Renzi apre, per finta, alla sinistra ma unisce il Pd. La Boldrini ruba la scena a Pisapia. Tre articoli su Pd, Cp e dintorni

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

Pubblico qui gli ultimi articoli usciti sul Pd e scritti tutti per Quotidiano Nazionale (Giorno- Nazione- Resto del Carlino) negli ultimi quattro giorni (11-14 novembre 2017).
1. Renzi apre a sinistra, ma per finta. Orlando si astiene, ma non rompe. Il Pd, per una volta, ritrova la sua unità. Guerini e Fasssino gli ‘esploratori’. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Bisogna intendersi sulla Direzione del Pd tenuta ieri. C’è, da un lato, la parte per i media: quella del Renzi ‘buono’. Apre a sinistra, vuole dialogare con tutti, pronto a discutere pure con chi, anche ieri, lo insulta. Il Renzi che spergiura “Io non voglio essere e non sarò mai il Macron italiano”. Questo Renzi è quello cui sembra credere persino Enrico Letta (da Parigi arriva una sua dichiarazione conciliante), che fa suo l’appello di Veltroni, che può incassare il sorriso di Prodi. “Serve uno sforzo unitario, a partire da me – dice Renzi – e serve responsabilità. Io non pongo veti verso nessuno: Mdp, SI, Possibile, Pisapia, Verdi e Idv, Psi e Radicali (sigle tutte onorati di relativa certosina citazione ad partitinum, ndr). Dobbiamo costruire un centrosinistra il più largo e aperto possibile. Il Pd lo immagino alleato con un’ala moderata, centrista, robusta, e un’ala sinistra altrettanto forte. La svolta Renzi sembra farla persino sui
programmi: “Ius soli e biotestamento dobbiamo cercare di approvarli –
dice – pur senza intralciare la conclusione ordinata della legislatura
che ci chiede Gentiloni (il quale fa sapere di apprezzare “la spinta di Renzi per l’unità”, ndr.), perché sono dei diritti non modi per stringere patti o alleanze con questo o con quello”. (in realtà lo ius soli serve per parlare al popolo della sinistra, il biotestamento a far contenti i Radicali).

‘Questo’ Renzi, quello pubblico, incassa l’unanimità della Direzione
con un voto ‘bulgaro’ di quelli di moda nei Paesi satelliti dell’Urss. “Udita la relazione del segretario, l’ordine del giorno Martina-Guerini è approvato con 165 voti favorevoli, zero contrari (neanche Emiliano, che anzi si dice “entusiasta” di Renzi…, ndr.), 15 astenuti” (su 180 presenti, ndr.)” recita con tono monocorde Matteo Orfini. Diciassette interventi diciassette eppure la relazione del segretario non riceve una critica: non la prodiana Sandra Zampa, che approva, non Franceschini, che  twitta felice (“condivido la relazione del segretario”, appunto), non Cuperlo, che pure lui – l’eterno dissidente malcontento – vota a favore. La sola eccezione al coro di osanna è data dall’intervento di Andrea Orlando. Il ministro alla Giustizia ci va giù durissimo, contro Renzi: lo accusa di non aver voluto discutere della Sicilia, di aver condotto il Pd “in un vicolo cieco” e molte altre nefandezze come, per dire, quella di voler dare vita, dopo il voto, a un governo con Berlusconi tanto che tira in ballo Domine Iddio per chiedere che “Dio ce ne scampi”, manco si trattasse di un prete che deve fare un esorcismo. Però anche Orlando si riallinea: i suoi colonnelli, all’uscita, rilasciano tutti dichiarazioni concilianti verso la relazione di Renzi, da Andrea Martella a Marco Sarracino. E lo stesso Orlando – anche se il suo staff ne occulta le parole quando manda in giro, via WA, alle agenzie, la relazione – ci va giù pesante contro i nuovi punti di riferimento ideali di Mdp, i presidenti di Camera e Senato: “Con Grasso e Boldrini abbiamo creato dei mostri”.

