Un’intervista a Guerini, Orlando da Prodi, Renzi, il Pd lombardo. Archivi, ma recenti

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

  1. Il vicesegretario Pd Lorenzo Guerini: “Pronti a fare subito la legge elettorale”

Ettore Maria Colombo – ROMA

Parla Lorenzo Guerini, vicesegretario dem e coordinatore della mozione Renzi per il congresso, detto anche ‘il Forlani’ di Matteo.

I 5Stelle dialogano in campo aperto con la Cei e la Chiesa.

“Non enfatizzerei le interviste di questi giorni, il cui significato è stato successivamente circoscritto e precisato. Il Pd ha chiaro il valore del dialogo così come la distinzione dei ruoli. Su molte questioni che stanno a cuore ai cattolici italiani, dal valore della democrazia rappresentativa, al senso dello Stato, all’attenzione ai più deboli, il Pd ha posizioni chiare e offre risposte precise come ad esempio sul reddito di inclusione che ha visto un proficuo dialogo con l’Alleanza contro la Povertà. Su questi temi si misura una distanza siderale con i 5 Stelle”.

Però con i grillini ci volete fare la legge elettorale…

“Noi parliamo con tutti”.

Anche con Forzia Italia? E su quale canovaccio e quali punti specifici?

“Noi abbiamo avanzato più proposte che vanno nella direzione di non favorire la frammentazione, mantenendo il premio alla lista anche al Senato e armonizzando le soglie verso l’alto tra Camera e Senato. Ora tocca agli altri rispondere o fare una proposta, noi siamo pronti. Anche a fare un accordo con Grillo, se serve”.

I rapporti burrascosi tra il Pd e Padoan ora segnano bel tempo?

“Non c’è stata nessuna burrasca, ma un utile confronto”.

Ma in autunno, con la Ue e con Bruxelles, giocherete a braccio di ferro?

“Il tema non è il braccio di ferro con la Ue. Noi, proprio perché crediamo nell’Europa, nei suoi ideali e nel suo ruolo nel mondo globalizzato, pensiamo che debba cambiare profondamente direzione di marcia. L’attenzione per i conti pubblici non deve far venir meno nuove e innovative politiche di crescita e sviluppo. Una cosa è certa: l’austerity della Ue finora non ha funzionato”.

L’Iva aumenterà? E le tasse?

“Lo ha escluso lo stesso Padoan. Il Pd e il governo Renzi hanno lavorato abbassando la pressione fiscale e non intendiamo abbandonare questo percorso virtuoso”.

Parliamo delle primarie. Non è che sperate in una bassa affluenza?

“Il Pd è il solo partito italiano che fa congressi veri, chiama i suoi militanti ed elettori ad esprimersi, rende la sua leadership contendibile. Nella prima fase hanno votato oltre 266 mila iscritti e sono certo che i nostri elettori voteranno alle primarie e ci riserveranno ancora una volta una bella sorpresa. Renzi ha avuto un ottimo risultato tra gli iscritti (ha preso il 67% dei voti, ndr.) e sono certo che anche il voto degli elettori ci darà soddisfazione”.

Orlando parla di un “partito di notabili di stampo prefascista”…

“Il Pd è un partito con 450 mila iscritti, 6 mila circoli, con tanta gente che partecipa, persone in carne e ossa. Chiedo a tutti più rispetto per la nostra comunità”.

Ma perché Renzi rifiuta il confronto in tv, a eccezione di Sky?

“Perché ci stiamo muovendo con le regole utilizzate anche nelle precedenti primarie che prevedevano un solo confronto televisivo. Dopodiché non c’è giorno che passi in cui in qualche trasmissione tv non si parli del congresso de i candidati non abbiano visibilità. Non c’è bisogno di inventarsi una polemica ogni giorno”.

Non è che se vince Renzi poi cade il governo?

“Assolutamente no. Noi il governo lo sosteniamo convintamente. Se Renzi vince e ritorna segretario darà ancora più forza al nostro partito e alle sue proposte per l’Italia in vista delle prossime elezioni”.

Dopo il voto sarà inevitabile un governissimo con Berlusconi?

“Io non mi rassegno a un’Italia proporzionalista. Il Pd ha e manterrà la sua vocazione maggioritaria. Si rivolgerà a tutti gli italiani e in particolare ai quei 13 milioni che il 4 dicembre scorso hanno detto Sì al nostro progetto di cambiamento. Noi siamo una forza riformista che vuole governare questo Paese, senza inseguire alchimie politiciste che danno solo fiato al vento dei populismi”.

NB: Questa intervista è stata pubblicata sul Quotidiano Nazionale del 21 aprile 2017

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Prodi 1

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

2. Orlando da Prodi intasca mezzo endorsment, il problema di Renzi è l’affluenza. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Orlando lo definisce “un lungo e cordiale colloquio”, quello avuto con Romano Prodi a Bologna, casa del Professore, a ora di pranzo. Orlando era in città per un dibattito con il governatore del Lazio, Zingaretti, e il sindaco, Merola, suoi fan, e poi è volato a Milano per intavolarne un altro con Giuliano Pisapia, pure suo tifoso. Il ministro è stato, sì, ricevuto, dal padre dell’Ulivo, ex premier e ideatore delle primarie (partorite dalla mente di Arturo Parisi, in realtà, il quale è anche l’unico prodiano che oggi tifa per Renzi), ma la realtà è che il Professore non si è sbilanciato più di tanto. “Abbiamo parlato di temi generali”, dice uscendo, davanti ai cronisti, Orlando, “di vita politica italiana e internazionale”. Il fraterno colloquio, però, cadendo a una settimana di distanza dalle primarie, aveva generato l’idea del ‘colpaccio’. I renziani dubitano che l’endorsment arriverà mai. A tranquillizzarli, in parte, sono gli stessi uomini del Prof che assicurano: “Prodi non lo può tirare per la giacca nessuno”, nella sua cultura ci sono le primarie, non dire per chi vota, non lo ha fatto ieri né lo farà ora, lo stile è sostanza”. Però, se il veleno sta nella coda, gli stessi fanno notare che “il Prof fa sua la battaglia di Orlando per una forte partecipazione al voto” e anche – anzi, forse, soprattutto – “quella per tenere unito il Pd”. Come se, è il sottotesto, una vittoria di Renzi potrebbe spaccarlo o, Dio non voglia, provocare nuove dolorose scissioni (vedi Bersani).

Poi c’è la – piccola – pattuglia dei prodiani ancora operanti nel Pd, guidata dalla ex portavoce del premier, la deputata Sandra Zampa, che lavora tutta, pancia a terra, per Orlando, il quale gigioneggia: “parlare con Prodi è sempre utile” (traduzione: Renzi non lo fa). L’accenno prodiano polemico, da leggersi in chiave anti-renziana, sta, invece, nella sola frase ufficiale che esce da casa Prodi: “abbiamo condiviso l’augurio di una grande e bella partecipazione alle primarie che possa segnare il necessario risveglio del Pd”.

