“Votiamo su come votare”… Il Pd in preda alle convulsioni di un’Assemblea nazionale che non decide nulla, neppure i rapporti di forza interni

Renzi e Orfini

Matteo Renzi e Matteo Orfini alla Direzione del Pd

  1. Cronaca di un’Assemblea nazionale. Una bolgia tra contestazioni e sfottò

Ettore Maria Colombo – ROMA

Matteo Renzi sorride e rimette nella tasca i foglietti di una relazione che, se avesse letto, sarebbe stata “incendiaria” e tutta incentrata sulla denuncia di “una classe dirigente (quella del Pd, ndr.) irresponsabile che vuole trascinare il Pd nella guerra del fango proprio nei giorni in cui nasce il governo M5S-Lega”. Poi ascolta la relazione del segretario reggente, Martina, che lo attacca pesantemente, pur senza citarlo, finge un applauso di cortesia, si alza e se ne va. Lo scontro è stato solo rimandato di un mese o più. L’Assemblea nazionale che si è tenuta ieri all’hotel Ergife non ha, infatti, sciolto nessun nodo dentro il Pd. Ha solo congelato tutte le decisioni, rinviandole alla prossima Assemblea, ma già su quando tenerla è scontro: Martina vuole rinviarla almeno fino a ottobre, i renziani indicano il “30 giugno, 7 luglio al massimo”. Ieri è stata siglata una tregua fragile e ipocrita. Dei due fronti in guerra si sa: Renzi e i renziani da un lato, l’asse che fa perno su Martina, spalleggiato dalle due minoranze (Orlando ed Emiliano) e da un pezzo di ex maggioranza (l’area Franceschini-Fassino), dall’altro. La giornata sembra non iniziare mai. Convocati per le dieci, si accreditano in 829 delegati su 1168 aventi diritto, ma Orfini apre le danze solo a mezzogiorno. Per ore si è cercata una mediazione. I ‘martiniani’ sono sicuri: “Renzi non controlla più il Pd”. I renziani sventolano 398 firme (poi lievitate fino a 432) pronte a chiedere la convocazione immediata del congresso. Si prospetta una conta sanguinosa. Fassino per conto di Martina e Guerini – che ci ha lavorato per giorni – per Renzi cercano e trovano una faticosa mediazione, spalleggiati da Gentiloni e Minniti. La proposta che Orfini annuncia, aprendo i lavori, è di “mettere in votazione l’inversione dell’ordine dei lavori”, ma come in un’assemblea universitaria degli anni ’70 partono i cori di “buuu”. C’è molta insoddisfazione nella base e poi c’è laclaque portata dal Pd di Roma, in mano agli orlandiani, scatenata e fastidiosa, con la Cirinnà e Damiano che li capeggiano come veri capiultras. Alla fine, si vota: finisce con 397 a favore del rinvio e 221 contrari (più 6 astenuti) su un totale di 624 votanti. Le aree di Renzi e Martina-Franceschini stanno ai patti, le minoranze no, ma anche dei renziani votano contro.

Dopo, sembra calare la quiete e iniziano gli interventi. Martina, nella sua relazione, ci va giù pesante: “Se tocca a me, anche per poco, tocca a me”; “rinnoverò gli organi dirigenti”; “no a Lega-M5S ma anche no a FI”; poi attacca gli “errori nella formazione delle liste”; disegna, come faranno Orlando e Boccia, un partito ‘altro’ da quello di Renzi, dalle alleanze alle primarie. La claque esplode di felicità, i renziani strabuzzano gli occhi: “Gli accordi non erano questi”, sibilano. Intanto i big (Renzi, Gentiloni, i ministri) e molti delegati se ne sono andati, stufi e cupi, dentro il clima resta da stadio. I renziani meditano vendetta: votare contro la relazione di Martina o boicottarla, anche se dal palco c’è chi, come Marcucci, dice che la voterà. La relazione di Martina prende 294 sì, 8 astenuti, zero contrari, ma su un totale di 302 votanti, ben sotto il numero legale. Per i martiniani “Renzi da oggi à minoranza nel Pd”, i renziani dicono di avere con sé la forza dei numeri. Lo scontro interno è appena iniziato, presto deflagrerà. A meno che, in extremis, Renzi non si accordi con Nicola Zingaretti, governatore del Lazio, per un “patto tra diversi” che comporti un’ennesima tregua, questa volta finale e definitiva, se e quando Zingaretti non si deciderà a correre per le primarie del Pd, appoggiato dalla minoranza di Orlando, non in antitesi a Renzi, ma appunto in accordo con lui e i suoi. 

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 20 maggio sul Quotidiano Nazionale

__________________________________________________________________________________________

 

2. La mediazione infinita. Le correnti del Pd cercano di mettersi d’accordo tra loro. 

Ettore Maria Colombo – ROMA
Hanno trattato tutto il giorno, giocando a braccio di ferro, i due fronti contrapposti presenti, ormai da mesi, nel Pd (i renziani e gli anti-renziani), ma a ieri sera era quasi certa una spaccatura che, se oggi si materializzasse, sarebbe a dir poco drammatica. Questa mattina, infatti, si aprirà l’Assemblea nazionale dem, suo massimo organo rappresentativo.  In ballo c’è la riconferma del segretario reggente dal giorno delle dimissioni di Renzi, Maurizio Martina, alla carica di segretario effettivo, anche se pro tempore. Ma è proprio sulla durata o sulla proroga dell’incarico di Martina che si è consumata la rottura.  Eppure, lo stesso Matteo Renzi ha proposto di tutto al fronte dei suoi ‘nemici’ interni, l’asse che vede pezzi della sua ex maggioranza (Franceschini, Fassino, etc.) saldato alle minoranze interne (le due aree di Emiliano e Orlando).
I  big (Franceschini, Cuperlo, Zanda, Fassino, Orlando)  ieri mattina si sono riuniti per fare il punto della situazione con Martina. Renzi ha chiesto loro – tramite i suoi ambasciatori più duttili e diplomatici, Graziano Delrio e Lorenzo Guerini – di «evitare la conta» che «sarebbe incomprensibile proprio mentre i nostri avversari, Lega e M5S, fanno votare il loro programma  dalla base. Fuori ci prenderebbero per matti».
Renzi si è anche detto pronto, come segno di pace,  a rinunciare al suo discorso iniziale, che gli spetta in quanto segretario uscente, per dedicare la giornata all’analisi del voto e alla situazione politica, lasciando che sia il solo Martina a tenere la relazione introduttiva. Relazione che, a questo punto, Renzi terrà e dove andrà giù «con l’accetta», dicono i suoi, stupiti per «l’impuntatura di Martina». Il quale, però, per Renzi sarebbe potuto restare segretario solo fino a un’altra assemblea da tenersi a giugno, non oltre, tipo ottobre.
Ed è qui che si è rotta la trattativa: per Renzi il congresso (e le primarie) le devono gestire gli organi preposti, cioè il presidente del partito (Orfini) e la commissione congressuale, il fronte dei ‘martiniani’ vuole che a farlo sia Martina. Insomma, Renzi ha proposto una frenata sui tempi del congresso, Martina  chiede invece una piena legittimazione politica del suo ruolo e una segreteria più lunga. Il braccio di ferro è andato avanti fino a sera, registrando l’incaponirsi di Martina e dei più duri tra i suoi (Orlando e Cuperlo) al rifiuto di ogni ramoscello di pace. I contatti proseguiranno fino all’ultimo, notte compresa, ma se salta l’ultimo tentativo di mediazione oggi il Pd andrà al voto per eleggere un nuovo segretario con più candidati contrapposti (per Renzi scenderebbe in campo Guerini) e lì varrà solo la forza dei numeri. i renziani sono convinti di avere la maggioranza (quasi 500 delegati su mille), Martina spera di farcela, magari per il rotto della cuffia.
NB: Questo articolo è stato pubblicato il 19 maggio sul Quotidiano Nazionale
Annunci

I nuovi capigruppo di Camera e Senato tutti eletti per acclamazione. Ma nel Pd è scontro. Martina stoppa Renzi che deve rinunciare a Guerini per Delrio

Big nazionali elezioni 2018

I principali leader dei partiti presenti alle elezioni politiche 2018

Ettore Maria Colombo – ROMA

Camera e Senato hanno eletto tutti i loro nuovi capigruppo. Per alcuni gruppi (M5S e Lega) si è trattato di un puro atto di ratifica, per altri di una novità (FI e Pd), per altri ancora di una scelta pro tempore (FdI e Misto), ma lo scontro vero – tanto per cambiare  – si è consumato nei gruppi dem, ovviamente tra renziani e non renziani. La nomina dei capigruppo – e la contestuale dichiarazione di appartenenza ai gruppi dei deputati e dei senatori – è fondamentale per due motivi: solo così la macchina del Parlamento può iniziare a partire a pieno regime (tra oggi e domani verranno eletti anche 8 vicepresidenti, 6 questori e 16 segretari d’aula delle due Camere) e solo così il presidente della Repubblica può stabilire il calendario delle consultazioni al Colle per formare un nuovo governo, calendario che dovrebbe arrivare entro oggi.

Tra i nomi dei capigruppo passati senza colpo ferire, ci sono quelli dei 5Stelle: confermati, per acclamazione, Giulia Grillo alla Camera e Danilo Toninelli al Senato. Anche per la Lega l’elezione è stata una formalità: Giancarlo Giorgetti va alla Camera (ma potrebbe presto assumere importanti ruoli di governo) e Gian Marco Centinaio al Senato i nomi. Per FdI (Fratelli d’Italia) si è decisa una soluzione pro tempore: Stefano Bertacco al Senato e Fabio Rampelli alla Camera. Il problema del partito della Meloni è che non ha ancora deciso se vuole stare al governo o all’opposizione. Nel gruppo Misto alla Camera, data la preponderanza dei deputati di Leu (14 su 36), la scelta è caduta su Federico Fornaro (Leu), a sua volta pro tempore perché – spiega lui stesso – “Appena ci danno la deroga, costituiremo un gruppo autonomo e il Misto si eleggerà un altro capogruppo” (sarà, molto probabilmente, espressione delle minoranze linguistiche, che contano 5 deputati, di cui quattro della Svp). Anche al Senato è stata eletta una rappresentante di Leu, Loredana De Petris, che aveva già ricoperto tale incarico nella scorsa legislatura, anche se i senatori di Leu sono solo quattro sui 10 del Misto.

