Scoppia la pace tra Prodi e Renzi. E il Pd tesse la tela delle alleanze: un sole, il suo, e tre piccoli pianeti intorno

Prodi 1

L’ex premier e fondatore dell’Ulivo Romano Prodi

NB: Questo pezzo è stato pubblicato il 6 ottobre 2017 e non tiene conto della relazione di Renzi alla Direzione del Pd per approfondire la quale rimando all’articolo di domani…

Ettore Maria Colombo – ROMA

Il Pd di Renzi torna al centro della scena. Riallaccia antichi legami come quello tra Matteo e Romano, Renzi e il Prof, grazie a una telefonata di disgelo che, tra i due, è intercorsa una settimana fa e cioè neppure in questi giorni politicamente caldi, dato che Prodi è negli Usa. Il dialogo sarebbe stato, più o meno, questo. Il Prof dice al segretario: “Io non ce l’ho affatto con il Pd, non voglio vederlo morto o sconfitto, il Pd è l’unico baluardo democratico di questo Paese e penso che rimanga il cuore di un alleanza di centrosinistra che non esiste senza un Pd forte. Il mio sogno da sempre è l’unione di tutti i riformisti; ieri era l’Ulivo, poi è stato il Pd, tutti facciamo errori, spero che ora sceglierai la strada della coalizione ampia, di un nuovo centrosinistra largo che guardi a sinistra e al centro, ma un centrosinistra largo e forte deve essere alternativo al centrodestra”. E Renzi che risponde: “Ci stiamo provando, Romano, il Rosatellum serve a questo, a formare una coalizione, spero che altri ci stiano. Oggi, vedrai, ne parlerò in Direzione”.

Sottotesto: spero che la legge passi indenne sotto il fuoco dei franchi tiratori, col voto segreto in Aula, e che Pisapia e altri come lui si convincano che, per dirla con Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria dem, “il nodo ineludibile, per chiunque voglia ricostruire il centrosinistra in Italia, è il rapporto con il Pd”. D’altronde, l’appoggio chiaro che Renzi sta offrendo al governo Gentiloni e il suo continuo richiamare il ‘gioco di squadra’, citando sempre il premier e i migliori ministri del governo (Minniti, Delrio, etc.), rassicura sia il fronte prodiano (e ulivista in senso lato, Pisapia compreso) che i big interni al suo stesso partito.

Infatti, a Renzi sta riuscendo anche un’altra non facile impresa, quella di compattare i big dem (Orlando, Cuperlo, Franceschini): questi ultimi non ne metterebbero più in discussione la leadership, anche se perdesse le elezioni in Sicilia (Orlando lo ha detto chiaramente giorni fa) e ne stanno appoggiando comunque l’iniziativa sulla nuova legge elettorale perché il Rosatellum, pur se deficitario, è un incentivo a fare le coalizioni.

Si inizia, dunque, a intravedere – se il Rosatellum diventerà legge – la costruzione un ‘sistema di alleanze’ in cui il Pd è il pianeta più grande e centrale (il Sole, diciamo) e le altre liste, o partiti, i pianeti satelliti. Secondo le indiscrezioni del Nazareno, sarebbero, per ora, queste liste almeno tre. Una lista laica-libertaria come ‘Forza Europa’, fondata dal viceministro Benedetto Della Vedova che inglobi i Radicali di Cappato e coinvolga personalità di spessore come Emma Bonino. Una lista centrista, cattolica e moderata, dove ‘annacquare’ (e far digerire ai militanti di sinistra) Ap di Alfano, Lorenzin, Cicchitto (ma non Lupi) insieme ai cattolici di Dellai e i Moderati di Portas, che potrebbe ambire, forse, anche a superare la soglia del 3%, guidata o meno che sia dal ministro Calenda, anche se c’è chi dice, nel Pd, che questi ambisca ad altro: a tornare al governo oppure, se mai la giunta Raggi cadrà prima del tempo, a candidarsi a sindaco di Roma. E una lista di sinistra-centro che (arrivi, o meno, l’apporto di Pisapia e del suo Campo progressista), punti pure al 3% con il contributo di sindaci di città medio-grandi (Lecce, Cagliari, Palermo) e governatori di regioni importanti (Zingaretti in Lazio, Bonaccini in Emilia, etc.), una ‘terza gamba’ civica, progressista e di sinistra. La rottura, ormai incandescente, tra Pisapia e D’Alema può avere anche queste conseguenze: Pisapia che torna a guardare e ad allearsi con il Pd, la guerra interna al Pd che si placa, Prodi che benedice il nuovo Ulivo.

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Pd, congresso tra gli iscritti: Renzi vola, Orlando resta basso, Emiliano fa flop.

Renzi e Guerini

Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Se abbiamo riportato una vittoria? Veramente è un trionfo”. Al Nazareno si stropicciano gli occhi, quasi non ci credono. Nei congressi di circolo – 6324, per la precisione, le convenzioni locali, dal 20 marzo a ieri, sono state 5 mila, l’affluenza è intorno al 58,1%, i votanti sono 235/255 mila su un totale di iscritti che, alla fine, supererà quota 430 mila – la mozione di Matteo Renzi ha fatto il botto. E, certo, è solo il primo round, saranno solo i gazebo – primarie aperte anche ai non iscritti – del 30 aprile a decretare chi sarà il futuro segretario del Pd, ma i numeri sono impressionanti: il Pd è diventato un lago renziano.

I dati del Nazareno parlano chiaro: “Renzi è al 68,22% (141.245 voti assoluti), Orlando al 25,42% (52.630 voti), Emiliano al 6,36% (13.168 voti)” e l’affluenza è stimata al 58% (235-250 votanti, appunto). Vittoria schiacciante. Eppure, i comitati dei due avversari danno numeri diversi: “Orlando è quasi al 30%, al 29,6%, Renzi al 62,4%, Emiliano all’8%”, per gli orlandiani, con un affluenza assai più bassa (200 mila votanti) stimata al 46%; mentre gli emiliani danno il loro candidato “oltre l’8%, Orlando al 30% e Renzi al 62%”, su una affluenza che è molto più bassa (41% al massimo, vuol dire circa 180 mila votanti). Discrepanze che daranno di certo adito a roventi polemiche, che sono già scoppiate, in vista della proclamazione ufficiale dei risultati da parte della commissione congressuale – dato che arriverà solo oggi, però, al massimo entro domani – ma il succo politico resta: il ministro va assai meno bene del previsto, anche nelle zone dove pensava di sfondare o quantomeno di vincere (Bologna ed Emilia rossa, Roma e Lazio, Liguria) e ben peggio di Cuperlo (che nel 2013 sfiorò il 50%), il governatore pugliese fa un mega flop dappertutto (era a rischio persino la possibilità di superare il 5% nazionale o il 15% in 5 regioni necessari per accedere alla seconda fase, quella delle primarie aperte: Emiliano ce la fa per un pelo e le malelingue dicono che i renziani lo hanno aiutato per non togliere appeal e mordente a una gara sonnacchiosa) mentre Renzi stravince e dappertutto.