E qui la lingua batte dove il dente duole. Infatti, gli ‘orlandiani’, e lo stesso Orlando, si danno sulla voce da settimane nel sostenere che Renzi vuole “far votare poca gente” e che l’ex premier, tra mancati inviti ai confronti tv (al netto di Sky, dove il confronto si terrà il 26 aprile, ma sarà l’unico, in Rai solo confronti a distanza) e presunta assenza dai ‘territori’, avrebbe messo “la sordina” ai gazebo per disincentivare l’affluenza e garantirsi “vittoria facile”.

E se è vero che il giorno scelto, domenica 30 aprile, è poco felice – capita a metà di un mega-ponte, tra 25 Aprile e Primo Maggio – è vero anche che al Nazareno sono ben consapevoli del problema. Una bassa partecipazione al voto (sotto il milione e mezzo, per dire, quando la stima è dei renziani è tra 1,5 e 1,8, forse 2 milioni) depotenzierebbe una vittoria, quella di Renzi, data ormai per certa, e pure con percentuali, pare, schiaccianti (Renzi è intorno al 65%, Emiliano è fermo al 18%, Orlando non si schioda dal 22%). Ergo, Renzi ci tiene eccome, all’affluenza. Solo che preferisce parlare ‘al Paese’, da candidato premier già in pectore. Ieri ha detto che “Noi siamo quelli che parlano bene dell’Italia, non rassegnatevi”. Il nemico, per Renzi, sono i populisti, Lega e M5S, e non vede l’ora di affrontarli nell’unica gara che, per lui, conta: le Politiche.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 23 aprile 2017 sul Quotidiano Nazionale. 

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maurizio martina

Il ministro all’Agricoltura Maurizio Martina (Pd)

3. Maroni e Zaia promuovono i referendum autonomisti, il Pd lombardo si divide. 

Ettore Maria Colombo – ROMA
Maroni e Zaia vogliono apparire più ‘leghisti’ del re (Salvini) e il Pd del lombardo-veneto vuole apparire, come da tradizione, più ‘autonomista’ di quello romano. Tanto che il sindaco di Milano, Sala, annuncia che voterà Sì con parole non dissimili da quelle usate da Giorgio Gori, oggi sindaco di Bergamo e assai probabile candidato del
centrosinistra alla guida della Lombardia nel 2018.
Il tema è il referendum sull’autonomia di Veneto e Lombardia che i consigli regionali a maggioranza centrodestra e trazione leghista delle due regioni hanno deciso di promuovere il 22 ottobre 2017. I referendum sono solo ‘consultivi’ (non potrebbero che essere tali) e invocano più autonomia regionale e più competenze esclusive, specie
sul piano delle politiche fiscali, ma stanno già terremotando la politica locale e nazionale. L’M5S, per dire, apprezza l’idea e, pur dicendo che “non si fida” di Maroni e Zaia, è orientato al Sì.

I due governatori leghisti, Roberto Maroni e Luca Zaia hanno trovato l’accordo per votare in contemporanea, nelle due regioni (in Lombardia con scrutinio elettronico). I due sono in via di riposizionamento anche all’interno della Lega oggi guidata dal ‘nazionalista’, se non ‘centralista’ Salvini, presto a congresso: vogliono rinsaldare
l’alleanza di centrodestra sul piano nazionale e, soprattutto, locale, visto che in Lombardia nel 2018 si vota e Maroni è pronto ad abbinare il voto alle Politiche, se ci saranno. Così, mentre sia Bossi (“Era ora”) che Salvini (“Non vedo l’ora di andare a votare”) esultano, la scena stavolta è tutta per loro due. Zaia si batte il petto orgoglioso
(“il 22 ottobre il popolo veneto e quello lombardo scriveranno una pagina di storia”), mentre Maroni fa il realista (“Il risultato è a portata di mano, il voto per l’autonomia può e deve essere trasversale”), guardando ai 5Stelle.

Il problema, tanto per cambiare, deflagra e divide, invece, Pd. Il governo – prima con Renzi, poi con Gentiloni – e i vertici del partito avevano chiesto alle due regioni di aprire una trattativa con l’Esecutivo sulla base dello stesso articolo 116 comma 3 della
Costituzione attraverso cui i quesiti referendari sposati dai leghisti vogliono arrivare alla maggiore autonomia, ma senza avere la garanzia del risultato, legato appunto a un successivo negoziato.

La differenza sta, come sempre, nelle diverse sensibilità tra il Pd ‘romano’, cioè nazionale, e quello del ‘lombardo-veneto’ che, da decenni, ormai, insegue, senza successo, la Lega sul suo terreno. Ora, però, sta per riprovarci: il candidato del Pd alle Regionali non sarà il bresciano ministro Martina, come pure si era detto a lungo, ma il
bergamasco Giorgio Gori, renziano di ferro almeno quanto il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, è invece ormai ostile al leader tanto che, ieri sera, quando Renzi è venuto a Milano, era assente.

Sala, però fa un apertura di credito non indifferente al referendum: lo giudica “uno spreco di denaro”, ma poi annuncia che voterà Sì. Gori, sempre ieri, ha ripetuto il concetto: “Condivido l’obiettivo dell’autonomia, ma il Governo, con il ministro Martina, ha dato segnali di apertura, non c’è bisogno del referendum per trattare”. Il ministro Martina, invece, sposa secco e duro la linea opposta, quella del Pd centralista: “il referendum costerà 46 milioni, è del tutto inutile e dopo le regioni dovranno trattare lo stesso”.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 22 aprile 2017 su Quotidiano Nazionale 

Pd, congresso tra gli iscritti: Renzi vola, Orlando resta basso, Emiliano fa flop.

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Se abbiamo riportato una vittoria? Veramente è un trionfo”. Al Nazareno si stropicciano gli occhi, quasi non ci credono. Nei congressi di circolo – 6324, per la precisione, le convenzioni locali, dal 20 marzo a ieri, sono state 5 mila, l’affluenza è intorno al 58,1%, i votanti sono 235/255 mila su un totale di iscritti che, alla fine, supererà quota 430 mila – la mozione di Matteo Renzi ha fatto il botto. E, certo, è solo il primo round, saranno solo i gazebo – primarie aperte anche ai non iscritti – del 30 aprile a decretare chi sarà il futuro segretario del Pd, ma i numeri sono impressionanti: il Pd è diventato un lago renziano.