Dentro Forza Italia, Berlusconi aveva chiuso i giochi da giorni puntando su due donne, Annamaria Bernini al Senato e Mariastella Gelmini alla Camera, elette per acclamazione, che prendono il posto di Paolo Romani e Renato Brunetta, i quali non godevano più, dai giorni dell’elezione dei presidenti delle Camere, della fiducia del Cavaliere e con i quali hanno avuto numerosi scontri, ai limiti della buona creanza.

 

Tutto quello che è potuto andare liscio negli altri gruppi è, ovviamente, andato storto nel Pd. La mattinata di ieri si è consumata tra riunioni fiume tra i big e momenti di notevole tensione. Renzi ha cercato in tutti i modi di imporre i suoi candidati (Lorenzo Guerini alla Camera, Andrea Marcucci al Senato), ma l’ha spuntata solo sul secondo, cui però teneva di più. Il segretario Martina ha imposto il metodo della ‘collegialità’: tradotto dal politichese, vuol dire che sia le minoranze di Orlando ed Emiliano sia i big anti-Renzi (Franceschini), che non volevano due renziani doc in postazioni così cruciali e delicate, in qualche modo dovevano spuntarla. E ci sono riusciti. Nel turbinio di riunioni precedenti l’assemblea dei gruppi, che hanno visto al Nazareno incontrarsi Renzi, Martina, Delrio, Guerini e Orfini, erano spuntati anche i nomi di Tommaso Nannicini per la Camera e di Teresa Bellanova per il Senato, peraltro entrambi renziani ma ritenuti dalle minoranze meno pasdaran.

Il rischio di andare a una sanguinosa conta – che i renziani peraltro avrebbero vinto (sono 32 su 53 al Senato e 73 su 110 alla Camera) – era troppo grande e allora Renzi ha ceduto su uno dei due capigruppo, e cioè sulla Camera, per tenersi Marcucci.  Guerini, complice la sua lealtà a Renzi e il suo profilo di diplomatico capace di stemperare le tensioni (altrui), ha deciso, autonomamente, di fare un passo indietro in favore di Delrio con cui si era parlato e confrontato in diverse occasioni nei giorni passati. Ma molti renziani parlano apertamente di “un atteggiamento politicamente e umanamente sbagliato nei suoi confronti” da parte dello stesso Renzi (e Martina). Il segretario Martina, che ha posto l’aut aut a Renzi (“O Delrio o si va allo scontro”), mettendo sul tavolo la fiducia sul suo stesso incarico, in caso contrario, cinguetta “Habemus Papam!”, quando l’assemblea del gruppo alla Camera elegge Delrio, ma Antonello Giacomelli, franceschiniano vicino a Renzi, sbotta: “Delrio ottima persona, ma lo era anche Guerini. Non capisco il cambio e neppure la richiesta di fiducia”.

Ora di Guerini si parla come futuro presidente del Copasir (ma “di acqua ne deve ancora passare, sotto i ponti…”, dice lui a un amico) o addirittura come candidato di Renzi, in seno all’Assemblea nazionale, da contrapporre proprio a Martina. Perché una cosa sola è certa: il Pd andrà all’opposizione – assicurano Marcucci, anche lui eletto per acclamazione, e lo stesso Delrio, pure molto vicino ai desiderata del Colle – ma ai renziani Martina non piace proprio: “Non ci garantisce, anzi gioca contro, dobbiamo impedire che diventi lui il segretario vero, altrimenti viene giù tutto”.

NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale a pagina 8 del 28 marzo 2018.

Il calvario del Pd. Martina segretario, caminetto dei big, ma Renzi non molla. Dem pronti al governissimo, renziani no

  1. Martina sarà segretario, tornano i ‘caminetti’ e il governo dei big. Renzi non c’è. Pd all’opposizione, ma pronto a dire sì a un governo “di responsabilità”.
Martina

Il ministro all’Agricoltura Maurizio Martina

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Opposizione, opposizione, opposizione” la linea politica rispetto alla formazione del governo. Linea ribadita da tutti, anche se – mette le mani avanti più d’uno, tranne i big, e tranne i renziani, nei corridoi – “se Mattarella ci chiedesse di partecipare a un governo di responsabilità nazionale non potremmo dire di no”. La scorciatoia sarebbe un passaggio del dispositivo votato ieri dalla Direzione dem in cui, pur ribadendo la via maestra, quella appunto dell’opposizione, si scrive, nero su bianco, che “il Pd garantisce al Presidente della Repubblica il proprio apporto nell’interesse generale”. Molti osservatori ed esperti di cose dem vi leggono un’apertura, di fatto, a un governo istituzionale o di scopo, ma ovviamente solo se fosse appoggiato “da tutti”, Lega e 5Stelle compresi.

Per il resto, niente streaming, molte ore di dibattito, dato che tutti vogliono intervenire, nessuno che fa battute ironiche, volti distesi. “Ciao Matteo, grazie, ciao Maurizio e grazie per il gravoso compito che ti assumi” le parole rivolte all’interno un po’ da tutti con Gentiloni e Boschi seduti in prima fila, Minniti che va e viene, Calenda che viene e non parla, perché non vuole essere d’ingombro, Zingaretti che non viene ma twitta, Orlando minaccioso ma contento, Emiliano solo minaccioso e rabbuiato perchè è rimasto da solo a sostenere l’idea di un governo con i 5Stelle, i renziani appollaiati guardinghi dietro il palco, Cuperlo che parla con tutti, dai giornali alle tv, come se fosse tornato presidente. La prima Direzione senza Matteo Renzi si svolge in assoluta surplace. Il Pd sembra essere tornato al tempo (forse era il Giurassico o il Pleistocene) in cui nessuno litigava con nessuno. Tutti ci tengono a dire, entrando o uscendo, di aver apprezzato “il nobile gesto” delle dimissioni di Renzi. “Da lui un esempio di stile” dice Gentiloni, con lo stile proprio di Gentiloni. Nei conciliaboli interni, invece, tra gli anti-renziani, non vedono l’ora di archiviarne l’epoca, una volta per tutte: “Abbiamo strappato Martina a Renzi” il commento più gettonato e meno scurrile, “ora gli resta solo Orfini…”.
Solo Salvatore Margiotta, senatore lucano che si autodefinisce “ultimo giapponese”, parla in difesa di Renzi. E tra quelli che contano solo il governatore campano, Enzo De Luca: attacca il Pd, accusandolo di praticare, al Sud, “una gestione da notabilato improntato al clientelismo”, ma riceve solo brusii, rimbrotti e critiche a scena aperta. Eppure, l’ombra di Renzi, al netto della sua assenza fisica, incombe e irrompe nel Nazareno, da dove dovrà presto anche sloggiare dalla stanza al terzo piano, quella blindata. A occuparla sarà quello che fino a ieri era il suo vice, Maurizio Martina. Il quale viene eletto segretario – solo sette le astensioni (solo dei delegati di Emiliano), tutti contenti, Orlando ha trattato un po’: voleva non solo la Direzione ‘collegiale’, che avrà, ma anche la Segreteria ‘collegiale’, quindi tutta ‘nuova’, su questo è stato respinto, ma nulla di che – anche se, per ora, Martina sarà solo ‘reggente’. Ma fino all’Assemblea nazionale, ieri già convocata per il 5 aprile, al massimo entro il 15 (se ci sarà uno slittamento la colpa sarà delle consultazioni al Quirinale), quando Martina sarà incoronato segretario a tutti gli effetti. La data di scadenza è assai lunga: il 2021, quando sarebbe scaduto il mandato di Renzi, la formula è “per il resto del mandato”, come recita lo Statuto dem. Salvatore Vassallo, che lo ha scritto, spiega: “Il segretario, come il vicesegretario e il tesoriere, sono le sole cariche elettiva in capo all’Assemblea, quindi il nuovo segretario nominerà organismi previsti (la segreteria) e, se vorrà, organismi nuovi, di tipo politico, non previsti. Ma chi vuole fare le primarie dovrà passare per una nuova Assemblea”.

Insomma, il Pd sta per eleggersi un segretario (Martina), con l’accordo di tutti i big, minoranza di Orlando compresa (Emiliano, invece, dissente), che in cambio ottengono il più classico dei ‘caminetti’. Martina, nella sua relazione, la chiama, con lessico un po’ involuto, “una Commissione di progetto per aprire una fase costituente e riorganizzativa”. Trattasi, per Martina, di un vero commissariamento, però, che le correnti – renziani compresi, ma stavolta finiti assai in secondo piano – e soprattutto i big dem (Franceschini, Orlando, Gentiloni, Minniti, mentre già si stagliano, in controluce, le figure di Calenda e Zingaretti in vista di primarie rimandate a un ‘domani’ sempre più lontano) hanno deciso di mettere in campo per aiutare (e circondare) il nuovo segretario. Renzi una cosa del genere non l’avrebbe mai fatta passare, ma l’era del renzismo è finita. Resta solo da capire come verrà gestita la delicata partita dei nuovi capigruppo di Camera e Senato, decisiva per gli equilibri del nuovo governo: nel Pd si vota e a scrutinio segreto, i renziani non sono più tanti ma possono fare la differenza. A correre ci saranno Ettore Rosato e/o Lorenzo Guerini per la Camera, Bellanova e/o Marcucci al Senato.

