Pisapia fa saltare il tavolo con Mdp: “Basta, mi avete rotto”. Insieme o divisi? La sinistra a sinistra del Pd già in pezzi

MATTEO RENZI   E   GIULIANO PISAPIA

Matteo Renzi e Giuliano Pisapia

Ettore Maria Colombo – ROMA
Unità o rottura? “Insieme” o divisi? La sinistra a sinistra del Pd è a un passo dalla spaccatura. Sono le nove del mattino e il governatore della Toscana, Enrico Rossi (Mdp), è a Omnibus: “l’incontro tra Pisapia e Speranza non si farà”, sospira. Il leader di Campo progressista e il coordinatore di Mdp dovevano ricomporre i cocci. Ma dopo l’abbraccio, alla Festa dell’Unità di Milano, tra Pisapia e la Boschi e l’intervista in cui Pisapia riapre al dialogo con il Pd, Mdp ora vuole forzare la mano. Il partito di Bersani e Speranza (e, dietro, di D’Alema) vuole provare ad accelerare sul processo unitario: Carta dei valori, coordinamento provvisorio, assemblea fondativa, nome, simbolo e, ovvio, liste elettorali più un manifesto politico-programmatico che è tutto “un’agenda alternativa a Renzi”. Seguono varie critiche alla ‘comunicazione’ dell’ex sindaco: sul banco degli imputati c’è Gad Lerner. Un tavolo sui contenuti, diretto da Lerner, viene disertato da Mdp. E’ la goccia che fa traboccare il vaso. Pisapia sconvoca l’incontro, convoca i suoi e se ne torna a Milano. “Avete la testa rivolta all’indietro” dice il suo comunicato. “Guardare al futuro per noi significa partecipazione popolare al processo costituente” replica Speranza. Tradotto dal sinistrese vuol dire, appunto, tessere e voti per pesarsi.
Le parole che Pisapia pronuncia con i suoi prima di andarsene sono tranchant: “Basta, mi sono rotto, non ne posso più di loro. Non accetto di dover dimostrare ogni giorno il mio antirenzismo. Mi sono stancato dei veti di Mdp su di me”. I punti di disaccordo li mettono in fila fonti qualificate di Mdp: “Noi non vogliamo paletti a sinistra, per noi Sinistra italiana e i civici del Brancaccio devono entrare nel nuovo soggetto, e l’alternativa al Pd per noi è identitaria, ma soprattutto noi ci vogliamo contare, in modo democratico”. In sostanza, Mdp vuole una vera campagna di adesione. Insomma, il tesseramento. In più, parlamentarie con albo degli iscritti registrato. Si chiama ‘contarsi per contare’: sarebbero gli eletti dal basso o l’assemblea costituente del nuovo soggetto a decidere le candidature alle prossime elezioni. La critica di Mdp a Pisapia è sottile ma netta: “Vogliono mantenere la golden share su tutto il processo senza mai contarsi”.
La replica dei pisapiani milanesi altrettanto dura: “Noi vogliamo essere alternativi al Pd, ma non antagonisti, con l’ambizione di concorrere a vincere e governare il Paese, non di stare all’opposizione. E vogliamo ricostruire il centrosinistra, non fare l’unità delle sinistre”. Un altro sbotta: “Giuliano non ci sta a fare la bella figurina di Renzi né di D’Alema. Non si fa manovrare da nessuno”. E lui, a sera, dice: “Si va avanti con chi ci sta”. Si parla già di 20 deputati (sui 42 di Mdp) più i centristi di Tabacci e altri con lui.
Riassumendo: Pisapia e i suoi pretendono lo scioglimento di tutti i vari soggetti, non vogliono tessere, ma “diritti pari grado” tra le forze promotrici (solo così centristi, civici e ambientalisti avrebbero spazio), chiedono paletti rigidi a sinistra (sì a Civati, no a SI) e coltivano l’ambizione di un “Nuovo Ulivo” votabile da personalità come Prodi e Letta. Infine, pensano di sedersi al tavolo delle trattative per formare un nuovo governo se Renzi vincesse o pareggiasse le elezioni. Mdp vuole, in sostanza, l’esatto contrario. Trovare una quadra non pare facile: Bersani (che a sera parla di “frattura non insanabile”) ed Errani cercano una mediazione, Pisapia per ora nicchia e il suo amico centrista Tabacci confida: “Ormai è finita”. Renzi è soddisfatto se a sinistra si litiga, ma scettico su reali divisioni definitive e anche sulla possibilità che Pisapia rientri nell’orbita del Pd. Però il renziano Marcucci chiede di “spalancare le porte a Pisapia” e Lorenzo Guerini spiega a un amico: “Al Senato una mini-coalizione Pd-Pisapia è cosa fattibile”.
NB: Questo articolo è stato pubblicato il 26 luglio 2017 a pagina 4 del Quotidiano Nazionale