I dati del Nazareno parlano chiaro: “Renzi è al 68,22% (141.245 voti assoluti), Orlando al 25,42% (52.630 voti), Emiliano al 6,36% (13.168 voti)” e l’affluenza è stimata al 58% (235-250 votanti, appunto). Vittoria schiacciante. Eppure, i comitati dei due avversari danno numeri diversi: “Orlando è quasi al 30%, al 29,6%, Renzi al 62,4%, Emiliano all’8%”, per gli orlandiani, con un affluenza assai più bassa (200 mila votanti) stimata al 46%; mentre gli emiliani danno il loro candidato “oltre l’8%, Orlando al 30% e Renzi al 62%”, su una affluenza che è molto più bassa (41% al massimo, vuol dire circa 180 mila votanti). Discrepanze che daranno di certo adito a roventi polemiche, che sono già scoppiate, in vista della proclamazione ufficiale dei risultati da parte della commissione congressuale – dato che arriverà solo oggi, però, al massimo entro domani – ma il succo politico resta: il ministro va assai meno bene del previsto, anche nelle zone dove pensava di sfondare o quantomeno di vincere (Bologna ed Emilia rossa, Roma e Lazio, Liguria) e ben peggio di Cuperlo (che nel 2013 sfiorò il 50%), il governatore pugliese fa un mega flop dappertutto (era a rischio persino la possibilità di superare il 5% nazionale o il 15% in 5 regioni necessari per accedere alla seconda fase, quella delle primarie aperte: Emiliano ce la fa per un pelo e le malelingue dicono che i renziani lo hanno aiutato per non togliere appeal e mordente a una gara sonnacchiosa) mentre Renzi stravince e dappertutto.

Infatti, l’ex premier conquista, nel Pd, 20 regioni italiane  su 20 (Liguria di Orlando e Puglia di Emiliano, dato ancora più clamoroso, comprese), le grandi città (a Roma, dove comandano Zingaretti e Bettini, schieratissimi con Orlando, Renzi ha il 62,3%, a Milano il 68,2%, a Bologna il 49,9%, a Genova il 57,7% , a Firenze ‘la bulgara’ l’82,4%, a Napoli il 78%, a Cosenza il 48% ed è una delle poche città dove Orlando lo sovravanza, di poco) e i piccoli centri, zone ‘rosse’ e ‘bianche’, Nord e Sud. Per dare una dimensione dei numeri, Renzi sfiora il 70% non solo dove i renziani e gli uomini di Martina controllano il partito (Lombardia, Toscana, Veneto, Marche), ma anche nelle regioni rosse (63% in Emilia fino al 76% in Umbria), si attesta attorno al 65% in regioni non ‘sue’ come Piemonte, Lazio e Liguria (terra natale del ministro), è saldamente sopra il 60% in tutto il Sud, con punte del 78%, ed è in testa persino in Puglia, la regione di Emiliano, pur non superando il 50%.

“Sono risultati incredibili, vanno oltre le nostre previsioni”, fa filtrare l’ex premier che si gode il successo a Pontassieve mentre è impegnato a finire il libro di memorie scritto per Feltrinelli (il titolo è ancora top secret,  il libro uscirà dopo le primarie). Renzi non vuole farsi trascinare in polemiche e così evita di rispondere ai suoi avversari. Emiliano e Orlando attaccano duro: ora il tentativo è alzare l’asticella in vista del 30 aprile, quando, anche a causa di una data scelta in modo dissennato in quanto è in mezzo a due ‘ponti’ festivi (25 aprile e Primo Maggio), il rischio di una partecipazione bassa è alto. “Se ai gazebo vanno meno di 2 milioni di persone – dice Orlando – è una sconfitta, colpa di chi finora ha guidato il partito”.  Lorenzo Guerini – il vero artefice del successo che in una nota scandisce la “soddisfazione per un risultato che vede in Renzi il segretario in cui i nostri iscritti ripongono fiducia e speranze” – gli legge i dati e a Matteo torna il sorriso.

“Calma, ragazzi, il partito deve restare unito – ribadisce Renzi ai suoi – io voglio dimostrare che non sono divisivo”. Poi, però, una battuta su Orlando gli scappa: “Era convinto di andare molto meglio, ha preso una bottarella, lo ha capito e ha dato segnali di nervosismo, protestando per il voto, ma io sono convinto che io e lui possiamo lavorare insieme”. Su Emiliano non dice nulla, anche se c’è chi giura di averlo visto ‘gongolare’ per un dato che i pasdaran bollano come “il peggior risultato di un ex giudice in politica dai tempi di… Ingroia” (il quale, con la sua Rivoluzione civile, prese il 3%…).

I renziani sono in brodo di giuggiole. Il senatore Marcucci traccia il solco: “Il consenso di Renzi dentro il partito è passato dal 45% del 2013 al 68% di oggi, oltre 20% in più” (ma, dal 2013 ad oggi, il Pd ha perso ben 135 mila iscritti, specie nelle regioni rosse, non pochi). Dal 2014 in poi, però, il numero degli iscritti è sempre aumentato (+30 mila sul 2015, +50 mila sul 2014) fino ad arrivare ai 430 mila – 30 in più dei previsti 405 mila – del 2016. Un numero di 30 mila unità in più rispetto a quello noto finora che il vicesegretario Guerini si era tenuto in serbo per festeggiare, insieme a Renzi, la vittoria schiacciante.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 3 aprile 2017 a pag 10 del Quotidiano Nazionale. 

4) Lo Stato centrale torna a ‘prevalere’ sulle Regioni. Cnel e Province vengono abolite. Speciale riforma n. 4) FINE

Il 4 dicembre i cittadini italiani saranno chiamati a votare, secondo la procedura prevista dall’art. 138 della Costituzione (referendum confermativo, ovvero senza necessità di quorum), per il referendum costituzionale. Dunque, con un Sì o con un No, si potrà esprimere il proprio voto pro o contro la riforma del Senato. Il testo della riforma costituzionale è stato approvato dal Parlamento dopo sei letture (la famosa ‘navetta’): l’iter è iniziato al Senato l’8 aprile 2014 e si è concluso alla Camera il 12 aprile 2016. La riforma incide su 47 dei 139 articoli della Costituzione. In quattro puntate abbiamo illustrato i contenuti della riforma: lunedì scorso la composizione del Senato; martedì scorso i poteri e funzioni delle Camere; ieri gli organi costituzionali e i referendum; oggi rapporto Stato-Regioni, abolizione del Cnel e delle Province (FINE).

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L’aula di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica

UNA DELLE PRINCIPALI modifiche della riforma costituzionale riguarda la nuova divisione tra competenze regionali e dello Stato. Nell’attuale Costituzione, dopo la riforma costituzionale del Titolo V approvata nel 2001, le varie materie legislative sono divise in tre grandi ‘branche’: la prima di competenza dello Stato, la seconda di “competenze concorrenti”, cioè competenze miste tra Stato e Regioni, e una terza formata da competenze non nominate esplicitamente e che, dunque, sono di competenza regionale. Le materie “concorrenti” sono state considerate una delle principali cause dell’incertezza normativa che ha portato a una lunga serie di contenziosi tra Stato e Regioni presso la Corte costituzionale (circa 1500 negli ultimi 15 anni). La riforma, di fatto, elimina o limita le materie “concorrenti”, allunga la lista delle competenze statali esclusive, elenca le competenze regionali, lascia sempre a queste le competenze non esplicitamente citate.

La legislazione esclusiva (art. 117)
«La potestà legislativa – recita la Costituzione all’art. 117 – è esercitata dallo Stato nelle seguenti materie: a) politica estera e rapporti internazionali dello Stato; rapporti dello Stato con la Ue; diritto di asilo e condizione giuridica dei cittadini di Stati non appartenenti alla Ue; b) immigrazione; c) rapporti tra la Repubblica e le confessioni religiose; d) difesa e Forze Armate; sicurezza dello Stato; armi, munizioni ed esplosivi». In tutti questi casi la legislazione esclusiva dello Stato, anche nella riforma, resta identica.