Infatti, l’ex premier conquista, nel Pd, 20 regioni italiane  su 20 (Liguria di Orlando e Puglia di Emiliano, dato ancora più clamoroso, comprese), le grandi città (a Roma, dove comandano Zingaretti e Bettini, schieratissimi con Orlando, Renzi ha il 62,3%, a Milano il 68,2%, a Bologna il 49,9%, a Genova il 57,7% , a Firenze ‘la bulgara’ l’82,4%, a Napoli il 78%, a Cosenza il 48% ed è una delle poche città dove Orlando lo sovravanza, di poco) e i piccoli centri, zone ‘rosse’ e ‘bianche’, Nord e Sud. Per dare una dimensione dei numeri, Renzi sfiora il 70% non solo dove i renziani e gli uomini di Martina controllano il partito (Lombardia, Toscana, Veneto, Marche), ma anche nelle regioni rosse (63% in Emilia fino al 76% in Umbria), si attesta attorno al 65% in regioni non ‘sue’ come Piemonte, Lazio e Liguria (terra natale del ministro), è saldamente sopra il 60% in tutto il Sud, con punte del 78%, ed è in testa persino in Puglia, la regione di Emiliano, pur non superando il 50%.

“Sono risultati incredibili, vanno oltre le nostre previsioni”, fa filtrare l’ex premier che si gode il successo a Pontassieve mentre è impegnato a finire il libro di memorie scritto per Feltrinelli (il titolo è ancora top secret,  il libro uscirà dopo le primarie). Renzi non vuole farsi trascinare in polemiche e così evita di rispondere ai suoi avversari. Emiliano e Orlando attaccano duro: ora il tentativo è alzare l’asticella in vista del 30 aprile, quando, anche a causa di una data scelta in modo dissennato in quanto è in mezzo a due ‘ponti’ festivi (25 aprile e Primo Maggio), il rischio di una partecipazione bassa è alto. “Se ai gazebo vanno meno di 2 milioni di persone – dice Orlando – è una sconfitta, colpa di chi finora ha guidato il partito”.  Lorenzo Guerini – il vero artefice del successo che in una nota scandisce la “soddisfazione per un risultato che vede in Renzi il segretario in cui i nostri iscritti ripongono fiducia e speranze” – gli legge i dati e a Matteo torna il sorriso.

“Calma, ragazzi, il partito deve restare unito – ribadisce Renzi ai suoi – io voglio dimostrare che non sono divisivo”. Poi, però, una battuta su Orlando gli scappa: “Era convinto di andare molto meglio, ha preso una bottarella, lo ha capito e ha dato segnali di nervosismo, protestando per il voto, ma io sono convinto che io e lui possiamo lavorare insieme”. Su Emiliano non dice nulla, anche se c’è chi giura di averlo visto ‘gongolare’ per un dato che i pasdaran bollano come “il peggior risultato di un ex giudice in politica dai tempi di… Ingroia” (il quale, con la sua Rivoluzione civile, prese il 3%…).

I renziani sono in brodo di giuggiole. Il senatore Marcucci traccia il solco: “Il consenso di Renzi dentro il partito è passato dal 45% del 2013 al 68% di oggi, oltre 20% in più” (ma, dal 2013 ad oggi, il Pd ha perso ben 135 mila iscritti, specie nelle regioni rosse, non pochi). Dal 2014 in poi, però, il numero degli iscritti è sempre aumentato (+30 mila sul 2015, +50 mila sul 2014) fino ad arrivare ai 430 mila – 30 in più dei previsti 405 mila – del 2016. Un numero di 30 mila unità in più rispetto a quello noto finora che il vicesegretario Guerini si era tenuto in serbo per festeggiare, insieme a Renzi, la vittoria schiacciante.

NB: L’articolo è stato pubblicato il 3 aprile 2017 a pag 10 del Quotidiano Nazionale. 

Orlando sfida Renzi: “Mi candido”. Lo scontro sulla data finale delle primarie: 9 o 23 aprile?

Consiglio dei ministri sulla legge di Bilancio

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando a margine del Consiglio dei ministri (Ansa)

Ettore Maria Colombo
ROMA
QUANDO si terranno le primarie aperte del Pd, cioè la fine del percorso congressuale che inizierà con i congressi nei circoli, passerà per la Convenzione nazionale e si chiuderà con la classica ‘gazebata’, quella in cui votano iscritti ed elettori? Il 9 aprile, come vuole Matteo Renzi? Il 7 maggio, come chiede con forza Emiliano che, altrimenti, minaccia di ritirare la propria candidatura? O passerà la mediazione degli uomini di Orlando («si voti il 23 aprile perché serve tempo»)? «Sennò – dice Orlando – non è più un voto, diventa un televoto».

ORLANDO, appunto, è ‘sceso in campo’. «Vi stupite – dice con un sorriso il ministro a un grappolo di giornalisti che lo circondano dentro una ex storica sezione del Pci, quella di Porto Fluviale (“Ce la semo ricomprata pe’ tre volte pecché pe’ tre volte se l’erano venduta, sti’ magnaccia“, dicono – arrabbiatissimi – i militanti del circolo Marconi) – perché presento la mia candidatura in un circolo? E dove avrei dovuto farla, in un posto esotico tipo Bali o l’Himalaya?!». L’ultimo campione di una lunga storia, quella del Pci-Pds-Ds, annuncia la sua discesa in campo prima a Ostia, luogo pasoliniano, poi nel circolo dem ‘Marconi’ di Roma Ostiense, periferia della Capitale ma abbastanza cool, ormai. Il posto è molto piccolo, la gente straripa fuori, ma per fortuna c’è pure una piccola terrazza. L’atmosfera è da ritrovo di ex compagni che tornano, finalmente, a dirsi tali. Orlando, però, non è uno sprovveduto. E così, tra la folla di militanti de core, spiccano tanti parlamentari dem usi all’antica fatica di prendere voti nei (loro) territori. Ecco dunque, spuntare gli uomini di Zingaretti (ieri il governatore del Lazio ha detto che lo appoggerà), quelli dell’ex re del Pd di Roma, Bettini (altro endorsement), come Michele Meta, deputati e senatori piemontesi, lombardi, toscani, ma anche pugliesi, sardi e campani. Intanto ‘il compagno Sposetti’ si gode, da lontano, le gesta di un pupillo, il suo, che gode pure del favore del leader degli ex miglioristi (Napolitano) e dell’ex presidente della Camera Luciano Violante. Morale: il ‘paladino Orlando’, nato peso piuma, è salito sul ring «contro la politica della prepotenza», come ha scandito ieri in mattinata, e non vuole fare da sparring partner.