Pd, una giornata di ordinaria follia: Renzi, Emiliano e Bersani l’un contro l’altro. In arrivo il paladino Orlando?

  1. Il Pd davanti alla scissione. Renizi tira dritto: “Congresso nei tempi stabiliti”. I renziani cercano di separare Emiliano da Rossi e Speranza, ma non ci riescono. 

 

>>>ANSA/SCATTA IL REGOLAMENTO DI CONTI NEL PD, MINORANZA ALL'ATTACCO

Renzi e Orfini parlano alla Direzione del Pd

Ettore Maria Colombo – ROMA

“Io soffro a sentire la parola scissione come tutti noi”. Così aveva esordito Matteo Renzi all’Assemblea nazionale Pd. E scissione, pur se annunciata solo a mezzo stampa, è stata. “Io ho fatto di tutto, per evitare la scissione – spiega l’ex premier e, da ieri, anche ex segretario del Pd – ho telefonato e parlato con ognuno di loro, ma si vede che, ormai, la loro era una decisione già presa. Io e il Pd ora andremo avanti, seguendo il nostro percorso congressuale, che è e sarà democratico, e cioè in linea con le regole che abbiamo sempre seguito finora, ma ora dico ‘anche basta’”, è lo sfogo di Renzi con i suoi, “perché è ora di tornare a occuparci non di tatticismi e scissioni, ma dei problemi del Paese, imbastendo una vera discussione aperta a tutta la società, non solo agli iscritti e ai militanti del Pd. Da domani dobbiamo tornare a occuparci dei problemi reali”.

Certo, nella relazione introduttiva, l’ultima da segretario, Renzi non frena sul congresso che si chiuderà – spiega il renzianissimo segretario toscano Dario Parrini – “ad aprile (la data del 7 aprile, rispetto al 7 maggio, torna in circolo, ndr), almeno spero, che il Pd ha una campagna elettorale da fare: i problemi del Paese non aspettano le nostre beghe”. Renzi dice che “peggio della parola scissione c’è solo la parola ricatto” e “chiedere la mia testa non è democratico”. Poi rassicura sul sostegno al governo Gentiloni, ma Orfini presenta una tabella di marcia secca: Direzione nazionale martedì, convocazione della commissione congressuale e formulazione delle regole subito dopo, non oltre una settimana, spiegano i renziani. Renzi dice che  “Il Pd si basa sui voti, non sui veti”, ringrazia Veltroni, ma anche una ex sindacalista della Cgil oggi al governo come Bellanova e tira la stoccata: “Il potere nel Pd appartiene ai cittadini che votano alle primarie, non ai caminetti e alle correnti”.

La scissione, però, pur dopo un’estenuante giornata di trattative intercorse tra i colonnelli di Renzi (Guerini) e quelli degli altri contendenti (specie Boccia per Emiliano), si materializza alle sette di sera col comunicato congiunto.“Sono pazzi. Anzi, peggio: sono ridicoli” è il commento degli uomini più vicini a Matteo Renzi. Guerini, per dire, perde le  staffe: “Sono estrefatto e amareggiato per la presa di posizione di Rossi, Emiliano e Speranza – spiega – perché chiunque abbia seguito il dibattito in Assemblea si è potuto rendere conto che esso andava in tutt’altra direzione, intervento dopo intervento. La decisione è del tutto ingiustificata, ma evidentemente la decisione era già presa”. E quando Boccia e Ginefra scrivono l’ennesima nota alle agenzie per annunciare che ‘sì , noi andremo martedì in Direzione, ma quale scissione, stiamo ancora trattando sulle regole’, i renziani decidono che la misura è colma: iniziano a parlare di “farsa, tragicommedia”, etc.