Poi, però, c’è la realtà dei fatti e le ‘vere’ mosse di Renzi. L’apertura a sinistra, per dire, è‘finta’: appaltata all’ultimo segretario dei Ds, Piero Fassino spetterà a lui l’ingrato compito di dare vita a colloqui ‘informali’ che, non appena se ne dimostrerà la totale inutilità, verranno tosto archiviati, anche se Fassino ‘ci crede’ e fa sapere che ce la metterà tutta. Verrà aperto, invece, e sul serio, il dossier ‘rosa’: sindaci come Zedda, i socialisti di Nencini, i Verdi di Bonelli, l’Idv di Messina, quel che resta dei ‘pisapiani’ che, pur delusi da Pisapia, non vogliono imbarcarsi con Mdp (tipo Massimiliano Smeriglio nel Lazio, Capelli a Milano, etc.).

Certo, resta ancora da decidere se, a sinistra, vicino al Pd, ci sarà un listone unico o, appunto, tante micro-liste, i nanetti. L’apertura ‘vera’, quella al centro, è stata invece appaltata al coordinatore della segreteria, l’ex dc Lorenzo Guerini: parlerà fitto fitto, e con successo, invece, già prevedibile, con i vari Casini, Dellai, Alfano (“anche se di Ap resta ben poco”, sospirano ormai i dem, anche quelli più affini e vicini ad Ap) per dar vita a un’alleanza che, almeno al centro, sia più dignitosa e spessa di quella sinistra. In più ci sarà la lista dei Radicali Italiani di Magi e Bonino sotto il nome di ‘Forza Europa’ di Benedetto della Vedova.

E così, alle otto della sera di una fredda giornata romana, Renzi  accoglie il solito Guerini nel suo ufficio al terzo piano del Nazareno e gli sorride: “Hai visto che capolavoro abbiamo fatto?”. Renzi è soddisfatto. Il Pd, per una volta, “non” si spacca. Ma le occasioni non mancheranno. “A dicembre”, calma gli animi Guerini, “affronteremo i nodi candidature e deroghe”, ma Renzi è già alla ricerca di nomi della società civile: il fratello di Giancarlo Siani, giornalista ucciso dalla camorra, e il professor Roberto Burioni, immunologo di fama, noto per le sue battaglie anti-vax.

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La presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini

2. Pisapia si semi-ritira e di fatto cede il passo a Laura Boldrini. 
A sinistra è “una poltrona per due”: lei, Laura, o Pietro Grasso?

Ettore Maria Colombo – ROMA

E’ Laura Boldrini la neofrontwomen della Sinistra-Sinistra. Giuliano Pisapia, invece, compie l’ennesimo passo di lato. Alcuni dei suoi militanti sbottano: “Giuliano è tornato sulle posizioni di mesi fa, basta! Laura, invece, è tosta, chiara”. Ingenerosi. I ‘pisapiani’ hanno organizzato la liturgia degli interventi per dare a lei il proscenio migliore in una semi ideale staffetta, o passaggio di consegne, Pisapia-Boldrini.

Siamo in un Auditorium romano freddo e asettico, quello di via Manzoni, dove per oltre cinque ore (sic), si susseguono, senza soluzione di continuità, tanti – troppi – interventi di “Diversa. Proposta per l’Italia”, la conventiondi Cp. E così Campo progressista, sogno di una notte di mezz’estate di Pisapia che voleva dar vita a un ‘nuovo’ centrosinistra, muore in una piovosa giornata romana di mezzo inverno. Pisapia introduce, ma poi non tiene neppure le conclusioni. Le lascia al suo colonnello romano, Ciccio Ferrara, che peraltro dirà quasi il suo contrario: “Il Pd non ci ha dato mai ascolto ma noi saremo comunque alle elezioni, si vedrà con chi”, lasciando aperta la (velleitaria) ipotesi di una lista autonoma, cioè di un ‘Campo’ che va al voto da solo. Pisapia fa un discorso bello, raffinato, ma ambivalente: “L’autosufficienza è un delitto politico (ce l’ha col Pd, ndr). Servono unità e discontinuità (ce l’ha con Mdp, ndr)”. Poi prova a diradare la nebbia: “Siamo tutti ultimi giapponesi. Ora la palla va a Pd e Mdp, decidano, decidetevi”. Insomma, siamo ‘di capo a dodici’, come si dice a Roma. Però, chiede “discontinuità” sulla manovra economica e la “rapida approvazione” di ius soli e biotestamento e sembra che aspetti solo il segnale giusto per fare l’accordo col Pd. Pone una sola condizione: niente alleanze con Alfano&co. Lo fa più per i suoi, in spasmodica ricerca di ricollocazione (a volersi ricandidare ci sono 20 deputati e alcuni senatori) che per sé. Lui, ribadisce alla fine il suo staff milanese, “non si candiderà alle Politiche. Lo ha già detto e così farà”.