LO DIMOSTRA anche il braccio di ferro andato in scena ieri in seno alla commissione congresso che ha fatto perdere le staffe al suo presidente, il vicesegretario Lorenzo Guerini, che parla di «ricostruzioni prive di fondamento, lasciateci lavorare in pace».
Infatti, a metà pomeriggio, si diffonde la notizia che «tutto è stato già deciso, le primarie aperte si terranno il 9 aprile». Notizia che fa sobbalzare sulla sedia sia gli uomini di Emiliano in Parlamento – i due dioscuri pugliesi Boccia e Ginefra – che quelli di Orlando. I colonnelli, nonostante le frecciate che si tirano i loro campioni nelle interviste televisive, rinfacciandosi antichi appoggi verso ‘il Nemico’ comune (Renzi, appunto: “Tu non ti sei mai distinto da lui, ed eri un suo ministro”, gli rinfaccia Emiliano: “E tu lo hai appoggiato alle primarie del 2013, quando io stavo con Cuperlo”, gli ribatte Orlando), decidono perciò una Santa Alleanza contro Renzi, almeno sul campo che deve definire il terreno di gioco, le regole. In ballo c’è la fine dei lavori della commissione e la Direzione che, oggi, li validerà. I seguaci di Emiliano sono i più scatenati, ovviamente. Dice Boccia: «Se insistono sulla data del 9 aprile, salta tutto, ma ho fiducia che i renziani ‘timidi’ (l’appello è a Franceschini, ndr) sapranno ragionare con la loro testa e non impiccarsi a Renzi». Gli orlandiani sono appena più soft, ma il concetto è identico. Dice l’orlandiano Bordo: «Il 9 aprile è una data incompatibile con le regole, se vanno andare avanti gli votiamo contro e vediamo».

IN SERATA si diffonde una voce preoccupante: se la commissione, a maggioranza (renziana, ovviamente: su 20 componenti, 15 li teleguida Guerini), insisterà sul 9 aprile, Emiliano – che ieri sera, ospite da Mentana su La 7, ha detto che «Renzi vuol far saltare i referendum sui voucher e andare a elezioni anticipate» – potrebbe compiere l’ennesimo giro di valzer e ritirarsi dalla corsa per ‘impraticabilità di campo’. Resterebbe una sfida a due: quella tra il campione del partito della Nazione (Renzi, stile Macron) e il paladino del ‘partito che fu’ (Orlando, stile Hamon). Si vedrà. La mediazione, dice Guerini a un amico, «è una data intermedia per tutti, il 23 aprile». Due giorni dopo e ricorre il 25 aprile, Festa della Liberazione. Anche dal Pd di Renzi? Chi può dirlo.

NB: Questo articolo è stato pubblicato a pagina 4 del Quotidiano Nazionale il 24 febbraio 2017.

NEW! Dalla Romagna a Roma! L’intervista a Pini (Lega) conferma la “Strana Alleanza” tra Lega Nord e Cinque Stelle: la Romagna culla del patto “anti-Renzi”

Beppe Grillo e, dietro, il suo guru, Gianroberto Casaleggio

Grillo e Casaleggio. Il leader dell’M5S e il suo Richelieu, da poco scomparso

Ettore Maria Colombo
BOLOGNA
«TRA LEGA e M5S ho sempre sentito molte affinità. Casaleggio ha inventato Internet, noi i gazebo…». Il vecchio leone lùmbard, Umberto Bossi, è uno che fiuta l’aria. Il Senatùr s’è presentato, a sorpresa, al funerale di Casaleggio a Milano. E Matteo Salvini conferma: «Sulla richiesta di onestà, pulizia e trasparenza, ci sono somiglianze». Un altro uomo d’altri tempi, Luigi Bisignani, scrive, da tempo, sul Tempo, che di «lavori in corso Lega-M5S», parla di «feeling tra i gruppi in Parlamento» e paventa l’ipotesi di «un logo che unirà i due partiti in una Federazione». «Salvini chiama Grillo»? Il leader leghista, per ora, ha fatto scelte diverse: il centrodestra, a Milano, si è ricompattato su Parisi e rosicchia punti al dem Sala.

CERTO è che il candidato M5S, Gianluca Corrado, non brilla per attivismo, sotto la Madonnina. Come se l’M5S volesse perdere e, magari, al ballottaggio, votare Parisi…
A Roma, il favore, invece, sarebbe ricambiato: Salvini voterà Raggi? Lo sostiene una fonte interna leghista ma romana, ergo attendibile: «Berlusconi farà ritirare Bertolaso, ma per appoggiare Marchini, non la ‘nostra’ Meloni, ma vince Giorgia! Detto ciò, ‘se’ al ballottaggio andassero Giachetti e Raggi (i candidati di Pd e M5S, ndr) i nostri voteranno lei, col placet di Salvini…».

Il concetto che molti leghisti e, anche, pentastellati esprimono, pur se off-records, è sempre lo stesso: «Come possiamo fare molto male a Renzi? Unendo le nostre forze».
Le danze si aprono già domenica, con il referendum «anti-trivelle» (Lega e M5S sono per il «sì»), si fanno ballo liscio alle elezioni amministrative di giugno e diventano turbinoso valzer al referendum istituzionale di ottobre. Quando leghisti e grillini andranno tutti, lo dicono già, a votare «per far cadere Renzi». A proposito di ballo liscio, va però sottolineato il caso concreto di tre città al voto in terra speciale, la terra di Romagna.