NB: Articolo pubblicato su Quotidiano Nazionale del 13 marzo 2018, pagina 4.


 

2. Renzi: “Io non mollo” e prepara la riscossa a partire dalla guerriglia ‘maoista’ nei gruppi. Date le dimissioni da segretario, il messaggio al Colle è “niente inciuci”.

Ettore Maria Colombo  – Roma

Gentiloni? Chiedeva il voto solo per sé, e non per il Pd, con tanto di lettera agli elettori del suo collegio, una cosa indecente. Franceschini? Non è riuscito neanche a farsi eleggere nel suo collegio. Il governo? Non è possibile né con Di Maio, né con Salvini, ma neppure con Berlusconi. Matteo Renzi, all’apparenza calmo e sereno con il mondo, è una furia. Tanto che mentre finge di propagare ottimismo e lealtà al canovaccio imbastitogli contro dai big in Direzione – si sarebbe sfogato così con alcuni dei suoi fedelissimi, domenica sera, per prepararli alla pugna in vista della Direzione che si è tenuta ieri pomeriggio. Lui, lo si sapeva, non ci sarebbe andato e ha mantenuto l’impegno: ha scritto la lettera di dimissioni che poi, in Direzione, Orfini ha letto. E c’è chi dice che non si presenterà neppure in Assemblea nazionale, quando bisognerà eleggere il nuovo segretario, e cioè il suo ex vice, Maurizio Martina, ad aprile. Sarebbe un bello sberleffo al ‘nuovo’ Pd, quello dei “caminetti” che sta rinascendo e che Renzi detesta dal profondo del cuore. Ma in ogni caso, l’ex segretario vuole che i suoi si armino e combattano la buona battaglia e con il coltello tra i denti.

Orlando ci chiede di evitare strategie ‘maoiste’? Per una volta proprio lui, che ci odia, ci ha preso. Saremo maoisti!”. Il renziano di prima fascia che parla, sotto rigorosa garanzia di anonimato, è contento, quasi euforico. “Non solo Matteo – continua nel ragionamento – ci ha detto che ‘non molla’, ma quando sta all’opposizione, come lo fu di Bersani nel partito e di Letta al governo, dà il meglio di sé e noi daremo il meglio con lui”. E così è l’idea della “strategia maoista” che affascina, ora, gli ultimi pasdaran del renzismo. “Sparare sul quartier generale” diceva, appunto, il comandante Mao Tse-Tung. I renziani come tanti maoisti ‘guardiani’ di una ‘Rivoluzione’ per ora sconfitta? Si vedrà. Certo è che, per paradosso non troppo paradossale, a Renzi e ai suoi ‘conviene’ che non si facciano subito, le primarie. Anche scontando defezioni varie di ogni tipo, i renziani controllano ancora tutti gli organi del partito: in Direzione la maggioranza renziana uscita dall’ultimo congresso conta 162 membri su 214, i renziani puri sono 120, in Assemblea i delegati eletti sulla basa della vittoria di Renzi sono 460 su 900 componenti, anche se calassero potrebbero impedire, in ogni caso, l’elezione di un segretario a loro troppo ostile. 

Renzi stesso, in ogni caso, ieri ha parlato, e in tutte le salse. Prima l’intervista al Corriere della Sera, poi la Enews. La Direzione del Pd non è manco iniziata e si parla solo di lui. Chiari, nella loro durezza, i concetti esposti. Uno: “Mi dimetto da segretario, ma non mollo, non lasceremo mai il futuro agli altri, abbiamo perso solo una battaglia” (questa è rivolta a Paolo, malato di sla, tramite Enews). Due: “Me ne vado dalla segreteria, non dal partito” (questa è al Corsera), cui segue esplicativo corollario: “Ho visto piaggeria e viltà”, anche “l’opportunismo dei mediocri”. Qui parla alla classe dirigente del Pd, alla transumanza in atto dalle fila dei suoi. L’avviso ai naviganti è “In futuro potremmo tornare” perché “io me ne vado dalla segreteria, non dal partito”, frase la cui traduzione è: non fonderò (per ora? chi lo sa) un partito alla Macron. Tre: per il futuro governo, “non c’è un esecutivo con M5S o Lega che possa avere il nostro appoggio”, condito da un bel ‘no’ tondo anche a qualsivoglia “governo di unità nazionale” perché “deve giocare chi ha vinto”. Qui il messaggio non è rivolto solo agli ‘inciucisti’ e ai ‘trasformisti’ del Pd (leggi alla voce: Franceschini, ma anche Gentiloni, Minniti, etc.), ma serve che arrivi dritto dritto al Colle. E il messaggio è questo: Mattarella sappia che se il Pd sarà ‘tentato’ da un governo politico con chiunque, ma anche da un governissimo sotto mentite spoglie, Renzi e i renziani doc, quelli rimasti fedeli a lui, non ci staranno. Il problema sono, e restano, i gruppi parlamentari: al Senato, i renziani sono “certi” di avere con loro 20/25 “irriducibili” (sulla carta sarebbero 35) sui 57 componenti del gruppo Pd. Alla Camera i numeri ballano: sarebbero 50 i renziani sicuri (80 ci sono solo sulla carta) su un gruppo di 108 eletti al Pd. Pochi, forse, per imporre la linea ed entrambi i capigruppo, quando ci sarà da eleggerli, abbastanza per affondare un governo con chicchessia.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 13 marzo 2018 a pagina 5 del Quotidiano Nazionale. 


Renzi compone le liste del Pd: promuove i suoi e annichilisce le minoranze. I sommersi e i salvati di una lunga notte

Necessaria premessa “metodologica”. 

Pubblico qui di seguito gli articoli sulla difficilissima composizione delle liste del Pd al Nazareno usciti tra il 25 e il 28 gennaio 2018 mettendoli, nella lettura, in ordine cronologico inverso a quello di pubblicazione (dall’ultimo, il più recente, al più vecchio). 

Segnalo che, in un caso, quello degli articoli del 27 gennaio, sono pubblicate entrambe le versioni dei pezzi usciti sullo stesso tema, ma in edizioni differenti (normale e notturna). 

Nb: per chi volesse consultare l’elenco di tutti i candidati del Pd+centrosinistra alle prossime elezioni Politiche del 4 marzo 2018 può farlo facilmente leggendo l’elenco completo ed esaustivo di tutti i nomi (collegi uninominali e listini proporzionali) uscito e pubblicato sulla rivista on-line del Pd, Democratica ( Rivista Democratica on-line ). 

Buona lettura a tutti/e !

 

Renzi e Orfini

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

 

  1. Renzi presenta le liste elettorali del Pd: “Esperienza devastante”. Ecco perché. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
Quando ieri sera, alle 20.30 circa, Matteo Renzi scende al secondo piano del Nazareno, per presentare le liste del Pd – quelle faticosamente e drammaticamente chiuse l’altra notte con la Direzione che slittava di ora in ora fino alle 4.30 – si presenta in maniche di camicia (bianca) e sfodera anche un (finto) buonumore. Il ricordo della “più brutta e devastante esperienza che abbia mai vissuto” come aveva definito la notte trascorsa, in un impeto di sincerità, se lo è, cioè già buttato alle spalle e, durante la conferenza stampa, prova a suonare la carica. “Siamo convinti di aver messo in campo la miglior squadra per andare a vincere le elezioni”, esordisce il segretario del Pd, “i più preparati, i più competenti, i più capaci di portare avanti la fiaccola della speranza” (sic). Renzi, in effetti, può vantare alcune candidature che, specie al Sud, bilanciano quelle dei soliti potenti e ras locali come Franco Alfieri, capo-staff di De Luca e re delle “fritture di pesce”, nel Cilento, lo stesso figlio di De Luca a Salerno, Daniela Cardinale, figlia dell’ex ministro Totò, a Caltanissetta, etc. A metterci una pezza servono, allora, le figure del medico Paolo Siani, fratello del giornalista ucciso dalla camorra Giancarlo, e il maestro di strada dei bassi di Napoli, Marco Rossi Doria (entrambi in Campania), ma pochi altri. Renzi cita pure la giornalista Francesca Barra, che corre a Matera, e un altro giornalista, Tommaso Cerno, candidato a Milano.
Ma in questo caso siamo, come per Annalisa Chirico, leader del movimento iper-garantista “Fino a prova contraria”, in un campo di gioco un po’ diverso. Quello che sta metà tra la testimonianza civile, colta, impegnata e il new kurs del democrat neo-renziano: una sorta di stato d’animo che mischia l’ex posa da radical chic con personaggi glamour, forti sui social,onnipresenti nei talk-show e nello show-biz. Insomma, dei nomi che fanno pensare più al sito Dagospia che agli indipendenti di sinistra che furono (chissà come si troverà, con loro, quell’arzillo gramsciano di Beppe Vacca).
E qui, dagli ‘inclusi’, il discorso cade facile sugli ‘esclusi’. Infatti, già dal mattino presto, con un tweet assai acido, il ministro Carlo Calenda – che, peraltro, non si ricandida e annuncia il suo voto per la lista Bonino – attacca Renzi: “Che senso ha non candidare gente seria e preparata come De Vincenti, Rughetti, Nesi, Tinagli, Manconi”. Il leader dem, pur punto sul vivo, attende fino a sera per replicare, ma parla solo di De Vincenti. L’esclusione dalle liste del ministro (ex dalemiano, poi lettiano, poi renziano tiepido) ha del clamoroso, Renzi sostiene che “ha detto un secco no” (De Vincenti, non lui), ma ora spera “in un recupero”: pare che potrebbe essere nominato all’Authority dell’Energia. Solo in piena nottata si scoprirà che a De Vincenti è stato affibbiato, sia pure in extremis, il collegio rifiutato da Cuperlo: Sassuolo, in Emilia, rielezione assicurata per il ministro.
Sul resto, Renzi filosofeggia con frasi tipo “il ricambio è fisiologico, l’amarezza comprensibile”, ma difende le liste, gli dispiace un po’, forse, solo l’autoesclusione di Cuperlo. Poi incita Padoan (a Siena) e la Boschi (a Bolzano) ed è sicuro che “il collegio di D’Alema” diventerà “quello della Bellanova”, la viceministra che gli ha schierato a Lecce, nel collegio senatoriale del Salento (Lecce-Otranto-Nardò). La verità è che il segretario si è costruito, con queste liste, un Pd a sua immagine e somiglianza. Persino quando, nel cuore della notte, anche il premier, Paolo Gentiloni, è salito da lui per convincerlo a tenere dentro qualche nome escluso (tipo Luigi Manconi, paladino delle battaglie sui diritti civili) Renzi non ha voluto sentire ragioni. Fine. 
NB: L’articolo è stato pubblicato il 28 gennaio 2018 a pagina 2 del Quotidiano Nazionale. 
 