La platea è piena,ma è fredda, stanca di tante indecisioni. Si scalda solo quando arrivano gli interventi ‘di rottura’. Persino l’ex diccì Bruno Tabacci, attacca Renzi e non Mdp, a testa bassa. Quando parla la presidente della Camera, Laura Boldrini, scatta la standing ovation: la nuova vestale di Cp è lei. Propone un programma in sei punti che è un concentrato di super-sinistra alla Corbyn e alla Sanders, ma almeno scalda. Il marchio di fabbrica è il ‘laburismo’, la parola d’ordine è“I presupposti per stare col Pd non ci sono. Non siamo la loro ruota di scorta, niente accordicchi!”. Poi Arriva Roberto Speranza, segretario di Mpd, attesissimo: “Accordi col Pd? Un’alchimia elettorale”. Punto. Fine dei giochi. Speranza parla e sorride fitto fitto con la Boldrini. Intese che dicono più delle parole:con lei o con Grasso o tutti e due alla guida, la Sinistra farà una guerra totale al Pd, altro che accordi Renzi-Bersani, che – come dice Bersani tutti i giorni, ormai – “non esistono”. In serata, viene fatto filtrare una telefonata tra Grasso e Boldrini il cui senso è: ‘non c’è nessuna competizione o rivalità tra di noi’. Non è vero, ma va bene… Con Speranza, invece, all’auditorium dove Campo progressista, di fatto, muore in modo triste e melanconico, c’è pure chi fa le liste per Mdp, Nico Stumpo. Sorride a tutti e il suo sorriso sembra dire: ‘Noi vi imbarchiamo, ma è tardi, è rimasta solo la terza classe, arrangiatevi..’. Pochi posti, cioè, nella nascente lista unitaria della Sinistra-Sinistra. Gianni Cuperlo rappresenta, in teoria, il Pd, ma passa il tempo solo, assorto: deve decidere la data del suo personale addio al Pd. Un’altra micro-scissione è alle porte, ma nel Pd. La Sinistra-Sinistra pare unita.

 

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Matteo Renzi e Lorenzo Guerini alla Camera

3. La Verità lancia un finto scoop: la madre di Renzi è indagata a Firenze. Intanto, però, i problemi di “casa Pd” non finiscono mai…

Ettore Maria Colombo – ROMA

 

Non solo babbo Tiziano Renzi. Anche la madre, Laura Bovioli-Renzi, secondo un giornale (“La Verità”…, sic) sarebbe “indagata”. Per l’avvocato di famiglia, però, non lo è: ha ricevuto solo “richiesta di informazioni e documenti” da parte della Procura di Firenze, Ma l’eco del cognome Renzi può molto. Alcuni siti ‘sparano’ subito la notizia. L’avvocato di famiglia, Federico Bagattini, diffonde un comunicato che specifica quanto avariata sia la ‘ciccia’. E Renzi? La voglia di reagire tanta, ma la risposta migliore, in questo caso, è il silenzio. E non, cioè, la frase che Renzi ripete da mesi ai suoi: “Vogliono colpire me, non i miei, ma io non mollo di un centimetro. Combatterò a viso aperto”.

Ma cosa è successo davvero? Laura Bovoli, mamma di Renzi, è iscritta nel registro degli indagati della procura di Firenze? Per La Verità di Maurizio Belpietro, direttore e testata non certo ‘amica’ del leader, sì: “I due nomi Renzi – scrive – compaiono in contestazioni legate al crack della cooperativa Delivery service Italia, fallita nel 2015. L’ipotesi investigativa – continuaLa Verità – è che a tirare le fila dell’azienda dissestata, come di altre, ci fosse la Eventi 6: ha come presidente e rappresentante, con la figlia Matilde, Bovoli, ed è proprietà delle donne di casa Renzi (Laura all’8%, le figlie Matilde 56% e Benedetta, al 36%)”. La replica del legale di casa Renzi è puntuta e affilata come una lama: “Il presunto scoop de La Veritàrichiama una notizia già uscita oltre un mese fa. Non abbiamo ricevuto avvisi di garanzia, ma la richiesta d’informazioni e documenti in merito al fallimento di una terza società, già presentati. E il procedimento in questione, aperto dai pm di Genova tre anni fa, è stato definitivamente archiviato”.Eppure, il silenzio contagia l’interoinner circle di Renzi: nessun renziano ne vuole parlare, neppure in via informale. Solo il coordinatore della segreteria, Lorenzo Guerini, di solito sempre diplomatico e cauto, sbotta con un collega deputato: “Si tratta solo di un altro tentativo, l’ennesimo, di colpire, attraverso notizie false sulla sua famiglia, Matteo”.