A Ravenna, l’M5S non si presenta a causa di violenti dissidi interni finiti con la mancata certificazione della lista dal vertice dell’M5S. Dissidi solo in parte rientrati con la lista civica ‘Cambierà’ che candida l’imprenditrice Michela Guerra. Lei è una para-grillina, ma, al ballottaggio, potrebbe appoggiare il candidato leghista, Massimiliano Alberghini, che, forte di un centrodestra unito, punta a soffiare la poltrona di sindaco a Michele De Pascale (Pd-Pri-civiche), anche se, in realtà, Alberghini è espressione di una lista ‘civica’ leghista.
Stessa musica a Rimini. Prima ha fatto epoca e cronaca, locale e nazionale, il tentativo, poi abortito, della ex moglie di Beppe Grillo, Sonia Toni, di presentare una lista «sua». Poi persino lo staff di Casaleggio ha dovuto rinunciare al candidato prescelto, Davide Grassi. Morale: l’M5S, a Rimini, neppure si presenta. Il centrodestra, a trazione leghista, candida invece Marzio Pecci, altro esponente di area civica vicino a Salvini. Benedetto da Salvini dietro lo slogan «Uniti si vince» (lo stesso di Bologna, dove la Lega candida, ma senza l’appoggio di FI, Lucia Borgonzoni), Pecci punta a scalzare Andrea Gnassi (Pd), «anche» con i voti dei grillini.

Ma è Cesenatico – terra amata dai romagnoli e pure da Grillo che viene in Riviera a trovare Dario Fo – il caso «di scuola». Qui, il sindaco uscente, Roberto Buda, di centrodestra, «ha fatto un gran casino», si dice in città. Formalmente e inizialmente, la Lega appoggia Buda contro il candidato dem, Matteo Gozzoli, e pure contro il candidato M5S, Alberto Papparini, giovane molto attivo e molto denunciante vari e gravi scandali. Ma ‘se’ Buda non dovesse arrivare al ballottaggio, a «fare fronte» contro il Pd ci penserebbe Salvini: ha già dato ordine ai suoi fidi luogotenenti locali, a partire dal deputato Gianluca Pini, ‘padano-romagnolo’ sanguigno e Presidente della «Nazione» Romagna, di far convergere i voti dei leghisti su Papparini. O di fare una conversione «a U»: sfiduciare Buda e appoggiare un altro candidato, Enrico Dall’Olio, consigliere comunale leghista e uomo di Pini, sempre per spianare la strada a Papparini (M5S) così da far perdere il Pd (la qual cosa è successa venerdì: la Lega ha sfiduciato Buda e corre insieme a Fi e a Fd’It contro Buda e contro il Pd).
Scambi di favori, piccole cortesie. Chissà che, sempre in funzione anti-Renzi, non nasca in Romagna, «un fiore» da portare a Roma. Obiettivo: far nascere, in Parlamento e, chissà, alle prossime Politiche, una «Santa Alleanza» tra Lega e M5S con dentro Fratelli d’Italia di Meloni, ma senza FI di Berlusconi. Per «liberare» il Paese da Renzi, si capisce. E l’Italia dall’Euro, forse. Come testimonia, peraltro, lo stesso Gianluca Pini in un’intervista a QN pubblicata il giorno dopo l’uscita di questo articolo e che, non a caso, s’intitola “Lega e M5S hanno lo stesso scopo: battere il Pd e mandare a casa Renzi. Pini, uomo forte di Salvini: ‘In Emilia-Romagna siamo pronti all’intesa su molti temi’… “, intervista scritta da Ettore Colombo pubblicata a pagina 15 del Quotidiano Nazionale di sabato 16 aprile 2016.

i simboli dei diversi partiti italiani alle Europee

I simboli dei principali partiti alle Elezioni europee del 2014

Intervista – quella a Pini del 16 aprile, uscita dopo il pezzo del 15/04 – che ripubblico qui:

Ettore Maria Colombo
BOLOGNA
GIANLUCA PINI (romagnolo, classe 1973) è l’uomo forte di Salvini in Emilia e Romagna, la sua terra, dove ricopre il ruolo di presidente della Lega Nord, ma è anche una delle teste pensanti, oltre che «di ferro», della Lega a Roma. Insomma, è uno che conta, l’onorevole Pini, nel gotha di una classe dirigente leghista sempre più «nazionale» e sempre meno «padana».
Sta per nascere la ‘strana alleanza’, come scrive QN, tra Lega e M5S in Romagna e Roma, o è un ‘entente cordiale’?
«Abbiamo due obiettivi in comune con l’M5S: vincere le elezioni in città chiave della Romagna come Cesenatico, Ravenna, Rimini, dove l’M5S non presenta liste, e battere il Pd. E mandare a casa Renzi a Roma, non solo alle elezioni per la città, ma anche e soprattutto al referendum istituzionale di ottobre quando entrambi i partiti voteranno ‘no’ alla riforma di Renzi. Insomma, scalzare il Pd dal potere locale, in Romagna e altrove, e scalzare Renzi da Palazzo Chigi. Non parlerei di ‘asse’ o alleanza, ma di ‘convergenza di interessi’ sì. Poi, una volta ottenute le elezioni politiche anticipate, ognuno, Lega e M5S, correrà per sé. Su molti temi, come l’immigrazione, siamo e restiamo diversi, su altri lavoriamo bene insieme, anche in Parlamento. In futuro, si vedrà».
Partiamo dai casi «locali». Cosa succede a Cesenatico?
«C’era un sindaco, Buda, che noi abbiamo sostenuto lealmente per 5 anni, anche se ha operato scelte amministrative molto discutibili, e che si è sempre dimostrato molto arrogante. Ha detto che dei partiti non gliene fregava niente. Bene, abbiamo deciso di correre non soli, ma con l’intero centrodestra, e un altro candidato. Dall’Olio? Vedremo. Ne stiamo discutendo. Certo è che l’M5S lì non si presenta. Potrebbe decidere di aiutarci».
E a Rimini e a Ravenna?
«La sinistra, in Romagna, è ormai autoreferenziale, governa da troppo tempo. A Rimini, quattro imbecilli hanno impedito a Salvini anche solo di parlare. Renzi loda Rimini come modello? La città ha perso l’aeroporto e, tra poco, la Fiera. A Ravenna l’economia muore tranne per i soliti ‘amici’ del Pd. I nostri candidati, entrambi civici ma appoggiati dalla Lega, Pecci a Rimini e Alberghini a Ravenna, possono vincere. I grillini non presentano liste. Possono votare per noi, al ballottaggio o già dal primo turno, e aiutarci a mandare a casa il Pd».
A Bologna, invece, correte da soli, pure contro Forza Italia.
«Aspetterei la settimana prossima, vedrà: ci saranno delle sorprese. Io mi sono speso per candidare Lucia Borgonzoni, Salvini pure. Bologna è una città che Merola ha massacrato e reso insicura. Fanno le ronde persino alla Bolognina».
Passiamo al quadro nazionale. A Roma voterebbe Raggi?
«Esistono tre poli, in Italia. Uno a trazione Lega, il centrodestra, uno a trazione M5S, e uno a trazione Pd. Dobbiamo e possiamo allearci per sconfiggere, insieme, il Pd. Una forma di desistenza credo ci sarà, anzi credo sia già in atto, a Roma come altrove: votare per chi, tra Lega e M5S, ha il candidato migliore. Portarlo al ballottaggio e farlo vincere. L’obiettivo è unico: sconfiggere il Pd e mandare a casa Renzi. In tre mosse».
Quali sono le tre mosse?
«La prima sono le comunali: l’obiettivo è far perdere, ovunque, i candidati del Pd. La seconda è il referendum istituzionale di ottobre: non è un mistero che sia noi che l’M5S voteremo no alla riforma di Renzi e Boschi. La terza è ottenere la caduta del governo e andare a elezioni politiche anticipate nel 2017: lì, ognuno per conto suo, si presenterà agli elettori».
E l’alleanza vera e propria?
«La escludo, per ora. Su certi temi, come l’immigrazione, siamo su posizioni diverse, anche se sul punto Casaleggio era più vicino alle nostre, ma in Parlamento collaboriamo e ci scambiamo idee e opinioni su tante cose. Vedremo come evolverà il quadro politico».