____________________________________________________________________________________________
2. Mutazione genetica del Pd: da partito delle “mille correnti” a “Partito di Renzi”. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
Matteo Renzi, l’altra notte, compilando le liste elettorali del Pd, ha compiuto, più che un repulisti interno, una novella strage di San Bartolomeo. Nella parte degli ugonotti, sterminati in una notte dai cattolici del re di Francia, però, non sono finite solo le due minoranze interne, l’area di Orlando e l’area di Emiliano, ma anche molte altre aree. E così, almeno nei gruppi parlamentari (ma nel partito, dat i risultati congressuali che recitano 73% a Renzi, 19% a Orlando, 9% a Emiliano, le cose non sono poi mai andate troppo diversamente), d’ora in poi esiste ed esisterà soltanto il partito di Renzi, renziani, affini&co.
Vediamo come, area per area. Le minoranze congressuali sono state, come è emerso chiaro dalla notte, annichilite. Quella che fa capo al ministro Andrea Orlando contava ben 113 (centotredici) parlamentari uscenti che tifavano per lui, al recente congresso (20% il modesto risultato preso allora). Orlando aveva chiesto a Renzi 40 posti, ma dopo la notte dei lunghi coltelli e dopo tanto strepitare, ne ha avuti 17, non uno in più. Due hanno già rinunciato e siamo già a 15. Uno è sconosciuto (Peppe Provenzano, vicedirettore dello Svimez, doveva correre nella sua Sicilia, a Caltanissetta, ma indignato per la presenza, come capolista, della figlia dell’ex ministro Totò Cardinale, Daniela, ha rinunciato), l’altro, molto più famoso: è Gianni Cuperlo. Alle tre di notte ha scoperto di essere essere stato paracadutato (lui, raffinato intellettuale triestino) nella ‘popular’ cittadina di Sassuolo e ha risposto niet. Certo, nella sporca dozzina di ‘salvati’, tra gli orlandiani, c’è Cesare Damiano (in Umbria, a Terni, dopo trattativa ‘personale’ condotta con Fassino, suo vecchio amico), ma mancano pezzi grossi: il coordinatore della mozione, Andrea Martella, veneziano, il portavoce Marco Sarracino, napoletano, e anche Marco Di Lello, ex del Psi. Orlando ha denunciato l’epurazione, ma alla fine ha chinato la testa e firmato il foglio che Renzi gli ha messo davanti. Comprensivo della sua candidatura, da lui scoperta di notte, nel listino bloccato dell’Emilia-Romagna e di un collegio a Parma, ovviamente blindati. Il governatore pugliese, Michele Emiliano, per sua fortuna, doveva proteggere solo dieci uscenti (9% al congresso), ma è riuscito a garantirne solo tre (Boccia, Capone e una donna), non uno solo in più, e ha dovuto sacrificare alcuni dei suoi pezzi migliori (Dario Ginefra).
Ma alle altre aree interne, in teoria alleate di Renzi, le cose non sono andate molto meglio. Area dem, fondata da Dario Franceschini, all’inizio della legislatura contava la bellezza di 90 parlamentari: bene, semplicemente non esiste più. Sono rimasti Losacco e Giacomelli, in lista e in quota Lotti, mentre Rosato e Fiano sono, ormai, renziani a 36 denti. L’area che fa capo al ministro Martina è stata ridotta a dieci unità (erano 40), i Giovani Turchi sono dimagriti da 30 fino a 12, più altri sei forse. Insomma, se il Pd, col 24%, eleggerà 250 parlamentari, ben più della metà (150) saranno renziani doc o affini alla stirpe.
Tra le correnti che esistevano dalla nascita del Pd (2007) e, di fatto, non esistono più, vanno contati i bindiani, i lettiani (ne era rimasto uno, Marco Meloni, non ricandidato), i popolari (tranne il povero Fioroni, che si butta in una corsa solitaria nel collegio di Viterbo) e, soprattutto, i liberal di Libertà Eguale (Morando e Tonini) mentre il professor Stefano Ceccanti, che pure ne fa parte, è stato candidato, a Pisa, ma ormai è considerato un renziano di complemento. Defunti anche gli ex miglioristi, vicini all’ex Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Andato via, per sua scelta, Ugo Sposetti, che comunque aveva superato il tetto dei tre mandati, è stato tolto dalle liste il toscano Manciulli e messo in Campania 3, in posizione di fatto perdente, il campano Enzo Amendola, sottosegretario agli Esteri, mentre la giovane Lia Quartapelle ha rinunciato al seggio (insicuro) in Lombardia e Nicola Latorre è stato escluso senza un perché in un amen. Minniti anche l’ha presa male. La ridotta ex-Pci non esiste più.
NB: L’articolo è uscito  il 28 gennaio 2018 a pagina 2 del Quotidiano Nazionale
__________________________________________________________________________________________
3 a. Renzi rottama mezzo partito: Orlando ed Emiliano umiliati, posti al lumicino.  
(versione dell’articolo nell’edizione notturna e straordinaria chiusa alle 24.00 del 27/01)
Ettore Maria Colombo – ROMA
 
MATTEO RENZI ha deciso di tornare a fare quello che sa fare meglio, «il Rottamatore». Il guaio è che lo fa troppi anni dopo il successo dell’epoca e con un Pd ridotto a un campo di Agramante.
Vuole tutti volti “nuovi”, “giovani”, “freschi”, “aperti”, “diversi”. Già la Direzione dem che deve convalidare le scelte del segretario è stata, da sola, una commedia degli equivoci, a partire dall’orario: convocata alle 10.30, slitta alle 16, poi alle 20, dopo alle 22.30, infine alle 23.30, non inizia che dopo la mezzanotte, quando i suoi stanchi e provati membri, al bivacco, non ne possono più. Come dice Gianni Cuperlo, entrando in un Nazareno buio, “la trattativa sulle liste? Peggio della scissione del Pci nel 1921”.
 
ALLA FINE, dopo trattative e colloqui tra Renzi e Orlando che, negati da entrambi, sono andati avanti ore e ore, la faticosissima ‘quadra’ interna “non’ viene trovata. Fonti di entrambe le parti, all’ora dei corvi e dei gufi, le 24.00, dicono “Sì, abbiamo un accordo”, ma gli orlandiani sono sul piede di guerra, traditi persino dal loro Capo. Alla minoranza di Andrea Orlando viene concesso qualche posto in più, ma sono davvero pochi: 17/18 (forse 20, ma si tratta ancora a notte fonda), ma non tutti in posizione eleggibile rispetto ai 15 offerti da Renzi. Ma quella di Orlando è una vittoria di Pirro: di parlamentari ne aveva 111, aveva chiesto 38/40 posti per i suoi e ne avrà 17/20, di cui molti incerti. E anche se resterà, forse, tra i ‘salvati’ qualcuno dei ‘reietti’ (Cesare Damiano è di sicuro dentro le liste, Andrea Martella, invece, è sicuramente fuori, etc.) di cui il leader dem voleva imporre la cancellazione, la realtà è che non solo la minoranza dem (Area Dems di Orlando, Fronte dem di Michele Emiliano, cui vanno 5 posti massimo), ma anche le altre aree interne ‘non’ renziane o ‘a’ renziane sono state normalizzate, se non del tutto cancellate per sempre.
 
Area Dem, l’area storicamente forte di ex-Ppi ed ex-Margherita, guidata da Dario Franceschini – che però, a differenza di Orlando, ha preferito usare con Renzi non i toni dello scontro ma del sorriso – non esiste più, tranne pochi fedelissimi. Il viceministro al Mef Pier Paolo Baretta, per dire, resterà a casa. Gianclaudio Bressa si salva solo perché si fa eleggere in Trentino, terra dove, da ieri, anche la ex ministra Boschi, che lì doveva aprire la campagna, fa fatica a trovare consensi e amicizie (l’ex leader della Svp, Brugger, l’ha attaccata), nonostante i molti favori fatti dal governo Renzi agli ‘amici’ della Svp (Boschi costretta a rinviare a lunedì il suo arrivo ufficiale a Bolzano).
E anche le aree del ministro, filo-renzianissimo, Martina Martina, si deve asciugare (da trenta a non più di cinque), i Giovani Turchi pure (da quaranta a dieci). Tutte le aree composte da non renziani doc non possono superare, per il leader Pd, le 50 unità al massimo. Il calcolo, però, è furbescamente fatto sul 23% (totale: 150) e non sui duecento e rotti parlamentari che, già solo risalendo al 24%, il Pd otterrà di certo. Renzi, del resto, vuole così avere il totale controllo dei suoi parlamentari, con una maggioranza di 150 fedelissimi sul totale.     
A proposito di new entry, oltre a molti acchiappa-voti dai territori (Gianni Pittella in Lucania, Riccardo Illy in Friuli, D’Alfonso in Abruzzo), alcuni anche assai chiacchierati (il figlio di De Luca a Salerno), a notte i bei nomi della società civile devono restringersi un po’ per fare posto a qualche “orlandiano” in più. Inoltre, ogni nome di grido comporta il sacrificio di qualche soldato rimasto nella giungla. Tommaso Cerno, condirettore di Repubblica, gay dichiarato, arriva, ma Sergio Lo Giudice, ex presidente di Arcigay, bolognese, esce. L’avvocata milanese Lisa Noja, disabile, entra, Ileana Argentin, disabile ex-radicale, no. L’inventore degli 80 euro, Yoram Gutgled, torna a casa, l’economista Tommaso Nannicini, e il filosofo Giuliano da Empoli avranno seggi sicuri. Un seggio anche a Filippo Sensi, lo storico e noto (su Twitter come Nomfup) portavoce di Renzi e Gentiloni a palazzo Chigi. Alla fine, per i ‘nanetti’ alleati, restano le briciole: alla Lorenzin vanno 5 collegi sicuri (Casini, Toccafondi, Pizzolante e Dellai), ai super-nani di Insieme tre (Nencini, Bonelli e Santagata), 5 a ‘+Europa’ (Bonino, Magi, Della Vedova, Tabacci). 
NB: Questo è il testo dell’articolo pubblicato in II edizione notturna (chiusura h 24.30) per Quotidiano Nazionale il 27 gennaio 2018 a pagina 8.
________________________________________________________________________________________

4 b. Renzi rottama mezzo partito: Orlando ed Emiliano umiliati, posti al lumicino.  

