Due presidenti, due stili. Grasso non si taglia lo stipendio, Mattarella apre il Quirinale a tutti e sloggia i funzionari…

Pubblico qui i due articoli usciti su Quotidiano Nazionale il 2 gennaio 2018 a pagina 5. Il primo si occupa di Pietro Grasso, presidente del Senato, il secondo di Sergio Mattarella. 

Grasso, maxidebito da saldare con il Pd e uno stipendio d’oro mai tagliato. Il presidente del Senato sfora il tetto dei 240 mila euro stabiliti per legge. 

Ettore Maria Colombo – ROMA

Pietro Grasso

Il presidente del Senato, Pietro Grasso.

 

Contributi al suo (ex) partito mai saldati. Tetto del suo stipendio sfondato in barba a una norma di legge. Silenzio assoluto davanti ogni accusa. Pietro Grasso, presidente del Senato e leader della nuova formazione politica della sinistra (LEU in sigla), vive, da settimane, diversi imbarazzi. Il suo primo peccato venuto allo scoperto è, forse, solo “veniale”. Si scopre che, da ex iscritto al gruppo del Pd al Senato, Grasso, che si è dimesso dal gruppo a fine ottobre, non ha versato un euro dei 1500 euro mensili che ogni eletto dem gira al partito per svolgere “attività politica”. Una norma interna, ovviamente, anche se scritta nel codice etico dem, non è sanzionabile, ma il tesoriere dem, Francesco Bonifazi, decide di farne – anche perché la cosa, mediaticamente, al Pd conviene assai – un pubblico conto. Prima Bonifazi scrive a Grasso (lettera privata) che sono ben 83.250 euro i contributi mai versati al Pd da Grasso. Poi prova a riscuotere, inutilmente. Tignoso, Bonifazi torna alla carica: “è cosa spiacevole dovere insistere, ma sono tante le ragioni che dovrebbero spingerti a onorare l’impegno”. Niente, Grasso resta muto. Bonifazi, a quel punto, rende pubblica la richiesta e ricorre all’arma del ricatto morale: “Quei soldi ci servono per pagare i dipendenti del partito che abbiamo dovuto mettere in cassa integrazione” (sono 183, ndr.)”. Grasso niente, zitto. I suoi avranno  pensato: qualche giorno e la notizia passa in cavalleria. Il guaio è che le cose non sono andate così.

Si scopre, infatti, che Grasso, dichiara un “reddito da lavoro dipendente” di tutto rispetto: nel modello 730 del 2014 erano ben 340 mila euro, saliti a 340.790 nel 2015, e scesi, ma di poco, a 320.530 euro, nel 2016. Fatti suoi, si dirà: fare il presidente del Senato è come vincere al Lotto e un giudice in pensione (Grasso andò in prepensionamento nel 2013, appena candidato) guadagna bene. Potendo cumulare lo stipendio e la pensione (i parlamentari e le alte cariche dello Stato possono farlo, volendo, essendo esentati dal divieto di cumulo che riguarda tutti i ‘normali’ cittadini, ma Mattarella vi ha rinunciato), et voilà, ecco fatto. Già, peccato che il super-stipendio di Grasso (340 mila euro) supera e vìola, abbondantemente, il tetto dei 240 mila euro. Un “tetto” che è stato stabilito, nel 2014, dal governo Renzi. Una norma che aveva un solo difetto: era una tantum, o meglio di durata triennale, ed è scaduta il I gennaio 2018. Infatti, i grand commis e i funzionari di Camera e Senato, dal I gennaio, festeggiano e brindano a suon di champagne: i tetti ai loro stipendi sono saltati e di certo non li potranno ripristinare le Camere ormai sciolte. Peraltro, le spese del Senato, in questi ultimi cinque anni, sono lievitate in via esponenziale, mentre invece quelle della Camera sono diminuite, anche se di poco.

Il tetto stabilito dal governo Renzi, inoltre, era facoltativo per le alte cariche dello Stato, che godono della “autodichia” (vuol dire, in sostanza, che ogni organismo decide per sé). Eppure, da tre anni, tutte le (altre) alte cariche dello Stato la rispettano: il presidente della Repubblica non guadagna un euro in più dei 240 mila, il presidente della Camera molti di meno (140 mila nel 2016), il presidente del Consiglio assai meno (i premier guadagnano poco, 6700 euro mensili lordi, un parlamentare ne guadagna 14 mila!).

