Un colpo al cerchio, uno alla botte: Renzi e Berlusconi dialogano sulla legge elettorale, Mdp non dialoga con il Pd

ettore rosato

Il capogruppo del gruppo dem alla Camera Ettore Rosato

 

  1. Berlusconi apre a Renzi su legge elettorale e data del  voto. Il governo balla. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Voucher nella manovrina, con Mdp pronta a dire no e a negare la fiducia al governo se resteranno, anche se limitati nell’uso, i voucher, che dice a Gentiloni “cambia o muori”. Legge elettorale in alto mare, è vero, ma che spaventa e molto Silvio Berlusconi. Al punto da fargli prendere in considerazione l’ipotesi, che Renzi coltiva ancora, di andare a urne anticipate a settembre – o, al massimo, in ottobre – pur di votare “con quello che c’è” (un proporzionale puro) o un “proporzionale alla tedesca” ma ‘vero’ e non con “un sistema che ci ammazza, il Rosatellum”, come lamentano i suoi e come ha capito anche lui stesso. L’Ncd di Alfano che perde pezzi di potere (le dimissioni della sottosegretaria  Vicari) e uomini, che tornano lesti nelle braccia di FI al Senato.  Un quadro politico tornato in grande movimento, aria di elezioni. Gentiloni molto preoccupato e Mattarella pure.

Tira una brutta aria per il governo Gentiloni. Gli scricchiolii sono diversi e, a metterli insieme, lasciano qualche dubbio che la legislatura finirà in modo naturale, a maggio 2018 (le legislature si contano da insediamento a scioglimento e questa in corso è iniziata a marzo 2013). A palazzo Chigi si segue, con particolare apprensione, la dura presa di posizione di Mdp-Articolo 1 (da Speranza in giù) sul tema dei voucher che stanno dentro la manovrina e che il governo vorrebbe confermare, pur limitandone  l’uso mentre la Cgil ne chiede l’integrale abrogazione. L’esame inizierà, alla Camera, il 29 maggio per concludersi entro il 3 giugno. Roberto Speranza (Mdp) è stato netto, duro: “Di continuità su politiche sbagliate si muore. Gentiloni si svegli. Se i voucher restano votiamo contro la manovrina”. Il problema di numeri, alla Camera, non c’è, ovviamente, ma una volta al Senato cosa succederebbe? Affossare la manovrina sarebbe un atto politicamente dirompente e porterebbe dritti dritti alla crisi di governo. Ma anche se arrivasse  a sostegno del governo il supporto di altri gruppi (Verdini) le opposizioni chiederebbero che, in ogni caso, Gentiloni salga al Colle perché la maggioranza è cambiata.

In sovrannumero, ci sono ben due ddl che i renziani vogliono affossare. Quello sulla concorrenza, targato Calenda, ministro assai inviso a Rennzi, è fermo al Senato e i pasdaran del leader dem lì vogliono tenerlo. Quello che riforma il processo penale (con dentro la riforma della prescrizione e la delega sulle intercettazioni) aspetta l’ultimo passaggio alla Camera, ma Renzi nega, al ministro Orlando, l’uso della questione di fiducia. Potrebbe (basta un emendamento) tornare al Senato e mai vedere la luce.

Infine, c’è il ragionamento politico che sta maturando nella mente del Cavaliere. Diversi ambasciatori – tra cui, pare, lo stesso Verdini – gli hanno dimostrato, tabelle alla mano, che l’adozione del Rosatellum sarebbe un bagno di sangue, per FI: gli azzurri scomparirebbero nel CentroSud e al Nord dovrebbero andare a rimorchio della Lega. Ecco perché Berlusconi – consapevole che la sentenza di Strasburgo che gli dovrebbe restituire l’onore perduto prevede tempi lunghi e che, in ogni caso, servirebbe una legge che la recepisca – potrebbe concedere a Renzi ciò che vuole, il voto anticipato ad ottobre. “Meglio votare con la legge che c’è”, gli dicono i suoi, “un proporzionale puro ma che ci consente di andare da soli, che con un sistema che ci penalizza troppo, il Rosatellum”. Meglio ancora, per il Cavaliere, andare a votare con un “sistema tedesco vero” che proporzionalizzerebbe l’intero sistema. Il vicesegretario Martina coglie subito la palla al balzo e il capogruppo dem alla Camera Rosato parla apertamente di elezioni ad ottobre. Per Renzi sarebbe la quadratura del cerchio: dimostrata, a Mattarella, l’impossibilità di proseguire la legislatura per responsabilità dei principali partiti in campo (Pd e FI) e magari in cambio di una legge elettorale nuova e scritta “con il massimo consenso possibile”, si andrebbe al voto in una data compresa tra le elezioni tedesche (24 settembre) e quelle austriache (ottobre), “in linea con i grandi paesi Ue”, come il leader del Pd ripete, ormai da mesi, ai suoi. E la prossima manovra economica d’autunno? “Meglio farla fare da un nuovo Parlamento e una nuova maggioranza che da un Parlamento ormai prossimo alla sua fine politica e un governo ormai in scadenza”, dicono impietosi i renziani nei confronti dell’esecutivo guidato dall’amico Gentiloni.