Guerini, peraltro, è indaffarato in altro: tessere la rete dei ‘papabili’, cioè i possibili alleati in coalizione con il Pd. Oggi Giuliano Pisapia, a Roma, scioglierà il nodo su dove andrà il suo Campo progressista (verso Mdp e al 99,9%). Quindi, sul lato sinistra, il Pd non ‘pescherà’ un bel nulla. Lunedì mattina Renzi vedrà la Bonino e i Radicali italiani che però gli pongono molte pregiudiziali e tutte ostative. Alfano spiega che la sua Ap, a costo di subire l’ennesima scissione verso il centrodestra, c’è e che nascerà un polo moderato di centro con Casini, Dellai, De Mita, etc. etc., ma il suo peso specifico resta quello che è: lo zero virgola. Ed ecco che il ministro Graziano Delrio prova a correre ai ripari. Ieri Delrio, intervenendo alla presentazione del libro di Piero Fassino a Reggio-Emilia, sua città natale, ha fatto un’apertura assai importante a Mdp, con parole molto diversa dal mood tipico di Renzi: “Dobbiamo metterci tutti attorno a un tavolo e fare tutti un passo indietro. Per tutti – spiega e insiste Delrio – intendo tutti: noi, Pisapia, la Bonino, ma anche Bersani ed Errani. Partiamo dai contenuti, ma in modo non ideologico”. Parole, quelle di Delrio, per nulla ‘in linea’ con Renzi. Lunedì, in Direzione, il Pd ne avrà di cose da discutere…

 

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NB: Tutti questi articoli sono stati pubblicati rispettivamente sabato 11, domenica 12, lunedì 13 e martedì 14 dicembre 2017 su Quotidiano Nazionale 
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Legge elettorale al Senato, tumulti in Aula sulla questione di fiducia. La De Petris occupa lo scranno di Grasso, 5Stelle bendati

Palazzo Madama

Il portone d’ingresso di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica.

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Vergogna! “. “Siete come Mussolini! “. “Fate schifo!”. La democrazia, secondo la vulgata delle opposizioni, “è morta” ieri, in un freddo martedì di ottobre. A officiare il funerale la ministra ai Rapporti col Parlamento, Anna Finocchiaro: è lei che pone “la questione di fiducia” sul Rosatellum. Luogo del delitto, l’aula di palazzo Madama, sede del Senato. Autori del misfatto il governo Gentiloni – che secondo una nota dei senatori di Mdp Guerra, Fornaro e Pegorer “è uguale a Mussolini” (seguono vivaci proteste dei senatori dem, indignati dal paragone storico) – i partiti che hanno scritto il Rosatellum e, soprattutto, il Pd di Renzi. Complici del delitto, il presidente del Senato, Grasso – che ieri ha diretto l’Aula in modo impeccabile – e pure Mattarella. E proprio al Colle, ieri, sono saliti i gruppi di Camera e Senato di Mdp per annunciare a Mattarella, formalmente, che “Mdp è uscita dalla maggioranza” (facile e immediata l’ironia del democrat Roberto Giachetti: “Ma quante volte escono questi?”).

