gli sguardi tenendoci mano nella mano in questi mesi in cui hai affrontato la malattia con una dignità e un coraggio senza pari.

Le amate figlie del Bruno Carlotta e Zita Dazzi.

Le amate figlie del Bruno Carlotta e Zita Dazzi.

Piangerei, ma voglio sorridere perché finalmente navighi di nuovo lieve sul mare che entrambi abbiamo sempre amato. Col timone in mano, il tuo sigaro e lo sguardo avanti, al futuro. Io, Horace e i nostri piccoli mozzi abbiamo condiviso con te l’amore per la vela e la semplicità che solo la vita di mare sa dare e i ricordi sono mille. All’inizio sul tuo mitico Moby Dick con i primi bordi a Levanto, poi insieme su deciBel nel grande oceano che abbiamo avuto l’onore di navigare con te e mamma.
Devo a te anche questo, pensa. Se amo il mare è merito tuo che mi hai messo sulla prima barca e mi hai insegnato i primi rudimenti con santa pazienza e come sempre tanta voglia di trasmettere.

Un giovane Bruno Ambrosi dietro la sua macchina da presa.

Un giovane Bruno Ambrosi dietro la sua macchina da presa.

Grazie Bruno ti saluto e ti abbraccio forte con il tuo capitano Horace, i tuoi adorati nipoti Alizée e Léon perché questa tua nuova navigazione sia lieve e il vento ti accompagni. Mi sembra impossibile non vederti qui col tuo easy papi al guinzaglio. E temo che sentirò per sempre la tua mancanza, ma una parte di te continuerà a vivere in tutti noi che ti amiamo col più profondo del cuore. E una parte di noi sarà con te come il più unito degli equipaggi. Ciao papà, unico e insostituibile.
Ciao nonno Brum Brum

Carlotta Dazzi.