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L’ex premier e leader dei Ds Massimo D’Alema

Mdp chiude ogni porta a Renzi, Pisapia la tiene socchiusa. D’Alema prepara le liste.  

Ettore Maria Colombo – ROMA

A testa bassa contro il Pd di Renzi e il suo cerchio magico (“Dobbiamo impedirgli di tornare a palazzo Chigi”, tuona Alfredo D’Attorre) e – se ci sta, accetta e scioglie le riserve – dietro e/o insieme a Pisapia per ricostruire “un nuovo centrosinistra”. Non si può dire che a quelli di Mdp – Articolo 1 – Movimento democratico e progressista (il nome è lungo come una Quaresima, il simbolo ancora non c’è, i padri fondatori sono tanti, forse troppi: D’Alema, Bersani, Speranza, Rossi, tutti ex dem, Scotto e altri, tutti ex Sel, i due capogruppo Laforgia e Guerra, etc.) manchi il pregio della chiarezza.

La tre giorni di ‘Fondamenta’, l’appuntamento fondativo del ‘movimento’ – forse ‘partito’ di Mdp si è tenuto in un posto iper-chic della Milano post-industriale: tanta gente che va e viene (duemila alla fine), anche se gli anziani sono molti e i giovani pochi, come le donne, lo nota il manifesto, peraltro il giornale più venduto tra i presenti, tanti discorsi, molta ars oratoria da nobiltà post-comunista, pochi dubbi ideologici ancora da sciogliere.

Quello più controverso riguarda il ruolo da dare all’ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, che ha fondato e sta portando in giro per l’Italia il suo Campo progressista (ottimi rapporti con il sindaco di Bologna, Merola, il governatore del Lazio, Zingaretti, l’area del ministro Orlando nel Pd e con Gianni Cuperlo). Atteso come Gesù tra i primi cristiani perché dovrebbe essere lui il Federatore di un ‘Nuovo centrosinistra’ senza il Pd di Renzi (o, almeno, senza Renzi…), i demoprogressisti volevano, da Pisapia, parole chiare e definitive sui confini del nuovo soggetto della Sinistra. C’era chi ne dubitava (D’Alema, per dire, ha forti dubbi sulle sue reali intenzioni) al punto da minacciare “pochi applausi” e “freddezza” se Pisapia non avesse detto parole chiare sulle alleanze.

Lui, Pisapia, conscio del momento, un po’ si emoziona, perde i fogli, incespica, prova a fare sorridere, e un po’ si mantiene una porta aperta (e di fuga) verso il Pd di Renzi: propone, dopo le amministrative, “un appuntamento nazionale programmatico e fondativo di un nuovo centrosinistra che sappia unire chi vuole una coalizione”, specificando che, nella ‘nuova casa ‘ ci vuole la sinistra, certo,’ma anche’ il centro. Tanto basta per far scattare la standing ovation della platea, gli abbracci dei leader di Mdp (specie di Bersani), anche se – tra i militanti – dubbi e freddezza verso di lui restano. Pisapia, infatti, sostiene che la ‘casa comune’ cui pensa è aperta a tutti, Renzi compreso, mentre Mdp vuole chiudere le porte, e poi promuove la proposta di legge elettorale avanzata dal Pd mentre Mdp promette battaglia a 360 gradi. Secondo Speranza, infatti, “c’è una battaglia da fare nel Paese: da domenica prossima raccoglieremo le firme per una petizione popolare contro un Parlamento di nominati”. Speranza e Mdp non hanno dubbi: la legge che avanza il Pd è invotabile, D’Attorre rilancia un “sistema tedesco puro”. Speranza aggiunge che i loro voti non ci saranno neppure sulla manovrina, ove mai dovessero ricomparire i voucher, al grido di “non c’è voto di fiducia che tenga”.