I voti di fiducia che affronterà l’Aula oggi, a partire dal primo pomeriggio, dopo la discussione generale (iniziata già ieri), saranno cinque, posti su sei articoli della legge (sul sesto non serve) mentre il voto finale arriverà solo giovedì. Di mattina e con la diretta tv, chiesta e pretesa dai 5 Stelle. Ma il voto finale sarà palese. Vuol dire che mentre solo i partiti di maggioranza (Pd-Ap-Psi-Autonomie) voteranno la fiducia, sul voto finale arriverà il lesto soccorso di Lega e FI. E lì problemi non ve ne saranno: i verdiniani come altri gruppi minori di centrodestra garantiranno il numero legale, mettendo in missione o in congedo alcuni dei loro senatori. Infatti, se per votare una legge come quella elettorale, non serve il plenum del quorum dell’assemblea (161 voti), ma basta la maggioranza dei presenti, in Aula va comunque garantito il numero legale. Ecco il perché del soccorso ‘azzurro’. Infatti il capogruppo di FI, Romani, calma gli animi: “vedrete, il numero legale ci sarà” mentre il verdiniano Barani assicura: “Questa è la legge che voleva Denis, il nostro voto non mancherà di certo, noi ci siamo!”. Né impensieriscono i voti in dissenso di cinque senatori dem capitanati da Chiti più Tocci, Mucchetti, Micheloni e, forse, di altri quattro eletti all’Estero, tra cui Micheloni e altri eletti sempre in quota democrat. Insomma, il Rosatellum passerà.

Il presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano, parlerà oggi, in sede di discussione generale. Il suo intervento, di certo sarà assai critico (e forse anche duro) sul merito del Rosatellum, non si trasformerà, però, in voto contrario: voterà, cioè, la fiducia. O almeno così il capogruppo dem, Zanda, si è assicurato con lui.

Che altro dire? Che la gente chiamata a protestare fuori dal Senato per “la morte della democrazia” era assai pochina e che urgeva, dunque, inventarsi qualcosa. Le vivaci e colorite proteste dei senatori pentastellati Crimi, Endrizzi, Taverna, a colpi di cartelli e occhi bendati? Scene già viste e, quindi, ripetitive. E così ecco arrivare il coup de theatre. Loredana De Petris, capogruppo dei senatori di Sinistra italiana, si catapulta sull’alto scranno di Grasso e lo occupa manu militari. I commessi intervengono, ma troppo tardi, e lei non si muove dai banchi della presidenza dove resta assisa per ore. Poi i grillini, privi di fantasia, provano a loro volta occupare i banchi del governo, respinti dal sottosegretario alle Riforme Luciano Pizzetti. Verranno tutti rimossi, ma urlando “Il Senato non esisteeee!!!”. Cosa, in effetti, vera. Il Senato, si sa, è noioso.

NB: L’articolo è stato pubblicato sul Quotidiano Nazionale il 25 ottobre 2017 pag 6

 

Ncd in rivolta, i dissidenti del Senato vogliono la crisi di governo entro luglio. Ma Alfano resiste

alfano alla camera

Il ministro dell’Interno Angelino Alfano

C’È UN gruppo di almeno otto senatori di Ncd che – capitanati dal capogruppo al Senato, Renato Schifani – chiede di uscire dal governo, aprendone di fatto la crisi al più presto, forse già entro luglio, in combutta con un paio di senatori di Ala (Falanga e Auricchio), inquieti da altrettanti giorni, se non settimane, e altri di Gal (Grandi Autonomie e Libertà).
Il momento (e la scusa) dell’incidente per mandare sotto Renzi è già stato individuato: è il ddl sulla riforma del bilancio degli enti locali. Pare uno dei tanti voti di routine che il governo dovrà affrontare la prossima settimana, in verità è una votazione particolare: occorre la maggioranza assoluta dei componenti dell’assemblea, ovvero 161 voti. All’inizio della prossima settimana, dunque, si capirà se il governo, al Senato, tiene oppure no.
«Senza neppure aspettare il referendum», come vorrebbe fare invece il capogruppo alla Camera, Maurizio Lupi, che ha lanciato il «modello Milano» e, per aprire la crisi di governo, vorrebbe aspettare il referendum. Forse garantendo un appoggio esterno, al governo Renzi, forse manco quello. In ogni caso decretando «la fine di un governo per noi istituzionale come quello Letta», come ricorda Lupi ai suoi, che poi aggiunge: «arrivati fin lì, alla celebrazione del referendum, il nostro compito è finito».