Le materie concorrenti (art. 117)
Le competenze concorrenti ritornano, anche se sotto altra forma, anche nella riforma Renzi-Boschi. In alcune materie di esclusiva competenza dello Stato centrale, infatti, la riforma specifica che lo Stato si dovrà occupare solo di “disposizioni generali e comuni” o di “disposizioni di principio”, gli stessi termini usati attualmente. Lo Stato tornerà, però – pur se con una competenza “limitata”, simile alla vecchia competenza concorrente, cioè non “esclusiva”– ad avere molta più voce in capitolo su una lunga serie di materie e le Regioni molto meno. Le materie e i relativi poteri “concorrenti” che lo Stato eserciterà in materia esclusiva riguardano: energia, ricerca, opere pubbliche strategiche, salute, politiche sociali e di sicurezza alimentare, istruzione, disciplina giuridica del lavoro, associazioni tra Comuni, attività culturali, turismo, governo del territorio, sistema nazionale di Protezione civile (art. 117).

La «clausola di supremazia» dello Stato
Alla nuova ripartizione di competenze tra Stato e regioni si aggiunge l’introduzione della “clausola di supremazia”, una norma chiave che consente allo Stato di legiferare anche sulle materie di esclusiva competenza regionale quando lo richiede «la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica ovvero la tutela dell’interesse nazionale» (art. 117, III comma). Dalla clausola di supremazia sono escluse le cinque regioni a statuto speciale (Valle d’Aosta, Friuli-Venezia Giulia, Trentino Alto Adige, Sicilia e Sardegna) a meno che da sole non modifichino i loro stessi statuti regionali.

L’abolizione di Province e Cnel (artt. 99 e 114)
L’abolizione del Cnel (Consiglio nazionale dell’Economia e del Lavoro) e delle Province rappresentano tagli ai costi della politica. Il Cnel (art. 99), nato nel 1957 come luogo di mediazione tra le parti sociali e con funzioni di consulenza delle Camere, è diventato col passare dei decenni un ente sempre più residuale, poi del tutto inutile. Il suo costo è di 20 milioni l’anno, ma la sua abolizione non produrrebbe un risparmio equivalente, causa i suoi dipendenti che, trasferiti alla Corte dei Conti, pesano per 7 milioni annui. Anche le Province (art. 114) verrebbero abolite. Già la legge Delrio del 2014 ne ha prodotto la trasformazione in “enti di area vasta” insieme alle città metropolitane e ne ha cancellato le giunte provinciali, prevedendo che i consigli e i presidenti relativi vengano eletti non più dai cittadini, ma dai sindaci e dai consiglieri comunali (elezione di secondo livello). Dal costo delle Province (320 milioni annui) si avrebbero risparmi per 163 milioni.

Il taglio ai costi della Politica (art. 122)
Tra gli altri risparmi, vi sono, sul fronte delle Regioni, due norme ad hoc: il divieto di finanziare i gruppi politici presenti nei consigli regionali e la riduzione degli stipendi dei consiglieri regionali al livello di quello del sindaco del comune capoluogo di Regione, che però non sono uguali da Regione a Regione ma variano in base alle fasce demografiche. Il risparmio sui gruppi politici sarebbe nell’ordine dei 30 milioni annui mentre i circa 600 consiglieri regionali attuali perderebbero in media oltre la metà della propria indennità (circa 10mila euro lordi mensili). Escluse le regioni a statuto speciale, sarà una legge nazionale bicamerale a stabilire il taglio come pure a fissare i principi per promuovere l’equilibrio uomo/donna nella rappresentanza politica regionale. Infine, dopo una legge attuativa, si potrà arrivare alla rimozione di un governatore (art. 120) in caso di grave dissesto finanziario della sua Regione.

La curiosità. Sussidiarietà, una parola in declino

Il principio di ’sussidiarietà’ è diventato un principio costituzionale con la riforma del 2001, scritto all’art. 117. Resta tale anche con questa riforma, ma perderà valore perché molte competenze ritornano in capo allo Stato.

Ecco il grafico da me pensato, scritto e pubblicato per Quotidiano Nazionale 

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(4-fine)

NB: questo articolo è stato pubblicato il I dicembre 2016 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)

1) Il Senato cambia pelle ma non muore. Entrano sindaci e consiglieri regionali. Se passa la riforma sarà di 100 membri, eletti in via indiretta. Speciale riforma 1

aula-del-senato

Roma, 28 novembre 2016 – IL 4 dicembre i cittadini italiani saranno chiamati a votare, secondo la procedura prevista dall’art. 138 della Costituzione (referendum confermativo, ovvero senza necessità di quorum), per il referendum costituzionale. Dunque, con un o con un No, si potrà esprimere il proprio voto pro o contro la riforma del Senato. Il testo della riforma costituzionale è stato approvato dal Parlamento dopo sei letture (la famosa ‘navetta’): l’iter è iniziato al Senato l’8 aprile 2014 e si è concluso alla Camera il 12 aprile 2016. La riforma incide su 47 dei 139 articoli della Costituzione. In quattro puntate illustriamo i contenuti principali della riforma: oggi la composizione del Senato; domani poteri e funzioni delle Camere; mercoledì organi costituzionali e referendum; giovedì il rapporto tra Stato e Regioni e l’abolizione di Cnel e Province.

Addio al bicameralismo perfetto

LA BASE e la parte più importante della riforma costituzionale che verrà sottoposta a referendum il prossimo 4 dicembre è il superamento del bicameralismo perfetto o paritario. Oggi, infatti, la Camera e il Senato svolgono le stesse funzioni, anche se separatamente: votano la fiducia al governo e una legge, per essere approvata, deve avere il sì di entrambe. Se il testo viene modificato dal Senato deve ritornare alla Camera e viceversa (è la cosiddetta “navetta parlamentare”). Con la riforma, il Senato non darà più la fiducia al governo e non seguirà più l’iter di molte leggi di cui sarà competente la sola Camera dei Deputati (rinviamo l’esame delle competenze del Senato a un’altra puntata).

La composizione (artt. 57-59)

Oggi il Senato è composto da 320 senatori. Cinque sono senatori a vita, nominati dal Capo dello Stato (in realtà sono 4 senatori a vita più un presidente emerito, l’ex presidente della Repubblica Napolitano) e 315 sono senatori eletti a suffragio universale diretto, anche se nel 2013 sono stati eletti con una legge elettorale, il Porcellum (concede il 55% dei seggi alle coalizioni vincenti nelle 20 regioni e il 45% dei seggi alle altre liste, regione per regione), dichiarata incostituzionale dalla Consulta.
I nuovi senatori saranno invece cento, non più eletti direttamente ma scelti dalle assemblee regionali tra i consiglieri che li compongono e tra i sindaci della regione. In tutto, si tratterà di 95 senatori eletti (74 consiglieri regionali e 21 sindaci) e cinque senatori nominati dal Capo dello Stato ma solo per 7 anni, dunque non più a vita, e non rinnovabili.
Alla fine del loro mandato, gli ex Presidenti della Repubblica saranno, invece, proprio come accade ora, senatori a vita. Il numero totale dei membri del nuovo Senato, quindi, potrà diventare superiore di qualche unità rispetto ai cento teorici.