Insomma, Mdp ha un piede già fuori dalla maggioranza di governo. D’Alema – sapienza antica di chi fiuta l’aria – chiude i giochi: “Leggo di un accordo per andare a votare a ottobre. Bisogna riunirsi con chi c’è e fare le liste perché senza le liste non si prendono i voti”. Traduzione: se Pisapia ci vuole stare bene, sennò andiamo avanti senza di lui.

NB: Gli articoli sono stati pubblicati su Quotidiano Nazionale il 21 e 22 maggio 2017. 

NEW AGGIORNATO! Il Pd ha una legge elettorale: è il Rosatellum o Fianum. Ecco la spiegazione di cos’è e come funziona

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L’aula di palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica

Ettore Maria Colombo – ROMA

Questo articolo è stato scritto oggi, 17 maggio 2017, in forma originale per il blog e aggiornato oggi, 18 maggio 2017, sempre per il blog http://www.ettorecolombo.com

Il Pd trova ‘l’uovo di Colombo’ sulla legge elettorale

Un sistema ‘simil-tedesco’ con una sola scheda elettorale (due, in realtà: una per la Camera e una per il Senato), diviso a metà in quanto a distribuzione degli eletti: 50% scelti in collegi uninominali e 50% su liste plurinominali (corte e bloccate, di 4 nomi) con metodo proporzionale. Questo è il ‘Rosatellum’, dal cognome del capogruppo dem alla Camera dei Deputati, o ‘Fianum’, dal cognome del nuovo relatore del nuovo testo base, Emanuele Fiano (Pd), in commissione Affari costituzionali. Con l’appoggio del Pd e di altri gruppi politici (Lega Nord- Ala/Sc – Svp, etc.), questo testo si propone di farsi strada rapidamente alla Camera dei Deputati, dove il Pd e alleati hanno una solida maggioranza parlamentare, e di riuscire a spuntarla anche al Senato, dove i numeri sono più ballerini, ma – assicurano dal Nazareno – “ci saranno”.

L’autore di questo blog è in grado, grazie all’aiuto di alcuni esperti deputati dem, nonché di alcuni tecnici della materia elettorale, di anticiparne le linee guida prima che il nuovo modello di legge elettorale venga depositato – lo sarà solo stasera – dal Pd (relatore Fiano) presso la commissione Affari costituzionali alla Camera. Naturalmente, alcuni dettagli tecnici possono sfuggire, si prega quindi il lettore di tenerne conto nella lettura.

Definizione generale del ‘Rosatellum’ o ‘Fianum’.

Si tratta di un sistema ‘a fossato’, detto in modo tecnico, che separa in modo rigido l’elezione della quota maggioritaria a collegi uninominali (50%) da quella proporzionale (50% in collegi plurinominali).  “Simile non al sistema usato in Germania – dove i voti presi a livello nazionale, superando la soglia del 5%, guida l’assegnazione dei seggi anche nella parte uninominale, è una variante di sistemi conosciuti nell’Est Europa e usata in Giappone e Messico (in tutto una ventina di Paesi) dove l’assegnazione dei seggi tra quota maggioritaria e quota proporzionale è indipendente l’una dall’altra (da cui il ‘fossato’)”, come spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti, vicino al Pd, in una sua nota tecnica.

Di conseguenza, l’elezione del 50% degli eletti nella parte dei collegi uninominali avviene con un sistema maggioritario a turno secco che segue il principio del ‘the first past all’ (il primo prende tutto, cioè tutti i voti di ogni collegio uninominale) mentre l’elezione del 50% degli eletti ripartiti in modo proporzionale, ripartiti sulla base di circoscrizioni plurinominali (grandi quanto l’accorpamento di 2/3 collegi uninominali e corrispondenti a una popolazione di 80/100 mila abitanti) assegna il restante 50% degli eletti su base, appunto, proporzionale, ma con una soglia di sbarramento unica e fissa per tutti (5%).