Dopo giorni, anzi: settimane, di “no comment”, fonti di LEU fanno finalmente sapere che trattasi di polemica “a scoppio ritardato” perché “il presidente del Senato ha una pensione per i suoi oltre 40 anni passati in magistratura e un’indennità da senatore che, per legge, è incedibile”. Il Diavolo, però, ci mette la coda. Libero e Il Giornale rispolverano le dichiarazioni del senatore Grasso in cui egli sosteneva che “Non solo mi sono dimezzato lo stipendio, ma ho anche deciso di rinunciare all’appartamento del Senato”. Lo stipendio è rimasto tale, con il ‘tetto’ sfondato, e l’appartamento del Senato usato per ospiti e ricevimenti. “Ragioni di sicurezza”, si capisce: Grasso è “minacciato” dalla mafia. Prosit.


2. La “rivoluzione gentile” di Mattarella: tagli agli stipendi, funzionari sfrattati, Palazzi aperti a tutti.

Ettore Maria Colombo – Roma

tetto del Quirinale

Il ‘tetto’ del Quirinale, detto ‘Torrino’, dove riceve i suoi ospiti il Capo dello Stato

Via i “mandarini” dal Palazzo. Porte aperte. Stipendi ridotti. Uno stile e un approccio diverso da tutti i suoi predecessori (da Gronchi fino a Napolitano compreso, con una sola eccezione: quel galantuomo di Luigi Einaudi, liberale parsimonioso, cui non a caso il cattolico Mattarella prende spesso a riferimento, dalla durata brevissima dei suoi discorsi di fine anno fino al comportamento integerrimo, quasi ai confini del moralismo). E’ una rivoluzione ‘gentile’, ma integrale, quella di Sergio Mattarella al Quirinale. A giugno 2015, appena sei mesi dopo la nomina al più alto scranno della Repubblica, due decisioni mettono a terremoto il Colle e i suoi abitanti. La prima, ormai, è nota: il palazzo del Quirinale viene aperto al pubblico cinque giorni su sette. La seconda non lo è, ma è stata vissuta come una carica (interna) di cavalleria dei Corazzieri contro privilegi antichi e consolidati. L’intero piano terra del palazzo del Quirinale, dove hanno abitato decine di papi e diversi re, viene ‘sgomberato’: gli uffici del Cerimoniale e le stanze di Rappresentanza devono sloggiare, relegati in ben più modesti uffici, tutti collocati al secondo piano e tutti molto angusti. Ai funzionari viene uno stranguglione, ma tant’è.

Il regista del terremoto, su input di Mattarella, è Ugo Zampetti: classe 1949, romano, potentissimo segretario generale della Camera, dove ha servito cinque presidenti, stava tagliando già lì gli stipendi a funzionari e commessi quando deve interrompersi perché Mattarella se lo porta al Colle come suo segretario generale. Il suo predecessore, Donato Marra, aveva uffici degni un re, lui si presenta dicendo “non voglio stipendio né alloggio”. Zampetti sloggia, ricolloca e il Quirinale schiude i suoi tesori a tutti con le visite guidate. Come già le vicine Scuderie, dove ogni mesi si succedono mostre su mostre.

Ma a Mattarella, che ha rinunciato al doppio stipendio da presidente e da giudice della Consulta cui pure aveva, volendo, diritto, e che, ovviamente, non ha mai sforato il tetto dei 240 mila euro stabilito per legge dal governo Renzi nel 2015 (norma scaduta nel 2018, peraltro), ancora non basta. Il presidente della Repubblica ha un’idea precisa, un fil rouge che vuole mantenere per l’intero mandato e così la spiega ai suoi collaboratori: “Dobbiamo saper coniugare sobrietà e trasparenza in ogni atto che facciamo qui dentro”.