MA, appunto, molto di più di questo e, soprattutto, molto prima chiedono gli otto senatori ‘schifaniani’: una rottura immediata con il governo, e subito, al massimo entro luglio. E se la riunione del gruppo al Senato si fosse tenuta l’altra sera (si terrà, invece, a inizio della prossima settimana: è stata spostata causa, in teoria, rispetto per le salme di Dacca) l’avrebbero già chiesta, Schifani in testa. «Lasciare il governo e ricostruire l’area moderata»: la mette giù così il senatore, assai vicino a Schifani, Stefano Esposito. E dato che i guai non vengono mai soli, ben tre (Azzollini, Formigoni, Esposito) degli otto senatori citati ha partecipato a una riunione di tutti i senatori di centrodestra che ieri hanno organizzato il comitato del No al referendum costituzionale.
NCD, o meglio ciò che ne resta a livello di gruppi parlamentari (31 deputati e 31 senatori), è un partito sull’orlo di una crisi di nervi. Il caso «famiglia Alfano» (fratello, padre e il suo principale collaboratore al ministero e in Ncd, di cui detiene pure il marchio, Davide Tedesco, finiti nel tritacarne mediatico-giudiziario) non solo non ha fermato la frana, ma rischia di renderla definitiva. Naturalmente, la solidarietà al ministro dell’Interno arriva da tutti, governativi-ministeriali, anti-governativi e anti-ministeriali. E lui, Alfano, in una riunione lampo convocata ieri, a Montecitorio, dopo il question time, è stato drastico: «Non ci sarà alcun caso ‘Lupi 2’ (l’ex ministro si dimise dopo un inchiesta della Procura di Firenze di cui, dopo tre anni, non si sa nulla e in cui non era neppure indagato, ndr), io non mi dimetto», ha detto a un manipolo dei suoi deputati che gli si sono stretti intorno.

EPPURE, anche solo il ‘come’ viene offerta la solidarietà ad Alfano fa storcere la bocca a molti. Per dire, gli anti-governativi o ‘schifaniani’ hanno vissuto con malcelato disprezzo quello che definiscono «l’ossessivo attaccamento alle poltrone» degli alfaniani ministeriali (Lorenzin, Costa, Vicari, etc) i quali  – sibilano i senatori dissidenti – «si sono affrettati a dire che il governo Renzi va avanti e va sostenuto, fino e oltre al referendum».
D’altra parte, i ‘ministeriali’ o ‘governativi’ chiedono, da un lato, a Renzi e al Pd «di difendere Alfano a spada tratta perché – dice Sergio Pizzolante, vicino a Cicchitto – Angelino non è dimissionabile. Se viene giù lui, viene giù tutto il governo. E dopo, con l’aiuto di poteri che si stanno riposizionando, non arriva il ‘nuovo’ centrodestra ma il populismo a Cinque Stelle e il nostro Paese finisce come nel’92-’93, quando la sinistra pensava che fosse giunto il suo turno e invece arrivò Berlusconi» (nella parabola al contrario di Pizzolante oggi la sinistra sarebbe il centrodestra e i grillini Berlusconi…).
E PROPRIO il suo riferimento politico, l’ex socialista e oggi filo-renziano Fabrizio Cicchitto chiede che la ‘conta’ interna non avvenga solo al gruppo al Senato, ma «insieme, deputati e senatori» sperando sul dato di fatto che, alla Camera, i ‘ministeriali’ sono più forti.
Resta il punto e cioè che è al Senato che i voti valgono tanto oro quanto pesano. Ed è lì che gli anti-governativi sono pronti a «mettere insieme pezzi di GaL, Ala, Forza Italia per dare vita» – spiegano gli ‘schifaniani’ – a una nuova area politica moderata» che, ovviamente, inizierebbe, e presto, a votare contro il governo, non certo per. Facendolo, di fatto, cadere.

Nb. Questo articolo è stato pubblicato a pagina 2 del Quotidiano Nazionale. 

#Renzi tratta sulla# scuola: intesa con la minoranza a un passo, poi voto di fiducia sul maxi-emendamento, dove verranno accolte alcune richieste della sinistra #Pd. Solo Tocci e Mineo, oltre grillini e Sel, restano sulle barricate.

Il presidente del Senato, Pietro Grasso.

Il presidente del Senato, Pietro Grasso.