 (versione dell’articolo nell’edizione normale, non straordinaria, chiusa alle 23.30 del 27/01)
Ettore Maria Colombo  – ROMA
ANTICHI, anche se non scritti patti interni, tutti saltati. Minoranze azzerate nei numeri e insolentite persino nell’onore. Società civile dall’elezione garantita ma con sacrifici (tanti) per altri. Ricambio ben più che fisiologico della classe parlamentare. Robusto innesto di volti locali, i famosi «notabili», alcuni portentosi «acchiappa-preferenze» (Gianni Pittella in Lucania, Riccardo Illy in Friuli, D’Alfonso in Abruzzo) e altri, però, assai chiacchierati (il figlio di De Luca a Salerno). Ministri e big tutti in campo nelle sfide nei collegi, pure quelli che non avrebbero voluto rischiare l’onta della sconfitta, nell’uninominale, neppure sotto tortura. Ed ex-ministri come la Boschi che, dovendo soggiacere a tale calvario, devono subire l’onta, come le è successo ieri, di dover rinviare la sua prima visita in Alto Adige (il collegio prescelto è Bolzano) perché non è tanto gradita neppure lì, nonostante i tanti favori fatti alla Svp.
Matteo Renzi ha deciso di tornare a fare quello che sa fare meglio, «il Rottamatore». Il guaio è che lo fa troppi anni dopo e con un Pd ridotto a un campo di battaglia.
La Direzione dem che doveva convalidare le scelte del segretario e della sua piccola équipe di Angeli Sterminatori (Lotti, Guerini, Rosato, Martina, Fassino) ieri ha rappresentato una commedia degli equivoci anche solo nell’orario di convocazione. Doveva iniziare alle 10.30, slitta alle 16, poi alle 20, infine alle 22.30, poi più tardi.
Renzi e i suoi – Lorenzo Guerini su tutti, ormai specializzato in «faccia di bronzo» con cui fingere davanti ai giornalisti – negano tutto, anche l’evidenza. Prima di aver visto, in un faccia a faccia teso e drammatico, il ministro Orlando e per circa tre ore. Orlando è furibondo e spossato, ma i suoi di più: ieri molti orlandiani parlavano apertamente di boicottare le liste elettorali, di non fare campagna elettorale e incitavano Orlando stesso a non candidarsi, il preludio di una nuova scissione.
Poi Guerini nega che Renzi e i suoi vogliano «mettere il becco» nei nomi proposti dalle minoranze». Invece, Renzi lo fa eccome: oltre a dire a Orlando, che chiedeva 38 posti sicuri, «te ne devi far bastare 15, prendere o lasciare» (a Emiliano è andata peggio: otto), quando il ministro gli allunga la lista dei nomi, Renzi ne depenna, con cattiveria, ben quattro: Martella (portavoce della mozione Orlando, Renzi lo detesta), Damiano (troppe imboscate tese al suo governo), Sarracino e Di Lello.  Infine, i renziani hanno negato che il loro leader volesse aprire e chiudere la discussione in Direzione dicendo: «Datemi il mandato a chiudere le liste, poi ci penso io» (questa si è limitata solo a pensarla, pare).
E così, in questa lunga giornata, Renzi riesce a litigare con tutti.  Di Orlando ed Emiliano si è detto, ma pure con Franceschini volano parole grosse, persino Martina e Orfini si vedono asciugare le truppe, habitué del Parlamento (Fioroni, Pollastrini) vengono sbattuti fuori dalle liste, Cuperlo si salva, ma per un pelo. Infine, ogni new entry di grido comporta il sacrificio di qualche soldato rimasto solo nella giungla. Tommaso Cerno, condirettore di Repubblica, gay dichiarato, arriva, ma Sergio Lo Giudice, ex presidente di Arcigay, bolognese, esce. L’avvocata milanese Lisa Noja, disabile, entra, Ileana Argentin, disabile ex-radicale, no. L’inventore degli 80 euro, Yoram Gutgled, viene rispedito a casa, l’economista di Harvard, Tommaso Nannicini, e il filosofo Giuliano da Empoli hanno seggi sicuri.
Resterebbe da dire dei poveri tre «nanetti» alleati che protestano: la Lorenzin («Civica e Popolare») minaccia di rompere l’alleanza (volevano otto collegi, ne hanno avuti quattro), i super-nani di «Insieme» pure, ma nessuno li ascolta. Solo i Radicali di +Europa, che di posti ne avranno cinque, sanno, come dice Emma Bonino, esperta del ramo, che «fino a lunedì è tutto aperto, faremo le notti».
NB: Questo articolo è stato pubblicato in prima edizione (chiusura h 22.30) sul Quotidiano Nazionale a pagina 8 del 27 gennaio 2018. 
_________________________________________________________________________________________
5. I nanetti del Pd strappano qualche posto al sole, le minoranze dem ancora no. 
Ettore Maria Colombo  – ROMA
Le due minoranze presenti nel Pd – quella che fa capo al ministro Orlando (111 parlamentari uscenti, una quadrata legione, 20% al congresso) e quella che fa capo al governatore pugliese Emiliano (solo otto gli uscenti, 9% al congresso) – sono scese sul piede di guerra. Minacciano, gli orlandiani – come ha detto, furibondo e scuro in volto, lo stesso Orlando a un collega di corrente – di «disertare la campagna elettorale. Se Renzi continua a comportarsi così, le liste se le fa con chi vuole ma non con noi. Noi non ci candidiamo e non facciamo campagna elettorale. Voteremo per il Pd, certo, ma faremo da spettatori», ecco il warning di Orlando a Renzi. La sua area, del resto, è in rivolta, chiede almeno 60 parlamentari, di cui 38 in collegi sicuri: 30 nei listini e otto nei collegi. Le truppe di Emiliano, non meno agguerrite, fanno sapere che «noi, sotto i 20 posti, non scenderemo mai».
Al Nazareno derubricano la pratica “minoranze” al «solito tentativo di alzare la posta all’ultimo minuto come fanno in tanti» e replicano con l’offerta di 15/20 posti. Orlando ha già perso le staffe e i suoi oggi minacciano di disertare la Direzione o di votare contro.
In ogni caso, in base alle cifre prese dalle due minoranze al congresso, una fonte altolocata del Nazareno spiega, in tono gelido: «Possono dire e fare quello che vogliono, ma avranno 15/20 posti sicuri Orlando e 5/6 Emiliano. Stop».
In ogni caso, oggi Renzi avrà prima con Orlando e poi con Emiliano due incontri «chiarificatori».  E così, anche ieri è stata una giornata di passione, al Nazareno, dove Renzi è asserragliato da giorni con i suoi «Angeli Sterminatori» che hanno potere di vita e di morte sui nomi da inserire in lista, anche se l’ultima e definitiva parola spetta, ovviamente, al Segretario.  Si tratta del ministro Lotti, del «Forlani» di Renzi Guerini, del capogruppo dem Rosato, di Piero Fassino e del ministro Martina.
La giornata passa tra riunioni fiume, telefoni bollenti, Renzi che intima ai suoi di «non parlare con i giornalisti» e scene tragicomiche.  Tipo quando i tre leader della minuscola lista «Insieme» (Nencini, Bonelli e Santagata) si presentano al Nazareno per una riunione che credevano decisiva, ma vengono fermati sull’uscio: «Abbiamo altro da fare. Ripassate domani».  Del resto, nel Pd ogni giorno ha la sua pena. Le voraci pretese dei «nanetti» alleati sono state, appunto, rimbalzate a oggi. Hanno chiesto, tutti e tre, un numero siderale di collegi blindati, ma finirà con 6/8 seggi a «+Europa» (Bonino), 6/8 ai centristi di «Civica e Popolare» (Lorenzin) e tre seggi, non di più, ai piccolissimi di «Insieme».
Da giorni, inoltre, vanno avanti le «vivaci»proteste dei territori, Emilia-Romagna e Toscana su tutte, contro i «paracadutati». Ministri anche del Pd, come Fedeli a Piombino, o la Lorenzin a Prato, i dem locali non li vogliono. I radicali Magi e Della Vedova “ballano” da giorni, Nencini e Bonelli pure. Renzi ci ha messo una pezza solo su Casini, confermato a Bologna. Le Marche, gestite in modo prussiano da Matteo Ricci, dopo aver preso in carico Minniti a Pesaro, si «accolleranno» pure Lorenzin. Ma è la Toscana – dove, sostengono il senatore Marcucci e il segretario Parrini, negando anche l’evidenza, «non c’è nessuna rivolta» – che dovrà portare il cilicio più stretto di tutti, tra renziani del «giglio magico» e «nanetti» alleati. L’Emilia-Romagna, almeno, è stata ricompensata con due candidature ex-Ds doc: Fassino capolista nel proporzionale Camera contro Bersani, e Carla Cantone, ex segretaria dello Spi-Cgil, capolista nel listino proporzionale del Senato.
Ma anche al Sud sono dolori. Il segretario siciliano, Fausto Raciti, ha scritto a Renzi dicendogli che «qui la situazione è esplosiva». E in regioni come Sardegna, Campania e Calabria, liste e candidature sono ancora tutte in alto mare.
NB: Questo articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 25 gennaio 2018.
___________________________________________________________________________________________

Dossier Banche versus Boschi-Renzi-Pd. Sei pezzi difficili e un’intervista a Cuperlo

Pubblico qui, in sequenza temporale dall’ultimo articolo uscito oggi a quelli dei giorni precedenti, i miei sei pezzi pubblicati in questi giorni sul caso Pd-Renzi-Boschi in merito alle vicende che vedono al centro dell’attenzione politica il cd. “caso Banche”, e cioè le audizioni di Visco, Padoan, etc nella commissione Bicamerale d’inchiesta sulle Banche.