La seconda rivoluzione travolge la residenza estiva, la splendida tenuta di Castelporziano, a sua volta residenza di papi e di re da tempo immemore. Per la prima volta da secoli, diventa un luogo accessibile a tutti. Da giugno a settembre, comitive di scolari, ma soprattutto disabili e anziani, entrano gratis, sciamano nel parco, si godono il mare, prendono il sole. Tutto gratis, ovviamente e con tanto di ‘festa’ con il Presidente, a fine giugno.  Potrebbe finire qua, la rivoluzione gentile di Mattarella, e invece no. L’ultima rivoluzione, al Colle, è appena iniziata: d’intesa con il Mibact, cioè con il ministero della Cultura, Mattarella apre e ristruttura anche palazzo San Felice, 8800 mq su cinque piani collocati a via della Datarìa: fanno parte della riserva immobiliare del Quirinale da secoli. Una specie di piazza d’armi che contava 40 appartamenti usati come ‘casa’ dai funzionari del Colle, tutti sfrattati. Entro il 2020 palazzo San Felice diventerà la sede della Biblioteca Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte, oggi a palazzo Venezia, più bella, ricca e aperta a tutti, ovviamente. Com’è tutta l’idea del Quirinale di Mattarella.


Gli articoli sono pubblicati il 2 gennaio 2018 a pagina 5 su Quotidiano Nazionale 

Annunci

Il ‘Grande Gioco’ del Quirinale/2. Luoghi, volti e simboli del Colle più alto

Napolitano nel suo studio al Quirinale

Napolitano nel suo studio al Quirinale

Il Palazzo del Quirinale, che sorge sull’omonimo colle di Roma ed è la residenza ufficiale del Presidente della Repubblica italiana, ha una storia troppo lunga e troppo bella per poterla riassumere qui. Del resto, a farsene un’idea, basta aprire il sito ufficiale del Quirinale (www.quirinale.it). Qui, però, racconteremo di alcuni luoghi e topos quirinalizi che hanno una rilevante importanza per la Politica.

Corazzieri. Al di là del fatto che oggi sono più famosi quelli che Crozza interpella quando imita Napolitano (“Corazziere uno” e “Corazziere due”…), il ‘reggimento’ (dal 1992) dei Corazzieri è una cosa serissima. Si tratta della guardia d’onore del Presidente della Repubblica e una forza specializzata dell’Arma dei Carabinieri. Prima del ’92, il reparto si chiamava Reggimento Carabinieri Guardie della Repubblica e, fino al 1990, Comando Carabinieri Guardie del Presidente della Repubblica. Il corpo dei corazzieri si costituì il 7 febbraio 1868 a Firenze, allora Capitale d’Italia. Nel 1870 lo Squadrone Carabinieri Guardie del Re, già allora soprannominato Squadrone Corazzieri, divenne l’unico reparto con il compito di proteggere la casa reale. Nel 1871, quando la monarchia si trasferì da Firenze a Roma, lo Squadrone entrò a far parte della Legione Carabinieri di Roma e si insediò al Quirinale. Quando, il 13 giugno 1946, Umberto II di Savoia lasciò l’Italia sciolse il giuramento al Re che lo squadrone aveva pronunciato, liberandoli da ogni vincolo. Lo squadrone tornò ufficialmente al Quirinale l’11 maggio 1948, col presidente della repubblica Luigi Einaudi. Nel 1978 al reparto venne concesso lo stendardo e, nel 1986, un proprio stemma araldico: vi campeggia il motto “virtus in periculis firmior” (il coraggio diventa più forte nel pericolo).
I membri del reggimento si distinguono per le uniformi e l’altezza. Diventare corazziere è tutt’altro che facile. Oltre ai requisiti fisici (almeno 190 cm di altezza e una costituzione “adeguatamente armoniosa”) e ad un’indiscussa moralità personale e familiare, bisogna avere eccellenti trascorsi disciplinari e di servizio. Inoltre, bisogna saper cavalcare alla perfezione i cavalli del reparto, tutti di razza irlandese.
Un corazziere deve saper guidare con perizia anche le imponenti Moto Guzzi California, usate nei servizi d’onore.