ROMA – «FARANNO due-tre modifiche, quelle che diversi importanti soggetti, istituzionali e sociali, chiedono. Poi ci sarà la fiducia su un testo blindato che tale resterà pure alla Camera per il voto finale (dove deve arrivare entro il I luglio se si vuole evitare il blocco del turn over, ndr.)». L’antica sapienza del senatore Paolo Naccarato (ex Tremonti, ex Ncd, ora Gal) aiuta a districarsi nel tormentone del giorno: passerà il ddl scuola al Senato? Sì.

Oggi riprenderà l’esame del ddl in commissione Cultura e il minuetto tra maggioranza e opposizione sui 2mila e rotti emendamenti in discussione rischia di incanaglirla. Come pure i rapporti, tesi allo spasimo, tra Renzi e Grasso. Il presidente del Senato vorrebbe imporre anche un passaggio in commissione Bilancio, quella presieduta dal ciclopico e rinviato a giudizio Azzollini, essendo il ddl scuola una legge di spesa. Inoltre, Grasso – che ormai i renziani detestano – non vuole che il governo metta la fiducia, ma la questione di fiducia verrà posta e, entro giovedì, il testo arriverà blindato per l’Aula.

Ci sarà il famoso Vietnam che la sinistra dem (22-25 senatori, se in formazione completa) un giorno sì e l’altro pure minaccia, al Senato? In parte sì, a sentire le dichiarazioni di vietcong avvezzi a ogni guerriglia. «La fiducia sarebbe un abuso e una dichiarazione di guerra», bombarda Corradino Mineo. «Il governo usa la clava delle assunzioni dei precari per compiere scelte dannose», attacca Walter Tocci. In parte no, a sentire i bersaniani doc. «La fiducia è l’atomica, non mi piace si usi ogni volta», dice il senatore Federico Fornaro, «ma la mia formazione politica non è di chi nega la fiducia al governo con leggerezza. Spero e credo che si troverà una mediazione, anche perché, sulla scuola, noi veniamo apprezzati dalla gente e non possiamo più perdere la faccia».

Alla mediazione con il governo lavora, sul lato minoranza, un altro bersaniano (ex ideologo del Bersani-pensiero, peraltro), Miguel Gotor. Chiede molte cose, e tutte molto tecniche, Gotor (fondo di perequazione per le scuole svantaggiate, rispetto delle graduatorie nell’organico comune e di sostegno, da potenziare, etc.), ma la sostanza è politica: «Se Renzi cede su alcuni punti, abbastanza sostanziali, è fatta».

MA lo stesso premier che ieri avvertiva tutti, facendo un po’ di classica guerra psicologica («se il ddl non passa, non ci saranno le 100 mila assunzioni che si faranno con il turn over»), cederà davvero alla sua odiata minoranza? È incredibile, ma stavolta può succedere. «Non c’è aria di Vietnam», confermano renziani saggi come il senatore lucano Salvatore Margiotta, «l’accordo nel Pd è davvero a un passo». Certo, i senatori dem renziani a palazzo Madama mettono le mani avanti: «Tocci e Mineo sono variabili impazzite, potrebbero votare no alla fiducia e qualcun altro di loro uscire dall’Aula, ma i numeri ci sono, il ddl passerà».

E se grillini e Sel sono già sulle barricate («Renzi ricatta il Parlamento», urla Vendola), «molti azzurri e di altri gruppi minori», racconta sempre Naccarato, «nei prossimi giorni scopriranno di avere improrogabili impegni». Anche perché la legislatura proprio non la vuole far cadere nessuno. Certo, fino alla fine non si può mai sapere cosa succederà. Come recitava l’antico brocardo latino, infatti, senatores boni viri, Senatus mala bestia.

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 24 giugno 2015 a pagina 14 del Quotidiano Nazionale. 

Renzi: “Senatori, basta umiliare l’Italia”. Scossa di Renzi, Sel sbatte la porta. Lettera del premier, il Pd tratta sui tempi ma salta il vertice con il Cav.

Il portone d'ingresso di palazzo Madama.

Il portone d’ingresso di palazzo Madama.

ROMA – “Da voi dipende il futuro delle riforme”, scrive Matteo Renzi ai senatori della Repubblica (tutti, di maggioranza e di opposizione), aprendo a possibili correzioni che non riguardano, però, la riforma del Senato, ma quella riforma della legge elettorale (l’Italicum) che non è affatto in discussione, né in esame, a palazzo Madama, ma langue, tatticamente, da mesi nei cassetti della I commissione. Le aperture di Renzi vertono su tre punti, da sempre ‘dolenti’, nel giudizio non solo delle opposizioni ma pure di quasi tutti i partner (Ncd in testa a tutti, ma anche Popolari per l’Italia, Psi, Cd, etc.) della maggioranza. I tre punti sono: preferenze, soglie d’ingresso per accedere a premio di maggioranza e ripartizione dei seggi, parità di genere.