 

Il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi (Pd)

  1. Il leader dem fa finta di nulla: “Doveroso occuparmi di banche”. Ma un sondaggio riservato del Nazareno sulla Boschi rivela: gradimento giù.
Ettore Maria Colombo – ROMA
Matteo Renzi, i renziani e, de relato, Maria Elena Boschi (ieri presente, a differenza di Renzi, al discorso di Mattarella al Quirinale: era bella e radiosa, al solito), sono e convinti di averla ‘sfangata’. E di aver vinto almeno un round nel match contro «il Resto del Mondo», posta in palio le elezioni. Il round che il Pd renziano pensa di avere, se non vinto, almeno pareggiato, è quello dell’audizione del governatore di BankItalia. Il guaio è che lo score del match di pugilato, che si conta sui 12 round, segna già 10 per il «Resto del Mondo» e zero – o, forse, appunto, uno – per il Pd. Oggi, peraltro, sarà il turno di Ghizzoni, l’ad di Unicredit, da cui arriverà un uppercut. Ma se la sconfitta finale è sicura, le parole di Visco non hanno aiutato a vincere neppure questo round. «Pressioni», assicura il governatore – che prima si è consultato con i vertici delle istituzioni repubblicane, il Capo dello Stato Mattarella e il premier Gentiloni, già suoi «scudi umani» quando Renzi ne chiedeva la testa,per addolcire i toni della sua audizione che si preannunciava esplosiva – «non ce ne sono state, siamo tutti persone mature…».
Visco, dunque, nega le pressioni, ma parla di «preoccupazioni», tira in ballo anche Renzi, non solo la Boschi, etc. L’impressione è, dunque, che anche questo round non sia stato affatto una vittoria per Renzi e Boschi.
Al Nazareno, però, si esulta, anche se un focus group commissionato alla società di sondaggi Swg testimonia il disastro: anche tra gli elettori del Pd, praticamente nessuno vorrebbe che la Boschi venisse candidata e da nessuna parte (si parla, da giorni, di Arezzo o della Campania…). Il leader dem – che ha contato i minuti e le ore prima di ascoltare, in bassa frequenza dalla commissione, le parole di Visco – fa diffondere parole di giubilo quando il Governatore neppure ha finito di parlare. Le firma in modo inusuale, dati i tempi, come «27esimo presidente del Consiglio della Repubblica italiana». Il succo è questo: «Ringrazio molto Visco, abbiamo sempre avuto la massima collaborazione, anche quando non eravamo d’accordo (cioè quasi sempre, ndr.), mi fa piacere che fughi ogni dubbio sul comportamento dei ministri (vedi alla voce: Boschi, ndr.), che hanno svolto solo legittimi interessamenti legati al territorio. Nessuna ‘insistenza’ o ‘pressione’ o ‘violazione del segreto’ è stata formulata da parte nostra».
Insomma, hic manebimus optime, è il concetto espresso da Renzi, ora non resta che «risalire la china» (cioè i sondaggi, disastrosi). I suoi rilanciano persino, sui social, l’intervento video del Governatore con tanto di «sottotitoli» messi da un senatore renziano, Andrea Marcucci e dal deputato-tesoriere, Francesco Bonifazi, per gridare la «verità» del Pd: «I mentitori seriali sono Di Maio e 5Stelle». E così, pian piano, prendono coraggio e si gettano a corpo morto a difendere ‘Meb’ molti dem, renziani e non, per giorni rimasti muti come pesci. Solo i ministri-big (Franceschini, Orlando, Delrio), anche nel salone delle Feste del Quirinale, mantengono un’aria da funerale, buia e contrariata.
Infine, a sera, la E-news di Renzi raggiunge l’apoteosi: «Permettetemi di abbracciare Padoan, finito al centro di un vortice mediatico per aver detto una cosa banale: il Ministro dell’Economia non autorizza mai alcun ministro. Per forza: nessuno deve autorizzare un collega pari grado» assicura Renzi (peccato che il Testo Unico bancario dica il contrario, e cioè che solo il ministro dell’Economia può intervenire, ma sono dettagli…).
Morale, un trionfo, secondo il «Vangelo secondo Matteo» (Renzi) che il Nazareno certifica e spiega così: «1) Visco, con le sue parole, ha ‘aiutato’ la Boschi; 2) su Renzi il governatore ha ridimensionato il senso dei suoi presunti interventi derubricandoli a ‘battute’; 3) in conclusione, «le ‘rivelazioni’ che sarebbero dovuto sortire dalla sua audizioni non sono tali». Anche se – chiosa l’inner circle renziano – «sappiamo bene quale sarà il mainstream di giornali e tv». Traduzione: ci massacreranno. Il sospetto che il massacro arrivi a ragion veduta non li sfiora neppure. Poi, in serata, un video piratato da una riunione dem in cui il portavoce della segreteria, Matteo Richetti, si scaglia velenosamente contro Renzi, dicendo che “è venuto meno alla parola data” e “gli manca la dimensione dell’etica in politica”, chiude il cerchio delle figuracce dem.
NB: L’articolo è stato pubblicato a pagina 3 del Quotidiano Nazionale il 20 dicembre 2017. 

2. Il Nazareno come la Fortezza Bastiani del Deserto dei Tartari: assediati in attesa del Nemico, che però stavolta è arrivato… 

Ettore Maria Colombo  – ROMA
Il Nazareno, se non fosse deserto (ieri, del resto, era solo lunedì…), sarebbe come la Fortezza Bastiani del Deserto dei Tartari di Buzzati. Un «non luogo» dove si attende l’arrivo del Nemico che, però, ogni giorno arriva e ti abbatte. I dati catastrofici dei sondaggi (Pd al 23,4% per Ipsos, al 24% per Swg: sei punti persi in sei mesi, un punto al mese) li ha riconosciuti lo stesso Matteo Renzi nella sua intervista di ieri al Corsera («E’ vero il mio consenso è in calo, ma è perché siamo al governo»), ma ciò non toglie che spaventino tutti.
In ogni caso, Renzi – che oggi non si presenterà al Quirinale per ascoltare il discorso di auguri di Mattarella alle Alte cariche dello Stato perché è «fuori Roma» – non nasconde la sua preoccupazione per la piega che hanno preso le audizioni nella commissione Banche. Le parole che, forse, fanno più male di tutte ieri sono arrivate da un ministro chiave del suo ex governo, Pier Carlo Padoan. Parole che, peraltro, hanno ‘irritato’, e non poco, anche Graziano Delrio, a sua volta tirato in ballo per essersi interessato del destino di CariFerrara, e ieri furibondo.
E ahi voglia, dopo, Padoan a smentire e precisare, in pubblico e in privato, cioè con lo stesso Renzi: «Matteo, non volevo mettere in difficoltà Maria Elena, solo il solo che l’ha difesa pubblicamente».
Renzi, a denti stretti, gli risponde: «Ne sono convinto, Piercarlo». Poi ai suoi dice: «Spero che le parole di Padoan non vengano fraintese». Senza dire che, tra oggi e domani, le audizioni di Visco e Ghizzoni completeranno il crucifige ai danni dell’ex ministra e, forse, di Renzi.
Il segretario, certo, prova a pensare ad altro. Ieri si è occupato di iniziare il giro di «consultazioni sulla prossima campagna elettorale», mettendo l’accento – spiegano dal suo inner circle – «sui contenuti»: dalla polemica sull’Euro con Di Maio ,al lavoro di intreccio tra collegi e listini per le candidature. L’idea di fondo è «valorizzare storie diverse, mettendo un nome della sinistra interna in un collegio e facendo guidare il listino da un nome di area moderata e viceversa».
Ma se di liste e candidature s’inizierà a parlare, nel concreto, solo dopo la Befana, in attesa che «dai vari big i arrivino indicazioni e richieste», è certo che Renzi si candiderà nel collegio maggioritario di Firenze 1, sperando di poter incrociare i guantoni con Salvini.
E la Boschi? ‘Meb’, allo stato, si candiderà in Toscana: di certo in un collegio (forse Arezzo, la sua città, ma i malumori che arrivano dai dem locali sono fortissimi), probabilmente anche nel listino. Del resto, farla correre solo nel collegio maggioritario è un’arma pericolosa e a doppio taglio: potrebbe perderlo e restare fuori. In ogni caso, il portavoce della segreteria, Matteo Richetti, ieri ha detto parole definitive, sul tema: «La Boschi sarà candidata, dove lo decide il Pd». Il che fa capire che la strada di altre regioni come la Campania è aperta. Solo il Trentino è escluso: contro di lei è partita una raccolta firme del Pd locale.
Il guaio è che il resto dei big e ministri dem (Franceschini in testa a tutti, Minniti, Delrio, etc.) sono muti: neppure una parola in difesa di ‘Meb’.
Dal lato minoranza, invece, arrivano critiche feroci. Il ministro Andrea Orlando, leader di Dems, le ha chiesto, di fatto, di non candidarsi. L’altro leader di una corrente di minoranza, Sinistra dem, Gianni Cuperlo, proprio a QN, ha detto che sarebbe stato meglio non fosse tornata al governo. Solo Michele Emiliano, leader di Fronte democratico, tace imbarazzato non foss’altro perché ha chiuso un accordo e ‘blindato’ i suoi (pochi) parlamentari al suo seguito (Boccia, Ginefra) con Renzi.
‘Meb’, ieri, si è difesa parlando al Messaggero: ha ribadito la sua posizione di difesa («Accusano me per coprire i veri scandali sulle banche»), ma ha anche detto «se mi chiamano vado in commissione».
La linea di difesa ‘generale’ sulle banche da parte dello stato maggiore del Pd la esplicita, però, il presidente Matteo Orfini in un colloquio con l’Huffington Post: «Vogliono convocare la Boschi? Allora noi vogliamo sentire anche Mario Draghi e tutti gli altri nomi esclusi, tra cui Enrico Letta». Tirare in ballo il governatore della Bce, Mario, Draghi, però è come mettere il dito nell’occhio a Mattarella, ma in ogni caso la linea Orfini suona come l’adagio biblico «Muoia Sansone e tutti i Filistei».
L’articolo è stato pubblicato martedì 19 dicembre a pagina 3 del Quotidiano Nazionale.