Giardini (del Quirinale). E’ qui che si tiene il ricevimento per la Festa della Repubblica, ogni 2 giugno, tradizione che, però, Napolitano ha sospeso da qualche anno, in nome dell’austerity, limitando la sua apparizione a un breve saluto, ma senza cocktail per vip e personalità politiche. Sempre quel giorno sono aperti al pubblico. E sono assolutamente da visitare. Famosi per la loro posizione privilegiata che li fanno apparire quasi come un’isola sopraelevata su Roma, furono nel corso dei secoli modificati a seconda dei gusti e delle necessità della corte papale. L’attuale sistemazione integra il giardino “formale” seicentesco prospiciente il nucleo originale del palazzo con il giardino “romantico” della seconda metà del Settecento, conservando di quell’epoca l’elegante Coffee House edificata dal Fuga come sala di ricevimento di Benedetto XIV. Complessivamente occupano ben quattro ettari di terreno.

Flaminia (presidenziale). L’auto presidenziale per eccellenza è, ovviamente, la celebre Lancia Flaminia. Commissionata a marzo del 1960 dall’allora presidente della Repubblica Giovanni Gronchi in quattro esemplari, l’aristocratica Lancia Cabriolet Landaulet nera della casa automobilistica Lancia venne prodotta in soli sei mesi.
La carrozzeria Pininfarina realizzò le vetture secondo le specifiche personalmente richieste da Gronchi. Cinque metri e mezzo di lunghezza, 20 quintali di peso, motore 2.5, lo stesso di una Berlina di serie, una capienza che permette di ospitare fino a sette persone, di cui due su comodi divanetti in pelle, la loro velocità massima non supera i 120 km/h. Dopo il primo rodaggio sull’Autosole del 1960, raramente le Flaminie hanno effettuato lunghi spostamenti su strada. Le quattro Flaminia Cabriolet-Landaulet vennero battezzate con nomi di cavalli: Belfiore, Belmonte, Belvedere e Belsito. Attualmente nel garage del presidente sono rimaste solo la Belfiore e la Belsito. Infatti, nel 1982, durante la presidenza Pertini, due Flaminia vennero congedate: vendute all’asta. Sia Cossiga che Scalfaro che Ciampi hanno usato la Flaminia mentre Napolitano l’ha rispolverata per la parata militare del 2 giugno 2013 che celebra la Festa della Repubblica.
Una curiosità riguarda il primo capo dello Stato, Enrico De Nicola, uomo di grande austerità di costumi: eletto presidente della Repubblica, giunse a Roma da Torre del Greco a bordo della sua auto privata, mettendo in subbuglio il mondo politico e la polizia fino al suo arrivo nella Capitale.

Salone (delle Feste). È l’ambiente più grande e solenne del Quirinale, dove giura il nuovo Governo e si tengono i pranzi ufficiali che offre il Capo dello Stato. Dal 1616 questa sala, un tempo Sala Regia, divenne sede dei pubblici concistori. Nel 1873 i Savoia la trasformarono in una sfarzosa sala da pranzo e ballo. Al centro della volta è da ammirare il Trionfo dell’Italia, il resto della sala è completamente ricoperto di elementi architettonici, scultorei e pittorici bianchi o dorati. Il pavimento è coperto da quello che è considerato il secondo tappeto più grande del mondo (è di circa 300 mq).

Studio (del Presidente). E’ qui che il presidente della Repubblica tiene gli incontri ufficiali con i Capi di Stato e i segretari di partito durante le consultazioni per la formazione del Governo. In origine, la stanza era la camera da letto estiva dai pontefici. Tra gli arredi degni di nota, c’è la scrivania francese del 1750 dalla quale il Presidente pronuncia il Messaggio di Capodanno. Il dipinto dietro la scrivania, della seconda metà del ’600, è del Borgognone.

Vetrata (studio della). E’ qui, nello studio ‘alla Vetrata’ del Quirinale, che il Presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio incaricato e i rappresentanti dei vari partiti politici parlano alla stampa durante e alla fine delle consultazioni per la formazione di un nuovo governo.
La sala si trova nel nucleo più antico del Palazzo del Quirinale, costruito nel 1583-1585 per papa Gregorio XIII Boncompagni (1572-1585), e in origine era una loggia aperta verso il cortile. La chiusura delle arcate con cinque finestroni risale al tardo Settecento e, proprio per la presenza delle grandi finestre, è nota anche come “Vetrata”.

NB. Questo articolo è stato pubblicato l’11 dicembre 2014 nella sezione blogger del Quotidano.net (http://www.quotiidano.net) sezione ‘I giardinetti di Montecitorio’.