NB: Questi due articoli sono stati pubblicati a pagina 7 del Quotidiano Nazionale il 15 aprile 2016 e a pagina 15 del QN del 16 aprile 2016. (htttp://www.quotidiano.net)

Marino lancia cinque siluri: contro Renzi, il Pd, le inchieste, il Mondo intero e pure il Papa…

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Matteo Renzi parla alla Direzione del Pd.

1) IL ‘MARZIANO’ E’ RI-SBARCATO A ROMA…

Se avessi seguito le indicazioni del Pd oggi sarei in galera!”. L’ex sindaco di Roma, il ‘marziano’ Ignazio Marino, ieri è tornato sulla scena pubblica con il botto, ma anche con tutti gli onori. Presentazione del suo libro, Un marziano a Roma, la citazione è dal famoso libro di Ennio Flaiano, alla Sala della Stampa Estera di Roma: parterre de roi, selva di telecamere e di giornalisti, esteri ed italiani (oggi si replica alla libreria Feltrinelli in galleria Sordi, la casa editrice sfrutta, giustamente, l’occasione). Marino ne ha per tutti, naturalmente, ma il suo primo e vero obiettivo è solo il Pd. E cioè il partito che lo ha prima destabilizzato, poi corroso, infine defenestrato da piazza Campidoglio in una torrida estate (luglio-settembre 2016) di meno di un anno fa. Marino non gliel’ha perdonata e, ora, con la campagna elettorale alle porte, una candidatura del Pd che, nonostante le primarie vinte da Roberto Giachetti su Roberto Morassut, stenta a decollare, e soprattutto tanti, troppi, avversari che si affollano – dalla temutissima grillina, Virginia Raggi, incubo di ogni democrat che si rispetti, ai nomi della singolar tenzone che sta avviluppando in uno spirito suicida il centrodestra romano (Giorgia Meloni, Guido Bertolaso, Francesco Storace, senza dire, ovviamente, di Alfio Marchini…) – davanti agli occhi di Renzi e rischiano di fargli perdere non solo Roma, ma anche l’onore del Pd, l’ex marziano è ridisceso sulla Terra, quella dell’Urbe, a prendersi molte rivincite, legittime o meno.

2) IL DURISSIMO ATTO DI ACCUSA CONTRO RENZI…

Al centro del racconto, un atto di accusa permanente contro il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, colpevole – tre volte colpevole – di avere orchestrato un golpe nei suoi confronti per rimuoverlo dalla carica di sindaco. Repubblica, che anticipa il libro, riporta un passaggio in cui Marino racconta della via d’uscita – o, meglio, stando alla sua versione dell’”offerta indecente” offerta dal Pd al sindaco, attraverso il vicesindaco e assessore dem Marco Causi, per uscire di scena: “Tu lasci Roma, vai a Filadelfia e spegni il cellulare. Così, per irreperibilità del sindaco, il governo dovrà nominare un commissario e sciogliere consiglio e giunta”. Insomma, si sarebbe trattato, per Marino, di un golpe, nemmeno tanto legalizzato, di fatto illegale. Marino, certo, ne ha per tutti: parla anche delle Olimpiadi, definendo la decisione di presentare la candidatura di Roma “una fuga solitaria” del premier eseguita senza coinvolgere il Comune. E a Giovanni Malagò e Luca Cordero di Montezemolo “imputa di avere incentrato il dossier olimpico sulla costruzione del Villaggio di Tor Vergata per soddisfare il consorzio di imprese che su quell’aerea vantano diritti di costruzione”. E proprio ai principali costruttori romani Marino rivolge accuse dirette e durissime. A Francesco Gaetano Caltagirone, editore del Messaggero di Roma come del Mattino di Napoli, imputa di avere “quasi sempre utilizzato i media che possiede per infangarmi”, mentre “dei fratelli Toti o Sergio Scarpellini, dice, “ho sempre avuto l’impressione che detestassero il rischio di impresa”.