Il metodo di elezione (art. 57)

Ogni consiglio regionale (e le province autonome di Trento e Bolzano) eleggerà senatore un sindaco del proprio territorio e uno o più consiglieri regionali in base alla popolazione. Nessuna Regione potrà avere meno di due senatori (il Molise, ad esempio, ne avrà 2 mentre la Lombardia, la regione italiana più popolosa, ne avrà 14, la Campania 9, il Lazio 8, 7 Piemonte, Veneto e Sicilia, 6 Emilia-Romagna e Puglia, 5 Toscana, 3 Calabria e Sardegna, 2 tutte le altre, comprese le Province autonome di Trento e Bolzano), il che vuol dire un sindaco e un consigliere.

Si tratta, dunque, di una forma di elezione ‘indiretta’. Ma dopo una lunga battaglia parlamentare condotta dalla minoranza del Pd, è stato inserito un comma, il V, sempre all’art. 57, che parla di obbligo di eleggere i futuri senatori «in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi». Il governo ha assicurato che recepirà, quando si tratterà di scrivere, con legge ordinaria entro sei mesi dalla approvazione della riforma, la legge elettorale per il futuro Senato, il V comma dell’art. 57 e di tener conto del voto diretto dei cittadini. Come, però, questo avverrà (indicazione diretta sulla scheda, listino ad hoc, etc) non è ancora chiaro. In ogni caso, la prima elezione del nuovo Senato avverrà sulla base della sola indicazione dei consigli regionali, se non ancora sciolti, e bisognerà adeguare alla nuove norme le 20 diverse leggi elettorali delle 20 regioni italiane.

Scioglimento dell’assemblea

In ogni caso, i sindaci-senatori e i consiglieri-senatori restano in carica fino allo scioglimento dei rispettivi consigli comunali e regionali. Di conseguenza, ci saranno continue elezioni per il Senato, causa le diverse date di scioglimento dei medesimi consigli. Ne consegue che l’assemblea del Senato non verrà mai sciolta completamente, né ogni cinque anni, come la Camera, né in via anticipata, ma periodicamente rinnovata.

Elettorato attivo e passivo

Oggi servono 25 anni per essere elettori e 40 anni per essere eletti, al Senato. Domani basterà avere i 18 anni necessari per eleggere o essere eletti consiglieri-senatori.

Immunità e indennità 

L’immunità (autorizzazione della Camera di appartenenza per arresto e intercettazioni, art. 68) resterà tale. L’indennità è abolita, o meglio resta lo stipendio da sindaci o da consiglieri regionali mentre i senatori di nomina presidenziale non avranno alcuno stipendio. Ma diaria e rimborso spese per l’esercizio del mandato (circa 6 mila euro al mese) resteranno tali. Resta l’assenza di vincolo di mandato (art. 67): vuol dire che i senatori rappresentano la Nazione, come i deputati, non l’organo (i consigli regionali) che li ha eletti. L’art. 122 della riforma affida a una legge dello Stato il compito di fissare l’importo della retribuzione dei consiglieri regionali: iltetto massimo sarà lo stipendio dei sindaci capoluogo di Regione.

Frequenza dei lavori

I nuovi senatori parteciperanno ai lavori del Senato compatibilmente con i loro impegni di sindaci o consiglieri regionali. La loro presenza a Roma, dunque, non sarà dunque assidua né costante ma limitata ad alcuni giorni al mese.

La curiosità. Le funzioni cambiano, ma il nome resta uguale…

Il Senato rappresenterà, di fatto, le autonomie locali, ma continuerà a chiamarsi ‘Senato della Repubblica’, proprio come oggi. Anche nel nome il Senato italiano non è il Bundesrat’ tedesco (Camera delle Regioni).

Ecco il grafico da me preparato, scritto e pubblicato su Quotidiano Nazionale:

prima_puntata

(1-continua)

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 6 del Quotidiano Nazionale il 28 novembre 2016 (htttp://www.quotidiano.net)

Il Pd cambia pelle: da partito ‘leggero’ ai ‘piedi piantati sul territorio’. Scure e tagli su tutti gli organismi, a partire dai segretari provinciali, i circoli si finanzino da soli

Lorenzo Guerini

Il vicesegretario del Pd, Lorenzo Guerini, detto anche ‘il Forlani’ di Renzi

UN DOCUMENTO di sette cartelle sulla «forma partito» è stato scritto da un gruppo di lavoro composto da tutte le “anime” del Pd: i vicesegretari Guerini e Serracchiani, il presidente Orfini e un esponente dem per ogni corrente, minoranze comprese (il bersaniano Nico Stumpo, il cuperliano Andrea De Maria, la bindiana Margherita Miotto, la prodiana Sandra Zampa). Tenuto riservato per mesi, tranne che per alcune, imprecise, anticipazioni giornalistiche, il documento riservato del Pd – che QN ha potuto leggere – sta per rivoluzionare il partito guidato da Renzi per come è stato fino concepito fino a ora.

Il lavoro, in realtà, non è finito: il documento, con la dicitura di «contributo aperto» (traduzione: il Nazareno non impone nessun diktat…), è stato spedito a tutti i diversi livelli e unità territoriali per ricevere «osservazioni» ed essere, da queste, rispedito indietro. Dopo le elezioni amministrative, e cioè dopo giugno, ma entro luglio, l’Assemblea Nazionale dem approverà la necessaria modifica allo Statuto e così nascerà il ‘nuovo’ Pd.
Il documento si muove su tre direttrici: organismi interni, ruolo dei militanti, risorse. Le parole d’ordine sono «sburocratizzare» e, insieme, «radicarsi». Di certo scatterà un notevole, pur se non drammatico, assicura il Nazareno, «dimagrimento» degli organi decisionali. I principali, tra questi, almeno sul piano nazionale, sono tre. Il primo è l’Assemblea Nazionale: oggi conta 1000 membri eletti, cui si aggiungono, di diritto, i 400 parlamentari e tutti gli eletti (diverse centinaia) negli enti locali: saranno ridotti a meno di 800. Il motivo è che i rimborsi spettanti ai “Mille” democrat, ogni volta che vengono a Roma, sono diventati assai esosi. Poi c’è la Direzione nazionale: conta 120 membri, più 30 di diritto e 50 scelti fior da fiore nei gruppi parlamentari, 200 in totale: sarà «limata». Infine, c’è la Segreteria Nazionale: composta da 12 membri verrà, finalmente (è ormai dall’estate scorsa che se ne parla visto che ne sono usciti in diversi, come Enzo Amendola, promosso viceministro agli Esteri), “rimpastata”, ma il numero resterà quello.