Tema che interessa solo le donne, e neppure tutte, quest’ultimo, mentre le ‘esortazioni’ del premier e le sue aperture “finte o presunte” – come dicono molti democrat della sinistra Pd che non si fidano né poco né punto delle reali intenzioni di Renzi (“finge di aprire sull’Italicum solo per incassare il sì sul Senato”) – sulla legge elettorale non muovono minimamente a interesse o a compassione il compatto fronte dei senatori dissidenti. Figurarsi le accuse di Renzi di “perdere tempo dietro gli emendamenti burla”.

 

Il presidente del Senato, Pietro Grasso.

Il presidente del Senato, Pietro Grasso.

Dissidenti (Chiti, Mineo, Casson, Mucchetti, Corsini, Micheloni) che ormai si muovono come un ‘partito nel partito’ a tal punto che, ieri pomeriggio, la riunione di tutte le opposizioni contrarie (M5S, Lega, Gal, Sel, Popolari, autonomisti, etc.) al ddl Boschi si è fatta nello studio che l’ex vicepresidente del Senato Vannino Chiti conserva a palazzo Madama, tra ‘l’ira funesta’ dei renziani. Il tamburo di guerra, insomma, i dissidenti, in replica all’appello di Renzi e in vista dei voti sul ddl Boschi, lo hanno già lanciato. L’esame del ddl riprenderà solo a partire da oggi perché ieri sera l’aula era impegnata a votare la fiducia sul dl Cultura, una fiducia passata con gli, ormai consueti e ben striminziti, 159 ‘sì’ e 90 ‘no’. Un altro di quei segnali che lascia facilmente immaginare che gli ‘augusti’ senatori del Pd come di FI si preparano alla ‘guerriglia’.

 

Renzi, Grillo e Berlusconi.

Renzi, Grillo e Berlusconi.

E “da domani inizieremo la ‘guerriglia’ democratica nelle piazze e nelle istituzioni”, s’esalta Beppe Grillo, ieri a Roma per vedere i parlamentari M5S, manco fosse un ‘Che’ (Guevara) alla genovese. Grillo che, come al solito, mostra sempre due facce. Una ‘dura’, ad uso e consumo delle telecamere (“C’è in gioco la democrazia”, “vogliono fare cose incredibili entro l’8 settembre, no, l’8 agosto”, “faremo la guerriglia democratica fuori e dentro le istituzioni…”) e una più – si fa per dire – ‘morbida’. Quella che, da un lato, non sconfessa (anzi: ‘copre’ politicamente) l’ala dialogante dell’M5S, capitanata dal vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, e che, dall’altro, ‘apre’, pur se in modo contorto, al Pd sulle preferenze nella legge elettorale, ma mischiando il tutto in un frullatore che comprende no all’immunità e Senato elettivo, temi indigesti al Pd.

Silvio Berlusconi accanto al suo 'rivale', dentro FI, R Raffaele Fitto.

Silvio Berlusconi accanto al suo ‘rivale’, dentro FI, R Raffaele Fitto.

In mezzo, come in una famosa canzone di Patty Pravo, c’è Silvio Berlusconi. Oggi non verrà a Roma e non incontrerà Renzi, come invece s’è vociferato tutto ieri in Transatlantico, in quanto colto da ‘leggera indisposizione’ (un’infezione virale pare, e molto tattica), ma che l’ex Cav sia a dir poco seccato da tanto ‘discutere’, e senza di lui, di ‘scambi’ tra Italicum e ddl Boschi, è poco ma sicuro. Per dirla con Paolo Romani, “per noi fa fede il ‘patto del Nazareno’!”. Il quale fu scritto da Denis Verdini, e da uno come lui, il vero estensore dell’italicum, sarà duro x tutti prescindere.

 

NB. Questo articolo è stato pubblicato il 29 luglio 2014 sulle pagine di politica  del Quotidiano Nazionale (http://www.quotidianonazionale.com