3) NON SI CANDIDERA’ MA POTREBBE INDICARE DI VOTARE LA M5S RAGGI…

E così, la giornata di Marino il Distruttore, non solo non è finita, ma non è neppure iniziata, quando l’ex sindaco – tra un intervista e una presentazione, una comparsata in tv e un’anticipazione del suo libro-verità, parla ‘anche’ a Radio Capital, prendendo tempo sulla sua possibile candidatura: “Credo che in questo momento i partiti non hanno più la dignità per esprimere una candidatura in una città come Roma. Spero in un movimento e una mobilitazione civica che offra l’opportunità ad un candidato di governare la città. Io non ho detto che mi ricandido. La mia candidatura sarà tema di dibattito nelle prossime ore”, dice Marino, lasciando tutti con il fiato sospeso, specie il candidato di Sel-SI,. Stefano Fassina, che invece spera e prega che si ritiri e lo appoggi, senza fargli troppo male. “Non ho detto né sì né no, non è questa la sede per fare annunci e io non faccio balletti. Comunque, n è detto che poi sarò io – aggiunge Marino – In Italia abbiamo superato i 60 milioni di abitanti e sono sicuro che tra loro c’è una donna o un uomo che sono all’altezza della guida di Roma, ma il lavoro iniziato per qquesta città va completato. Non ci sono unti del Signori, ma spero ci possano essere candidati di statura molto più elevata di quelli che si sono presentati finora”, conclude sibillino. Poi, alcuni suoi ex collaboratori che hanno lavorato con lui lasciano trapelare una mezza verità o, meglio, uno scenario da incubo, specie per Giachetti e il Pd di Renzi: “Marino, quasi sicuramente, non si candiderà, lasciando a piedi tutti quelli che hanno creduto in lui, ma il vero coup de theatre per provare ad ammazzare definitivamente il Pd nella Capitale e infilzare Renzi, cercando di fargli male anche a livello nazionale, potrebbe essere un altro: aspettare, silente, il lavacro del primo turno e, di fronte alla probabile alternativa, al ballottaggio, tra Giachetti e Raggi dare indicazione di voto per la grillina, facendo pesare se stesso per farla vincere e uccidere il Pd…”.

Non a caso, anche in chiaro, durante la conferenza stampa, Marino sbaglia – di certo non per errore o sbadataggine – il nome proprio di Giachetti, che chiama ‘Riccardo’ e non ‘Roberto’ e di cui dice: “Non lo conosco personalmente, mentre Virginia Raggi (M5s) sì”. Il che avvalora la tesi dei suoi…

4) I CINQUE SILURI CONTRO RENZI E QUALCHE SILENZIO DI TROPPO…

Ecco perché, dunque, nel frattempo, sono già tutti partiti i siluri di Marino contro il Pd di Renzi: di ieri, di oggi e, se possibile, pure quello di domani. “Se avessi seguito tutti i consigli del Pd forse mi avrebbero messo in cella di isolamento”, il primo. Ma soprattutto Marino attacca, duramente, Renzi secondo siluro: “Roma bisognava sganciarla dalle lobby, mentre Renzi preferisce sedersi a tavola con le lobby. Avevo grandi aspettative – lo sferza Marino – nei suoi confronti nel momento in cui lui aveva un ruolo politico nazionale. Pronunciava parole in cui mi riconoscevo, come quelle sulle liberalizzazioni delle aziende che al Comune non servivano o sulle scelte delle persone da fare sulla base dei curricula. Da quella affermazioni siamo passati alle scelte dei direttori Rai e delle reti. Se l’avesse fatto Berlusconi molti giornali si sarebbero ribellati”, l’affondo ancora più pesante. Poi, quarto siluro,  ripercorre i due anni e poco più del suo mandato, dalle primarie vinte con tanto di incoronazione nel 2013 fino allo scandalo degli scontrini che ha provocato il terremoto in Campidoglio e le sue dimissioni. E qui, però, Marino si fa muto, anzi fa il pesce in barile: gli sono arrivati avvisi di garanzia per gli scontrini, ma lui non spiega nel dettaglio, non risponde nel merito. Si limita ad accusare, ancora una volta, Renzi: “Ritengo di non aver nulla di più da spiegare di quel che ho fatto. Quando verrò chiamato spiegherò a proposito di questi 12 mila euro che mi vengono imputati. Mi piacerebbe che la stessa trasparenza venisse utilizzata dal capo del governo che – leggo sui giornali – ha speso in un anno come presidente della Provincia di Firenze (che è più piccola della Capitale) 600 mila euro in spese di rappresentanza, rapidamente archiviate dalla magistratura contabile”. Non basta. Nuovo (ultimo e quinto) attacco frontale a Renzi: “Parigi riceve dal governo nazionale 1 miliardo all’anno per gli extra costi della città. Londra riceve 2 miliardi. Occorrono investimenti su Roma, ma bisogna amarla la Capitale: il nostro capo del governo non ama Roma”.

5) GLI ALTRI SILURI LANCIATI CONTRO IL PD (ORFINI, CAUSI, ZINGARETTI)…

Non mancano, ovviamente, le difese a spada tratta di – tutte, ma proprio tutte – le scelte fatte fino all’ultima, quella che lo ha condannato, di fatto, all’auto-espulsione: “Per l’ultimo rimpasto di giunta (quello di luglio 2015, con l’estromissione di Sel, ndr.) mi sono fidato dei consigli di Matteo Orfini che sosteneva di averne discusso con il capo del governo. Io ho condiviso questa scelta e me ne assumo la responsabilità, non mi aspettavo che alcuni degli assessori nominati fossero arrivati lì con il compito di guastatori”. E qui Marino mette in mezzo, nel calderone delle accuse, pure Orfini.

Poi, sui suoi attuali rapporti (o, meglio, ‘non rapporti’) con il Pd osserva (ennesima bordata…): “Io ho la tessera del Pd dell’anno 2015. Quest’anno non l’ho ancora rinnovata, ma l’anno non è ancora terminato. Io mi sento democratico nell’animo, non rinuncio all’idea che anche in Italia possano esistere finalmente due forze, conservatori e riformisti. Il Pd che ho fondato io è diverso dal partito che c’era, che aleggiava in questa città a ottobre e novembre, un partito dove tutti i circoli sono stati chiusi, dove c’è un commissario, dove i consiglieri comunali hanno ricevuto l’ordine di dimettersi senza venire in aula a confrontarsi con il loro sindaco. Il Pd non esiste” conclude…. Non solo. Per Marino – attacco a Renzi al cubo – “in questo momento abbiamo non un governo di centrosinistra, ma di centrodestra, con Alfano e Lorenzin di Ncd e, al Senato, con l’appoggio di Verdini”.

A distanza ravvicinata arrivano, ovviamente, anche le repliche dei diversi protagonisti romani e laziali del Pd tirati in ballo da Marino: il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, accusato da Marino di aver rallentato, se non addirittura boicottato, l’azione di cambiamento della sua giunta, dice: “Non ho letto il libro. Ho letto dello stadio della Roma e voglio chiarire che la Regione è ancora in attesa del progetto dello stadio. Non sono abituato a dire sì o no in assenza di progetti”. “Offeso e rattristato” si dice il deputato dem Marco Causi per le accuse mossegli: “La frase che mi contesta Marino non l’ho mai usata. Si tratta di un falso falso che mi offende e mi rattrista”.