Resta  l’amaro in bocca per una scissione che i renziani credevano, fino all’ultima ora, di riuscire ad evitare. L’intendimento dei colonnelli di Renzi era di andare a rubare palla nel campo avversario, giocando di rimessa. La prima mossa era sta di imbastire una giornata che, a occhi ingenui, poteva apparire un’assise dell’ex Pci-Pds-Ds, non del Pd. Dopo la lunga relazione di Renzi, gli interventi parlano al ‘cuore rosso’ della sinistra, non certo agli ex-Dc. Prima Piero Fassino, ultimo segretario Ds che guidò la fusione con la Margherita per dar vita al Pd, poi Walter Veltroni, con intervento applauditissimo, hanno tuonato contro la storia delle scissioni della sinistra ‘all’italiana’. Infine, i renziani erano convinti di provocare una bella ‘scissione nella scissione’, quella di Emiliano e Rossi – convinti che sarebbero rimasti dentro il Pd dividendosi da Bersani e D’Alema – per dividere il campo scissionista. Non ci sono riusciti. Ora inizierà la vera e propria guerra. Quella dei nuovi gruppi parlamentari della ‘Sinistra’ contro il Pd e quella dei renziani che cercheranno di far cadere le giunte rosse di Emiliano e Rossi, forse anche riuscendoci, almeno con il secondo.


2. I candidati alternativi a Renzi se i tre tenori (Emiliano-Rossi-Speranza) si ritirano. Di sicuro in campo il ‘laburista’ Cesare Damiano e, forse, il ministro Andrea Orlando . 

Ettore Maria Colombo  – ROMA

Dal momento che i ‘tre Amigos’ o ‘tre tenori’ (Speranza-Emiliano-Rossi) si sono autoesclusi, con un coup de theatre dell’ultima ora, dalla gara per affrontare Matteo Renzi al prossimo congresso democrat, al Pd urge aprire una nuova pratica, quella della ricerca dello sfidante, sempre che non si tratti di mandare sul ring un semplice sparring partner.

La pratica non è affatto semplice. Il rischio non è quello di fare la parte (come si sa nobile) di Davide contro Golia, ma appunto quella del pugile di comodo su un ring che, forse, non sarà truccato (“Useremo le regole dell’ultima volta, quando vinsi contro Cuperlo”, assicura Renzi, ma non è vero: la commissione congressuale chiuderà le regole in 3 giorni, non 3 mesi, il tesseramento si fermerà al 28 febbraio senza deroghe, le settimane per raccogliere le firme per presentare una candidatura saranno molto poche, se non pochissime, etc), ma che di certo non aiuta gli eventuali nuovi competitor a nutrire chanches di reale vittoria.

I candidati pronti a votarsi alla causa sono soltanto due. Il primo, come si sa, è il ministro Andrea Orlando. Il secondo, invece, come ha fatto capire ieri con un battagliero intervento dal palco, è una figura a sorpresa, quella dell’ex ministro Cesare Damiano, oggi presidente della commissione Lavoro alla Camera: “Quello che rimane nel Pd non sarà un monocolore renziano. La sinistra (cioè io, ndr) sarà in campo e sfiderà Renzi al congresso”.

La novità, peraltro, sarebbe proprio Damiano. Infatti, Orlando è già stato da più parti, alcune molto autorevoli (l’ex Capo dello Stato Napolitano, il senatore Macaluso, l’ultimo tesoriere del Pds, Sposetti, esponenti dell’attuale Pd come il governatore del Lazio
Zingaretti, l’ex padre-padrone del Pd romano, Bettini, Fassino) caldamente invitato a candidarsi proprio per cercar di preservare l’integrità di un patrimonio, quello che fa capo agli ex Pci-Pds-Ds e, anche, la titolarità di una storia a essere rappresentata nel Pd.

Ovviamente, il fatto che i tre candidati anti-Renzi si ritirino (soprattutto Emiliano, molto forte al Sud, anche se Emiliano ieri, nel corso di una giornata, ci ha ripensato e cambiato idea già tre volte…), apre squarci notevoli per una candidatura di Orlando, peraltro spalleggiata dal grosso della sua corrente, i Giovani Turchi, ormai più vicini alle sue, di posizioni,  che a quelle del presidente del Pd, Orfini, anche se, per ora, soltanto nei gruppi parlamentari (diverse vanno le cose nei territori dove gli orfiniani sono assai più forti).