INFINE, si agirà sui livelli intermedi del partito. Un partito che è diviso in tre cerchi: Unioni comunali, Unioni provinciali e Unioni regionali. Molti circoli (le vecchie ‘sezioni’), come è successo a Roma, causa inchiesta ‘Mafia Capitale’, verranno fusi tra loro perché sono rimasti, troppo a lungo, inattivi, quando non sono stati direttamente ‘inquinati’.

E così, i circa 6 mila, sulla carta, circoli che il Pd ha sull’intero territorio nazionale diminuiranno. La scure vera, però, si farà sentire sulle 120 unità di base provinciali: non scompariranno del tutto, seguendo il destino delle Province di riferimento, cancellate dalla legge che le ha abolite, ma verranno, in moltissimi casi, «accorpate». Un modo gentile per dire che molte di esse, appunto, scompariranno, anche se non tutte. Si cercherà, per le restanti, di farle combaciare con i 100 collegi con cui l’Italicum ridisegna la geografia politica italiana.
Ma non tutti i mali vengono per nuocere: infatti, insieme a questo processo di «razionalizzazione», come lo chiamano al Nazareno, «i segretari di base, circoli in testa, avranno più poteri, saranno più coinvolti e caricati di forti responsabilità, a partire dal foundrising». Detta in volgare: i segretari dovranno trovarsi i soldi da sè e finanziarsi da soli diventando una sorta di “promotori finanziari” o di veri e propri “procacciatori” di denaro. Il finanziamento pubblico è agli sgoccioli e, nonostante il successo del 2xmille (550 mila i donatori privati che hanno scelto il Pd, dato che al Nazareno magnificano a ogni pié sospinto, con legittimo orgoglio), le casse del partito languono. I dipendenti nazionali sono stati già ridotti a 100 in totale, ma solo grazie ai ‘distacchi’ nei gruppi parlamentari e nei diversi ministeri a guida Pd, mentre la Segreteria si è autoridotta tutti i rimborsi spese, specie le auto a nolo, passati da +800 mila (gestioni precedenti a quella di Renzi) a -7 mila.

Il Pd, in compenso, ha ormai costruito, da diversi anni, un data-base che vale oro: si tratta del 1 milione e 300 mila gli iscritti alle primarie (di partito) che costituiranno, una volta per tutte, l’Albo degli elettori del Pd. Un albo che resterà per forze di cose in pancia al Pd e che resterà anche distinto dall’Albo delle primarie «di coalizione» , cui hanno partecipato e parteciperanno – si spera – in futuro altri partiti diversi dal Pd (Sel, Cd, Idv, Verdi, etc.).

Inoltre, sono arrivati a quota 386 mila gli iscritti del 2015 e, assicura il Nazareno, «arriveremo presto a quota 390 mila», il che vuol dire 30/40 in più del dato del 2014. L’altra novità è, però, un ritorno al passato. Infatti, come forse non tutti sanno, già dalla sua nascita, nel 2007-2009, il Pd faceva eleggere i segretari di circolo e provinciali solo dagli iscritti, mentre quelli regionali sono sempre stati eletti con le primarie, come avveniva – e avviene, ancora oggi, per il segretario nazionale. Dopo la riforma dello Statuto si tornerà a una modalità di elezione dei segretari regionali più ‘chiusa’ e molto meno ‘aperta’. Sarà, cioè, riservata ai soli iscritti o (ma sul punto è ancora aperto il dibattito), alla loro elezione in modo «contestuale» a quella del segretario nazionale. Come già avveniva sotto Veltroni e Bersani con un evidente effetto di ‘trascinamento’ dei segretari regionali. Una ‘comodità’ di cui, invece, Renzi non ha goduto:  infatti, i segretari regionali vennero eletti, nel 2014, solo  mesi dopo l’elezione con primarie del segretario nazionale.
Infine, altra novità, rinasceranno i circoli «tematici» e quelli di pura «iniziativa politica», i quali potranno attirare e far lavorare i militanti (della società civile, ma forse anche di altri partiti…), ma non votare gli organismi interni (segretari di circolo e regionali, segretario nazionale). Infine, c’è la novità dei circoli on-line: ci saranno, anzi già ci sono (a Bologna, l’Aquila, Napoli), ma per votare dovranno trovarsi una sede fisica.

Morale: il Pd va verso una forma di partito più ‘leggero’ o più ‘pesante’? Il vicesegretario Guerini la spiega così: «Il modello a cui ci rifacciamo è quello studiato da due politologi Usa, Richard Katz e Peter Mair, che hanno teorizzato – con un saggio pubblicato nel 1995 e rivolto soprattutto al partito dell’Asinello, e cioè i Democrat Usa – la necessità di creare una via di mezzo tra il Party on the ground, cioè un partito coi i piedi ben piantati sul territorio, e un Cartel Party”. Di che si tratta? Di una forma di organizzazione “leggera”, de-differenziata, con strutture reticolari, esternalizzazione, centralizzazione decisionale; ruolo nevralgico dei leader”, scrivono i due autori statunitensi nel loro saggio, che prevede anche una “competizione su tutto il mercato elettorale; formazione e manipolazione delle preferenze degli elettori; relazioni opportunistiche o neutrali con i gruppi; prevalenza delle funzioni di coordinamento istituzionale e procedurali; logica della competizione (e della collusione)”, ma soprattutto, spiegano, “a causa della crisi delle risorse interne, finanza pubblica e sponsorizzazione da parte dei gruppi di interesse, presenta canali di comunicazione mediali e virtuali; vede i partiti come campaign organizations; expertise e conoscenze specialistiche, ad esempio nel campo delle tecniche di comunicazione“.

Detta in italiano antico, una via di mezzo tra il «partito pigliatutto» com’era la Dc del Secondo dopoguerra, e il partito di «funzionari e quadri», oltre che, ovvio, «di massa», del Pci che fu. Detta in italiano moderno si tratta, appunto, del “Partito della Nazione”.

NB: Questo articolo è stato pubblicato l’8 aprile 2016 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale in forma meno estesa (http://www.quotidiano.net)

Tutto il potere a una Camera sola. Analisi dettagliata della riforma del Senato

Palazzo Montecitorio. Portone d'ingresso della Camera dei Deputati.

Palazzo Montecitorio. Portone d’ingresso della Camera dei Deputati.

Da ieri in poi, anche se concretamente solo dopo ultime due, definitive, letture (questo secondo passaggio al Senato è ancora dentro il primo ‘giro’ della riforma: finché il testo non viene votato identico in tutte le sue parti non si passa al ‘secondo’ giro: terza e quarta lettura), si può iniziare a dire addio al vecchio Senato. Il nome resterà quello di sempre, ma si tratterà di una nuova Camera delle Autonomie territoriali: scrive il nuovo testo “il Senato della Repubblica rappresenta le autonomie territoriali”.

Ecco una rassegna, il più possibile rapida e ragionata, delle principali modifiche.

TITOLO V. Corpose le modifiche al Titolo V della Costituzione: vengono ampliate le competente esclusivamente statali (energia, trasporti, infrastrutture) in senso inverso alla riforma del 2001 (Bassanini) voluta dall’allora centrosinistra e dalla forte impronta federalista. Lo Stato potrà esercitare una “clausola di supremazia” verso le Regioni per tutelare l’unità della Repubblica e l’interesse nazionale, ma alle Regioni potranno essere attribuite forme di autonomia su temi come formazione professionale, territorio, etc.