Tale sistema non ha nulla a che vedere né con l’Italicum (approvato dal governo Renzi: valeva solo per la Camera, prevedeva ballottaggio, poi cassato dalla Consulta, tra le prime due forze politiche e premio di maggioranza al 40%, soglia di sbarramento al 3%) né con il Consultellum, ciò che resta del vecchio Porcellum cassato dalla Consulta (proporzionale puro su base regionale, sbarramenti al 20%, 8% e 3%, preferenza unica). In parte è ripreso da una proposta depositata dai deputati di Ala (il gruppo di Verdini) Abrignani e Parisi, che però  prevedeva l’assegnazione di un premio di maggioranza, qui assente, in parte è ricalcato sul modello di sistema elettorale in vigore, dalla fine della seconda guerra mondiale, in Germania Ovest e poi esteso alla Germania Est dal 1990 ma dove è, appunto, il voto proporzionale a ‘guidare’ il sistema. Il sistema simil tedesco si può definire invece una via di mezzo tra un sistema maggioritario semi-puro, come era il Mattarellum (75% di collegi maggioritari e 25% di quota proporzionale alla Camera, due schede, 75% di collegi al Senato con scorporo del 25% per la quota proporzionale, una scheda) e un sistema maggioritario puro corretto da una quota robusta di proporzionale, ma mai quanto quello in vigore nella Prima Repubblica, dove vigevano le preferenze.

Non vi è premio di maggioranza, come invece indicava il progetto di legge di Ala, né alla Camera né al Senato, è abolito il sistema dello scorporo previsto dal Mattarellum, la scheda elettorale è unica, la soglia di sbarramento anche e fissata al 5%, ma potrebbe scendere nella contrattazione tra i partiti nel corso della sua approvazione nelle Camere (nel Mattarellum era al 4%, nell’Italicum al 3% ma solo per la Camera, nel Consultellum la soglia per i partiti è l’8%, per le coalizioni il 20%, per i partiti dentro coalizione il 3%).

La scheda elettorale è unica (una per la Camera e una per il Senato) ma ripartita in due parti: a sinistra c’è il nome del candidato di collegio (quota maggioritaria secca), a destra il o i partiti che sostengono il candidato (quota proporzionale). La modalità di elezione è triplice (MODIFICA INTERVENUTA NELLA REDAZIONE DEL TESTO TRA IERI, 17 MAGGIO, E OGGI, 18 MAGGIO): 1) si può votare il candidato di collegio: tale voto si trasferisce al partito collegato sulla scheda nella parte proporzionale, MA DATO CHE OGNI CANDIDATO PUO’ ESSERE SOSTENUTO ANCHE DA PIU’ DI UNA LISTA, IL SUO NOME SI RIPETE PIU’ VOLTE ACCANTO A OGNI LISTA CHE LO APPOGGIA; 2) si può votare il partito o i partiti che, nella quota proporzionale, sostengono il nome scelto come candidato nella parte maggioritaria: in tale caso il voto si trasferisce automaticamente nella parte maggioritaria a sostegno del candidato di collegio collegato a tali liste; 3) si può votare, con doppia croce, il candidato di collegio e il o i partiti nella parte proporzionale (opzione, di fatto, ‘rafforzativa’).

L’alternanza di genere nelle liste non è espressamente prevista, vi è solo che ciascuno dei due sessi non possa rappresentare più del 60% in ogni listino: vuol dire che, in un collegio plurinominale con due seggi da assegnare, debbono esserci un uomo e una donna, ma se il collegio assegna tre seggi, due uomini e una donna (o viceversa) e via così. Manca cioè una netta alternanza di genere, come nelle quote rosa (uomini e donne alternati nei listini). Senza tale norma, si potrebbe verificare che tutti i capolista e i secondi posti nel listino siano uomini, relegando le donne in fondo. Un errore cui verrà di certo posto rimedio durante la discussione in Aula. 