Si vedrà. Ieri, Orlando, pur tra molti distinguo (la richiesta ribadita di Conferenza programmatica, le punture di spillo tra lui e Renzi), ha contribuendo a tenere dentro – insieme al ministro Martina – proprio quella parte di sinistra ex Pds-Ds che rischia di smottare. Non a caso è stato da Orlando che è arrivato il vero ‘alt’ a Renzi: “Niente scissioni, ma non bastano gli appelli all’unità. Se va via qualcuno, il Pd non resta quello che è. Serve un vero congresso”.

Ma se, da ieri, sono molti i renziani che tifano perché Orlando si candidi, non mancano neppure i renziani che tifano per un altro nome – questo sì solo uno sparring partner – quello di Cesare Damiano. Ex sindacalista, peraltro di area sempre riformista (fu, per dire, uno storico e fiero avversario di Sergio Cofferati dentro la Cgil), Damiano si è via via spostato su posizioni sempre più di sinistra, prima nell’area del ministro Martina (Sinistra è cambiamento) e, negli ultimi mesi, diventando un fiero avversario di Renzi e delle sue
politiche, ovviamente e naturalmente critico sul piano sociale. Oggi, uno pacato (e, di fatto, assai noioso come Damiano) punta all’impresa ciclopica di  ‘corbynizzare’ il Pd.

Ma se Damiano rischia di fare solo la parte del terzo incomodo, “Andrea (Orlando, ndr) è pure belloccio, mi piace assai nella parte di Davide”, sorride una ‘giovane turca’ che ha amore, oltre che stima, del suo leader.


Bersani

L’ex segretario del Pd, Pier Luigi Bersani

3. Un appunto a una persona cui volevo molto bene, l’ex segretario Pier Luigi Bersani. 

Stavolta non ha tirato fuori “la mucca nel corridoio” e neppure “il piccione sul tetto” – peraltro un proverbio tedesco che gli aveva raccontato il leader della Spd, Sigmar Gabriel, solo che, insomma,  nessuno l’ha mai capito, non solo in Italia, forse manco in Germania. Stavolta, non ha neppure pronunciato la parola che ne aveva contraddistinto la guida del Pd (2009-2013), quella famosa ‘Ditta’ che lui sempre rivendicava e altri gli rimproverava.

Insomma, stavolta Pier Luigi Bersani da Bettola (classe 1951, compleanno il 29 settembre, lo stesso genetliaco di Berlusconi) è stato chiaro. Ha detto, nell’ordine, che “Renzi è per la sinistra che dà spettacolo e io per quella che lotta contro le diseguaglianze”; che “se ci costringono alla scissione e poi, alle prossime elezioni, vince la destra, li vado a cercare a casa” (lui, sempre così mite); che “le scissioni non si fanno a cuor leggere, ma il Pd non è più casa mia” (e qui uno psicanalista potrebbe almanaccare sul più volte ripetuto concetto di ‘casa’ che alberga nel cuore di Bersani); che “se il Pd diventa il partito di Renzi, il PdR, io non ci sto”; che “Renzi ha alzato un muro senza cogliere gli appelli della sinistra”. Parole dure come pietre, staffilate e scudisciate, ma chiare.

Insomma, ieri, Pier Luigi Bersani ha parlato assai chiaro: aveva il volto sofferente, era molto elegante e solo la sua storica portavoce, Chiara Geloni, lo proteggeva dall’assalto asfissiante di fotografi e telecamere. Facciamo, a una persona e a un politico cui abbiamo voluto bene, tanto da averci scritto un libro*, un solo appunto: “Perché, caro Pier Luigi, hai parlato e annunciato la scissione in diretta tv (da In mezz’Ora, su Rai 3, ndr.) e non davanti al tuo popolo, nella sede deputata del tuo partito, cioè l’Assemblea nazionale? Ecco, questo, ‘segretario’, non è da te”.

*Il libro si chiama ‘Bersani’ ed è stato pubblicato a febbraio del 2013 dagli Editori riuniti.

Nb: Questi articoli sono stati pubblicato su Quotidiano Nazionale il 19 febbraio 2016 a pagina 2-3-4