_________________________________________________________ 

 

3. Dove correrà ‘Meb’ alle  elezioni? Il dilemma del Nazareno.

Ettore Maria Colombo – ROMA
Il ‘fattore Meb’ (nel senso di Maria Elena Boschi) può creare seri contraccolpi alla campagna elettorale del Pd. Solo il ‘fattore banche’ (nel senso della commissione) è costato ai dem circa due/tre punti percentuali: il Pd, dal 27-28%, è crollato al 23%, con altri sondaggi – ancora più disastrosi – che lo danno in caduta libera al 20%. E quanto può far perdere, al partito di Renzi, l’esposizione e il pubblico ludibrio cui la Boschi viene sottoposta in tv, sui social e i giornali, nel pieno della campagna elettorale? Al Nazareno si sono fatti la domanda, ma – per ora – ancora non si sono dati una risposta. Non a caso, la Direzione  sulla composizione e i criteri delle liste, oltre che la decisione sulle deroghe, è stata rimandata a dopo la Befana. Gli animi interni sono troppo accesi per rovinarsi il Natale. Ma c’è chi, anche nell’inner circle renziano, cerca la strada impervia della ‘riduzione del danno’. E così, se “è certo”, dice il Nazareno, che Boschi verrà ricandidata alle elezioni, non è più “sicuro” né il ‘dove’ né tantomeno il ‘come’.
La Boschi ha detto in tv, dalla Grube, di voler correre in Toscana, anche se sul punto ora ha cambiato idea (non pare credibile, invece, l’ipotesi avanzata di un seggio in Trentino, dove in ogni caso i dem locali hanno fatto partire una raccolta di firme al grido di “Noi qui quella non la vogliamo”, o in Basilicata, dove i seggi sicuri per il Pd non ce ne sono o sarebbero, comunque, molto a rischio). Infatti, fino a qualche tempo fa, Meb sembrava propensa a candidarsi in Campania, per la precisione nel collegio di Portici-Ercolano, fuori Napoli, Lì il sindaco dem, Ciro Bonajuto, e il governatore campano, Vincenzo De Luca (che così pensava di assicurarsi un seggio per il figlio) avevano già steso un tappeto di rose per farla eleggere e la Boschi si stava già curando la zona con visite e incontri (l’ultima all’iniziativa Future dem, la scuola di politica organizzata dall’amica e collega Pina Picierno, oggi europarlamentare che però vorrebbe cimentarsi alle prossime Politiche).
Ma ora lei stessa ha deciso di correre nella ‘sua’ Toscana e, per la precisione, nella ‘sua’ Arezzo che, però, nel 2015, il centrodestra ha strappato, anche se sul filo di lana (50,8%), al centrosinistra che la governava, e dal 2006, con Fanfani (Giuseppe), oggi membro laico del Csm e amico di Boschi. Ma il punto non è che il collegio sia più, o meno, in bilico. Infatti, grazie alla nuova legge elettorale, il Rosatellum, il gioco è semplice: basta candidare un big, oltre che nel collegio, nel listino proporzionale per blindarne l’elezione. Invece, per Meb, al Nazareno stanno pensando a un’altra strada, decisamente più ‘punitiva’, anche se scelta – pare – di comune accordo con l’ex ministra: la candidatura ‘solo’ nel collegio uninominale maggioritario. Dove vige l’antica regola anglosassone del first past the post. Letteralmente, vuol dire ‘il primo oltre il palo’. Nella sostanza, invece, vuol dire che se arrivi anche solo secondo te ne torni a casa. 
L’articolo è stato pubblicato il 18 dicembre 2017 sulle pagine del Quotidiano Nazionale.
_________________________________________________________
4. Intervista a Gianni Cuperlo: “Boschi non doveva andare al governo. Il Pd è un partito in crisi e, dopo le elezioni, va rifondato”. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Gianni Cuperlo, già presidente del Pd, carica da cui si dimise subito e proprio in polemica con l’attuale segretario, Matteo Renzi, è il leader di Sinistra dem e su posizioni molto critiche rispetto al Pd renziano.

I sondaggi danno il Pd al 23,4%…

“Se corri veloce contro un muro e alla fine ti fai male non ha senso prendersela col muro. Il Pd perde consensi da tre anni ma il vertice non ne ha mai voluta indagare la ragione. Vanno rivendicate cose buone, come il bio-testamento, ma se milioni di persone ti voltano le spalle e tu continui a dire che tutto va bene, il muro si fa sempre più vicino”.

Renzi e tutto il ‘giglio magico’ sono entrati in modalità arrocco?

“Il rapporto del gruppo dirigente del Pd con il Paese si è incrinato. Il referendum istituzionale lo certificò, ma vi fu chi rivendicò il 40% come un dato da cui ripartire. Ma avevamo perso contro il 60% e per ragioni profonde”.

E’ stato un errore pretendere la commissione sulle banche?

“Se voleva indicare la via legislativa per evitare altri scandali doveva partire molto prima. L’errore è stato arrivarci a scadenza di legislatura, quando il rischio di trasformarla in un’arena pre-elettorale impropria è alto”.

La Boschi dovrebbe dimettersi?

“Boschi ha smentito le accuse, ma avrebbe fatto bene a seguire l’esempio di Renzi e, dopo la sconfitta della sua riforma, non entrare al governo. Ci sono momenti della vita politica in cui dire dei no aiuta a difendere la propria credibilità”.

Ma la Boschi è diventata un “problema” per il Pd?

“Il problema del Pd è che troppo spesso trasmette un’ansia del potere come fine. Penso a quel pugno di voti confluiti l’altro giorno su Micciché in Sicilia. Ci sono realtà dove io farei fatica a iscrivermi a questo Pd”.

Capitolo alleanze. Le liste collegate al Pd appaiono assai deboli…

“Se la domanda è “era meglio costruire una coalizione larga assieme a Grasso e Pisapia?” la mia risposta è sì. Non solo era meglio ma fino all’ultimo avremmo dovuto tentare. Ho chiesto al Pd di introdurre il voto disgiunto. Si è risposto con la miopia di chi pensa agli altri come all’intendenza che segue e il muro si è avvicinato di un altro po’. Adesso serve un cambio di direzione”.

Quale rapporto mantenere con i fratelli/coltelli di Mdp?

“Bisogna evitare una campagna fratricida, a sinistra. Io voglio battere la destra perché temo un Paese nelle mani di forze e valori ostili al minimo sindacale della civiltà e della democrazia. C’è chi lo farà dal Pd mentre altri lo faranno da posizioni e con scelte diverse. Serve rispetto tra chi negli ultimi vent’anni ha combattuto nello stesso campo. Certo, la sfida è difficile: il campo è diviso”.

Dopo il voto, si andrà a un governo di larghe intese o M5S-LeU?

“Renzi ha escluso qualunque accordo con la destra. Per me sarà così. L’obiettivo deve essere quello di gettare le basi di un’alleanza con le forze e le culture più prossime. Quando leggo di tattiche spavalde per sfidare nei collegi le personalità della sinistra uscite dal Pd viene spontaneo pensare “Quos vult Iupiter perdere dementat prius” (la traduzione, non letterale, è “Il Signore acceca chi vuol perdere”, ndr.)

Quale ruolo per Gentiloni prima e dopo il voto?

“È il capo del governo. Ha introdotto uno stile e un profilo propri. Li preservi”.

Quale contributo può dare la sua area, convocata il 13 gennaio a Roma, al Pd? Lei si candiderà? E dove?

“Lì indicheremo proposte di discontinuità. Dopo il voto bisognerà riflettere su tutto. Al centro dovranno stare la costruzione di un nuovo centrosinistra e la rifondazione del Pd. Mi candiderò se mi verrà chiesto e solo se queste idee avranno spazio e agibilità. Io non cerco posti”.