E’ vietato, pena annullamento della scheda, votare il candidato di un collegio e il/i partiti di un altro schieramento politico (divieto del cd. ‘voto disgiunto’). Nella parte destra della scheda compaiono, accanto al simbolo del partito, i nomi della lista bloccata (fino a un massimo di quattro nomi) che vengono eletti fino a esaurimento secondo i voti al partito. C’è l’obbligo di omogeneità per i collegamenti tra liste a livello di collegi plurinominali. Vuol dire che non si può fare il voto disgiunto in nessun caso. 

Il metodo di elezione di deputati e senatori.

Nei collegi uninominali vince chi arriva primo. Nel restante 505 assegnato con metodo proporzionale prendono seggi le liste che hanno superato il 5% di voti validi sul territorio  nazionale. Stabiliti i seggi spettanti a livello nazionale, si scende nelle circoscrizioni plurinominali e si segue l’ordine di lista (fino a 4 nomi per ogni lista) al fine di stabilire gli eletti. Se un eletto risulta in più collegi plurinominali (circoscrizioni) risulta eletto automaticamente dove la lista che lo sostiene è andata peggio: eliminate dunque le ‘opzioni’ di scelta dei candidati nei listini (dette anche ‘pluricandidature’), bocciate dalla Consulta nella sentenza sull’Italicum insieme al ballottaggio senza soglia, e il metodo del sorteggio introdotto dalla stessa sentenza della Consulta. eliminate, ovviamente, anche il metodo delle elezioni con le preferenze previste sia dall’Italicum (preferenza multipla) che dal Consultellum (preferenza unica). Niente capolista bloccati.

La Camera dei Deputati (630 deputati) viene divisa in due parti: 303 deputati vengono eletti con metodo maggioritario nei collegi uninominali e 303 nei collegi circoscrizionali, cioè con metodo proporzionale e sbarramento al 5% (forse, se non verrà abbassato…).

Il totale fa ‘solo’ 606 perché ne mancano altri 24, i quali sono: a) i 12 deputati eletti nelle circoscrizioni Estero (con metodo tutto proporzionale) e b) i 12 deputati eletti nelle regioni a Statuto speciale con tutela delle minoranze linguistiche così ripartiti: un eletto in Valle d’Aosta (collegio unico maggioritario) e 12 eletti in Trentino Alto-Adige (8 collegi uninominali maggioritari e 3 collegi proporzionali secondo il Mattarellum del 1994). Di fatto, nei collegi del Trentino e della Valle d’Aosta la soglia di sbarramento è al 20% circa. mentre per il grosso del restante (303 collegi plurinominali) è al 5% su base nazionale.

I 303 collegi maggioritari sono uninominali (grandi circa 70 mila abitanti l’uno) mentre le circoscrizioni saranno tra 80 e 100 (o, forse, meno), raccogliendo due o tre collegi uninominali dalla grandezza di circa 700 mila abitanti a circoscrizione.

Il Senato della Repubblica (315 senatori eletti, essendo oggi altri 4 senatori eletti a vita) è diviso in due parti di eletti: 150 collegi maggioritari a turno unico e 151 eletti nelle 50 circoscrizioni per la parte proporzionale (la divisione non esatta dipende dal fatto che alcune regioni hanno diritto a un tot di senatori e non possono scendere al di sotto).

Il totale fa ‘solo’ 301 e non 315 perché, anche in questo caso, ne mancano 14: i 6 senatori eletti nelle circoscrizioni Estero con metodo rigidamente proporzionale e gli 8 senatori eletti nelle due regioni a statuto speciale Trentino Alto-Adige (che sono 7: 5 eletti nei collegi maggioritari e 2 con quota proporzionale, sempre seguendo il Mattarellum 1994) e uno in Valle d’Aosta (collegio maggioritario unico). La soglia di sbarramento è sempre al 5% ma calcolata su base regionale, quindi indipendente dal totale nazionale al Senato, ma la ripartizione dei seggi, ove si superi il 5% dei voti, è fatta sempre su base nazionale.