FINE DEL BICAMERALISMO PERFETTO. Finirà il bicameralismo perfetto e quelle famose ‘navette’ tra le due Camere che duravano mesi, se non anni, e che vent’anni di Seconda Repubblica hanno cercato, vanamente, di cambiare con molte Bicamerali finite tutte con un buco nell’acqua. Qui, invece, il cambiamento passa per una legge di ordinaria revisione costituzionale, anche se attraverso la fatica regolamentare di quattro letture. La vera, grande, novità (e ‘rivoluzione’) di questa riforma sta, però, nell’articolo 55 della nuova Costituzione: da quando entrerà in vigore, sarà solo la Camera dei Deputati a votare le leggi e a svolgere funzioni di controllo e indirizzo politico sul governo, a partire dall’atto fondamentale per eccellenza: la questione di fiducia. Il Senato, che mantiene in pieno la funzione legislativa sui rapporti tra Stato, Unione europea ed enti territoriali, conserverà la funzione legislativa anche su alcune materie prettamente statali: riforma della Costituzione, leggi di revisione della Costituzione e altre leggi costituzionali, leggi sui referendum, leggi elettorali e di funzione degli enti locali, ratifiche di trattati internazionali. Per il resto, la funzione legislativa spetterà solo alla Camera. Certo, resterà un piccolo potere di intervento sulle materie di competenza della Camera: il Senato potrà esprimere proposte di modifica alle leggi della Camera, ma molto limitate e, in ogni caso, il Senato deve votare le modifiche entro 15 giorni altrimenti le leggi entrano in vigore, la Camera può comunque ignorare le modifiche del Senato, votando le leggi nella versione precedenza, o – su leggi che riguardano competenze delle Regioni o leggi di bilancio – superare le modifiche volute dal Senato a maggioranza assoluta dei suoi componenti. Molto importante la novità per i disegni di legge ritenuti “essenziali” dal governo: la Camera,  sola a esaminarli, dovrà pronunciarsi entro 70 giorni e alla scadenza il ddl va comunque votato.

ELEZIONE DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA. Di certo, grazie al combinato disposto con l’Italicum, diventerà più facile eleggere il nuovo Presidente della Repubblica per la futura maggioranza di governo. Continuerà ad eleggerlo il Parlamento in seduta comune (630 deputati e 100 senatori), ma scompaiono i delegati regionali (58) e cambiano i quorum, tutti livellati verso il basso: nei primi tre scrutini serviranno i due terzi dei componenti dell’assemblea (pari a 487 voti), dal quarto scrutinio si passa ai tre quinti sempre dei componenti (pari a 438 voti), dal settimo basteranno i tre quinti dei votanti. Cambiano, in parte, anche i poteri del presidente della Repubblica: potrà sciogliere solo la Camera, e non più anche il Senato; sarà il presidente della Camera la seconda carica dello Stato; solo la Camera proclamerà lo stato di guerra a maggioranza assoluta e solo la Camera approverà le leggi di amnistia e indulto (i due atti vanno firmati dal Capo di Stato).

CORTE COSTITUZIONALE. Saranno deputati e senatori, come oggi, a scegliere i cinque membri della Consulta di nomina parlamentare, ma non più in seduta comune:  su 15 membri della Consulta, restano i 9 nominati dal Capo dello Stato, i 5 eletti dalle supreme magistrature, mentre la Camera ne eleggerà tre e il Senato, in seduta separata, altri due.

REFERENDUM.  Molte le novità nel campo dei referendum (abrogativo, più il propositivo). Il quorum varierà in base alle firem raccolte: con 500 mila firme resta in piedi il vecchio quorum (metà più uno degli aventi diritto al voto); con 800 mila firme basterà la metà più uno degli elettori votanti all’ultime tornata di elezioni politiche; infine viene introdotto un referendum propositivo di indirizzo i cui dettagli sono stati però rinviati a una legge a hoc. Salgono da 50 mila a 150 mila, invece, le firme necessarie per una proposta di legge di iniziativa popolare.

CNEL E PROVINCE. Due enti storici, quanto inutili, della Repubblica, verranno aboliti.

LEGGE ELETTORALE. Per la prima volta nella storia d’Italia, viene introdotto il controllo di costituzionalità preventivo sulla legge elettorale (che era e resta una legge ordinaria). A chiederlo dovrà essere un quarto dei deputati. Ammesso, grazie a una norma transitoria, anche il controllo di costituzionalità sulla legge elettorale da poco approvata, l’Italicum.

COMPOSIZIONE DEL FUTURO SENATO ED ELETTIVITA’ DEI FUTURI SENATORI.
Il vero inghippo della riforma, e il vero rischio di confusione, sta invece nella tanto discussa, specie dentro il Pd, questione dell’elettività diretta o indiretta dei futuri senatori. I senatori, che – va detto – non riceveranno alcuna indennità ma manterranno in pieno l’attuale immunità parlamentare, saranno degli strani ‘ibridi’: per metà indicati dai cittadini e per metà eletti dai consigli regionali. In totale saranno cento: 5 di nomina presidenziale (in carica 7 anni, ma non più a vita) e 95 eletti dalle Regioni (74 consiglieri regionali e 21 sindaci). Scompare la differenziazione di elettorato passivo e attivo con la Camera e scompaiono pure i senatori eletti all’Estero. Eletti dentro i consigli regionali, dunque, ma “in conformità alle scelte espresse dagli elettori”, come recita il compromesso all’articolo 2.

I cittadini votano e i consigli ratificano? Non sarà così semplice. I cittadini scelgono, o meglio ‘indicano’ i futuri senatori nelle liste dei partiti presenti alle elezioni regionali, ma come? Molto probabilmente ci sarà un listino in cui attingere i nomi dei futuri senatori, il che limiterà il potere di scelta dei cittadini. Inoltre, il potere dei consigli regionali non sarà di mera ratifica: ad esempio, la loro consistenza ne determinerà il numero perché i consigli eleggono “con metodo proporzionale i senatori tra i propri componenti”. Altro esempio:  i 21 sindaci (uno per regione) saranno tutti indicati indirettamente, non certo dagli elettori, né è stabilito espressamente che si tratti dei sindaci dei maggiori capoluoghi: lo decideranno i consigli regionali e, dentro di essi, le loro maggioranze politiche. Inoltre, considerando che molte regioni esprimeranno solo due senatori ciascuna (Abruzzo, Molise, Basilicata, Liguria, Umbria, Marche, Friuli, Val d’Aosta) o tre (Calabria e Sardegna), che le Province Autonome di Trento e Bolzano ne avranno quattro mentre solo le regioni più popolose ne avranno un numero alto (7 il Piemonte, la Sicilia, il Venento, 5 la Toscana, 6 la Campania, la Puglia e l’Emilia, 8 il Lazio, ben 14 la Lombardia) e che le forze politiche vanno rappresentate in modo proporzionale, sarà molto difficile scogliere alcuni busillis. Ad esempio, le maggioranze di governo delle regioni piccole saranno tentate di mandare al Senato un sindaco di loro appartenenza e il governatore, registrando così dei monocolori mentre solo nelle regioni più grandi i consigli regionali potranno dare voce alle opposizioni. Una legge elettorale quadro dovrà sciogliere molti di questi enigmi, ma in attesa che tutte le Regioni rinnovino i consigli regionali con le nuove norme, saranno gli attuali consigli regionali a scegliere sindaci e consiglieri regionali da mandare al Senato (via indiretta). Perché la riforma arrivi a regime e vengano ovunque rispettate le scelte dei cittadini, bisognerà attendere almeno il 2020, a causa dei tempi differenti in cui le regioni voteranno.