NB: L’intervista a Cuperlo è stata pubblicata il 18 dicembre 2018 a pagina 6 del Quotidiano Nazionale.
_________________________________________________________
5. Gentiloni e Padoan difendono Boschi sulle Banche, in realtà stanno difendendo la ‘stabilità’ del sistema. I dubbi dei ministri dem
Ettore Maria Colombo – ROMA
“Boschi ha chiarito”: parola di premier, Paolo Gentiloni. “Dal 2014 abbiamo cambiato le regole del gioco dopo anni d’immobilismo che avevano favorito l’opacità su banche”, puntualizza Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia. “Maria Elena non ha fatto pressioni né si deve dimettere”, è la difesa, questa sì per nulla d’ufficio, del ministro allo Sviluppo, Calenda. Seguono le parole d’affetto di tutti i parlamentari ‘renzianissimi’ del Pd. Il guaio è che, da un lato, i renzianissimi, ormai, sono sempre di meno (Marcucci, Romano, Ascani, Morani, Ermini, etc.) e che, dall’altro, alle loro parole fa da contr’altare il pesante silenzio dei ministri leader di due aree dem non renziane ma guidate da due big, i ministri Dario Franceschini (Cultura) e Andrea Orlando (Giustizia). Il primo, Franceschini, è missing in action, cioè del tutto muto. Il secondo, Orlando, è già sbottato (“Volere quella commissione è stata pura follia” disse ancora mesi fa a un amico deputato), ma oggi parlerà all’assemblea nazionale della sua area, Dems, e non lesinerà critiche a Renzi e Boschi.
Eppure, scorrendo i take d’agenzia, anche se solo in superficie, ieri il sottosegretario del governo, Maria Elena Boschi, ha incassato molti punti a suo favore nel match tra lei e quasi (FI tace) tutte le opposizioni che ne chiedono le dimissioni. Nel coro si distinguono 5Stelle e Mdp-LEU: due partiti che stanno dando vita a un inedito asse politico in commissione. Un asse che, peraltro, funziona alla perfezione: Zoggia (Mdp) incalza Vegas con le domande più cattive, Sibilia e Airola (M5S) urlano alla Boschi “sei come Mario Chiesa!!” (il primo reo confesso di Tangentopoli). Boschi porterà in Tribunale pure loro, come già ha fatto con Di Maio, ma ieri sempre Zoggia – che odia Boschi e Renzi di odio viscerale – ha tirato la bomba, chiedendo al presidente Casini di “audire”, appunto, anche lei, la ex ministra e oggi sottosegretaria alla presidenza del Consiglio. Se, dunque, il presidente della Commissione bicamerale, Pierferdinando Casini, negherà che venga concessa tale audizione gli daranno del “venduto!” (per un seggio visto che è alleato al Pd), se la concederà, come già accadrà quando parlerà l’ex ad di Unicredi, Ghizzoni, si annuncia il circo Barnum o forse il Terrore di Robespierre.
Inoltre, se ieri l’audizione dell’ex ad di Veneto Popolare, Consoli, ha peggiorato le cose, per la Boschi, pure nel governo e dentro il Pd, la situazione si va rabbuiando, per ‘Meb’. Il premier parla da Bruxelles: “Ha chiarito – dice secco Paolo Gentiloni – le circostante emerse durante l’audizione di Vegas”. Poi aggiunge, ed è come se sospiri,“Boschi correrà nel Pd alle elezioni, spero abbia successo”. Come dire: vedremo quanti voti prende. Fatta la difesa (d’ufficio) della Boschi, Gentiloni, poi, aggiunge: “Spero che le prossime settimane non siano dominate dai bisticci sulle banche”. Solo che, in ‘gentilonese’, “bisticci” va tradotto con “casini”. Parole, le sue, che fanno il paio con quelle del Capo dello Stato. Sergio Mattarella si erge, come sempre, a scudo del governo, dicendo che “Il lavoro compiuto nell’ambito del settore bancario è stato di sostegno all’apparato produttivo”, ma sia lui che Gentiloni avevano espresso le loro ‘riserve’, direttamente a Renzi, sia sugli attacchi sferrati al governatore di BankItalia, Ignazio Visco, quando il Pd cercò di ‘demansionarlo’, non confermandolo ai vertici di via Nazionale (respinto con perdite) che sull’opportunità di dare il via alla commissione Banche. Sul punto, peraltro, lo stesso Luca Lotti avrebbe esternato le sue, di “riserve”, ma trovandosi incredibilmente isolato nel ‘giglio magico’ (composto, ormai, da Renzi, Boschi e Bonifazi, più Matteo Orfini, diventato più renziano di Renzi, oramai). Secondo l’Huffington Post proprio Lotti è “avvelenato” con la Boschi (e con Renzi?), di certo è “in disaccordo” con la linea sua e di Renzi da far tenere ai membri della commissione Banche.
I pochi ‘gentiloniani’ (Realacci, Giachetti) del Pd e l’area ‘liberal’ dem (Tonini, Morando) avevano sconsigliato Renzi di andare allo scontro, sulle banche, perché “Ci faremo solo del male”.
E anche i ministri Minniti e Delrio avrebbero espresso perplessità, se non veri dubbi amletici: “Siamo già al 24%, così finisce al 20% o peggio. Le elezioni saranno un disastro, prepariamoci”. Parole che, per Renzi, suonano come una campana a morto.  
NB. L’articolo è stato pubblicato sabato 15 dicembre su Quotidiano Nazionale.
_________________________________________________________ 
 
6. Boschi contro Travaglio, Renzi contro Formigli: l’ex ministra e l’ex premier vanno nella tv del ‘Nemico’, la 7, per difendersi. Inutile. 
Ettore Maria Colombo – ROMA
L’ex ministro e oggi sottosegretario nel governo Gentiloni, Maria Elena Boschi, torna nel mirino per il suo ormai noto tallone di Achille: le sue presunte pressioni su Banca Etruria. “C’è accanimento nei miei confronti, ma se pensano di farmi mollare si sbagliano di grosso”, dirà poi lei agli amici. Ma nel tritacarne ci finisce, per forza di cose, oltre che l’ex ministro, anche il suo leader, Renzi.
Boschi prima si difende, con due post su Facebook, dalle parole del capo della Consob, Giuseppe Vegas, che parla nella sua (già prevista) audizione in commissione Banche. Poi la Boschi decide – con una strategia difensiva scelta, passo per passo, con lo stesso Renzi – di andare a Otto e Mezzo, la trasmissione di Lilli Gruber su La 7, dove accetta anche condizioni da patibolo: farsi torchiare dal direttore del Fatto, Marco Travaglio. I due fanno subito scintille. “Travaglio risponderà delle sue bugie, mi accusa di aver interferito e lo querelerò”, sbotta, per poi aggiungere “Lei mi odia, forse perché sono donna” (e Travaglio annuisce). 
Anche sulle parole del capo della Consob, Giuseppe Vegas, sempre in commissione Banche, Boschi contrattacca: “Ci sono stati più incontri con il presidente della Consob. Il 29 maggio 2014 mi chiese di incontrarci a casa sua alle otto del mattino, ho il suo sms, gli risposi che dovevamo vederci o in Consob o al ministero. Abbiamo parlato del sistema bancario…”. Lo stesso vale, secondo lei, anche per gli incontri con Ghizzoni, ex ad di Unicredit tirato in ballo per le presunte ‘pressioni’ che avrebbe subito dall’allora ministra (nel governo Renzi) Boschi sempre per acquisire Banca Etruria, di cui il padre (della Boschi) è stato consigliere e anche vicepresidente, poi dimessosi, ora indagato. Su Banca Etruria la Boschi sostiene che “Non c’è stato nessun favoritismo nei confronti della mia famiglia. È stato il governo Renzi a commissariare il Cda di Etruria, mandando a casa tutti, compreso mio padre”.
Ma fuori dalla cerchia ristretta del mondo renziano – che si schiera a tetragona difesa della sottosegretaria con le dichiarazioni a raffica di Bonifazi, Guerini e, soprattutto, di Matteo Orfini – è una Vandea. Dai 5Stelle a LEU di Grasso, da Meloni alla Lega, tutti reclamano le dimissioni della Boschi che “ha mentito al Parlamento”, quando, da ministro, garantì di non essersi mai interessata di Etruria, dove il padre era pezzo rilevante.
E Renzi? “La Boschi ha già risposto alla Gruber” risponde stizzito il leader del Pd, Matteo Renzi, stavolta ospite – in tarda serata – di Corrado Formigli, conduttore di Piazza Pulita su La 7, studio tv dove Renzi non metteva piede da  ben cinque anni. Anche quest’intervista è un crucifige con Formigli che incalza Renzi come se fosse Frost contro Nixon per farlo capitolare. “Sono sconvolto – insiste Renzi all’ennesima domanda sulla Boschi (“Che facciamo?! Ne rimandiamo le parole?”) – che il tema banche sia diventato una gigantesca arma di distrazione di massa. In Italia ci sono state ruberie (MPS), scandali clamorosi (le popolari venete), acquisizioni che gridano vendetta (Banca 121, vicina a D’Alema), ma i media parlano solo di Etruria. Anche lì – continua Renzi – hanno fatto schifezze clamorose e chi ha sbagliato deve pagare”. Sulla Boschi, Renzi però dice poco d’altro: “Le persone si giudicano per ciò che fanno, non per i padri che hanno”.
Intanto, da Bruxelles, Gentiloni si dice sicuro, anzi: certo, che la Boschi “chiarirà tutto”, ma sono in molti a chiedersi se un suo passo di lato non allenterebbe “la morsa intorno a noi”Renzi, peraltro, ieri pensava di potersi godere una giornata trionfale perché il Senato aveva approvato il bio-testamento. Quando Vegas parla, prima vacilla, poi si arrabbia e cerca di imbastire una reazione. Solo che sembra davvero ‘venire giù tutto’.
Il Nazareno sbanda e i nervi dei renziani sono tesi fino allo spasimo. Un dirigente tira fuori lo humor nero: “’Gridate sterminio e liberati i Mastini della Guerra!’, urla riecheggiando il dramma su Riccardo III. Eccola la nostra reazione” ride amaro, citando, appunto, la tragedia di Shakespeare. Ma la sensazione di una bufera in arrivo che possa travolgere tutto il Pd c’è ed è forte.
NB: L’articolo è stato pubblicato venerdì 15 dicembre sul Quotidiano Nazionale.  
______________________________________________________