Per disegnare i collegi come le circoscrizioni verrà affidata una delega al governo con tempi certi per la loro definizione. Il governo può, in tempi celeri, ‘costruire’ i collegi (quello nazionale unico per superare la soglia del 5% non ha bisogno di altre definizioni, quello delle circoscrizioni regionali esiste già, mancano le circoscrizioni plurinominali e i collegi uninominali), diciamo entro 45 giorni. Se la legge fosse approvata a fine luglio, la delega al governo scatterebbe subito e i collegi sarebbero pronti da metà settembre 2017 il che vuol dire che, entro novembre 2017, in teoria, si potrebbe ancora andare a elezioni anticipate. 

Pregi e difetti del sistema descritto.

Il sistema è, tecnicamente chiaro ma complicato. Assomiglia molto al metodo di elezione dei sindaci nelle grandi città (sopra i 15 mila abitanti, legge elettorale risalente al 1993): quella presentava, però, il doppio turno, che qui non c’è, e la possibilità del voto disgiunto (possibilità di votare un candidato sindaco di una coalizione e un partito di un’altra), regola che qui è espressamente vietata. La scheda sarà unica, anche se forse un po’ difficile da leggere perché ‘zeppa’ di nomi (candidato nei collegi, simboli partiti, liste di nomi a sostegno dei partiti). Non vi è alcun premio di maggioranza da attribuire né a una lista né a una coalizione. I capolista bloccati vengono eliminati, le preferenze anche, mentre sono ammesse – come dice la Consulta nella sua sentenza sul Porcellum 1/2014 – le liste corte bloccate perché permettono la conoscibilità dei candidati (si parla qui della parte proporzionale). I collegi sono il metodo più chiaro e semplice per eleggere parlamentari e non escludono la possibilità di indire primarie di collegio e/o di coalizione per scegliere il leader della medesima, figura che, però, non è espressamente prevista nella legge. Eliminato l’infernale meccanismo dello scorporo, che permetteva, nel vecchio Mattarellum, il proliferare delle cd. ‘liste civetta’. Le due parti – maggioritario e proporzionale – sono separate e distinte, lo sbarramento al 5% (ma potrà scendere al 4% nella contrattazione) aiuta a combattere la frammentazione del sistema politico e il metodo scelto incentiva – anche se non obbliga – a creare delle coalizioni.

Da notare che le coalizioni possono anche limitarsi a essere di collegio o in più collegi, non devono cioè essere per forza di ambito nazionale o pluri-regionale. 

Sulla funzionalità e possibile governabilità del sistema, invece, non si può dire nulla, o poco: nei colleghi è eletto chi arriva primo e nella parte proporzionale si ha diritto a seggi solo se si supera la soglia del 5%, ma solo la prova delle elezioni e la maggiore o minore consistenza delle coalizioni o della forza dei singoli partiti potrà dire se questo sistema elettorale aiuterà la governabilità o meno del sistema politico. Di certo, però, non la peggiora come, invece, faceva un sistema totalmente o quasi del tutto proporzionale. Un sistema, quello indicato dallo schieramento iniziale (FI-M5S-Ncd-altri centristi) che portava il testo dell’ex relatore, il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Mazziotti di Celso, che corrispondeva a un proporzionale puro con sbarramento unico al 3%, capolista bloccati, preferenze plurime e un inarrivabile per chiunque premio di maggioranza fissato al 40% e peraltro diverso tra Camera e Senato.

Possibili tempi tecnici e politici di approvazione

Il nuovo relatore, Fiano, assicura che “il Pd non perderà tempo”. Forse slitterà di qualche giorno il termine per gli emendamenti (fissato al 19 maggio) e l’approdo definitivo in Aula (29 maggio) ma l’obiettivo del Pd è approvare, alla Camera, la nuova legge elettorale entro giugno per portarla in Senato per la sua approvazione definitiva entro luglio. Ovviamente, al Senato, dove Pd e alleati hanno numeri assai più ballerini, il percorso della legge elettorale sarà molto più arduo, ma il Pd non dispera di avere i numeri per approvare in via definitiva il suo testo prima che le Camere, a fine luglio, entrino nella pausa estiva. E avere una legge elettorale nuova in vigore vuol dire, poi, appunto, poter andare a votare, politicamente, prima possibile perché, se il governo cadesse, Mattarella non potrebbe opporre alle forze politiche l’assenza di una nuova normativa in materia.

NB: L’articolo è stato scritto in forma originale per il blog il 17/18 maggio 2017.