6) UN EVERGREEN, LE ACCUSE SU MAFIA CAPITALE…

Sull’inchiesta che ha terremotato la città di Roma e, anche, tre quarti del Pd capitolino, facendone finire in galera diversi esponenti, e cioè l’inchiesta giudiziaria di ‘Mafia Capitale’, Marino dice: “Quando iniziò la vicenda nel dicembre 2014 ed era evidente che né io né la mia Giunta avevamo nulla a che fare con quel mondo, l’allora vicesindaco Luigi Nieri mi chiese ‘perché non ti dimetti adesso, verrai rieletto a furor di popolo nella primavera 2015’. Io ho ragionato come avrei fatto in sala operatoria: ero vicinissimo a chiudere per la prima volta il bilancio preventivo del 2015 entro il 2014 e dovevo buttare la città in una campagna elettorale solo perché io ne avrei avuto un grande vantaggio? Ho scelto di chiudere il bilancio 2015 entro il dicembre 2014”. Poi Marino ne ha anche per il suo successore ‘tecnico’, il commissario straordinario Francesco Paolo Tronca: “E’ stato indicato monocraticamente da un capo del governo non eletto dal popolo. Non posso giudicarlo, le azioni del prefetto sono riconducibili al governo, è semplicemente un esecutore”.

7) NON CONCEDE NESSUNA GRAZIA, NEMMENO AL LPAPA NELL’ANNO SANTO …

Marino, infine, offre la sua versione pure sulle gelide parole del Papa dirette contro di lui nel viaggio di ritorno dagli Usa dopo le polemiche sul suo viaggio da ‘imbucato’ nella delegazione papale a Philadelphia (“Sia chiaro, Marino non l’ho invitato io!”, aveva sillabato ai giornalisti papa Bergoglio in aereo di rientro dagli Usa), ma anche qui l’ex sindaco ha la sua lettura: “Ho avuto una piacevole conversazione con Papa Francesco durante la quale ho ripercorso in termini severi la mia visione dei fatti. Non va attribuito a lui ciò che va attribuito a Renzi e al Pd, anche se alcuni hanno voluto interpretare le sue parole come un via libera contro Marino per potersi liberare di questa figura scomoda. L’incontro si è tenuto a febbraio. Abbiamo stabilito che avrei raccontato gli incontri avuti con lui e che lui avrebbe letto il testo prima della pubblicazione”. Morale: finirà che Marino, con il suo libro-verità, finirà per inguaiare pure il Papa.

Un vero Diavolo, più che un Marziano…

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 31  marzo 2016 sulle pagine di Quotidiano.net (http://www.quotidiano.net)

Primarie a Roma e Napoli: chi vince e chi perde, a seconda dei risultati, dentro il Pd

Elezioni europee 2014, Matteo Renzi va a votare

Europee 2014: Matteo Renzi vota al suo seggio di Pontassieve (Firenze).

Un test per il Pd e, anche, forse soprattutto, un test per il premier, il governo e la sua maggioranza, tra nuovi centristi che arrivano (Verdini) e vecchia sinistra che se ne va e cerca di correre da sola (Sel versus Sinistra Italiana con Fassina a Roma, forse,  nessuno a Napoli, forse un candidato nuovo a Milano…). Questo sarà il test del 6 marzo, le primarie del Pd e del centrosinistra, che peraltro si terranno non solo a Roma e Napoli, ma anche in altre nove città italiane (a Caserta sono state rinviate per sospetti brogli, già in anticipo) Dopo quelle di Milano dello scorso 6 febbraio – in cui ha vinto il renziano Sala solo perchè i due candidati di sinistra, Majorino e Balzani, si sono scioccamente divisi e litigati tra loro – e in attesa delle elezioni vere che si terranno forse il 29 maggio o, forse, il 5 giugno (I turno, ballottaggi 15 giorni dopo), la conta sarà capire chi ha perso e chi ha vinto, nel Pd.

Le sfide principali sono, naturalmente, due: Roma e Napoli. Il disinteresse degli
elettori è alto e i sondaggi sull’affluenza sono poco benauguranti: a Roma potrebbe crollare sotto i 40 mila votanti (per Marino sindaco votarono in 80 mila su 100 elettori, nel 2013) e a Napoli finire sotto i 20 mila (nel 2011 i votanti furono ben 45 mila, ma poi furono ‘sospese’ e mai più rifatte perchè inficiate da brogli che impedirono la proclamazione del vincitore).

A Napoli, tutte le correnti del Pd, renziani e non, ma soprattutto i tanti capi-bastone e portatori di voti (ex Dc, ex Psi, etc.) stanno con Valeria Valente (deputata, ‘giovane turca’) che ha ucciso il padre, Antonio Bassolino, di cui era seguace, oltre che ex assessora. Con Bassolino, invece, non c’è più nessuno, men che meno il Pd renziano e tutti i suoi circoli, solo l’affetto di una parte – neppure tutta – del vecchio ‘popolino’  di sinistra che rimpiange ‘o re’. Gli altri due concorrenti (Marco Sarracino, giovane esponente della sinistra dem, voluto da Epifani) e Antonio Marfella (oncologo, socialista) si spartiranno le briciole.

Renzi, a Napoli, non tifa per nessuno: voleva imporre un suo uomo (Conti, il solito manager…), ma ha perso e ha dovuto subire la candidatura della Valente (i Giovani Turchi sono ormai strategici, dentro il Pd a trazione renziana) e ora spera solo che perda pure
Bassolino. A Roma, invece, Renzi ha fortemente voluto che un Giachetti, recalcitrante, scendesse in campo: come ha imposto, ai dem milanesi, il manager Sala, ha imposto ‘Giac’ ai romani. Né è vero che, al premier, non importi perdere Roma, pur di vincere Milano e conservare Bologna e Torino: Renzi sa invece benissimo che governare il Paese avendo il sindaco della Capitale contro, o come contropotere, è un guaio enorme, quindi ci tiene.