IMMUNITA’ E INDENNITA’. I futuri senatori non percepiranno alcuna indennità (resta che percepiranno lo stipendio da consiglieri o sindaci), ma manteranno il diritto all’immunità.

NB. Una forma breve di questo articolo è stato pubblicato a pagina 5 del Quotidiano Nazionale del 14 ottobre 2015.

L’illusione dei senatori ‘eletti dal popolo’. Come l’intesa Renzi-minoranza, in realtà, salva e promuove i ‘nominati’

Il portone d'ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

A VOLTE, si sa, le toppe sono peggiori dei buchi. Prendiamo, per dire, la riforma del Senato. L’elettività «diretta» o meno dei futuri senatori-consiglieri regionali è stata il cuore di un duro braccio di ferro tra governo e minoranza Pd. Il risultato della mediazione, all’apparenza, soddisfa entrambi, ma la verità è che i ribelli hanno subìto una sconfitta, mascherata da vittoria, e la riforma è zeppa di bachi di difficile o dubbia soluzione.

PRIMO BACO. Il Senato avrà 100 membri, da cui vanno tolti le cinque «personalità autorevoli» nominabili dal Capo dello Stato, ma a tempo (sette anni). E i sei senatori a vita attuali? Restano in carica e già così il numero dei «nominati» (e non eletti) lievita a 11 e il numero complessivo del Senato a 106. Infine, cosa ne sarà del Capo dello Stato attuale (Mattarella) e di tutti i futuri cui non spetterà più, automaticamente, la nomina a senatore a vita e presidente ‘emerito’? Verranno nominati ad hoc ma solo per sette anni anche loro?

SECONDO BACO. È il punto più controverso e, a suo modo, famoso. Il comma 5 dell’articolo 2, così come modificato dall’accordo dentro il Pd, ha aggiunto, alle norme sulla durata del mandato dei senatori, la frase «in conformità alle scelte degli elettori». Il concetto è: i cittadini scelgono, i consigli regionali si limitano a ratificarne la scelta. La minoranza ha gridato al successo. È così? Mica tanto.
Innanzitutto, il comma 5 va letto insieme al comma 2: parla di consigli regionali che «eleggono con metodo proporzionale i senatori tra i loro componenti e, nella misura di uno per ciascuno, i sindaci dei rispettivi territori». Da un lato vuol dire che toccherà comunque ai consigli regionali ‘designare’ (di fatto, ‘nominare’) i futuri consiglieri-senatori, pur dovendo rispettare la volontà dei cittadini “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi” (comma 5). Ma in cosa consiste la “conformità alle scelte espresse dagli elettori”? Conformità rispetto ai candidati? Conformità rispetto al risultato politico delle elezioni regionali? Non è chiaro.

Dall’altro lato, si dimentica troppo facilmente che ogni regione «deve» eleggere almeno un sindaco (21 in totale), oltre ai consiglieri-senatori (74). I sindaci da eleggere sono 21 e verranno dunque, «scelti» dai consigli regionali, non certo votati direttamente dagli elettori. Inoltre, nessuna regione può avere meno di due senatori: vuol dire che le regioni più piccole hanno a disposizione un solo consigliere-senatore, oltre al sindaco. Gioco forza, il governatore eletto di ogni regione piccola (esempio: il Molise), essendo anche il consigliere-senatore più votato, sarà, dunque, lui e solo lui il futuro senatore di quella regione. Su 95 seggi, 20 circa se ne vanno così. Ne restano 60 circa, dove invece il cittadino potrà incidere, ma pure qui vige il proporzionale: saranno privilegiate, nelle regioni grandi, che eleggeranno in media cinque senatori, i partiti più grandi. Se un partito non arriva al 15-20% difficilmente eleggeràdei consiglieri-senatori. In pratica, e stante le percentuali attuali, solo il Pd riuscirà, in effetti, a rispettare le indicazioni dell’elettore e le sue ‘preferenze’, in numero di due/tre futuri senatori eletti per ogni regione. E l’M5S e la Lega, forse, ma di certo le preferenze riversate sui consiglieri-senatori dei partiti piccoli finiranno nel nulla: i voti a quei consiglieri di chi pure li volev senatori, non serviranno.

TERZO BACO. Come verranno scelti i consiglieri-senatori? Via libera all’espressione delle preferenze dei cittadini, dice la minoranza. Ma la possibilità di introdurre un «listino», fino a ieri tanto aborrito, è nei fatti. Per evitare che l’elettore non si spacchi la testa, servirà infatti individuare e stilare tre liste: quella del candidato-governatore, che elegge i suoi in blocco per avere la maggioranza in Consiglio; la lista dei consiglieri regionali; la lista/listino dei consiglieri-senatori. Il “listino”, tanto aborrito dalla minoranza, dunque, uscito dalla porta, rientra dalla finestra. Senza dire che, in caso di contestazioni, dubbi interpretativi e questioni di legittimità, sarà il consiglio regionale a discriminare i veri consiglieri-senatori che verranno eletti e non gli elettori. Insomma, i consigli regionali non potranno limitarsi a ‘ratificare’ il voto popolare, ma potranno dire la loro.

QUARTO BACO. Tre le fonti o livelli normativi: la Costituzione (che verrà), la legge elettorale nazionale quadro (tutta da scrivere) e le leggi regionali con tanti sistemi diversi tra loro: armonizzarle non sarà facile e i ricorsi alla Consulta pioveranno. Del resto, la ‘legge-quadro’, pur dovendo armonizzare le norme tra loro, sarà una legge ordinaria: non potrà cioè prevalere (almeno non sempre) sulle diverse leggi regionali (la Costituzione sì, ma in ogni caso i conflitti di attribuzione tra poteri dello Stato non si faranno attendere).

QUINTO BACO. Anche se il referendum istituzionale si tenesse a ottobre 2016, la riforma non potrà entrare in vigore (art. 38 del ddl Boschi) prima della fine della legislatura (2018) e non entrerà a regime prima del 2020. Nel frattempo, saranno i consigli regionali attuali o in scadenza a mandare i loro consiglieri a fare i senatori: in via del tutto indiretta. Come saranno ‘indiretti’ molti dei futuri consiglieri-senatori. Per la minoranza, la vittoria è di Pirro.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 25 settembre 2015 a pagina 10 del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidiano.net)