Solo che, a Roma, il Pd, più che diviso per bande, vive una faida infinita figlia delle dimissioni di Marino da sindaco, del commissariamento di tre quarti di partito e, soprattutto, di un inchiesta, Mafia Capitale, che ha abbattuto mezzo Pd capitolino. Roberto Morassut è stato spinto a candidarsi da Walter Veltroni, in antipatia a Renzi (ma Veltroni fa sapere: io non c’entro nulla, Morassut ha voluto scendere in campo lui), benedetto, con discrezione, dal ‘grande vecchio’ Goffredo Bettini, supportato da Massimo D’Alema (la cui vera mossa sarà, ma solo se vince Giachetti, lanciare la candidatura di Massimo Bray per spaccare la sinistra, obbligando Fassina al ritiro e far perdere Renzi) e ora è aiutato da vari
zingarettiani, nel senso di fedelissimi al governatore laziale Zingaretti, e dalla sinistra interna (tutta). E così, la sua candidatura, formalmente ‘a-renziana’, ha preso, quasi
inaspettatamente, quota e piede e Morassut ha scoperto che se la può giocare, contro il favorito Giachetti. Il pasdaran del renzismo, nonché vicepresidente della Camera, Roberto Giachetti doveva vincere facile ed ha comunque visto scendere in campo mezzo governo a suo vantaggio, ha macinato 2 mila km in un mese, visitato tutte le (orribili) periferie di Roma, incontrato chiunque, con il suo solito piglio caparbio, un po’ arcigno, ma generoso. Morassut invece si è fortificato nelle mura di cinta di quel che resta del Pd, assicurandosi l’appoggio, oltre che della sinistra dem di Speranza, Bersani e Cuperlo, di varie altre aree (solo i renziani doc e i cattodem stanno con Giachetti, i ‘Giovani Turchi’ pure, ma per finta e, in realtà, giocano su più tavoli…), mentre gli altri due competitor, il transfuga dall’Idv, Stefano Pedica, e il (patetico, con il suo orsetto) ‘verde’ Gianfranco Mascia non esistono, se non per cercare di garantirsi quei cinque minuti di felicità che, peraltro, hanno pure avuto.

Certo è che una competizione moscia e noiosa per quasi tutto il tempo della campagna elettorale, ha avuto, finalmente, qualche sussulto, solo grazie alle ultime polemiche sui voti ‘sporchi’ in arrivo, quelli di Verdini, che dovrebbero andare a Giachetti, come quelli dei ciellini, mentre i vecchi ras dem, usciti a pezzi da Mafia Capitale, voteranno -per ripicca contro il commissario straordinario del Pd romano, Orfini, che li ha tutti commissariati e in alcuni casi chiusi, con seguito di furibonde polemiche di quartiere (vedi il caso del circolo di Donna Olimpia) – per Morassut. La gara è apertissima e neppure i cinesi romani, dicono, sanno per chi votare. I rumeni, invece, lo sanno: votano Giachetti.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 5 marzo 2016 sul Quotidiano Nazionale.

Roma, Renzi lancia Giachetti, in campo per le primarie del Pd

Renzi parla all'Assemblea naz Pd

Renzi parla all’Assemblea nazionale del Pd (Roma)

ORMAI È FATTA. Matteo Renzi ha deciso: Roberto Giachetti correrà alle primarie del Pd in the name of love (cioè per conto del premier, che lo ha sempre voluto lì) e, dopo che avrà vinto le primarie, come sarà, secondo Renzi, affronterà la sfida a sindaco della Capitale.
Ieri, il premier ha parlato chiaro e di prima mattina: «Conosce Roma come pochi altri, ha fatto il capo di gabinetto (due volte, con Rutelli sindaco, ndr.) e lo sciopero della fame (per la legge elettorale, ndr.), è romano e romanista». Tutti atout decisivi, agli occhi del premier: Giachetti, 55 anni, deputato dal 2001, è, nell’ordine, rutelliano, cioè renziano ante litteram, pro-Italicum (in realtà voleva il Mattarellum, ma vabbé…), nativo, come deve essere un sindaco, per Renzi, cioè «romano de’ Roma» (pure un po’ “coatto”, il che, a Roma, non guasta), e tifoso romanista (per Renzi è come tifare «la Viola» a Firenze).
Morale: «fonti» del Nazareno, già nel primo pomeriggio, spiegavano premurose che «la candidatura di Giachetti potrebbe arrivare anche prima della Direzione del partito» del 22 gennaio, alla vigilia dell’incontro del Pd e della Sel più dialogante con i dem che coinvolgerà i Municipi e gli amministratori romani del centrosinistra che il governatore Zingaretti e il suo vice Massimiliano Smeriglio hanno organizzato al teatro Brancaccio. E Giachetti stesso fa sapere che, entro il week, scioglierà ufficialmente la riserva: <sabato prossimo o domenica pubblicherò un messaggio per candidarmi alle primarie a Roma>.
TUTTO BENE, dunque? Mica tanto. I guai, per «Bob», come lo chiamano gli amici – sempre senza cravatta nonostante ricopra il ruolo di vicepresidente della Camera, una prima vita da militante e dirigente radicale mai rinnegato e che lo ha aiutato nel saper imporre le battaglie in cui credeva (carceri, droghe, trasparenza), una seconda vita da dirigente della Margherita e poi del Pd sempre indipendente, persino ora che passa per “renziano”, di cui pure è stato un focoso sostenitore, carattere spigoloso, ma leale e capace di humor – sono appena iniziati. Ieri si è trattenuto a lungo, nei corridoi di Montecitorio, con il commissario del Pd romano, nonché presidente del partito, Matteo Orfini. Orfini probabilmente lo avverserà, alle primarie, con tutto il peso della sinistra interna, pur senza scendere in campo direttamente, forse attraverso la candidatura di Fabrizio Barca, grande accusatore dei mali del Pd della Capitale, o lanciando un nome della società civile. Un altro avversario sarà l’ex assessore veltroniano Roberto Morassut che crede di avere buone carte da giocarsi e che gode dell’aiuto del sempieterno boss democrat romano, Goffredo Bettini, ma che i renziani (Gentiloni) vorrebbero convincere a ritirarsi. In fine, c’è quell’Ignazio Marino, ex sindaco defenestrato della Capitale dal suo stesso Pd, che ha appena ripreso la tessera del partito dopo due anni di mancato rinnovo: segnale inequivocabile di chi scalpita per scendere in campo e, ovvio, «far male» ai democrat.
Morale: le primarie non saranno una passeggiata di salute per Giachetti, anche se Renzi investirà tutto il suo peso su «Bob». Figurarsi le secondarie, elezioni vere, quando si troverà contro il civico Marchini, la destra Meloni, il grillino di turno e il candidato di Sel e SI; Stefano Fassina. Perché una cosa è certa: Giachetti, alleanze «a sinistra», non ne farà.

NB: Questo articolo è stato pubblicato il 13 gennaio 2015 a pagina 8 del Quotidiano Nazionale  (http://www.quotidiano.net)